Tempo di lettura: 4 minutiQuando si verifica un arresto cardiaco, i primi minuti possono essere decisivi. In attesa dell’arrivo dei soccorsi, riconoscere rapidamente l’emergenza e sapere come iniziare la rianimazione cardiopolmonare (RCP) può contribuire a mantenere in vita la persona e aumentare le possibilità di sopravvivenza.
Per questo motivo, conoscere almeno le basi delle manovre salvavita è importante anche per chi non ha una formazione sanitaria. Negli ultimi anni, la tecnologia ha messo a disposizione nuovi strumenti per avvicinare il pubblico alla rianimazione cardiopolmonare: app, simulatori e serious game possono aiutare a familiarizzare con le procedure e a ripassare le conoscenze acquisite.
Non sostituiscono però l’esperienza pratica di un corso certificato. Possono rappresentare, piuttosto, un modo semplice per iniziare a conoscere la catena della sopravvivenza e mantenere più facilmente la memoria delle procedure.
Arresto cardiaco: perché è importante saper intervenire
L’arresto cardiaco è una situazione nella quale il cuore smette di pompare sangue in modo efficace. Senza un intervento tempestivo, il cervello e gli altri organi rimangono privi dell’ossigeno necessario per funzionare.
Le prime persone a poter intervenire sono spesso proprio quelle che si trovano accanto alla vittima: familiari, amici, colleghi o semplici presenti. L’European Resuscitation Council sottolinea infatti come le prime fasi dopo un arresto cardiaco siano decisive e come un testimone adeguatamente formato possa iniziare le manovre di RCP prima dell’arrivo dei soccorsi.
La sequenza di intervento comprende il riconoscimento dell’emergenza, la richiesta tempestiva di aiuto, l’avvio della RCP e, quando disponibile e indicato, l’utilizzo di un defibrillatore automatico esterno (DAE).
Cosa possono insegnare le app sulla rianimazione
Le applicazioni dedicate alla rianimazione cardiopolmonare possono utilizzare video, animazioni, simulazioni e scenari interattivi per spiegare come comportarsi davanti a una persona priva di coscienza e che non respira normalmente.
Il vantaggio principale è la possibilità di ripassare più volte le informazioni, senza dover attendere un corso o una sessione formativa.
Alcune applicazioni sono pensate soprattutto per la formazione e il ripasso, mentre altre utilizzano la gamification per avvicinare soprattutto i più giovani al tema dell’arresto cardiaco.
È però importante distinguere tra informazione digitale e addestramento pratico: imparare la sequenza delle manovre attraverso lo smartphone non equivale a esercitarsi fisicamente su un manichino sotto la supervisione di un istruttore.
School of CPR VR: imparare attraverso la realtà virtuale
Tra gli strumenti sviluppati in Italia c’è School of CPR VR, un progetto promosso da Italian Resuscitation Council in collaborazione con Azienda USL di Bologna e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.
L’app utilizza la realtà virtuale su smartphone per proporre scenari simulati di arresto cardiaco, sia nell’adulto sia nel bambino. L’utente viene guidato attraverso diverse fasi dell’intervento: valutazione dello stato di coscienza e della respirazione, richiesta di aiuto, RCP e utilizzo del DAE.
Un aspetto particolarmente interessante è che i contenuti sono basati sulle linee guida dell’European Resuscitation Council e dell’Italian Resuscitation Council.
L’obiettivo non è trasformare lo smartphone in un sostituto dell’addestramento, ma familiarizzare l’utente con le decisioni da prendere durante un’emergenza.
Codename: ResUs, il serious game di IRC
Un altro progetto di Italian Resuscitation Council è Codename: ResUs, un serious game gratuito sviluppato per avvicinare soprattutto i più giovani alle tematiche dell’arresto cardiaco e dell’ostruzione delle vie aeree.
Il gioco propone una serie di prove a tempo attraverso le quali l’utente può familiarizzare con alcuni elementi fondamentali dell’intervento, tra cui l’allerta dei soccorsi, la RCP e il corretto utilizzo del defibrillatore.
IRC precisa però che lo scopo del gioco è principalmente aumentare la consapevolezza, non sostituire una vera formazione pratica alla rianimazione.
È una distinzione importante: un’app può aiutare a rendere il tema più familiare, ma la capacità di intervenire concretamente richiede anche addestramento.
Le nuove Linee Guida ERC 2025 arrivano anche sullo smartphone
Un altro strumento utile è l’applicazione ufficiale dell’European Resuscitation Council dedicata alle Linee Guida 2025.
Le nuove linee guida ERC sulla rianimazione sono state pubblicate nel 2025 e sono state recepite e adattate in Italia dall’Italian Resuscitation Council. L’app permette di consultare i contenuti delle linee guida aggiornate direttamente dal dispositivo mobile.
Per il pubblico generale, ERC ha inoltre realizzato una versione semplificata delle linee guida, pensata per spiegare in maniera accessibile cosa fare nei primi momenti di un arresto cardiaco.
Questo tipo di applicazione è particolarmente utile per chi ha già seguito una formazione e vuole mantenere aggiornate le proprie conoscenze.
Perché un’app non sostituisce un corso BLSD
È uno degli aspetti più importanti da chiarire quando si parla di tecnologia e primo soccorso.
Un’app può spiegare la sequenza delle procedure, mostrare immagini e simulare situazioni di emergenza. Non può però riprodurre completamente ciò che avviene durante un addestramento pratico.
Durante un corso BLSD, infatti, il partecipante può esercitarsi direttamente sulle compressioni toraciche, sulla ventilazione quando prevista dal corso, sull’utilizzo del DAE e sulla gestione complessiva dello scenario di emergenza.
L’IRC continua infatti a proporre corsi specifici per la formazione alla rianimazione cardiopolmonare e al BLSD.
La combinazione migliore è quindi formazione pratica + strumenti digitali per il ripasso.
La paura di intervenire è ancora un ostacolo
Conoscere le procedure non significa necessariamente sentirsi pronti ad affrontare un’emergenza.
Una ricerca commissionata da Italian Resuscitation Council nel 2026 ha rilevato che in Italia soltanto il 48% delle persone dichiara che sarebbe disposto a intervenire davanti a un arresto cardiaco. Tra coloro che sarebbero disposti ad aiutare, più della metà teme inoltre un possibile impatto psicologico dopo l’intervento.
È un dato che mostra quanto sia importante non limitarsi a diffondere informazioni tecniche. La formazione deve contribuire anche a sviluppare fiducia nelle proprie capacità e prontezza nell’agire.
Come utilizzare le app nel modo corretto
Per trasformare lo smartphone in uno strumento realmente utile, è possibile adottare alcune semplici abitudini:
- scegliere applicazioni sviluppate o validate da società scientifiche e organizzazioni sanitarie;
- verificare che i contenuti siano aggiornati alle linee guida più recenti;
- utilizzare periodicamente l’app per ripassare;
- non affidarsi esclusivamente alla formazione digitale;
- partecipare, quando possibile, a un corso pratico di RCP e BLSD;
- imparare anche a riconoscere un arresto cardiaco e ad attivare rapidamente il sistema di emergenza.
