Tempo di lettura: 3 minutiDisattenzione, impulsività e iperattività non significano automaticamente ADHD. Quando però questi comportamenti persistono nel tempo, si presentano in più contesti e interferiscono con scuola, relazioni e vita familiare, è importante approfondire. Comprendere il disturbo permette soprattutto di evitare diagnosi affrettate, rimproveri inutili ed etichette che rischiano di accompagnare il bambino durante la crescita.
ADHD non significa semplicemente essere vivaci
«Non sta mai fermo», «non ascolta», «dimentica tutto», «potrebbe fare molto di più se si impegnasse». Sono frasi che molte famiglie conoscono bene. L’ADHD, acronimo di Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, è un disturbo del neurosviluppo che generalmente compare nell’infanzia e può proseguire nell’adolescenza e nell’età adulta. Le principali difficoltà riguardano attenzione, controllo degli impulsi e, in alcuni casi, regolazione dell’attività motoria.
Non tutti i bambini con ADHD, però, sono iperattivi. Alcuni mostrano soprattutto disattenzione: perdono oggetti, dimenticano le consegne, sembrano non ascoltare, passano rapidamente da un’attività all’altra e faticano a organizzarsi. In altri prevalgono impulsività e iperattività: interrompono, parlano molto, hanno difficoltà ad aspettare il proprio turno o agiscono prima di valutare le conseguenze. Altri presentano entrambe le componenti.
Quando la distrazione diventa un segnale
Tutti i bambini possono attraversare momenti di irrequietezza o scarsa concentrazione. Nell’ADHD contano soprattutto persistenza, intensità e conseguenze sulla vita quotidiana. I comportamenti devono essere poco compatibili con il livello di sviluppo del bambino, creare difficoltà significative e manifestarsi in più contesti, per esempio sia a casa sia a scuola. Una distrazione limitata a una sola materia o un’irrequietezza presente esclusivamente in determinate situazioni non bastano quindi per parlare di ADHD. Il confronto tra famiglia, insegnanti e professionisti diventa fondamentale.
Come si arriva alla diagnosi
Non esistono esami del sangue, risonanze magnetiche o singoli test capaci di diagnosticare da soli l’ADHD. La valutazione considera lo sviluppo del bambino, il comportamento nei diversi ambienti, le difficoltà quotidiane e le informazioni fornite da genitori e insegnanti.
Questionari e scale di valutazione possono aiutare, ma non sostituiscono una valutazione clinica completa. Occorre inoltre escludere altre condizioni che possono provocare sintomi simili, tra cui disturbi del sonno, ansia, depressione o difficoltà specifiche dell’apprendimento.
Quando nasce un sospetto, il pediatra rappresenta generalmente il primo punto di riferimento e può indirizzare la famiglia verso servizi specialistici dell’età evolutiva.
Cosa possono fare concretamente i genitori
Una parte importante della gestione dell’ADHD passa dalla quotidianità. Dire continuamente a un bambino di «stare più attento» spesso non è sufficiente. Sono più efficaci routine prevedibili, istruzioni brevi e precise, compiti suddivisi in piccoli obiettivi e poche regole chiare e coerenti. Può essere utile ridurre le distrazioni durante lo studio e utilizzare calendari, timer, checklist e promemoria visivi.
È importante anche riconoscere rapidamente i comportamenti positivi, proteggere il sonno, favorire movimento e pause e mantenere una collaborazione costante con la scuola. Soprattutto, occorre distinguere il comportamento dalla persona: criticare un’azione non significa definire negativamente il bambino.
Il trattamento non è uguale per tutti
Una diagnosi di ADHD non significa iniziare automaticamente una terapia farmacologica. Il trattamento può comprendere interventi comportamentali, parent training, sostegno educativo, collaborazione con la scuola e, quando indicato, farmaci.
Nei bambini più piccoli gli interventi comportamentali rivolti anche ai genitori hanno un ruolo particolarmente importante. Nei bambini più grandi e negli adolescenti, quando i sintomi compromettono significativamente la vita quotidiana, possono essere valutati anche trattamenti farmacologici sotto controllo specialistico.
I farmaci possono essere stimolanti o non stimolanti e richiedono monitoraggio nel tempo per verificarne benefici ed eventuali effetti indesiderati. La questione, quindi, non è stabilire in astratto se i farmaci siano giusti o sbagliati, ma individuare il trattamento più appropriato per il singolo bambino.
Una diagnosi non deve diventare un’etichetta
Richiami continui, difficoltà scolastiche e accuse di essere svogliati possono contribuire a costruire un’immagine negativa di sé. Un bambino con ADHD può sapere perfettamente che cosa ci si aspetta da lui e avere comunque difficoltà a mettere in pratica quel comportamento in un determinato momento.
L’obiettivo non è eliminare la vivacità o cambiare la personalità del bambino, ma aiutarlo a sviluppare strumenti per gestire meglio attenzione, impulsi, organizzazione ed emozioni.
L’ADHD, infatti, non definisce una persona. Un bambino può essere creativo, curioso, brillante, affettuoso o particolarmente capace in molti ambiti e, nello stesso tempo, avere bisogno di maggiore supporto nella gestione della quotidianità. Quando famiglia, scuola e professionisti lavorano insieme, le difficoltà possono essere affrontate con strategie più efficaci e rispettose.
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PreSa Weekly – 18 settembre 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Influenza 2026-2027, campagna vaccinale da ottobre
Anziani, PrevenzioneLa campagna vaccinale contro l’influenza per la stagione 2026-2027 partirà già dalla prima settimana di ottobre. Le indicazioni del Ministero della Salute confermano la possibilità di vaccinarsi a partire dai 6 mesi di vita e individuano le categorie alle quali l’immunizzazione deve essere raccomandata e offerta attivamente e gratuitamente. Una campagna che arriva mentre si guarda con attenzione ai primi segnali provenienti dall’emisfero australe e alla possibile intensità della prossima stagione dei virus respiratori.
