Tempo di lettura: 3 minutiLa pet therapy rappresenta una realtà sempre più riconosciuta nel panorama delle terapie complementari, grazie ai numerosi studi che ne attestano i benefici concreti sulla salute fisica e mentale delle persone. Al centro di questo approccio innovativo ci sono gli animali, veri e propri co-terapeuti che, grazie alla loro presenza, contribuiscono a migliorare il benessere emotivo e sociale di chi interagisce con loro. Tuttavia, per garantire risultati efficaci e sicuri, gli interventi assistiti con animali devono essere eseguiti secondo regole rigorose e impegnative, che superano di gran lunga la semplice relazione di affetto.
Gli interventi assistiti con animali: cos’è la pet therapy
Gli interventi assistiti con animali (IAA) sono attività riabilitative o educative che coinvolgono specificamente animali addestrati e operatori qualificati. L’obiettivo è creare un’interazione significativa tra l’animale e la persona, favorendo così il miglioramento di diversi aspetti, come l’autostima, la socializzazione, la riduzione dello stress e in alcuni casi anche il recupero da patologie fisiche o psicologiche.
Non si tratta quindi di passeggiate con il proprio cane o di semplici momenti ricreativi, bensì di pratiche strutturate e progettate da professionisti del settore salute e benessere, capaci di adattare l’intervento alle diverse esigenze e condizioni della persona assistita. Gatti, cani, cavalli e talvolta anche piccoli roditori o uccelli vengono selezionati e addestrati per svolgere un ruolo specifico all’interno di programmi terapeutici.
I benefici dimostrati dagli studi scientifici
Negli ultimi anni, numerosi studi hanno confermato l’efficacia della pet therapy in vari contesti. Prima di tutto, è stato osservato un miglioramento del tono dell’umore e una significativa riduzione dei livelli di ansia e stress, grazie alla presenza rassicurante dell’animale. Questo accade perché l’interazione con esseri viventi stimola la produzione di ossitocina, l’ormone legato al benessere e alla fiducia.
In ambito pediatrico, per esempio, la pet therapy si è dimostrata particolarmente utile nel supportare bambini con disturbi dello spettro autistico o con difficoltà relazionali. La presenza dell’animale crea un ponte comunicativo, favorendo l’apertura e l’espressione emotiva. Anche adulti e anziani possono trarre vantaggio da queste attività: nel caso delle demenze senili, il coinvolgimento con un animale può aiutare a stimolare la memoria e rallentare il declino cognitivo.
Un altro campo di applicazione riguarda il supporto a pazienti con patologie croniche o in fase di riabilitazione. Gli animali incentivano il movimento e l’attività fisica, elementi fondamentali per il recupero motorio e per mantenere una buona qualità di vita.
La necessità di regole precise e linee guida negli interventi assistiti con animali
Nonostante i benefici evidenti, è fondamentale sottolineare che la pet therapy non può essere improvvisata. Per produrre risultati affidabili e tutelare la salute di tutte le persone coinvolte, ogni intervento deve essere pianificato e realizzato seguendo specifiche Linee guida stabilite a livello nazionale e internazionale.
Questi protocolli riguardano diversi aspetti, a partire dalla selezione dell’animale, che deve essere sano, addestrato e abituato a interagire con esseri umani in modo calmo e controllato. L’animale, infatti, non è un giocattolo o una semplice compagnia, ma un vero protagonista terapeutico, con cui occorre sviluppare un rapporto rispettoso e consapevole.
Le figure professionali incaricate devono essere adeguatamente formate sia dal punto di vista tecnico che etico. Si tratta di equipe multidisciplinari composte, ad esempio, da veterinari, psicologi, operatori socio-sanitari e educatori. Solo una collaborazione sinergica garantisce il successo dell’intervento e la sicurezza di pazienti e animali.
Oltre agli aspetti sanitari e comportamentali, è necessario curare tutta la parte organizzativa e burocratica, inclusi i permessi sanitari, le autorizzazioni e il monitoraggio continuo della salute dell’animale e del paziente. Questo si traduce in un ambiente pulito, controllato e adatto alle attività svolte.
L’importanza della consapevolezza e della diffusione della pet therapy
Nonostante l’efficacia ormai comprovata, la pet therapy resta ancora poco conosciuta e, talvolta, fraintesa. È comune associare questa forma di intervento esclusivamente a momenti ludici o a un semplice effetto placebo, senza riconoscere la complessità e la scientificità che stanno alla base di ogni programma.
Favorire una diffusione più ampia e una maggiore informazione è quindi cruciale per integrare la pet therapy nei percorsi di cura ufficiali, amplificandone l’impatto positivo. Le istituzioni sanitarie e educative possono giocare un ruolo determinante nel sostenere questi approcci innovativi attraverso investimenti nella formazione, nella ricerca e nella implementazione di progetti strutturati.
In definitiva, la pet therapy è molto più di una coccola con gli animali: è un metodo serio, efficace e profondamente umano, capace di offrire conforto e stimoli nuovi a chi affronta difficoltà attraverso la compagnia amorevole di creature che, silenziosamente, aiutano a stare meglio.
Bilinguismo e demenza: come allunga la vita in salute
Benessere, Mondo saluteNegli ultimi anni, la crescente attenzione verso il bilinguismo e il multilinguismo ha portato a scoperte affascinanti sui benefici cognitivi associati al saper parlare più lingue. Numerosi studi hanno dimostrato che le persone multilingue non solo possiedono capacità migliorate in termini di attenzione e memoria, ma godono anche di una protezione significativa contro alcune forme di demenza, come l’Alzheimer. Questo fenomeno si riflette addirittura in un’età biologica inferiore rispetto a quella anagrafica, suggerendo un invecchiamento più sano e attivo.
I benefici cognitivi del bilinguismo
Il bilinguismo comporta un costante esercizio mentale, poiché richiede la selezione e l’attivazione della lingua corretta in contesti diversi, un lavoro che stimola e rafforza diverse aree cerebrali. Questo continuo allenamento porta a un miglioramento complessivo delle funzioni esecutive, come l’attenzione selettiva, la capacità di gestire interferenze e la flessibilità cognitiva.
Diversi studi neuroscientifici hanno evidenziato che le persone in grado di padroneggiare due o più lingue mostrano prestazioni superiori nei test che misurano la memoria di lavoro e il controllo dell’attenzione. In pratica, un cervello bilinguistico è più efficiente nel filtrare informazioni irrilevanti e nel gestire più compiti contemporaneamente. Questi vantaggi non riguardano solo la fase adulta, ma si estendono anche a una migliore riserva cognitiva durante l’invecchiamento.
