Tempo di lettura: 4 minuti«In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra dominare la scena, non dobbiamo mai dimenticare che la componente umana resta la chiave di tutto: nessun algoritmo potrà sostituire l’ascolto, l’empatia e la responsabilità che caratterizzano il nostro essere medici». Con queste parole, Bruno Zuccarelli, presidente dell’Ordine dei Medici-Chirurghi ed Odontoiatri di Napoli e provincia, ha dato il benvenuto ai tanti colleghi riuniti alla serata “L’arte che cura”, evento ospitato all’Auditorium Porta del Parco di Bagnoli. Un messaggio netto, che mette al centro il valore della relazione e del prendersi cura, proprio mentre la tecnologia amplia orizzonti e strumenti della pratica clinica.
Un evento per ricordare ciò che rende unico il gesto medico
La serata è nata dalla volontà di rimarcare ciò che rende unico e insostituibile il gesto medico. Per questo l’Ordine di Napoli ha scelto un linguaggio inedito ma potentissimo: l’arte. In sala, esposizioni di scultura, pittura e fotografia firmate da medici artisti hanno mostrato il lato creativo dei camici bianchi, quello capace di tradurre in segni e immagini la profondità delle esperienze di corsia, di ambulatorio, di terapia. L’arte, qui, non è orpello: è chiave di lettura del mondo della cura, ponte tra competenza e sensibilità, tra scienza e umanità.
Musica e camici bianchi: quando il ritmo incontra la cura
Accanto alle mostre, “L’arte che cura” ha offerto uno spettacolo musicale di oltre un’ora e mezza. Sul palco, vere e proprie band composte da medici appassionati di musica hanno dato vita a una scaletta corale, intensa, diretta dalla guida artistica del dottor Bruno Ferraro. Brani e arrangiamenti hanno intrecciato generi e suggestioni, restituendo un’immagine vivida di una comunità professionale che sa esprimersi anche fuori dai reparti. L’energia della musica, eseguita da chi ogni giorno ascolta voci e sintomi, ha fatto risuonare un’idea semplice e potente: la cura è anche armonia, relazione, ascolto reciproco.
I maestri della professione: premi ai 60 e 70 anni di laurea
Cuore istituzionale della manifestazione è stata la celebrazione dei medici che hanno raggiunto gli importanti traguardi dei 60 e dei 70 anni di laurea. La consegna delle medaglie, in segno di riconoscimento per carriere esemplari, ha raccontato l’evoluzione della professione e ha testimoniato come la passione per la medicina non si esaurisca mai. Per i 70 anni di laurea sono stati premiati i dottori Federico Lizzi e Pasquale Perrotta. Per i 60 anni di laurea hanno ricevuto il riconoscimento i dottori Pietro Blasi, Pasquale Federico, Franco Dario Carlo Guardasole, Giuliana Lama, Giuseppe Maggi, Arcangelo Mancino, Carlo Pignatelli Spinazzola, Alessandro Francesco Ricciardi, Giacomo Rocca, Antonio Sodano e Vittorio Tripodi. Nomi e storie che compongono un patrimonio di esperienza e responsabilità, a cui la comunità medica guarda con gratitudine.
«Non solo professionisti della cura»: la visione di Zuccarelli
«Questa serata ha dimostrato che i medici non sono solo professionisti della cura, ma anche donne e uomini capaci di esprimere, attraverso l’arte e la musica, la profondità del proprio rapporto con il paziente e con la sofferenza», ha sottolineato il presidente dell’Ordine, Bruno Zuccarelli. Le parole racchiudono l’essenza dell’iniziativa: mettere in luce il volto umano di chi ogni giorno affronta diagnosi complesse, gestisce percorsi terapeutici, accompagna famiglie e pazienti in momenti delicati. La professionalità si completa così di una dimensione emotiva e relazionale che non può essere delegata a nessuna tecnologia.
Tecnologie e responsabilità: un equilibrio da costruire
Tra gli spunti centrali della serata, il ruolo delle nuove tecnologie nella sanità ha offerto un terreno di riflessione condivisa. L’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali stanno trasformando processi, diagnosi e monitoraggio, ma l’Ordine ha voluto ribadire che la professione medica è fatta innanzitutto di competenze scientifiche radicate e di una responsabilità personale che nessun algoritmo può sostituire. L’ascolto, l’empatia, la capacità di cogliere sfumature del vissuto del paziente, la valutazione etica delle scelte: sono tasselli che richiedono la presenza umana. La tecnologia, dunque, come alleata e non come fine; come amplificatore della qualità della cura, mai come surrogato della relazione.
L’arte come linguaggio universale della cura
La scelta di affidarsi all’arte non è casuale. L’arte ha un linguaggio universale, capace di raggiungere persone di età e sensibilità diverse, e di dare forma a ciò che spesso è indicibile: la fragilità, l’attesa, la speranza. Attraverso tele, sculture e fotografie, i medici artisti hanno tradotto in immagini ciò che quotidianamente accade nei luoghi della cura: il tempo sospeso della diagnosi, il sollievo della terapia che funziona, il peso delle decisioni. La musica, con il suo ritmo condiviso, ha fatto il resto, trasformando la platea in una comunità che ascolta e partecipa, proprio come accade tra medico e paziente quando la fiducia si fa reale.
Maestri e nuove generazioni: una staffetta di valori
La serata ha messo in dialogo generazioni diverse. I grandi maestri della medicina, celebrati per i loro 60 e 70 anni di laurea, hanno ricordato che l’eccellenza clinica non è mai disgiunta dall’etica della cura. A loro si sono idealmente affiancati i camici bianchi più giovani, chiamati a raccogliere e rinnovare questa eredità in un contesto professionale in rapida evoluzione. Sensibilità, creatività e capacità di entrare in relazione con l’altro: sono i valori che i maestri continuano a trasmettere, perché la medicina rimanga un’arte oltre che una scienza.
Napoli, la comunità e un messaggio che guarda avanti
“L’arte che cura” ha raccontato una Napoli medica viva e coesa, capace di unire istituzioni e persone, esperienze e saperi. Dalle parole di apertura di Bruno Zuccarelli, alla direzione artistica di Bruno Ferraro, fino alle medaglie consegnate ai veterani della professione, tutto ha concorso a fissare un messaggio chiaro: la medicina del futuro sarà tanto più forte quanto più saprà custodire e rinnovare la sua anima umana. Le tecnologie continueranno a crescere e a perfezionarsi; la differenza, però, continueranno a farla l’ascolto, l’empatia e la responsabilità. È questo, in definitiva, il cuore della serata di Bagnoli: un invito a coltivare una cura che non smetta mai di essere profondamente umana.
