Tempo di lettura: 4 minutiÈ stata un successo questa undicesima edizione del premio istituito dal network editoriale PreSa Prevenzione e Salute, riconoscimento consegnato ogni anno a clinici, ricercatori, associazioni, personaggi pubblici o singoli cittadini che con la loro attività si sono distinti in favore dell’inclusione e della tutela delle disabilità. La cerimonia dell’ultima edizione si è svolta nel pomeriggio del 17 dicembre all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma, trasformando uno dei luoghi simbolo della Capitale in un palcoscenico di esperienze e modelli che, in Italia e nel mondo, stanno migliorando la qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Il cuore del Premio rimane l’idea che innovazione sociale, ricerca, sport, terzo settore e istituzioni possano muoversi insieme: quando questo accade, l’inclusione smette di essere un orizzonte astratto e diventa pratica quotidiana, misurabile, replicabile.
I premiati 2025: volti, storie, progetti
La lista dei vincitori del premio PreSa 2025 racconta un mosaico di competenze, passione e concretezza. A partire dalla Nazionale di calcio a 5 B1 non vedenti, protagonista anche del docufilm “Lasciateci perdere”, che ha saputo portare dentro e fuori dal campo un messaggio potente: il talento non ha barriere e lo sport, se accessibile, diventa uno strumento di autonomia e partecipazione. Sono state premiate Elena e Maria Chiara Paolini, con “Witty Wheels”, il progetto che si batte per i diritti delle persone con disabilità, unendo attivismo, divulgazione e capacità di incidere sul dibattito pubblico.
Riconoscimento anche a “La Lampada di Aladino”, associazione che sostiene pazienti oncologici, familiari e caregiver: un lavoro spesso silenzioso, ma decisivo per non lasciare nessuno indietro nei momenti più fragili. La Fondazione Libri Italiani Accessibili è stata celebrata per l’impegno nel promuovere l’accesso alla lettura delle persone con disabilità visiva, ricordando che cultura e conoscenza sono beni comuni che vanno resi fruibili a tutti.
Uno sguardo internazionale ha portato a riconoscere gli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo del modello istituzionale che valorizza dignità e inclusione delle persone con disabilità, ridenominate “people of determination”, “persone determinate”: una scelta linguistica e politica che sposta il baricentro dalla limitazione alla determinazione. Premio al Wearable Robotics Laboratory della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, centro di eccellenza nella robotica indossabile e negli esoscheletri, per il contributo alla riabilitazione motoria e al miglioramento dell’autonomia delle persone con disabilità: la prova che quando scienza e tecnologia sono pensate con e per le persone, l’innovazione diventa strumento di libertà.
Tra i vincitori anche l’organizzazione di volontariato “Cielo e Terra”, che lavora ogni giorno per accoglienza, inclusione e supporto delle persone più vulnerabili; e l’atleta e comunicatore Diego Gastaldi, capace di trasformare il percorso sportivo in una narrazione contagiosa di resilienza e possibilità. Premiata “IncontraDonna”, fondazione che promuove inclusione e accesso alla salute, in particolare con la campagna “Frecciarosa”, un’iniziativa che ha portato la prevenzione oncologica negli snodi della mobilità quotidiana, rendendola concreta e vicina.
Spazio anche a esperienze che nascono dall’ascolto diretto dei bisogni: Chiara Ruaro e Teresa Giordano sono state riconosciute per il Progetto “Due di Noi”, dedicato alle persone con tumore al seno metastatico, un ambito dove informazione, accompagnamento e tutela dei diritti fanno la differenza. Il Premio ha valorizzato l’impegno di Omar Hegazy, attivista e comunicatore sul tema della disabilità, con particolare attenzione al dialogo interculturale e sociale, confermando che l’inclusione passa anche attraverso nuove narrazioni capaci di unire comunità diverse.
