Tempo di lettura: 3 minutiLa camminata e il rebounding sono due attività fisiche che possono aiutare ad alleviare la sensazione di pesantezza alle gambe e, in alcuni casi, a ridurre il gonfiore associato alla permanenza prolungata in piedi o seduti. Il movimento, infatti, favorisce il ritorno venoso grazie all’azione dei muscoli del polpaccio. I benefici dipendono, tuttavia, dalla causa del gonfiore, che non è sempre riconducibile alla ritenzione idrica o a problemi di circolazione.
Come la camminata aiuta ad alleviare il gonfiore ai polpacci
La camminata è un’attività fisica semplice e accessibile che contribuisce al benessere delle gambe. Durante il movimento, la contrazione dei muscoli del polpaccio favorisce il ritorno del sangue venoso verso il cuore, contrastando il ristagno di sangue negli arti inferiori. Il movimento può inoltre favorire il flusso linfatico, che contribuisce a mantenere l’equilibrio dei liquidi nei tessuti.
Quando si trascorre molto tempo seduti o in piedi senza muoversi, può aumentare la sensazione di pesantezza alle gambe e, in alcune circostanze, comparire un gonfiore alle caviglie e ai polpacci.
Per favorire la circolazione è utile camminare regolarmente, scegliendo un ritmo adeguato alla propria condizione fisica e aumentando gradualmente la durata dell’attività. Una passeggiata di 20-30 minuti può essere un obiettivo ragionevole per chi è già abituato a muoversi, ma anche brevi camminate distribuite durante la giornata possono essere utili. È consigliabile indossare scarpe comode e interrompere periodicamente le attività sedentarie.
Il rebounding: un esercizio per favorire il movimento
Il rebounding consiste nell’eseguire piccoli rimbalzi su un trampolino elastico. Si tratta di un’attività che coinvolge diversi gruppi muscolari, compresi quelli dei polpacci, e che può contribuire a mantenere uno stile di vita attivo.
Come altre forme di esercizio, il rebounding può favorire la circolazione attraverso l’alternanza di contrazione e rilassamento muscolare. Non esistono, tuttavia, prove sufficienti per affermare che sia più efficace della camminata nel ridurre il gonfiore o nel favorire il drenaggio linfatico.
Chi desidera provarlo può iniziare con sessioni brevi e movimenti controllati, aumentando gradualmente la durata in base alla propria tolleranza. È importante utilizzare un trampolino stabile, in un ambiente sicuro, e interrompere l’attività in caso di dolore, capogiri o fastidio. In presenza di problemi articolari, disturbi dell’equilibrio o patologie venose o linfatiche, è opportuno chiedere consiglio a un professionista sanitario prima di iniziare.
I benefici della camminata e del rebounding
Integrare il movimento nella quotidianità può contribuire a migliorare la funzionalità muscolare e circolatoria e ad alleviare la sensazione di gambe pesanti, soprattutto quando è legata alla sedentarietà.
La camminata e il rebounding possono essere alternative o attività complementari, da scegliere in base alle proprie condizioni fisiche e preferenze. Non è necessario praticarle entrambe ogni giorno: la regolarità del movimento e la possibilità di mantenerlo nel tempo sono aspetti importanti.
È bene ricordare che questi esercizi non garantiscono la riduzione del gonfiore e non permettono di intervenire in modo mirato sulle dimensioni del polpaccio. Se il gonfiore dipende da un problema venoso, linfatico o da un’altra condizione medica, potrebbe essere necessario un trattamento specifico.
Consigli pratici per una routine quotidiana
Per favorire il benessere delle gambe è utile associare l’attività fisica ad alcune semplici abitudini. Bere acqua regolarmente aiuta a mantenere una corretta idratazione, mentre un’alimentazione equilibrata, con un consumo moderato di sale, contribuisce alla salute generale. Non è invece necessario seguire diete particolari o assumere prodotti drenanti per stimolare il sistema linfatico.
Un’altra abitudine utile può essere sollevare le gambe per qualche minuto, ad esempio da sdraiati con i piedi appoggiati su un cuscino, se questa posizione risulta confortevole. In alcune persone può favorire una temporanea riduzione del gonfiore legato all’accumulo di liquidi negli arti inferiori.
Chi trascorre molte ore alla scrivania può inoltre cercare di alzarsi e camminare a intervalli regolari, evitando di mantenere a lungo la stessa posizione.
Quando rivolgersi a un professionista
Se il gonfiore ai polpacci persiste, si ripresenta frequentemente o peggiora, è opportuno parlarne con il medico per individuarne la causa e valutare il trattamento più appropriato.
Un gonfiore improvviso, soprattutto se interessa una sola gamba ed è accompagnato da dolore, arrossamento o calore, richiede una valutazione medica urgente perché può essere un segno di trombosi venosa profonda. Se compaiono anche difficoltà respiratorie o dolore al petto, è necessario chiamare immediatamente i soccorsi.
In base alla causa del gonfiore, il medico potrà indicare eventuali accertamenti e consigliare attività fisica, fisioterapia o altri interventi mirati.
In sintesi, la camminata e il rebounding possono contribuire al benessere delle gambe e favorire la circolazione, ma la loro efficacia nel ridurre il gonfiore dipende dalla causa del disturbo. Mantenersi attivi, interrompere la sedentarietà e prestare attenzione ai sintomi sono strategie utili per prendersi cura delle proprie gambe.
Diabete tipo 1, terapia con cellule staminali elimina dipendenza dall’insulina in 10 pazienti su 12
Farmaceutica, Ricerca innovazioneLa premessa è d’obbligo: si tratta ancora di un piccolo studio per numero di partecipanti. Tuttavia, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine mostra risultati promettenti per una terapia a base di cellule staminali: 10 pazienti su 12 con diabete tipo 1 hanno raggiunto l’indipendenza dall’insulina a un anno dal trattamento.
I risultati della ricerca supportano, quindi, l’efficacia e la sicurezza di una terapia a base di isole pancreatiche derivate da cellule staminali pluripotenti allogeniche. Significa che vengono ricavate da donatore sano.
Diabete tipo 1: lo studio che valuta le isole pancreatiche
Lo studio di fase 1-2, finanziato dall’azienda che produce il trattamento, è stato condotto da un gruppo di ricercatori statunitensi ed europei e ha arruolato 14 persone con diabete di tipo 1, tutte sottoposte a follow-up di 12 mesi. Le prime due persone sono state trattate con 400 milioni di cellule infuse nel fegato, al fine di verificarne la sicurezza. Le successive 12 hanno ricevuto 800 milioni di cellule, per valutarne la funzionalità. In entrambe le coorti, la terapia cellulare è stata somministrata in associazione a un regime di immunosoppressione.
L’obiettivo principale dello studio è stato valutare se il trattamento potesse prevenire episodi gravi di ipoglicemia, ovvero pericolosi cali di zucchero nel sangue, nel periodo tra il 3° e il 12° mese dopo la terapia. Questo risultato doveva essere accompagnato da un buon controllo della glicemia, misurato tramite livelli di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7%, oppure da una significativa riduzione di almeno un punto percentuale rispetto ai valori iniziali.
Tra gli obiettivi secondari, i ricercatori hanno monitorato la sicurezza complessiva del trattamento e la capacità dei pazienti di ridurre o eliminare la necessità di insulina tra il 6° e il 12° mese. Per verificare l’effettivo attecchimento e funzionamento delle cellule pancreatiche trapiantate, è stata misurata la presenza nel sangue del peptide C, un indicatore che dimostra la produzione endogena di insulina e la funzionalità delle isole pancreatiche.