Il valore di un’app, quindi, non sta soltanto nel fornire istruzioni, ma nel contribuire a rendere meno estranea e più familiare una situazione che, quando si verifica realmente, può generare paura e paralisi.
Imparare la RCP può fare la differenza
Le nuove tecnologie stanno rendendo la formazione sulla rianimazione più accessibile e coinvolgente. Applicazioni, realtà virtuale e serious game possono aiutare a diffondere la cultura del primo soccorso e a mantenere vivo l’interesse per queste competenze.
Ma lo smartphone non deve essere considerato un sostituto del corso pratico. L’app può insegnare, ricordare e allenare la conoscenza; la formazione pratica permette di trasformare quella conoscenza in una capacità concreta di intervento.
In caso di arresto cardiaco, infatti, i soccorsi professionali possono richiedere alcuni minuti: sapere cosa fare nell’attesa può essere determinante. Per questo, imparare la RCP e conoscere l’utilizzo del DAE rappresentano competenze utili non soltanto per gli operatori sanitari, ma per tutta la comunità.
Fumare fa male al cuore anche con una sigaretta al giorno?
Mondo salute“Fumo solo una sigaretta al giorno”: una frase che può dare l’illusione di un rischio minimo. Ma dal punto di vista cardiovascolare, anche un consumo ridotto di tabacco può avere conseguenze importanti. Il cuore e i vasi sanguigni, infatti, risentono degli effetti del fumo anche quando il numero di sigarette consumate quotidianamente è basso.
Cosa succede al cuore quando si fuma
Il fumo di sigaretta contiene migliaia di sostanze chimiche, molte delle quali tossiche. Tra quelle che hanno un impatto sul sistema cardiovascolare ci sono soprattutto la nicotina e il monossido di carbonio.
La nicotina stimola il rilascio di adrenalina, provocando un aumento temporaneo della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa e costringendo il cuore a lavorare più intensamente. Il monossido di carbonio, invece, si lega all’emoglobina e riduce la quantità di ossigeno che il sangue può trasportare ai tessuti.
Il fumo contribuisce inoltre a danneggiare l’endotelio, il sottile rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo processi infiammatori e alterazioni che possono contribuire allo sviluppo dell’aterosclerosi.
Anche una sola sigaretta al giorno non è innocua
Uno dei principali equivoci sul fumo riguarda la convinzione che il rischio cardiovascolare diminuisca in modo proporzionale al numero di sigarette. In realtà, per il cuore la relazione non è così semplice: anche una quantità relativamente piccola di fumo può avere un effetto significativo sul rischio.
Fumare una sigaretta al giorno significa esporsi comunque a sostanze che possono alterare la funzione dei vasi sanguigni, aumentare l’infiammazione e favorire la formazione di coaguli. Nel lungo periodo, questi meccanismi possono contribuire all’insorgenza di malattie cardiovascolari, tra cui infarto e ictus.
Per questo motivo, non esiste una quantità di sigarette che possa essere considerata completamente sicura per la salute cardiovascolare. Ridurre il consumo può essere un primo passo verso la cessazione, ma non equivale a eliminare il rischio.
Il rischio aumenta nel tempo
Gli effetti del fumo non dipendono soltanto dalla quantità consumata in una singola giornata, ma anche dalla durata dell’esposizione. Anno dopo anno, il contatto con le sostanze presenti nel fumo può compromettere progressivamente la salute dei vasi sanguigni e contribuire all’accumulo di altri fattori di rischio cardiovascolare.
Il fumo può inoltre favorire condizioni che aumentano la probabilità di sviluppare problemi cardiaci, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio come pressione alta, diabete, alterazioni dei livelli di colesterolo, sovrappeso e sedentarietà.
È proprio la combinazione di più fattori a rendere particolarmente importante un approccio complessivo alla prevenzione cardiovascolare.
Smettere è la scelta più efficace
Per proteggere il cuore, l’obiettivo più sicuro è smettere completamente di fumare. I benefici iniziano già dopo la cessazione e proseguono nel tempo, con una progressiva riduzione del rischio cardiovascolare.
Per chi trova difficile interrompere il consumo di tabacco, esistono diversi strumenti di supporto. Il percorso può comprendere il supporto di professionisti sanitari, interventi comportamentali e, quando indicato, terapie sostitutive della nicotina o altri trattamenti specifici.
Anche per chi fuma poco, quindi, chiedere aiuto può essere importante: il fatto di consumare poche sigarette non significa necessariamente che smettere sarà semplice.
La prevenzione parte anche dalle piccole scelte
Proteggere il cuore significa intervenire sui diversi fattori di rischio modificabili. Smettere di fumare è uno dei passi più importanti, ma va affiancato, quando necessario, al controllo della pressione arteriosa e del colesterolo, a una corretta alimentazione, all’attività fisica regolare e al mantenimento di un peso adeguato.
La conclusione è semplice: anche una sola sigaretta al giorno non può essere considerata innocua per il cuore. Se l’obiettivo è ridurre il rischio cardiovascolare, diminuire il numero di sigarette può rappresentare un passaggio intermedio, ma la scelta più protettiva resta quella di smettere completamente.
PreSa Weekly – 21 agosto 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Arresto cardiaco: le app per imparare le manovre salvavita e arrivare preparati all’emergenza
Mondo saluteQuando si verifica un arresto cardiaco, i primi minuti possono essere decisivi. In attesa dell’arrivo dei soccorsi, riconoscere rapidamente l’emergenza e sapere come iniziare la rianimazione cardiopolmonare (RCP) può contribuire a mantenere in vita la persona e aumentare le possibilità di sopravvivenza.
Per questo motivo, conoscere almeno le basi delle manovre salvavita è importante anche per chi non ha una formazione sanitaria. Negli ultimi anni, la tecnologia ha messo a disposizione nuovi strumenti per avvicinare il pubblico alla rianimazione cardiopolmonare: app, simulatori e serious game possono aiutare a familiarizzare con le procedure e a ripassare le conoscenze acquisite.
Non sostituiscono però l’esperienza pratica di un corso certificato. Possono rappresentare, piuttosto, un modo semplice per iniziare a conoscere la catena della sopravvivenza e mantenere più facilmente la memoria delle procedure.
Arresto cardiaco: perché è importante saper intervenire
L’arresto cardiaco è una situazione nella quale il cuore smette di pompare sangue in modo efficace. Senza un intervento tempestivo, il cervello e gli altri organi rimangono privi dell’ossigeno necessario per funzionare.
Le prime persone a poter intervenire sono spesso proprio quelle che si trovano accanto alla vittima: familiari, amici, colleghi o semplici presenti. L’European Resuscitation Council sottolinea infatti come le prime fasi dopo un arresto cardiaco siano decisive e come un testimone adeguatamente formato possa iniziare le manovre di RCP prima dell’arrivo dei soccorsi.
La sequenza di intervento comprende il riconoscimento dell’emergenza, la richiesta tempestiva di aiuto, l’avvio della RCP e, quando disponibile e indicato, l’utilizzo di un defibrillatore automatico esterno (DAE).
