Tempo di lettura: 3 minutiLa Campania punta a diventare un vero e proprio laboratorio per l’innovazione nella gestione delle malattie rare e dei tumori rari. L’obiettivo è valorizzare le competenze cliniche e scientifiche presenti sul territorio e, nello stesso tempo, rafforzare l’integrazione tra le diverse reti assistenziali, così da trasformare i progressi della medicina in percorsi di cura realmente accessibili ai pazienti.
Ogni anno nella regione si registrano migliaia di nuove persone con una malattia rara e diverse decine di migliaia di nuove diagnosi oncologiche. Oltre 10 mila di queste ultime, secondo le stime disponibili, sarebbero riconducibili a tumori rari. Una dimensione che rende sempre più necessario accompagnare ai progressi diagnostici e terapeutici anche un’importante innovazione sul piano dell’organizzazione sanitaria.
Dalla ricerca ai percorsi di cura
Il tema è stato al centro del confronto organizzato a Napoli dalla rivista di politica sanitaria Rare&Rarity, dedicato a “Malattie Rare e Tumori Rari: innovazioni terapeutiche e proposte concrete di presa in carico”. All’incontro hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, manager sanitari, clinici, ricercatori e associazioni dei pazienti.
«L’innovazione scientifica e terapeutica non devono rimanere confinate nei luoghi in cui nascono, bensì tradursi in percorsi di cura accessibili, tempestivi e omogenei per tutti i cittadini», ha sottolineato Luca Trapanese, vicepresidente del Consiglio regionale della Campania.
La priorità, quindi, è costruire una rete sempre più efficace tra strutture, professionisti e competenze, riducendo la frammentazione dei percorsi e potenziando in particolare il sistema regionale dedicato alle malattie rare.
«Gli strumenti diagnostici e terapeutici dei quali oggi disponiamo devono essere accompagnati da percorsi organizzativi adeguati, capaci di garantire velocemente accesso all’innovazione, continuità e appropriatezza», ha spiegato Giuseppe Limongelli, direttore del Coordinamento Malattie Rare della Regione Campania.
Tumori rari, la sfida dell’integrazione tra le reti
Ancora più articolata è la gestione dei tumori rari. I progressi della medicina stanno modificando le possibilità terapeutiche, ma perché le innovazioni raggiungano realmente i pazienti è necessario disporre di un’organizzazione capace di collegare competenze altamente specialistiche.
«L’innovazione terapeutica sta modificando profondamente le prospettive cliniche, ma nessuna innovazione può esprimere pienamente il proprio potenziale senza una rete organizzativa solida e condivisa», ha evidenziato Roberto Bianco, direttore del Coordinamento Tumori Rari regionale.
Secondo Bianco, «è necessario favorire un’integrazione sempre più stretta tra la rete oncologica e quella delle malattie rare», superando una visione per compartimenti separati e favorendo percorsi condivisi.
Sarcomi, percorsi complessi che richiedono centri specializzati
Tra le patologie che evidenziano maggiormente questa necessità figurano i sarcomi. Secondo i dati regionali relativi al biennio 2021-2022, la loro incidenza è di 5 casi ogni 100 mila abitanti.
«Sono pazienti che affrontano percorsi terapeutici lunghi e complessi, nei quali la qualità della presa in carico può incidere significativamente sull’esperienza di cura e sulla prognosi», ha spiegato Salvatore Tafuto, direttore della S.C. Sarcomi e Tumori rari dell’Istituto Pascale di Napoli.
Proprio la rarità di queste neoplasie rende fondamentale la concentrazione delle competenze e la possibilità di indirizzare rapidamente i pazienti verso strutture e gruppi multidisciplinari con esperienza specifica.
Malattie genetiche e continuità tra età pediatrica e adulta
Un altro capitolo riguarda le malattie genetiche rare, soprattutto quando comportano una predisposizione allo sviluppo di tumori.
«Alcune malattie a predisposizione oncologica vengono diagnosticate già in età pediatrica e richiedono una presa in carico multidisciplinare e personalizzata, coordinata da un disease manager», ha sottolineato Claudia Santoro, pediatra genetista dell’Aou “Luigi Vanvitelli” di Napoli.
Particolarmente delicata è la fase di passaggio dall’assistenza pediatrica a quella dell’adulto. In questa fase, ha aggiunto Santoro, risultano essenziali «educazione al self care, continuità assistenziale e coordinamento con i nuovi specialisti».
Pazienti protagonisti dei nuovi modelli di assistenza
Al centro del nuovo modello deve rimanere infine la persona, perché l’efficacia dell’innovazione non dipende soltanto dall’arrivo di nuovi farmaci o tecnologie, ma anche dalla concreta possibilità di beneficiarne.
«L’innovazione non si misura soltanto nella disponibilità di una nuova terapia, ma nella possibilità concreta di accedervi e di essere accompagnati lungo tutto il percorso di cura», ha dichiarato Michela Rostan, dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Campania e promotrice dell’Intergruppo consiliare Malattie Rare e Patologie Neurodegenerative.
«Solo coinvolgendo le persone con malattia rara nella costruzione dei modelli di presa in carico l’innovazione può tradursi davvero in maggiore qualità di vita, equità e diritti».
La sfida della Campania passa dunque dalla capacità di unire ricerca, assistenza, organizzazione sanitaria e partecipazione dei pazienti. Un modello nel quale l’innovazione non rappresenta soltanto un avanzamento scientifico, ma diventa parte di un percorso coordinato che accompagna la persona dalla diagnosi alle terapie e al follow-up.