I risultati
Tutti i dodici partecipanti trattati con dose piena hanno evitato gravi episodi di ipoglicemia e mantenuto un controllo glicemico ottimale, con livelli di emoglobina glicata sotto il 7%. I pazienti hanno trascorso più del 70% del tempo all’interno del range glicemico target, un indicatore chiave di stabilità metabolica. Inoltre, dopo un anno dalla terapia cellulare, 10 dei 12 partecipanti inizialmente dipendenti dall’insulina sono riusciti a sospendere completamente il trattamento insulinico, raggiungendo così l’indipendenza dall’insulina. Questi risultati mostrano come la terapia con isole pancreatiche derivate da cellule staminali allogeniche possa permettere di raggiungere gli obiettivi clinici raccomandati dalle principali associazioni diabetologiche, tra cui la American Diabetes Association (ADA) e l’European Association for the Study of Diabetes (EASD)..
“Uno obiettivo non scontato” sottolinea la Professoressa Raffaella Buzzetti Presidente SID, “se pensiamo che il 75% delle persone con diabete di tipo 1 non raggiunge il livello ottimale di emoglobina glicata (che deve essere inferiore al 7%), con un aumento del rischio di retinopatia, neuropatia, nefropatia malattie cardiovascolari e mortalità precoce. Anche tra quelli che utilizzano un sistema di somministrazione automatizzata di insulina, un sondaggio recente ha rivelato come il 35% circa non raggiunga i livelli di emoglobina glicata raccomandati e circa il 9% riporti episodi di ipoglicemia grave e ricorrente.
“Questa terapia rappresenta un’evoluzione del trapianto di isole pancreatiche. I risultati clinici finora ottenuti sono sovrapponibili a quelli derivanti dal trapianto di isole prelevate da donatori, ma con un vantaggio fondamentale: le cellule possono essere prodotte in quantità teoricamente illimitata e nei tempi e modi desiderati,” dichiara il Prof. Lorenzo Piemonti, uno dei “principal investigator” coinvolti nello studio, Direttore del Diabetes Research Institute e Responsabile del Dipartimento di Medicina Rigenerativa e Trapianti d’Organo dell’Ospedale San Raffaele di Milano.
Frutto di 25 anni di studi
La ricerca è il frutto di oltre 25 anni di studi in laboratorio e su modelli preclinici, che hanno mostrato come questa tecnica possa potenzialmente invertire il decorso del diabete, spiegano gli autori. Pur trattandosi di dati preliminari, i risultati sono promettenti, anche se sarà necessario un periodo di osservazione più lungo e un numero maggiore di pazienti per confermare e consolidare questi risultati. Lo studio FORWARD è attualmente nella sua fase 3, con l’obiettivo di completare l’arruolamento e il dosaggio di circa 50 partecipanti entro il 2025. Nei prossimi anni, la sfida principale sarà sviluppare metodi idonei al fine di impiantare queste cellule senza la necessità di terapia immunosoppressiva, per rendere il trattamento più sicuro e accessibile, concludono.
Leggi anche:
Screening diabete tipo1: conclusa la fase pilota della legge 130/2023
Ospedale Monaldi, 17° trapianto di cuore del 2026: salvato un giovane paziente
NewsNon c’è stato neppure il tempo di celebrare l’apertura del nuovo reparto che i medici dell’Ospedale Monaldi di Napoli sono già tornati in sala operatoria per un trapianto di cuore. A meno di 24 ore dal taglio del nastro, la struttura dedicata ai Trapianti di Cuore e alle Procedure Innovative in Cardiochirurgia ha registrato il suo primo importante risultato clinico.
L’intervento è stato eseguito con successo su un giovane paziente che da circa tre mesi era in cura presso l’ospedale napoletano, in attesa della disponibilità di un cuore compatibile. Un’attesa delicata, durante la quale l’équipe sanitaria ha seguito costantemente le condizioni dell’uomo, fino all’arrivo dell’organo che ha reso possibile il trapianto. Con questa operazione salgono a 17 i trapianti di cuore eseguiti dall’inizio del 2026 al Monaldi, uno dei principali centri di riferimento per la cardiochirurgia e la gestione delle patologie cardiovascolari complesse.
Una nuova struttura per accompagnare i pazienti dopo il trapianto
Il nuovo reparto, inaugurato mercoledì mattina, nasce per garantire ai pazienti cardiopatici complessi e alle persone sottoposte a trapianto un’assistenza specialistica integrata, capace di seguire ogni fase del percorso terapeutico. Alla cerimonia inaugurale hanno partecipato la direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, la presidente della V Commissione Sanità e Sicurezza Sociale del Consiglio regionale della Campania, Loredana Raia, e il presidente del Consiglio regionale della Campania, Massimiliano Manfredi.
Il giovane paziente sottoposto al trapianto sarà ora assistito nella terapia intensiva dedicata, dove i sanitari monitoreranno attentamente le sue condizioni durante la delicata fase postoperatoria. Il percorso di cura non terminerà con il superamento della fase più critica. La nuova struttura consentirà infatti di accompagnare il paziente attraverso le successive tappe della riabilitazione e dei controlli specialistici, garantendo continuità assistenziale anche nel periodo successivo all’intervento.
Cardiologi, cardiochirurghi e internisti: un’équipe multidisciplinare
Uno degli elementi centrali del nuovo modello organizzativo è la collaborazione tra diverse figure specialistiche. Cardiologi, cardiochirurghi e internisti lavoreranno in maniera coordinata, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, per assicurare una presa in carico personalizzata.
Il trapianto cardiaco, infatti, rappresenta soltanto una fase di un percorso terapeutico particolarmente complesso. Nei pazienti trapiantati è fondamentale garantire un monitoraggio continuativo, controllare la risposta alle terapie immunosoppressive e prevenire le possibili complicanze. L’integrazione tra le diverse specialità permette di affrontare questi aspetti attraverso un’assistenza strutturata, evitando discontinuità tra la fase chirurgica, il recupero postoperatorio e il successivo follow-up. L’obiettivo è migliorare la qualità dell’assistenza e offrire ai pazienti un riferimento specialistico durante tutte le fasi del percorso trapiantologico.
Anna Iervolino: «Il nostro patrimonio più importante sono le persone»
Il primo trapianto eseguito a poche ore dall’inaugurazione rappresenta anche un risultato significativo per il personale sanitario impegnato quotidianamente nelle attività del Monaldi. A sottolineare il valore del lavoro di squadra è la direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino.
«Risultati come questo sono possibili soltanto grazie a una squadra coesa, competente e profondamente dedita al proprio lavoro. Il mio ringraziamento va a tutti i professionisti, medici, infermieri, operatori sanitari e personale tecnico e amministrativo, che ogni giorno, con impegno, professionalità e spirito di servizio, contribuiscono a garantire ai nostri pazienti le migliori opportunità di cura. È grazie a questo patrimonio di competenze e di umanità che possiamo affrontare sfide sempre più complesse e continuare a offrire risposte concrete ai bisogni di salute dei cittadini».
Con l’avvio delle attività del nuovo reparto e il diciassettesimo trapianto dell’anno, l’Ospedale Monaldi rafforza così la propria capacità di risposta ai bisogni dei pazienti con patologie cardiache complesse, puntando su specializzazione, collaborazione multidisciplinare e continuità delle cure.