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Nuove terapie per affrontare il mieloma
News, Notizie«Non lasciarsi andare e affrontarlo con ottimismo». È il primo invito che Maria Teresa Petrucci, dirigente medico di Ematologia al Policlinico Umberto I di Roma, rivolge ai pazienti che ricevono una diagnosi di mieloma multiplo. «È una malattia seria – dice – ma oggi abbiamo molte armi per affrontarla». È proprio alla professoressa Petrucci che abbiamo chiesto di aiutarci a capire meglio che cos’è il mieloma e che cosa si può fare concretamente quando si riceve una diagnosi. Andiamo con ordine. La professoressa ci spiega che «è una neoplasia del sangue, una delle neoplasie ematologiche più frequenti. È una malattia che coinvolge le plasmacellule, cellule che producono i nostri anticorpi e che normalmente sono presenti nel midollo osseo in una percentuale non superiore al 3%. Nei pazienti affetti da mieloma multiplo, queste cellule possono aumentare anche enormemente e produrre immunoglobuline alterate che possono essere rilevate nel sangue e/o nelle urine mediante un test relativamente semplice, l’elettroforesi, esame che permette di sospettare questa patologia».
Il ruolo delle plasmacellule
Le plasmacellule, aggiunge, «producono anche delle citochine, cioè sostanze che attivano gli osteoclasti, cellule che distruggono l’osso. Ecco perché una delle caratteristiche principali dei pazienti con mieloma multiplo è l’interessamento osseo, con un’osteoporosi molto accentuata che porta alla formazione di lesioni dette osteolisi che spesso causano fratture anche in assenza di traumi». Quanto all’esordio, la professoressa Petrucci spiega che «l’età media alla diagnosi è di 70 anni, ma sempre più spesso si osservano casi in pazienti appena cinquantenni». Sul fronte diagnostico, oggi le possibilità sono decisamente maggiori rispetto al passato, grazie a TAC, risonanze magnetiche e PET sempre più affidabili e a esami di laboratorio estremamente precisi, che permettono di identificare la malattia più precocemente e di seguirne l’andamento. Ma i passi in avanti più importanti riguardano le terapie: «Fino a 25 anni fa erano disponibili ben pochi farmaci e l’autotrapianto di cellule staminali non era praticabile nei pazienti che superavano i 45 anni di età, quindi veniva effettuato in una minoranza di casi.
Nuove possibilità
Oggi l’autotrapianto è possibile fino a 70 anni di età e, oltre a questa possibilità, abbiamo a disposizione molti nuovi farmaci: anticorpi monoclonali, anticorpi coniugati, anticorpi bispecifici e terapie con cellule CAR-T, che consentono di ottenere risposte migliori e di mantenerle per periodi più lunghi. Insomma, oggi possiamo spesso cronicizzare la malattia e garantire ai pazienti una prospettiva di vita paragonabile a quella della popolazione libera da malattia». Si tratta di un passo in avanti enorme se si considera che, fino a 20 anni fa, solo in pochi casi si superavano i due anni dalla diagnosi. Ciò su cui occorre ancora lavorare è la qualità di vita. «I pazienti affetti da mieloma multiplo – sottolinea la professoressa – hanno l’esigenza non solo di poter contare su terapie efficaci, ma anche di essere sostenuti con servizi complementari: supporto psicologico, sostegno per un’alimentazione corretta e percorsi di fisioterapia. Pensare alla qualità di vita è indispensabile: oggi già lo si fa ma c’è ancora molto da fare».
Il ruolo della rete
Va detto che i progressi che si vedono oggi nella lotta al mieloma multiplo sono il frutto di una collaborazione continua tra ricerca scientifica, medici e associazioni di pazienti. Solo insieme si può fare la differenza. «Questa è una malattia multidisciplinare e la collaborazione tra professionisti con competenze diverse è essenziale. Lavorare in team fa la differenza, affiancati dalle associazioni che supportano i pazienti soprattutto per le esigenze non direttamente mediche, che incidono sulla qualità di vita».
Pubblicato su IL MATTINO il giorno 14 dicembre 2025 a firma di Marcella Travazza con la collaborazione del network editoriale PreSa – Prevenzione Salute
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Editoria: Speciale Salute e Prevenzione di Dicembre
SpecialiÈ tornato in edicola lo Speciale Salute&Prevenzione, realizzato dal network editoriale PreSa in collaborazione con il Mattino. Un progetto che nasce per offrire ai lettori un’informazione chiara, autorevole e accessibile sui grandi temi della prevenzione e della sanità, attraverso il contributo di specialisti, testimonianze e approfondimenti scientifici. L’obiettivo, come sempre, è raccontare le sfide e le innovazioni che incidono sulla salute di tutti, con un approccio che unisce divulgazione e responsabilità sociale. In questo numero un focus sul Mieloma Multiplo, grazie alle spiegazioni della professoressa Maria Teresa Petrucci del Policlinico Umberto I di Roma. Sotto la lente anche la disabilità, con una riflessione sul gap culturale che ancora oggi affligge la nostra società.
Street food, l’importanza di regole e controlli
Alimentazione, Prevenzione«È fondamentale il lavoro che le autorità sanitarie fanno ogni giorno, e ancor più nel periodo natalizio, per garantire ai tantissimi turisti e ai cittadini che le attività di street food nelle aree più frequentate di Napoli e della provincia lavorino rispettando le regole». Con queste parole, Maria Triassi, professoressa di Igiene e Medicina Preventiva e Referente CRIPAT, promuove a pieni voti l’impegno delle istituzioni sanitarie. Le settimane che precedono Natale trasformano il centro storico, i Decumani e il lungomare in un corridoio affollato di visitatori e residenti: un contesto in cui il controllo della qualità igienica diventa determinante per proteggere la salute pubblica senza frenare la vitalità della tradizione gastronomica partenopea.
La macchina dei controlli
La Triassi sottolinea il lavoro coordinato del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl Napoli 1 Centro, che opera attraverso diverse articolazioni complementari: i Servizi Igiene degli Alimenti e Nutrizione (SIAN, diretto da Alfredo Savarese), i Servizi Veterinari Igiene degli Alimenti di origine Animale (SVET B, diretto da Luciano Nettuno) e il Centro di Riferimento Regionale per la Sicurezza Alimentare nella ristorazione pubblica e collettiva e nelle produzioni agroalimentari tradizionali (CRIPAT, diretto da Giovanni Battista Varcasia). Una rete che, durante le festività, intensifica verifiche, sopralluoghi e campionamenti, con l’obiettivo di garantire che i banchi, i chioschi e i locali itineranti rispettino procedure, tracciabilità e corretta conservazione degli alimenti.