Nove vaccini autorizzati per la stagione 2026-2027
Sono nove i vaccini autorizzati dall’Agenzia italiana del farmaco e dall’Agenzia europea per i medicinali per l’immunizzazione contro l’influenza stagionale. Come avviene ogni anno, i vaccini sono stati aggiornati tenendo conto delle caratteristiche antigeniche dei virus che hanno circolato durante l’ultima stagione e delle indicazioni formulate dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Si tratta di vaccini antinfluenzali utilizzati da anni nelle campagne di immunizzazione e caratterizzati da un profilo di sicurezza consolidato. L’aggiornamento annuale è necessario perché i virus influenzali cambiano nel tempo e la composizione dei vaccini deve essere adattata ai ceppi che hanno maggiori probabilità di circolare durante l’inverno.
Non tutti i nove prodotti autorizzati saranno necessariamente disponibili sul mercato o utilizzati in ogni territorio. Sono infatti le Regioni a scegliere annualmente, attraverso le gare per la fornitura, quali vaccini acquistare tra quelli disponibili in commercio e destinare alla campagna gratuita finanziata dal Servizio sanitario nazionale.
Vaccino gratuito: chi può riceverlo
La vaccinazione antinfluenzale viene raccomandata e offerta attivamente e gratuitamente alle persone che hanno compiuto 60 anni, alle donne durante la gravidanza e nel periodo post-partum e ai bambini di età compresa tra 6 mesi e 6 anni.
L’offerta gratuita riguarda inoltre le persone affette da patologie che aumentano il rischio di complicanze in caso di influenza, chi è ricoverato in strutture di lungodegenza e i familiari di soggetti particolarmente esposti alle conseguenze dell’infezione.
Tra le categorie interessate figurano anche gli addetti ai servizi pubblici di primario interesse collettivo, come medici, personale sanitario e socio-assistenziale, forze di polizia e vigili del fuoco, oltre ad altre categorie di lavoratori socialmente utili o particolarmente esposti. La raccomandazione comprende inoltre chi lavora a contatto con animali che potrebbero rappresentare una fonte di infezione da virus influenzali non umani e altre categorie, tra cui i donatori di sangue.
Prevenzione, non soltanto vaccini
La vaccinazione resta lo strumento più efficace per prevenire l’influenza e soprattutto per ridurre il rischio delle sue complicanze. Accanto al vaccino mantengono però un ruolo importante anche le normali misure di igiene.
È consigliabile lavare regolarmente e frequentemente le mani con acqua e sapone, coprire bocca e naso con un fazzoletto quando si tossisce o si starnutisce e gettarlo subito dopo l’utilizzo. Utile anche aerare con regolarità le stanze e gli ambienti nei quali si trascorre molto tempo, contribuendo così a limitare la diffusione delle infezioni respiratorie.
Pregliasco: attesi tra 12 e 14 milioni di casi
I primi segnali che arrivano dall’Australia sembrano indicare una stagione meno pesante rispetto agli ultimi anni, ma l’attenzione resta alta. Secondo il virologo Fabrizio Pregliasco, professore associato dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario aziendale dell’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio, per il 2026-2027 si possono comunque ipotizzare almeno 12-14 milioni di casi legati ai virus respiratori.
Una stima che dovrà essere aggiornata anche sulla base dell’andamento delle temperature. Un inverno particolarmente rigido potrebbe favorire maggiormente l’influenza, mentre sbalzi termici e temperature più miti potrebbero facilitare la contemporanea circolazione dei numerosi altri virus respiratori tipici della stagione.
Dopo una stagione che ha superato i 15 milioni di casi, anche il prossimo inverno potrebbe quindi essere caratterizzato da una circolazione sostenuta. Pregliasco ricorda come siano oltre 260 gli agenti infettivi che possono contribuire alle forme respiratorie e simil-influenzali.
L’influenza resterà la protagonista, ma continueranno a circolare anche SARS-CoV-2, virus respiratorio sinciziale, metapneumovirus, rhinovirus e numerosi altri patogeni. Il Covid, pur presentandosi generalmente con conseguenze cliniche meno pesanti rispetto agli anni della pandemia, continua in particolare a rappresentare un rischio per i soggetti più fragili.
Per quanto riguarda l’influenza vera e propria, l’attenzione resta concentrata soprattutto sul virus A/H3N2 e sulla cosiddetta variante K, già protagonista della stagione precedente e ancora osservata nell’emisfero australe. Alla circolazione dell’H3N2 si affiancano inoltre H1N1 e virus influenzali appartenenti al lignaggio B/Victoria.
Il richiamo degli esperti è quindi a non abbassare la guardia e a considerare la vaccinazione un’importante opportunità di prevenzione, soprattutto per anziani, persone fragili e soggetti maggiormente esposti al rischio di complicanze.
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ADHD, “istruzioni per l’uso”
NewsDisattenzione, impulsività e iperattività non significano automaticamente ADHD. Quando però questi comportamenti persistono nel tempo, si presentano in più contesti e interferiscono con scuola, relazioni e vita familiare, è importante approfondire. Comprendere il disturbo permette soprattutto di evitare diagnosi affrettate, rimproveri inutili ed etichette che rischiano di accompagnare il bambino durante la crescita.
ADHD non significa semplicemente essere vivaci
«Non sta mai fermo», «non ascolta», «dimentica tutto», «potrebbe fare molto di più se si impegnasse». Sono frasi che molte famiglie conoscono bene. L’ADHD, acronimo di Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, è un disturbo del neurosviluppo che generalmente compare nell’infanzia e può proseguire nell’adolescenza e nell’età adulta. Le principali difficoltà riguardano attenzione, controllo degli impulsi e, in alcuni casi, regolazione dell’attività motoria.
Non tutti i bambini con ADHD, però, sono iperattivi. Alcuni mostrano soprattutto disattenzione: perdono oggetti, dimenticano le consegne, sembrano non ascoltare, passano rapidamente da un’attività all’altra e faticano a organizzarsi. In altri prevalgono impulsività e iperattività: interrompono, parlano molto, hanno difficoltà ad aspettare il proprio turno o agiscono prima di valutare le conseguenze. Altri presentano entrambe le componenti.
