Il termine “chemsex” descrive l’uso di droghe con l’obiettivo di aumentare il piacere sessuale o prolungare l’atto stesso. Questa pratica è diffusa principalmente tra uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini. Tra le sostanze più utilizzate ci sono metanfetamine, mefedrone, ketamina e acido gamma-idrossibutirrico (GHB o “G”), ma anche crack (cocaina fumata). Alcuni arrivano a iniettarsi le droghe per intensificare l’effetto, un metodo chiamato “slamsex”, particolarmente rischioso.
Il tema è stato affrontato in un editoriale su The Conversation, dai ricercatori Benjamín Gaya-Sancho, Borja Romero Bilbao, Daniel Sanjuán Sánchez, dell’Universidad di San Jorge. Secondo i ricercatori, lo stigma vissuto da alcune comunità può contribuire alla scelta di praticare chemsex, innescando ulteriori problemi.
L’uso di sostanze produce conseguenze fisiche e psicologiche, può spingere a non dormire e non nutrirsi per giorni. La mancanza di sonno, la disidratazione, la tachicardia e l’aumento della pressione sanguigna spesso accompagnano allucinazioni e deliri di persecuzione.
Questi effetti possono sfociare in scompensi psicotici, perdita del contatto con la realtà e un progressivo deterioramento della sfera affettiva, sociale e lavorativa, creando una spirale autodistruttiva difficile da fermare. Ai rischi per la salute si aggiungono le difficoltà nell’accesso alle cure.
Il fenomeno del chemsex ha origini londinesi, ma con i social network ha iniziato a diffondersi nel resto dei Paesi, Italia compresa.
Chemsex e rischi per la salute

Dietro la promessa di libertà e disinibizione si nasconde una realtà complessa fatta di rischi fisici e psicologici, spiegano i ricercatori. Chi è nella stretta della dipendenza si sente intrappolato e incontra ostacoli nel chiedere aiuto.
Salute fisica: il chemsex è associato a comportamenti sessuali rischiosi che aumentano il tasso di trasmissione dell’HIV e di altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST). I partecipanti spesso hanno rapporti con più partner in sessioni che durano molte ore, facendo impennare così il rischio di contagio.
Impatto mentale: chi pratica il chemsex vive spesso esperienze di stigma, stress, senso di colpa o solitudine. Le motivazioni che spingono a intraprendere questa pratica sono molteplici e devono essere analizzate con attenzione, secondo gli specialisti.
Dipendenza: l’uso continuativo di sostanze porta a dipendenza e problemi di intossicazione acuta. I consumatori possono manifestare affaticamento fisico e mentale, idee suicide, psicosi, comportamenti aggressivi o overdose. La perdita di controllo sulle droghe rappresenta un ulteriore rischio.
Le barriere nell’accesso alle cure
Chi pratica il chemsex si trova spesso di fronte a ostacoli per accedere al supporto medico e psicologico.
Stigma e discriminazione: i pregiudizi legati all’uso di droghe, all’orientamento sessuale o alle pratiche sessuali rendono difficile chiedere aiuto. Anche i professionisti sanitari possono contribuire al problema, mostrando scarsa sensibilità o pregiudizi, scrivono gli autori.
Barriere legali e sociali: il consumo di sostanze illegali comporta un ulteriore stigma sociale.
Mancanza di conoscenze: molti consumatori non conoscono i rischi delle droghe utilizzate, mentre i professionisti della salute spesso non comprendono la gravità di situazioni come le overdose da metanfetamine o GHB.
Carenza di servizi integrati: i servizi multidisciplinari sono pochi e poco finanziati. Dove esistono, spesso non soddisfano le esigenze specifiche delle persone coinvolte nel chemsex.
Come affrontare il problema
Affrontare il chemsex richiede interventi su più livelli, secondo i ricercatori.
Assistenza medica coordinata: è necessaria una risposta sanitaria integrata, capace di una presa in carico tempestiva. Strategie mirate alla riduzione del rischio, come terapie di gruppo o piattaforme online, possono fare la differenza. Tuttavia, questi strumenti sono ancora poco sviluppati.
Educazione: informare sui rischi del chemsex e promuovere comportamenti sessuali sicuri sono azioni fondamentali, spiegano gli autori.
Sostegno della comunità: condividere esperienze e informazioni all’interno delle comunità può favorire il supporto reciproco.
Politiche sanitarie inclusive: è necessario considerare il consumo di droghe come un problema di salute pubblica, non come un reato. Ciò include la formazione di professionisti sanitari per ridurre stigma e promuovere empatia, secondo i ricercatori.
Ricerca: approfondire la comprensione del fenomeno è cruciale per sviluppare interventi efficaci. Gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU includono la prevenzione e il trattamento dell’abuso di sostanze e la fine dell’epidemia di IST entro il 2030, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili.