Street food: patrimonio culturale, non zona franca
Per Triassi, lo street food è «parte della cultura partenopea» e, proprio per questo, merita protezione e rispetto: «non possiamo permetterci zone grigie sulla sicurezza alimentare». L’attrattività di cuoppi, fritture espresse e panini farciti vive anche della fiducia di chi consuma: mantenere standard elevati significa tutelare un’eccellenza identitaria e una filiera economica che coinvolge migliaia di operatori. «Ad oggi non ci sono ragioni di allarme, anzi il centro storico è uno dei luoghi più controllati da questo punto di vista, ma non si può mai abbassare la guardia», ricorda la docente, richiamando a una vigilanza costante e condivisa.
Dati e irregolarità: i numeri che richiamano all’ordine
Nel corso di un recente summit partenopeo, sono stati richiamati i risultati dell’attività del Comando Carabinieri per la Tutela della Salute (NAS), che ha intensificato i controlli su food truck, sagre e manifestazioni di street food in tutta Italia. L’azione ha portato a sequestri di alimenti non conformi e alla contestazione di strutture irregolari per valori economici pari a centinaia di migliaia di euro. Il monito vale anche per Napoli, dove già nel 2024 erano state sequestrate tre tonnellate di carne destinate allo street food, rinvenute in un impianto abusivo in condizioni igieniche del tutto inadeguate. Sono episodi che non descrivono la normalità del settore, ma che confermano la necessità di interventi mirati e tempestivi per isolare condotte scorrette e salvaguardare chi opera nel rispetto delle regole.
Rischi reali, non teorici: catena del freddo e formazione
«I fatti di quest’estate dimostrano che il rischio non è teorico: un’inadeguata formazione degli operatori del settore alimentare, una cattiva gestione della catena del freddo, preparazioni improvvisate, locali abusivi e prodotti senza tracciabilità possono trasformare un momento di convivialità in un’emergenza sanitaria», sottolinea Triassi. Il messaggio è chiaro: la prevenzione parte dalla competenza. La pianificazione delle forniture, la corretta refrigerazione degli ingredienti, la pulizia delle superfici, l’uso appropriato dei dispositivi di protezione e la gestione dei tempi di esposizione e servizio sono anelli di una catena che non deve spezzarsi. Ogni anello ha una ricaduta diretta sulla sicurezza, soprattutto quando i volumi aumentano e i ritmi si fanno serrati, come accade a ridosso delle festività.
Non solo botulismo: il ventaglio delle tossinfezioni
«Il botulino è raro, ma quando si presenta può avere conseguenze gravissime. Non è la sola tossinfezione alimentare temibile e non è neanche la più frequente. I germi in causa sono molti ed ecco perché il rispetto delle norme igieniche in tutte le fasi della preparazione e distribuzione degli alimenti diventa cruciale», avverte ancora Triassi. Il panorama dei rischi include batteri, virus e tossine capaci di rendere insidioso anche un alimento apparentemente innocuo. La prevenzione, in questo scenario, coincide con la scrupolosità nelle procedure: controlli dei fornitori, conservazioni a temperatura adeguata, separazione tra crudo e cotto, igiene delle mani e delle attrezzature, rispetto della vita utile dei prodotti.
Responsabilità condivisa e valore economico della sicurezza
La sicurezza alimentare, ricorda la professoressa, è anche una leva competitiva: «La sicurezza alimentare è una garanzia di qualità e competitività. Investire nella formazione degli operatori del settore alimentare è un guadagno e non una perdita». La formazione continua – dall’HACCP alla gestione del rischio, fino agli aggiornamenti su normativa e buone pratiche – innalza lo standard di tutto il comparto, riduce contenziosi e sanzioni, rafforza la reputazione del brand e fidelizza clienti che oggi sono sempre più attenti e informati. In un contesto turistico come quello napoletano, il ritorno economico della qualità non è un’astrazione: è una scelta strategica che premia nel medio periodo.
Operatori e consumatori: alleati nella prevenzione
Se la sfera principale di responsabilità ricade sugli operatori e su chi controlla, la vigilanza diffusa è un alleato prezioso. Riconoscere un banco ordinato, attenersi alle file per evitare sovraffollamenti nell’area di preparazione, osservare l’uso di pinze e guanti, verificare che i prodotti più sensibili siano esposti e conservati in modo corretto sono piccoli gesti che aiutano a mantenere alto il livello di sicurezza. Nel clima festivo, quando la voglia di assaggiare specialità è comprensibilmente forte, la prudenza non toglie nulla alla convivialità: la rafforza, perché consente a tutti di vivere l’esperienza gastronomica senza rischi inutili.
Tradizione protetta dalle regole
Il messaggio che arriva da Napoli è netto: valorizzare lo street food significa proteggerlo. Con controlli puntuali, con l’azione congiunta di SIAN, SVET B e CRIPAT, con la presenza dei NAS sul territorio e, soprattutto, con la professionalità quotidiana di chi lavora tra impasti, friggitrici e griglie. Il periodo natalizio è una vetrina internazionale per la città: garantire che ogni porzione sia sicura è il modo più concreto per celebrare una tradizione che appartiene alla comunità e che merita di essere tramandata con cura. In questo equilibrio tra gusto e rigore sta la vera forza del modello napoletano: un patrimonio gastronomico vivo, sostenuto da regole chiare e da una cultura della responsabilità che, per citare Triassi, «non può mai abbassare la guardia».
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L’arte che cura: a Napoli i medici celebrano l’estro
Medicina Sociale, News«In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra dominare la scena, non dobbiamo mai dimenticare che la componente umana resta la chiave di tutto: nessun algoritmo potrà sostituire l’ascolto, l’empatia e la responsabilità che caratterizzano il nostro essere medici». Con queste parole, Bruno Zuccarelli, presidente dell’Ordine dei Medici-Chirurghi ed Odontoiatri di Napoli e provincia, ha dato il benvenuto ai tanti colleghi riuniti alla serata “L’arte che cura”, evento ospitato all’Auditorium Porta del Parco di Bagnoli. Un messaggio netto, che mette al centro il valore della relazione e del prendersi cura, proprio mentre la tecnologia amplia orizzonti e strumenti della pratica clinica.
Un evento per ricordare ciò che rende unico il gesto medico
La serata è nata dalla volontà di rimarcare ciò che rende unico e insostituibile il gesto medico. Per questo l’Ordine di Napoli ha scelto un linguaggio inedito ma potentissimo: l’arte. In sala, esposizioni di scultura, pittura e fotografia firmate da medici artisti hanno mostrato il lato creativo dei camici bianchi, quello capace di tradurre in segni e immagini la profondità delle esperienze di corsia, di ambulatorio, di terapia. L’arte, qui, non è orpello: è chiave di lettura del mondo della cura, ponte tra competenza e sensibilità, tra scienza e umanità.