Quando la distrazione diventa un segnale
Tutti i bambini possono attraversare momenti di irrequietezza o scarsa concentrazione. Nell’ADHD contano soprattutto persistenza, intensità e conseguenze sulla vita quotidiana. I comportamenti devono essere poco compatibili con il livello di sviluppo del bambino, creare difficoltà significative e manifestarsi in più contesti, per esempio sia a casa sia a scuola. Una distrazione limitata a una sola materia o un’irrequietezza presente esclusivamente in determinate situazioni non bastano quindi per parlare di ADHD. Il confronto tra famiglia, insegnanti e professionisti diventa fondamentale.
Come si arriva alla diagnosi
Non esistono esami del sangue, risonanze magnetiche o singoli test capaci di diagnosticare da soli l’ADHD. La valutazione considera lo sviluppo del bambino, il comportamento nei diversi ambienti, le difficoltà quotidiane e le informazioni fornite da genitori e insegnanti.
Questionari e scale di valutazione possono aiutare, ma non sostituiscono una valutazione clinica completa. Occorre inoltre escludere altre condizioni che possono provocare sintomi simili, tra cui disturbi del sonno, ansia, depressione o difficoltà specifiche dell’apprendimento.
Quando nasce un sospetto, il pediatra rappresenta generalmente il primo punto di riferimento e può indirizzare la famiglia verso servizi specialistici dell’età evolutiva.
Cosa possono fare concretamente i genitori
Una parte importante della gestione dell’ADHD passa dalla quotidianità. Dire continuamente a un bambino di «stare più attento» spesso non è sufficiente. Sono più efficaci routine prevedibili, istruzioni brevi e precise, compiti suddivisi in piccoli obiettivi e poche regole chiare e coerenti. Può essere utile ridurre le distrazioni durante lo studio e utilizzare calendari, timer, checklist e promemoria visivi.
È importante anche riconoscere rapidamente i comportamenti positivi, proteggere il sonno, favorire movimento e pause e mantenere una collaborazione costante con la scuola. Soprattutto, occorre distinguere il comportamento dalla persona: criticare un’azione non significa definire negativamente il bambino.
Il trattamento non è uguale per tutti
Una diagnosi di ADHD non significa iniziare automaticamente una terapia farmacologica. Il trattamento può comprendere interventi comportamentali, parent training, sostegno educativo, collaborazione con la scuola e, quando indicato, farmaci.
Nei bambini più piccoli gli interventi comportamentali rivolti anche ai genitori hanno un ruolo particolarmente importante. Nei bambini più grandi e negli adolescenti, quando i sintomi compromettono significativamente la vita quotidiana, possono essere valutati anche trattamenti farmacologici sotto controllo specialistico.
I farmaci possono essere stimolanti o non stimolanti e richiedono monitoraggio nel tempo per verificarne benefici ed eventuali effetti indesiderati. La questione, quindi, non è stabilire in astratto se i farmaci siano giusti o sbagliati, ma individuare il trattamento più appropriato per il singolo bambino.
Una diagnosi non deve diventare un’etichetta
Richiami continui, difficoltà scolastiche e accuse di essere svogliati possono contribuire a costruire un’immagine negativa di sé. Un bambino con ADHD può sapere perfettamente che cosa ci si aspetta da lui e avere comunque difficoltà a mettere in pratica quel comportamento in un determinato momento.
L’obiettivo non è eliminare la vivacità o cambiare la personalità del bambino, ma aiutarlo a sviluppare strumenti per gestire meglio attenzione, impulsi, organizzazione ed emozioni.
L’ADHD, infatti, non definisce una persona. Un bambino può essere creativo, curioso, brillante, affettuoso o particolarmente capace in molti ambiti e, nello stesso tempo, avere bisogno di maggiore supporto nella gestione della quotidianità. Quando famiglia, scuola e professionisti lavorano insieme, le difficoltà possono essere affrontate con strategie più efficaci e rispettose.
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Mesoterapia antalgica: che cos’è e quando si usa
NotizieMal di schiena, cervicalgia, dolori articolari e muscolari sono disturbi molto comuni e, soprattutto quando persistono nel tempo, possono compromettere attività quotidiane, movimento e qualità della vita. Accanto ai farmaci assunti per bocca, alla fisioterapia e agli altri trattamenti disponibili, in alcune situazioni il medico può valutare anche la mesoterapia antalgica, conosciuta come terapia intradermica.
Come funziona la mesoterapia antalgica
La tecnica consiste nella somministrazione di piccole quantità di farmaco negli strati superficiali della pelle, generalmente in corrispondenza o nelle immediate vicinanze della zona dolorosa. Durante una seduta vengono praticate diverse microiniezioni con aghi molto sottili. Nel derma si formano piccoli depositi dai quali il principio attivo viene progressivamente assorbito e diffuso nei tessuti circostanti.
L’ipotesi è che questa modalità possa prolungare la presenza del farmaco nell’area interessata e permettere, in determinate circostanze, di utilizzare quantità complessive inferiori rispetto alla somministrazione sistemica. Ciò non significa, però, che il medicinale rimanga esclusivamente nella zona dell’iniezione né che sia privo di possibili effetti indesiderati.
Anche la stimolazione provocata dagli aghi potrebbe partecipare all’effetto analgesico. I meccanismi attraverso i quali la terapia intradermica può influenzare il dolore, tuttavia, non sono ancora completamente chiariti.
Per quali tipi di dolore viene utilizzata
La mesoterapia è stata studiata soprattutto per alcune forme di dolore muscoloscheletrico localizzato. Fra le condizioni prese in considerazione dalla ricerca figurano lombalgia, cervicalgia, artrosi del ginocchio, tendinopatie, dolore miofasciale e alcuni dolori conseguenti a traumi.
Questo non significa che il trattamento sia automaticamente indicato ogni volta che compare dolore. Prima di intervenire è essenziale individuarne l’origine. Un mal di schiena, per esempio, può essere collegato a muscoli, articolazioni o strutture vertebrali, ma talvolta può dipendere da condizioni completamente differenti. Limitarsi a sopprimere il sintomo senza una diagnosi corretta può quindi ritardare il riconoscimento della vera causa.
Cosa sappiamo sulla sua efficacia
Le ricerche disponibili hanno fornito risultati favorevoli soprattutto nella riduzione di alcune forme di dolore muscoloscheletrico. Una revisione sistematica con meta-analisi degli studi randomizzati ha osservato benefici sul dolore in buona parte degli studi considerati, mentre altre ricerche hanno riportato risultati incoraggianti nel dolore vertebrale e muscoloscheletrico.