Il legame tra multilinguismo e riduzione del rischio di demenza
Uno degli aspetti più interessanti del bilinguismo è la sua correlazione con una minore incidenza di demenza, in particolare di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Secondo recenti ricerche, le persone multilingue mostrano un ritardo nell’insorgenza dei sintomi della demenza di circa 3-4 anni rispetto a chi parla una sola lingua. Questo effetto è attribuito proprio alla maggiore “riserva cognitiva”, cioè alla capacità del cervello di compensare i danni patologici attraverso vie neurali alternative.
Questa protezione è particolarmente significativa se consideriamo che l’Alzheimer rappresenta una delle principali cause di declino cognitivo negli anziani. L’uso quotidiano di più lingue stimola le reti neuronali coinvolte nella memoria, nell’attenzione e nelle funzioni esecutive, rafforzandole e rendendole meno vulnerabili ai processi degenerativi.
Un’età biologica inferiore grazie al multilinguismo
Oltre agli effetti cognitivi, il bilinguismo sembra influire positivamente anche sull’età biologica di una persona. L’età biologica è un concetto che misura lo stato di salute e il grado di invecchiamento dell’organismo in rapporto al suo funzionamento effettivo, più che all’età anagrafica. Studi condotti su gruppi di persone bilingue e monolingue hanno rivelato che chi parla più lingue tende ad avere un’età biologica inferiore rispetto a quella reale.
Ciò significa che il cervello e l’organismo delle persone multilingue mostrano caratteristiche di maggiore giovinezza e vitalità: migliori capacità cognitive, maggiore plasticità neuronale e un’efficienza più alta nei processi metabolici legati all’invecchiamento. Questo rallentamento dell’invecchiamento biologico è un risultato molto interessante, che aggiunge valore alle pratiche linguistiche come strumento di prevenzione delle malattie legate al cervello.
Come coltivare un cervello multilingue
Imparare una nuova lingua è un investimento importante per la salute cognitiva a lungo termine. Tuttavia, non basta soltanto conoscere le lingue: è fondamentale mantenerle attive e praticarle regolarmente. Le interazioni quotidiane in diverse lingue, la lettura, l’ascolto di contenuti multilingue e la conversazione sono tutte attività che mantengono il cervello allenato e stimolato.
Portare avanti il bilinguismo o il multilinguismo sin dall’infanzia può avere un impatto ancora più rilevante poiché il cervello è più plastico in giovane età. Tuttavia, anche chi inizia a imparare una seconda o terza lingua in età adulta può trarre benefici significativi, soprattutto in termini di protezione contro l’invecchiamento cognitivo.
Implicazioni per la salute pubblica e la ricerca futura
La scoperta che il bilinguismo contribuisce a ritardare l’insorgenza di patologie neurodegenerative e a rallentare l’invecchiamento biologico ha implicazioni importanti per la prevenzione e la gestione della salute pubblica. Promuovere l’apprendimento delle lingue straniere potrebbe diventare una strategia efficace per migliorare la qualità della vita degli anziani e ridurre i costi socio-sanitari legati alle demenze.
La ricerca futura dovrà approfondire i meccanismi neurobiologici che regolano questo fenomeno e valutare come integrare il multilinguismo in programmi di riabilitazione cognitiva e di benessere mentale. Nel frattempo, la possibilità di godere di un cervello più attivo, una memoria più vivace e un agevole invecchiamento ci invita a riscoprire il valore sociale e personale delle lingue.
La vera cura è relazione: oltre le procedure mediche
Mondo salute, PsicologiaNegli ultimi anni, la solitudine è emersa come un tema cruciale per la salute pubblica a livello globale. Non è più soltanto un’esperienza emotiva personale, ma un vero e proprio fattore di rischio comparabile a patologie croniche come il diabete o le malattie cardiovascolari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha infatti riconosciuto la solitudine come un problema grave, che richiede un intervento multidimensionale sia sul piano sociale che sanitario. Questo riconoscimento apre la strada a nuove strategie per affrontare la solitudine non solo tramite strutture e tecnologie, ma anche investendo in tempo, formazione e cultura della relazione umana.
La solitudine come rischio per la salute secondo l’OMS
La solitudine va oltre la semplice condizione di isolamento sociale: può influire profondamente sulla salute fisica e mentale, accelerando l’insorgenza di disturbi e peggiorando la qualità della vita. Studi scientifici hanno dimostrato che chi vive in solitudine ha un rischio più alto di sviluppare depressione, ansia, disturbi del sonno, ma anche disturbi cardiovascolari e indebolimento del sistema immunitario. L’OMS parla quindi di solitudine come di un “rischio sanitario comparabile alle malattie croniche”, sottolineando l’urgenza di considerarla un fattore da monitorare e contenere all’interno della prevenzione sanitaria.
Investire in strutture e tecnologie per ridurre la solitudine
Per rispondere a questa emergenza silenziosa, è necessario potenziare le strutture esistenti, come centri di aggregazione, case di riposo e servizi di assistenza domiciliare, creando spazi dove le persone possano sentirsi accolte e connesse. Parallelamente, la tecnologia può diventare un alleato importante: piattaforme digitali, app dedicate e dispositivi per la comunicazione a distanza possono contrastare l’isolamento, soprattutto tra gli anziani o chi ha difficoltà a uscire di casa.
Tuttavia, l’uso della tecnologia deve essere pensato in modo da non sostituire il contatto umano, ma da integrarsi in percorsi di relazione. Il rischio è che soluzioni tecnologiche troppo fredde o impersonali alimentino invece la sensazione di solitudine. Occorre quindi progettare strumenti che incentivino l’interazione reale o, almeno, empatica, evitando una semplificazione tecnologica fine a se stessa.
L’importanza del tempo e della formazione per il contrasto alla solitudine
Oltre a strutture e tecnologia, un elemento chiave che emerge dall’analisi è la necessità di investire tempo e risorse nella formazione di chi si occupa di cura e assistenza. Medici, operatori socio-sanitari, educatori e volontari devono essere preparati a comprendere la dimensione relazionale della cura. Non si tratta solo di somministrare procedure o terapie, ma di costruire un rapporto umano autentico che possa alleviare la sensazione di abbandono e solitudine.
Questo richiede anche di riscoprire il valore del tempo speso nell’ascolto e nell’accompagnamento. Nella realtà frenetica e spesso frammentata dei servizi sanitari, dedicare tempo di qualità alla relazione rappresenta un investimento fondamentale per il benessere complessivo della persona. La formazione specifica su questi temi aiuta a sviluppare competenze comunicative e empatiche, che diventano strumenti potenti per contrastare l’isolamento esistenziale.