Musica e camici bianchi: quando il ritmo incontra la cura
Accanto alle mostre, “L’arte che cura” ha offerto uno spettacolo musicale di oltre un’ora e mezza. Sul palco, vere e proprie band composte da medici appassionati di musica hanno dato vita a una scaletta corale, intensa, diretta dalla guida artistica del dottor Bruno Ferraro. Brani e arrangiamenti hanno intrecciato generi e suggestioni, restituendo un’immagine vivida di una comunità professionale che sa esprimersi anche fuori dai reparti. L’energia della musica, eseguita da chi ogni giorno ascolta voci e sintomi, ha fatto risuonare un’idea semplice e potente: la cura è anche armonia, relazione, ascolto reciproco.
I maestri della professione: premi ai 60 e 70 anni di laurea
Cuore istituzionale della manifestazione è stata la celebrazione dei medici che hanno raggiunto gli importanti traguardi dei 60 e dei 70 anni di laurea. La consegna delle medaglie, in segno di riconoscimento per carriere esemplari, ha raccontato l’evoluzione della professione e ha testimoniato come la passione per la medicina non si esaurisca mai. Per i 70 anni di laurea sono stati premiati i dottori Federico Lizzi e Pasquale Perrotta. Per i 60 anni di laurea hanno ricevuto il riconoscimento i dottori Pietro Blasi, Pasquale Federico, Franco Dario Carlo Guardasole, Giuliana Lama, Giuseppe Maggi, Arcangelo Mancino, Carlo Pignatelli Spinazzola, Alessandro Francesco Ricciardi, Giacomo Rocca, Antonio Sodano e Vittorio Tripodi. Nomi e storie che compongono un patrimonio di esperienza e responsabilità, a cui la comunità medica guarda con gratitudine.
«Non solo professionisti della cura»: la visione di Zuccarelli
«Questa serata ha dimostrato che i medici non sono solo professionisti della cura, ma anche donne e uomini capaci di esprimere, attraverso l’arte e la musica, la profondità del proprio rapporto con il paziente e con la sofferenza», ha sottolineato il presidente dell’Ordine, Bruno Zuccarelli. Le parole racchiudono l’essenza dell’iniziativa: mettere in luce il volto umano di chi ogni giorno affronta diagnosi complesse, gestisce percorsi terapeutici, accompagna famiglie e pazienti in momenti delicati. La professionalità si completa così di una dimensione emotiva e relazionale che non può essere delegata a nessuna tecnologia.
Tecnologie e responsabilità: un equilibrio da costruire
Tra gli spunti centrali della serata, il ruolo delle nuove tecnologie nella sanità ha offerto un terreno di riflessione condivisa. L’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali stanno trasformando processi, diagnosi e monitoraggio, ma l’Ordine ha voluto ribadire che la professione medica è fatta innanzitutto di competenze scientifiche radicate e di una responsabilità personale che nessun algoritmo può sostituire. L’ascolto, l’empatia, la capacità di cogliere sfumature del vissuto del paziente, la valutazione etica delle scelte: sono tasselli che richiedono la presenza umana. La tecnologia, dunque, come alleata e non come fine; come amplificatore della qualità della cura, mai come surrogato della relazione.
L’arte come linguaggio universale della cura
La scelta di affidarsi all’arte non è casuale. L’arte ha un linguaggio universale, capace di raggiungere persone di età e sensibilità diverse, e di dare forma a ciò che spesso è indicibile: la fragilità, l’attesa, la speranza. Attraverso tele, sculture e fotografie, i medici artisti hanno tradotto in immagini ciò che quotidianamente accade nei luoghi della cura: il tempo sospeso della diagnosi, il sollievo della terapia che funziona, il peso delle decisioni. La musica, con il suo ritmo condiviso, ha fatto il resto, trasformando la platea in una comunità che ascolta e partecipa, proprio come accade tra medico e paziente quando la fiducia si fa reale.
Maestri e nuove generazioni: una staffetta di valori
La serata ha messo in dialogo generazioni diverse. I grandi maestri della medicina, celebrati per i loro 60 e 70 anni di laurea, hanno ricordato che l’eccellenza clinica non è mai disgiunta dall’etica della cura. A loro si sono idealmente affiancati i camici bianchi più giovani, chiamati a raccogliere e rinnovare questa eredità in un contesto professionale in rapida evoluzione. Sensibilità, creatività e capacità di entrare in relazione con l’altro: sono i valori che i maestri continuano a trasmettere, perché la medicina rimanga un’arte oltre che una scienza.
Napoli, la comunità e un messaggio che guarda avanti
“L’arte che cura” ha raccontato una Napoli medica viva e coesa, capace di unire istituzioni e persone, esperienze e saperi. Dalle parole di apertura di Bruno Zuccarelli, alla direzione artistica di Bruno Ferraro, fino alle medaglie consegnate ai veterani della professione, tutto ha concorso a fissare un messaggio chiaro: la medicina del futuro sarà tanto più forte quanto più saprà custodire e rinnovare la sua anima umana. Le tecnologie continueranno a crescere e a perfezionarsi; la differenza, però, continueranno a farla l’ascolto, l’empatia e la responsabilità. È questo, in definitiva, il cuore della serata di Bagnoli: un invito a coltivare una cura che non smetta mai di essere profondamente umana.
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PreSa Weekly – 12 Dicembre 2025
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Il ruolo fondamentale della proteina RPA nella stimolazione della telomerasi per mantenere i telomeri
Health World, Ricerca innovazioneLa ricerca scientifica ha compiuto un nuovo e significativo passo avanti nella comprensione dei meccanismi cellulari che garantiscono la salute e la longevità delle cellule. Studi recenti hanno rivelato come la proteina RPA svolga un ruolo cruciale, fino a oggi non completamente confermato, nel supportare l’attività della telomerasi, l’enzima responsabile della protezione e dell’allungamento dei telomeri. Questa scoperta apre nuove strade per affrontare malattie legate all’accorciamento telomerico e per comprendere meglio il processo di invecchiamento cellulare.
I telomeri sono porzioni di DNA situate alle estremità dei cromosomi e svolgono una funzione protettiva fondamentale. Con il tempo, e a ogni divisione cellulare, i telomeri tendono a ridursi, compromettendo la stabilità genetica e portando a una progressiva perdita della funzionalità cellulare. La telomerasi, un enzima capace di riabilitare e allungare i telomeri, è quindi un elemento chiave nella salvaguardia della salute delle cellule.