Riconoscimento al professor Gianmario Verona, Presidente del Consiglio di sorveglianza della Fondazione Human Technopole, per l’impegno nella ricerca sulla salute e sulla qualità della vita: un’alleanza tra scienza e impatto sociale che guarda lontano. Infine, il Premio a Pietro Castellese, per la promozione di una cultura dell’inclusione attraverso la propria esperienza personale: testimonianze come la sua ricordano che ogni percorso individuale può generare cambiamento collettivo.
Le istituzioni sul palco: autorevolezza e sostegno
A consegnare i premi sono stati rappresentanti di primo piano del mondo istituzionale, accademico e dell’impresa, a sottolineare che la sfida dell’inclusione riguarda l’intero Paese. Sul palco si sono alternati S. E. Emilio Nappa, Segretario Generale del Governatorato della Città del Vaticano; Marco Mancini, Segretario Generale del MUR; il Generale di Corpo d’Armata Michele Carbone, Direttore generale della DIA – Direzione investigativa antimafia; Laura Menicucci, Capo Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
E ancora, Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei Dispositivi medici, del Farmaco e delle politiche in favore del SSN del Ministero della Salute; il Generale di divisione Maurizio Ferla, Vice comandante del Comando interregionale Carabinieri “Podgora”; Giuseppina di Foggia, Amministratore Delegato e Direttore generale di Terna; Marcello Cattani, Presidente e AD di Sanofi Italia e Malta; e Rosanna Flammia, Associate Director Public Affairs Gilead Sciences. Una presenza corale che afferma con chiarezza: l’inclusione è un investimento istituzionale, non un capitolo marginale.
L’organizzazione del Premio e la missione dichiarata
Il premio PreSa 2025 è organizzato dalla Fondazione Mesit (Medicina Sociale e Innovazione Tecnologica) e dal network PreSa (Prevenzione e Salute), con il contributo non condizionato di Sanofi e Gilead Sciences. Il presidente di Mesit, Marco Trabucco Aurilio, ha spiegato:
Il Premio PreSa vuole tenere insieme esperienze molto diverse per dimensione e contesto, valorizzando tanto realtà radicate nei territori e nel lavoro quotidiano a livello locale quanto modelli istituzionali e iniziative che operano su scala nazionale e internazionale.
Una dichiarazione programmatica che restituisce la bussola del Premio: costruire ponti tra chi agisce nella prossimità e chi disegna politiche, tra chi sperimenta tecnologie di frontiera e chi porta sostegno nelle case, tra la dimensione personale e quella collettiva.
Dal 2015 una rete per la prevenzione
Il network PreSa Prevenzione e Salute nasce nel 2015 per diffondere la cultura della prevenzione attraverso iniziative di divulgazione in campo sanitario e scientifico, in sinergia con università, associazioni e mondo dei media. In questi anni ha contribuito a stabilire un linguaggio comune tra discipline diverse, favorendo la circolazione di buone pratiche e la condivisione di conoscenze: dalla promozione di stili di vita salutari al sostegno psicologico, dalla prevenzione oncologica alla riabilitazione, fino all’accessibilità dei servizi e dell’informazione. Il Premio rappresenta, in questo percorso, il momento pubblico in cui le esperienze si incontrano, si riconoscono e si moltiplicano.
Perché questo premio conta
Guardando alla platea dei vincitori e ai consegnatori, emerge la maturità di un approccio che non riduce la disabilità a una dimensione sanitaria, ma la affronta come questione sociale, culturale e di diritti. L’inclusione è fatta di infrastrutture accessibili, di libri che tutti possono leggere, di sport che accolgono il talento in ogni sua forma, di ricerca che diventa strumento di autonomia, di campagne di prevenzione che raggiungono le persone dove vivono e si muovono, di parole che non stigmatizzano ma liberano. Il Premio PreSa 2025, nel segno dell’undicesima edizione, riconferma che il cambiamento è già in atto: si vede nei laboratori che progettano esoscheletri, nelle associazioni che accompagnano i percorsi contro il cancro, nelle iniziative che attraversano i binari d’Italia per portare prevenzione, nelle storie personali che diventano patrimonio pubblico. La rotta è tracciata: fare rete, ascoltare, innovare. E soprattutto mettere al centro la dignità delle persone.
