Tempo di lettura: 3 minuti«Il ritorno a scuola è un’occasione per ricostruire le routine salutari che durante l’estate possono essersi allentate», spiega il professor Alberto Villani, responsabile di Pediatria Generale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Dormire abbastanza, fare una colazione completa, muoversi quotidianamente e mantenere una buona regolarità sono elementi che favoriscono il benessere e aiutano ad affrontare l’anno scolastico.
Il sonno è la prima routine da recuperare
Tra le abitudini da ristabilire, il sonno occupa un posto centrale. Durante le vacanze è normale andare a letto più tardi e svegliarsi con maggiore libertà. Con il ritorno a scuola, però, molti bambini e ragazzi rischiano di dormire meno del necessario, con possibili conseguenze su attenzione, apprendimento, rendimento e umore.
Il fabbisogno varia con l’età e nei bambini più piccoli può arrivare anche a 10-12 ore di riposo. Se la sveglia suona alle 7 del mattino, l’orario in cui si va a dormire deve quindi essere compatibile con questa necessità.
Per rendere più semplice il passaggio ai nuovi ritmi, il consiglio è di cominciare 5-7 giorni prima dell’inizio delle lezioni, anticipando progressivamente l’ora della cena e del sonno. Nelle ore serali è inoltre opportuno ridurre smartphone, tablet, videogiochi e altri dispositivi che rischiano di ritardare ulteriormente l’addormentamento.
Colazione, intestino, igiene e movimento
La ripresa delle lezioni permette di consolidare anche altre semplici abitudini quotidiane. La colazione non dovrebbe essere saltata: dopo il digiuno notturno, uscire di casa senza mangiare può significare arrivare a metà mattina dopo oltre dodici ore senza alimentarsi, con possibili effetti sui livelli di energia e sulla capacità di concentrazione.
Prima di uscire è importante anche concedere il tempo necessario alla regolare funzione intestinale e mantenere una corretta igiene personale e orale. Sono comportamenti apparentemente semplici, ma la loro regolarità contribuisce a costruire stili di vita destinati ad accompagnare il bambino durante la crescita.
Un ruolo altrettanto importante spetta all’attività fisica. Non è necessario limitarla allo sport organizzato: camminare, fare le scale, giocare e cogliere ogni occasione per muoversi durante la giornata rappresentano abitudini altrettanto utili.
Quando il ritorno a scuola può far emergere una difficoltà
Le prime settimane mettono alla prova vista, udito, attenzione, apprendimento e capacità di adattamento. Possono quindi diventare più evidenti problemi fino a quel momento difficili da riconoscere, come difetti visivi, disturbi dell’udito oppure difficoltà di concentrazione.
In questa fase è importante anche l’osservazione degli insegnanti, che vedono quotidianamente il bambino mentre legge, scrive, ascolta e interagisce con i compagni. Le informazioni della scuola, insieme alle osservazioni della famiglia, possono aiutare il pediatra a capire se un cambiamento fa parte del normale adattamento oppure richiede un approfondimento.
Generalmente servono alcuni giorni per ritrovare il ritmo. Se però le difficoltà persistono oltre la prima settimana o tendono ad accentuarsi, è opportuno parlarne con il pediatra. Più che concentrarsi su un singolo sintomo, bisogna osservare ciò che si discosta in maniera evidente dalle abitudini del bambino: perdita di appetito, stanchezza insolita, difficoltà nei movimenti, calo dell’attenzione o del rendimento, cambiamenti significativi dell’umore o del comportamento.
L’obiettivo, sottolinea Villani, non deve essere quello di cercare necessariamente una malattia, ma di riconoscere con equilibrio eventuali cambiamenti rispetto alla normalità individuale.
Visita oculistica, vaccinazioni e prevenzione
Per i bambini che iniziano la scuola primaria, settembre è anche un buon momento per verificare di aver effettuato i principali controlli preventivi.
Tra questi assume particolare rilievo la visita oculistica, perché l’ingresso a scuola comporta un impegno visivo crescente: leggere la lavagna, seguire i libri e svolgere le attività in classe richiede una buona capacità visiva. Una valutazione preventiva è particolarmente utile per chi comincia la prima elementare.
È inoltre opportuno controllare che il calendario vaccinale sia aggiornato e programmare, quando indicata, la vaccinazione antinfluenzale. Il ritorno nelle classi aumenta infatti i contatti ravvicinati e favorisce la circolazione delle infezioni respiratorie. Per i bambini più piccoli vanno seguite anche le indicazioni relative alla protezione dal virus respiratorio sinciziale, quando prevista.
Per bambini e adolescenti con patologie croniche, il rispetto delle indicazioni vaccinali assume un’importanza ancora maggiore, perché può contribuire a ridurre il rischio di infezioni e complicanze.
Famiglia, scuola e pediatra: una rete per il benessere
La collaborazione tra famiglia, insegnanti e pediatra consente di interpretare meglio ciò che accade durante le prime settimane di scuola. Nella maggior parte dei casi il ritorno sui banchi avviene senza particolari difficoltà e richiede semplicemente qualche giorno per ritrovare il ritmo.
Le indicazioni dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù sono semplici: ripristinare gli orari del sonno almeno 5-7 giorni prima della scuola, garantire un riposo adeguato all’età, limitare gli schermi la sera, fare ogni mattina una colazione completa, curare regolarità intestinale e igiene, muoversi ogni giorno e verificare le vaccinazioni.
Se invece cambiamenti nel sonno, nell’appetito, nel comportamento o nel rendimento scolastico persistono oltre il normale periodo di adattamento, il pediatra resta il primo punto di riferimento.
Il rientro a scuola, quindi, non è soltanto il ritorno a libri e quaderni: può trasformarsi in una vera occasione di educazione alla salute, utile per consolidare abitudini positive che accompagneranno bambini e ragazzi durante tutto l’anno.
Napoli, cuore fermo per 25 secondi: la telemedicina salva un bimbo di 3 anni
BambiniUna pausa del cuore durata ben 25 secondi, registrata grazie a un loop recorder e individuata attraverso un sistema di telemedicina, ha permesso ai cardiologi dell’Ospedale Santobono di Napoli di arrivare alla diagnosi e di intervenire tempestivamente su un bambino di appena tre anni, da tempo interessato da episodi di perdita di coscienza.