Leggi anche:
Ticket sanitari, nuove tariffe per visite ed esami
Chemsex e infezioni sessuali, l’allarme FeDerSerD: prevenzione carente nei SerD
Adolescenti, PrevenzioneLa prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse resta una delle principali sfide per i Servizi per le Dipendenze italiani. Il fenomeno del chemsex è ancora poco indagato, i percorsi di assistenza risultano spesso frammentati e l’integrazione con i centri specialistici è insufficiente. È quanto emerge dalla survey nazionale FeDerSerD sulle patologie infettive correlate al consumo di sostanze, presentata a Napoli durante il XV Congresso nazionale della Federazione italiana degli operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze. L’indagine, condotta tra maggio e luglio 2026 attraverso 390 questionari compilati da professionisti dei SerD di tutta Italia, prevalentemente medici, fotografa un sistema che ha sviluppato competenze importanti nello screening delle infezioni, ma che fatica ancora a intercettare alcuni comportamenti a rischio e a garantire percorsi di prevenzione e cura integrati.
Infezioni sessualmente trasmesse, oltre sei servizi su dieci senza accordi con i centri specialistici
Uno dei dati più significativi riguarda la difficoltà di costruire reti assistenziali: il 68,5% dei servizi non dispone di collaborazioni formalizzate con i centri specializzati nelle infezioni sessualmente trasmesse (IST). Soltanto il 36,7% adotta un’anamnesi sessuale o un counselling strutturato, mentre oltre il 56% ne è sprovvisto. Una situazione che può limitare la capacità di individuare precocemente le infezioni e offrire interventi personalizzati alle persone con disturbi da uso di sostanze.
«Non possiamo più considerare la salute sessuale e la prevenzione delle infezioni come aspetti secondari nel trattamento delle dipendenze», sottolinea Daniele Pini, dirigente medico, membro del Direttivo nazionale FeDerSerD e presidente FeDerSerD Piemonte e Valle d’Aosta. Secondo Pini, le difficoltà organizzative, la carenza di personale e le risorse limitate contribuiscono a rallentare l’adozione di modelli assistenziali più completi. La survey permette proprio di individuare le criticità sulle quali intervenire.
Chemsex, un fenomeno sommerso che i servizi faticano a intercettare
Particolarmente delicato è il tema del chemsex, termine che indica l’utilizzo intenzionale di sostanze psicoattive in contesti sessuali per facilitare, intensificare o prolungare i rapporti.
Il fenomeno presenta implicazioni che riguardano contemporaneamente la salute sessuale, il rischio di infezioni, le dipendenze e il benessere psicologico. Eppure, secondo l’indagine, soltanto circa un quarto dei servizi lo approfondisce, mentre il 37,4% non lo indaga affatto. Tra gli ostacoli emergono la mancanza di formazione specifica, lo stigma legato ai comportamenti sessuali e l’insufficienza di reti assistenziali dedicate, anche in collaborazione con il terzo settore.
«Il chemsex è sicuramente un fenomeno sommerso, che riguarda una parte della popolazione relativamente ristretta. Tuttavia, i servizi per le dipendenze hanno la necessità di aumentare l’attenzione su questa problematica», osserva Pini. La necessità è innanzitutto comprendere meglio le dimensioni del fenomeno attraverso colloqui mirati e strumenti di valutazione adeguati, senza presupporre automaticamente una condizione di dipendenza in tutte le persone che praticano chemsex.
Cambiano i rischi infettivi: non soltanto trasmissione attraverso le siringhe
Un altro elemento evidenziato dalla ricerca riguarda il cambiamento dei rischi infettivi associati al consumo di sostanze. Se in passato l’attenzione dei servizi era concentrata soprattutto sulle infezioni trasmesse attraverso la condivisione di strumenti per l’iniezione, oggi diventa necessario considerare con maggiore sistematicità anche la trasmissione sessuale. «L’epidemiologia sta cambiando profondamente, anche per quanto riguarda le infezioni correlate alle dipendenze», spiega Pini, richiamando l’importanza di affiancare alle competenze tradizionali nuove strategie di prevenzione.
Epatite C, screening diffuso ma terapie gestite direttamente solo dal 5,6% dei servizi
Le criticità organizzative emergono anche nella gestione dell’epatite C. La survey evidenzia una buona diffusione dello screening, ma soltanto il 5,6% dei servizi dispone delle condizioni organizzative per gestire direttamente le terapie antivirali.
Nella maggior parte dei casi i pazienti vengono indirizzati verso strutture specialistiche esterne, con il rischio di interrompere il percorso tra diagnosi e trattamento. Distanza dai centri, difficoltà di adesione alle cure, ostacoli organizzativi e stigma possono rendere più complesso l’accesso alle terapie. FeDerSerD sottolinea quindi l’importanza di potenziare i test rapidi, l’assistenza di prossimità e i modelli test and treat, finalizzati a ridurre il tempo tra individuazione dell’infezione e avvio del trattamento.
La sfida della sanità territoriale: percorsi integrati e meno disuguaglianze
I risultati, illustrati da Liliana Praticò, dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, sono stati approfonditi durante il congresso anche attraverso il contributo di Tullio Prestileo, dell’Ospedale Civico di Palermo e membro del Comitato scientifico nazionale FeDerSerD. L’obiettivo condiviso è rafforzare la collaborazione tra SerD, servizi territoriali e centri specialistici, riducendo le disuguaglianze nell’accesso alle prestazioni.
«La sfida è innanzitutto garantire una maggiore omogeneità degli interventi a livello nazionale», evidenzia Pini, ricordando come accanto alle esperienze virtuose continuino a esistere realtà caratterizzate da importanti difficoltà organizzative. La prospettiva è quella di un’assistenza capace di guardare oltre la singola dipendenza. «Dietro quel problema c’è una persona nella sua interezza, con esigenze di salute che devono essere considerate nel loro insieme», conclude Pini.
Leggi anche:
Fobie e DOC: sintomi, differenze e consigli per superarli
PreSa Weekly – 16 ottobre 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
BPCO in Campania, 300mila pazienti: sintomi, diagnosi e nuove cure
NewsSono circa 300mila i cittadini campani che convivono con la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una patologia respiratoria che compromette progressivamente la capacità di respirare e che, ancora oggi, viene spesso diagnosticata con notevole ritardo. I primi disturbi possono manifestarsi già tra i 40 e i 50 anni, ma trascorrono talvolta molti anni prima che venga individuata la malattia. Un ritardo che può compromettere le possibilità di intervenire tempestivamente e migliorare la qualità della vita.
A richiamare l’attenzione su questa emergenza sanitaria sono gli specialisti che partecipano al congresso “Asma, BPCO e Malattie Polmonari Rare: Certezze, Necessità e Soluzioni”, in programma a Lacco Ameno, sull’isola d’Ischia, presso il Centro Congressi Auditorium Leonardo Carriero. L’appuntamento riunisce esperti italiani di rilievo nazionale e internazionale per discutere le nuove prospettive della pneumologia, dalla prevenzione alle terapie innovative.
Una malattia che può nascondersi per anni
La BPCO è una malattia respiratoria cronica caratterizzata da un’ostruzione persistente al flusso dell’aria, generalmente associata ad alterazioni delle vie aeree e dei polmoni. I sintomi più comuni sono tosse persistente, produzione di catarro, affanno e progressiva difficoltà respiratoria, soprattutto durante uno sforzo fisico. Il problema è che questi segnali vengono frequentemente sottovalutati. Chi fuma può considerarli una conseguenza inevitabile del tabacco, mentre le persone più anziane possono attribuire la difficoltà respiratoria al naturale avanzare dell’età.