I dati vanno però interpretati con cautela. Gli studi di buona qualità sono ancora relativamente pochi, riguardano condizioni diverse e impiegano farmaci, tecniche, dosaggi, frequenze e numeri di sedute non sempre confrontabili.
Anche una revisione pubblicata nel 2026 descrive la mesoterapia come una strategia potenzialmente utile in specifici pazienti con dolore muscoloscheletrico ben localizzato, ma sottolinea che servono studi clinici più ampi per definirne con maggiore precisione efficacia, sicurezza nel lungo periodo e ruolo all’interno dei percorsi terapeutici.
La mesoterapia non dovrebbe quindi essere considerata una cura definitiva del dolore, ma una possibile componente di una strategia più articolata.
Quante sedute possono essere necessarie
Non esiste un numero di sedute valido per tutti. La durata del ciclo dipende dal tipo di disturbo, dalla causa del dolore, dal farmaco utilizzato e dalla risposta individuale.
Negli studi clinici sono stati sperimentati protocolli molto diversi, talvolta costituiti da poche sedute distanziate nel tempo. Proprio questa variabilità rappresenta uno dei principali limiti delle conoscenze disponibili e rende difficile indicare uno schema standard. La decisione di continuare, modificare o interrompere il trattamento deve quindi essere presa dal medico sulla base della risposta clinica.
Effetti collaterali e precauzioni
La mesoterapia è una procedura poco invasiva, ma non completamente priva di rischi. Dopo le iniezioni possono comparire dolore o bruciore locale, arrossamento, piccoli ematomi e gonfiore, generalmente temporanei.
Più raramente possono verificarsi infezioni o reazioni legate al medicinale utilizzato. È quindi importante comunicare al medico eventuali allergie, le terapie farmacologiche in corso e la presenza di condizioni che aumentano il rischio di sanguinamento. Le controindicazioni possono inoltre variare a seconda del principio attivo impiegato. Per questo motivo la valutazione medica prima della procedura rimane indispensabile.
Non sostituisce fisioterapia, movimento e prevenzione
Il dolore muscoloscheletrico, soprattutto quando diventa cronico, raramente è un problema esclusivamente farmacologico. In molti casi hanno un ruolo importante anche fisioterapia, esercizio fisico adattato, recupero della mobilità, controllo del peso quando necessario e correzione dei fattori che favoriscono o mantengono il disturbo. La mesoterapia può dunque trovare spazio, quando realmente indicata, all’interno di un percorso terapeutico personalizzato, senza necessariamente sostituire gli altri interventi.
Il punto di partenza rimane sempre la diagnosi. Prima di cercare di spegnere il dolore occorre comprendere da dove provenga. Soltanto dopo questa valutazione è possibile stabilire se la terapia intradermica possa offrire un beneficio oppure se sia preferibile scegliere un approccio differente.
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Sicurezza delle cure: cosa può fare il paziente per ridurre i rischi
Associazioni pazienti, NewsAndare dal medico, sottoporsi a un esame, iniziare una terapia o entrare in ospedale significa affidarsi a qualcuno per stare meglio. Eppure esiste un aspetto della medicina al quale spesso si pensa poco: anche durante una cura qualcosa può andare storto.
Può accadere per un farmaco somministrato nel dosaggio sbagliato, un’allergia non segnalata, l’interazione fra medicinali, un risultato importante che non arriva al medico successivo o una diagnosi tardiva. Non sempre si tratta di errori clamorosi. Spesso il problema nasce da piccoli passaggi mancati in percorsi sanitari sempre più complessi. La Giornata mondiale per la sicurezza del paziente, istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità e celebrata ogni 17 settembre, nasce proprio per richiamare l’attenzione su questi rischi.
Circa una persona su dieci subisce un danno durante l’assistenza sanitaria e più della metà di questi danni è considerata prevenibile. Tra gli eventi più comuni figurano errori legati ai farmaci, infezioni associate all’assistenza, problemi diagnostici, cadute, procedure chirurgiche non sicure e identificazione errata del paziente.
Cure sicure per tutta la vita
Nel 2026 il tema della campagna è la sicurezza delle cure per le malattie croniche non trasmissibili, accompagnato dallo slogan “Safe care for life!”, cure sicure per tutta la vita.
L’attenzione riguarda soprattutto patologie cardiovascolari, tumori, diabete e malattie respiratorie croniche. Chi convive per anni con una di queste condizioni può incontrare molti professionisti sanitari, cambiare terapie, effettuare controlli periodici ed entrare e uscire da strutture differenti.
Ogni passaggio può diventare un punto debole. Il cardiologo può modificare una terapia senza avere immediatamente tutte le informazioni sulle prescrizioni di altri specialisti. Una persona con un tumore può essere seguita contemporaneamente da oncologo, medico di famiglia e altri professionisti. Chi ha il diabete può assumere anche medicinali per pressione, colesterolo o altre patologie. Più il percorso è complesso, più diventa essenziale che le informazioni seguano il paziente insieme alle cure.
Attenzione ai farmaci e alle interazioni
Uno degli ambiti più delicati riguarda i medicinali. Molte persone, soprattutto con l’avanzare dell’età, ne assumono diversi contemporaneamente. A questi possono aggiungersi integratori, prodotti senza prescrizione e terapie indicate da specialisti differenti.
Circa un paziente ogni 30 subisce un danno collegato ai farmaci durante l’assistenza sanitaria. Diventa quindi importante verificare che il medico conosca l’intera terapia in corso. Portare con sé un elenco aggiornato dei medicinali, con dosaggi e orari, comprese le terapie non prescritte e gli integratori, può evitare incomprensioni e facilitare le decisioni cliniche.
Fare domande significa partecipare alla cura
La responsabilità della sicurezza resta innanzitutto delle strutture e dei professionisti sanitari. Ma oggi il paziente viene considerato anche parte attiva del percorso. Questo non significa trasferire su chi è malato il compito di evitare gli errori, ma permettergli di comprendere ciò che accade e di segnalare eventuali dubbi.