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Insonnia: Tai Chi efficace per migliorare la qualità del sonno
Mondo salute, Nuove tendenzeL’insonnia rappresenta una problematica sempre più diffusa, soprattutto tra gli over 50, una fascia d’età particolarmente vulnerabile a disturbi del sonno. In Italia, sono circa 4 milioni le persone che ne soffrono, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice difficoltà ad addormentarsi. Tra i rimedi tradizionali, la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è considerata uno dei trattamenti più efficaci, ma nuove ricerche stanno portando alla luce alternative interessanti e meno invasive. Uno studio recente condotto dall’Università di Hong Kong ha dimostrato come il Tai Chi possa essere un valido alleato per combattere l’insonnia, a volte addirittura con risultati paragonabili alla psicoterapia stessa.
Tai Chi: un’opzione naturale per migliorare la qualità del sonno negli over 50
Lo studio dell’Università di Hong Kong, pubblicato su una rivista scientifica di settore, ha coinvolto un gruppo di partecipanti over 50 affetti da insonnia cronica. L’obiettivo era confrontare l’efficacia del Tai Chi con quella della psicoterapia cognitivo-comportamentale, considerata il trattamento d’elezione per questo disturbo. Gli anziani sono una categoria particolarmente sensibile poiché con l’avanzare dell’età il ritmo sonno-veglia tende a modificarsi, aumentando il rischio di insonnia e i suoi effetti collaterali, come stanchezza cronica, ridotta concentrazione e peggioramento dello stato di salute generale.
Il Tai Chi, arte marziale cinese noto per il suo approccio dolce e meditativo al movimento, si è rivelato un intervento capace di migliorare significativamente la qualità del sonno. Attraverso esercizi lenti e controllati, combinati con tecniche di respirazione e mindfulness, il Tai Chi aiuta a ridurre lo stress e a rilassare corpo e mente, fattori chiave nel contrasto all’insonnia.
Benefici del Tai Chi per la gestione dell’insonnia negli anziani
Oltre a favoreggiare un sonno più profondo e rigenerante, il Tai Chi apporta numerosi vantaggi che lo rendono particolarmente indicato per la popolazione over 50:
– Riduzione dell’ansia e dello stress: Lo stress è spesso una delle cause principali dell’insonnia. Gli esercizi di Tai Chi inducono uno stato meditativo che calma il sistema nervoso e abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.
– Miglioramento della circolazione e del tono muscolare: Con l’età, anche l’attività fisica tende a diminuire, ma il Tai Chi offre un movimento dolce che stimola la circolazione senza affaticare le articolazioni.
– Aumento della consapevolezza corporea: Il controllo del respiro e dei movimenti contribuisce a una maggiore percezione del proprio corpo, facilitando il rilassamento necessario per un sonno di qualità.
– Promozione di una routine regolare: Praticare Tai Chi regolarmente aiuta a stabilire un ritmo quotidiano, elemento fondamentale per regolare il ciclo sonno-veglia.
Confronto tra Tai Chi e psicoterapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia
Tradizionalmente, la CBT è utile perché insegna a riconoscere e modificare i comportamenti e i pensieri negativi che alimentano l’insonnia. Tuttavia, può risultare difficile per alcuni pazienti accedere a sedute regolari o mantenere gli esercizi a casa.
Lo studio dell’Università di Hong Kong ha evidenziato come il Tai Chi non solo sia efficace nell’alleviare i sintomi dell’insonnia, ma rappresenti anche un approccio più accessibile e meno invasivo. I partecipanti che hanno seguito un programma di Tai Chi hanno riportato miglioramenti comparabili in termini di durata e qualità del sonno rispetto a chi ha svolto sedute di psicoterapia.
Inoltre, il Tai Chi si configura come un’attività a basso costo e facilmente integrabile nella vita quotidiana, senza la necessità di assumere farmaci, che spesso presentano effetti collaterali indesiderati negli anziani.