Il principale fattore di rischio resta il fumo, ma non è l’unico. Anche l’inquinamento atmosferico e ambientale, l’esposizione prolungata a sostanze irritanti, alcune infezioni respiratorie e la predisposizione individuale possono contribuire allo sviluppo della malattia. Un aspetto particolarmente rilevante per la Campania, dove l’impatto dell’inquinamento sulla salute rappresenta una questione di sanità pubblica.
Diagnosi precoce, il ruolo dei medici di famiglia
«Il problema non è soltanto quanti pazienti abbiano già una diagnosi, ma quanti convivano per anni con la malattia senza sapere di averla», sottolinea Alessandro Vatrella, professore ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università di Salerno e responsabile scientifico del congresso insieme ad Antonio Molino, associato di Pneumologia dell’Università Federico II di Napoli. Secondo Vatrella è indispensabile rafforzare il collegamento tra medici di medicina generale, pneumologi e ospedali, costruendo percorsi che consentano di identificare precocemente le persone a rischio.
Uno strumento fondamentale è la spirometria, un esame semplice e non invasivo che permette di valutare la funzionalità respiratoria e verificare la presenza di un’ostruzione bronchiale persistente. Una diagnosi tempestiva consente di avviare le cure, ridurre il rischio di riacutizzazioni e limitare l’impatto della malattia sulla vita quotidiana. In Campania, tra le esperienze già avviate, figura il progetto AGIRE, finalizzato a migliorare l’integrazione tra assistenza territoriale e centri specialistici, riducendo la frammentazione dei percorsi di cura.
Farmaci biologici, nuove prospettive terapeutiche
Accanto alla prevenzione e alla diagnosi precoce, cresce l’interesse per le nuove terapie. La ricerca sta aprendo la strada a trattamenti sempre più personalizzati, capaci di intervenire su specifici meccanismi infiammatori coinvolti nella BPCO. Una delle innovazioni più promettenti riguarda i farmaci biologici, destinati a particolari gruppi di pazienti selezionati sulla base delle caratteristiche cliniche e del profilo infiammatorio.
«Stiamo passando progressivamente da un modello nel quale pazienti con la stessa diagnosi venivano trattati in maniera sostanzialmente sovrapponibile a un approccio che cerca invece di identificare le caratteristiche biologiche della malattia nel singolo individuo», spiega Antonio Molino, associato di Pneumologia dell’Università Federico II di Napoli. I biologici non sostituiscono le tradizionali terapie inalatorie, che rimangono fondamentali, ma possono rappresentare un’opzione aggiuntiva per pazienti con caratteristiche specifiche. La sfida, secondo gli specialisti, sarà individuare con precisione chi possa beneficiarne, evitando trattamenti indiscriminati.
La sfida della sanità campana
Con centinaia di migliaia di persone interessate dalla BPCO, la Campania deve affrontare una duplice necessità: ridurre il numero di diagnosi mancate e garantire continuità assistenziale ai pazienti già individuati. L’obiettivo è costruire una rete sanitaria capace di accompagnare il paziente dalla comparsa dei primi sintomi fino alla gestione delle forme più complesse, prevenendo le riacutizzazioni e riducendo il ricorso ai ricoveri ospedalieri. Perché riconoscere la malattia quando il danno respiratorio è ancora contenuto può fare una differenza decisiva nella qualità e nelle prospettive di vita.
Leggi anche:
Il caffè fa male al cuore? Cosa sappiamo davvero sulla caffeina
Ragazzo vive tre anni con una leva del freno nella schiena: operato al Bambino Gesù
BambiniPer tre anni ha vissuto con un pezzo di metallo conficcato nella schiena senza sapere nulla. Andava a scuola, praticava sport e svolgeva tutte le attività quotidiane come qualsiasi altro ragazzo della sua età. Poi, a 13 anni, la comparsa di un dolore alla gamba ha portato a una scoperta sorprendente: nella regione lombare, a pochi millimetri da strutture nervose estremamente delicate, si trovava la leva del freno della bicicletta che aveva perso durante una caduta avvenuta quando aveva appena 10 anni.
È la storia di un giovane paziente operato con successo all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Palidoro, dove un’équipe specializzata in chirurgia vertebrale è riuscita a rimuovere il corpo estraneo attraverso un intervento di alta complessità, preservando completamente la funzionalità neurologica.
La caduta dalla bicicletta e tre anni senza sintomi
Tutto era cominciato con un incidente apparentemente banale. A 10 anni il bambino era caduto dalla bicicletta, riportando una piccola ferita al fianco sinistro. Durante la caduta si era staccata la leva del freno, della quale si erano perse le tracce. Nessuno aveva immaginato che quel componente metallico, lungo circa cinque centimetri e mezzo, fosse penetrato nel corpo attraverso la ferita.
Negli anni successivi il ragazzo non aveva manifestato problemi significativi. Aveva continuato a crescere, fare sport e condurre una vita normale, nonostante la presenza dell’oggetto in una zona anatomica particolarmente delicata. La situazione è cambiata all’età di 13 anni, quando ha iniziato ad avvertire dolore alla gamba destra, seguito da disturbi meno definiti a entrambi gli arti inferiori.
La radiografia rivela un oggetto metallico vicino alla colonna
Gli accertamenti neurologici iniziali non avevano evidenziato alterazioni. È stata una radiografia della colonna vertebrale a mostrare qualcosa di completamente inatteso: un oggetto metallico allungato e ricurvo, localizzato nella regione lombare, a sinistra della colonna. La successiva tomografia computerizzata ha permesso ai medici di ricostruirne la posizione e il percorso.
La leva era penetrata attraverso il fianco sinistro fino a raggiungere la zona compresa tra la terza e la quarta vertebra lombare, con la punta a ridosso del forame di coniugazione, il passaggio anatomico attraverso il quale fuoriesce una radice nervosa. Nel corso degli anni, intorno al metallo si era formato un involucro di tessuto fibroso che aveva inglobato il corpo estraneo, isolandolo dalle strutture circostanti. La vicinanza al nervo rendeva tuttavia la rimozione particolarmente rischiosa e richiedeva un intervento chirurgico estremamente preciso.
Un intervento di tre ore per liberare la radice nervosa
Il ragazzo è stato affidato all’équipe di Ortopedia e Traumatologia del Bambino Gesù di Palidoro, guidata dal dottor Pier Francesco Costici. L’operazione, eseguita dal dottor Leonardo Oggiano, responsabile di Alta Specializzazione in Chirurgia Vertebrale, è durata circa tre ore. Attraverso una piccola incisione nella parte posteriore della schiena, i chirurghi hanno raggiunto il corpo estraneo e liberato progressivamente la radice nervosa dalle aderenze che la circondavano. È stata necessaria una neurolisi, una procedura chirurgica che consente di separare un nervo dai tessuti o dalle strutture che lo comprimono o lo inglobano.
«La difficoltà principale era rappresentata dalla posizione della leva, che si era portata nello spazio foraminale, proprio nel punto in cui dalla colonna fuoriesce la radice nervosa», spiega Oggiano. «Abbiamo dovuto liberare progressivamente il nervo dal corpo estraneo lavorando con estrema precisione per preservarne la funzionalità. Il monitoraggio neurofisiologico ci ha permesso di verificare durante tutte le fasi dell’intervento che le strutture nervose continuassero a funzionare correttamente. Una volta completata questa manovra di distacco dell’oggetto, siamo riusciti a estrarre la leva integra».