Un approccio integrato: salute e relazione al centro degli interventi
La vera cura, come emerge anche dall’esperienza raccontata in ambito sanitario, non può limitarsi a procedure tecniche o a interventi farmacologici. È essenziale un approccio integrato che valorizzi la dimensione della relazione, riconoscendo in essa un pilastro della salute. La qualità delle interazioni sociali e delle reti di supporto è infatti un fattore protettivo che riduce il rischio di solitudine e migliora gli esiti terapeutici.
Le strutture sanitarie e assistenziali hanno il compito di promuovere una cultura dove la cura non sia solo un atto medico, ma un’esperienza complessiva che coinvolge la persona in tutti i suoi aspetti, compresi quelli emotivi e relazionali. Ciò implica una sinergia tra operatori sanitari, assistenti sociali, comunità e famiglie, per costruire reti di sostegno che prevengano l’isolamento.
La solitudine come sfida sociale da affrontare insieme
Infine, è importante sottolineare che la solitudine è anche una sfida sociale che deve mobilitare responsabilità collettive. La società nel suo complesso ha il compito di creare condizioni che favoriscano connessioni tra le persone, riducendo le barriere culturali, economiche e spaziali che contribuiscono all’isolamento. Promuovere eventi comunitari, favorire l’inclusione sociale e sostenere politiche abitative innovative sono alcune delle azioni concrete che accomunano salute e benessere.
Un investimento continuo in questi ambiti rappresenta una vera prevenzione che va oltre il singolo individuo, mirando a costruire un contesto sociale sano, coeso e solidale. In quest’ottica, la lotta contro la solitudine è anche una sfida per una società più giusta e attenta ai bisogni di ciascuno, soprattutto dei più fragili.
Pet Therapy: come gli animali migliorano il benessere umano
Mondo salute, PsicologiaLa pet therapy rappresenta una realtà sempre più riconosciuta nel panorama delle terapie complementari, grazie ai numerosi studi che ne attestano i benefici concreti sulla salute fisica e mentale delle persone. Al centro di questo approccio innovativo ci sono gli animali, veri e propri co-terapeuti che, grazie alla loro presenza, contribuiscono a migliorare il benessere emotivo e sociale di chi interagisce con loro. Tuttavia, per garantire risultati efficaci e sicuri, gli interventi assistiti con animali devono essere eseguiti secondo regole rigorose e impegnative, che superano di gran lunga la semplice relazione di affetto.
Gli interventi assistiti con animali: cos’è la pet therapy
Gli interventi assistiti con animali (IAA) sono attività riabilitative o educative che coinvolgono specificamente animali addestrati e operatori qualificati. L’obiettivo è creare un’interazione significativa tra l’animale e la persona, favorendo così il miglioramento di diversi aspetti, come l’autostima, la socializzazione, la riduzione dello stress e in alcuni casi anche il recupero da patologie fisiche o psicologiche.
Non si tratta quindi di passeggiate con il proprio cane o di semplici momenti ricreativi, bensì di pratiche strutturate e progettate da professionisti del settore salute e benessere, capaci di adattare l’intervento alle diverse esigenze e condizioni della persona assistita. Gatti, cani, cavalli e talvolta anche piccoli roditori o uccelli vengono selezionati e addestrati per svolgere un ruolo specifico all’interno di programmi terapeutici.
I benefici dimostrati dagli studi scientifici
Negli ultimi anni, numerosi studi hanno confermato l’efficacia della pet therapy in vari contesti. Prima di tutto, è stato osservato un miglioramento del tono dell’umore e una significativa riduzione dei livelli di ansia e stress, grazie alla presenza rassicurante dell’animale. Questo accade perché l’interazione con esseri viventi stimola la produzione di ossitocina, l’ormone legato al benessere e alla fiducia.
In ambito pediatrico, per esempio, la pet therapy si è dimostrata particolarmente utile nel supportare bambini con disturbi dello spettro autistico o con difficoltà relazionali. La presenza dell’animale crea un ponte comunicativo, favorendo l’apertura e l’espressione emotiva. Anche adulti e anziani possono trarre vantaggio da queste attività: nel caso delle demenze senili, il coinvolgimento con un animale può aiutare a stimolare la memoria e rallentare il declino cognitivo.
Un altro campo di applicazione riguarda il supporto a pazienti con patologie croniche o in fase di riabilitazione. Gli animali incentivano il movimento e l’attività fisica, elementi fondamentali per il recupero motorio e per mantenere una buona qualità di vita.
La necessità di regole precise e linee guida negli interventi assistiti con animali
Nonostante i benefici evidenti, è fondamentale sottolineare che la pet therapy non può essere improvvisata. Per produrre risultati affidabili e tutelare la salute di tutte le persone coinvolte, ogni intervento deve essere pianificato e realizzato seguendo specifiche Linee guida stabilite a livello nazionale e internazionale.
Questi protocolli riguardano diversi aspetti, a partire dalla selezione dell’animale, che deve essere sano, addestrato e abituato a interagire con esseri umani in modo calmo e controllato. L’animale, infatti, non è un giocattolo o una semplice compagnia, ma un vero protagonista terapeutico, con cui occorre sviluppare un rapporto rispettoso e consapevole.
Le figure professionali incaricate devono essere adeguatamente formate sia dal punto di vista tecnico che etico. Si tratta di equipe multidisciplinari composte, ad esempio, da veterinari, psicologi, operatori socio-sanitari e educatori. Solo una collaborazione sinergica garantisce il successo dell’intervento e la sicurezza di pazienti e animali.
Oltre agli aspetti sanitari e comportamentali, è necessario curare tutta la parte organizzativa e burocratica, inclusi i permessi sanitari, le autorizzazioni e il monitoraggio continuo della salute dell’animale e del paziente. Questo si traduce in un ambiente pulito, controllato e adatto alle attività svolte.
L’importanza della consapevolezza e della diffusione della pet therapy
Nonostante l’efficacia ormai comprovata, la pet therapy resta ancora poco conosciuta e, talvolta, fraintesa. È comune associare questa forma di intervento esclusivamente a momenti ludici o a un semplice effetto placebo, senza riconoscere la complessità e la scientificità che stanno alla base di ogni programma.
Favorire una diffusione più ampia e una maggiore informazione è quindi cruciale per integrare la pet therapy nei percorsi di cura ufficiali, amplificandone l’impatto positivo. Le istituzioni sanitarie e educative possono giocare un ruolo determinante nel sostenere questi approcci innovativi attraverso investimenti nella formazione, nella ricerca e nella implementazione di progetti strutturati.