Chiedere perché è necessario assumere un farmaco, per quanto tempo, se può interferire con altre terapie, a cosa serve un esame, quali sintomi richiedono attenzione o quando effettuare il controllo successivo può contribuire a rendere il percorso più chiaro. Se una spiegazione non è comprensibile, chiedere nuovamente non significa essere un paziente difficile. Significa partecipare alla propria cura.
Anche la propria storia clinica protegge
Un altro strumento importante è la conoscenza della propria storia clinica. Comunicare allergie, interventi precedenti, diagnosi importanti, terapie e reazioni avverse ai farmaci permette ai professionisti di prendere decisioni più informate.
Lo stesso vale quando si passa da una struttura all’altra. Lettere di dimissione, referti, risultati degli esami e piani terapeutici non sono semplicemente documenti da archiviare: servono a ricostruire il percorso e a evitare che informazioni importanti vadano perdute.
Sicurezza non significa rischio zero
Nessuna attività sanitaria può essere completamente priva di rischi. Un medicinale può causare un effetto indesiderato anche se prescritto correttamente, così come un intervento può avere una complicanza nonostante il rispetto delle procedure.
Sicurezza delle cure non significa quindi promettere il rischio zero. Significa riconoscere i pericoli prevedibili, organizzare l’assistenza per ridurli e imparare dagli errori quando si verificano. È forse questo il messaggio più importante del 17 settembre: la qualità della medicina non dipende soltanto da farmaci, tecnologie e specialisti sempre più avanzati, ma anche dalla capacità di fare in modo che la persona giusta riceva la cura giusta, nel momento giusto e con tutte le informazioni necessarie.
In questo percorso il paziente non è soltanto qualcuno che riceve una cura. È anche una delle persone che possono contribuire a renderla più sicura.
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Tumore del polmone, terapia riduce il rischio di progressione
Ricerca innovazione, Stili di vitaUna riduzione del 37% del rischio di progressione della malattia nei pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato con mutazione del gene HER2. È il risultato ottenuto nello studio di fase 3 DESTINY-Lung04 con una terapia mirata anti-HER2, confrontata con il trattamento standard costituito dalla chemioterapia con doppietta platino-pemetrexed associata all’immunoterapia. I risultati dello studio delineano una possibile evoluzione del trattamento di prima linea per una particolare forma di tumore del polmone, caratterizzata dalla presenza della mutazione di HER2 e considerata particolarmente aggressiva.
Sopravvivenza libera da progressione di 14,3 mesi
Uno dei dati più significativi emersi dallo studio riguarda la sopravvivenza libera da progressione, cioè il periodo durante il quale la malattia non mostra segni di peggioramento. Nei pazienti trattati con la terapia mirata anti-HER2, la sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 14,3 mesi, rispetto agli 8,3 mesi registrati con la terapia standard. Il risultato si accompagna a una riduzione del 37% del rischio di progressione della malattia.
Un’altra differenza importante riguarda il tasso di risposta obiettiva, parametro che indica la percentuale di pazienti nei quali il tumore si riduce in maniera significativa in seguito al trattamento. Con il trattamento sperimentale il tasso di risposta obiettiva ha raggiunto il 70%, rispetto al 44,5% osservato con l’associazione di immunoterapia e chemioterapia.
Il profilo di sicurezza
Accanto ai dati di efficacia, lo studio DESTINY-Lung04 ha valutato anche la sicurezza del trattamento. Il profilo osservato è risultato nel complesso coerente con quello già conosciuto per questa classe di farmaci e non sono stati individuati nuovi segnali di sicurezza.
Il dato assume particolare rilevanza in una prospettiva di utilizzo della terapia già dalla prima linea, cioè nella fase iniziale del percorso terapeutico dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato caratterizzato dalla mutazione di HER2.
In Italia circa 45mila nuovi casi di tumore del polmone ogni anno
«Ogni anno in Italia vengono stimati circa 45.000 nuovi casi di carcinoma polmonare», afferma Silvia Novello, presidente di Walce, Women Against Lung Cancer in Europe, e responsabile dell’Oncologia medica presso l’Aou San Luigi Gonzaga di Orbassano. «Il tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione di HER2 è una patologia aggressiva, per la quale gli attuali standard di cura in prima linea hanno scarsa efficacia e molti pazienti presentano progressione di malattia entro un anno dall’inizio del trattamento».
Secondo Novello, i risultati ottenuti nello studio possono aprire nuove prospettive terapeutiche. Un tasso di risposta obiettiva del 70% e una sopravvivenza libera da progressione mediana di 14,3 mesi suggeriscono infatti un possibile nuovo ruolo per le terapie mirate anti-HER2 già nelle fasi iniziali del trattamento.
La mutazione HER2 interessa circa il 4% dei pazienti
La popolazione interessata da questa alterazione molecolare rappresenta una quota limitata, ma clinicamente rilevante, dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. «Circa il 4% dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule presenta la mutazione della proteina HER2», spiega Antonio Passaro, direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia, IEO, di Milano. L’identificazione della mutazione permette di individuare i pazienti potenzialmente candidabili a trattamenti sviluppati specificamente contro questa alterazione molecolare, rendendo sempre più importante la caratterizzazione genetica del tumore.
Come agiscono gli anticorpi farmaco-coniugati
La terapia valutata nello studio appartiene alla categoria degli anticorpi farmaco-coniugati, una classe di trattamenti progettata per combinare la capacità di riconoscere specifici bersagli presenti sulle cellule tumorali con l’azione di un agente citotossico. In questo modo l’anticorpo riconosce il bersaglio HER2 e favorisce il rilascio del farmaco citotossico in prossimità delle cellule tumorali. L’obiettivo è concentrare maggiormente l’azione terapeutica sul tumore, limitando per quanto possibile l’esposizione dei tessuti sani.
Questo approccio rappresenta una delle applicazioni più avanzate della medicina di precisione in oncologia, basata sull’individuazione delle caratteristiche molecolari che distinguono i diversi tumori anche quando hanno origine dallo stesso organo. I risultati di DESTINY-Lung04 rafforzano quindi il ruolo della medicina di precisione anche nel carcinoma polmonare, dove l’identificazione delle specifiche alterazioni molecolari può contribuire a indirizzare i pazienti verso terapie sempre più selettive e personalizzate.