Il mistero di un corpo estraneo rimasto nascosto per anni
A rendere la vicenda particolarmente insolita non è stata soltanto la posizione dell’oggetto, ma anche l’assenza di sintomi importanti per un periodo così lungo. «È stato un caso del tutto particolare anche per la storia clinica», sottolinea Pier Francesco Costici. «Il ragazzo era rimasto per ben 3 anni senza sintomi significativi, continuando a svolgere normalmente le proprie attività, nonostante la presenza di un corpo estraneo di queste dimensioni in una sede anatomica molto delicata. Una volta individuata la leva e ricostruito il suo percorso, abbiamo potuto comprendere come fosse rimasta a contatto con la radice nervosa senza determinarne una lesione».
Il caso dimostra come la presenza di un corpo estraneo nei tessuti profondi possa, in circostanze particolari, rimanere clinicamente silente per molto tempo. L’assenza di disturbi immediati dopo un trauma, tuttavia, non esclude necessariamente la presenza di lesioni nascoste.
Il ragazzo torna a camminare e recupera completamente
L’intervento si è concluso senza complicanze. Già la mattina successiva il giovane paziente è riuscito ad alzarsi dal letto e, dopo pochi giorni di osservazione, è stato dimesso. Al controllo successivo il recupero è risultato completo, senza complicanze neurologiche né limitazioni fisiche. Una vicenda dalla dinamica eccezionale, conclusasi positivamente grazie alla diagnostica per immagini e a un intervento chirurgico di grande precisione, che ha permesso di rimuovere un oggetto rimasto nascosto nella schiena di un ragazzo per tre anni.
Leggi anche:
Acqua tratta in bar e ristoranti, cosa è bene sapere
Fobie e DOC: sintomi, differenze e consigli per superarli
PsicologiaAvere paura è normale. È un meccanismo di difesa che accompagna l’essere umano da sempre e lo aiuta a riconoscere i pericoli. Ma cosa succede quando la paura diventa sproporzionata, persistente e difficile da controllare? Quando un pensiero continua a ripresentarsi nella mente oppure un gesto deve essere ripetuto decine di volte per trovare un momentaneo sollievo? È in queste situazioni che possono manifestarsi disturbi come le fobie e il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), due condizioni differenti che possono condividere una caratteristica: l’ansia diventa così intensa da interferire con la vita quotidiana, i rapporti personali e le attività lavorative.
Fobie: quando una paura diventa irrazionale e incontrollabile
La fobia è una paura intensa e persistente nei confronti di un oggetto, un animale o una situazione che non rappresenta necessariamente un pericolo reale proporzionato alla reazione emotiva. Tra le forme più conosciute ci sono la claustrofobia, ovvero la paura degli spazi chiusi, l’acrofobia, legata alle altezze, e l’aracnofobia, la paura dei ragni. Esistono inoltre fobie legate al sangue, agli aghi, al volo o a particolari situazioni sociali. La reazione può essere molto intensa: battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremori, vertigini, nausea e sensazione di perdere il controllo. In alcuni casi può verificarsi un vero e proprio attacco di panico.
Chi soffre di una fobia spesso riconosce che la propria paura è eccessiva, ma questa consapevolezza non basta a neutralizzarla. Per evitare il disagio, tende progressivamente a escludere dalla propria vita le situazioni temute. Un comportamento che offre sollievo nell’immediato, ma può contribuire a mantenere il problema.
Disturbo ossessivo-compulsivo: la prigione dei pensieri ripetitivi
Il disturbo ossessivo-compulsivo presenta caratteristiche diverse. Non si manifesta necessariamente attraverso la paura di qualcosa di esterno, ma attraverso ossessioni, compulsioni o entrambe. Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi indesiderati che si ripresentano con insistenza, provocando ansia e disagio. Le compulsioni, invece, sono comportamenti ripetitivi o rituali mentali che la persona sente di dover compiere per ridurre l’angoscia o prevenire un evento temuto. Un esempio è quello di chi teme continuamente di aver lasciato il gas acceso e torna ripetutamente a controllare i fornelli. Oppure di chi, per paura della contaminazione, si lava le mani così frequentemente da provocarsi irritazioni cutanee.
Esistono anche compulsioni meno visibili, come ripetere mentalmente determinate parole, contare oppure cercare continuamente rassicurazioni. È importante chiarire che il DOC non coincide con l’essere particolarmente ordinati, precisi o perfezionisti. È una condizione clinica che può provocare sofferenza significativa e sottrarre molto tempo alle attività quotidiane.
Qual è la differenza tra fobie e DOC?
La distinzione principale riguarda il meccanismo attraverso il quale si manifesta il disagio. Nelle fobie la paura si concentra generalmente su un oggetto o una situazione specifica e determina soprattutto comportamenti di evitamento. Nel DOC, invece, il problema è spesso alimentato da un circolo vizioso: compare un pensiero intrusivo, aumenta l’ansia, si compie un rituale per ridurla e si ottiene un sollievo temporaneo. Successivamente il pensiero ritorna e il meccanismo ricomincia.
Le due condizioni possono anche coesistere, ma richiedono una valutazione clinica che permetta di distinguerle correttamente.
Perché si sviluppano questi disturbi?
Non esiste una causa unica. Alla loro comparsa possono contribuire predisposizione genetica, caratteristiche individuali, fattori neurobiologici ed esperienze di vita. Alcune fobie possono svilupparsi dopo un evento traumatico o un’esperienza particolarmente spaventosa. Altre emergono senza che sia possibile individuare un episodio preciso. Anche il DOC ha un’origine multifattoriale e non può essere attribuito semplicemente a una personalità ansiosa o alla mancanza di forza di volontà.
Come affrontarli: le terapie che funzionano
La buona notizia è che esistono trattamenti efficaci per entrambe le condizioni. Tra gli interventi maggiormente riconosciuti c’è la terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta a modificare i meccanismi di pensiero e i comportamenti che mantengono il disagio. Per le fobie viene spesso utilizzata l’esposizione graduale: attraverso un percorso strutturato, la persona impara ad affrontare progressivamente ciò che teme, senza ricorrere sistematicamente all’evitamento.
Per il DOC uno degli interventi più indicati è l’esposizione con prevenzione della risposta, conosciuta come ERP. Questo approccio permette di confrontarsi gradualmente con le situazioni che generano ansia, imparando a non ricorrere ai rituali compulsivi. Nei casi in cui sia necessario, lo specialista può valutare anche un trattamento farmacologico, generalmente con medicinali che agiscono sulla serotonina, come alcuni antidepressivi. La scelta dipende dalla gravità dei sintomi e dalle caratteristiche individuali.
Cinque consigli per gestire meglio fobie e pensieri ossessivi
Il primo passo consiste nel riconoscere il problema senza vergognarsene. Una fobia o un disturbo ossessivo-compulsivo non rappresentano una debolezza caratteriale. È utile imparare a distinguere i pensieri dai fatti: immaginare che possa accadere qualcosa di negativo non significa che quell’evento si verificherà. Anche ridurre progressivamente i comportamenti di evitamento e la ricerca continua di rassicurazioni può essere importante, ma nei disturbi più intensi questo percorso dovrebbe essere guidato da un professionista. Tecniche di respirazione, attività fisica regolare e un sonno adeguato possono contribuire alla gestione dello stress, pur non sostituendo le terapie specifiche.
Infine, è fondamentale chiedere aiuto quando paure, pensieri o rituali iniziano a compromettere la quotidianità. Il medico di medicina generale, uno psicologo psicoterapeuta o uno psichiatra possono rappresentare i primi riferimenti.