In definitiva, la pet therapy è molto più di una coccola con gli animali: è un metodo serio, efficace e profondamente umano, capace di offrire conforto e stimoli nuovi a chi affronta difficoltà attraverso la compagnia amorevole di creature che, silenziosamente, aiutano a stare meglio.
Benefici del tè e del caffè sulla salute delle ossa: cosa dice la ricerca
Alimentazione, Health World, Stili di vitaLa relazione tra le abitudini di consumo di bevande come tè e caffè e la salute ossea è stata spesso oggetto di dibattito scientifico. Un recente studio decennale focalizzato su donne anziane ha fornito nuovi e interessanti dati, approfondendo come queste bevande possano influenzare la densità ossea e, di conseguenza, il rischio di osteoporosi. Analizzando attentamente l’impatto del tè e del caffè, la ricerca aiuta a chiarire quali piccole abitudini quotidiane potrebbero contribuire a mantenere le ossa più forti nel tempo.
Il ruolo del tè nella salute delle ossa
Secondo lo studio, le donne che abitualmente consumano tè mostrano una leggera maggiore densità ossea rispetto a chi non lo beve o lo consuma raramente. Questo effetto positivo sembra essere attribuibile principalmente ai catechine, composti antiossidanti presenti nel tè, noti per le loro proprietà benefiche sulla formazione ossea. I catechine possono stimolare l’attività degli osteoblasti, le cellule responsabili della costruzione del tessuto osseo, favorendo così un turnover osseo più equilibrato.
Questi risultati sono particolarmente rilevanti perché suggeriscono che anche un’abitudine apparentemente semplice come bere una tazza di tè ogni giorno può avere un impatto positivo sulla salute scheletrica, soprattutto nelle donne anziane, categoria maggiormente vulnerabile all’osteoporosi. Inoltre, il tè è privo di caffeina o ne contiene quantità variabili a seconda del tipo, e ciò potrebbe contribuire a un effetto meno aggressivo rispetto ad altri stimolanti.
Caffè e ossa: i rischi dell’eccesso
Per quanto riguarda il caffè, la ricerca offre una prospettiva più sfumata. Il consumo moderato di caffè, definito come fino a 3-4 tazze al giorno, sembra non avere effetti negativi significativi sulla densità ossea. Ciò è una buona notizia per chi ama questa bevanda, dimostrando che un consumo equilibrato è compatibile con una buona salute ossea.
Tuttavia, lo studio evidenzia che un’assunzione eccessiva di caffè, superiore a cinque tazze al giorno, può essere associata a una riduzione della densità ossea. Questo fenomeno è particolarmente marcato nelle donne che consumano anche quantità elevate di alcolici. L’associazione tra elevato consumo di caffè e alcol potrebbe aggravare il rischio di perdita ossea, probabilmente a causa di effetti combinati sul metabolismo del calcio e sull’assorbimento di nutrienti essenziali per la struttura dello scheletro.
Interazioni tra caffè, alcol e salute ossea
L’aspetto più interessante del legame tra caffè e salute ossea riguarda la combinazione con l’alcol. L’alcol in eccesso è già noto per i suoi effetti negativi sulle ossa, tra cui l’aumento della fragilità ossea e la riduzione della capacità rigenerativa del tessuto osseo. Quando l’elevato consumo di alcol si somma all’alta assunzione di caffè, i potenziali danni sembrano amplificarsi.
Questo suggerisce l’importanza di considerare non solo singolarmente le abitudini alimentari, ma anche come queste interagiscono tra loro nel tempo. Per questo motivo, le raccomandazioni per la salute ossea non devono limitarsi a un controllo isolato del consumo di caffè o alcol, ma devono tenere conto dell’intero stile di vita.
Piccole abitudini quotidiane per ossa più forti
Una delle conclusioni più significative emerse dalla ricerca è che anche cambiamenti minimi nelle abitudini quotidiane possono fare la differenza per la salute ossea nel lungo termine. Bere té regolarmente, evitare consumi eccessivi di caffè e moderare l’assunzione di alcol sono strategie semplici e accessibili, che possono contribuire a prevenire problemi come la perdita di densità ossea, soprattutto nelle donne adulte e anziane.
Inoltre, la ricerca incoraggia a integrare queste abitudini con altre pratiche salutari, come una dieta ricca di calcio e vitamina D, oltre a una regolare attività fisica. L’equilibrio tra più fattori di rischio e protezione è fondamentale per mantenere ossa forti e resistenti all’invecchiamento.
La scienza dietro le abitudini quotidiane
Gli studi che rigurdano la relazione tra consumo di bevande e salute ossea si stanno moltiplicando e forniscono dati preziosi per guidare scelte consapevoli. Il meccanismo alla base del beneficio del tè è legato ai componenti bioattivi come le catechine, mentre nel caffè, è il bilanciamento tra posologia e stile di vita a determinare l’effetto finale.
Gli esperti sottolineano inoltre che i dati raccolti provengono da osservazioni a lungo termine su ampie popolazioni femminili, il che dà robustezza alle conclusioni. Anche se si tratta di associazioni e non di causazioni dirette, i risultati offrono un’indicazione chiara sulla necessità di adottare un approccio equilibrato alle abitudini alimentari per la salute delle ossa.
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Conoscere l’impatto di tè e caffè sul tessuto osseo è un passo avanti verso una prevenzione efficace dell’osteoporosi e delle fratture ossee, in particolare nelle donne anziane. Scegliere con consapevolezza cosa e quanto bere può quindi rappresentare un elemento fondamentale per mantenere la propria salute scheletrica nel tempo.
Il corpo come chiave dell’esperienza umana: neuroscienze e mente
Mondo salute, PsicologiaIl rapporto tra corpo e mente è un tema centrale nello studio dei disturbi psichiatrici, in particolare in condizioni come i disturbi schizofrenici e i disturbi alimentari. La percezione corporea gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui gli individui vivono se stessi e il proprio rapporto con il mondo esterno. Comprendere come il corpo venga percepito in queste patologie aiuta a chiarire le difficoltà vissute dai pazienti e orienta l’intervento clinico.
La percezione corporea nei disturbi schizofrenici
Chi soffre di disturbi schizofrenici sperimenta spesso una divisione radicale tra sé e il proprio corpo. In molti casi, il corpo o alcune sue parti vengono percepite come estranee, quasi fossero “altro da sé”. Questa scissione può manifestarsi sotto forma di deliri, di sensazioni di dissociazione o di esperienze di possessione corporea da parte di forze esterne.
Le alterazioni della percezione corporea nella schizofrenia non si limitano a un semplice disturbo sensoriale ma incidono profondamente sull’identità personale. Il senso di “essere nel proprio corpo” può andare perso, generando una frammentazione dell’Io che complica la relazione con il sé e con gli altri. Questo fenomeno è ampiamente riferito nelle esperienze schizofreniche e può manifestarsi come una sensazione che parti del corpo siano controllate da agenti esterni o come un’estraneità rispetto a se stessi.
