Virus sinciziale, cosa cambia il vaccino in gravidanza
Un vaccino somministrato durante la gravidanza può offrire al neonato una protezione importante contro il virus sinciziale (RSV), proprio nei mesi in cui il rischio di sviluppare forme gravi è maggiore. A confermarlo sono nuovi dati raccolti nella pratica clinica reale in Australia: la vaccinazione materna con RSVpreF è risultata associata a una riduzione del 77,8% dei ricoveri per malattia delle basse vie respiratorie causata da RSV nei primi sei mesi di vita. Nei primi due mesi la protezione stimata ha raggiunto l’86,3%.
Un risultato ottenuto nella pratica clinica reale
Il dato arriva dallo studio STREETON, pubblicato online il 17 agosto 2026 su JAMA Pediatrics. A renderlo particolarmente interessante è il fatto che non si tratta di un nuovo trial clinico controllato, ma di un’analisi condotta dopo l’introduzione della vaccinazione nella normale assistenza sanitaria.
I ricercatori hanno esaminato i ricoveri avvenuti in nove ospedali australiani tra marzo 2025 e febbraio 2026, durante il primo anno di utilizzo di RSVpreF nel programma nazionale australiano di immunizzazione.
Perché l’RSV preoccupa soprattutto nei neonati
Il virus respiratorio sinciziale è una delle principali cause di malattie delle basse vie respiratorie nei bambini piccoli. Può provocare bronchiolite e polmonite e, nelle forme più importanti, rendere necessarie ossigenoterapia, ventilazione o assistenza in terapia intensiva.
Il periodo più delicato coincide con i primi mesi dopo la nascita: nello studio circa tre quarti dei bambini ricoverati con malattia delle basse vie respiratorie avevano tre mesi o meno.
La vaccinazione in gravidanza sfrutta il trasferimento degli anticorpi materni attraverso la placenta. La madre produce anticorpi diretti contro il virus, che raggiungono il feto e permettono al neonato di nascere con una forma di immunità passiva, particolarmente utile quando il suo sistema immunitario è ancora immaturo.
Lo studio ha coinvolto oltre mille bambini
L’indagine australiana è uno studio retrospettivo caso-controllo con disegno “test-negative”, una metodologia utilizzata per stimare l’efficacia dei vaccini nella vita reale.
Sono stati inclusi 1.012 bambini fino a sei mesi ricoverati per malattia respiratoria acuta. Di questi, 655 presentavano una malattia delle basse vie respiratorie: 386 erano positivi all’RSV e 269 negativi.
Per essere considerato esposto alla vaccinazione materna, il bambino doveva essere nato da una donna vaccinata con RSVpreF dalla 28ª settimana di gestazione e almeno 14 giorni prima del parto. L’età gestazionale mediana al momento della vaccinazione era di 31 settimane. L’età mediana dei bambini ricoverati con interessamento delle basse vie respiratorie era invece di appena 52 giorni.
Protezione più elevata nelle prime settimane
Dopo la correzione per numerosi possibili fattori di confondimento, l’efficacia stimata contro il ricovero per malattia delle basse vie respiratorie associata a RSV è risultata del 77,8% entro i sei mesi, dell’80,2% entro i tre mesi e dell’86,3% entro i primi due mesi. Tra oltre due e quattro mesi l’efficacia stimata era del 68,2%.
Contro le forme severe di malattia delle basse vie respiratorie l’efficacia è risultata dell’80,4%. Tra le condizioni utilizzate per definire una forma severa figuravano saturazione di ossigeno inferiore al 90% con necessità di ossigenoterapia, ventilazione meccanica o ossigeno ad alto flusso, ricovero in terapia intensiva o episodi di apnea.
Considerando tutti i bambini ricoverati per infezione respiratoria acuta, una forma severa era presente nel 32% dei figli di madri non vaccinate e nel 17% dei figli di donne vaccinate. Si tratta però di un confronto descrittivo, che non corrisponde direttamente alla misura dell’efficacia vaccinale.
Cosa significa davvero quel 77,8%
Un’efficacia del 77,8% non significa che il vaccino impedisca quasi otto infezioni da RSV su dieci. L’esito principale valutato era molto più specifico: il ricovero ospedaliero per una malattia delle basse vie respiratorie provocata dal virus.
Il dato indica quindi una forte riduzione relativa del rischio di una conseguenza clinicamente rilevante dell’infezione. Ridurre i ricoveri può significare proteggere i neonati dalle forme più impegnative e, allo stesso tempo, alleggerire la pressione sui reparti pediatrici durante i periodi di maggiore circolazione dei virus respiratori.
Risultati coerenti con quelli di altri Paesi
L’esperienza australiana si aggiunge ai dati real-world raccolti negli ultimi anni in Argentina, Regno Unito, Stati Uniti e altri Paesi. In Scozia, per esempio, uno studio nazionale aveva stimato un’efficacia dell’82,2% contro i ricoveri per infezioni delle basse vie respiratorie associate a RSV nei bambini più piccoli.
La concordanza tra risultati ottenuti in popolazioni e sistemi sanitari differenti rafforza l’interesse per la vaccinazione materna.
RSVpreF contiene la proteina F del virus stabilizzata nella configurazione di prefusione, un bersaglio particolarmente importante per gli anticorpi neutralizzanti. Il progressivo calo dell’efficacia osservato con l’aumentare dell’età del bambino è inoltre coerente con una protezione basata sugli anticorpi materni trasferiti prima della nascita.
Restano i limiti di uno studio osservazionale
I risultati non eliminano tutte le incertezze. Lo studio non è randomizzato e donne vaccinate e non vaccinate potrebbero differire per caratteristiche sociali, sanitarie o comportamentali capaci di influenzare il rischio dei figli.
Gli autori hanno corretto le analisi considerando, tra gli altri fattori, condizioni cliniche ed età del bambino, età materna, fumo in gravidanza, situazione socioeconomica, area di residenza e utilizzo dell’assistenza sanitaria. Un confondimento residuo non può comunque essere escluso.
Il lavoro riguarda inoltre soltanto il primo anno del programma australiano e saranno necessari numeri maggiori per valutare con precisione specifici sottogruppi.
Un nuovo tassello nella prevenzione dell’RSV
L’importanza dello studio non consiste nel dimostrare per la prima volta l’efficacia di RSVpreF, già valutata nei trial clinici, ma nel mostrare che una protezione elevata sembra mantenersi anche nel passaggio alla pratica quotidiana.
L’effetto maggiore emerge proprio nelle prime settimane e nei primi mesi di vita, quando le conseguenze dell’RSV possono essere più serie. La vaccinazione materna non elimina tutte le infezioni, le bronchioliti o i ricoveri, ma i dati australiani indicano che può ridurre in modo sostanziale la probabilità che l’infezione porti un neonato in ospedale.
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