Un caso particolarmente delicato che mette in evidenza l’importanza delle nuove tecnologie di monitoraggio cardiaco, soprattutto quando i sintomi si presentano in maniera sporadica e possono essere difficili da documentare durante una normale visita specialistica.
Le perdite di coscienza e l’impianto del loop recorder
Il bambino era seguito dall’équipe di Giangiacomo Di Nardo, responsabile della Cardiologia Pediatrica dell’AORN Santobono Pausilipon IRCCS.
A causa degli episodi di perdita di coscienza, circa tre mesi prima era stato sottoposto all’impianto di un loop recorder, un piccolo dispositivo utilizzato per registrare in modo continuativo l’attività elettrica del cuore e individuare eventuali alterazioni del ritmo cardiaco.
Si tratta di uno strumento particolarmente utile nei pazienti nei quali episodi come sincopi, palpitazioni o altre manifestazioni sospette si verificano in maniera imprevedibile. La registrazione prolungata può infatti permettere di mettere in relazione i sintomi con eventuali anomalie del battito cardiaco che, in una registrazione elettrocardiografica di breve durata, potrebbero non comparire.
Registrata un’asistolia di 25 secondi
Durante il periodo di monitoraggio, il dispositivo ha rilevato un episodio di asistolia della durata di 25 secondi, vale a dire una prolungata assenza dell’attività elettrica cardiaca efficace.
Il dato è stato trasmesso e successivamente analizzato attraverso il sistema di monitoraggio a distanza. Proprio questa possibilità ha consentito agli specialisti di comprendere l’origine delle perdite di coscienza che interessavano il bambino e, soprattutto, di definire con precisione il successivo percorso terapeutico.
La telemedicina, in questo contesto, non rappresenta soltanto uno strumento di comunicazione a distanza, ma permette agli specialisti di controllare i dati provenienti dai dispositivi cardiaci impiantabili e di riconoscere rapidamente eventuali eventi clinicamente significativi.
Il trasferimento al Monaldi e l’impianto del pacemaker
Alla luce del quadro emerso dal monitoraggio, il piccolo paziente è stato trasferito presso la Cardiologia Pediatrica dell’Ospedale Monaldi, diretta da Maria Giovanna Russo. Qui è stato affidato agli specialisti Berardo Sarubbi, esperto di cardiopatie congenite e aritmie congenite e familiari, e Sergio Filippelli, cardiochirurgo pediatrico.
Filippelli ha quindi effettuato l’impianto di un pacemaker epicardico, un dispositivo utilizzato anche in età pediatrica in specifiche condizioni cliniche. In questo tipo di procedura gli elettrodi vengono posizionati sulla superficie esterna del cuore e consentono al dispositivo di intervenire quando la frequenza cardiaca diventa eccessivamente lenta o quando si verificano pause significative.
Conenna: “La telemedicina può fare la differenza”
“Questo caso dimostra in maniera molto concreta quanto la telemedicina possa fare la differenza, soprattutto quando si parla di bambini che necessitano di un monitoraggio costante e altamente specialistico”, ha dichiarato Rodolfo Conenna, direttore generale dell’AORN Santobono Pausilipon IRCCS.
“La possibilità di seguire a distanza i piccoli pazienti e intervenire tempestivamente di fronte a un dato anomalo rappresenta un importante passo avanti nella qualità e nella sicurezza delle cure”.
Iervolino: “Risultato frutto di un autentico lavoro di squadra”
Fondamentale anche la collaborazione tra le strutture sanitarie napoletane coinvolte nel percorso assistenziale.
“Il risultato raggiunto è frutto di un autentico lavoro di squadra”, ha sottolineato Anna Iervolino, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli.
“Per la gestione di un caso così delicato è stata determinante la collaborazione tra aziende ospedaliere di alto profilo. Al Monaldi il piccolo è stato trattato da un team multidisciplinare che unisce cardiologi, aritmologi e cardiochirurghi pediatrici, in grado di assicurare interventi tempestivi e di altissima qualità per il trattamento di tutte le patologie cardiache”.
Il caso conferma così il valore dell’integrazione tra competenze specialistiche, dispositivi cardiaci di monitoraggio continuo e sistemi di telemedicina, strumenti che possono diventare decisivi nella diagnosi di alterazioni del ritmo difficili da intercettare e nella scelta tempestiva del trattamento più appropriato.
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Sanità, il sottofinanziamento rischia di frenare il recupero della Campania
Economia sanitariaIl sottofinanziamento della sanità pubblica rischia di mettere in difficoltà soprattutto le Regioni che negli ultimi anni hanno compiuto uno sforzo significativo per recuperare i ritardi accumulati nell’assistenza sanitaria. Tra queste c’è la Campania, che ha recentemente raggiunto risultati importanti sul fronte dei Livelli essenziali di assistenza, ma che deve ora consolidare il percorso intrapreso.
A lanciare l’allarme è Bruno Zuccarelli, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e provincia, intervenuto sui dati relativi alla spesa sanitaria italiana diffusi dalla Fondazione GIMBE.
«I dati diffusi dalla Fondazione GIMBE sul finanziamento della sanità pubblica sono un campanello d’allarme soprattutto per la Campania. La nostra Regione ha compiuto negli ultimi anni uno sforzo importante per recuperare terreno sul fronte dei Livelli essenziali di assistenza. Ora questo percorso deve essere consolidato, non messo a rischio da risorse insufficienti», afferma Zuccarelli.
La distanza dell’Italia dagli altri Paesi europei
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2% del Pil, a fronte del 7,1% indicato come media dei Paesi OCSE ed europei nell’analisi richiamata dal presidente dell’Ordine dei Medici. Considerando la spesa pro capite, il divario complessivo dell’Italia rispetto alla media europea supera i 36 miliardi di euro.
Una distanza che si traduce in una pressione crescente sui sistemi sanitari regionali, chiamati da un lato a garantire i Livelli essenziali di assistenza e dall’altro a mantenere sotto controllo i conti.
Una situazione particolarmente delicata nelle aree del Paese che devono ancora recuperare disuguaglianze e criticità strutturali maturate nel corso degli anni.
Campania tra le Regioni adempienti sui LEA
Per la Campania il tema assume una rilevanza ancora maggiore alla luce dei progressi registrati sul fronte dei LEA. Gli ultimi dati disponibili hanno infatti certificato il ritorno della Regione tra quelle considerate adempienti, insieme a Puglia e Sardegna, le altre realtà del Mezzogiorno capaci di raggiungere gli standard previsti.