Quando è il momento di rivolgersi a uno specialista?
Il segnale più importante non è semplicemente la presenza di una paura o di un pensiero indesiderato, ma il loro impatto sulla qualità della vita. Se una persona rinuncia a viaggiare, evita luoghi e relazioni, perde molto tempo nei controlli oppure vive costantemente nell’angoscia, una valutazione specialistica può essere opportuna. Fobie e DOC non devono necessariamente diventare condizioni con cui convivere passivamente. Con un trattamento adeguato è possibile ridurre i sintomi, interrompere i meccanismi che alimentano l’ansia e recuperare libertà nelle scelte quotidiane.
Leggi anche:
Influenza, meno di un anziano su due è vaccinato
Covid, i medici di famiglia segnalano una ripresa della circolazione
Mondo saluteI medici di famiglia segnalano una ripresa della circolazione del Covid, che torna a destare attenzione sul territorio. Dopo una fase di relativa tranquillità, l’aumento dei casi riporta in primo piano le difficoltà legate alla gestione dei pazienti, in particolare per quanto riguarda la prescrizione e l’esecuzione dei test diagnostici. Una situazione che evidenzia alcune criticità nell’assistenza territoriale e la necessità di garantire un monitoraggio adeguato dei casi.
La ripresa della circolazione di Covid tra la popolazione
Negli ultimi mesi, la diminuzione delle restrizioni e il progressivo allentamento delle misure preventive hanno favorito una ripresa della circolazione del virus. I cambiamenti stagionali, insieme all’aumento dei contatti sociali e alla circolazione di nuove varianti, hanno contribuito a incrementare il numero di contagi. I medici di famiglia sono spesso il primo punto di riferimento per i pazienti con sintomi sospetti: da loro dipende in gran parte l’identificazione precoce dei casi e la prevenzione delle forme più gravi.
Tuttavia, questa ripresa presenta tratti diversi rispetto alle ondate precedenti. Il quadro clinico tende a essere meno severo grazie alla diffusione delle vaccinazioni e alle precedenti infezioni, ma non per questo si può abbassare la guardia. Ogni nuovo focolaio rappresenta un potenziale rischio per le persone più fragili, come anziani e immunodepressi.
Pochi test Covid effettuati: quali sono i motivi?
Un aspetto preoccupante è la significativa riduzione dei test Covid eseguiti dai medici di famiglia, nonostante l’aumento dei sintomi riferiti dai pazienti. Sono diversi i fattori che contribuiscono a questa situazione:
– Scarso accesso alle forniture di test: in alcune zone, i medici lamentano difficoltà nel reperire tamponi rapidi o molecolari in quantità adeguata. Questo limita la loro capacità di effettuare diagnosi tempestive.
– Cambiamenti nelle linee guida: le indicazioni sulla necessità di test possono variare frequentemente, inducendo incertezza su quando testare o meno un paziente, soprattutto in presenza di sintomi lievi.
– Sovraccarico lavorativo: con l’aumento delle richieste di visite e consulenze, i medici di famiglia sono spesso oberati dal lavoro e dedicano meno tempo ad ogni singolo caso, riducendo la disponibilità per l’esecuzione o la gestione dei test.
– Minore richiesta da parte dei pazienti: la percezione del rischio è diminuita con il passare del tempo, e molti pazienti si rivolgono meno spontaneamente ai test o preferiscono attendere la scomparsa dei sintomi senza approfondire.
Il ruolo fondamentale dei medici di famiglia nella gestione della pandemia
Il coinvolgimento attivo dei medici di famiglia resta cruciale per il controllo del Covid. Essi rappresentano il primo filtro per evitare che i casi non identificati si diffondano in modo incontrollato. Garantire loro un flusso costante di test diagnostici e supporto organizzativo è indispensabile per affrontare efficacemente la ripresa della circolazione del virus.
Inoltre, i medici di famiglia svolgono un’attività di educazione sanitaria e di orientamento verso la vaccinazione e il rispetto delle norme di prevenzione. Attraverso un approccio proattivo, possono aiutare a contenere la pandemia riducendo tempi di diagnosi e mettendo in atto tempestivamente i protocolli di isolamento.
Strategie per migliorare il numero di test effettuati
Per aumentare il numero di test Covid eseguiti, è necessario adottare alcune misure chiave:
1. Migliore approvvigionamento di tamponi: le autorità sanitarie devono assicurare una distribuzione efficiente e regolare di test rapidi e molecolari ai centri di medicina di famiglia.
2. Aggiornamento continuo delle linee guida: comunicazioni chiare e tempestive sulle indicazioni per la diagnosi aiutano i medici a prendere decisioni più rapide e accurate.
3. Supporto organizzativo e personale: ampliando il personale di supporto e semplificando la procedura per l’esecuzione dei test si ridurrebbe il carico della medicina di base.
4. Campagne di sensibilizzazione verso la popolazione: rendere consapevole il pubblico dell’importanza di eseguire test anche in presenza di sintomi lievi contribuisce a individuare più casi.
La ripresa della circolazione di Covid e la contemporanea riduzione dei test effettuati rappresentano una sfida per il sistema sanitario locale, in particolare per i medici di famiglia. È fondamentale fornire loro gli strumenti e il supporto necessari per gestire al meglio la situazione, evitando che un nuovo aumento dei casi sfugga al controllo. Solo con un impegno congiunto tra istituzioni, operatori sanitari e popolazione sarà possibile rafforzare la risposta alla pandemia e proteggere la salute collettiva.
Influenza, meno di un anziano su due vaccinato.
Anziani, PrevenzioneLa maggior parte dei casi gravi di influenza, compresi quelli che richiedono un ricovero ospedaliero, riguarda persone non vaccinate. Eppure, nell’ultima stagione influenzale, meno di un italiano su due con più di 65 anni si è sottoposto alla vaccinazione antinfluenzale. Un dato che riaccende l’attenzione sulla prevenzione, soprattutto tra le persone anziane e i pazienti più fragili.
A evidenziarlo è stata Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento Malattie Infettive dell‘Istituto Superiore di Sanità, intervenuta in collegamento all’incontro «La prevenzione vaccinale tra innovazione, sostenibilità e fiducia: scenari globali e ruolo della Medicina Generale», organizzato nell’ambito dell’85° Congresso nazionale FIMMG-Metis.
Un confronto che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’industria farmaceutica, delle associazioni dei cittadini e della Medicina Generale per affrontare una questione centrale: come trasformare le opportunità offerte dall’innovazione scientifica in strumenti di prevenzione realmente accessibili alla popolazione.
Influenza, Covid e RSV: la sfida dei virus respiratori
Lo scenario epidemiologico è sempre più complesso. La circolazione contemporanea di influenza, Covid-19 e virus respiratorio sinciziale (RSV) impone di rafforzare la capacità di individuare precocemente le infezioni e proteggere le persone maggiormente esposte alle complicanze.
In questo contesto, la Medicina Generale può svolgere un ruolo determinante anche nella sorveglianza epidemiologica. L’integrazione tra cartelle cliniche, strumenti diagnostici e flussi informativi permetterebbe di conoscere meglio l’andamento delle infezioni respiratorie e orientare tempestivamente le strategie di prevenzione.