La neuroscienza conferma come tali alterazioni siano correlate a disfunzioni nelle aree del cervello deputate all’integrazione sensoriale e alla percezione del corpo, come la corteccia parietale. Studi recenti evidenziano che questa perdita di coerenza corporea può amplificare i sintomi psicotici e le difficoltà di adattamento sociale.
La percezione del corpo nei disturbi alimentari: una distorsione dell’immagine corporea
Nei disturbi alimentari, come anoressia nervosa e bulimia, la percezione del corpo è spesso gravemente alterata. Qui il problema principale riguarda la forma e le dimensioni percepite, che non corrispondono alla realtà fisica. Pazienti con questi disturbi vedono parti del proprio corpo ingrandite o deformate rispetto a quanto effettivamente siano, dando origine a un’immagine corporea distorta.
Questa alterazione cognitiva ed emotiva influenza il comportamento alimentare e la relazione con il proprio corpo, portando a una serie di conseguenze negative sia fisiche che psicologiche. Spesso la percezione di un eccesso di peso o di difetti immaginari innesca comportamenti restrittivi, esercizio eccessivo o abbuffate seguite da condotte di compenso.
Il ruolo del sistema nervoso centrale in questa distorsione è ormai confermato da numerosi studi. La corteccia visiva, le aree parietali e quelle limbiche sembrano giocare un ruolo chiave nella formazione di questa immagine corporea alterata. Inoltre, elementi psicologici come l’autostima e il senso di controllo interagiscono strettamente con la percezione corporea e contribuiscono a mantenere il circolo vizioso dei disturbi alimentari.
Importanza della percezione corporea nell’esperienza di sé
Il corpo non è semplicemente un “contenitore” di sensazioni o emozioni, ma una componente attiva della nostra esperienza di sé e del mondo. La sua percezione costituisce una base imprescindibile per il riconoscimento di sé e per l’interazione sociale. Quando questa percezione viene compromessa, come accade nei disturbi schizofrenici e alimentari, si verificano profonde alterazioni dell’identità e del rapporto emotivo con il sé.
Interventi terapeutici innovativi si stanno sempre più orientando a integrare il lavoro sulla percezione corporea, attraverso tecniche che coinvolgono la mindfulness, la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sull’immagine corporea, e le nuove tecnologie come la realtà virtuale. Questi approcci mirano a ricostruire una rappresentazione corporea più realistica e integrata, favorendo il recupero di un senso di presenza e integrità personale.
Le sfide cliniche nella gestione della percezione corporea alterata
La complessità delle alterazioni della percezione corporea rappresenta una vera sfida per i clinici. Nei disturbi schizofrenici, il trattamento farmacologico può attenuare i sintomi psicotici ma spesso necessita di essere integrato con interventi psicosociali che lavorino sull’autoconsapevolezza corporea. Nei disturbi alimentari, la correzione dell’immagine corporea distorta richiede un approccio multidisciplinare che includa anche il supporto nutrizionale e psicoterapeutico.
Il coinvolgimento attivo del paziente in tecniche di rieducazione corporea, come il body scan o gli esercizi di grounding, può favorire un graduale reintegro del corpo nell’esperienza di sé. Inoltre, affrontare la percezione corporea alterata aiuta a ridurre il rischio di ricadute e a migliorare la qualità della vita a lungo termine.
In sintesi, riconoscere nella percezione corporea una componente fondamentale dell’esperienza individuale rappresenta un passo cruciale per comprendere e trattare efficacemente i disturbi psichiatrici più invalidanti. La ricerca continua a fornire nuovi spunti e strumenti per supportare chi vive tali difficoltà, ponendo sempre al centro il corpo come “casa” imprescindibile del nostro sé.
Come mantenere il cervello giovane: i fattori anti-invecchiamento che fanno davvero la differenza
Health World, Stili di vitaIl cervello, organo centrale del nostro corpo, non è immune al passare del tempo. Tuttavia, nuove ricerche dimostrano che l’età cerebrale non è un destino scritto una volta per tutte, ma può variare significativamente in base a come conduciamo la nostra vita. Fattori come l’ottimismo, un sonno di qualità, una buona gestione dello stress e un forte supporto sociale possono agire come veri e propri strumenti anti-invecchiamento per il cervello, mantenendolo più giovane e funzionale anche in presenza di condizioni avverse come il dolore cronico.
L’importanza di uno stile di vita sano per l’età cerebrale
Secondo uno studio recente, condotto utilizzando tecniche avanzate di risonanza magnetica (MRI) che stimano l’età del cervello, è emerso che le persone che adottano molteplici abitudini salutari mostrano un cervello fino a otto anni più giovane rispetto alla loro età anagrafica. Questo dato è particolarmente significativo perché suggerisce che il cervello non invecchia soltanto in modo lineare e inevitabile, ma è fortemente influenzato da fattori ambientali e psicologici.
L’ottimismo, ad esempio, si è dimostrato un potente alleato nel rallentare il processo di invecchiamento cerebrale. Mantenere un atteggiamento positivo nei confronti della vita consente non solo di affrontare meglio le difficoltà, ma anche di proteggere le connessioni neuronali da un deterioramento precoce. Le persone ottimiste, infatti, tendono a gestire lo stress in modo più efficace, riducendo l’impatto negativo degli ormoni dello stress sul cervello.
Sonno e gestione dello stress per un cervello più giovane
Il sonno ha un ruolo fondamentale nel mantenimento della salute cerebrale. Durante il riposo notturno, il cervello svolge attività di “pulizia” attraverso il sistema glinfatico, eliminando le tossine accumulate durante la giornata, tra cui proteine che possono favorire malattie neurodegenerative. Un sonno insufficiente o di scarsa qualità compromette questo processo, accelerando l’invecchiamento e aumentando il rischio di declino cognitivo.
Inoltre, una corretta gestione dello stress si accompagna a una maggiore resilienza cerebrale. Lo stress cronico è uno dei principali fattori che contribuiscono a un invecchiamento cerebrale precoce, provocando infiammazione e alterazioni strutturali nelle aree associate alla memoria e all’emotività. Tecniche di rilassamento come la meditazione, lo yoga o semplici pause rigeneranti durante la giornata possono ridurre l’impatto negativo dello stress, promuovendo un cervello più sano e giovane.