It.Freepik





it.freepik
it.freepik
“Lo studio dimostra che dobbiamo e possiamo tutelare la scuola anche durante un’emergenza sanitaria, garantendo il diritto all’istruzione in sicurezza ed il rispetto del diritto dei minori a che le azioni che li coinvolgono siano sempre nel loro interesse – sottolinea Francesca Incardona, coordinatrice di EuCARE – Di fronte alle difficoltà emerse nella pandemia e alla scarsa attenzione rivolta alle esigenze degli studenti, con un team composto da virologi, medici, epidemiologi e statistici abbiamo sviluppato uno studio che ha conseguito diversi obiettivi: in merito al percorso del contagio nelle scuole, ha rilevato che la chiusura non ha influito molto, in quanto la diffusione del virus era legata all’andamento della pandemia in generale; gli effetti psicosociali e didattici sugli studenti sono stati molto negativi; lo screening salivare con il Metodo Lolli si è rivelato uno strumento diagnostico efficace e poco invasivo”.
“Per valutare l’impatto psicologico delle misure di prevenzione sono stati utilizzati dei questionari validati per misurare lo stato di salute mentale nei giovani, tenendo conto di aspetti emotivi, condotta a scuola, iperattività, relazioni tra compagni – evidenzia la Prof.ssa Sara Gandini – Questi aspetti sono stati analizzati per verificare la situazione psicologica dei giovani e capire come fossero stati condizionati dalle misure di prevenzione e dalle chiusure scolastiche. Si evince complessivamente un aumento dei sentimenti di tristezza e rabbia legati alla DAD, al distanziamento, alle mascherine. Tra gli studenti delle superiori, è emerso un disagio psichico a livelli di anormalità abbastanza elevati, oltre il 10%. Questo disagio aumenta al crescere dell’età e si modifica a seconda di specifiche realtà: oltre alle differenze tra i diversi Paesi, influiscono elementi come la durata del periodo di didattica a distanza e il livello socioeconomico e culturale delle famiglie. Per l’Italia abbiamo potuto constatare anche una perdita di apprendimento, che è significativa nel 2020 e 2021. Questo fenomeno è più accentuato nei ragazzi appartenenti a un livello socioeconomico meno abbiente, mentre il calo di apprendimento di riduce drasticamente nelle famiglie con un più elevato livello culturale, soprattutto della madre. Queste tendenze sono state accentuate dal fatto che l’Italia è stato il Paese con le scuole chiuse più a lungo”.
“Questo studio ha permesso di trovare una maniera per garantire la frequenza a scuola in presenza di agenti patogeni pericolosi come il SARS-CoV-2 – afferma il Prof. Pierluigi Lopalco – Il metodo Lolli si esegue facilmente e rapidamente, con screening a tappeto che permettono di identificare precocemente eventuali cluster di diffusione virale e contenere i contagi. Durante la pandemia la burocrazia ha ostacolato la frequenza scolastica: anche quando sono diventati disponibili test rapidi per controlli a tappeto, per la riammissione a scuola erano necessari ulteriori passaggi, che a seconda delle diverse fasi potevano corrispondere a tamponi molecolari eseguiti presso centri specializzati e a certificazioni del pediatra, tanto che in alcuni casi le regioni hanno preferito chiudere le scuole piuttosto che intasare il sistema diagnostico. Questo progresso nella tecnologia diagnostica offre un approccio più semplice e apre nuove prospettive in futuro per favorire la frequenza scolastica. Per un’applicazione su vasta scala servirà poi una sinergia tra diverse forze: oltre alla collaborazione tra comunità scientifica e sistema sanitario, le istituzioni dovranno guidare il processo e le imprese produrre kit in quantità sufficienti”.