Maio (FIMMG): «La prevenzione deve raggiungere concretamente i cittadini»
A sottolineare la centralità dei medici di famiglia è stata Tommasa Maio, responsabile nazionale dell’Area Vaccini FIMMG. «La Medicina Generale può fare la differenza perché conosce la storia clinica dei pazienti, individua le condizioni di rischio e può proporre una prevenzione personalizzata – ha spiegato – ma servono strumenti organizzativi adeguati e regole omogenee su tutto il territorio nazionale».
Il problema, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di nuovi vaccini, ma anche la capacità del Servizio sanitario nazionale di renderli accessibili ai cittadini.
«Non possiamo permettere che l’innovazione viaggi a velocità diverse a seconda del territorio in cui vive il paziente – ha aggiunto Maio –. È necessario superare la frammentazione organizzativa, garantire un accesso semplice alle anagrafi vaccinali e mettere i medici di famiglia nelle condizioni di programmare la prevenzione, anche attraverso la chiamata attiva dei pazienti più esposti al rischio».
Nuovi vaccini e sostenibilità: prevenire conviene anche al sistema sanitario
Il dibattito ha affrontato anche le prospettive dell’innovazione, dai vaccini combinati alle nuove piattaforme tecnologiche, fino alle opportunità di protezione contro virus respiratorio sinciziale e pneumococco. Progressi scientifici che aprono nuove possibilità, ma pongono interrogativi sui tempi di accesso, sulle risorse economiche e sulle differenze nell’offerta vaccinale tra le Regioni. Secondo Guido Di Donato, coordinatore del Gruppo di lavoro Prevenzione Vaccinale di Farmindustria, investire nella prevenzione significa anche contribuire alla sostenibilità del sistema.
«La prevenzione rappresenta una risposta sociale sempre più necessaria, soprattutto alla luce dell’invecchiamento della popolazione. Garantire un accesso tempestivo agli strumenti di prevenzione è fondamentale, anche considerando che gli investimenti nelle vaccinazioni dell’adulto possono generare un ritorno fino a 19 volte la spesa sostenuta». Di Donato ha inoltre richiamato l’importanza del rapporto tra ricerca, innovazione e disponibilità di nuovi strumenti, sottolineando il ruolo del medico di famiglia nell’anticipare l’insorgenza delle malattie anziché intervenire soltanto dopo la loro comparsa.
La sostenibilità delle campagne vaccinali, del resto, non può essere valutata esclusivamente considerando il prezzo delle dosi o il numero delle somministrazioni: occorre misurarne anche gli effetti sulla riduzione delle complicanze, dei ricoveri ospedalieri e sul miglioramento della qualità della vita.
La fiducia dei cittadini passa dal medico di famiglia
Accanto all’innovazione scientifica, resta fondamentale la relazione di fiducia tra cittadini e professionisti sanitari. Lo ha sottolineato Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva, ricordando come il medico di medicina generale rappresenti un riferimento privilegiato per accompagnare le persone nelle scelte di prevenzione. «Nessuno meglio del medico di famiglia conosce il vissuto e la situazione dei propri pazienti, che non sono semplicemente categorie di persone, ma individui in carne e ossa, ciascuno con la propria storia e le proprie esigenze».
Per Mandorino, altrettanto importante è semplificare l’accesso alla vaccinazione, organizzando servizi capaci di ridurre gli ostacoli e rendere più agevole il percorso dei cittadini. All’incontro ha partecipato in collegamento anche Anna Caraglia, direttrice dell’Ufficio 3 – Emergenze sanitarie del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute. Dal confronto emerge una priorità condivisa: costruire una strategia vaccinale nazionale che sappia coniugare sorveglianza epidemiologica, innovazione, sostenibilità economica ed equità di accesso, valorizzando la Medicina Generale come presidio di prossimità e punto di riferimento per la salute dei cittadini.
Leggi anche:
Dieta e grassi, come incidono sul cervello
Passeggiata e rebounding: due esercizi per alleviare il gonfiore ai polpacci
Mondo saluteLa camminata e il rebounding sono due attività fisiche che possono aiutare ad alleviare la sensazione di pesantezza alle gambe e, in alcuni casi, a ridurre il gonfiore associato alla permanenza prolungata in piedi o seduti. Il movimento, infatti, favorisce il ritorno venoso grazie all’azione dei muscoli del polpaccio. I benefici dipendono, tuttavia, dalla causa del gonfiore, che non è sempre riconducibile alla ritenzione idrica o a problemi di circolazione.
Come la camminata aiuta ad alleviare il gonfiore ai polpacci
La camminata è un’attività fisica semplice e accessibile che contribuisce al benessere delle gambe. Durante il movimento, la contrazione dei muscoli del polpaccio favorisce il ritorno del sangue venoso verso il cuore, contrastando il ristagno di sangue negli arti inferiori. Il movimento può inoltre favorire il flusso linfatico, che contribuisce a mantenere l’equilibrio dei liquidi nei tessuti.
Quando si trascorre molto tempo seduti o in piedi senza muoversi, può aumentare la sensazione di pesantezza alle gambe e, in alcune circostanze, comparire un gonfiore alle caviglie e ai polpacci.
Per favorire la circolazione è utile camminare regolarmente, scegliendo un ritmo adeguato alla propria condizione fisica e aumentando gradualmente la durata dell’attività. Una passeggiata di 20-30 minuti può essere un obiettivo ragionevole per chi è già abituato a muoversi, ma anche brevi camminate distribuite durante la giornata possono essere utili. È consigliabile indossare scarpe comode e interrompere periodicamente le attività sedentarie.
Il rebounding: un esercizio per favorire il movimento
Il rebounding consiste nell’eseguire piccoli rimbalzi su un trampolino elastico. Si tratta di un’attività che coinvolge diversi gruppi muscolari, compresi quelli dei polpacci, e che può contribuire a mantenere uno stile di vita attivo.
Come altre forme di esercizio, il rebounding può favorire la circolazione attraverso l’alternanza di contrazione e rilassamento muscolare. Non esistono, tuttavia, prove sufficienti per affermare che sia più efficace della camminata nel ridurre il gonfiore o nel favorire il drenaggio linfatico.
Chi desidera provarlo può iniziare con sessioni brevi e movimenti controllati, aumentando gradualmente la durata in base alla propria tolleranza. È importante utilizzare un trampolino stabile, in un ambiente sicuro, e interrompere l’attività in caso di dolore, capogiri o fastidio. In presenza di problemi articolari, disturbi dell’equilibrio o patologie venose o linfatiche, è opportuno chiedere consiglio a un professionista sanitario prima di iniziare.
I benefici della camminata e del rebounding
Integrare il movimento nella quotidianità può contribuire a migliorare la funzionalità muscolare e circolatoria e ad alleviare la sensazione di gambe pesanti, soprattutto quando è legata alla sedentarietà.
La camminata e il rebounding possono essere alternative o attività complementari, da scegliere in base alle proprie condizioni fisiche e preferenze. Non è necessario praticarle entrambe ogni giorno: la regolarità del movimento e la possibilità di mantenerlo nel tempo sono aspetti importanti.
È bene ricordare che questi esercizi non garantiscono la riduzione del gonfiore e non permettono di intervenire in modo mirato sulle dimensioni del polpaccio. Se il gonfiore dipende da un problema venoso, linfatico o da un’altra condizione medica, potrebbe essere necessario un trattamento specifico.
Consigli pratici per una routine quotidiana
Per favorire il benessere delle gambe è utile associare l’attività fisica ad alcune semplici abitudini. Bere acqua regolarmente aiuta a mantenere una corretta idratazione, mentre un’alimentazione equilibrata, con un consumo moderato di sale, contribuisce alla salute generale. Non è invece necessario seguire diete particolari o assumere prodotti drenanti per stimolare il sistema linfatico.