«È un risultato che va riconosciuto, ma che non può indurci a pensare che tutti i problemi siano risolti», sottolinea Zuccarelli. Il rischio, secondo il presidente dell’Ordine, è che una carenza strutturale di risorse finisca per colpire soprattutto quei territori che necessitano ancora di interventi per ridurre i divari accumulati.
Liste d’attesa, territorio e accessibilità delle cure
I progressi compiuti devono quindi rappresentare un punto di partenza. Tra le questioni ancora aperte ci sono l’accessibilità alle prestazioni, i tempi di attesa, il rafforzamento dell’assistenza territoriale e la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni di una popolazione caratterizzata da esigenze assistenziali sempre più articolate.
«La sanità campana deve continuare a migliorare su accessibilità delle cure, tempi di attesa, assistenza territoriale e capacità di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più complessa. Tutto questo richiede organizzazione e capacità gestionale, ma richiede inevitabilmente anche risorse adeguate e personale», evidenzia Zuccarelli.
La carenza di personale pesa sul Servizio sanitario
Al centro delle preoccupazioni resta anche la condizione dei professionisti sanitari. Medici, infermieri e operatori sono chiamati quotidianamente a sostenere carichi di lavoro crescenti, mentre la carenza di personale e la difficoltà di rendere più attrattivo il lavoro nel servizio pubblico rischiano di aggravare ulteriormente la situazione.
«Non possiamo pensare di difendere il Servizio sanitario nazionale continuando a chiedere a medici, infermieri e operatori di compensare con il proprio sacrificio ciò che manca sul piano strutturale», osserva Zuccarelli.
Turni sempre più pesanti e organici insufficienti, secondo il presidente dell’Ordine, possono avere conseguenze dirette anche sulla qualità dell’assistenza e sulla tempestività delle cure offerte ai cittadini.
Legge di Bilancio, la sanità come investimento
Lo sguardo è quindi rivolto anche alla prossima Legge di Bilancio. Per Zuccarelli il confronto sulle risorse da destinare alla sanità dovrebbe partire dal superamento di una visione esclusivamente contabile della spesa sanitaria.
«La Campania ha dimostrato che recuperare è possibile. Proprio per questo sarebbe un errore vanificare gli sforzi compiuti. Servono investimenti che consentano alle Regioni di consolidare i risultati raggiunti e, soprattutto, di ridurre quelle disuguaglianze territoriali che ancora oggi fanno sì che il diritto alla salute non sia esercitato allo stesso modo in ogni parte del Paese».
Investire nella sanità pubblica, conclude Zuccarelli, significa rafforzare professionisti e strutture, sostenere la prevenzione e sviluppare l’assistenza territoriale. Ma significa soprattutto garantire un principio essenziale del Servizio sanitario nazionale: evitare che la qualità e la possibilità di ricevere cure adeguate dipendano dal luogo in cui una persona nasce o vive.
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PreSa Weekly – 4 settembre 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Carenza di sangue in Italia, allarme per il gruppo 0 positivo: appello ai donatori
NewsIl Centro nazionale sangue ha lanciato un allarme per una carenza diffusa di sangue sul territorio nazionale, con una situazione particolarmente delicata per le unità di gruppo sanguigno 0 positivo. Le maggiori criticità vengono segnalate nel Lazio, in Campania e in Sicilia, ma il problema interessa più in generale l’intero sistema trasfusionale italiano.
A rendere più complessa la situazione è il fatto che, al momento, non risultano Regioni con disponibilità di sangue in esubero sufficiente per intervenire attraverso il normale meccanismo di compensazione interregionale. Si tratta del sistema che consente alle aree con una maggiore disponibilità di unità di sangue di sostenere quelle nelle quali la raccolta non riesce a coprire il fabbisogno.
Quando però la carenza riguarda contemporaneamente diversi territori, anche questa rete di solidarietà tra Regioni diventa più difficile da attivare. Da qui la necessità di aumentare rapidamente le donazioni e ricostituire le scorte disponibili nei servizi trasfusionali.
Perché l’autosufficienza del sangue è fondamentale
La disponibilità costante di sangue e dei suoi componenti rappresenta un elemento essenziale per il funzionamento del sistema sanitario. Le trasfusioni sono necessarie in numerose circostanze: dagli interventi chirurgici alle emergenze, fino alle terapie destinate a pazienti affetti da patologie che richiedono un supporto trasfusionale periodico.
L’autosufficienza nazionale si basa sulla donazione volontaria, periodica, responsabile e non remunerata. Il sistema viene continuamente monitorato per verificare che produzione e disponibilità di globuli rossi, plasma e piastrine siano adeguate alle necessità delle strutture sanitarie.
Una riduzione delle donazioni può quindi avere conseguenze importanti, soprattutto quando interessa contemporaneamente diverse aree del Paese e non può essere compensata attraverso il trasferimento di unità provenienti da altre Regioni.
L’appello del Centro nazionale sangue alle associazioni
Di fronte alle attuali difficoltà, il Centro nazionale sangue ha chiesto alle associazioni e alle federazioni dei donatori volontari di rafforzare le iniziative destinate a incrementare la raccolta. Le organizzazioni presenti sul territorio si sono già attivate aumentando le chiamate ai donatori e programmando, dove possibile, ulteriori sessioni di donazione.
Particolare attenzione viene rivolta in questa fase ai donatori appartenenti al gruppo 0 positivo, per il quale è stata segnalata la maggiore necessità.
L’obiettivo è favorire una risposta rapida e coordinata, coinvolgendo associazioni, servizi trasfusionali e strutture sanitarie, in modo da aumentare le disponibilità senza compromettere l’organizzazione e la sicurezza della raccolta.
Fidas potenzia la chiamata dei donatori
Tra le organizzazioni che hanno risposto all’appello c’è Fidas, la Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue, che ha annunciato il potenziamento della chiamata attiva dei propri donatori.
«È un momento nel quale la nostra rete è chiamata, ancora una volta, a dimostrare la propria capacità di presenza e di risposta. Chiedo a tutte le strutture associate di intensificare sin da subito, in stretto raccordo con i Servizi trasfusionali e le strutture sanitarie di riferimento, la chiamata dei donatori e ogni iniziativa utile a sostenere la raccolta, con particolare attenzione ai donatori di gruppo 0 positivo», ha affermato il presidente di Fidas, Giovanni Musso.
