Tempo di lettura: 4 minutiIl caso di Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba dopo aver accusato un forte mal di testa seguito da un malore, ha riportato l’attenzione sul possibile rapporto tra cefalea e patologie neurologiche acute. È però importante evitare allarmismi: il mal di testa è uno dei disturbi più comuni e, nella grande maggioranza dei casi, non è il segnale di un ictus o di un’emorragia cerebrale.
Stanchezza, stress, disidratazione, mancanza di sonno e tensione muscolare possono provocare cefalea, così come condizioni molto diffuse e ben conosciute come l’emicrania e la cefalea tensiva. Esistono però alcune caratteristiche che rendono necessario chiedere rapidamente assistenza medica. Non conta soltanto quanto il dolore sia intenso: sono soprattutto la modalità con cui compare, la sua evoluzione e gli eventuali sintomi associati a fare la differenza.
Quando il mal di testa arriva all’improvviso
Uno dei campanelli d’allarme più importanti è un mal di testa che compare bruscamente e raggiunge un’intensità elevatissima in pochi secondi o minuti, soprattutto quando viene descritto come un dolore mai provato prima.
È la cosiddetta thunderclap headache, letteralmente cefalea “a rombo di tuono”. Una manifestazione del genere richiede una valutazione urgente perché tra le possibili cause possono esserci condizioni serie, comprese emorragie intracraniche o subaracnoidee.
Questo non significa che ogni cefalea molto forte nasconda necessariamente un’emorragia. L’elemento da non sottovalutare è soprattutto l’esordio improvviso. Anche un mal di testa completamente nuovo e molto diverso da quelli avuti in passato merita particolare attenzione.
Mal di testa e sintomi neurologici: quando è un’emergenza
La situazione diventa ancora più urgente quando alla cefalea si associano disturbi neurologici comparsi improvvisamente.
Tra i segnali che possono indicare un ictus rientrano la perdita di forza o di sensibilità a un braccio, una gamba o un lato del viso, la bocca che improvvisamente appare storta, difficoltà nel parlare o nel comprendere le parole, problemi improvvisi alla vista, perdita dell’equilibrio o della coordinazione e vertigini associate a difficoltà nel camminare.
Possono inoltre comparire un mal di testa molto forte, improvviso e inconsueto oppure, nei casi più gravi, un’alterazione dello stato di coscienza.
In presenza di questi sintomi non bisogna attendere per vedere se il problema passa. L’ictus è una patologia tempo-dipendente: quanto prima viene riconosciuto e trattato, tanto maggiori possono essere le possibilità di limitare il danno cerebrale. È quindi necessario chiamare immediatamente il 112 o il 118.
La regola FAST per riconoscere i segnali dell’ictus
Un metodo semplice per ricordare alcuni dei principali segnali è l’acronimo inglese FAST.
La F di Face invita a osservare il viso: chiedendo alla persona di sorridere, un lato della bocca che rimane abbassato può indicare un deficit neurologico.
La A di Arms riguarda le braccia: si può chiedere di sollevarle entrambe. Se un braccio scende involontariamente o non può essere sollevato, è un segnale d’allarme.
La S di Speech si riferisce al linguaggio: difficoltà improvvise nel pronunciare una frase semplice, parole incomprensibili, confuse o “impastate” richiedono attenzione immediata.
Infine la T di Time ricorda che il tempo è fondamentale. Anche uno solo di questi sintomi, se comparso improvvisamente, giustifica la chiamata ai soccorsi.
Non solo ictus: gli altri campanelli d’allarme
Esistono altre circostanze nelle quali un mal di testa richiede una valutazione urgente. È il caso di una cefalea associata a febbre elevata, vomito importante, perdita di coscienza, confusione, convulsioni o marcata rigidità del collo.
Bisogna prestare particolare attenzione anche al mal di testa che compare dopo un trauma cranico, soprattutto se peggiora, e a un dolore nuovo che aumenta progressivamente con il passare delle ore o dei giorni.
Una cefalea mai avuta prima merita inoltre maggiore cautela durante la gravidanza o nel periodo immediatamente successivo al parto, nelle persone che assumono farmaci anticoagulanti, negli immunodepressi e nei pazienti oncologici.
Anche la comparsa di un mal di testa nuovo dopo i 50 anni viene generalmente considerata con maggiore attenzione rispetto a una cefalea già conosciuta da molti anni.
Quando il mal di testa è più probabilmente benigno
L’errore opposto consiste nel pensare che qualsiasi cefalea sia il segnale di un ictus. Non è così.
Sono generalmente meno preoccupanti i mal di testa che una persona conosce già, che ritornano con caratteristiche simili, iniziano progressivamente e non sono accompagnati da nuovi disturbi neurologici. È quanto accade, per esempio, in molte forme di emicrania o di cefalea tensiva.
Chi da anni presenta occasionalmente lo stesso dolore dopo periodi di stress, poco sonno o molte ore trascorse davanti al computer, con miglioramento attraverso riposo o la terapia abitualmente prescritta, si trova in una situazione molto diversa rispetto a chi avverte improvvisamente quello che descrive come “il peggior mal di testa della propria vita”.
Anche chi soffre abitualmente di cefalea, tuttavia, dovrebbe rivolgersi al medico quando il disturbo cambia improvvisamente caratteristiche, diventa molto più intenso o frequente, compare in circostanze insolite oppure si associa a sintomi mai sperimentati prima.
L’intensità del dolore da sola non permette di capire la causa
Un mal di testa estremamente doloroso non equivale automaticamente a una patologia grave. Allo stesso modo, alcune condizioni neurologiche importanti possono presentarsi senza una cefalea particolarmente intensa.
Per questo è necessario valutare il quadro complessivo. Le domande più utili non riguardano soltanto quanto fa male la testa, ma anche come è iniziato il dolore e cosa sta accadendo contemporaneamente.
È comparso all’improvviso? È diverso dalle cefalee abituali? Sono comparse difficoltà nel parlare, vedere, camminare o muovere un lato del corpo? C’è stata una perdita di coscienza? Il dolore sta peggiorando rapidamente?
Una risposta positiva, soprattutto quando sono presenti sintomi neurologici improvvisi, rende necessaria una valutazione urgente.
Ictus e TIA, perché non bisogna aspettare che passi
Uno dei comportamenti più rischiosi è aspettare alcune ore nella speranza che i sintomi scompaiano spontaneamente.
Anche un disturbo neurologico durato pochi minuti e poi completamente regredito può essere compatibile con un TIA, un attacco ischemico transitorio. La scomparsa dei sintomi non significa che il problema possa essere ignorato: un TIA richiede comunque una valutazione rapida perché può rappresentare il campanello d’allarme di un successivo ictus.
Il messaggio, quindi, non è che avere mal di testa significhi essere a rischio di ictus. Nella maggior parte dei casi la cefalea ha cause benigne. La differenza sta nel riconoscere quando il mal di testa “cambia volto”: un esordio violentissimo e improvviso, un dolore completamente diverso dal solito o la comparsa contemporanea di difficoltà nel parlare, muoversi, vedere o mantenere l’equilibrio non devono essere ignorati.
In queste circostanze non è opportuno cercare autonomamente una diagnosi online né aspettare che il dolore passi. La priorità è chiamare il 112 o il 118 e affidarsi rapidamente alla valutazione dei professionisti sanitari.