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Carenza di sangue a Napoli, open day al Monaldi: «San Gennaro pensa a scioglierlo, tu pensa a donarlo»
Associazioni pazienti, NewsTrasformare uno dei simboli più profondamente legati alla storia e alla tradizione di Napoli in un invito concreto alla solidarietà. È questo il senso dell’iniziativa promossa dall’Azienda Ospedaliera dei Colli, che per sabato 19 settembre 2026 organizza un open day dedicato alla donazione di sangue presso il Centro di Medicina Trasfusionale dell’Ospedale Monaldi.
Lo slogan scelto per la giornata richiama immediatamente la ricorrenza più attesa dai napoletani: «San Gennaro pensa a scioglierlo, tu pensa a donarlo». Un messaggio che lega simbolicamente l’attesa per il miracolo del Santo Patrono alla necessità, molto concreta, di ricostituire le scorte di sangue negli ospedali.
Una giornata per rispondere alla carenza di sangue
L’iniziativa arriva infatti in un momento caratterizzato da una grave carenza di sangue, situazione che rende particolarmente importante la partecipazione dei donatori. Sabato 19 settembre, dalle ore 7.30 alle ore 13.00, il Centro di Medicina Trasfusionale dell’Ospedale Monaldi sarà aperto a tutti coloro che vorranno contribuire attraverso una donazione.
Per partecipare non sarà necessaria alcuna prenotazione. Sarà sufficiente presentarsi direttamente presso il Centro Trasfusionale negli orari previsti per l’open day. L’Azienda Ospedaliera dei Colli ha inoltre previsto alcune facilitazioni per chi deciderà di aderire. Come avviene abitualmente per i donatori, sarà disponibile un parcheggio riservato: una volta arrivati all’ingresso dell’ospedale sarà sufficiente rivolgersi al personale della vigilanza. Al termine della donazione sarà inoltre offerta una colazione gratuita.
«Ogni singola donazione può fare la differenza»
A sottolineare l’importanza della giornata è Federico Brighel, direttore facente funzioni del Centro di Medicina Trasfusionale dell’Ospedale Monaldi, che richiama la cittadinanza alla partecipazione.
«Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Le disponibilità di sangue sono ridotte e ogni singola donazione può fare realmente la differenza per i pazienti che hanno necessità di trasfusioni, per chi affronta interventi chirurgici e per quanti seguono terapie che richiedono un costante supporto trasfusionale», spiega Brighel.
La disponibilità di sangue rappresenta infatti una risorsa essenziale per l’attività quotidiana degli ospedali. Le trasfusioni possono essere indispensabili in numerose situazioni cliniche, dagli interventi chirurgici alle terapie che richiedono un supporto trasfusionale continuativo. Per questo il mantenimento di scorte adeguate dipende anche dalla regolarità e dalla partecipazione dei donatori.
Il legame con la festa di San Gennaro
La scelta della data e dello slogan non è casuale. L’open day si inserisce nei giorni in cui Napoli rinnova uno dei suoi riti più conosciuti e sentiti: l’attesa per il prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro. «Abbiamo scelto di legare questa giornata a una ricorrenza profondamente sentita dai napoletani perché il sangue, al di là del suo fortissimo valore simbolico nella celebrazione di San Gennaro, negli ospedali significa concretamente vita», continua Federico Brighel.
Il richiamo alla tradizione diventa così uno strumento per ricordare l’importanza di un gesto capace di avere conseguenze concrete sulla vita dei pazienti. «Sabato chiediamo ai cittadini un gesto semplice, sicuro e di straordinaria utilità: dedicare un po’ del proprio tempo a chi ne ha bisogno», aggiunge il direttore facente funzioni del Centro di Medicina Trasfusionale.
Tradizione e solidarietà si incontrano al Monaldi
L’obiettivo dell’iniziativa è dunque quello di unire una delle giornate più simboliche per Napoli a un’occasione di partecipazione e responsabilità collettiva. Mentre la città attende che il sangue di San Gennaro si sciolga, ogni cittadino che può donare ha la possibilità di trasformare quel simbolo in un gesto concreto di solidarietà. L’appuntamento è per sabato 19 settembre 2026, dalle ore 7.30 alle ore 13.00, presso il Centro di Medicina Trasfusionale dell’Ospedale Monaldi di Napoli. Non è necessaria la prenotazione: sarà possibile presentarsi direttamente al Centro Trasfusionale durante l’orario dell’open day.
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Kate Middleton torna al Royal Marsden
NewsUn ritorno dal forte valore personale e simbolico. La principessa del Galles Kate Middleton è tornata al Royal Marsden di Londra, l’ospedale oncologico nel quale aveva ricevuto le cure dopo la diagnosi di tumore, per incontrare pazienti e personale sanitario e ringraziare chi l’ha accompagnata durante uno dei periodi più difficili della sua vita.
Durante la visita a sorpresa dell’11 settembre 2026, Kate ha incontrato i vertici della struttura e ha parlato delle “incredibili” cure ricevute. La principessa si è inoltre fermata a conversare con diversi pazienti. Tra loro anche un padre affetto da un tumore cerebrale, che Kate ha definito una “fonte di ispirazione”, soffermandosi sull’importanza del sostegno della famiglia e dei figli durante il percorso oncologico.
La visita è arrivata pochi mesi dopo la Three Peaks Challenge, completata dalla principessa nel giugno 2026: Kate ha scalato nell’arco di 24 ore Ben Nevis, Scafell Pike e Snowdon, le vette più alte rispettivamente di Scozia, Inghilterra e Galles. L’iniziativa ha permesso di raccogliere fondi destinati a un nuovo centro del Royal Marsden dedicato al benessere olistico e al recupero delle persone colpite dal cancro. La principessa ha descritto la raccolta fondi come il suo “piccolo modo” per ringraziare l’ospedale.
Il tumore di Kate: cosa è realmente noto
La malattia della principessa era stata resa pubblica nel marzo 2024. Nel gennaio dello stesso anno Kate aveva affrontato un importante intervento chirurgico addominale per una condizione che inizialmente si riteneva non tumorale. Gli esami successivi all’operazione avevano però rivelato la presenza di un tumore.