La proteina RPA e la sua relazione con la telomerasi
RPA, abbreviazione di Replication Protein A, è una proteina nota principalmente per il suo ruolo nella replicazione del DNA e nella riparazione del genoma. Tuttavia, studi recenti indicano che la sua funzione va ben oltre queste attività. Gli esperimenti condotti dagli scienziati hanno dimostrato che RPA interagisce direttamente con la telomerasi e ne stimola l’attività, favorendo così il mantenimento dei telomeri più lunghi e sani.
Questa interazione è essenziale perché senza un adeguato funzionamento della proteina RPA, la telomerasi non può agire efficacemente. L’assenza o il malfunzionamento di RPA compromette quindi la capacità della cellula di mantenere la lunghezza dei telomeri, favorendo un accorciamento pericoloso che può innescare processi patologici.
Implicazioni del malfunzionamento di RPA
Quando la proteina RPA non funziona correttamente, le cellule subiscono un’accelerazione nell’accorciamento dei telomeri. Questo fenomeno è stato collegato a diverse malattie gravi, incluse alcune forme di cancro, disordini degenerativi e malattie legate all’invecchiamento precoce. Il deterioramento della funzione di RPA può quindi rappresentare un importante fattore di rischio, suggerendo la necessità di approfondire la ricerca su questa proteina per sviluppare potenziali terapie mirate.
La comprensione dettagliata del ruolo di RPA apre nuove prospettive nella medicina rigenerativa e nella terapia genica, con l’obiettivo di modulare l’attività della telomerasi in modo controllato. Ciò può essere particolarmente utile nel trattamento di patologie in cui il mantenimento dei telomeri è compromesso, migliorando così la qualità della vita dei pazienti.
Approfondimenti sulla regolazione della telomerasi da parte di RPA
Oltre alla conferma del ruolo stimolante, i ricercatori stanno ora indagando i meccanismi molecolari precisi attraverso cui RPA regola la telomerasi. In particolare, si studiano le modalità con cui RPA riconosce e si lega ai telomeri e come questa interazione faciliti l’accesso e l’attività dell’enzima telomerasi.
Queste ricerche potrebbero portare a scoperte innovative riguardo l’omeostasi cellulare e la prevenzione del danno al DNA. Lo studio di RPA permette inoltre di comprendere meglio come le cellule bilancino la replicazione del DNA con altri processi critici, come la riparazione del genoma e l’integrità dei cromosomi.
La scoperta di RPA come stimolatore della telomerasi: un passo avanti nella biologia cellulare
La nuova evidenza del coinvolgimento di RPA nella regolazione della telomerasi rappresenta un importante avanzamento nel campo della biologia cellulare. Essa supporta teorie precedenti e ne aggiunge di nuove, sottolineando l’importanza di un equilibrio rigido e complesso tra le proteine coinvolte nel mantenimento del DNA.
Questo risultato sottolinea come la biologia molecolare sia un campo in continua evoluzione, in cui ogni nuova scoperta può avere un impatto significativo sulle applicazioni cliniche e sulla comprensione dei processi fondamentali della vita.
In definitiva, il ruolo della proteina RPA nel mantenimento dei telomeri tramite la stimolazione della telomerasi apre nuove possibilità per lo sviluppo di strategie innovative contro le malattie legate all’invecchiamento e ai disordini genetici, segnando un’importante tappa nel percorso di ricerca verso terapie più efficaci e mirate.
Terapia innovativa con cellule immunitarie base-editate per la leucemia linfoblastica acuta delle cellule T
Health World, Ricerca innovazioneNegli ultimi anni, la ricerca oncologica ha compiuto passi da gigante nel trattamento delle leucemie, ma la leucemia linfoblastica acuta delle cellule T (T-ALL) rimane una delle forme più aggressive e difficili da affrontare. Tuttavia, una recente terapia all’avanguardia sta aprendo nuove prospettive per questi pazienti. Grazie alla tecnica della base editing applicata alle cellule immunitarie, gli scienziati sono riusciti a sviluppare una strategia rivoluzionaria che promette remissioni profonde e durature, anche in quei pazienti per cui le opzioni terapeutiche tradizionali risultavano inefficaci.
La terapia, frutto della collaborazione tra l’University College London (UCL) e il Great Ormond Street Hospital, si basa su una manipolazione genetica estremamente precisa, capace di riscrivere specifiche sezioni del DNA delle cellule T. Questo approccio ha permesso di creare cellule CAR T universali in grado di riconoscere e distruggere le cellule leucemiche senza danneggiare sé stesse, superando così un storico ostacolo nella terapia con cellule T.
Base editing e cellule CAR T: una combinazione vincente contro la leucemia
La leucemia linfoblastica acuta delle cellule T è caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di linfociti T anomali che compromette gravemente la funzionalità del sistema immunitario. Le terapie standard, come la chemioterapia e il trapianto di midollo osseo, spesso non garantiscono remissioni durature, soprattutto nelle forme resistenti o recidivanti. Da qui la necessità di sviluppare trattamenti più mirati e meno tossici.
Le cellule CAR T rappresentano una frontiera promettente: si tratta di linfociti T modificati geneticamente per esprimere recettori chimerici (CAR, Chimeric Antigen Receptors) in grado di riconoscere ed eliminare specifiche proteine presenti sulle cellule tumorali. Ma nel caso della leucemia T, le cellule CAR T possono attaccare anche sé stesse a causa della presenza degli stessi antigeni sui linfociti T, causando un fenomeno noto come “fratricidio” cellulare.
La soluzione è stata trovata grazie al base editing, una tecnica che permette di modificare il DNA senza romperlo, con una precisione senza precedenti. Modificando piccoli tratti del genoma delle cellule CAR T, i ricercatori hanno eliminato l’espressione degli antigeni autologhi sulle cellule, rendendole “invisibili” ai meccanismi di autoattacco. Questo consente di produrre una terapia universale e sicura, efficiente nel riconoscere e distruggere le cellule leucemiche.
Risultati promettenti nei primi trial clinici
I primi risultati derivanti dagli studi clinici condotti presso UCL e Great Ormond Street Hospital sono estremamente incoraggianti. I pazienti coinvolti erano in stadio avanzato di malattia e avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche standard, inclusi trattamenti intensivi e trapianti. Dopo la somministrazione delle cellule base-editate CAR T, si è osservata una riduzione significativa e duratura della malattia.
Le remissioni raggiunte sono state caratterizzate da una profondità e una persistenza mai viste prima, con un miglioramento significativo della qualità della vita dei pazienti. Inoltre, la terapia si è dimostrata ben tollerata, con eventi avversi gestibili e ridotto rischio di complicazioni gravi, un dato cruciale considerando la fragilità dei soggetti trattati.