Cosa possono insegnare le app sulla rianimazione
Le applicazioni dedicate alla rianimazione cardiopolmonare possono utilizzare video, animazioni, simulazioni e scenari interattivi per spiegare come comportarsi davanti a una persona priva di coscienza e che non respira normalmente.
Il vantaggio principale è la possibilità di ripassare più volte le informazioni, senza dover attendere un corso o una sessione formativa.
Alcune applicazioni sono pensate soprattutto per la formazione e il ripasso, mentre altre utilizzano la gamification per avvicinare soprattutto i più giovani al tema dell’arresto cardiaco.
È però importante distinguere tra informazione digitale e addestramento pratico: imparare la sequenza delle manovre attraverso lo smartphone non equivale a esercitarsi fisicamente su un manichino sotto la supervisione di un istruttore.
School of CPR VR: imparare attraverso la realtà virtuale
Tra gli strumenti sviluppati in Italia c’è School of CPR VR, un progetto promosso da Italian Resuscitation Council in collaborazione con Azienda USL di Bologna e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.
L’app utilizza la realtà virtuale su smartphone per proporre scenari simulati di arresto cardiaco, sia nell’adulto sia nel bambino. L’utente viene guidato attraverso diverse fasi dell’intervento: valutazione dello stato di coscienza e della respirazione, richiesta di aiuto, RCP e utilizzo del DAE.
Un aspetto particolarmente interessante è che i contenuti sono basati sulle linee guida dell’European Resuscitation Council e dell’Italian Resuscitation Council.
L’obiettivo non è trasformare lo smartphone in un sostituto dell’addestramento, ma familiarizzare l’utente con le decisioni da prendere durante un’emergenza.
Codename: ResUs, il serious game di IRC
Un altro progetto di Italian Resuscitation Council è Codename: ResUs, un serious game gratuito sviluppato per avvicinare soprattutto i più giovani alle tematiche dell’arresto cardiaco e dell’ostruzione delle vie aeree.
Il gioco propone una serie di prove a tempo attraverso le quali l’utente può familiarizzare con alcuni elementi fondamentali dell’intervento, tra cui l’allerta dei soccorsi, la RCP e il corretto utilizzo del defibrillatore.
IRC precisa però che lo scopo del gioco è principalmente aumentare la consapevolezza, non sostituire una vera formazione pratica alla rianimazione.
È una distinzione importante: un’app può aiutare a rendere il tema più familiare, ma la capacità di intervenire concretamente richiede anche addestramento.
Le nuove Linee Guida ERC 2025 arrivano anche sullo smartphone
Un altro strumento utile è l’applicazione ufficiale dell’European Resuscitation Council dedicata alle Linee Guida 2025.
Le nuove linee guida ERC sulla rianimazione sono state pubblicate nel 2025 e sono state recepite e adattate in Italia dall’Italian Resuscitation Council. L’app permette di consultare i contenuti delle linee guida aggiornate direttamente dal dispositivo mobile.
Per il pubblico generale, ERC ha inoltre realizzato una versione semplificata delle linee guida, pensata per spiegare in maniera accessibile cosa fare nei primi momenti di un arresto cardiaco.
Questo tipo di applicazione è particolarmente utile per chi ha già seguito una formazione e vuole mantenere aggiornate le proprie conoscenze.
Perché un’app non sostituisce un corso BLSD
È uno degli aspetti più importanti da chiarire quando si parla di tecnologia e primo soccorso.
Un’app può spiegare la sequenza delle procedure, mostrare immagini e simulare situazioni di emergenza. Non può però riprodurre completamente ciò che avviene durante un addestramento pratico.
Durante un corso BLSD, infatti, il partecipante può esercitarsi direttamente sulle compressioni toraciche, sulla ventilazione quando prevista dal corso, sull’utilizzo del DAE e sulla gestione complessiva dello scenario di emergenza.
L’IRC continua infatti a proporre corsi specifici per la formazione alla rianimazione cardiopolmonare e al BLSD.
La combinazione migliore è quindi formazione pratica + strumenti digitali per il ripasso.
La paura di intervenire è ancora un ostacolo
Conoscere le procedure non significa necessariamente sentirsi pronti ad affrontare un’emergenza.
Una ricerca commissionata da Italian Resuscitation Council nel 2026 ha rilevato che in Italia soltanto il 48% delle persone dichiara che sarebbe disposto a intervenire davanti a un arresto cardiaco. Tra coloro che sarebbero disposti ad aiutare, più della metà teme inoltre un possibile impatto psicologico dopo l’intervento.
È un dato che mostra quanto sia importante non limitarsi a diffondere informazioni tecniche. La formazione deve contribuire anche a sviluppare fiducia nelle proprie capacità e prontezza nell’agire.
Come utilizzare le app nel modo corretto
Per trasformare lo smartphone in uno strumento realmente utile, è possibile adottare alcune semplici abitudini:
Il valore di un’app, quindi, non sta soltanto nel fornire istruzioni, ma nel contribuire a rendere meno estranea e più familiare una situazione che, quando si verifica realmente, può generare paura e paralisi.
Imparare la RCP può fare la differenza
Le nuove tecnologie stanno rendendo la formazione sulla rianimazione più accessibile e coinvolgente. Applicazioni, realtà virtuale e serious game possono aiutare a diffondere la cultura del primo soccorso e a mantenere vivo l’interesse per queste competenze.
Ma lo smartphone non deve essere considerato un sostituto del corso pratico. L’app può insegnare, ricordare e allenare la conoscenza; la formazione pratica permette di trasformare quella conoscenza in una capacità concreta di intervento.
In caso di arresto cardiaco, infatti, i soccorsi professionali possono richiedere alcuni minuti: sapere cosa fare nell’attesa può essere determinante. Per questo, imparare la RCP e conoscere l’utilizzo del DAE rappresentano competenze utili non soltanto per gli operatori sanitari, ma per tutta la comunità.
Sole e farmaci, quando fare attenzione alla pelle
PrevenzioneNon tutte le reazioni della pelle dopo l’esposizione al sole sono semplici scottature. Alcuni farmaci, infatti, possono modificare la risposta della cute ai raggi ultravioletti e aumentare il rischio di sviluppare reazioni anche importanti. È il tema della nuova puntata di “Estate in salute”, la rubrica social dell’ospedale Cardarelli di Napoli dedicata alla prevenzione e al benessere durante i mesi estivi.
A spiegare che cosa sia la fotosensibilità cutanea, quali farmaci possano provocarla, come si manifesti e quali precauzioni adottare è la dermatologa del Cardarelli Francesca Romano.
“Estate in salute”, i consigli degli specialisti del Cardarelli
La rubrica estiva si sviluppa attraverso video-pillole dedicate a problematiche, patologie, stili di vita, prevenzione e consigli pratici. Gli specialisti dell’ospedale forniscono indicazioni utili per aiutare i cittadini a prendersi cura della propria salute anche durante le vacanze.
Dopo il focus sulla cheratite infettiva, un’infezione della cornea che, se non riconosciuta e trattata tempestivamente, può compromettere la vista, e la puntata dedicata alle diverse forme di sincope, con particolare attenzione alla distinzione tra episodi causati dal caldo e quelli che possono avere un’origine cardiaca, l’approfondimento si concentra ora sulla fotosensibilità cutanea legata ai farmaci.