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Gen Z tra social network e gioco d’azzardo: effetti su sonno e psiche
Mondo saluteSocial network, smartphone e gioco d’azzardo online fanno parte della quotidianità della Gen Z, ma un utilizzo problematico può avere ripercussioni sul sonno e sul benessere psicologico. I dati più recenti mostrano infatti una crescente attenzione verso l’uso problematico dei social e, soprattutto, verso la diffusione del gioco d’azzardo tra gli adolescenti.
L’obiettivo della prevenzione non è demonizzare la tecnologia, ma riconoscere i comportamenti che possono diventare rischiosi e intervenire prima che interferiscano con la vita quotidiana.
Social network e sonno: quale relazione?
Per la Gen Z i social rappresentano uno strumento di comunicazione, informazione e intrattenimento. Tuttavia, quando l’utilizzo diventa eccessivo o difficile da controllare, può influire sulle abitudini quotidiane e sulla qualità del riposo.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra gli adolescenti europei l’uso problematico dei social è aumentato dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022. Lo stesso rapporto evidenzia un’associazione tra questo comportamento e una maggiore probabilità di dormire meno e andare a letto più tardi.
A incidere sul sonno non è soltanto la luce emessa dagli schermi. Un ruolo importante può essere svolto anche dal tempo trascorso online, dalle notifiche, dai contenuti particolarmente coinvolgenti e dal fatto che l’attività sui social finisca per sottrarre ore al riposo.
Per questo, evitare di utilizzare smartphone e social fino al momento di andare a letto può essere una semplice strategia per proteggere il sonno.
Gen Z e gioco d’azzardo: un fenomeno da non sottovalutare
Il gioco d’azzardo online è diventato facilmente accessibile grazie a smartphone e connessioni internet. Sebbene sia vietato ai minorenni, il fenomeno riguarda anche la popolazione adolescenziale.
I dati preliminari dell’indagine 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che il 23,4% dei ragazzi tra 14 e 17 anni ha dichiarato di aver giocato d’azzardo, mentre il 3,9% presenta caratteristiche riconducibili a un comportamento problematico.
Particolarmente significativo è il dato relativo al gioco esclusivamente online: tra i 14-17enni che giocano soltanto attraverso internet, la quota di giocatori problematici raggiunge il 20%.
Anche l’indagine ESPAD 2024 conferma la rilevanza del fenomeno. In Europa il 23% degli studenti intervistati ha dichiarato di aver giocato per denaro nell’ultimo anno; in Italia la percentuale arriva al 45%.
Quando il gioco diventa un problema
Giocare occasionalmente non significa avere una dipendenza. Il disturbo da gioco d’azzardo si manifesta quando il comportamento diventa persistente, difficile da controllare e comincia a interferire con la vita della persona.
Alcuni segnali possono indicare la necessità di prestare attenzione:
Social, gioco e salute mentale
L’uso problematico dei social e il gioco d’azzardo non sono necessariamente collegati, ma possono inserirsi nello stesso ambiente digitale e associarsi ad alcuni indicatori di disagio.
I dati dell’ISS evidenziano, tra i giovani con comportamento di gioco problematico, una maggiore presenza di difficoltà del sonno, sintomi ansiosi e depressivi e impulsività.
È importante, tuttavia, non interpretare queste associazioni come un rapporto automatico di causa-effetto. Il disagio psicologico può favorire alcuni comportamenti problematici, ma questi ultimi possono anche contribuire ad aggravare una situazione già fragile.
Come prevenire i comportamenti problematici
La prevenzione parte dall’educazione a un uso consapevole della tecnologia. Per proteggere il sonno può essere utile mantenere orari regolari, limitare l’utilizzo dello smartphone nelle ore serali e disattivare le notifiche durante la notte.
Sul fronte del gioco d’azzardo, è importante parlare dei rischi già durante l’adolescenza, coinvolgendo famiglie, scuola e servizi sanitari. Il confronto dovrebbe avvenire senza giudizi, così da rendere più facile chiedere aiuto quando emergono difficoltà.
Un cambiamento significativo nelle abitudini del sonno, l’isolamento, un calo nel rendimento scolastico o l’incapacità di controllare il tempo trascorso sui social o dedicato al gioco sono segnali da non ignorare.
Per la Gen Z, prevenire significa quindi imparare a riconoscere i limiti e mantenere un equilibrio tra vita digitale e vita offline. Proteggere il sonno, conoscere i rischi del gioco d’azzardo e chiedere supporto tempestivamente quando qualcosa sfugge al controllo sono strumenti concreti per tutelare il benessere psicologico.
Caso Alessandro Di Battista: come capire se un paziente è idoneo al volo
Mondo saluteIl caso di Alessandro Di Battista, ricoverato all’Avana dopo un grave malore mentre si trovava a Cuba, ha riportato l’attenzione su un tema poco conosciuto: come si stabilisce se una persona malata può affrontare un trasferimento in aereo.
Il governo italiano ha messo a disposizione un volo sanitario per un eventuale rientro in Italia, ma il trasferimento è subordinato alle condizioni cliniche del paziente. Al momento, secondo le informazioni disponibili, i medici ritengono che non sia ancora possibile affrontare il viaggio.
La decisione non dipende quindi semplicemente dalla gravità della malattia, ma da una valutazione complessiva dei rischi e dei benefici del trasporto, delle condizioni del paziente, della durata del viaggio e delle possibilità di assistenza durante il volo.
Che cosa significa “fit to fly”
In medicina aeronautica si parla di fit to fly, cioè di idoneità al volo. Non esiste però un unico parametro che stabilisca automaticamente se una persona possa salire su un aereo.
La valutazione viene effettuata caso per caso e tiene conto della patologia, della stabilità delle condizioni cliniche, dei trattamenti necessari, della durata del viaggio e delle caratteristiche del trasporto. Anche le condizioni ambientali della cabina possono avere un ruolo. Le linee guida dell’Aerospace Medical Association sottolineano che una condizione clinica instabile rappresenta in generale un motivo per rinviare il viaggio e che devono essere considerati anche altitudine di cabina e durata dell’esposizione.
Nel caso di un trasporto sanitario, la valutazione è ancora più complessa perché non si tratta semplicemente di stabilire se il paziente può viaggiare, ma se può essere trasferito in sicurezza all’interno di un aeromobile dotato delle attrezzature e del personale necessari.
Perché la cabina di un aereo può essere un problema
Un elemento spesso sottovalutato è la pressione atmosferica.
Gli aerei di linea sono pressurizzati, ma la pressione all’interno della cabina non corrisponde normalmente a quella presente al livello del mare. Durante il volo può equivalere a un’altitudine compresa indicativamente tra 1.830 e 2.440 metri. La conseguente riduzione della pressione parziale dell’ossigeno può essere rilevante soprattutto per persone con alcune patologie cardiache, respiratorie o cerebrovascolari.
Anche la presenza di gas intrappolato all’interno dell’organismo può rappresentare un problema, perché il volume del gas aumenta con la diminuzione della pressione ambientale.
È il motivo per cui, per esempio, un pneumotorace non adeguatamente trattato rappresenta una controindicazione al volo. Le indicazioni del CDC prevedono di rinviare il viaggio dopo un pneumotorace fino alla completa riespansione polmonare e per un periodo specifico, che può essere più lungo nei casi traumatici.