Implicazioni future e potenzialità terapeutiche
Questa nuova frontiera terapeutica rappresenta non solo una svolta per i pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta delle cellule T, ma getta luce sulle potenzialità del base editing applicato alle immunoterapie oncologiche in generale. La capacità di manipolare il genoma con precisione facilita la creazione di terapie personalizzate e universali, ampliando le possibilità di intervento anche per altre neoplasie e malattie ematologiche.
Le tecnologie di base editing, infatti, offrono un’alternativa meno invasiva e più efficace rispetto ai sistemi tradizionali di editing genico, come CRISPR-Cas9, riducendo i rischi di effetti collaterali indesiderati e migliorando la stabilità funzionale delle cellule modificate.
Gli sviluppi futuri prevedono l’ottimizzazione di queste terapie, con un focus su protocolli di somministrazione personalizzati e studi su larga scala per confermare sicurezza ed efficacia. Inoltre, la ricerca continua a studiare nuovi target antigenici e strategie di editing genomico per poter estendere l’applicazione di questa tecnica anche ad altre forme di tumori del sangue e non solo.
La trasformazione del trattamento della leucemia T tramite l’editing genetico
Il progetto nato dalla collaborazione tra UCL e Great Ormond Street Hospital rappresenta un modello di eccellenza che unisce ricerca all’avanguardia e applicazioni cliniche concrete. L’impiego di base editing per superare il problema del fratricidio cellulare nelle cellule CAR T è una testimonianza di come la genetica moderna stia rivoluzionando la cura delle malattie oncoematologiche.
Questa terapia innovativa crea un ponte tra la teoria e la pratica clinica, mettendo a disposizione dei pazienti una speranza concreta di guarigione e una possibile nuova frontiera di cura personalizzata. Mentre la ricerca prosegue, l’impegno di clinici e scienziati resta focalizzato nel perfezionare sempre più questo approccio per garantire risultati ancora migliori e accessibili a un numero sempre maggiore di pazienti, aprendo nuove prospettive nel trattamento della leucemia T e oltre.
Diagnosi rapida dell’epatite C: il test più veloce al mondo pronto in soli 15 minuti
Health World, Ricerca innovazioneLa diagnosi precoce e precisa dell’epatite C è fondamentale per avviare tempestivamente un trattamento efficace e migliorare la qualità della vita dei pazienti. In questo ambito, un importante passo avanti arriva dalle ricerche condotte da un team di scienziati della Northwestern University, che hanno sviluppato il test diagnostico per l’epatite C più veloce mai realizzato. La tecnologia consente di ottenere risultati accurati in appena 15 minuti, rivoluzionando le tempistiche attuali e aprendo nuove strade per la gestione della malattia.
Gli attuali metodi diagnostici per l’epatite C, sebbene affidabili, richiedono tempi di attesa relativamente lunghi e spesso necessitano di laboratori specializzati, rallentando il processo decisionale clinico e l’accesso alla terapia. La rapida evoluzione della tecnologia PCR (reazione a catena della polimerasi) ha suggerito un potenziale miglioramento, ma finora mancava una soluzione in grado di applicare questa tecnologia a campioni di sangue intero in tempi così ridotti.
La tecnologia DASH e la diagnosi rapida dell’epatite C
Il nuovo test si basa sul sistema PCR rapido DASH (Diagnostic Analyzer for Selective Hybridization), originariamente sviluppato per la diagnosi del COVID-19. Grazie a un approccio innovativo, questo dispositivo è stato adattato per analizzare campioni di sangue intero e identificare la presenza del virus dell’epatite C con un’elevata sensibilità.
L’innovazione principale risiede nella capacità di effettuare una PCR ultra-rapida senza compromettere la precisione diagnostica, un risultato che finora sembrava difficile da raggiungere. Infatti, i test indipendenti hanno mostrato una corrispondenza del 100% con le piattaforme commerciali più diffuse, dimostrando che la velocità non ha influito sull’accuratezza.
Il test DASH consente quindi di superare un punto critico nella diagnosi dell’epatite C: la tempestività nel fornire dati certi ai medici, elemento essenziale per iniziare da subito un trattamento antivirale mirato.
Vantaggi della diagnosi rapida per i pazienti con epatite C
La possibilità di ottenere risultati in soli 15 minuti rende questo test un vero game changer per la gestione di una patologia spesso sottodiagnosticata o rilevata troppo tardi. Le implicazioni sono molteplici:
– Accesso immediato alla terapia: conoscere rapidamente se un paziente è positivo all’epatite C permette agli specialisti di avviare terapie antivirali con tempestività, migliorando le probabilità di successo e riducendo il rischio di complicanze.
– Riduzione dei processi burocratici: eliminando la necessità di inviare campioni in laboratori esterni con tempi di risposta lunghi, questo test può essere utilizzato anche in ambulatori o contesti con risorse limitate, facilitando la presa in carico del paziente.
– Maggiore copertura diagnostica: grazie alla semplicità e rapidità, il test può essere impiegato per screening diffusivi, anche in popolazioni a rischio che spesso non hanno facile accesso agli esami tradizionali.
– Monitoraggio facilitato: la rapidità del procedimento consente anche di valutare rapidamente la risposta alle terapie antivirali, agevolando eventuali aggiustamenti terapeutici in tempo reale.
Impatto sulle strategie di controllo dell’epatite C
L’attuazione su larga scala di test diagnostici così rapidi può giocare un ruolo decisivo negli sforzi globali di eliminazione dell’epatite C, malattia che colpisce milioni di persone nel mondo e che, se non trattata, può portare a gravi complicanze epatiche quali cirrosi e carcinoma epatocellulare.
Le caratteristiche del test sviluppato dalla Northwestern University si sposano perfettamente con gli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che punta a ridurre drasticamente il numero di nuovi casi e di decessi correlati all’epatite C entro il 2030. La rapidità e la facilità di impiego potrebbero favorire programmi di screening più estesi e più tempestivi, ostacolando la trasmissione del virus e migliorando il tracciamento dei casi.
Come funziona esattamente il test rapido?
Il dispositivo DASH utilizza una tecnologia di PCR accelerata che amplifica il materiale genetico del virus in poche fasi, integrate in un sistema chiuso che riduce il rischio di contaminazioni. Questo sistema automatizzato permette di lavorare direttamente su campioni di sangue intero senza passaggi preliminari che rallentano il processo.