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Lupus, una terapia per “rieducare” il sistema immunitario
Prevenzione, Ricerca innovazioneUna nuova strada per il trattamento del lupus passa da un intervento molto profondo sul sistema immunitario. I primi risultati arrivano da uno studio clinico di fase 1 condotto su appena 12 persone con lupus eritematoso sistemico attivo: in diversi pazienti l’attività della malattia si è ridotta in maniera significativa e, in alcuni casi, la remissione si è mantenuta fino a un anno.
Numeri ancora troppo piccoli per parlare di una nuova cura. L’aspetto che rende interessante lo studio, però, è soprattutto un altro: i ricercatori stanno cercando di ottenere una sorta di “riavvio” selettivo del sistema immunitario attraverso un trattamento già disponibile all’uso, senza dover ricorrere alla complessa preparazione di cellule personalizzate per ciascun paziente.
Perché nel lupus sono importanti le cellule B
Il lupus eritematoso sistemico è una malattia autoimmune cronica. In sostanza, il sistema immunitario perde parte della capacità di riconoscere correttamente ciò che appartiene all’organismo e finisce per attaccarne tessuti e organi. Le manifestazioni possono essere molto diverse. La malattia può coinvolgere articolazioni e pelle, ma anche reni, sangue e sistema nervoso. Anche il suo andamento è irregolare: fasi relativamente tranquille possono alternarsi a periodi in cui i sintomi tornano a farsi più intensi.
Tra i protagonisti di questo processo ci sono i linfociti B. Sono cellule fondamentali per le nostre difese, ma nel lupus alcune loro popolazioni contribuiscono alla produzione degli autoanticorpi che partecipano all’attacco contro l’organismo. Da qui l’idea di colpirle in maniera molto più decisa.
Il trattamento funziona come un ponte
La strategia sperimentata nello studio utilizza A-319, un anticorpo bispecifico CD3×CD19. La particolarità di questo tipo di molecole è che possono riconoscere due bersagli nello stesso momento. Uno è CD19, presente sulle cellule B. L’altro è CD3, associato ai linfociti T, cellule del sistema immunitario capaci di distruggere altre cellule. Il meccanismo può essere spiegato con un’immagine abbastanza semplice: l’anticorpo funziona come un ponte. Avvicina fisicamente i linfociti T alle cellule B e consente ai primi di eliminare le seconde.
La conseguenza è una drastica riduzione delle cellule B. In seguito queste tornano progressivamente a comparire, ma l’ipotesi dei ricercatori è che la nuova popolazione possa avere caratteristiche diverse e contribuire meno ai meccanismi che mantengono attiva la malattia autoimmune. Non si tratta quindi soltanto di tenere sotto controllo l’infiammazione. L’obiettivo è intervenire più a monte, cercando di modificare l’equilibrio del sistema immunitario.
Le somiglianze con le CAR-T
È proprio questo aspetto a richiamare l’esperienza delle CAR-T, terapie nate in oncologia e sperimentate più recentemente anche in alcune forme molto gravi di malattie autoimmuni. Con le CAR-T, però, le cellule immunitarie vengono prelevate dal paziente, modificate in laboratorio e successivamente reinfuse. È una procedura complessa, che richiede strutture altamente specializzate e una preparazione specifica del paziente. Qui il principio è diverso.
Un anticorpo bispecifico è un prodotto standardizzato, già pronto per essere somministrato. In gergo viene definito “off-the-shelf”: non deve essere costruito ogni volta partendo dalle cellule della singola persona. Se l’efficacia venisse confermata in studi più grandi, sarebbe proprio questa maggiore semplicità uno degli elementi più interessanti dell’approccio.
I risultati osservati dopo 52 settimane
I partecipanti sono stati seguiti per un anno. Dei 10 pazienti nei quali era possibile valutare gli effetti clinici, otto hanno raggiunto una condizione di bassa attività della malattia. Sei, dopo 12 mesi, rispettavano inoltre i criteri DORIS utilizzati dagli specialisti per definire la remissione del lupus. I ricercatori hanno registrato anche una diminuzione degli autoanticorpi.
Nei pazienti con coinvolgimento renale si è ridotta inoltre la quantità di proteine eliminate attraverso le urine, un parametro importante per valutare il danno ai reni. Sul piano immunologico, il trattamento ha provocato una profonda riduzione delle cellule B, seguita poi da una ricostituzione quasi completa della loro popolazione. Ed è proprio osservando questa fase che i ricercatori hanno individuato alcuni cambiamenti che ricordano, almeno in parte, quelli descritti dopo le terapie CAR-T dirette contro CD19.
Gli effetti indesiderati
Essendo uno studio di fase 1, il primo obiettivo era verificare soprattutto la sicurezza del trattamento. Non sono stati registrati decessi né eventi avversi gravi considerati direttamente collegati alla terapia. Una reazione, tuttavia, è stata molto frequente: 11 pazienti su 12 hanno sviluppato una sindrome da rilascio di citochine. Si tratta di una risposta infiammatoria che può comparire quando il sistema immunitario viene attivato in maniera intensa. In questo studio è stata prevalentemente lieve, di grado 1. Non sono stati osservati casi di sindrome da rilascio di citochine di grado 3 o superiore, né importanti forme di tossicità neurologica.
Dodici pazienti sono ancora troppo pochi
Il dato più importante da tenere presente è proprio la dimensione dello studio. Dodici persone non consentono di stabilire quanto il trattamento sia realmente efficace, né permettono di sapere se risultati analoghi potrebbero essere ottenuti nella popolazione molto più ampia e diversificata delle persone con lupus. Manca inoltre un gruppo di controllo. Non c’erano cioè pazienti trattati con placebo o con una terapia alternativa con cui confrontare direttamente i risultati. E c’è un altro elemento da considerare: un trial di fase 1 nasce principalmente per studiare sicurezza, tollerabilità e comportamento di una terapia nell’organismo.