Quali condizioni vengono valutate prima del trasporto
La valutazione pre-volo prende in considerazione numerosi aspetti. Tra quelli più importanti ci sono:
Anche patologie apparentemente stabili possono richiedere una valutazione specifica. Il CDC, per esempio, raccomanda particolare attenzione in caso di malattie cardiovascolari, polmonari, ictus recenti, convulsioni, interventi chirurgici e precedenti episodi tromboembolici.
Quanto conta la durata del viaggio
Non è la stessa cosa affrontare un volo di un’ora o un trasferimento intercontinentale di molte ore.
Più il viaggio è lungo, maggiore è il tempo durante il quale il paziente rimane esposto alle condizioni della cabina e più complessa deve essere la pianificazione dell’assistenza. Nel caso di un paziente critico bisogna inoltre considerare autonomia delle apparecchiature, quantità di ossigeno e farmaci disponibili, possibilità di rifornimento e gestione di eventuali emergenze.
Nel caso di Di Battista, proprio la distanza tra Cuba e Italia rende particolarmente importante verificare che il trasferimento possa essere effettuato senza aumentare il rischio per la sua salute.
Aeroambulanza o aereo di linea: non sono la stessa cosa
La modalità di trasporto viene scelta in funzione delle condizioni cliniche.
Un paziente relativamente stabile può, in determinate circostanze, viaggiare su un normale volo di linea con assistenza sanitaria e specifiche misure organizzative. Per alcuni passeggeri possono essere previste anche soluzioni come il trasporto in barella, previa autorizzazione e organizzazione con la compagnia aerea.
Per i pazienti più complessi si ricorre invece all’aeroambulanza, un aeromobile configurato per il trasporto sanitario e dotato delle apparecchiature necessarie per il monitoraggio e il supporto delle funzioni vitali.
In questo caso l’équipe può comprendere, in base alla complessità del paziente, un medico e personale infermieristico con competenze specifiche. Per un paziente intubato è necessaria una competenza rianimatoria adeguata.
Chi decide se il paziente può volare?
La decisione non viene presa sulla base di una semplice checklist valida per tutti.
Nel caso dei trasferimenti sanitari, la struttura che ha in carico il paziente fornisce la documentazione clinica necessaria e l’organizzazione responsabile del trasporto valuta la fattibilità. La decisione è il risultato di un’analisi individuale del rapporto tra rischio e beneficio e può essere modificata anche poco prima della partenza se le condizioni del paziente cambiano.
Nel caso di un rimpatrio internazionale, possono inoltre essere coinvolti i sanitari della struttura che assiste il paziente, quelli della struttura di destinazione e, a seconda delle circostanze, le autorità diplomatiche e sanitarie.
La sicurezza viene prima della velocità
Nel trasporto sanitario aereo, la rapidità è certamente importante, soprattutto quando consente di raggiungere un centro specializzato distante migliaia di chilometri. Ma la velocità non può prevalere sulla sicurezza.
La valutazione fit to fly serve proprio a stabilire quando il trasferimento può essere effettuato e con quali modalità. Stabilità clinica, caratteristiche della patologia, durata del viaggio, pressione di cabina, necessità di ossigeno e supporto ventilatorio, farmaci, monitoraggio e competenze dell’équipe sono tutti elementi che devono essere considerati.
Per questo, davanti a un paziente gravemente malato, la domanda corretta non è semplicemente “può salire su un aereo?”, ma “può affrontare questo specifico viaggio, in questo momento, con questo tipo di assistenza, senza che il trasporto comporti un rischio eccessivo?”.
È su questa valutazione individuale, e non sulla sola diagnosi, che si decide l’idoneità al volo.
Mal di testa, i sintomi da non ignorare
Prevenzione, NewsIl caso di Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba dopo aver accusato un forte mal di testa seguito da un malore, ha riportato l’attenzione sul possibile rapporto tra cefalea e patologie neurologiche acute. È però importante evitare allarmismi: il mal di testa è uno dei disturbi più comuni e, nella grande maggioranza dei casi, non è il segnale di un ictus o di un’emorragia cerebrale.
Stanchezza, stress, disidratazione, mancanza di sonno e tensione muscolare possono provocare cefalea, così come condizioni molto diffuse e ben conosciute come l’emicrania e la cefalea tensiva. Esistono però alcune caratteristiche che rendono necessario chiedere rapidamente assistenza medica. Non conta soltanto quanto il dolore sia intenso: sono soprattutto la modalità con cui compare, la sua evoluzione e gli eventuali sintomi associati a fare la differenza.
Quando il mal di testa arriva all’improvviso
Uno dei campanelli d’allarme più importanti è un mal di testa che compare bruscamente e raggiunge un’intensità elevatissima in pochi secondi o minuti, soprattutto quando viene descritto come un dolore mai provato prima.
È la cosiddetta thunderclap headache, letteralmente cefalea “a rombo di tuono”. Una manifestazione del genere richiede una valutazione urgente perché tra le possibili cause possono esserci condizioni serie, comprese emorragie intracraniche o subaracnoidee.
Questo non significa che ogni cefalea molto forte nasconda necessariamente un’emorragia. L’elemento da non sottovalutare è soprattutto l’esordio improvviso. Anche un mal di testa completamente nuovo e molto diverso da quelli avuti in passato merita particolare attenzione.
Mal di testa e sintomi neurologici: quando è un’emergenza
La situazione diventa ancora più urgente quando alla cefalea si associano disturbi neurologici comparsi improvvisamente.
Tra i segnali che possono indicare un ictus rientrano la perdita di forza o di sensibilità a un braccio, una gamba o un lato del viso, la bocca che improvvisamente appare storta, difficoltà nel parlare o nel comprendere le parole, problemi improvvisi alla vista, perdita dell’equilibrio o della coordinazione e vertigini associate a difficoltà nel camminare.
Possono inoltre comparire un mal di testa molto forte, improvviso e inconsueto oppure, nei casi più gravi, un’alterazione dello stato di coscienza.
In presenza di questi sintomi non bisogna attendere per vedere se il problema passa. L’ictus è una patologia tempo-dipendente: quanto prima viene riconosciuto e trattato, tanto maggiori possono essere le possibilità di limitare il danno cerebrale. È quindi necessario chiamare immediatamente il 112 o il 118.
La regola FAST per riconoscere i segnali dell’ictus
Un metodo semplice per ricordare alcuni dei principali segnali è l’acronimo inglese FAST.
La F di Face invita a osservare il viso: chiedendo alla persona di sorridere, un lato della bocca che rimane abbassato può indicare un deficit neurologico.
La A di Arms riguarda le braccia: si può chiedere di sollevarle entrambe. Se un braccio scende involontariamente o non può essere sollevato, è un segnale d’allarme.
La S di Speech si riferisce al linguaggio: difficoltà improvvise nel pronunciare una frase semplice, parole incomprensibili, confuse o “impastate” richiedono attenzione immediata.
Infine la T di Time ricorda che il tempo è fondamentale. Anche uno solo di questi sintomi, se comparso improvvisamente, giustifica la chiamata ai soccorsi.
Non solo ictus: gli altri campanelli d’allarme
Esistono altre circostanze nelle quali un mal di testa richiede una valutazione urgente. È il caso di una cefalea associata a febbre elevata, vomito importante, perdita di coscienza, confusione, convulsioni o marcata rigidità del collo.
