Lavorano, gestiscono la famiglia, si occupano dei genitori anziani. Poi, quando arrivano le 11 di sera e finalmente il mondo si acquieta, leggono, mettono in ordine, organizzano l’indomani oppure, come in questo periodo, si concentrano sul Natale, e magari fanno anche acquisti online per non perdere tempo di giorno. Poi vanno a dormire, con un sonno spesso di cattiva qualità e breve, perché la sveglia suona presto la mattina. Insomma, una vita impegnativa, quella delle donne. Già, perché è di loro che stiamo parlando. E che proprio per questa iperattività presentano un rischio maggiore di insonnia. A soffrirne sono in tante. I dati dicono che il 30-40% della popolazione adulta ha problemi di sonno e di questi, la maggior parte sono donne con una probabilità da due a tre volte maggiore di sviluppare disturbi del sonno rispetto agli uomini. Ma è davvero solo una questione di eccesso di impegni? Non del tutto. «Le cause sono multifattoriali e derivano dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici, culturali e sociali», risponde Claudio Mencacci, co-Presidente SINPF, Società Italiana di Neuropsicofarmacologia. «Il sonno femminile è strettamente legato all’andamento ormonale lungo tutto l’arco della vita. Le prime differenze emergono già con la maturazione sessuale e la comparsa del ciclo mestruale, periodo in cui possono comparire difficoltà di addormentamento o risvegli notturni, spesso transitori ma comunque rilevanti. Il disturbo del sonno può poi accentuarsi nelle diverse fasi della vita adulta: durante la gravidanza, nel periodo del post-partum e, in modo particolarmente significativo, nel periclimaterio, il lungo periodo tra i 45 e i 55 anni che precede la menopausa. Anche nelle età più avanzate, il sonno tende a essere più breve e frammentato».
Accanto alla componente ormonale esiste poi un fattore culturale e sociale molto importante. C’è ancora l’idea che la donna debba essere la persona che si sveglia durante la notte per la gestione della famiglia o delle emergenze domestiche e questo porta a un sonno “culturalmente disturbato”. Ma il bisogno di sonno della donna è generalmente maggiore rispetto a quello dell’uomo. Questo implica una responsabilità culturale e sociale nel creare le condizioni affinché il suo bisogno venga rispettato. Un esempio concreto è il periodo del post-partum, in cui sarebbe fondamentale una maggiore condivisione dei risvegli notturni, coinvolgendo attivamente anche il partner.
Ma c’è di più. Da una recente indagine condotta da Idorsia su un campione di 200 donne italiane, età media 50 anni, è emerso che tra chi dichiara difficoltà di sonno in media per cinque notti a settimana da almeno 6 anni, solo due su cinque sottolineano la presenza di una forma di insonnia cronica. «Le difficoltà legate al sonno e le conseguenze di un cattivo riposo notturno nella vita quotidiana sono spesso poco riconosciute, soprattutto quando riguardano le donne», aggiunge il professor Mencacci. «Eppure le ripercussioni sono molteplici. La carenza di sonno espone a difficoltà di concentrazione e di attenzione durante il giorno, a un livello di stanchezza e astenia più marcato e persistente. A lungo termine, inoltre, aumenta anche il rischio di sviluppare malattie autoimmuni, condizioni di insulino-resistenza e disturbi metabolici, inclusa la tendenza all’aumento di peso». Dormire male, peraltro, aggrava anche la malattia di cui si soffre e lo dichiara oltre la metà del campione intervistato nell’ambito dell’indagine.
Che cosa si può fare? Rimandare quando si tratta della propria salute è molte volte tipico delle donne, e spesso proprio per mancanza di tempo. Ma una soluzione c’è. «Il medico di medicina generale è spesso il primo interlocutore con cui il paziente si confronta, e proprio per questo rappresenta l’anello fondamentale per intercettare il disturbo nelle sue prime manifestazioni», continua il professor Mencacci. «Per identificare i casi di insonnia e soprattutto di quella cronica, servono domande semplici ma mirate: non limitarsi a chiedere “dorme bene?”, ma approfondire aspetti concreti come la qualità del sonno, la frequenza dei risvegli notturni, l’orario di addormentamento, la sensazione di riposo al risveglio. Il medico di medicina generale inoltre può prescrivere terapie farmacologiche specifiche, validate dalle linee guida internazionali e pensate per ristabilire un sonno fisiologico, riducendo i rischi legati alla cronicizzazione o all’abuso di soluzioni improvvisate. Dal punto di vista organizzativo, infine, è un ponte tra il paziente e la rete di specialisti, neurologi, psichiatri, psicologi, ma anche centri del sonno, con cui condividere informazioni e strategie terapeutiche».
Sì anche alle regole di igiene del sonno, che a tutt’oggi rappresentano un caposaldo nella cura dell’insonnia. Significa adottare comportamenti che favoriscano il riposo notturno. In pratica, evitare attività sportive intense nelle ore serali, soprattutto dopo le 18–19, dormire in una stanza ben aerata, priva di stimoli luminosi e di dispositivi elettronici. È fondamentale anche limitare l’uso di smartphone e schermi a luce blu prima di dormire, preferire una cena leggera per non appesantire i processi digestivi e non consumare sostanze stimolanti come caffeina, nicotina e alcol.






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