Il ruolo del supporto sociale nella salute del cervello
Un’altra componente fondamentale identificata dallo studio riguarda il supporto sociale. Le relazioni interpersonali solide e significative favoriscono un senso di appartenenza e sicurezza emotiva, elementi indispensabili per il benessere mentale. Le persone con una rete sociale attiva e positiva mostrano una maggiore plasticità cerebrale e una minore incidenza di disturbi cognitivi legati all’età.
Interagire con amici, familiari e comunità non contribuisce solo a ridurre la solitudine, ma stimola anche l’attività cognitiva attraverso conversazioni, scambi culturali e attività condivise. Ciò aiuta il cervello a mantenere vivaci le sue capacità e a contrastare i danni legati a isolamento e inattività.
L’impatto positivo anche in chi convive con il dolore cronico
Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’effetto protettivo di uno stile di vita sano anche in persone che soffrono di dolore cronico, una condizione spesso associata a un invecchiamento cerebrale accelerato. Nonostante il dolore persistente, chi riesce a mantenere atteggiamenti ottimistici, dormire bene, gestire lo stress in modo efficace e mantenere buone relazioni sociali può godere di un cervello notevolmente più giovane rispetto alla media.
Ciò apre nuove prospettive per la gestione del dolore e il miglioramento della qualità di vita, suggerendo che l’intervento su questi fattori di stile di vita dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi programma terapeutico rivolto a persone con condizioni dolorose croniche.
Incentivare le buone abitudini per la salute cerebrale
Il messaggio che emerge chiaramente da queste scoperte è che la cura quotidiana di sé, indirizzata a potenziare l’ottimismo, garantire un sonno ristoratore, minimizzare lo stress e coltivare legami sociali, rappresenta una strategia concreta per rallentare l’invecchiamento del cervello e preservare le capacità cognitive nel tempo.
Investire tempo e attenzione in queste aree può sembrare semplice, ma spesso richiede un cambiamento consapevole delle abitudini e uno sforzo continuo. Tuttavia, i benefici sono tali da motivare a intraprendere questo percorso, considerato anche il crescente invecchiamento della popolazione e l’aumento delle problematiche neurologiche correlate all’età.
Tenere il cervello giovane è quindi una responsabilità attiva che ognuno può esercitare con scelte di vita consapevoli, dimostrando che il nostro vero “età cerebrale” non è un dato immutabile, ma un parametro dinamico e influenzabile.
Ansia, insonnia e il ruolo delle cellule Natural Killer nel sistema immunitario
Health World, Ricerca innovazioneIl sistema immunitario umano si avvale di diverse tipologie di cellule per proteggere l’organismo da infezioni e cellule anomale. Tra queste, le cellule Natural Killer (NK) rappresentano una linea di difesa essenziale: agiscono rapidamente per individuare e distruggere le cellule infette o tumorali. Tuttavia, uno studio recente condotto su giovani donne in Arabia Saudita ha evidenziato un collegamento importante tra condizioni di stress, come ansia e insonnia, e una diminuzione significativa del numero di queste cellule. Questo dato suggerisce che tali stati psicofisici possano compromettere le difese immunitarie, aprendo la strada a una serie di implicazioni per la salute.
Le cellule Natural Killer sono parte integrante del sistema immunitario innato e agiscono come una sorta di “squadra di risposta rapida”. A differenza di altre cellule immunitarie, non richiedono un’esposizione precedente all’agente aggressore per attivarsi, risultando cruciali nel controllo immediato di infezioni virali e nella sorveglianza antitumorale. Il loro funzionamento efficiente è quindi fondamentale per la prevenzione di malattie. Tuttavia, fattori psicologici e fisiologici possono influenzarne la disponibilità e la funzione.
Ansia e insonnia: un impatto sul numero di cellule Natural Killer
Lo studio menzionato ha analizzato un gruppo di giovani donne saudite, approfondendo la relazione tra ansia, insonnia e cellule Natural Killer. I risultati hanno mostrato che entrambe le condizioni sono correlate a una riduzione significativa di queste cellule, in particolare di quelle circolanti nel sangue, quelle cioè direttamente coinvolte nel riconoscimento e nella distruzione delle cellule infette o anomale.
L’ansia, con il suo carico di stress cronico, sembra ridurre in modo progressivo il numero di queste cellule: maggiore è la gravità dell’ansia, più basso risulta il livello di cellule NK. Questo effetto potrebbe essere attribuito all’aumento dei livelli di cortisolo e di altri ormoni dello stress, noti per la loro capacità di sopprimere la risposta immunitaria. L’insonnia, definita come una difficoltà nel dormire che compromette il riposo, ha ulteriormente agito come fattore disturbante, inducendo una diminuzione delle cellule NK e rendendo l’organismo più vulnerabile.
Come lo stress cronico riduce la funzione delle cellule Natural Killer
Il legame tra stress psicologico e compromissione immunitaria è da tempo oggetto di ricerca. In situazioni di ansia e privazione di sonno, l’organismo risponde attivando l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola la produzione di ormoni stressanti. Questi ormoni, come il cortisolo, esercitano un effetto immunosoppressivo, riducendo la produzione e l’attività delle cellule Natural Killer. Inoltre, il prolungato stato di allerta interferisce con il normale ciclo del sonno, fondamentale per il mantenimento di una risposta immunitaria adeguata.
Le cellule NK sono particolarmente sensibili a queste alterazioni, e la loro diminuzione può tradursi in una risposta meno efficace contro infezioni e tumori. Oltre alla riduzione numerica, lo stress può influenzare anche la loro capacità di attivarsi e di uccidere le cellule bersaglio, compromettendo ulteriormente la protezione immunitaria.
Strategie per contrastare l’impatto di ansia e insonnia sul sistema immunitario
Considerata l’importanza delle cellule Natural Killer nella difesa immunitaria, è essenziale intervenire sui fattori che ne riducono la quantità e la funzionalità. Per contrastare gli effetti negativi di ansia e insonnia sul sistema immunitario, è possibile adottare alcune strategie di gestione dello stress e promozione della qualità del sonno.
Pratiche come la meditazione, lo yoga, e tecniche di rilassamento possono aiutare a ridurre i livelli di ansia e lo stress percepito, favorendo un equilibrio ormonale più stabile e proteggendo la funzione immunitaria. Inoltre, mantenere una routine regolare del sonno, con orari fissi e un ambiente favorevole al riposo, può contribuire a migliorare la quantità e la qualità del sonno, migliorando la produzione e l’attività delle cellule Natural Killer.
Anche l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale: una dieta ricca di antiossidanti, vitamine e minerali sostiene il sistema immunitario, mentre l’attività fisica regolare aiuta a modulare la risposta allo stress e a mantenere l’efficienza generale delle difese biologiche.