Un’altra abitudine utile può essere sollevare le gambe per qualche minuto, ad esempio da sdraiati con i piedi appoggiati su un cuscino, se questa posizione risulta confortevole. In alcune persone può favorire una temporanea riduzione del gonfiore legato all’accumulo di liquidi negli arti inferiori.
Chi trascorre molte ore alla scrivania può inoltre cercare di alzarsi e camminare a intervalli regolari, evitando di mantenere a lungo la stessa posizione.
Quando rivolgersi a un professionista
Se il gonfiore ai polpacci persiste, si ripresenta frequentemente o peggiora, è opportuno parlarne con il medico per individuarne la causa e valutare il trattamento più appropriato.
Un gonfiore improvviso, soprattutto se interessa una sola gamba ed è accompagnato da dolore, arrossamento o calore, richiede una valutazione medica urgente perché può essere un segno di trombosi venosa profonda. Se compaiono anche difficoltà respiratorie o dolore al petto, è necessario chiamare immediatamente i soccorsi.
In base alla causa del gonfiore, il medico potrà indicare eventuali accertamenti e consigliare attività fisica, fisioterapia o altri interventi mirati.
Tumore del fegato, svolta con l’immunoterapia
Ricerca innovazioneIl tumore del fegato, anche quando viene diagnosticato in una fase avanzata e non può essere rimosso chirurgicamente, può essere affrontato con strategie terapeutiche capaci di prolungare significativamente la sopravvivenza. È quanto emerge dai nuovi risultati sull’immunoterapia nell’epatocarcinoma, la forma più frequente di tumore primitivo del fegato. I dati aprono prospettive importanti per una malattia che, soprattutto negli stadi più avanzati, è stata a lungo caratterizzata da possibilità terapeutiche limitate.
Al centro dell’attenzione c’è un trattamento che combina due farmaci immunoterapici, tremelimumab e durvalumab, secondo uno schema denominato STRIDE. I risultati del follow-up a lungo termine indicano che il 17,1% dei pazienti trattati è ancora vivo a sei anni, un traguardo particolarmente significativo nel contesto dell’epatocarcinoma avanzato non operabile.
Come funziona la nuova immunoterapia
L’immunoterapia rappresenta una delle innovazioni più importanti dell’oncologia moderna. A differenza della chemioterapia tradizionale, che agisce direttamente sulle cellule tumorali, questi trattamenti aiutano il sistema immunitario a riconoscere e contrastare il cancro.
Il regime STRIDE prevede una prima somministrazione combinata di tremelimumab e durvalumab, seguita dal trattamento con il solo durvalumab. I due medicinali intervengono su differenti meccanismi attraverso i quali il tumore riesce a sottrarsi alla sorveglianza immunitaria. Il tremelimumab agisce sul bersaglio CTLA-4, contribuendo ad attivare la risposta immunitaria, mentre durvalumab blocca PD-L1, una proteina coinvolta nei meccanismi che frenano l’azione dei linfociti contro le cellule tumorali. L’obiettivo è creare una risposta immunitaria iniziale più intensa e successivamente mantenerla nel tempo.
Sopravvivenza a cinque e sei anni: i risultati
Lo studio clinico di fase III HIMALAYA ha documentato risultati rilevanti nei pazienti con epatocarcinoma avanzato non operabile. La sopravvivenza a cinque anni ha raggiunto il 19,6%, mentre quella a sei anni si è attestata al 17,1%. Si tratta di percentuali che assumono particolare valore considerando la complessità della malattia e le condizioni cliniche dei pazienti coinvolti.
Questo non significa che l’immunoterapia sia in grado di guarire tutti i pazienti o che produca gli stessi benefici in ogni situazione. La risposta dipende dalle caratteristiche del tumore, dalla funzionalità del fegato e dalle condizioni generali della persona. I risultati dimostrano tuttavia che una quota di pazienti può ottenere un controllo della malattia prolungato nel tempo, modificando le prospettive terapeutiche anche negli stadi più difficili.
Nuove opportunità anche nelle forme intermedie
Le prospettive non riguardano soltanto i tumori più avanzati. L’impiego dell’immunoterapia in associazione ad altri trattamenti sta mostrando risultati promettenti anche nell’epatocarcinoma in fase intermedia. Una strategia che combina il regime STRIDE con lenvatinib, un farmaco a bersaglio molecolare, e la chemioembolizzazione transarteriosa ha evidenziato una riduzione del 30% del rischio di progressione della malattia. La chemioembolizzazione è una procedura che consente di somministrare farmaci direttamente attraverso i vasi sanguigni che alimentano il tumore, riducendone contemporaneamente l’apporto di sangue. L’integrazione tra trattamenti locali e terapie sistemiche potrebbe contribuire a migliorare il controllo della malattia in pazienti selezionati.
Un tumore che può svilupparsi senza sintomi evidenti
In Italia vengono stimati ogni anno circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. Una delle maggiori difficoltà è rappresentata dalla possibilità che la malattia si sviluppi senza provocare sintomi specifici nelle fasi iniziali. L’epatocarcinoma compare frequentemente in persone con una patologia epatica cronica, in particolare la cirrosi. Il danno al fegato può svilupparsi progressivamente nell’arco di molti anni e diventare evidente quando le alterazioni dell’organo sono già importanti. La presenza di cirrosi rende inoltre più complessa la scelta delle cure oncologiche. Non è sufficiente valutare soltanto dimensioni ed estensione del tumore: occorre considerare anche la capacità residua del fegato di svolgere le proprie funzioni. Per questo motivo il trattamento richiede una valutazione multidisciplinare, con il coinvolgimento di epatologi, oncologi, radiologi interventisti e chirurghi.
Diabete, obesità e fegato grasso: i nuovi fattori di rischio
Accanto ai fattori di rischio tradizionali, come le infezioni croniche da virus dell’epatite B e C e il consumo dannoso di alcol, cresce l’attenzione verso le malattie metaboliche. La MASLD, definizione che identifica la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, è strettamente collegata a sovrappeso, obesità, insulino-resistenza e diabete di tipo 2. Proprio il diabete rappresenta un elemento di particolare preoccupazione: la sua presenza può associarsi a un rischio di epatocarcinoma fino a tre volte superiore rispetto a quello delle persone che non ne soffrono. Questo scenario rende sempre più importante un approccio integrato alla salute del fegato, capace di intervenire anche sui disturbi metabolici e cardiovascolari.
Prevenzione e diagnosi precoce restano decisive
Nonostante i progressi dell’immunoterapia, individuare il tumore nelle fasi iniziali continua a rappresentare una delle strategie più efficaci per migliorare le possibilità di trattamento. Per le persone con cirrosi e per altri gruppi ad alto rischio, le linee guida prevedono programmi di sorveglianza periodica, generalmente attraverso ecografia epatica ogni sei mesi, eventualmente associata ad altri esami secondo la valutazione specialistica. La prevenzione passa inoltre attraverso la vaccinazione contro l’epatite B, la diagnosi e il trattamento dell’epatite C, il controllo del peso corporeo, la gestione del diabete e la riduzione del consumo di alcol. Le nuove terapie rappresentano dunque un importante passo avanti, ma il futuro della lotta al tumore del fegato dipenderà dalla capacità di unire innovazione farmacologica, diagnosi tempestiva e gestione delle malattie croniche che favoriscono l’insorgenza del cancro.
Leggi anche:
Tumori testa-collo, l’eccellenza partenopea