L’invito a prenotare la donazione
Musso ha inoltre rivolto un appello sia ai donatori periodici sia alle persone che stanno valutando di donare sangue o plasma per la prima volta. L’indicazione è quella di contattare la propria associazione di riferimento oppure il Servizio trasfusionale del territorio per verificare le modalità disponibili e prenotare la donazione.
In una fase caratterizzata da scorte ridotte, anche il contributo dei singoli donatori può diventare determinante. La programmazione delle donazioni permette inoltre ai servizi trasfusionali di organizzare meglio la raccolta sulla base delle effettive necessità, evitando concentrazioni eccessive in alcune giornate e garantendo una disponibilità più regolare nel tempo.
La richiesta, dunque, è quella di rafforzare rapidamente la partecipazione, con una priorità particolare per il gruppo 0 positivo, così da consentire al sistema trasfusionale nazionale di superare l’attuale situazione di difficoltà.
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Sindrome feto-alcolica, cos’è e come prevenirla
GenitorialitàUn bicchiere di vino ogni tanto, una birra durante la cena o un aperitivo in un’occasione speciale possono sembrare consumi trascurabili. Quando si parla di gravidanza, però, le indicazioni delle autorità sanitarie sono nette: non esiste una quantità di alcol considerata sicura per il feto. La scelta raccomandata è quindi evitare completamente le bevande alcoliche per tutta la gestazione e, possibilmente, già nel periodo in cui si programma di avere un figlio.
L’esposizione all’alcol durante la vita fetale può infatti provocare conseguenze molto diverse, raccolte sotto la definizione di disturbi dello spettro feto-alcolico, indicati con la sigla FASD. La sindrome feto-alcolica, conosciuta anche come FAS, rappresenta la forma più grave di questo insieme di disturbi.
Cosa succede quando si beve alcol durante la gravidanza
Quando una donna incinta assume una bevanda alcolica, l’alcol entra nel sangue, attraversa la placenta e raggiunge anche il feto. Il problema è che l’organismo in formazione non possiede le stesse capacità metaboliche di un adulto e non riesce quindi a gestire l’alcol con la stessa efficacia.
L’esposizione può interferire con lo sviluppo fetale e in particolare con il sistema nervoso centrale e con il cervello, che continua a svilupparsi durante tutta la gravidanza.
Le conseguenze non sono identiche in tutti i bambini. I disturbi dello spettro feto-alcolico possono comprendere problemi della crescita e dello sviluppo, difficoltà di apprendimento, memoria e attenzione, alterazioni del comportamento e delle funzioni esecutive, oltre a problemi del linguaggio e delle relazioni sociali. In alcuni casi possono inoltre comparire caratteristiche fisiche particolari oppure anomalie che interessano diversi organi.
Non tutti i bambini esposti all’alcol sviluppano gli stessi disturbi e non è possibile stabilire in anticipo quale feto subirà conseguenze né quale potrà essere la loro gravità. È proprio questa imprevedibilità a rendere impossibile individuare una quantità di alcol sicuramente priva di rischi.
Non esiste un “bicchiere sicuro”
Uno dei messaggi più importanti della prevenzione riguarda proprio la quantità consumata: non esiste una dose di alcol conosciuta come sicura durante la gravidanza. Allo stesso modo, non esiste una fase della gestazione nella quale bere alcol possa essere considerato completamente privo di rischio.
L’indicazione riguarda tutte le bevande alcoliche, indipendentemente dalla loro gradazione o dalla modalità di consumo. Vino, birra, aperitivi, cocktail e superalcolici contengono infatti la stessa sostanza responsabile del rischio: l’alcol etilico.
Non è corretto nemmeno pensare che sia sufficiente evitare l’alcol soltanto durante i primi mesi. Alcune alterazioni possono comparire nelle fasi iniziali dello sviluppo fetale, ma il cervello continua a maturare per tutta la gravidanza e rimane quindi vulnerabile all’esposizione anche nei mesi successivi.
Come prevenire la sindrome feto-alcolica
La principale misura di prevenzione è semplice: zero alcol durante tutta la gravidanza.
L’Istituto Superiore di Sanità raccomanda di evitare le bevande alcoliche anche quando si sta programmando una gravidanza. Un’attenzione particolarmente importante perché, nelle primissime settimane, una donna può non essere ancora consapevole di essere incinta. Anche il documento OMS e UNICEF richiamato dall’ISS nel luglio 2026 sottolinea come l’esposizione all’alcol possa avvenire proprio prima che la gravidanza venga riconosciuta.
La prevenzione consiste quindi nell’evitare vino, birra, liquori e tutte le altre bevande alcoliche durante la gestazione, sospendere il consumo già quando si cerca una gravidanza e non considerare automaticamente sicuro un consumo definito occasionale o moderato.
Quando interrompere l’assunzione di alcol risulta difficile, è importante rivolgersi a un medico o a un altro professionista sanitario, che potrà indicare il percorso di supporto più appropriato.
E se si è bevuto prima di sapere di essere incinta?
Può succedere di aver consumato alcol nelle prime settimane senza essere ancora a conoscenza della gravidanza. Questa circostanza non significa automaticamente che il bambino abbia subito un danno.
L’indicazione è interrompere il consumo di bevande alcoliche non appena si scopre la gravidanza e parlarne con il proprio ginecologo o con un altro professionista sanitario, indicando possibilmente la quantità assunta e la frequenza del consumo.
Smettere di bere rimane utile in qualsiasi momento della gestazione: anche quando l’esposizione è già avvenuta, interromperla consente di evitare ulteriori rischi durante le successive fasi dello sviluppo fetale.
Una condizione che si può prevenire
Le conseguenze dell’esposizione prenatale all’alcol possono accompagnare la persona anche nel corso della vita. Non esiste una terapia in grado di cancellare un danno dello sviluppo già avvenuto, ma una diagnosi tempestiva, interventi precoci e sostegni adeguati possono contribuire a gestire meglio le difficoltà cognitive, comportamentali e sociali associate ai disturbi dello spettro feto-alcolico.