L’importanza di ulteriori ricerche sul legame tra stress e immunità
Questo studio sottolinea l’importanza di approfondire il legame tra condizioni psicofisiche come ansia e insonnia e la risposta immunitaria mediata dalle cellule Natural Killer. Comprendere come queste alterazioni impattino il sistema immunitario potrebbe aprire nuove frontiere per interventi mirati, sia medici che di supporto psicologico, al fine di migliorare la salute generale soprattutto in popolazioni soggette a stress elevato.
Inoltre, una migliore consapevolezza di questi meccanismi può aiutare a sviluppare programmi di prevenzione e promozione del benessere che considerino non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli psicologici e comportamentali, fondamentali per mantenere un sistema immunitario forte e reattivo.
Miti e verità sul mal di schiena: cosa causa davvero il dolore e come prevenirlo
Benessere, Health World, Stili di vitaIl mal di schiena è uno dei disturbi più diffusi al mondo, eppure è avvolto da una serie di idee sbagliate che spesso complicano la gestione del problema. Molti di noi sono cresciuti con convinzioni errate su cosa provochi davvero il dolore lombare e su quali comportamenti adottare per alleviarlo o evitarlo. In realtà, alcune abitudini quotidiane e un corretto approccio al movimento possono fare la differenza più di quanto si pensi. La dottoressa Meghan Murphy, esperta nel campo, smonta alcuni miti persistenti e offre indicazioni basate su evidenze scientifiche per affrontare efficacemente il mal di schiena.
Le false credenze sul mal di schiena da sfatare
Una delle idee più comuni è che sollevare oggetti pesanti provochi necessariamente problemi alla schiena. Se da un lato è vero che un carico eccessivo e una tecnica scorretta possono causare traumi, dall’altro la semplice presenza di carichi pesanti non è di per sé dannosa. Spesso è il modo in cui si utilizza il corpo che determina il rischio. La dottoressa Murphy sottolinea l’importanza di un movimento consapevole e di una postura corretta piuttosto che un timore eccessivo verso ogni sforzo fisico.
Un altro mito riguarda il riposo prolungato a letto: si pensa che, in caso di dolore, restare immobili sia la soluzione migliore. Tuttavia, studi recenti dimostrano che lunghi periodi di inattività peggiorano la situazione aumentando la rigidità muscolare e riducendo la funzionalità articolare. Al contrario, un’attività moderata e mirata può aiutare a mantenere la mobilità e accelerare il recupero.
Movimento e postura: gli alleati della prevenzione del mal di schiena
Molti pazienti ritengono che una postura perfetta sia l’unica via per evitare il dolore. In realtà, mantenere una posizione statica prolungata, anche se “corretta”, può affaticare la muscolatura e generare tensioni. La flessibilità e la variazione dei movimenti si rivelano invece fondamentali. Saper alternare posizioni diverse e muoversi frequentemente durante la giornata aiuta a ridurre la pressione sulle strutture spinali.
L’esercizio fisico, spesso percepito come un rischio, è in realtà uno degli strumenti più potenti nella prevenzione e nel trattamento dei dolori lombari. Esercizi mirati al rafforzamento dei muscoli profondi della schiena e dell’addome, oltre a attività aerobiche moderate come camminare o nuotare, contribuiscono a migliorare la stabilità della colonna vertebrale e a ridurre il dolore.
Quando è davvero necessaria la chirurgia?
Un’altra convinzione comune riguarda l’intervento chirurgico, spesso temuto o idealizzato come ultima soluzione ai problemi alla schiena. La dottoressa Murphy chiarisce che la chirurgia è indicata solo in specifici casi, come gravi compressioni neurologiche o patologie strutturali ben definite. Molte persone con mal di schiena cronico invece possono migliorare significativamente con approcci conservativi, tra cui terapia fisica, esercizio terapeutico e modifiche dello stile di vita.
La scelta del trattamento deve quindi essere personalizzata e basata su una valutazione accurata, evitando decisioni affrettate guidate da paure o informazioni inesatte reperite senza un adeguato supporto medico.
Abitudini quotidiane e prevenzione del mal di schiena
Il consiglio della dottoressa Murphy rimanda spesso al potere delle abitudini quotidiane. Sollevare oggetti usando le gambe e mantenendo la schiena dritta, fare pause frequenti durante la giornata lavorativa per sgranchirsi, evitare posture statiche prolungate e praticare attività fisica regolarmente sono piccoli accorgimenti che, sommandosi, fanno una grande differenza.
Anche la gestione dello stress gioca un ruolo cruciale, poiché la tensione muscolare legata a stati di ansia o preoccupazione può amplificare il dolore. Pratiche di rilassamento, mindfulness e attività che favoriscono il benessere generale contribuiscono quindi a un approccio integrato al problema.
In definitiva, conoscere cosa realmente provoca il mal di schiena e quali sono le strategie più efficaci per contrastarlo è fondamentale per vivere meglio e ridurre l’impatto di questo disturbo sulla qualità della vita. Semplici cambiamenti nello stile di vita e una maggiore consapevolezza possono aiutare a rompere con i falsi miti e a costruire un rapporto più sano e propositivo con la propria schiena.
Long COVID e infezioni nascoste: una nuova frontiera nella comprensione dei sintomi persistenti
Health World, NotizieDa oltre due anni, la comunità scientifica e medica si confronta con uno dei fenomeni più complessi emersi durante la pandemia: la sindrome da long COVID. Nonostante la fine dell’infezione acuta da SARS-CoV-2, molte persone continuano a sperimentare sintomi debilitanti come affaticamento cronico, difficoltà cognitive (spesso descritte come “brain fog”), dolori articolari e problemi respiratori. Questi disturbi persistono anche mesi dopo la guarigione e rappresentano una sfida significativa per i pazienti e i professionisti sanitari. Recenti studi, stanno aprendo una nuova pista di ricerca: l’attivazione di infezioni latenti o nascoste che coesistono o si riattivano in seguito all’infezione da SARS-CoV-2.
L’ipotesi che molteplici agenti infettivi possano contribuire al quadro complesso del long COVID rappresenta un cambiamento rilevante nel modo in cui affrontiamo la diagnosi e la gestione di questa sindrome.
Infezioni nascoste e long COVID: come il COVID-19 può risvegliare virus latenti
Tra le infezioni nascoste più studiate in questo contesto c’è il virus di Epstein-Barr (EBV), noto per la sua capacità di rimanere latente nelle cellule del sistema immunitario per anni. Il virus EBV è responsabile della mononucleosi infettiva, ma può restare silente e poi riattivarsi in condizioni di stress immunologico. Studi recenti indicano che l’infezione da SARS-CoV-2 può destabilizzare l’equilibrio immunitario, permettendo la riattivazione di EBV. Questa condizione potrebbe spiegare alcuni sintomi tipici del long COVID, come un affaticamento intenso e persistente, dolori muscolari e difficoltà cognitive.