Dal prelievo del sangue all’ottenimento del risultato, il percorso avviene quasi in tempo reale, permettendo a medici e operatori sanitari di avere un quadro completo della situazione clinica in pochi minuti. Inoltre, la struttura portatile del sistema lo rende facilmente trasportabile, favorendone l’impiego anche in ambito extraospedaliero.
Prospettive future per la diagnostica dell’epatite C
L’innovazione rappresentata da questo test apre la strada a numerosi sviluppi tecnologici. In futuro si potrà immaginare un’integrazione ancora più spinta di sistemi rapidi e accurati, non solo per l’epatite C, ma anche per altre infezioni virali e patologie con esigenza di diagnosi immediate.
Parallelamente, l’adozione di questi dispositivi potrebbe essere supportata da programmi di formazione per operatori sanitari, per garantire l’uso corretto e massimizzare i benefici clinici. La democratizzazione dell’accesso a test ad alta tecnologia e a basso tempo di risposta segnerà un nuovo capitolo nella lotta contro le malattie infettive.
Con l’implementazione della diagnosi rapida dell’epatite C, si aprono dunque nuove opportunità per migliorare la salute pubblica, con un impatto concreto su rilevamento precoce, decisioni cliniche e gestione delle risorse sanitarie.
Glioblastoma tumore cervello: sintomi e trattamenti innovativi
Mondo salute, NewsIl glioblastoma rappresenta una delle forme più aggressive e temute di tumore cerebrale. Colpisce principalmente persone nella fascia di età compresa tra i 50 e i 60 anni, e la sua natura altamente invasiva e rapida crescita rendono estremamente complessa la gestione clinica. Nonostante i progressi della medicina e della ricerca scientifica, la prognosi rimane purtroppo ancora molto severa, con una sopravvivenza media che difficilmente supera il periodo di un anno e mezzo.
Glioblastoma: caratteristiche e manifestazioni cliniche
Il glioblastoma è un tumore maligno che origina dalle cellule gliali del cervello, in particolare dagli astrociti, cellule di supporto che svolgono funzioni fondamentali per il sistema nervoso centrale. Una delle peculiarità più pericolose di questo tumore è la sua capacità di crescere rapidamente, infiltrandosi nei tessuti cerebrali circostanti e rendendo difficile l’asportazione completa durante l’intervento chirurgico.
Le persone colpite manifestano sintomi neurologici che possono variare a seconda della localizzazione del tumore nel cervello, ma comuni sono cefalea persistente, disturbi motori, crisi epilettiche e alterazioni cognitive o emotive. Questi segnali devono sempre essere valutati attentamente, soprattutto in soggetti over 50, perché la tempestività della diagnosi può fare la differenza nella gestione del quadro clinico.
Terapie e sfide nel trattamento del glioblastoma
Trattare un glioblastoma è estremamente complesso a causa della sua elevata aggressività e della resistenza alle terapie standard. L’approccio terapeutico attualmente più adottato prevede una combinazione di intervento chirurgico, radioterapia e chemioterapia. Tuttavia, anche dopo la rimozione chirurgica del tumore, le cellule tumorali residue tendono a proliferare rapidamente, spesso resistendo ai farmaci usati.
L’intervento chirurgico mira a rimuovere la maggior quantità possibile di tessuto tumorale, ma la sua infiltrazione diffusa nel cervello limita questa possibilità. A questo si aggiunge il fatto che le terapie farmacologiche, come l’uso del temozolomide, riescono solo in parte a contenere la crescita tumorale, mentre la radioterapia, pur rappresentando uno strumento fondamentale, può causare effetti collaterali significativi.
Il glioblastoma, infatti, presenta una particolare capacità di adattarsi e difendersi dagli agenti terapeutici, complicando ulteriormente il percorso clinico del paziente. Questo contribuisce a spiegare perché la sopravvivenza media resti purtroppo modesta, con pochi pazienti che riescono a superare i due anni dalla diagnosi.
Ricerca e prospettive future per la lotta contro il glioblastoma
Nonostante le difficoltà, la ricerca scientifica continua a indagare nuove possibilità per migliorare la prognosi dei pazienti affetti da glioblastoma. Sono in corso studi su terapie innovative come l’immunoterapia, che mira a stimolare il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali, e le terapie mirate, che puntano a specifiche mutazioni genetiche presenti nel tumore.
Un’area di grande interesse è rappresentata anche dalle tecnologie avanzate di imaging e dalla biologia molecolare, che possono aiutare a comprendere meglio la natura del glioblastoma e a personalizzare i trattamenti in base alle caratteristiche individuali del tumore. Questo approccio personalizzato potrebbe incrementare significativamente l’efficacia terapeutica e migliorare la qualità di vita durante la malattia.
Inoltre, la collaborazione internazionale tra centri di ricerca e ospedali sta favorendo la condivisione di dati e la realizzazione di studi clinici multicentrici, fondamentali per valutare in modo più esaustivo nuove strategie terapeutiche.
L’importanza della diagnosi precoce nel glioblastoma
Riconoscere tempestivamente i sintomi del glioblastoma rappresenta un passo cruciale per ottimizzare l’intervento medico. Dolori alla testa frequenti e persistenti, alterazioni neurologiche o comportamentali devono essere sempre valutati con attenzione, soprattutto se insorgono in persone tra i 50 e i 60 anni, fascia di età più a rischio.
Una diagnosi precoce può permettere l’avvio rapido di terapie che, seppur non risolutive, possono rallentare la progressione della malattia e migliorare il comfort del paziente. Gli strumenti diagnostici come la risonanza magnetica e la tomografia computerizzata svolgono un ruolo fondamentale nel rilevare la presenza e l’estensione del tumore.
Inoltre, l’accompagnamento psicologico e il supporto multidisciplinare rappresentano aspetti imprescindibili nel percorso di cura, considerata la complessità e la gravità della patologia. Un approccio che coniughi aspetti medici, assistenziali e di supporto può contribuire a migliorare l’esperienza complessiva dei pazienti e delle loro famiglie.
Una sola iniezione per la maculopatia umida
Anziani, News, Ricerca innovazioneUna sola iniezione, efficace per molti anni se non per tutta la vita, per curare in modo definitivo la maculopatia senile umida: un obiettivo che fino a ieri sembrava futuribile e che oggi appare concreto. A dare sostanza a questa prospettiva è la terapia genica, per la prima volta testata non solo su patologie rare ma anche su malattie comuni e ad alta prevalenza. I primi risultati degli studi preliminari, presentati al congresso FLORetina ICOOR (6.000 esperti da 70 Paesi riuniti a Firenze per fare il punto sulle frontiere dell’oculistica) indicano segnali di efficacia e sicurezza che stanno catalizzando l’attenzione della comunità clinica.