L’aspetto fondamentale rimane dunque la prevenzione. Evitare l’esposizione del feto all’alcol permette di prevenire i danni provocati dal consumo di bevande alcoliche durante la gravidanza.
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Esperienze ed emozioni aiutano il cervello
Anziani, Ricerca innovazioneStudiare, svolgere esperienze lavorative stimolanti e mantenere un tempo libero ricco di attività non rappresentano soltanto occasioni di crescita personale. Nel corso della vita possono contribuire a costruire risorse utili anche nell’invecchiamento, aiutando a mantenere più efficienti alcune capacità cognitive dopo i 65 anni. I benefici sembrano riguardare in particolare il linguaggio, la capacità di esprimersi con efficacia e quella di trovare le parole giuste.
Ma a fare la differenza non sono solamente istruzione, professione e interessi personali. Anche le emozioni hanno un ruolo importante: il modo in cui vengono riconosciute, comprese e interpretate può infatti influenzare l’efficienza di alcuni processi cognitivi durante l’invecchiamento.
È quanto emerge da due ricerche condotte dal laboratorio di Raffaella Rumiati della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, la SISSA di Trieste, pubblicate sulle riviste scientifiche Neuropsychology e Brain Sciences.
Che cos’è la riserva cognitiva
Gli studi hanno analizzato le risposte agli stimoli di un gruppo di adulti over 65 con l’obiettivo, come spiega Rumiati, di individuare i fattori che contribuiscono a conservare più a lungo le capacità mentali.
Le prime autrici dei due lavori, Elisabetta Pisanu e Stefania Lucia, si sono concentrate in particolare sulla cosiddetta “riserva cognitiva”. Si tratta dell’insieme delle risorse accumulate durante la vita grazie al percorso educativo, alle esperienze professionali e alle attività svolte nel tempo libero.
Il primo studio conferma che una riserva cognitiva più elevata è associata a migliori prestazioni linguistiche. In altre parole, chi nel corso della vita ha costruito maggiori risorse cognitive può mostrare una maggiore capacità di esprimersi e di recuperare le parole necessarie per comunicare un pensiero.
In questo processo entrano in gioco anche le emozioni. I risultati indicano infatti che quelle positive possono favorire le performance linguistiche.
I primi dieci secondi sono importanti
Per studiare il funzionamento del linguaggio, i ricercatori hanno osservato in particolare quello che accade nei primi dieci secondi in cui una persona deve trovare le parole adatte a esprimere i propri pensieri.
Secondo Pisanu e Lucia, questo intervallo è sufficiente per mettere in evidenza gli effetti dell’invecchiamento e della riserva cognitiva sulle prestazioni linguistiche. Nei soggetti over 65 può infatti emergere un calo della prestazione, ma proprio in questa situazione una maggiore riserva cognitiva può fornire un aiuto significativo.
Un altro dato interessante riguarda il contenuto emotivo delle parole: nelle persone anziane risulta più semplice trovare termini collegati a emozioni positive rispetto a quelli associati a emozioni negative.
Emozioni e memoria di lavoro
Il secondo studio amplia il quadro concentrandosi sulla memoria di lavoro, cioè quella capacità che permette di mantenere temporaneamente disponibili alcune informazioni, elaborarle e utilizzarle mentre si svolge un compito.
Anche in questo caso la riserva cognitiva svolge un ruolo importante, contribuendo a sostenere una maggiore efficienza. Ma ancora una volta le capacità cognitive non sembrano agire separatamente dalla sfera emotiva.
Le emozioni possono modificare il modo in cui vengono affrontati gli stimoli e influenzare le risposte. Un’elevata intelligenza emotiva — intesa come capacità di riconoscere e comprendere le emozioni e di utilizzarle per orientare pensieri, comportamenti e relazioni — può incidere in maniera significativa sul modo in cui una persona risponde alle informazioni che riceve.
Invecchiare bene è una sfida anche sociale
Le due ricerche sono state realizzate nell’ambito del progetto “Age-It: Ageing Well in an Ageing Society”, dedicato allo studio dell’invecchiamento e delle strategie che possono contribuire a migliorare la qualità della vita in una società sempre più longeva.
Il messaggio che emerge dai lavori della SISSA è quindi quello di una collaborazione tra risorse cognitive ed emotive. Una vita intellettualmente attiva può contribuire a mantenere il cervello più efficiente, mentre la capacità di riconoscere e gestire la dimensione emotiva può sostenere ulteriormente alcuni processi mentali.
La questione assume un’importanza particolare in Italia. Come ricorda Raffaella Rumiati, il Paese è, insieme al Giappone, tra quelli caratterizzati dalla maggiore longevità. Un risultato positivo che, tuttavia, si accompagna anche a una crescente domanda di assistenza sanitaria e sociosanitaria.
Comprendere quali fattori possano contribuire a preservare più a lungo le capacità cognitive significa quindi non soltanto favorire una migliore qualità della vita delle persone anziane, ma anche affrontare una delle grandi sfide legate alla sostenibilità futura del sistema sanitario e sociale.
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Tecnostress, in smart il lavoro non finisce mai
PsicologiaIl digitale non è più soltanto uno strumento di supporto, ma una componente strutturale della vita professionale. Computer, smartphone, piattaforme collaborative, chat, applicazioni e videoriunioni accompagnano ormai una parte considerevole della giornata lavorativa e, sempre più spesso, continuano a farlo anche quando l’orario di lavoro dovrebbe essere terminato.
A fotografare questa trasformazione è l’indagine Eurispes sull’utilizzo delle tecnologie digitali e la salute mentale. Il 48,2% degli intervistati svolge un’attività professionale che richiede sempre un uso intensivo di dispositivi e applicazioni. Una diffusione che rende evidente quanto il confine tra lavoro e tecnologia sia diventato difficile da separare e pone al centro un fenomeno sempre più discusso: il “tecnostress”.
Email e messaggi continuano anche fuori dall’orario
Uno degli aspetti più significativi riguarda la progressiva estensione della giornata professionale. Il 77,3% del campione controlla email o messaggi di lavoro fuori dall’orario almeno qualche volta, mentre il 43,5% dichiara di farlo spesso o sempre.
Il semplice controllo delle comunicazioni, inoltre, si trasforma frequentemente in una risposta vera e propria. Il 75,2% degli intervistati risponde a email e messaggi professionali durante il proprio tempo libero e per il 38,5% questa abitudine si verifica con una frequenza elevata.