Bisogna prestare particolare attenzione anche al mal di testa che compare dopo un trauma cranico, soprattutto se peggiora, e a un dolore nuovo che aumenta progressivamente con il passare delle ore o dei giorni.
Una cefalea mai avuta prima merita inoltre maggiore cautela durante la gravidanza o nel periodo immediatamente successivo al parto, nelle persone che assumono farmaci anticoagulanti, negli immunodepressi e nei pazienti oncologici.
Anche la comparsa di un mal di testa nuovo dopo i 50 anni viene generalmente considerata con maggiore attenzione rispetto a una cefalea già conosciuta da molti anni.
Quando il mal di testa è più probabilmente benigno
L’errore opposto consiste nel pensare che qualsiasi cefalea sia il segnale di un ictus. Non è così.
Sono generalmente meno preoccupanti i mal di testa che una persona conosce già, che ritornano con caratteristiche simili, iniziano progressivamente e non sono accompagnati da nuovi disturbi neurologici. È quanto accade, per esempio, in molte forme di emicrania o di cefalea tensiva.
Chi da anni presenta occasionalmente lo stesso dolore dopo periodi di stress, poco sonno o molte ore trascorse davanti al computer, con miglioramento attraverso riposo o la terapia abitualmente prescritta, si trova in una situazione molto diversa rispetto a chi avverte improvvisamente quello che descrive come “il peggior mal di testa della propria vita”.
Anche chi soffre abitualmente di cefalea, tuttavia, dovrebbe rivolgersi al medico quando il disturbo cambia improvvisamente caratteristiche, diventa molto più intenso o frequente, compare in circostanze insolite oppure si associa a sintomi mai sperimentati prima.
L’intensità del dolore da sola non permette di capire la causa
Un mal di testa estremamente doloroso non equivale automaticamente a una patologia grave. Allo stesso modo, alcune condizioni neurologiche importanti possono presentarsi senza una cefalea particolarmente intensa.
Per questo è necessario valutare il quadro complessivo. Le domande più utili non riguardano soltanto quanto fa male la testa, ma anche come è iniziato il dolore e cosa sta accadendo contemporaneamente.
È comparso all’improvviso? È diverso dalle cefalee abituali? Sono comparse difficoltà nel parlare, vedere, camminare o muovere un lato del corpo? C’è stata una perdita di coscienza? Il dolore sta peggiorando rapidamente?
Una risposta positiva, soprattutto quando sono presenti sintomi neurologici improvvisi, rende necessaria una valutazione urgente.
Ictus e TIA, perché non bisogna aspettare che passi
Uno dei comportamenti più rischiosi è aspettare alcune ore nella speranza che i sintomi scompaiano spontaneamente.
Anche un disturbo neurologico durato pochi minuti e poi completamente regredito può essere compatibile con un TIA, un attacco ischemico transitorio. La scomparsa dei sintomi non significa che il problema possa essere ignorato: un TIA richiede comunque una valutazione rapida perché può rappresentare il campanello d’allarme di un successivo ictus.
Il messaggio, quindi, non è che avere mal di testa significhi essere a rischio di ictus. Nella maggior parte dei casi la cefalea ha cause benigne. La differenza sta nel riconoscere quando il mal di testa “cambia volto”: un esordio violentissimo e improvviso, un dolore completamente diverso dal solito o la comparsa contemporanea di difficoltà nel parlare, muoversi, vedere o mantenere l’equilibrio non devono essere ignorati.
In queste circostanze non è opportuno cercare autonomamente una diagnosi online né aspettare che il dolore passi. La priorità è chiamare il 112 o il 118 e affidarsi rapidamente alla valutazione dei professionisti sanitari.
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Mortalità dei neonati, migliorare l’assistenza al parto può ridurla del 22%
Bambini, NewsNon un nuovo farmaco né una tecnologia costosa, ma una migliore formazione degli operatori, una diversa organizzazione delle maternità e un controllo continuo della qualità dell’assistenza. Un grande studio condotto in quattro Paesi dell’Africa subsahariana indica che intervenire su questi aspetti può ridurre significativamente il rischio che un bambino muoia durante il parto o nelle prime 24 ore dopo la nascita.
La ricerca, pubblicata il 26 agosto 2026 su Nature Medicine, ha coinvolto 134.630 donne e 139.300 neonati in 16 ospedali di Benin, Malawi, Tanzania e Uganda. Al centro dello studio c’è ALERT, acronimo di Action Leveraging Evidence to reduce perinatal Mortality and Morbidity, un programma pensato per migliorare la qualità dell’assistenza durante il travaglio e il parto.
Il risultato principale è una riduzione del 22% delle probabilità di mortalità perinatale precoce rispetto ai periodi di controllo. L’odds ratio aggiustato è risultato pari a 0,78, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,65 e 0,94.
Che cosa significa mortalità perinatale precoce
Nello studio questo indicatore comprende due eventi: i bambini nati morti dopo essere presumibilmente deceduti durante il travaglio e i neonati morti entro le prime 24 ore di vita.
È una distinzione importante, perché il beneficio osservato riguarda proprio questo endpoint combinato e non significa che il programma abbia dimostrato di diminuire ogni forma di mortalità associata al parto.
Quando i ricercatori hanno analizzato separatamente i cosiddetti nati morti recenti, infatti, la riduzione non ha raggiunto la significatività statistica: l’odds ratio è stato 0,88, con intervallo di confidenza tra 0,68 e 1,13.
Formazione e organizzazione al posto di nuove tecnologie
Uno degli aspetti più interessanti di ALERT è che non si tratta di una nuova terapia. Il programma combina quattro strategie: coinvolgimento di donne, famiglie e personale sanitario nella progettazione degli interventi, formazione pratica degli operatori, programmi strutturati di miglioramento della qualità e mentoring dei responsabili delle maternità.
La formazione ha riguardato, tra gli altri aspetti, la valutazione della donna al momento del ricovero, il monitoraggio durante il travaglio, la preparazione alle emergenze, la comunicazione con le pazienti e il lavoro di squadra.
Gli operatori sono stati formati direttamente negli ospedali attraverso lezioni pratiche e simulazioni. Successivamente ogni reparto ha individuato problemi concreti, introdotto cambiamenti progressivi e controllato i risultati ottenuti. In totale, 484 operatori delle maternità, responsabili della qualità e membri del personale amministrativo hanno ricevuto la formazione iniziale.
Quasi 140 mila neonati coinvolti
Lo studio si distingue anche per le dimensioni. Tra luglio 2021 e dicembre 2023 sono state incluse 134.630 donne, che hanno dato alla luce complessivamente 139.300 bambini.
Gli ospedali erano 16, quattro in ciascuno dei Paesi partecipanti. I ricercatori hanno adottato un disegno chiamato stepped-wedge cluster randomized trial: non sono state randomizzate le singole donne, ma sono stati gli ospedali a introdurre progressivamente ALERT secondo una sequenza stabilita casualmente.
Questo ha permesso di confrontare i risultati registrati negli stessi sistemi sanitari prima e dopo l’introduzione del programma. Circa 60.400 nascite sono avvenute nei periodi di controllo e oltre 74.200 quando ALERT era già operativo.
Diminuiscono anche gli eventi legati alla carenza di ossigeno
Il miglioramento non ha riguardato soltanto l’endpoint principale. Gli eventi ipossico-ischemici, cioè le complicanze associate a un’insufficiente disponibilità di ossigeno intorno al momento della nascita, sono diminuiti del 19%.