I dati sull’efficacia sono preziosi, ma restano esplorativi. Anche i rapporti dichiarati da alcuni autori con l’azienda impegnata nello sviluppo della tecnologia (tra cui rapporti di lavoro, consulenze, partecipazioni azionarie e proprietà intellettuale) rendono particolarmente importanti future conferme indipendenti. Per questo sarebbe sbagliato descrivere oggi A-319 come una cura per il lupus.
Lo studio indica però una direzione che merita attenzione: ottenere una profonda riorganizzazione di alcune componenti del sistema immunitario con un trattamento standardizzato, senza dover necessariamente passare attraverso una terapia cellulare costruita su misura per ogni paziente. È una promessa ancora da verificare. A stabilire quanto sia concreta saranno studi molto più grandi, controllati e con un periodo di osservazione più lungo.
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News, Med. narrativaTurni di lavoro intensi, una quantità crescente di incombenze burocratiche e, soprattutto, il peso emotivo delle diagnosi difficili e della sofferenza dei pazienti. Sono alcuni degli elementi che accompagnano quotidianamente il lavoro dei medici internisti e che, soprattutto quando non trovano uno spazio nel quale essere riconosciuti ed elaborati, possono avere conseguenze importanti sul benessere dei professionisti.
Oltre il 65% dei medici internisti ha sperimentato almeno una volta il burnout, una condizione caratterizzata da un forte esaurimento legato all’attività professionale. Non si tratta soltanto di stanchezza: quando lo stress diventa persistente può influire sul rapporto con il lavoro, sulle relazioni all’interno dell’ambiente sanitario e, nei casi più complessi, anche sulla capacità diagnostica e di cura.
Per chi lavora ogni giorno a stretto contatto con la malattia, trovare strumenti attraverso i quali dare un significato alle proprie esperienze può quindi diventare parte di un percorso di consapevolezza professionale.
Un contest per raccontare ciò che accade accanto ai pazienti
Dalla necessità di creare uno spazio di espressione e condivisione nasce il contest di scrittura creativa promosso dalla Società Italiana di Medicina Interna (Simi) in collaborazione con la Scuola Holden.
L’iniziativa ha raccolto circa cento manoscritti provenienti da tutta Italia. Il progetto di storytelling è rivolto ai medici internisti ed è stato pensato come un invito a raccontare le esperienze umane vissute accanto ai pazienti, portando sulla pagina non soltanto la malattia e il percorso terapeutico, ma anche emozioni, dubbi, successi, sconfitte e relazioni che caratterizzano la pratica clinica.
«I medici hanno un enorme bisogno di raccontare ciò che vivono ogni giorno. Non è un caso che nella storia della narrativa ci siano molti medici autori di romanzi divenuti grandi successi», spiega Christian Bracco, membro del direttivo Simi e promotore dell’iniziativa.
La scrittura, in questa prospettiva, può diventare uno strumento per dare ordine a situazioni che nella quotidianità ospedaliera possono essere vissute con grande intensità.
Scrivere per decodificare le emozioni
Il rapporto tra medico, paziente e famiglia non è sempre semplice. Alla complessità della diagnosi e delle decisioni terapeutiche possono aggiungersi incomprensioni, aspettative differenti e momenti di conflittualità.
Secondo Bracco, questa tensione può coinvolgere sia i pazienti sia i caregiver e arrivare, in alcuni casi, a mettere in discussione l’efficacia del percorso diagnostico e l’aderenza alle terapie. «La scrittura diventa uno strumento di decodificazione delle emozioni e di riappacificazione», sottolinea.
Mettere per iscritto ciò che accade durante la cura significa allora osservare l’esperienza da un’altra prospettiva. Il racconto consente di soffermarsi su passaggi che nell’urgenza del lavoro quotidiano rischiano di essere rapidamente superati: una conversazione difficile, l’attesa di una diagnosi, il rapporto con i familiari, la soddisfazione di una terapia efficace oppure il peso di una sconfitta.
Tre racconti premiati al congresso Simi di Rimini
Tra i circa cento manoscritti arrivati da tutta Italia saranno selezionati tre racconti. I testi scelti verranno presentati e premiati durante la cerimonia di apertura del congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Interna, in programma a Rimini dal 2 al 4 ottobre 2026.
«Nella professione esiste un bisogno profondo di raccontare fatiche e gioie quotidiane, successi e sconfitte, perché aiutano a costruire una medicina capace di intercettare i bisogni dei pazienti e di chi se ne prende cura», spiega Nicola Montano, presidente Simi.
Nei manoscritti esaminati, il filo conduttore individuato dalla giuria è stato proprio l’attenzione alla dimensione umana del paziente e all’etica della buona cura. Una medicina nella quale la competenza scientifica continua a essere fondamentale, ma si accompagna alla capacità di ascoltare, comunicare e comprendere la persona che si trova davanti al medico.
Un principio che Martino Gozzi, direttore della didattica della Scuola Holden, riassume in una frase che lega medicina e narrazione: «La parola è, di fatto, il primo farmaco che abbiamo a disposizione».
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PreSa Weekly – 11 settembre 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Leucemia nei bambini, un gene segnala i casi più a rischio
Bambini, Ricerca innovazioneUna particolare alterazione genetica potrebbe aiutare a riconoscere, già al momento della diagnosi, un gruppo di bambini con leucemia linfoblastica acuta caratterizzato da un profilo di rischio più elevato. Al centro della scoperta c’è Pax5, un gene fondamentale per lo sviluppo di alcune cellule del sangue e già noto da tempo per il suo coinvolgimento nella malattia.
A rafforzare questa ipotesi è uno studio pubblicato sulla rivista Blood e condotto dai ricercatori del Centro di ricerca della Fondazione Tettamanti nell’ambito di una collaborazione internazionale che ha coinvolto centri di cura italiani, tedeschi e austriaci.