Neppure le ferie rappresentano sempre una barriera efficace. Il 68,1% risponde alle comunicazioni di lavoro anche durante i periodi di vacanza, mentre il 34,7% lo fa spesso o sempre. Lo smartphone permette quindi di essere raggiungibili praticamente ovunque, ma questa disponibilità può trasformare un vantaggio organizzativo in una reperibilità quasi continua.
La pressione di dover rispondere immediatamente
Alla presenza costante delle comunicazioni professionali si aggiunge la sensazione di dover reagire rapidamente. Il 71,1% degli intervistati si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente a messaggi o richieste lavorative. Per il 38% questa pressione viene sperimentata frequentemente.
Il risultato è una difficoltà crescente nel creare una vera separazione mentale tra attività professionale e vita privata. Il 72,9% ha avuto almeno qualche volta difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro, mentre il 37,6% sperimenta questa condizione spesso o sempre.
Non è quindi soltanto una questione di minuti trascorsi davanti allo schermo. Anche una breve notifica può riportare l’attenzione su un problema professionale e interrompere quel processo di recupero psicologico che normalmente dovrebbe accompagnare il tempo libero.
Troppe piattaforme e aggiornamenti aumentano il carico mentale
Il sovraccarico digitale dipende anche dal numero e dalla complessità degli strumenti utilizzati. Il 37,6% si sente appesantito dalla quantità di piattaforme e tecnologie necessarie per lavorare, mentre il 36,7% fatica a stare al passo con aggiornamenti e nuovi software.
Email, notifiche, telefonate e messaggi possono inoltre trasformarsi in continue interruzioni: il 35% ritiene che compromettano la propria capacità di concentrazione. Complessivamente, il 39,3% afferma di sentirsi mentalmente affaticato dall’uso costante delle tecnologie.
Le videoriunioni rappresentano un altro elemento della quotidianità digitale: per il 22,2% degli intervistati il tempo assorbito da queste attività è eccessivo.
Una maggioranza riesce ancora a proteggere la vita privata
Il quadro non è però completamente negativo. Nonostante la forte presenza degli strumenti digitali, il 59,6% degli intervistati ritiene di riuscire a separare il tempo dedicato al lavoro da quello personale.
La tecnologia può infatti offrire flessibilità e semplificare numerose attività, ma il suo impatto dipende anche dal modo in cui viene organizzato il lavoro. La possibilità tecnica di essere sempre raggiungibili non dovrebbe necessariamente trasformarsi nell’aspettativa di esserlo.
Stress e affaticamento per quasi sette lavoratori su dieci
Le conseguenze possono manifestarsi anche attraverso disturbi concreti. Nei sei mesi precedenti la rilevazione, il 68,6% degli intervistati ha sperimentato almeno qualche volta sintomi di stress o affaticamento collegati all’uso delle tecnologie professionali.
Tra i disturbi segnalati rientrano mal di testa, stanchezza oculare, ansia e altre forme di disagio. Per il 33,8% questi sintomi si sono presentati spesso o sempre.
La fotografia restituita dall’indagine mostra dunque il volto ambivalente della trasformazione digitale: strumenti indispensabili per lavorare, comunicare e organizzarsi possono contemporaneamente moltiplicare interruzioni, richieste e occasioni di reperibilità. La sfida non consiste nel rinunciare alla tecnologia, ma nel ricostruire confini sufficientemente chiari perché la connessione permanente non si trasformi in lavoro permanente.
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Un video del volto per scoprire diabete e ipertensione
Ricerca innovazionePotrebbero bastare pochi secondi davanti a una videocamera per individuare segnali compatibili con diabete e ipertensione, due delle patologie croniche più diffuse al mondo. È una delle possibili future applicazioni dell’intelligenza artificiale in medicina, al centro di uno studio giapponese presentato al Congresso 2026 della Società Europea di Cardiologia (ESC) a Monaco di Baviera.
La ricerca, intitolata “AI-powered cardiometabolic assessment from a single facial video”, mostra come un algoritmo di machine learning possa analizzare le immagini del volto e ricavarne informazioni utili sullo stato cardiometabolico di una persona senza ricorrere, almeno nella prima fase dello screening, a prelievi, elettrodi o altri dispositivi a contatto con il corpo.
Per il diabete il sistema ha raggiunto un’accuratezza dell’88,2% utilizzando registrazioni di 30 secondi e dell’81,2% con filmati di appena 5 secondi. Per l’ipertensione, condizione sulla quale il gruppo di ricerca aveva già pubblicato risultati nel 2024, l’accuratezza ha raggiunto il 95% analizzando per 30 secondi volto e palmo della mano. Riducendo la registrazione a 5 secondi, è rimasta comunque al 90,3%.
Come funziona l’algoritmo
Lo studio è stato finanziato dalla Japan Science and Technology Agency (JST) ed è stato condotto da ricercatori dell’Università di Tokyo e dell’Institute of Science Tokyo.
La sperimentazione ha coinvolto 215 partecipanti, comprendendo sia pazienti con una diagnosi già nota sia volontari sani. Ogni persona è stata sottoposta a una breve registrazione ad alta velocità del volto e dei palmi delle mani attraverso una speciale camera spettroscopica.
L’intelligenza artificiale analizza variazioni estremamente sottili che normalmente sfuggono all’occhio umano. Tra gli elementi presi in considerazione ci sono la dinamica dell’onda del polso, collegata anche alla rigidità delle arterie, le variazioni del flusso sanguigno nella pelle e le caratteristiche spettrali della sua colorazione.
Sono proprio queste informazioni, elaborate nel loro insieme dal modello di machine learning, a consentire di riconoscere schemi associati alla presenza di ipertensione o diabete.
Pressione arteriosa senza bracciale
Particolarmente interessante è anche la possibilità di stimare la pressione arteriosa partendo esclusivamente da un video del volto, quindi senza utilizzare il tradizionale bracciale.
I risultati, tuttavia, indicano che la tecnologia deve essere ancora perfezionata prima di poter diventare uno strumento diagnostico autonomo. Nella stima della pressione sistolica, infatti, alcuni parametri di precisione hanno rispettato i limiti tecnici di riferimento, mentre la variabilità delle misurazioni è risultata ancora superiore ai criteri richiesti.