Che cos’è la fotosensibilità provocata dai farmaci
“È una reazione della cute che si può avere in corso di terapie, che siano sistemiche o topiche, quando ci esponiamo ai raggi solari”, spiega Romano.
Alcuni medicinali possono infatti aumentare la sensibilità della pelle alle radiazioni ultraviolette. Le conseguenze possono essere molto diverse: si va dagli arrossamenti e dalla comparsa di macchie cutanee fino a vere e proprie ustioni che, nei casi più seri, possono richiedere anche l’ospedalizzazione.
Durante l’estate il rischio può diventare maggiore soprattutto perché aumenta il tempo trascorso all’aperto e l’esposizione tende a essere più prolungata. A incidere è anche l’intensità delle radiazioni ultraviolette.
Per questo, sottolinea la dermatologa, quando viene iniziata una nuova terapia è importante leggere attentamente il foglietto illustrativo e chiedere al medico indicazioni specifiche sul comportamento da adottare durante l’esposizione al sole.
Antibiotici e FANS tra i farmaci da tenere sotto controllo
Sono numerose le classi di farmaci che possono provocare fotosensibilità cutanea. Tra quelle più comuni Romano indica alcuni antibiotici, come tetracicline e chinolonici, ma anche i farmaci antinfiammatori non steroidei, i cosiddetti FANS.
Si tratta di medicinali di ampissima diffusione, come ibuprofene, ketoprofene e naprossene, che in alcuni casi vengono utilizzati anche senza prescrizione medica. Proprio questa facilità di accesso rappresenta, secondo la specialista, una ragione in più per prestare attenzione.
Tra i trattamenti che possono essere associati a una maggiore sensibilità cutanea al sole rientrano inoltre alcuni farmaci impiegati per il diabete, antimicotici, cortisonici e terapie oncologiche, comprese alcune immunoterapie.
Particolare cautela è necessaria nei pazienti che assumono contemporaneamente più medicinali. In presenza di politerapie, infatti, le possibili interazioni possono contribuire ad aumentare la sensibilità della pelle alle radiazioni solari.
Questo, precisa comunque Romano, non significa che ogni persona che assume uno di questi farmaci svilupperà necessariamente una reazione cutanea dopo l’esposizione al sole. La risposta può variare da paziente a paziente, ma la prudenza resta fondamentale.
Come proteggere la pelle durante una terapia
Quando si sa di assumere un farmaco potenzialmente fotosensibilizzante, è consigliabile evitare l’esposizione al sole nelle ore in cui la radiazione è più intensa.
Tra le principali misure di protezione indicate dalla dermatologa ci sono l’utilizzo di cappelli, occhiali da sole, indumenti protettivi e prodotti solari con un adeguato fattore di protezione.
Romano richiama anche la possibilità di valutare, in determinati casi, l’impiego di integratori contenenti antiossidanti. La loro eventuale assunzione deve però essere considerata nell’ambito della situazione individuale e non sostituisce le normali misure di fotoprotezione né il consiglio del medico.
Eritema, prurito e bruciore: quando rivolgersi al medico
Ci sono infine alcuni segnali che non dovrebbero essere sottovalutati. È opportuno rivolgersi a un medico quando sulla pelle compaiono eritemi, prurito o un bruciore intenso che non migliorano spontaneamente dopo l’interruzione dell’esposizione al sole.
In questi casi è consigliabile consultare sia il dermatologo sia lo specialista che ha prescritto il farmaco. L’obiettivo è individuare una soluzione condivisa che consenta, quando possibile, di completare la terapia in corso limitando i rischi per la salute.
Il messaggio della nuova puntata di “Estate in salute” è quindi soprattutto quello della prevenzione: conoscere i possibili effetti dei medicinali, leggere le informazioni che accompagnano la terapia e chiedere consiglio al medico può aiutare a vivere l’esposizione al sole con maggiore sicurezza.
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Cellule staminali per riparare il cuore
Cellule staminali per riparare il cuore
Ricerca innovazioneSi può davvero “riparare” un cuore gravemente danneggiato aggiungendo nuove cellule cardiache? È una delle sfide più ambiziose della medicina rigenerativa, il settore della ricerca che punta non soltanto a sostenere il funzionamento di tessuti e organi malati, ma a ricostruire almeno in parte ciò che è stato perduto.
Oggi questa possibilità sembra un po’ meno lontana. Uno studio pubblicato il 19 agosto 2026 su Nature Medicine ha portato nell’uomo una strategia sperimentale basata sull’iniezione di nuove cellule muscolari cardiache in pazienti con scompenso cardiaco ischemico avanzato.
Dalle cellule adulte a nuove cellule del cuore
Lo studio, chiamato HEAL-CHF, parte dalle cellule staminali pluripotenti indotte, o iPSC. Si tratta di cellule adulte che vengono riprogrammate in laboratorio fino a recuperare uno stato molto versatile, dal quale possono essere indirizzate verso differenti specializzazioni.
I ricercatori le hanno trasformate in cardiomiociti, le cellule muscolari del cuore responsabili della contrazione, e successivamente le hanno iniettate direttamente nel miocardio.
È proprio questo passaggio a rendere il lavoro particolarmente interessante: la possibilità di sostituire cellule cardiache perdute non è stata valutata soltanto in laboratorio o negli animali, ma è arrivata fino a un trial clinico randomizzato nell’uomo.
Un esperimento su appena 20 pazienti
La cautela resta però indispensabile. HEAL-CHF è uno studio molto piccolo: ha coinvolto soltanto 20 persone, dieci trattate con i cardiomiociti e dieci inserite nel gruppo di controllo.
Inoltre, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a un bypass coronarico, l’intervento chirurgico che permette di migliorare l’afflusso di sangue al cuore creando nuove vie attorno alle arterie coronarie ostruite.
Di conseguenza, eventuali miglioramenti non possono essere attribuiti automaticamente alle cellule trapiantate: anche la rivascolarizzazione ottenuta con il bypass può contribuire in maniera importante al recupero della funzione cardiaca.
I primi segnali di un possibile beneficio
Nonostante questi limiti, sono comparsi alcuni risultati che meritano attenzione.
I pazienti trattati con le cellule hanno ottenuto risultati migliori nel test del cammino dei sei minuti, utilizzato per valutare la capacità di sostenere uno sforzo paragonabile alle normali attività quotidiane.
Sono migliorati anche alcuni parametri relativi alla perfusione del muscolo cardiaco, cioè alla quantità di sangue che riesce a raggiungerlo, e alla capacità di alcune regioni della parete del cuore di contrarsi.
Sono proprio gli effetti che i ricercatori speravano di osservare: segnali compatibili con l’ipotesi che l’aggiunta di nuove cellule cardiache possa contribuire a un recupero funzionale.
Perché non si può ancora parlare di cuore rigenerato
I risultati, tuttavia, non dimostrano che il cuore sia stato rigenerato.
Dopo 12 mesi non sono infatti emerse differenze significative tra i due gruppi in diversi indicatori fondamentali. Tra questi figura la frazione di eiezione, cioè la percentuale di sangue che il ventricolo sinistro riesce a espellere a ogni contrazione.