La ricerca non si limita però a individuare un possibile indicatore di maggiore rischio. I risultati raccolti in laboratorio suggeriscono anche l’esistenza di una vulnerabilità delle cellule leucemiche che, in futuro, potrebbe diventare un punto da cui partire per sviluppare strategie terapeutiche più mirate.
Pax5, l’interruttore che accompagna la crescita dei linfociti B
Per comprendere l’importanza della scoperta bisogna partire dal ruolo di Pax5. Questo gene può essere immaginato come uno degli interruttori che regolano il percorso di maturazione dei linfociti B, cellule del sistema immunitario coinvolte nella forma di leucemia studiata dai ricercatori.
Quando il meccanismo funziona correttamente, Pax5 contribuisce a guidare queste cellule lungo le diverse fasi del loro sviluppo. Se invece il gene viene alterato, questo processo può essere disturbato e creare condizioni favorevoli alla trasformazione tumorale.
Pax5 è infatti considerato uno dei bersagli genetici più frequentemente coinvolti nella leucemia linfoblastica acuta dei precursori B. Alterazioni che interessano questo gene vengono individuate, complessivamente, in circa il 30% dei casi.
Non tutte queste anomalie sono però uguali. Lo studio si è concentrato in particolare sul cosiddetto riarrangiamento di Pax5, una situazione nella quale il gene si fonde in maniera anomala con un altro gene.
Un gruppo di 159 pazienti con caratteristiche particolari
I ricercatori hanno analizzato un sottogruppo composto da 159 pazienti nei quali era presente questo specifico riarrangiamento genetico.
Il confronto con altri bambini affetti dalla stessa malattia, ma senza questa alterazione, ha fatto emergere alcune differenze importanti già alla diagnosi. I pazienti con Pax5 riarrangiato mostravano infatti più frequentemente caratteristiche cliniche considerate associate a un rischio maggiore.
Tra i segnali osservati spicca una conta dei globuli bianchi più elevata. Si tratta di un parametro che viene attentamente valutato quando viene diagnosticata una leucemia linfoblastica acuta e che, insieme a numerose altre informazioni cliniche e biologiche, contribuisce a costruire il profilo della malattia del singolo paziente.
L’alterazione di Pax5 potrebbe quindi aiutare a definire con maggiore precisione un sottogruppo di leucemie che presenta caratteristiche specifiche, aggiungendo un nuovo tassello alla sempre più dettagliata classificazione biologica di questi tumori pediatrici.
Nelle cellule emerge anche un possibile punto debole
Lo studio ha portato alla luce anche un altro elemento interessante. Le cellule leucemiche caratterizzate dal riarrangiamento di Pax5 producono in quantità eccessiva una proteina codificata dal gene FLT3.
Questo comportamento ha attirato l’attenzione dei ricercatori perché la proteina può rappresentare un possibile bersaglio da colpire.
Nei modelli preclinici sviluppati in laboratorio, le cellule con Pax5 riarrangiato hanno infatti mostrato una particolare sensibilità quando l’attività di FLT3 veniva bloccata attraverso una terapia mirata. L’approccio utilizzato nella sperimentazione appartiene a una classe di trattamenti già impiegata in ambito clinico contro altre forme di leucemia.
È un risultato che rende la scoperta ancora più interessante: non soltanto questa alterazione genetica potrebbe aiutare a individuare pazienti con caratteristiche di rischio differenti, ma potrebbe anche indicare una specifica vulnerabilità biologica delle cellule tumorali.
La strada verso nuove terapie è ancora da verificare
Il passaggio dal laboratorio alla cura dei pazienti, tuttavia, non è automatico. I risultati ottenuti sono per il momento preclinici e non dimostrano che questa strategia possa già essere utilizzata nei bambini con leucemia caratterizzata dal riarrangiamento di Pax5.
Serviranno ulteriori studi per capire se l’effetto osservato nei modelli sperimentali possa essere confermato e, soprattutto, in quali condizioni un approccio di questo tipo possa essere valutato nella pratica clinica.
La ricerca apre comunque una prospettiva importante: conoscere sempre meglio le caratteristiche genetiche della leucemia significa non considerare più la malattia come un unico blocco, ma distinguere gruppi di pazienti nei quali il tumore può avere comportamenti e punti deboli differenti.
Ed è proprio da queste differenze che potrebbe passare il futuro delle cure: identificare con maggiore precisione la biologia della malattia per scegliere, quando sarà possibile, strategie sempre più costruite sulle caratteristiche delle cellule leucemiche.
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Un vaccino potrebbe rallentare l’invecchiamento
Un vaccino potrebbe rallentare l’invecchiamento
Ricerca innovazione, PrevenzioneLa vaccinazione contro l’herpes zoster potrebbe avere effetti che vanno oltre la protezione dal cosiddetto fuoco di Sant’Antonio. Secondo uno studio della USC Leonard Davis School of Gerontology, infatti, le persone vaccinate mostrerebbero in media alcuni segnali di invecchiamento biologico più lento rispetto a chi non ha ricevuto il vaccino.
La ricerca ha coinvolto più di 3.800 partecipanti che nel 2016 avevano almeno 70 anni. Il lavoro, pubblicato sul Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences, ha analizzato diversi indicatori associati ai processi attraverso i quali il corpo invecchia.
Non conta soltanto l’età scritta sulla carta d’identità
L’età anagrafica non sempre descrive completamente le condizioni dell’organismo. Due persone della stessa età possono infatti presentare situazioni molto differenti dal punto di vista del funzionamento del sistema immunitario, dello stato dei vasi sanguigni, dell’infiammazione o di altri processi cellulari e molecolari.