I ricercatori intendono quindi lavorare su gruppi di pazienti più numerosi, raccolti in diversi centri clinici, in modo da rendere l’algoritmo più robusto e ridurre ulteriormente gli errori.
Una possibile rivoluzione per lo screening
Lo strumento non è ancora disponibile nella pratica clinica e i risultati dovranno essere confermati attraverso ulteriori studi. Le sue potenzialità, però, diventano particolarmente rilevanti considerando la diffusione delle patologie sulle quali potrebbe essere impiegato.
Nel mondo circa 1,4 miliardi di adulti tra i 30 e i 79 anni convivono con l’ipertensione. Il diabete interessa invece circa 589 milioni di adulti. Una parte considerevole di queste persone non sa di avere la malattia: nel caso del diabete, le stime internazionali indicano oltre 250 milioni di persone ancora senza diagnosi.
Entrambe le condizioni, inoltre, possono rimanere silenziose per molto tempo, mentre aumentano progressivamente il rischio di complicazioni cardiovascolari e di danni ad altri organi.
L’obiettivo: controlli “contactless” nella vita quotidiana
Oggi lo screening richiede generalmente controlli sanitari, esami specifici oppure dispositivi come il bracciale per la misurazione della pressione. Sistemi basati sull’intelligenza artificiale potrebbero invece permettere, in futuro, di raggiungere una popolazione molto più ampia attraverso strumenti semplici e non invasivi.
L’obiettivo indicato dalla ricercatrice Ryoko Uchida, che ha presentato lo studio, è arrivare a uno screening completamente “contactless”, cioè senza contatto fisico, utilizzabile anche in ambienti quotidiani e non necessariamente in ospedale.
Una videocamera potrebbe così trasformarsi in un primo strumento di valutazione, capace di segnalare le persone che necessitano di ulteriori accertamenti. Non un sostituto della diagnosi medica, quindi, ma un possibile filtro su larga scala per intercettare prima diabete e ipertensione quando ancora non hanno manifestato sintomi evidenti.
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Rientro a scuola, come ripartire bene: sonno, alimentazione e controlli per bambini e ragazzi
Bambini«Il ritorno a scuola è un’occasione per ricostruire le routine salutari che durante l’estate possono essersi allentate», spiega il professor Alberto Villani, responsabile di Pediatria Generale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Dormire abbastanza, fare una colazione completa, muoversi quotidianamente e mantenere una buona regolarità sono elementi che favoriscono il benessere e aiutano ad affrontare l’anno scolastico.
Il sonno è la prima routine da recuperare
Tra le abitudini da ristabilire, il sonno occupa un posto centrale. Durante le vacanze è normale andare a letto più tardi e svegliarsi con maggiore libertà. Con il ritorno a scuola, però, molti bambini e ragazzi rischiano di dormire meno del necessario, con possibili conseguenze su attenzione, apprendimento, rendimento e umore.
Il fabbisogno varia con l’età e nei bambini più piccoli può arrivare anche a 10-12 ore di riposo. Se la sveglia suona alle 7 del mattino, l’orario in cui si va a dormire deve quindi essere compatibile con questa necessità.
Per rendere più semplice il passaggio ai nuovi ritmi, il consiglio è di cominciare 5-7 giorni prima dell’inizio delle lezioni, anticipando progressivamente l’ora della cena e del sonno. Nelle ore serali è inoltre opportuno ridurre smartphone, tablet, videogiochi e altri dispositivi che rischiano di ritardare ulteriormente l’addormentamento.
Colazione, intestino, igiene e movimento
La ripresa delle lezioni permette di consolidare anche altre semplici abitudini quotidiane. La colazione non dovrebbe essere saltata: dopo il digiuno notturno, uscire di casa senza mangiare può significare arrivare a metà mattina dopo oltre dodici ore senza alimentarsi, con possibili effetti sui livelli di energia e sulla capacità di concentrazione.
Prima di uscire è importante anche concedere il tempo necessario alla regolare funzione intestinale e mantenere una corretta igiene personale e orale. Sono comportamenti apparentemente semplici, ma la loro regolarità contribuisce a costruire stili di vita destinati ad accompagnare il bambino durante la crescita.
Un ruolo altrettanto importante spetta all’attività fisica. Non è necessario limitarla allo sport organizzato: camminare, fare le scale, giocare e cogliere ogni occasione per muoversi durante la giornata rappresentano abitudini altrettanto utili.
Quando il ritorno a scuola può far emergere una difficoltà
Le prime settimane mettono alla prova vista, udito, attenzione, apprendimento e capacità di adattamento. Possono quindi diventare più evidenti problemi fino a quel momento difficili da riconoscere, come difetti visivi, disturbi dell’udito oppure difficoltà di concentrazione.
In questa fase è importante anche l’osservazione degli insegnanti, che vedono quotidianamente il bambino mentre legge, scrive, ascolta e interagisce con i compagni. Le informazioni della scuola, insieme alle osservazioni della famiglia, possono aiutare il pediatra a capire se un cambiamento fa parte del normale adattamento oppure richiede un approfondimento.
Generalmente servono alcuni giorni per ritrovare il ritmo. Se però le difficoltà persistono oltre la prima settimana o tendono ad accentuarsi, è opportuno parlarne con il pediatra. Più che concentrarsi su un singolo sintomo, bisogna osservare ciò che si discosta in maniera evidente dalle abitudini del bambino: perdita di appetito, stanchezza insolita, difficoltà nei movimenti, calo dell’attenzione o del rendimento, cambiamenti significativi dell’umore o del comportamento.
L’obiettivo, sottolinea Villani, non deve essere quello di cercare necessariamente una malattia, ma di riconoscere con equilibrio eventuali cambiamenti rispetto alla normalità individuale.
Visita oculistica, vaccinazioni e prevenzione
Per i bambini che iniziano la scuola primaria, settembre è anche un buon momento per verificare di aver effettuato i principali controlli preventivi.
Tra questi assume particolare rilievo la visita oculistica, perché l’ingresso a scuola comporta un impegno visivo crescente: leggere la lavagna, seguire i libri e svolgere le attività in classe richiede una buona capacità visiva. Una valutazione preventiva è particolarmente utile per chi comincia la prima elementare.