L’odds ratio è risultato pari a 0,81, con intervallo di confidenza al 95% tra 0,69 e 0,95. È un dato particolarmente rilevante perché la mancanza di ossigeno durante il parto può provocare conseguenze molto gravi, dalla morte del neonato fino a possibili danni neurologici.
Non tutti gli indicatori, però, sono migliorati. Proprio per questo i risultati richiedono cautela: ALERT ha mostrato un beneficio statisticamente significativo sull’endpoint combinato di mortalità perinatale precoce e su alcuni indicatori di morbilità, ma non ha dimostrato di ridurre in modo significativo i nati morti recenti considerati separatamente.
Perché lo studio è importante
Ogni anno nel mondo circa tre milioni di bambini nascono morti o muoiono poco dopo la nascita. Una quota molto rilevante di questo problema interessa sistemi sanitari con risorse, personale e apparecchiature limitati.
Il valore di ALERT sta quindi anche nel mostrare che migliori risultati non dipendono necessariamente dall’arrivo di tecnologie sofisticate. Applicare in modo più efficace pratiche già conosciute, organizzare il lavoro, formare continuamente gli operatori e individuare rapidamente le criticità può produrre effetti misurabili sulla salute dei neonati.
Restano comunque alcuni limiti. Il trial ha coinvolto soltanto 16 ospedali e, sebbene distribuiti in quattro Paesi diversi, non è possibile concludere automaticamente che gli stessi risultati siano riproducibili in qualunque sistema sanitario. L’efficacia dipende inoltre dalla capacità delle singole strutture di applicare concretamente tutte le componenti del programma.
La qualità dell’assistenza è un intervento sanitario
Lo studio è stato realizzato nell’Africa subsahariana e i risultati non possono essere trasferiti direttamente a Paesi con organizzazioni sanitarie profondamente differenti. Il principio che emerge, però, ha una portata più ampia.
La qualità dell’assistenza può essere considerata essa stessa un intervento sanitario. In medicina l’attenzione è spesso concentrata sull’introduzione di nuovi farmaci, dispositivi e procedure, ma formazione, organizzazione, leadership clinica e controllo sistematico dei problemi possono avere un impatto concreto sugli esiti dei pazienti.
Questo progetto non rappresenta una soluzione definitiva alla mortalità perinatale e non dimostra che un unico modello organizzativo possa funzionare ovunque. Mostra però che, nei contesti in cui molte morti durante e immediatamente dopo il parto sono ancora prevenibili, migliorare il modo in cui vengono fornite cure già conosciute può fare una differenza significativa.
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PreSa Weekly – 28 agosto 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Parodontite, una nuova terapia con luce nel vicino infrarosso colpisce i batteri nocivi e preserva quelli benefici
NewsUna terapia basata sulla luce potrebbe aprire una nuova strada nel trattamento della parodontite, una delle più diffuse malattie infiammatorie che interessano gengive e tessuti di sostegno dei denti. La tecnica è stata battezzata terapia foto-antibatterica mirata nel vicino infrarosso e presenta una caratteristica particolarmente interessante: colpisce selettivamente i batteri considerati nocivi, lasciando sostanzialmente intatti i microrganismi benefici presenti nella bocca.
Riuscire a mantenere questo equilibrio è da tempo una delle principali difficoltà nel trattamento delle alterazioni del microbiota orale.
Una terapia sviluppata dai ricercatori dell’Università di Nagoya
Il nuovo approccio nasce dal lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università di Nagoya, in Giappone. I risultati dello studio, pubblicati sul Journal of Translational Medicine, indicano la possibilità futura di intervenire sulla salute orale in maniera più precisa e meno invasiva rispetto a trattamenti antimicrobici non selettivi.
La parodontite si sviluppa infatti in presenza di una profonda alterazione dell’equilibrio tra i batteri che compongono il microbiota della bocca. In questa condizione i microrganismi benefici possono diminuire, mentre alcune specie potenzialmente dannose riescono a proliferare e ad assumere un ruolo predominante.
Il ruolo di Porphyromonas gingivalis
Tra i batteri maggiormente coinvolti nella malattia parodontale spicca Porphyromonas gingivalis, considerato un microrganismo chiave nei processi che favoriscono l’infiammazione e modificano l’intera comunità microbica presente nel cavo orale.
Con la progressione dell’infiammazione possono essere danneggiati i tessuti gengivali e l’osso che sostiene i denti. Nel tempo la malattia può provocare mobilità dentale, perdita dei denti, fastidio e dolore persistente.
Le conseguenze della parodontite, inoltre, non riguardano esclusivamente la bocca. La malattia parodontale è stata associata, nell’ambito di numerosi studi, anche a condizioni sistemiche come il diabete e l’artrite reumatoide, anche se la natura e i meccanismi di queste associazioni continuano a essere oggetto di ricerca.
Il problema dei trattamenti poco selettivi
I trattamenti tradizionali della parodontite, a partire dalla rimozione professionale della placca batterica e dei depositi accumulati sui denti, puntano a ridurre la quantità di microrganismi responsabili dell’infiammazione e a ristabilire condizioni compatibili con la salute gengivale.
Il problema di alcune strategie antimicrobiche è però la scarsa selettività. Nel tentativo di eliminare i batteri nocivi possono essere colpiti anche microrganismi che fanno normalmente parte di un microbiota orale sano.
I ricercatori giapponesi hanno quindi guardato a una tecnologia sviluppata inizialmente nel campo oncologico: la fotoimmunoterapia nel vicino infrarosso, che utilizza la luce per attivare un composto terapeutico capace di riconoscere specifici bersagli.
Un anticorpo guida il trattamento verso il batterio
Adattando questo principio ai batteri del cavo orale, il gruppo ha sviluppato la terapia foto-antibatterica mirata nel vicino infrarosso.
Al centro del metodo si trova uno speciale anticorpo in grado di riconoscere Porphyromonas gingivalis. L’anticorpo viene collegato a un colorante fotosensibile. In questo modo il composto riesce a legarsi al batterio bersaglio.
Quando successivamente viene esposto alla luce nel vicino infrarosso, il colorante si attiva e il trattamento provoca un danno alla membrana esterna del microrganismo sufficiente a determinarne la morte.
Nei primi esperimenti di laboratorio la precisione si è rivelata particolarmente promettente: il complesso formato da anticorpo e colorante si è legato a Porphyromonas gingivalis, mentre altri batteri e le cellule gengivali umane analizzate sono rimasti sostanzialmente inalterati.
Cellule gengivali e sperimentazione animale
Il meccanismo presenta quindi una differenza importante rispetto agli approcci antimicrobici che agiscono in maniera più indiscriminata sulla popolazione batterica.
I ricercatori hanno inoltre esposto cellule gengivali umane al trattamento per valutarne la risposta. I risultati ottenuti finora indicano che le cellule hanno continuato a crescere e a ripararsi normalmente, suggerendo la possibilità di eliminare selettivamente il microrganismo nocivo senza compromettere i tessuti circostanti.
La terapia è stata sperimentata anche in modelli animali di malattia gengivale, producendo risultati incoraggianti anche sul controllo della parodontite e sull’equilibrio della comunità microbica orale.