Per questo i ricercatori hanno preso in considerazione il cosiddetto invecchiamento biologico, cioè una stima di quanto l’organismo sia effettivamente “invecchiato” sulla base di una serie di parametri molecolari e fisiologici.
Anche dopo aver tenuto conto di diverse caratteristiche sociodemografiche e delle condizioni di salute dei partecipanti, le persone vaccinate contro l’herpes zoster presentavano mediamente un punteggio complessivo di invecchiamento biologico inferiore rispetto a quelle non vaccinate.
Che cos’è il fuoco di Sant’Antonio
L’herpes zoster, comunemente conosciuto come fuoco di Sant’Antonio, è una malattia causata dalla riattivazione del virus varicella-zoster. Dopo la guarigione dalla varicella, infatti, il virus non viene eliminato completamente dall’organismo, ma può rimanere inattivo per molti anni e riattivarsi successivamente.
La manifestazione più caratteristica è una dolorosa eruzione cutanea. Chiunque abbia avuto la varicella può potenzialmente sviluppare l’herpes zoster, anche se il rischio aumenta con l’età ed è particolarmente significativo dopo i 50 anni. Anche le persone con un sistema immunitario compromesso presentano una maggiore vulnerabilità.
Il vaccino è stato sviluppato proprio per ridurre il rischio di comparsa della malattia e delle sue possibili complicazioni. Negli ultimi anni, però, l’interesse scientifico si è esteso anche ai possibili effetti della vaccinazione su altri aspetti della salute durante l’invecchiamento.
Infiammazione e sistema immunitario sotto osservazione
Per valutare le condizioni biologiche dei partecipanti, gli studiosi hanno esaminato numerosi parametri. Tra questi figuravano i livelli di infiammazione, il funzionamento del sistema immunitario, la presenza di alterazioni vascolari e altri indicatori molecolari collegati ai processi di invecchiamento.
Le diverse misure sono state poi combinate per ottenere un punteggio complessivo di invecchiamento biologico per ciascun partecipante.
I risultati hanno mostrato che, in media, le persone vaccinate presentavano livelli di infiammazione significativamente più bassi. Sono inoltre emersi segnali di un più lento invecchiamento a livello molecolare e genetico, insieme a punteggi complessivi di invecchiamento biologico più favorevoli.
Un aspetto particolarmente interessante è che l’associazione non sembrerebbe limitarsi al periodo immediatamente successivo alla vaccinazione. Le differenze osservate risultavano infatti ancora presenti anche a distanza di quattro anni o più dalla somministrazione del vaccino.
Un possibile legame tra vaccinazioni e invecchiamento sano
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca più ampio che negli ultimi anni ha analizzato il possibile rapporto tra alcune vaccinazioni e la salute durante la vecchiaia. Alcuni lavori hanno, per esempio, rilevato associazioni tra vaccini come quelli contro l’herpes zoster o l’influenza e una minore probabilità di sviluppare demenza o altre patologie neurodegenerative.
I nuovi risultati non significano, tuttavia, che il vaccino contro l’herpes zoster possa essere considerato un trattamento contro l’invecchiamento. L’associazione osservata non basta da sola a dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto.
I dati indicano però che la vaccinazione potrebbe essere collegata a diversi meccanismi fondamentali dell’invecchiamento, dall’infiammazione al funzionamento immunitario fino ai cambiamenti molecolari. Una prospettiva che rafforza l’interesse verso il ruolo che la prevenzione delle infezioni potrebbe avere nel favorire un invecchiamento più sano.
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Suicidio: in Italia quasi 4000 l’anno
News, PsicologiaOgni giorno in Italia dieci persone si tolgono la vita. In un anno sono quasi 4 mila, prevalentemente uomini e appartenenti a tutte le fasce di età. Ma a destare particolare attenzione è soprattutto quello che sta accadendo tra i più giovani, dove negli ultimi anni si registra una crescita della sofferenza psicologica e della richiesta di aiuto.
Più della metà delle persone che si rivolgono a Telefono Amico Italia, il servizio di ascolto dedicato a chi attraversa momenti di disagio emozionale e a chi può trovarsi a rischio di suicidio, ha infatti meno di 35 anni. Un quadro che emerge alla vigilia della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che si celebra il 10 settembre.
Rompere il silenzio per prevenire
Uno degli ostacoli più difficili da superare resta il silenzio che continua a circondare il suicidio e i pensieri suicidari. «Intorno al fenomeno c’è da sempre un tabù che porta a non parlarne, a nascondere i pensieri suicidari, ma questa tendenza non fa altro che aggravare la situazione: parlarne è infatti il primo modo di prevenire», sottolinea Cristina Rigon, presidente di Telefono Amico Italia.
Negli ultimi anni sono aumentate anche le persone che hanno deciso di chiedere sostegno. Telefono Amico Italia può essere raggiunto attraverso il numero nazionale 02 2327 2327, attraverso WhatsApp al 324 011 7252 e tramite il servizio di ascolto scritto Mail@micaTAI.
Nei primi sei mesi del 2026 sono state oltre 4.200 le richieste di aiuto, con un incremento del 24% rispetto allo stesso periodo del 2025. Già lo scorso anno erano stati registrati più di 7.500 contatti, l’8% in più rispetto al 2024.
Più disagio, ma anche più coraggio nel chiedere aiuto
L’aumento dei contatti non ha però una sola chiave di lettura. «I nostri dati possono essere letti in due modi: se da una parte sono un segno dell’aumento del disagio, dall’altro dimostrano che le persone sempre più trovano il coraggio di chiedere aiuto», osserva Rigon.
Ed è proprio la capacità di chiedere sostegno, di parlare apertamente della propria sofferenza e di trovare qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare che può assumere un ruolo centrale nella prevenzione.