È inoltre opportuno controllare che il calendario vaccinale sia aggiornato e programmare, quando indicata, la vaccinazione antinfluenzale. Il ritorno nelle classi aumenta infatti i contatti ravvicinati e favorisce la circolazione delle infezioni respiratorie. Per i bambini più piccoli vanno seguite anche le indicazioni relative alla protezione dal virus respiratorio sinciziale, quando prevista.
Per bambini e adolescenti con patologie croniche, il rispetto delle indicazioni vaccinali assume un’importanza ancora maggiore, perché può contribuire a ridurre il rischio di infezioni e complicanze.
Famiglia, scuola e pediatra: una rete per il benessere
La collaborazione tra famiglia, insegnanti e pediatra consente di interpretare meglio ciò che accade durante le prime settimane di scuola. Nella maggior parte dei casi il ritorno sui banchi avviene senza particolari difficoltà e richiede semplicemente qualche giorno per ritrovare il ritmo.
Le indicazioni dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù sono semplici: ripristinare gli orari del sonno almeno 5-7 giorni prima della scuola, garantire un riposo adeguato all’età, limitare gli schermi la sera, fare ogni mattina una colazione completa, curare regolarità intestinale e igiene, muoversi ogni giorno e verificare le vaccinazioni.
Se invece cambiamenti nel sonno, nell’appetito, nel comportamento o nel rendimento scolastico persistono oltre il normale periodo di adattamento, il pediatra resta il primo punto di riferimento.
Il rientro a scuola, quindi, non è soltanto il ritorno a libri e quaderni: può trasformarsi in una vera occasione di educazione alla salute, utile per consolidare abitudini positive che accompagneranno bambini e ragazzi durante tutto l’anno.
Sintomi del Parkinson da non sottovalutare prima dei tremori
Mondo saluteTremore, rigidità e lentezza nei movimenti sono tra i segnali più conosciuti della malattia di Parkinson, ma non sempre sono i primi a comparire. Alcuni sintomi non motori possono infatti manifestarsi anche anni prima delle alterazioni motorie tipiche della malattia. Riconoscerli non significa poter diagnosticare precocemente il Parkinson sulla base di un singolo disturbo, ma può aiutare a individuare situazioni che meritano un approfondimento medico.
La malattia di Parkinson è una patologia neurodegenerativa progressiva associata, tra l’altro, alla perdita di neuroni che producono dopamina. I sintomi possono variare molto da persona a persona e comprendono sia manifestazioni motorie sia non motorie.
La perdita dell’olfatto
Tra i possibili segnali precoci c’è la riduzione della capacità di percepire gli odori, chiamata iposmia. Può comparire molto tempo prima della diagnosi e, in alcuni casi, anche anni o decenni prima dei sintomi motori.
È però un sintomo tutt’altro che specifico: raffreddore, infezioni respiratorie, congestione nasale e altre condizioni possono alterare temporaneamente l’olfatto. A destare maggiore attenzione è soprattutto una perdita persistente e non spiegata da altre cause.
Stitichezza persistente
Anche la stitichezza può rientrare tra i segnali non motori associati al Parkinson. Le alterazioni dell’attività intestinale possono infatti comparire prima delle manifestazioni motorie.
Anche in questo caso, però, non bisogna interpretare automaticamente la stitichezza come un campanello d’allarme neurologico: alimentazione povera di fibre, scarsa idratazione, alcuni farmaci e numerose altre condizioni possono esserne la causa. È soprattutto la comparsa di un disturbo persistente e non spiegato a meritare un confronto con il medico.
Quando il sonno cambia
Un segnale particolarmente interessante è il disturbo comportamentale del sonno REM. Chi ne soffre può muoversi, parlare, gridare o compiere gesti durante il sonno come se stesse “mettendo in scena” i propri sogni.
Questo disturbo è considerato uno dei possibili segnali prodromici del Parkinson e di altre malattie neurodegenerative. Può precedere di diversi anni la comparsa dei sintomi motori. Non tutti coloro che presentano questo disturbo svilupperanno però il Parkinson: per questo è necessaria una valutazione specialistica.
Depressione, ansia e cambiamenti dell’umore
Anche depressione, ansia e apatia possono comparire nella fase precedente o iniziale della malattia. Sono sintomi frequenti nella popolazione generale e, proprio per questo, non possono essere considerati indicatori specifici di Parkinson.
Il loro significato può diventare maggiore quando si presentano insieme ad altri cambiamenti, come disturbi del sonno, alterazioni dell’olfatto o modificazioni persistenti della motricità.
Scrittura più piccola e movimenti più lenti
Tra i primi segnali motori può comparire la micrografia, cioè una progressiva riduzione delle dimensioni della scrittura, con lettere più piccole e ravvicinate.
Un altro elemento da osservare è la bradicinesia, ovvero il rallentamento dei movimenti. Può manifestarsi, per esempio, con maggiore difficoltà nelle attività quotidiane, nel vestirsi, nell’abbottonare i vestiti o nel camminare. La bradicinesia rappresenta uno dei sintomi motori fondamentali del Parkinson e, a differenza dei disturbi non motori, ha un ruolo centrale nella diagnosi clinica.
Quando rivolgersi al medico
La presenza di uno solo di questi sintomi non significa avere il Parkinson. Molti sono comuni e possono avere numerose spiegazioni diverse.
È invece opportuno parlarne con il medico quando compaiono cambiamenti persistenti, inspiegabili o più sintomi contemporaneamente, soprattutto se riguardano movimento, sonno, olfatto e funzioni intestinali.
La diagnosi del Parkinson è principalmente clinica: il neurologo valuta la storia dei sintomi e svolge un esame neurologico. Non esiste attualmente un singolo test in grado di confermare da solo la malattia; eventuali esami possono essere utilizzati soprattutto per escludere altre condizioni o, in casi selezionati, per supportare la diagnosi.
Riconoscere i segnali senza allarmarsi
Perdere l’olfatto, soffrire di stitichezza o avere qualche notte agitata non significa necessariamente essere alle prese con il Parkinson. Tuttavia, conoscere i possibili segnali precoci permette di prestare maggiore attenzione a cambiamenti persistenti e di parlarne tempestivamente con un professionista.
La prevenzione, in questo caso, passa soprattutto dalla consapevolezza: riconoscere i sintomi non serve a fare autodiagnosi, ma a capire quando è il momento di chiedere una valutazione medica.