Ma non solo EBV: anche infezioni come la tubercolosi latente, tipicamente asintomatica, possono emergere in modo più aggressivo quando il sistema immunitario è compromesso. La tubercolosi latente interessa circa un terzo della popolazione mondiale e di norma viene tenuta sotto controllo dall’organismo. Tuttavia, lo sconvolgimento immunitario indotto dal COVID-19 può dare il via a una situazione di riattivazione, provocando ulteriori problemi di salute che contribuiscono alla complessità dei sintomi residuali.
L’impatto del sistema immunitario sulla persistenza dei sintomi da long COVID
Questa nuova prospettiva focalizza l’attenzione sul ruolo centrale del sistema immunitario nella genesi dei sintomi a lungo termine. La risposta immunitaria al SARS-CoV-2 non è solo un meccanismo di difesa, ma può rivelarsi una fonte di squilibri che facilitano la replicazione e l’attivazione di virus e batteri in forma latente.
Numerosi studi hanno dimostrato che durante e dopo l’infezione da COVID-19 le difese immunitarie possono risultare indebolite o disfunzionali. Questa condizione è favorevole alla riattivazione di infezioni latenti, che da sole o in combinazione con l’infiammazione causata dal SARS-CoV-2 contribuiscono a mantenere vivo il circolo vizioso dei sintomi. Comprendere questo meccanismo è fondamentale per individuare strategie terapeutiche più mirate e personalizzate, in grado di ridurre i tempi di recupero e migliorare la qualità di vita dei pazienti.
Strategie di diagnosi e monitoraggio delle infezioni nascoste in pazienti con long COVID
Alla luce di queste scoperte, il percorso diagnostico per i pazienti affetti da long COVID potrebbe dover includere una valutazione approfondita di possibili riattivazioni virali o infezioni latenti. Questo implica l’utilizzo di test specifici per individuare la presenza di virus come Epstein-Barr o micobatteri responsabili della tubercolosi, spesso trascurati nelle diagnosi tradizionali.
Inoltre, il monitoraggio continuo dello stato immunitario del paziente potrebbe rivelarsi utile per prevedere e prevenire eventuali riacutizzazioni. La messa a punto di protocolli integrati, che considerino la dimensione multifattoriale del long COVID, può aprire la strada a trattamenti più efficaci, nonché all’identificazione precoce di eventuali complicanze infettive.
L’eredità della pandemia: una nuova sfida per la medicina post-COVID
L’emergere di questa ipotesi sulle infezioni nascoste apre un importante interrogativo su come la medicina post-pandemica debba affrontare i problemi di salute dei milioni di persone che convivono con sintomi prolungati. Non si tratta più di considerare il recupero come il semplice superamento della fase acuta, ma di affrontare un quadro clinico complesso e dinamico.
In questo scenario, la ricerca scientifica continua a giocare un ruolo cruciale, promuovendo studi interdisciplinari che integrano immunologia, virologia e patologia infettiva. Solo attraverso un approccio olistico sarà possibile migliorare la comprensione di long COVID e sviluppare terapie che affrontino non solo il virus originario, ma anche le possibili infezioni nascoste che ne complicano le conseguenze.
Questa nuova frontiera di studio rappresenta una speranza per i pazienti che finora hanno visto i loro sintomi ignorati o non compresi appieno, offrendo la possibilità di un’assistenza più completa e mirata.
Fondazione Fabbrocini, raccolti 50.000 euro
NewsPiù di 50.000 euro raccolti, che saranno destinati alle attività della Fondazione Fabbrocini: è il primo, grande risultato della seconda edizione del Gran Charity Gala, andata in scena ieri sera al Salone Margherita tra musica, spettacolo e solidarietà. Un traguardo che conferma la crescita dell’iniziativa, con un aumento delle presenze e della raccolta rispetto al risultato, già straordinario, della prima edizione. «Ancora una volta, attorno alla Fondazione si è stretta una Napoli dal cuore grande», ha sottolineato il presidente Fabrizio Pallotta, ringraziando chi ha scelto di trasformare una notte di festa in un sostegno concreto: finanziare progetti innovativi e tenere alta l’attenzione sul tumore del pancreas.
Una rete solida
Tra i presenti, solo per citarne alcuni, il Rettore dell’Università di Napoli Federico II, Matteo Lorito, l’assessore del Comune di Napoli Vincenzo Santagada, il presidente di Federfarma Napoli Riccardo Iorio, il direttore generale del Cardarelli di Napoli Antonio D’Amore e il dirigente regionale Ugo Trama. «I numeri di questa edizione parlano chiaro: non è solo una serata riuscita, è un passo avanti reale. Oltre 50.000 euro raccolti significano più possibilità di ricerca, più progetti sociali, più futuro. E il fatto che siano aumentate anche le presenze ci dice che la comunità sta camminando con noi», ha dichiarato Raffaele Pallotta, vicepresidente della Fondazione.
Partnership di primo piano
«Con la partnership con Marinella uniamo l’eccellenza artigianale napoletana a un gesto di solidarietà che resta nel tempo: ogni cravatta e ogni pochette diventano un segno concreto di sostegno». Parole alle quali si aggiungono poi quelle di Alfredo Pallotta: «Questo Gala è cresciuto perché è cresciuta l’alleanza: volontari, professionisti, istituzioni, sostenitori. È una rete che si stringe intorno alla ricerca e alle persone più fragili. Il successo della seconda edizione ci dà energia e responsabilità: da domani si lavora ancora più forte.
Al fianco delle donne
Nel corso della serata è stato inoltre messo in evidenza l’impegno sociale della Fondazione con il progetto “3D: Donne, Diritti, Destini”, che in meno di un anno ha preso in carico 55 donne vittime di violenza, offrendo ascolto, consulenza legale, supporto psicologico e orientamento sociale. Annunciato anche protocollo d’intesa con Ordine dei Farmacisti della provincia di Napoli e Federfarma Napoli, per il coinvolgimento delle 311 farmacie del territorio dell’ASL Napoli 1 Centro a sostegno delle attività del progetto. Il Gala è reso possibile anche grazie al sostegno di una rete di partner che hanno scelto di affiancare la Fondazione in questa nuova tappa del suo percorso: Gino Sorbillo – presepe napoletano; Scaturchio; Banca di Credito Cooperativo; Villa Matilde; Latteria Sorrentina; Villani Salumi; SITE; Boutique dell’Acqua; Ranieri Impiantistica.
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