Non sono stati osservati miglioramenti significativi neppure nei volumi del cuore, nelle dimensioni della cicatrice lasciata dal danno ischemico o nella classe utilizzata per descrivere la gravità dello scompenso cardiaco.
Il quadro è quindi ancora quello di un primo segnale sperimentale, non della dimostrazione di una terapia efficace.
Il problema delle aritmie
Un punto particolarmente importante riguarda la sicurezza. Nelle prime quattro settimane tutti e dieci i pazienti trattati con le cellule hanno sviluppato temporaneamente un ritmo idioventricolare accelerato, un’alterazione in cui alcune aree dei ventricoli iniziano a generare autonomamente impulsi elettrici.
In due pazienti sono comparse anche tachicardie ventricolari clinicamente significative, ritmi molto rapidi originati nelle camere inferiori del cuore che possono diventare pericolosi. È stato necessario ricorrere alla cardioversione per ristabilire il ritmo normale.
Esistono però anche dati rassicuranti: nel periodo stabilito come principale controllo della sicurezza non sono state osservate tachicardie ventricolari sostenute e, durante i 12 mesi di follow-up, non è stata rilevata la formazione di tumori.
Una strada promettente, ma ancora all’inizio
È stato quindi trovato un modo per rigenerare un cuore malato? Non ancora.
Lo studio indica però che questa strada merita di essere esplorata. Per la prima volta una strategia basata su cardiomiociti ottenuti da cellule pluripotenti indotte è arrivata a un piccolo studio randomizzato, mostrando alcuni segnali compatibili con un beneficio funzionale.
Oggi farmaci, dispositivi e interventi chirurgici possono aiutare un cuore danneggiato a lavorare meglio. La medicina rigenerativa cerca di compiere un passo ulteriore: aggiungere nuovo muscolo cardiaco dove una parte è stata irrimediabilmente perduta.
Per capire se questa possibilità potrà trasformarsi in una terapia serviranno studi molto più grandi, capaci di distinguere chiaramente l’effetto delle cellule da quello del bypass e di valutare con particolare attenzione il rischio di aritmie.
La cosa importante, però, è essere passati da un’idea rimasta per anni soprattutto nel campo della ricerca sperimentale ad un trial nell’uomo. Ed è proprio da qui che potrebbe cominciare la parte più interessante della storia.
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HIV, una pillola alla settimana può mantenere il virus sotto controllo
Ricerca innovazione, NewsUna compressa contro l’HIV, ma non ogni giorno: una volta alla settimana. È la prospettiva aperta da un nuovo studio clinico di fase III che ha sperimentato una combinazione di due farmaci antiretrovirali in persone con HIV che avevano già raggiunto una soppressione stabile del virus grazie alla terapia.
Il risultato è importante perché il regime settimanale è riuscito a mantenere il controllo dell’infezione in maniera sostanzialmente equivalente alla terapia orale quotidiana. Non si tratta di una cura per l’HIV e non significa che i trattamenti attuali possano già essere sostituiti per tutti. Potrebbe però cambiare concretamente, in futuro, il rapporto quotidiano con la terapia.
Da una compressa al giorno a una ogni sette giorni
Le moderne terapie antiretrovirali consentono a molte persone con HIV di ridurre la quantità di virus nel sangue fino a livelli non rilevabili dai normali test. Per mantenere questo risultato è però fondamentale assumere regolarmente i farmaci.
Da qui la domanda dei ricercatori: è indispensabile prendere una compressa ogni giorno oppure è possibile ridurre drasticamente la frequenza senza compromettere l’efficacia?
Nel trial di fase III sono state coinvolte oltre 600 persone con HIV-1 che assumevano già da almeno sei mesi una terapia antiretrovirale e avevano raggiunto la soppressione virologica. I partecipanti sono stati assegnati alla nuova combinazione orale settimanale oppure alla prosecuzione della terapia quotidiana.
Cosa è successo dopo 48 settimane
Alla settimana 48, una carica virale inferiore a 50 copie per millilitro è stata rilevata nel 93,4% delle persone trattate una volta alla settimana, contro il 92,4% del gruppo che continuava la terapia quotidiana.
La differenza è minima, ed è proprio questo l’elemento centrale dello studio. L’obiettivo non era dimostrare che la nuova combinazione fosse superiore, ma verificare che non fosse significativamente peggiore rispetto al trattamento standard: in termini scientifici, uno studio di non inferiorità.
Ancora più significativo per l’endpoint principale, alla settimana 48 nessuna persona nel gruppo trattato con il regime settimanale presentava una carica virale pari o superiore a 50 copie per millilitro, contro una persona nel gruppo che proseguiva il trattamento quotidiano. I criteri prestabiliti di non inferiorità sono stati quindi rispettati.
Perché una terapia settimanale potrebbe fare la differenza
A prima vista potrebbe sembrare soprattutto una questione di comodità. Ma una terapia che deve essere seguita per molti anni, potenzialmente per tutta la vita, diventa inevitabilmente parte della quotidianità.
Passare da circa 365 assunzioni all’anno a poco più di 50 significherebbe ridurre considerevolmente la presenza del trattamento nella routine. Potrebbe inoltre rappresentare un’opzione interessante per alcune persone che incontrano difficoltà nel rispettare ogni giorno lo stesso schema di assunzione.
Questo possibile vantaggio non va però dato per scontato: il trial dimostra innanzitutto che il regime settimanale può mantenere la soppressione virale nelle persone selezionate per lo studio. Non dimostra automaticamente che l’aderenza o la qualità di vita migliorino per tutti.
Non è una cura per l’HIV
È la precisazione fondamentale per interpretare correttamente i risultati. La nuova combinazione non elimina HIV dall’organismo.
I farmaci agiscono su differenti meccanismi del ciclo del virus e ne ostacolano la replicazione. La finalità resta quindi quella delle attuali terapie antiretrovirali: mantenere HIV sotto controllo. Se un trattamento efficace viene interrotto, il virus può tornare a replicarsi.
Non si parla dunque di eradicazione dell’infezione, ma di un possibile modo diverso e meno frequente di somministrare una terapia di mantenimento.
Una strategia che, per ora, non riguarda tutti
Anche la popolazione studiata è essenziale per comprendere la portata della notizia. I partecipanti non avevano un’infezione appena diagnosticata con elevata carica virale: erano persone già in trattamento e con virus stabilmente soppresso.
La domanda alla quale risponde lo studio è quindi molto specifica: chi ha già l’HIV sotto controllo può passare da una terapia quotidiana a una settimanale continuando a mantenere la soppressione?
A 48 settimane la risposta appare positiva. È però cosa molto diversa dal sostenere che questa pillola possa diventare immediatamente il trattamento iniziale per qualsiasi persona con HIV.
Sicurezza e dati a lungo termine restano fondamentali
Un trial di fase III fornisce evidenze molto più solide rispetto agli studi preliminari, ma un risultato positivo non coincide automaticamente con l’ingresso immediato di un farmaco nella pratica clinica.
Nel trial, l’interruzione dovuta a eventi avversi è risultata poco frequente in entrambi i gruppi, mentre gli eventi avversi gravi hanno interessato una quota limitata dei partecipanti.