Giovani, quali segnali non sottovalutare
L’attenzione è rivolta in particolare ad adolescenti e giovani adulti. «Negli ultimi cinque anni stiamo assistendo a un chiaro aumento di manifestazioni di sofferenza psichica correlate alla suicidalità tra i giovani», spiega la neuropsichiatra Michela Gatta.
La prevenzione più efficace, sottolinea la specialista, passa soprattutto dalla capacità di intercettare precocemente il malessere. Alcuni cambiamenti possono rappresentare segnali da non ignorare: un calo ingiustificato del rendimento scolastico, una marcata irritabilità o tristezza, la perdita di interessi e il progressivo isolamento.
Richiedono attenzione anche l’abuso di alcol o sostanze, i giudizi fortemente negativi su se stessi, eventuali comportamenti autolesionistici e i riferimenti espliciti alla morte. Anche gesti apparentemente insoliti, come iniziare improvvisamente a donare o mettere in ordine i propri oggetti personali, possono meritare attenzione.
«Per genitori, insegnanti e coetanei il punto chiave è prendere sul serio ogni cambiamento improvviso, anche quando il ragazzo o la ragazza minimizzano», conclude Gatta.
Telefono Amico attivo anche durante la notte
In vista della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, Telefono Amico Italia ha inoltre esteso il servizio telefonico rendendolo disponibile 24 ore su 24.
Le ore notturne possono essere particolarmente difficili per chi attraversa un momento di profonda sofferenza. «Quando non si riesce a dormire e si è alle prese con un intenso dolore mentale o con altre difficoltà che minano il proprio equilibrio emotivo, la sofferenza può apparire ancora più intensa», osserva Maurizio Pompili, ordinario di Psichiatria alla Sapienza Università di Roma. Proprio in queste circostanze, conclude Pompili, poter chiedere aiuto e trovare un sostegno adeguato può fare la differenza nella prevenzione del suicidio.
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Lebbra in Italia, cosa sappiamo su contagio, sintomi e cure.
News, NotizieLa parola basta ancora a evocare immagini lontane, malattie incurabili, isolamento e paura. Per questo le notizie circolate negli ultimi giorni sulla presenza di casi di lebbra in Italia, e in particolare a Roma, hanno attirato immediatamente l’attenzione. Ma tra una malattia che torna nelle cronache e una nuova emergenza sanitaria c’è una distanza enorme.
In Italia la lebbra, o malattia di Hansen, resta infatti una patologia estremamente rara. Gli specialisti parlano di circa sette casi l’anno a livello nazionale, mentre non risultano recenti casi autoctoni: l’ultimo viene fatto risalire al 2003. Le diagnosi riguardano prevalentemente persone che hanno contratto l’infezione in Paesi nei quali la malattia continua a circolare oppure persone già curate che vengono seguite per gli esiti lasciati dalla patologia.
Dunque, bisogna preoccuparsi? Per la popolazione generale italiana, la risposta è no. Bisogna però conoscere la malattia, perché la lebbra non appartiene soltanto ai libri di storia e continua a essere presente in molte aree del mondo.
Che cos’è davvero la lebbra
La lebbra è una malattia infettiva cronica provocata principalmente dal batterio Mycobacterium leprae. Può interessare soprattutto la pelle e i nervi periferici, ma anche le mucose delle vie respiratorie superiori e gli occhi.
Il batterio cresce molto lentamente e proprio questa caratteristica rende particolare la malattia. Tra il contagio e la comparsa dei sintomi possono trascorrere molti anni: spesso il periodo di incubazione è di circa cinque anni, ma in alcuni casi i disturbi possono manifestarsi anche dopo vent’anni o più.
Uno dei segni più caratteristici è la presenza di chiazze cutanee più chiare o arrossate nelle quali diminuisce o scompare la sensibilità. Possono comparire anche alterazioni dei nervi, formicolii, debolezza muscolare e perdita della sensibilità a dolore, caldo e freddo.
È proprio il danno ai nervi, se la malattia resta senza trattamento per molto tempo, a poter provocare lesioni e disabilità permanenti.
Come si prende la lebbra
Qui cade uno dei principali falsi miti. La lebbra non è una malattia altamente contagiosa e non si trasmette facilmente incontrando una persona malata.
La modalità ritenuta più probabile è il passaggio del batterio attraverso piccole goccioline provenienti da naso e bocca di una persona con lebbra non ancora trattata. Perché avvenga il contagio sono generalmente necessari contatti stretti, frequenti e prolungati nel tempo.
Una stretta di mano, un abbraccio, mangiare allo stesso tavolo, utilizzare gli stessi spazi o sedersi accanto a una persona affetta dalla malattia non rappresentano le normali modalità di trasmissione. Inoltre la maggior parte delle persone possiede una risposta immunitaria capace di impedire al batterio di provocare la malattia.
Altro elemento fondamentale: una volta iniziata una terapia efficace, la capacità di trasmettere l’infezione si interrompe rapidamente.
Una malattia ancora presente nel mondo
Se in Italia la lebbra è rarissima, a livello globale non è ancora scomparsa. Gli ultimi dati disponibili indicano oltre 172 mila nuovi casi diagnosticati nel mondo nel 2024, con la maggior parte delle infezioni concentrata soprattutto in alcune aree dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.
Per questo la lebbra è inserita dall’Organizzazione mondiale della sanità tra le malattie tropicali neglette. La globalizzazione e gli spostamenti internazionali fanno sì che singoli casi possano essere diagnosticati anche in Paesi nei quali la trasmissione locale è stata sostanzialmente interrotta. La comparsa di un caso importato, però, non significa automaticamente che la malattia abbia ricominciato a circolare nella popolazione.
Come si cura oggi la lebbra
L’altra grande differenza rispetto all’immaginario del passato riguarda la terapia: oggi la lebbra si cura.