Il tipo preciso di neoplasia e lo stadio della malattia non sono mai stati comunicati pubblicamente. Non è quindi possibile affermare, sulla base delle informazioni disponibili, quale organo fosse interessato o quali fossero le caratteristiche biologiche del tumore.
Dopo l’intervento, l’équipe medica aveva consigliato a Kate un ciclo di quella che la principessa aveva definito “chemioterapia preventiva”, terminato nel settembre 2024. In oncologia questo termine può indicare una chemioterapia adiuvante, effettuata dopo il trattamento principale con l’obiettivo di distruggere eventuali cellule tumorali residue e diminuire il rischio di recidiva. Nel gennaio 2025 Kate ha annunciato di essere in remissione.
Prevenzione: molti tumori possono essere evitati
Non conoscendo la natura della malattia della principessa, non è possibile indicare misure preventive specifiche per il suo caso. In generale, però, una parte importante dei tumori è associata a fattori di rischio modificabili.
Non fumare, limitare il consumo di alcol, mantenere un peso corporeo adeguato, seguire un’alimentazione equilibrata, svolgere regolare attività fisica e proteggersi dalle radiazioni ultraviolette rappresentano alcune delle principali strategie di prevenzione. Un ruolo importante è svolto anche dalle vaccinazioni contro HPV ed epatite B nei gruppi per i quali sono raccomandate.
La prevenzione comprende inoltre l’adesione ai programmi di screening oncologico previsti per determinate fasce della popolazione. Lo screening non riguarda però tutti i tumori e deve essere distinto dalla diagnosi precoce di una malattia che ha già provocato sintomi.
Diagnosi precoce e controlli: perché il tempo è importante
Individuare un tumore nelle sue fasi iniziali può aumentare, in numerose neoplasie, le possibilità di trattamento efficace. La diagnosi può richiedere diversi strumenti: visita clinica, analisi di laboratorio, ecografie, Tac, risonanza magnetica, PET e altre indagini vengono scelte in base al caso.
Quando viene individuata una lesione sospetta, spesso l’esame fondamentale è la biopsia, cioè il prelievo di un campione di tessuto da analizzare. L’esame anatomopatologico permette di stabilire la natura delle cellule e, insieme alle indagini successive, può fornire informazioni sul tipo di tumore, sullo stadio e sulle caratteristiche molecolari utili per scegliere il trattamento.
Dalla chirurgia all’immunoterapia: le possibili cure
Non esiste una terapia unica contro il cancro. La strategia viene stabilita sulla base del tipo di tumore, della sua estensione, delle caratteristiche molecolari e delle condizioni generali della persona.
La chirurgia può essere utilizzata per rimuovere la massa tumorale, mentre chemioterapia e radioterapia possono essere impiegate prima o dopo l’intervento oppure come trattamento principale. In alcune neoplasie sono disponibili anche terapie ormonali, farmaci a bersaglio molecolare e immunoterapia, che aiuta il sistema immunitario a riconoscere e contrastare le cellule tumorali.
Il percorso oncologico, tuttavia, non termina sempre con l’ultima terapia. Riabilitazione, alimentazione, attività fisica compatibile con le condizioni cliniche, supporto psicologico e controlli periodici fanno parte della fase di recupero e del follow-up. È proprio questo aspetto, quello della vita durante e dopo il cancro, che il ritorno di Kate al Royal Marsden ha riportato al centro dell’attenzione.
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Vaccini e autismo: la verità scientifica sulla falsa correlazione
Mondo saluteVaccini e autismo non sono collegati da un rapporto causale. A confermarlo è un ampio insieme di studi condotti negli ultimi decenni e, più recentemente, una nuova revisione delle evidenze pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Eppure, l’idea di un possibile legame continua a circolare, alimentando dubbi e timori sulle vaccinazioni.
Fare chiarezza è importante, soprattutto quando si parla di salute dei bambini: distinguere tra ipotesi prive di fondamento e risultati scientifici consolidati permette di affrontare le decisioni sulla vaccinazione con informazioni corrette.
Da dove nasce il falso mito sui vaccini e l’autismo
La controversia risale alla fine degli anni Novanta, quando uno studio pubblicato nel 1998 su The Lancet suggerì un possibile collegamento tra il vaccino MPR, contro morbillo, parotite e rosolia, e l’autismo.
Lo studio presentava però gravi problemi metodologici e fu successivamente ritirato dalla rivista. Le indagini condotte negli anni successivi evidenziarono inoltre gravi irregolarità nel lavoro di Andrew Wakefield, il principale autore della ricerca, che fu radiato dall’ordine dei medici britannico.
Nonostante il ritiro dello studio, l’ipotesi di un legame tra vaccinazione e autismo si diffuse ampiamente, dando origine a una delle più persistenti controversie sulla sicurezza dei vaccini.
Cosa dice la comunità scientifica sulla relazione tra vaccini e autismo
Da allora, numerose ricerche hanno analizzato la possibile relazione tra vaccinazioni e disturbi dello spettro autistico, utilizzando differenti metodologie e coinvolgendo popolazioni molto ampie.
L’aggiornamento più recente arriva dall’OMS, che nel 2025 ha esaminato la letteratura scientifica pubblicata dal 2010 all’agosto 2025. La revisione ha preso in considerazione 31 studi primari provenienti da diversi Paesi, oltre a cinque meta-analisi.
Il risultato è coerente con le precedenti valutazioni dell’OMS: le evidenze scientifiche di maggiore qualità non mostrano un rapporto causale tra vaccini e disturbi dello spettro autistico. Le ricerche che hanno riportato possibili associazioni presentavano invece importanti limiti metodologici e un livello di evidenza molto basso.
La conclusione riguarda anche alcuni componenti dei vaccini che nel tempo sono stati indicati come possibili responsabili dell’autismo, in particolare il tiomersale e i sali di alluminio utilizzati come adiuvanti in alcuni vaccini. Anche in questo caso, le evidenze disponibili non hanno dimostrato un’associazione causale con l’autismo.
Perché vaccini e autismo possono sembrare collegati?