Occorrerà continuare a valutare sicurezza a lungo termine, possibili resistenze, interazioni farmacologiche, caratteristiche delle persone più adatte al trattamento e decisioni delle autorità regolatorie. Per HIV, soprattutto, è fondamentale che la soppressione virale rimanga stabile nel tempo.
Il vero cambiamento potrebbe riguardare la vita quotidiana
Il trattamento dell’HIV ha già attraversato una trasformazione enorme: dalle complesse combinazioni di numerosi farmaci assunti più volte al giorno si è arrivati, per molte persone, a una singola compressa quotidiana e, in alcuni casi, a terapie iniettabili a lunga durata d’azione.
La ricerca può quindi porsi una domanda nuova. Non soltanto: quanto efficacemente è possibile controllare il virus? Ma anche: quanto è possibile alleggerire il peso della terapia nella vita delle persone?
È in questo scenario che una compressa alla settimana assume particolare interesse. Non perché permetta di fare qualcosa che oggi è impossibile (le moderne terapie controllano già HIV con grande efficacia) ma perché potrebbe ridurre drasticamente la frequenza con cui una persona deve pensare al proprio trattamento.
Da ogni giorno a una volta ogni sette. Ed è probabilmente questo, più delle percentuali dello studio, il cambiamento più concreto suggerito dalla ricerca.
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Bambini, PrevenzioneUn vaccino somministrato durante la gravidanza può offrire al neonato una protezione importante contro il virus sinciziale (RSV), proprio nei mesi in cui il rischio di sviluppare forme gravi è maggiore. A confermarlo sono nuovi dati raccolti nella pratica clinica reale in Australia: la vaccinazione materna con RSVpreF è risultata associata a una riduzione del 77,8% dei ricoveri per malattia delle basse vie respiratorie causata da RSV nei primi sei mesi di vita. Nei primi due mesi la protezione stimata ha raggiunto l’86,3%.
Un risultato ottenuto nella pratica clinica reale
Il dato arriva dallo studio STREETON, pubblicato online il 17 agosto 2026 su JAMA Pediatrics. A renderlo particolarmente interessante è il fatto che non si tratta di un nuovo trial clinico controllato, ma di un’analisi condotta dopo l’introduzione della vaccinazione nella normale assistenza sanitaria.
I ricercatori hanno esaminato i ricoveri avvenuti in nove ospedali australiani tra marzo 2025 e febbraio 2026, durante il primo anno di utilizzo di RSVpreF nel programma nazionale australiano di immunizzazione.
Perché l’RSV preoccupa soprattutto nei neonati
Il virus respiratorio sinciziale è una delle principali cause di malattie delle basse vie respiratorie nei bambini piccoli. Può provocare bronchiolite e polmonite e, nelle forme più importanti, rendere necessarie ossigenoterapia, ventilazione o assistenza in terapia intensiva.
Il periodo più delicato coincide con i primi mesi dopo la nascita: nello studio circa tre quarti dei bambini ricoverati con malattia delle basse vie respiratorie avevano tre mesi o meno.
La vaccinazione in gravidanza sfrutta il trasferimento degli anticorpi materni attraverso la placenta. La madre produce anticorpi diretti contro il virus, che raggiungono il feto e permettono al neonato di nascere con una forma di immunità passiva, particolarmente utile quando il suo sistema immunitario è ancora immaturo.
Lo studio ha coinvolto oltre mille bambini
L’indagine australiana è uno studio retrospettivo caso-controllo con disegno “test-negative”, una metodologia utilizzata per stimare l’efficacia dei vaccini nella vita reale.
Sono stati inclusi 1.012 bambini fino a sei mesi ricoverati per malattia respiratoria acuta. Di questi, 655 presentavano una malattia delle basse vie respiratorie: 386 erano positivi all’RSV e 269 negativi.
Per essere considerato esposto alla vaccinazione materna, il bambino doveva essere nato da una donna vaccinata con RSVpreF dalla 28ª settimana di gestazione e almeno 14 giorni prima del parto. L’età gestazionale mediana al momento della vaccinazione era di 31 settimane. L’età mediana dei bambini ricoverati con interessamento delle basse vie respiratorie era invece di appena 52 giorni.
Protezione più elevata nelle prime settimane
Dopo la correzione per numerosi possibili fattori di confondimento, l’efficacia stimata contro il ricovero per malattia delle basse vie respiratorie associata a RSV è risultata del 77,8% entro i sei mesi, dell’80,2% entro i tre mesi e dell’86,3% entro i primi due mesi. Tra oltre due e quattro mesi l’efficacia stimata era del 68,2%.
Contro le forme severe di malattia delle basse vie respiratorie l’efficacia è risultata dell’80,4%. Tra le condizioni utilizzate per definire una forma severa figuravano saturazione di ossigeno inferiore al 90% con necessità di ossigenoterapia, ventilazione meccanica o ossigeno ad alto flusso, ricovero in terapia intensiva o episodi di apnea.
Considerando tutti i bambini ricoverati per infezione respiratoria acuta, una forma severa era presente nel 32% dei figli di madri non vaccinate e nel 17% dei figli di donne vaccinate. Si tratta però di un confronto descrittivo, che non corrisponde direttamente alla misura dell’efficacia vaccinale.
Cosa significa davvero quel 77,8%
Un’efficacia del 77,8% non significa che il vaccino impedisca quasi otto infezioni da RSV su dieci. L’esito principale valutato era molto più specifico: il ricovero ospedaliero per una malattia delle basse vie respiratorie provocata dal virus.
Il dato indica quindi una forte riduzione relativa del rischio di una conseguenza clinicamente rilevante dell’infezione. Ridurre i ricoveri può significare proteggere i neonati dalle forme più impegnative e, allo stesso tempo, alleggerire la pressione sui reparti pediatrici durante i periodi di maggiore circolazione dei virus respiratori.
Risultati coerenti con quelli di altri Paesi
L’esperienza australiana si aggiunge ai dati real-world raccolti negli ultimi anni in Argentina, Regno Unito, Stati Uniti e altri Paesi. In Scozia, per esempio, uno studio nazionale aveva stimato un’efficacia dell’82,2% contro i ricoveri per infezioni delle basse vie respiratorie associate a RSV nei bambini più piccoli.
La concordanza tra risultati ottenuti in popolazioni e sistemi sanitari differenti rafforza l’interesse per la vaccinazione materna.
RSVpreF contiene la proteina F del virus stabilizzata nella configurazione di prefusione, un bersaglio particolarmente importante per gli anticorpi neutralizzanti. Il progressivo calo dell’efficacia osservato con l’aumentare dell’età del bambino è inoltre coerente con una protezione basata sugli anticorpi materni trasferiti prima della nascita.
Restano i limiti di uno studio osservazionale
I risultati non eliminano tutte le incertezze. Lo studio non è randomizzato e donne vaccinate e non vaccinate potrebbero differire per caratteristiche sociali, sanitarie o comportamentali capaci di influenzare il rischio dei figli.