Il trattamento raccomandato utilizza contemporaneamente diversi antibiotici, in particolare rifampicina, dapsone e clofazimina. Questa combinazione, chiamata terapia multidrug o MDT, serve anche a impedire che il batterio sviluppi resistenze.
La durata dipende dalla forma della malattia: generalmente il trattamento viene seguito per sei mesi nelle forme paucibacillari e dodici mesi in quelle multibacillari.
La diagnosi precoce rimane essenziale. Gli antibiotici possono eliminare l’infezione e fermare la progressione della malattia, ma eventuali danni neurologici già diventati permanenti possono essere difficili da recuperare.
Il vero nemico resta anche lo stigma
La paura della lebbra nasce da secoli di isolamento e discriminazione. Oggi, però, continuare ad associare questa diagnosi all’idea di una persona da evitare non ha alcun fondamento scientifico.
I pochi casi osservati in Italia meritano attenzione sanitaria e capacità diagnostica, non allarmismo. La lebbra esiste ancora, ma è poco contagiosa, diagnosticabile e curabile. Più che temerne un improbabile ritorno epidemico, è utile liberarsi di un’immagine della malattia rimasta ferma a molti secoli fa.
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Nuova immunoterapia europea contro il tumore cerebrale pediatrico
Ricerca innovazione, BambiniNasce EPICA-DIPG, un nuovo consorzio europeo che punta a sperimentare un’immunoterapia innovativa contro il glioma pontino intrinseco diffuso (DIPG), uno dei tumori cerebrali pediatrici più aggressivi. Al progetto, coordinato dall’Institut de Recerca Sant Joan de Déu Barcelona e sviluppato nell’ambito della Missione Cancro di Horizon Europe, partecipa anche l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma.
Il programma avrà una durata di cinque anni e comprenderà uno studio clinico di Fase I rivolto a bambini e adolescenti. L’obiettivo principale sarà verificare la sicurezza di un’immunoterapia combinatoria ancora sperimentale e mai testata nell’uomo in questa specifica forma.
Il DIPG, un tumore raro e particolarmente aggressivo
Il glioma pontino intrinseco diffuso è il tumore pediatrico più frequente del tronco encefalico e presenta una mortalità molto elevata. In Europa vengono diagnosticati ogni anno più di 300 nuovi casi, generalmente in bambini intorno ai sette anni.
La malattia nasce nel ponte, una regione del tronco encefalico coinvolta in funzioni fondamentali come movimento, respirazione e deglutizione. La crescita diffusa del tumore all’interno del tessuto cerebrale sano rende impossibile l’asportazione chirurgica, mentre le terapie oncologiche convenzionali hanno finora mostrato un’efficacia limitata.
La radioterapia focale rimane il trattamento principale: può ridurre temporaneamente i sintomi, ma non è curativa. Meno del 10% dei bambini sopravvive due anni dopo la diagnosi e meno dell’1% raggiunge i cinque anni.
Una sperimentazione tra Spagna, Italia e Paesi Bassi
EPICA-DIPG riunisce centri di riferimento dell’oncologia pediatrica, organizzazioni di ricerca, esperti di regolamentazione dei farmaci e di valutazione delle tecnologie sanitarie, professionisti della comunicazione e associazioni di pazienti.
Il reclutamento coinvolgerà il Pediatric Cancer Center Barcelona del Sant Joan de Déu Barcelona Children’s Hospital, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e il Princess Máxima Center di Utrecht.
«EPICA-DIPG non si limita a chiedersi se sia possibile sperimentare una nuova strategia terapeutica, ma anche se l’intero percorso che la accompagna possa essere portato su una scala più ampia», spiega il Principal Investigator Andrés Morales La Madrid. In una malattia rara come il DIPG, sottolinea il ricercatore, sperimentazione, monitoraggio, aspetti regolatori e distribuzione delle terapie devono essere affrontati insieme.
Famiglie e associazioni coinvolte nella ricerca
Nel consorzio partecipano anche Pulseras Candela, Fondazione Il Coraggio dei Bambini e Vereniging Kinderkanker Nederland, in rappresentanza dei tre Paesi coinvolti.
Pazienti, familiari e caregiver contribuiranno alla progettazione e alla revisione del protocollo e dei materiali informativi. L’obiettivo è rendere lo studio comprensibile, eticamente solido e attento all’esperienza delle famiglie chiamate ad affrontare una diagnosi particolarmente grave.
Secondo Alessandro Cannolicchio, presidente della Fondazione Il Coraggio dei Bambini, l’esperienza delle famiglie può aiutare i ricercatori a comprendere meglio dubbi e preoccupazioni, comunicando in maniera aperta l’incertezza e offrendo informazioni con sensibilità nei momenti in cui devono essere prese decisioni difficili.
Immunoterapia e biomarcatori per seguire la risposta
Oltre a valutare sicurezza e fattibilità della nuova immunoterapia, lo studio produrrà dati destinati a orientare le successive ricerche cliniche e traslazionali.
Il progetto individuerà e validerà anche biomarcatori e svilupperà una strategia diagnostica complementare per monitorare in maniera minimamente invasiva e in tempo reale sia la risposta immunitaria sia il carico della malattia.
I ricercatori potranno così studiare le modificazioni del sistema immunitario dopo il trattamento e osservare come il tumore risponde alla terapia, integrando trattamento, monitoraggio biologico e interpretazione dei risultati nei diversi centri coinvolti.
Terapie avanzate prodotte centralmente e distribuite in Europa
Un altro elemento innovativo riguarda la produzione dei medicinali per terapie avanzate, particolarmente complessa e costosa quando i pazienti sono pochi e gli impianti specializzati sono concentrati in un numero limitato di strutture.