Una delle ragioni per cui questa convinzione può risultare intuitiva è la sovrapposizione temporale tra vaccinazioni e periodo in cui alcuni segnali dello spettro autistico possono diventare più evidenti.
La presenza di due eventi nello stesso periodo, però, non significa che uno abbia causato l’altro. Per stabilire un rapporto di causa ed effetto sono necessari studi epidemiologici e scientifici in grado di verificare se l’esposizione a un determinato fattore sia effettivamente associata a un aumento del rischio.
Nel caso dei vaccini e dell’autismo, questo tipo di associazione non è stata confermata. L’OMS sottolinea inoltre che le cause dei disturbi dello spettro autistico sono complesse e coinvolgono diversi fattori, tra cui componenti genetiche e ambientali.
Perché la disinformazione sui vaccini può avere conseguenze
Un’informazione scientificamente scorretta sui vaccini non rimane confinata al dibattito online. Il timore di possibili effetti inesistenti può influenzare le decisioni delle famiglie e portare a ritardare o evitare vaccinazioni raccomandate.
Quando le coperture vaccinali diminuiscono, aumenta invece la possibilità che malattie prevenibili tornino a circolare, con conseguenze particolarmente rilevanti per le persone che non possono essere vaccinate o che sono più vulnerabili alle infezioni.
Per questo, parlare di sicurezza vaccinale significa anche distinguere tra rischi reali, effetti avversi noti e ipotesi che la ricerca scientifica non ha confermato. Come per ogni intervento sanitario, la sicurezza dei vaccini viene continuamente monitorata e le raccomandazioni vengono aggiornate sulla base delle nuove evidenze.
Il punto da ricordare
La domanda “i vaccini causano l’autismo?” ha una risposta chiara sulla base delle conoscenze scientifiche attuali: no, non è stato dimostrato alcun rapporto causale tra vaccinazioni e disturbi dello spettro autistico.
Il falso mito nasce da una ricerca poi ritirata e screditata, ma è stato successivamente analizzato attraverso decenni di studi. Anche le più recenti revisioni dell’OMS confermano che le evidenze di maggiore qualità non supportano un collegamento tra vaccini e autismo.
Quando si hanno dubbi sulla vaccinazione di un bambino, la scelta più sicura è quindi confrontarsi con il pediatra o con i professionisti dei servizi vaccinali, utilizzando fonti sanitarie affidabili e aggiornate.
Lo zaino per la scuola provoca la scoliosi? Cosa dice la scienza
Mondo saluteCon l’inizio della scuola torna anche una delle preoccupazioni più comuni tra i genitori: portare ogni giorno uno zaino pesante può provocare la scoliosi? La risposta è no. Non ci sono evidenze scientifiche che dimostrino che l’uso dello zaino, anche quando pesante, sia una causa della scoliosi.
Questo non significa, però, che il modo in cui lo zaino viene utilizzato sia irrilevante. Un carico eccessivo o distribuito male può favorire dolori alla schiena, affaticamento e modificazioni temporanee della postura. Disturbi che non devono essere confusi con una vera deformità della colonna vertebrale.
Cos’è la scoliosi e come si sviluppa
La scoliosi è una deformità tridimensionale della colonna vertebrale caratterizzata da una curvatura laterale associata a una rotazione delle vertebre. Può avere diverse cause, ma la forma più frequente in età evolutiva è la scoliosi idiopatica, cioè quella per la quale non è possibile individuare una causa precisa.
La scoliosi idiopatica può comparire durante la crescita e diventare più evidente soprattutto nel periodo della pubertà, quando lo sviluppo corporeo è particolarmente rapido. La sua origine è complessa e coinvolge probabilmente fattori genetici e biologici.
Non è quindi corretto attribuire la comparsa della scoliosi a un singolo comportamento quotidiano, come portare lo zaino, stare seduti a lungo o assumere una determinata posizione.
Zaino pesante e postura: cosa può succedere
Se lo zaino è molto pesante, viene portato su una sola spalla o non è regolato correttamente, il bambino può modificare temporaneamente il modo di stare in piedi e di camminare per compensare il carico.
Questo può tradursi in tensione muscolare, affaticamento o dolore alla schiena, al collo e alle spalle. Si tratta però di effetti differenti dalla scoliosi: una postura assunta per compensare un peso non equivale a una deformazione strutturale permanente della colonna.
Per questo motivo, più che preoccuparsi del rischio di scoliosi, è utile insegnare ai bambini a utilizzare lo zaino in modo corretto e confortevole.
Come indossare correttamente lo zaino
Alcune semplici accortezze possono contribuire a ridurre il sovraccarico sulla schiena:
Non esiste, invece, una soglia di peso universalmente valida che possa essere applicata indistintamente a tutti i bambini. Il peso dello zaino va valutato anche in relazione alla corporatura, alla distanza percorsa e al tempo durante il quale viene trasportato.
Quando è importante rivolgersi al medico
Uno zaino pesante non è una causa di scoliosi, ma alcuni segnali meritano comunque attenzione. Se un bambino presenta dolore alla schiena persistente, asimmetrie evidenti delle spalle o del bacino, una scapola più sporgente dell’altra o una curvatura che appare particolarmente evidente, è opportuno parlarne con il pediatra.
Sarà il professionista a stabilire se sia necessario un approfondimento specialistico. La diagnosi della scoliosi, infatti, non può essere fatta semplicemente osservando la postura quotidiana o il modo in cui viene portato lo zaino.
Il falso mito dello zaino che “fa venire la scoliosi”
Associare automaticamente lo zaino alla scoliosi rischia di creare preoccupazioni inutili nelle famiglie e di spostare l’attenzione dai veri aspetti da monitorare durante la crescita.
Lo zaino può contribuire a una postura temporaneamente sbilanciata e, se eccessivamente pesante o utilizzato male, può favorire dolori e affaticamento. Non è però considerato una causa della scoliosi.
La prevenzione passa quindi soprattutto dalla corretta gestione del carico, da uno stile di vita attivo e dall’attenzione ai segnali che possono indicare un problema della colonna vertebrale. In caso di dubbi, è il pediatra o il medico a dover valutare la situazione, evitando diagnosi fai-da-te basate esclusivamente sulla postura.