Gli autori hanno corretto le analisi considerando, tra gli altri fattori, condizioni cliniche ed età del bambino, età materna, fumo in gravidanza, situazione socioeconomica, area di residenza e utilizzo dell’assistenza sanitaria. Un confondimento residuo non può comunque essere escluso.
Il lavoro riguarda inoltre soltanto il primo anno del programma australiano e saranno necessari numeri maggiori per valutare con precisione specifici sottogruppi.
Un nuovo tassello nella prevenzione dell’RSV
L’importanza dello studio non consiste nel dimostrare per la prima volta l’efficacia di RSVpreF, già valutata nei trial clinici, ma nel mostrare che una protezione elevata sembra mantenersi anche nel passaggio alla pratica quotidiana.
L’effetto maggiore emerge proprio nelle prime settimane e nei primi mesi di vita, quando le conseguenze dell’RSV possono essere più serie. La vaccinazione materna non elimina tutte le infezioni, le bronchioliti o i ricoveri, ma i dati australiani indicano che può ridurre in modo sostanziale la probabilità che l’infezione porti un neonato in ospedale.
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Menopausa e controllo del peso: perché proteggono la salute della donna
PrevenzioneLa salute della donna in menopausa passa anche attraverso il controllo del peso e, soprattutto, della composizione corporea. È quanto emerge dai dati presentati al Congresso europeo sull’obesità ECO 2026, che riportano in primo piano il rapporto tra eccesso ponderale, cambiamenti ormonali e rischio cardiometabolico.
Secondo i dati preliminari della clinical survey W.I.N., gli specialisti indicano come principali priorità per le donne in menopausa e con eccesso di peso il rischio cardiometabolico, segnalato dal 60,2% degli intervistati, l’eccesso di peso, indicato dal 56,8%, e la salute ossea, considerata prioritaria dal 55,1%.
Anche tra i medici il controllo ponderale occupa quindi una posizione centrale: il 59,8% dei clinici raccomanda innanzitutto modifiche dello stile di vita, mentre il 38,1% suggerisce un approccio farmacologico. Il problema riguarda una quota consistente della popolazione femminile: il 59% delle donne in menopausa va incontro a un aumento di peso e oltre il 43% convive con l’obesità. La letteratura scientifica conferma inoltre che la menopausa può favorire modificazioni della distribuzione del tessuto adiposo, con una maggiore tendenza all’accumulo di grasso centrale.
Non è soltanto una questione di bilancia
«Monitorare il peso e la composizione corporea in questa fase non è solo una questione estetica, ma costituisce un utile strumento per prevenire la sindrome metabolica, il diabete e le malattie cardiovascolari», spiega Simona Bertoli, Professore Ordinario di Scienza dell’Alimentazione e delle tecniche Dietetiche applicate all’Università degli Studi di Milano e Direttore dei Centri Obesità Lombardia.
Secondo Bertoli è però necessario considerare che, in molti casi, le sole modifiche dello stile di vita possono non essere sufficienti a ottenere un calo ponderale consistente e duraturo, soprattutto in questa fase della vita. Diventa quindi importante un approccio integrato che, quando indicato dal medico, può comprendere anche interventi farmacologici mirati.
Durante ECO 2026 è stata presentata anche un’analisi post-hoc dello studio STEP UP. I risultati mostrano una perdita di peso rilevante nelle donne con obesità trattate con semaglutide nelle diverse fasi della vita. Nello studio clinico STEP UP, semaglutide 7,2 mg una volta alla settimana è stata valutata in adulti con obesità attraverso uno studio randomizzato e controllato di fase 3b.
Vampate e sudorazioni, un segnale da non trascurare
L’eccesso di peso può avere ripercussioni anche sui disturbi tipici della menopausa. «Incide negativamente anche sui sintomi vasomotori, accentuando l’intensità e la frequenza di vampate e sudorazioni notturne», sottolinea Raffaela Di Pace, medico chirurgo, specialista in ginecologia e ostetricia e sessuologa clinica presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano.
Quando questi disturbi sono frequenti e persistenti possono compromettere sia la qualità della vita sia quella del sonno. Le evidenze scientifiche hanno inoltre individuato associazioni tra sintomi vasomotori e diversi indicatori di rischio cardiovascolare e metabolico.
Di Pace ricorda che, dopo i 50 anni, il rischio cardiometabolico della donna aumenta sensibilmente e che oltre il 50% dei decessi femminili in questa fase della vita è riconducibile alle malattie cardiovascolari. Per questo la menopausa rappresenta una fase importante anche sul fronte della prevenzione.
Perdere grasso preservando la massa muscolare
L’obiettivo della terapia dell’obesità, tuttavia, non può essere semplicemente vedere diminuire il numero indicato dalla bilancia. «L’obiettivo clinico non è solo scendere sulla bilancia, ma migliorare la composizione corporea complessiva», sottolinea Fabrizio Muratori, presidente della Sezione Regionale Lombarda della SIO, Società Italiana dell’Obesità.
Secondo i dati illustrati da Muratori, nello studio STEP UP semaglutide nei soggetti con eccesso ponderale ha consentito di ottenere una perdita di peso nell’ordine del 20% del peso corporeo iniziale. Circa l’84% della perdita sarebbe attribuibile alla riduzione della massa grassa, con contemporanea salvaguardia della massa magra e della funzione muscolare.
Un aspetto particolarmente importante per le donne in menopausa, fase nella quale può verificarsi una diminuzione della massa magra insieme a un aumento dell’adiposità. Preservare il muscolo mentre si riduce soprattutto il grasso viscerale diventa quindi un obiettivo fondamentale per migliorare il profilo metabolico e rendere più sostenibili nel tempo i risultati ottenuti.
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Emicrania: caldo, disidratazione e luce peggiorano gli attacchi
PrevenzioneCaldo, disidratazione, sonno insufficiente, luce intensa e cambiamenti delle abitudini tipici delle vacanze possono sommarsi e determinare un aumento degli attacchi di emicrania nelle giornate estive. A richiamare l’attenzione sui diversi fattori che possono favorire le crisi è la Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (Sisc), che invita chi soffre di questo disturbo a prestare particolare attenzione nei periodi caratterizzati dalle temperature più elevate.
L’estate, infatti, modifica numerosi aspetti della vita quotidiana. Si dorme spesso in orari differenti, si trascorre più tempo all’aperto, si è maggiormente esposti al sole e al caldo e, soprattutto durante le vacanze, possono cambiare anche gli orari dei pasti. Per chi soffre di emicrania, la combinazione di questi elementi può contribuire a rendere più facile l’insorgenza di un attacco.
Il ruolo delle temperature elevate
“Le temperature elevate possono contribuire ad abbassare la cosiddetta soglia emicranica, rendendo più probabile l’insorgenza di un attacco per ogni aumento della temperatura di almeno 5 gradi”, spiega Antonio Russo, ordinario di Neurologia e direttore del Programma di Medicina delle Cefalee dell’Università Vanvitelli di Napoli.
Il caldo può agire attraverso diversi meccanismi. Le temperature elevate favoriscono innanzitutto la disidratazione e la perdita di elettroliti, soprattutto quando si suda molto e non si reintegrano adeguatamente i liquidi. Ma possono incidere anche indirettamente, disturbando il riposo notturno o modificando gli orari abituali dei pasti. Sonno irregolare e cambiamenti nell’alimentazione sono infatti fattori ben conosciuti da molte persone che soffrono di emicrania.