EPICA-DIPG testerà un modello nel quale le terapie vengono prodotte centralmente in strutture accademiche specializzate conformi alle Good Manufacturing Practice (GMP) e successivamente inviate agli ospedali nei quali vengono curati i pazienti.
Il progetto verificherà quindi se sia possibile combinare un reclutamento decentralizzato con una produzione centralizzata affidabile, permettendo potenzialmente anche agli ospedali privi di proprie strutture produttive di partecipare a sperimentazioni di questo tipo.
EPICA-DIPG punta così a integrare sperimentazione clinica, diagnostica, regolamentazione, produzione e logistica. Se il progetto produrrà le evidenze attese, i risultati potranno guidare le future fasi degli studi clinici, lo sviluppo della diagnostica complementare, la valutazione delle tecnologie sanitarie e nuovi modelli accademici per rendere più accessibili le terapie avanzate nei tumori pediatrici rari. Un modello che, in prospettiva, potrebbe offrire indicazioni utili anche per altre patologie.
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Da Napoli un nuovo progetto per il management sanitario
Sanità, da Napoli un progetto per ripensare il management del SSN
Economia sanitariaGovernare la sanità del futuro richiederà sempre meno professionisti concentrati esclusivamente su un singolo settore e sempre più figure capaci di integrare competenze cliniche, epidemiologiche, economiche, organizzative, tecnologiche e giuridiche. È da questa considerazione che prende forma all’Università degli Studi di Napoli Federico II un progetto editoriale triennale dedicato al management sanitario e destinato ad accompagnare alcune delle trasformazioni più profonde del Servizio sanitario nazionale.
Il primo tassello del percorso è “Pillole di Management Sanitario”, volume curato da Maria Triassi e Patrizia Cuccaro e nato nell’ambito del Master universitario di II livello in Management Sanitario della Federico II. Il libro è stato anche al centro di un incontro dedicato ai nuovi modelli di governo della sanità.
Una sanità sempre più complessa da governare
L’obiettivo del volume va oltre la raccolta di contributi specialistici. L’intento è mettere a sistema le diverse competenze oggi necessarie per assumere decisioni all’interno di organizzazioni sanitarie diventate progressivamente più articolate.
Il punto di partenza è rappresentato da un Servizio sanitario nazionale chiamato ad affrontare contemporaneamente numerose sfide: l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle malattie croniche, l’innovazione diagnostica e terapeutica, la digitalizzazione dei servizi, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, i nuovi modelli di assistenza territoriale e gli investimenti collegati al PNRR.
Trasformazioni che rendono sempre più difficile immaginare il management sanitario come una competenza confinata esclusivamente ai vertici delle aziende o ai ruoli direzionali. La capacità di comprendere processi, risorse, tecnologie, dati e bisogni assistenziali tende invece a diventare una cultura trasversale dell’intera organizzazione sanitaria.
Triassi: «Le decisioni devono integrare competenze diverse»
«La vera sfida – sottolinea Maria Triassi, direttrice del Master – è riuscire a governare la complessità. Le decisioni sanitarie non possono essere costruite guardando separatamente alla clinica, ai conti, all’organizzazione o alla tecnologia. Servono professionalità capaci di leggere insieme questi elementi e di trasformare dati, competenze e innovazione in valore per il servizio pubblico».
È proprio dall’esperienza maturata all’interno del Master che prende origine il progetto. Uno degli elementi distintivi del percorso formativo è infatti il confronto tra professionalità differenti, chiamate a osservare gli stessi problemi da prospettive diverse e complementari.
Alla realizzazione di “Pillole di Management Sanitario” hanno contribuito accademici, direttori generali e sanitari, dirigenti medici, economisti, giuristi ed esperti di organizzazione, comunicazione, innovazione e tecnologie digitali.
Dalle liste d’attesa all’intelligenza artificiale
Il volume affronta alcuni dei principali nodi con cui il sistema sanitario è chiamato a confrontarsi. Tra i temi trattati figurano la sostenibilità del SSN, la programmazione sanitaria, l’epidemiologia e la valutazione delle performance.
Spazio anche alle liste d’attesa, al governo clinico e alla sicurezza delle cure, alla gestione delle risorse umane e alla comunicazione, fino ai processi di trasformazione digitale e alle nuove possibilità aperte dall’intelligenza artificiale.
Il filo conduttore è la necessità di superare una lettura frammentata della sanità. Una decisione organizzativa, infatti, può avere conseguenze sulla qualità dell’assistenza, sull’impiego delle risorse, sul lavoro dei professionisti e sull’accessibilità dei servizi. Allo stesso modo, l’introduzione di nuove tecnologie richiede valutazioni che non riguardano soltanto gli aspetti tecnici, ma anche quelli clinici, organizzativi, economici e regolatori.
Un percorso fino ai 50 anni del Servizio sanitario nazionale
“Pillole di Management Sanitario” rappresenta soltanto il primo capitolo di un progetto editoriale già programmato su tre anni.
Il secondo volume, previsto per il 2027, sarà dedicato ai metodi e agli strumenti operativi attraverso i quali applicare concretamente i principi del management nelle organizzazioni sanitarie, passando quindi dall’inquadramento delle principali questioni alla loro gestione sul campo.
Il percorso dovrebbe poi raggiungere il proprio punto di arrivo nel 2028, anno in cui ricorrerà il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è arrivare alla pubblicazione di un manuale organico in grado di sistematizzare le conoscenze, gli strumenti e le esperienze raccolte durante il triennio.
Un progetto che guarda dunque alla formazione delle future classi dirigenti della sanità, ma anche alla diffusione di una cultura manageriale più ampia: una cultura nella quale competenze differenti non procedano in parallelo, ma concorrano alla costruzione di decisioni capaci di tenere insieme qualità delle cure, sostenibilità, innovazione e valore per il servizio pubblico.
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