Perché la maculopatia umida è così impattante
La forma “umida” della degenerazione maculare legata all’età (AMD) rappresenta solo il 10-15% dei casi totali di maculopatia, ma è responsabile delle perdite visive più rapide e gravi. Colpisce circa 2 milioni di persone nelle aree di Stati Uniti, Europa e Giappone, compromettendo la qualità di vita e l’autonomia quotidiana. Il meccanismo cardine è la crescita anomala di vasi sanguigni sotto la retina, stimolata da fattori pro-angiogenici come il VEGF, che provoca edema, emorragie e danno fotorecettoriale.
Lo standard attuale: efficacia alta, carico terapeutico pesante
Le terapie anti-VEGF di ultima generazione hanno innalzato gli standard di cura, ma richiedono in media da 5 a 7 iniezioni intravitreali l’anno, talvolta di più nelle fasi iniziali o nei casi refrattari. L’onere per i pazienti (frequenti accessi, ansia procedurale, assenteismo lavorativo) e per i centri (liste d’attesa, organizzazione delle sedute) è significativo. Da qui l’idea di “insegnare” all’occhio a produrre da sé, in modo continuo, la molecola anti-VEGF: una strategia di durata potenzialmente pluriennale con una sola somministrazione.
Come funziona la terapia genica in oculistica
L’innovazione consiste nell’introdurre nelle cellule retiniche un “DNA terapeutico” che contiene le istruzioni per produrre in situ una proteina con attività anti-VEGF. Veicolando questo materiale genetico con vettori adeno-associati (AAV) o piattaforme analoghe, l’occhio diventa una “fabbrica” locale del farmaco, riducendo o eliminando la necessità di richiami. L’approccio sfrutta caratteristiche favorevoli dell’organo: compartimentalizzazione, immunogenicità relativamente bassa e la possibilità di somministrazioni mirate a livello intravitreale o in spazi oculari dedicati.
Due candidati in prima linea: ABBV-RGX-314 e 4D-150
Tra i programmi più avanzati ce ne sono due molto promettenti. I nuovi dati aggiornano i risultati di uno studio pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica internazionale e confermano esiti stabili e duraturi. Entrambe le terapie sono state progettate per una singola iniezione con efficacia attesa di lunga durata. L’obiettivo è una soppressione prolungata del VEGF direttamente all’interno dell’occhio, con la possibilità che la necessità di iniezioni supplementari si riduca drasticamente o scompaia.
I risultati presentati a Firenze: efficacia e sicurezza nel lungo periodo
Secondo quanto reso noto dai ricercatori al FLORetina ICOOR, il follow-up a 4 anni dei programmi clinici più maturi mostra profili di efficacia e sicurezza incoraggianti: stabilizzazione o miglioramento dell’acuità visiva e necessità ridotta (in molti casi nulla) di iniezioni aggiuntive di anti-VEGF durante gli anni di osservazione. È un segnale cruciale: non solo la risposta si mantiene, ma si riduce il carico terapeutico, uno dei veri “colli di bottiglia” della presa in carico dell’AMD umida.
La fase III è partita: tappe, numeri e timeline
Le sperimentazioni di fase III sono in corso negli Stati Uniti e in vari Paesi europei, con l’Italia tra i protagonisti per numerosità di arruolamento. Presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS è già stato avviato un braccio clinico su 12 pazienti, cui se ne aggiungeranno altri 4. In totale, la fase di arruolamento è stata completata con oltre 1.200 partecipanti distribuiti in più di 200 centri. I primi dati preliminari sono attesi per il quarto trimestre del 2026, mentre una possibile approvazione da parte della Food and Drug Administration è attesa, secondo le previsioni comunicate, nel 2027.
Che cosa cambia per pazienti e clinici
Se confermata, una terapia “one-shot” potrebbe ridefinire la gestione della maculopatia umida. Per i pazienti, significherebbe meno accessi ospedalieri, minori disagi e una maggiore continuità di trattamento (elemento chiave per preservare la funzione visiva nel tempo). Per i centri, libererebbe capacità organizzativa e risorse da riallocare su follow-up, diagnosi precoce e altre patologie retiniche. Per i sistemi sanitari, l’investimento iniziale potrebbe essere compensato dalla riduzione di procedure ricorrenti, con un impatto economico e logistico favorevole nel medio-lungo periodo.
Oltre l’AMD: la frontiera della retinopatia diabetica
In parallelo, prosegue la valutazione anche nella retinopatia diabetica, una complicanza che interessa almeno il 30% delle persone con diabete. L’idea è replicare il paradigma: somministrazione singola, produzione locale del principio attivo, controllo duraturo della neovascolarizzazione e dell’infiammazione. Se i risultati confermassero benefici simili a quelli osservati nell’AMD umida, l’impatto epidemiologico sarebbe notevole, considerata la crescente prevalenza del diabete a livello globale.
Sicurezza, selezione dei candidati e monitoraggio
Per quanto promettente, la terapia genica richiede un’attenta selezione dei pazienti e un monitoraggio clinico rigoroso. Storicamente, i programmi oculari hanno mostrato un buon profilo di tollerabilità, ma restano da definire con precisione l’entità e la frequenza di eventi avversi infiammatori, la gestione di eventuali rialzi pressori oculari e le strategie di “rescue” nei rari casi di risposta subottimale. Un altro punto chiave è il bilanciamento tra efficacia e sicurezza rispetto alle terapie anti-VEGF consolidate, che rimangono un’opzione valida, modulabile e ampiamente disponibile.
Il tema della rimborsabilità: l’ultima grande sfida
Superata la sfida scientifica, si aprirà quella dell’accesso. Come sottolineato dagli esperti, la rimborsabilità dell’innovazione sarà determinante per mettere realmente a disposizione dei pazienti questi nuovi trattamenti. La valutazione delle autorità sanitarie dovrà misurare costi e benefici in un orizzonte temporale lungo, considerando risparmi indiretti, impatti organizzativi e qualità di vita. Una governance condivisa tra centri di riferimento, reti territoriali e payers potrà facilitare l’adozione graduale e sostenibile.
Le prossime scadenze e cosa attendersi
Il cronoprogramma è già tracciato: arruolamenti chiusi, raccolta dati in corso, prime letture previste nel quarto trimestre 2026 e, se tutto procederà secondo i piani, possibili decisioni regolatorie nel 2027. Nel frattempo, si attendono ulteriori analisi a lungo termine, inclusi sottogruppi per caratteristiche basali, durata dell’effetto e necessità di eventuali integrazioni terapeutiche. Ogni tassello aggiungerà certezze su efficacia, sicurezza e posizionamento nella pratica clinica.
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