Non soltanto caldo: contano umidità e pressione
Le alte temperature, tuttavia, non rappresentano l’unico elemento ambientale da considerare. “Esiste una relazione certa anche con umidità ambientale e pressione atmosferica e attacchi”, precisa Marina De Tommaso, presidente della Sisc.
Le condizioni meteorologiche possono quindi contribuire a creare una situazione particolarmente sfavorevole per le persone predisposte. In Italia l’emicrania riguarda circa 9 milioni di persone e può avere un impatto significativo sulle attività quotidiane, sul lavoro e sulla qualità della vita.
L’attenzione ai possibili fattori scatenanti non significa però dover rinunciare agli strumenti utilizzati per difendersi dal caldo.
Aria condizionata sì, ma attenzione agli sbalzi
Chi soffre di emicrania non deve necessariamente evitare l’aria condizionata. È invece consigliabile prestare attenzione agli sbalzi termici molto marcati, evitando quando possibile il passaggio improvviso dalle alte temperature esterne a locali eccessivamente refrigerati.
Un ambiente fresco può aiutare a sopportare meglio le giornate più calde, ma una differenza di temperatura troppo accentuata può rappresentare un ulteriore elemento di disturbo per le persone particolarmente sensibili.
Vento e allodinia: un altro possibile problema
Tra i fattori ai quali prestare attenzione c’è anche il vento. In alcune persone può infatti favorire l’allodinia, un fenomeno nel quale stimolazioni normalmente innocue esercitate sulla pelle vengono percepite dal sistema nervoso come dolorose.
Durante una crisi emicranica la sensibilità agli stimoli esterni può aumentare notevolmente. Per questo anche condizioni che normalmente non provocano fastidio possono diventare difficili da tollerare.
Luce solare intensa e fotofobia
Un’attenzione particolare va infine riservata alla luce solare intensa. La fotofobia, cioè una marcata sensibilità alla luce, è uno dei fenomeni che accompagnano tipicamente la crisi emicranica e durante l’estate l’esposizione alla luminosità può essere particolarmente intensa.
Limitare per quanto possibile l’esposizione diretta nelle ore più luminose, proteggere gli occhi e mantenere una buona idratazione può quindi contribuire a ridurre l’accumulo di quei fattori che, insieme, possono abbassare la soglia individuale dell’emicrania. Durante l’estate, più che un singolo elemento, è spesso proprio la somma di caldo, poca acqua, sonno alterato, luce e cambiamenti delle abitudini a rendere le giornate più difficili per chi convive con questo disturbo.
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Medicina generale, FIMMG chiede alla Campania più borse di formazione
Economia sanitariaLa Campania aumenti le borse di formazione destinate ai futuri medici di medicina generale, seguendo la strada già intrapresa dalla Sardegna. È la richiesta avanzata dalla FIMMG Nazionale e dalla segreteria regionale campana, che sollecitano il presidente Roberto Fico e il direttore generale regionale per la Tutela della Salute a intervenire sul numero dei posti disponibili per l’accesso al Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale.
L’appello della FIMMG alla Regione Campania
A rilanciare la questione è Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, che definisce «lungimirante» la decisione della Giunta regionale della Sardegna di incrementare le borse di formazione.
Secondo Scotti, Sardegna e Campania dovrebbero condividere non soltanto un analogo orientamento politico, ma anche una particolare attenzione allo sviluppo dei territori e alla tutela della sanità pubblica. Le due Regioni, inoltre, sono chiamate a fronteggiare difficoltà importanti nell’assistenza territoriale, con criticità particolarmente evidenti nelle aree interne.
Da qui la richiesta di adottare anche in Campania un provvedimento capace di ampliare le opportunità formative e, contemporaneamente, rafforzare la presenza futura dei medici di medicina generale.
In Campania molte domande rispetto ai posti disponibili
Alla base dell’appello della FIMMG ci sono dati che, secondo il sindacato, mostrano con chiarezza la necessità di intervenire. La Campania è infatti la regione italiana con il maggior numero di domande di accesso al Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale in rapporto alle borse messe a concorso.
Un dato che assume un significato particolare perché testimonia la disponibilità di molti giovani medici a scegliere la medicina generale e a costruire il proprio futuro professionale sul territorio campano.
La domanda di formazione, dunque, esiste. Il problema è rappresentato da un’offerta di posti che rischia di non essere sufficiente rispetto alle necessità future del servizio sanitario regionale.
Il nodo dei pensionamenti e del ricambio generazionale
La questione diventa ancora più urgente considerando i pensionamenti previsti nei prossimi tre anni. La Campania potrebbe trovarsi ad affrontare contemporaneamente l’uscita dalla professione di numerosi medici esperti e la difficoltà di formare un numero adeguato di nuovi professionisti.
Si crea così un evidente paradosso: giovani medici motivati desiderano accedere al percorso formativo e restare sul territorio, ma incontrano un limite nel numero delle borse; nello stesso momento, la medicina generale deve prepararsi a sostituire professionisti che raggiungeranno l’età pensionabile.
Per la FIMMG, programmare oggi la formazione significa quindi evitare domani carenze ancora più difficili da gestire.
Sparano: «Formazione e coesione demografica sono legate»
Luigi Sparano, vicesegretario regionale FIMMG Campania, sottolinea il rapporto tra investimento nella formazione, permanenza dei giovani professionisti e tenuta demografica del territorio.
Non incrementare le borse, osserva, significherebbe ridurre le possibilità per molti giovani medici di costruire la propria carriera in Campania, favorendo potenzialmente il trasferimento verso altre regioni.
Il rischio indicato dalla FIMMG è quello di una Campania con una popolazione progressivamente più anziana, reti familiari di assistenza sempre meno solide e un numero insufficiente di medici di medicina generale stabilmente presenti nelle comunità.
Le conseguenze riguarderebbero non soltanto l’accesso alle cure, ma anche la continuità assistenziale, la prevenzione e la capacità di intercettare precocemente i bisogni sanitari della popolazione.
Un investimento strutturale nella sanità territoriale
L’appello non riguarda esclusivamente la Campania. FIMMG invita infatti tutte le Regioni nelle quali le domande per il CFSMG 2026-2029 risultano significativamente superiori alle borse disponibili a valutare un incremento dei posti.
Per Scotti si tratterebbe di un investimento strutturale nella sanità territoriale e di una risposta concreta anche alla crisi demografica che interessa il Paese.
Sparano richiama infine ancora una volta l’esperienza della Sardegna: se una Regione con un orientamento politico analogo ha deciso di investire sulle nuove generazioni di medici di medicina generale, anche la Campania dovrebbe riconoscere le proprie potenzialità e assumersi una responsabilità equivalente.
Una scelta che, nelle intenzioni della FIMMG, non dovrebbe essere considerata soltanto una misura per aumentare i posti di formazione, ma un passaggio strategico per garantire il futuro dell’assistenza territoriale e preservare la presenza dei medici di famiglia nelle comunità campane.
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