In Italia mancano medici e infermieri? Può sembrare un controsenso ma la risposta è no. La realtà è più sfumata: in Italia il numero di medici pro capite non è tra i peggiori in Europa, ma la popolazione medica è molto anziana e mal distribuita; per gli infermieri la carenza è invece sostanziale e strutturale. In mezzo ci sono regole di finanza pubblica, organizzazione dei servizi, contratti, posti non appetibili e riforme territoriali che stentano a decollare. Il dibattito su questo tema rischia di schiacciarsi su uno slogan. In breve: è insieme emergenza reale e cattiva programmazione e organizzazione.
I numeri che contano: medici, infermieri e rapporti ottimali
Secondo i più recenti profili OCSE disponibili, l’Italia conta circa 4,1 medici ogni 1.000 abitanti (media OCSE 3,7) e 6,2–6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE intorno a 9. La fotografia è chiara: i medici non sono pochi in senso assoluto, gli infermieri sì. Ancora più eloquente il rapporto infermieri/medici: circa 1,3 in Italia contro 2,5 della media OCSE: significa che la squadra che circonda il medico è troppo piccola, con effetti su carichi di lavoro, qualità e tempi di risposta.
L’età che pesa: il picco dei pensionamenti
La vera “onda lunga” riguarda l’età: l’Italia ha la quota più alta di medici over 65 in Europa. Questo genera un picco di pensionamenti concentrato nel decennio in corso, con effetti soprattutto su medicina territoriale e servizi d’urgenza. Le stime dell’Ordine dei Medici indicano decine di migliaia di uscite entro il 2030, con rimpiazzi non sempre allineati ai bisogni per specialità e territorio.
Dove “mancano”: maldistribuzione e specialità scoperte
Non tutte le carenze sono uguali. Le regioni periferiche, le aree interne e alcuni reparti (urgenza, anestesia, radiologia, psichiatria, medicina generale) faticano più di altre a reclutare e trattenere personale. Qui la carenza è tanto quantitativa (posti vacanti) quanto qualitativa (mix di competenze). Anche il fenomeno della mobilità interregionale e verso il privato accreditato accentua i vuoti nei servizi pubblici meno attrattivi. (Quadri coerenti in numerosi report istituzionali e professionali).
Non solo teste: l’impatto delle regole di spesa sul personale
Per quasi due decenni il Servizio sanitario ha vissuto con tetti rigidi alla spesa per il personale, ancorati al livello del 2004 meno l’1,4% e poi reiterati. Questa regola, concepita per controllare i conti, ha “congelato” organici e reso difficile sostituire le uscite, amplificando il ricorso a soluzioni tampone e appalti di servizi. Anche quando i fondi aumentano, quei vincoli possono frenare assunzioni strutturali proprio dove servono.
L’effetto collaterale: gettonisti, appalti e frammentazione dei turni
Il risultato più visibile dei vuoti di organico (e dell’urgenza di coprire i turni) è l’esplosione dei contratti di fornitura di personale “a gettone”. L’Autorità Anticorruzione ha documentato il boom del fenomeno nel post-pandemia e la spesa cumulata per medici e infermieri a gettone fra 2019 e 2024 nell’ordine dei miliardi. È denaro che compra ore di lavoro, non capacità organizzativa: copre l’immediato, ma non costruisce équipe stabili, formazione e continuità assistenziale.
Il vero tallone d’Achille: l’infermieristica
Se il nodo medici è soprattutto demografico e distributivo, quello infermieristico è di quantità e attrattività. L’Italia ha troppi pochi infermieri per standard europei, e l’età media sale. Retribuzioni meno competitive, limitate possibilità di carriera clinica avanzata e carichi elevati spingono verso altri settori o all’estero. Questo squilibrio riduce l’efficienza del team, aumenta la pressione su medici e rallenta il sistema. Senza un salto di qualità su numero di laureati, condizioni di lavoro e valorizzazione delle competenze avanzate (infermiere di comunità, specialista, ruoli APN dove normati), la carenza resterà strutturale.
Territorio e DM77: infrastrutture senza squadre
La riforma dell’assistenza territoriale (DM 77/2022) ha programmato Case e Ospedali di Comunità e una rete di prossimità per alleggerire ospedali e pronto soccorso. Il monitoraggio AGENAS mostra però attuazioni a macchia di leopardo e, in molti casi, servizi aperti senza la piena dotazione di personale. In assenza di équipe stabili di medici di famiglia, infermieri di famiglia e comunità, specialisti territoriali e professioni sanitarie, il nuovo “guscio” rischia di restare vuoto o sotto-utilizzato.
Liste d’attesa: sintomo di carenze e di cattivi processi
Le liste d’attesa non esplodono solo per pochi numeri: pagano la scarsa integrazione tra ospedale e territorio, l’insufficiente uso di agende uniche e priorità cliniche, l’eterogeneità regionale dei percorsi e, ancora, gli organici incompleti. Anche la magistratura contabile richiama alla necessità di trattare la spesa per diritti sociali (salute inclusa) con “preferenza qualitativa”: se si risparmia sul personale, lo si paga in inefficienza e rinunce alle cure.
Emergenza o organizzazione? Entrambe, ma con pesi diversi
Alla domanda iniziale la risposta è duplice: esiste un’emergenza (per età dei medici e scarsità di infermieri) che l’organizzazione attuale rende peggiore. Dire “mancano tutti” è impreciso: mancano soprattutto infermieri; per i medici il nodo è “dove” e “quali specialità”, non il totale nazionale. Il sistema ha inoltre reso difficile assumere stabilmente e ha compensato con gettoni e appalti, spendendo molto senza consolidare capacità.
Cosa fare, in concreto (e misurabile)
- Pianificazione pluriennale vincolante per fabbisogni regionali per profilo e sede, con revisione annuale e trasparenza pubblica. Collegare l’accesso a medicina e le borse di specialità ai reali fabbisogni per territorio.
- Ribilanciare lo skill-mix: obiettivo di medio periodo sul rapporto infermieri/medici verso la media OCSE (≥2). Servono più laureati, ma soprattutto migliori condizioni (carriere cliniche, differenziali economici per attività complesse, orari e sicurezza sul lavoro).
- Superare i tetti di spesa “a prescindere”, sostituendoli con regole che finanzino organici standard per setting (ospedale, territorio, emergenza) e livelli di servizio misurabili.
- Stabilizzare i turni riducendo il ricorso ai gettonisti a casi eccezionali e a tempo, monitorato da ANAC; convertire la spesa per appalti in assunzioni strutturate.
- Attuare davvero il DM77: Case della Comunità con équipe multidisciplinari complete (MMG, infermieri di famiglia e comunità, specialisti, tecnici, amministrativi) e sistemi informativi condivisi, altrimenti l’infrastruttura non incide sui pronto soccorso.
- Attrazione e retention: indennità mirate per aree critiche e periferiche, alloggi di servizio, percorsi di carriera, riduzione della burocrazia clinica.
- Governance unica delle agende su visite ed esami, priorità cliniche, audit pubblici su tempi e appropriatezza: meno duplicazioni, più presa in carico territoriale.
Il verdetto
Sì, c’è un’emergenza, ma non è “mancano tutti indistintamente”. L’emergenza vera è l’infermieristica e l’invecchiamento dei medici; il resto è soprattutto cattiva organizzazione e regole inadeguate che hanno impedito di trasformare risorse in équipe stabili e capillari. Correggere lo skill-mix, liberare assunzioni mirate, chiudere il rubinetto dei gettoni e completare la riforma territoriale sono i passaggi chiave per tornare a tempi d’attesa accettabili e qualità diffusa.
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