Si tratta, tuttavia, di una strategia ancora in fase sperimentale. Prima di poter stabilire se questa tecnologia possa diventare un trattamento disponibile nella pratica odontoiatrica saranno necessari studi clinici sull’uomo, indispensabili per verificarne definitivamente sicurezza, efficacia, modalità di applicazione e durata dei benefici.
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Settimana della Scienza 2026 allo Spallanzani: sei giorni di eventi per i 90 anni dell’Istituto
Bambini, Eventi d'interesseDal 20 al 25 settembre 2026 torna a Roma la “Settimana della Scienza”, accompagnata dalla tradizionale “Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori”, organizzata dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” IRCCS. Un’edizione particolarmente significativa, che si inserisce nelle celebrazioni per due importanti anniversari: i 90 anni dalla fondazione dell’Istituto e i 30 anni dal riconoscimento come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico.
La Settimana della Scienza rappresenterà uno dei momenti centrali del calendario di iniziative organizzato nel corso del 2026 per ricordare queste ricorrenze, con un programma pensato per coinvolgere operatori sanitari, cittadini, famiglie, studenti, bambini e appassionati.
Ricerca, innovazione e salute al centro dell’iniziativa
“Queste due ricorrenze raccontano una storia fatta di ricerca, innovazione e cura”, spiega la direttrice generale Cristina Matranga, sottolineando la volontà di aprire l’Istituto alla cittadinanza e di raccontare in maniera accessibile le attività scientifiche svolte quotidianamente.
Nel programma sono previsti oltre 30 laboratori interattivi, cineforum, incontri con medici e ricercatori, insieme a iniziative dedicate al rapporto tra scienza, prevenzione e benessere. Particolare attenzione sarà dedicata quest’anno anche allo sport, considerato uno strumento fondamentale per favorire un buono stato di salute fisica e psicologica.
Da questa idea nasce “Corri per la Scienza”, la gara podistica che domenica 20 settembre inaugurerà la manifestazione. Il percorso attraverserà interamente i viali dello Spallanzani e del vicino ospedale San Camillo.
Un dialogo tra ricercatori e cittadini
Per il direttore scientifico Enrico Girardi, la ricerca biomedica non può essere considerata un’attività distante dalla società. Le conoscenze prodotte nei laboratori diventano infatti strumenti e interventi destinati a migliorare la salute della popolazione.
La Settimana della Scienza sarà quindi anche un’occasione di confronto diretto: da una parte medici e ricercatori potranno mostrare concretamente il proprio lavoro, dall’altra potranno ascoltare le aspettative e le esigenze dei cittadini, raccogliendo indicazioni utili per orientare una ricerca sempre più vicina ai bisogni reali della comunità.
Il programma dal 20 al 22 settembre
La manifestazione inizierà domenica 20 settembre alle 8.30 con “Corri per la Scienza”, articolata in una gara non competitiva di 5 chilometri e una competitiva di 10 chilometri. A seguire si terrà “Life Talk: la vita, l’emergenza, la cura”, incontro dedicato alle esperienze di chi ogni giorno lavora nella gestione della cura e delle emergenze sanitarie.
Lunedì 21 settembre alle 11 sarà invece la volta di “La Scienza si incontra”, confronto tra gli IRCCS del Lazio per favorire la collaborazione, lo scambio di competenze e lo sviluppo di progettualità comuni nella ricerca biomedica e nella sanità.
Martedì 22 settembre, alle 9.30, bambini della scuola dell’infanzia saranno protagonisti di “Viaggio alla scoperta del mondo invisibile”, percorso esperienziale composto da cinque laboratori. Alle 16 si terrà “Dalla Ricerca alla Comunità”, incontro tra esperti dello Spallanzani, delle Asl e della Regione Lazio dedicato alla prevenzione dell’HIV e delle infezioni sessualmente trasmissibili. Seguirà un incontro aperto al pubblico con Elena Di Cioccio, dedicato a prevenzione, informazione e lotta allo stigma.
Cinema, divulgazione e musica
Mercoledì 23 settembre, dalle 9.30, “Cinema & Scienza” proporrà agli studenti delle scuole secondarie il film “An Honest Liar” e la conferenza-spettacolo “Credere l’incredibile: perché crediamo a ciò che non è vero”, condotta dai divulgatori scientifici Massimo Polidoro ed Emilio Giovenale.
Alle 19 è previsto un aperitivo scientifico tra studenti universitari, ragazzi delle scuole superiori e ricercatori dell’ISSNAF, Italian Scientists & Scholars in North America Foundation. Alle 20.30 sarà invece proiettato, in un appuntamento aperto a tutti, “Interstellar”.
Giovedì 24 settembre alle 9.30 proseguirà “Cinema & Scienza” con “120 battiti al minuto”, rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. La giornata terminerà alle 20.30 con il concerto di Gerardo Di Lella e della Pop Orchestra.
La Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori
Il momento conclusivo arriverà venerdì 25 settembre dalle 18 con la Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori. Lo Spallanzani proporrà 34 laboratori, installazioni, giochi scientifici ed esperienze immersive pensati per coinvolgere persone di tutte le età e avvicinare il pubblico alla ricerca attraverso attività pratiche e partecipative.
Durante tutta la settimana sarà inoltre possibile visitare una mostra fotografica dedicata ai 90 anni di storia dello Spallanzani, un percorso attraverso immagini, persone, ricerca e assistenza sanitaria che hanno accompagnato quasi un secolo di vita dell’Istituto.
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A Napoli oltre 1.500 accessi al Pronto soccorso: pesano caldo e ondate di calore
Anziani, NewsIl caldo non lascia tregua nelle principali città italiane e da Napoli arriva un vero e proprio allarme: sono stati oltre 1.500 gli accessi registrati nell’ultima settimana al Pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli, con una media di circa 217 pazienti al giorno. Numeri particolarmente elevati, sui quali hanno inciso anche le conseguenze delle ondate di calore che continuano a interessare il territorio e a mettere maggiormente a rischio le persone più fragili.
Il picco massimo è stato raggiunto nella giornata di lunedì 24 agosto, quando al Pronto soccorso del grande ospedale napoletano si sono presentate 256 persone. Un’affluenza che conferma la forte pressione sostenuta dalla struttura durante il periodo estivo e, in particolare, nelle giornate caratterizzate dalle temperature più elevate.
Il caldo pesa soprattutto sui pazienti più fragili
A contribuire all’aumento degli accessi sono state soprattutto le conseguenze del caldo sugli anziani e sui pazienti affetti da patologie croniche o multiple. Le alte temperature possono infatti favorire la riacutizzazione di problemi di salute già presenti e rendere più complessa la gestione delle condizioni cliniche delle persone fragili.
Tra le problematiche riscontrate figurano in particolare le insufficienze renali, che possono aggravarsi anche in presenza di disidratazione e di un’alterazione dell’equilibrio dei liquidi nell’organismo. Sono soprattutto gli anziani, spesso già interessati da diverse patologie pregresse, a dover ricorrere con maggiore frequenza alle cure dei sanitari durante le fasi più intense delle ondate di calore.
Una parte significativa dei pazienti anziani arrivati al Cardarelli nell’ultima settimana è stata inoltre trasferita da RSA, le residenze sanitarie assistenziali.
Accessi in crescita del 10% rispetto alla media del 2025
Il trend registrato negli ultimi giorni conferma un incremento importante della pressione sul Pronto soccorso. Gli accessi dell’ultima settimana risultano infatti superiori del 10% rispetto alla media annuale registrata nel 2025.
Una situazione che non riguarda soltanto le giornate più recenti. Secondo la direzione dell’ospedale, l’effetto delle alte temperature si è fatto sentire sul Pronto soccorso per gran parte della stagione estiva.
«Oggi siamo alle prese con le ondate di calore, che ci tengono in allerta perché fanno alzare anche di 6-7 gradi le temperature medie stagionali, ma il caldo ha inciso pesantemente sul nostro Pronto soccorso in tutto il periodo estivo», spiega il direttore generale del Cardarelli, Antonio d’Amore.
Al Cardarelli arrivano pazienti anche da fuori Napoli
La pressione sulla struttura è determinata anche dalla provenienza dei pazienti. Il Cardarelli, infatti, non rappresenta un punto di riferimento soltanto per Napoli e per il territorio cittadino.
«A ciò si associa il fatto che spesso i pazienti arrivano da territori che non coincidono con l’area di Napoli, ossia da fuori città, provincia e anche da fuori regione», sottolinea d’Amore.
Il grande ospedale napoletano continua quindi ad attirare pazienti provenienti da un bacino molto più ampio rispetto a quello strettamente cittadino, aumentando ulteriormente il numero delle persone che ogni giorno si rivolgono al suo Pronto soccorso.
Il fenomeno delle “seconde cure”
Un altro elemento evidenziato dalla direzione generale è il consolidamento del fenomeno delle cosiddette “seconde cure”. Si tratta di pazienti che hanno già effettuato un primo accesso in un’altra struttura sanitaria ma che, successivamente, decidono di raggiungere autonomamente il Cardarelli.
«Abbiamo riscontrato il consolidarsi del fenomeno delle seconde cure, con una quota significativa di pazienti che, dopo un primo accesso e una valutazione presso altra struttura sanitaria, rifiutano la prosecuzione del percorso assistenziale presso la struttura di primo accesso e raggiungono autonomamente il Pronto Soccorso del Cardarelli per il prosieguo dell’iter diagnostico-terapeutico», afferma il direttore generale.
Una dinamica che contribuisce a incrementare ulteriormente il carico di lavoro del personale e il numero complessivo degli accessi.
Già 155 accessi nella giornata di oggi
La pressione sul Pronto soccorso resta elevata anche nelle ultime ore. Nella giornata di oggi, secondo la rilevazione effettuata alle ore 19, gli accessi risultavano già 155. Il dato conferma una situazione che continua a richiedere particolare attenzione, soprattutto mentre le alte temperature mantengono elevato il rischio per anziani, pazienti cronici e persone con condizioni di salute già compromesse.
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Tumore del fegato, chirurgia possibile dopo immunoterapia
NewsPer molti pazienti con carcinoma epatocellulare avanzato la chirurgia non rappresenta, al momento della diagnosi, una possibilità concreta. Ma l’arrivo di terapie sistemiche più efficaci potrebbe rendere meno netto il confine tra tumori operabili e non operabili. A suggerirlo è il trial randomizzato di fase III TALENTOP, pubblicato su The Lancet, che ha valutato la resezione epatica dopo una risposta favorevole alla combinazione di due farmaci immunoterapici.
Dalla terapia alla possibilità di operare
Lo studio ha coinvolto pazienti con un tumore del fegato localmente avanzato, già esteso ai principali vasi sanguigni, ma senza metastasi in altri organi.
Tutti hanno iniziato con una combinazione di immunoterapia e di un secondo trattamento capace di ostacolare la formazione dei vasi sanguigni di cui il tumore ha bisogno per crescere.
L’obiettivo era capire se, dopo aver ottenuto un buon controllo della malattia con i farmaci, fosse possibile rivalutare pazienti inizialmente considerati non operabili e portarli in sala operatoria.
È il principio della cosiddetta terapia di conversione: usare i farmaci non soltanto per rallentare il tumore, ma anche per cercare di trasformare una malattia non operabile in una malattia che può essere rimossa chirurgicamente.
Finora, nel tumore del fegato, questa possibilità era stata studiata soprattutto attraverso piccoli studi e singole esperienze cliniche. Il trial TALENTOP offre quindi dati più solidi.
Non tutti i pazienti sono diventati candidati alla chirurgia
Lo studio è stato condotto in 24 ospedali cinesi e ha inizialmente coinvolto 489 pazienti. Dopo i primi cicli di terapia, i medici hanno rivalutato la situazione. Solo i pazienti nei quali il tumore si era ridotto oppure era rimasto stabile, e nei quali l’intervento era diventato tecnicamente possibile, hanno potuto proseguire nella fase successiva dello studio.
Sono stati 201, circa il 41% dei pazienti inizialmente trattati. La metà circa è stata sottoposta a intervento chirurgico, mentre gli altri hanno continuato con la terapia farmacologica. Questo dato, però, non significa che il 41% di tutti i pazienti con tumore avanzato del fegato possa diventare operabile: si trattava infatti di persone selezionate con criteri molto precisi.
Con la chirurgia quasi nove mesi in più
Dopo un periodo di osservazione di circa un anno e mezzo, nei pazienti sottoposti a intervento sono trascorsi mediamente 20,4 mesi prima che il trattamento fallisse, contro 11,8 mesi nei pazienti che avevano continuato soltanto con i farmaci.
La differenza è quindi di circa nove mesi. In termini statistici, nel gruppo sottoposto a chirurgia il rischio complessivo di andare incontro a recidiva, progressione della malattia, comparsa di metastasi fuori dal fegato o morte è risultato inferiore di circa il 40%. È un risultato importante, ma va interpretato correttamente.
Lo studio non dimostra ancora che l’intervento faccia vivere più a lungo. Per sapere se esiste anche un vantaggio sulla sopravvivenza complessiva bisognerà seguire i pazienti per un periodo maggiore.
L’intervento comporta anche più rischi
La chirurgia, naturalmente, aggiunge rischi e possibili complicazioni.
Gli effetti avversi più seri sono stati osservati nel 39% dei pazienti sottoposti all’intervento, contro il 21% di quelli che hanno continuato soltanto la terapia farmacologica. Tra i problemi più frequenti sono state osservate alterazioni degli esami del fegato, riduzione delle piastrine e presenza di proteine nelle urine.
Nel gruppo operato si sono verificati anche due decessi considerati collegati al trattamento, entrambi associati a gravi problemi della funzione epatica.
Per questo un percorso di questo tipo non può essere applicato automaticamente a tutti. La decisione deve essere presa caso per caso, possibilmente in centri con grande esperienza nella chirurgia del fegato e attraverso il confronto tra oncologi, chirurghi, epatologi e radiologi.
Un risultato promettente, ma riguarda pazienti molto selezionati
È importante ricordare chi erano i partecipanti allo studio.
Non avevano metastasi al di fuori del fegato, non avevano ricevuto precedenti trattamenti e avevano mostrato almeno una stabilizzazione della malattia con la terapia iniziale. Inoltre, al momento della rivalutazione, il tumore doveva risultare effettivamente asportabile.
Non sarebbe quindi corretto concludere che quattro pazienti su dieci con tumore avanzato del fegato possano diventare candidati alla chirurgia.
C’è inoltre un altro limite: lo studio è stato condotto interamente in Cina. Le cause delle malattie del fegato, le caratteristiche dei pazienti e anche l’esperienza chirurgica possono essere diverse rispetto all’Europa o agli Stati Uniti. Saranno quindi necessari altri studi per capire quanto questi risultati possano essere applicati anche alle popolazioni occidentali.
Lo studio ha inoltre ricevuto finanziamenti pubblici e da parte dell’industria farmaceutica, e alcuni degli autori hanno dichiarato rapporti economici con aziende del settore.
Il confine tra tumore operabile e non operabile potrebbe diventare meno rigido
Il punto più interessante dello studio non è che tutti i pazienti debbano essere operati dopo l’immunoterapia. Il messaggio è un altro: un tumore considerato non operabile al momento della diagnosi potrebbe non esserlo per sempre. Se i farmaci riescono a ridurre o controllare sufficientemente la malattia, può avere senso rivalutare la possibilità di un intervento.
In alcuni pazienti accuratamente selezionati, quindi, la terapia potrebbe diventare una sorta di ponte verso la chirurgia, aprendo una possibilità che inizialmente sembrava esclusa. Serviranno conferme in altri Paesi e soprattutto dati più maturi sulla sopravvivenza. Ma TALENTOP rafforza un concetto destinato probabilmente a diventare sempre più importante: nel tumore del fegato avanzato, il confine tra ciò che è operabile e ciò che non lo è potrebbe essere più dinamico di quanto si pensasse fino a pochi anni fa.
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Morbillo, il rischio epidemico nelle singole scuole
News, PrevenzioneLe percentuali medie di vaccinazione di una contea o di una grande area geografica possono apparire rassicuranti e, nello stesso momento, nascondere singole comunità nelle quali il morbillo trova già condizioni favorevoli alla diffusione. È questo uno dei risultati più rilevanti dello studio pubblicato su Nature Medicine da Siyu Chen e Ana I. Bento, ricercatrici della Cornell University.
Il lavoro suggerisce che, quando si parla di un’infezione estremamente contagiosa come il morbillo, non conta soltanto quanti bambini siano vaccinati, ma anche dove si trovino quelli che non sono immuni.
Oltre 50 mila scuole analizzate
I ricercatori hanno costruito una vasta banca dati relativa al periodo 2013-2025, raccogliendo informazioni provenienti da 45 Stati americani e Washington DC. L’analisi comprende oltre 50.000 scuole, circa 13.000 distretti scolastici e più di 3.000 contee.
Su questi dati è stato applicato un modello matematico per stimare il numero riproduttivo effettivo del morbillo alle diverse scale geografiche, cioè la capacità del virus di continuare a diffondersi dopo essere stato introdotto in una comunità.
Il risultato più significativo emerge passando dalla contea alla singola scuola. A livello scolastico, infatti, il potenziale di trasmissione aveva già superato la soglia compatibile con una crescita epidemica nel 2022-2023, quindi due-tre anni prima delle grandi epidemie osservate nel 2025 e nel 2026. Utilizzando soltanto i dati aggregati delle contee, questo segnale non risultava visibile.
Perché la stessa media può indicare rischi diversi
Il motivo riguarda il cosiddetto clustering, cioè la concentrazione delle persone suscettibili all’interno di determinate comunità.
Due territori possono avere, per esempio, una copertura vaccinale complessiva del 90%. Nel primo, il 10% di bambini non vaccinati può essere distribuito in modo abbastanza uniforme tra molte scuole. Nel secondo, buona parte degli stessi bambini può frequentare soltanto pochi istituti.
La media è identica, ma lo scenario epidemiologico cambia profondamente. Dove le persone suscettibili sono concentrate, un caso di morbillo introdotto dall’esterno può incontrare una rete sufficientemente ampia di individui non immuni da sostenere una catena di trasmissione.
Il principio era già noto alla ricerca epidemiologica. Il valore dello studio di Chen e Bento consiste nell’averlo osservato attraverso una banca dati nazionale e confrontando contemporaneamente scuole, distretti e contee.
Dopo la pandemia è aumentata la suscettibilità
L’analisi individua anche un cambiamento nel tempo. La quota media di popolazione considerata suscettibile al morbillo sarebbe aumentata da circa il 5% a circa il 10% dopo la pandemia di Covid-19.
Tra i fattori indicati figurano le interruzioni delle attività vaccinali durante la pandemia, la riduzione delle coperture e l’aumento dell’esitazione vaccinale.
Il quadro è coerente con i dati epidemiologici più recenti. Gli Stati Uniti avevano dichiarato eliminata la trasmissione endemica del morbillo nel 2000, ma nel 2025 e nel 2026 il virus è tornato a provocare numerose epidemie. Al 20 agosto 2026 i CDC registravano 2.777 casi confermati soltanto dall’inizio dell’anno.
La copertura MMR tra i bambini della scuola dell’infanzia, inoltre, è scesa dal 95,2% dell’anno scolastico 2019-2020 al 92,4% nel 2025-2026. Una media nazionale che, ancora una volta, non descrive le differenze molto più marcate presenti tra le singole comunità.
Il virus non rispetta i confini amministrativi
Lo studio richiama l’attenzione anche sul rischio di spillover tra territori confinanti. Le relazioni sociali, gli spostamenti quotidiani e la frequentazione di scuole o attività comuni non coincidono necessariamente con i confini amministrativi delle contee.
Una zona con una buona copertura vaccinale può quindi risentire della vicinanza con comunità nelle quali la quota di persone suscettibili è maggiore. In determinate condizioni, le interazioni tra popolazioni confinanti possono aumentare il potenziale di trasmissione anche in territori che, osservati isolatamente, sembrerebbero sufficientemente protetti.
Una sorveglianza più vicina alle comunità
La conseguenza pratica riguarda il modo in cui viene misurato il rischio. Secondo gli autori, affidarsi soltanto alle medie regionali o di contea può impedire di individuare precocemente le sacche locali di suscettibilità.
Dati a livello di scuola e di distretto potrebbero invece aiutare a riconoscere le comunità nelle quali un caso importato avrebbe maggiori probabilità di generare trasmissione sostenuta, permettendo interventi più mirati.
Non significa necessariamente aumentare indistintamente gli interventi ovunque. Significa soprattutto comprendere dove si stanno concentrando le persone non immuni.
Cosa dimostra davvero lo studio
Il lavoro non permette di prevedere con certezza dove e quando scoppierà una nuova epidemia. Si tratta di uno studio epidemiologico basato su dati vaccinali e modellizzazione matematica, e le stime dipendono quindi dalle caratteristiche dei dati disponibili e dalle ipotesi incorporate nel modello.
I risultati quantitativi riguardano inoltre gli Stati Uniti e non possono essere trasferiti automaticamente ad altri Paesi.
Il principio generale, tuttavia, ha una rilevanza più ampia: una stessa percentuale media di vaccinati può corrispondere a rischi molto differenti se cambia la distribuzione delle persone suscettibili.
Ed è probabilmente questo il messaggio più importante. Le epidemie americane del 2025-2026 non vengono presentate dallo studio come eventi prevedibili con certezza anni prima. Il modello mostra però che un segnale di vulnerabilità era già comparso nelle singole scuole nel 2022-2023, mentre le statistiche aggregate continuavano a nasconderlo.
Nel caso del morbillo, quindi, conoscere la media può non essere sufficiente. Per capire davvero il rischio occorre sapere anche che cosa, e soprattutto chi, quella media sta nascondendo.
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