L’insonnia in Italia: un problema diffuso che richiede nuovi approcci
In Italia, la stima di 4 milioni di persone colpite da insonnia cronica è un dato preoccupante che sottolinea l’urgenza di soluzioni efficaci e sostenibili. Non solo la qualità del sonno influenza il benessere personale, ma ha anche un impatto notevole sulla salute pubblica, considerando il rapporto con patologie cardiovascolari, depressione e diminuzione della capacità cognitiva.
In questo contesto, l’introduzione del Tai Chi come strumento terapeutico si presenta come un’opportunità importante per medici, terapisti e pazienti. L’evento dello studio condotto sull’efficacia dell’arte marziale cinese offre un incipit per approfondire l’adozione di metodiche complementari alla terapia tradizionale, in grado di rispondere alle esigenze specifiche di chi vive con l’insonnia.
Come iniziare a praticare Tai Chi per combattere l’insonnia
Per chi fosse interessato a provare il Tai Chi come soluzione naturale contro l’insonnia, è fondamentale avvicinarsi a questa disciplina con la guida di un istruttore qualificato, soprattutto nei primi mesi. I corsi dedicati agli over 50 solitamente prevedono esercizi graduati e adattati alle capacità fisiche dei partecipanti, favorendo un’esperienza positiva e senza rischi.
Oltre ai corsi in presenza, si sta diffondendo la possibilità di seguire lezioni online, che possono rappresentare una valida alternativa per chi ha difficoltà a spostarsi o vive in zone con poca offerta formativa. Importante è mantenere una certa regolarità e combinare la pratica con altre buone abitudini igienico-sanitarie del sonno, come evitare l’uso di dispositivi elettronici prima di coricarsi e mantenere orari stabili.
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L’attenzione verso metodi dolci e integrativi come il Tai Chi apre nuove prospettive nel trattamento dell’insonnia, migliorando la qualità della vita di milioni di persone, soprattutto nella terza età, con un approccio che prepara corpo e mente a un riposo naturale e rigenerante.
Noduli aspecifici ai polmoni: come affrontare la diagnosi
Medicina Sociale, Mondo saluteLa scoperta di noduli polmonari durante esami radiologici può generare preoccupazione, soprattutto in persone con una storia oncologica, come nel caso di una donna di 62 anni in follow-up dopo un trattamento per carcinoma mammario. La presenza di noduli definiti “aspecifici” richiede un’adeguata comprensione del loro significato clinico e del percorso diagnostico da seguire per evitare ansie eccessive ma anche per garantire un controllo attento.
Noduli polmonari aspecifici: cosa sono e perché si formano
I noduli polmonari sono piccole masse di tessuto che possono apparire sui polmoni durante una TAC o una radiografia toracica. Il termine “aspecifici” indica che queste formazioni non presentano caratteristiche tipiche o patognomoniche che consentano di identificarli con certezza come benigni o maligni. Possono infatti avere origini diverse: da insignificanti cicatrici o infiammazioni pregresse fino a lesioni che richiedono approfondimenti.
Nel caso della signora in questione, il referto TAC descrive una situazione in cui i noduli risultano stabili sia nel numero sia nelle dimensioni rispetto a esami precedenti, senza segni di evoluzione, di consolidazioni, o altri indicatori sospetti come linfonodi ingrossati. Questo aspetto è rassicurante perché la stabilità temporale rappresenta spesso un segno di benignità.
L’importanza del confronto con precedenti esami radiologici
Un elemento chiave nella valutazione dei noduli polmonari è la comparazione degli studi nel tempo. Il referto che indica noduli “invariati” fa riferimento a un confronto con una precedente TAC, fondamentale per capire se ci sono modifiche significative. Nel caso specifico, è stata effettuata una tac con e senza mezzo di contrasto e confrontata con uno studio datato 08.04.2024. L’assenza di variazioni sostanziali suggerisce che queste formazioni non abbiano aumentato il loro diametro o numero, quindi non si manifestano elementi di progressione.
È importante tuttavia comprendere che la mancata segnalazione in esami precedenti, come la radiografia del torace del settembre 2025, può dipendere dalla differente sensibilità delle metodiche: la radiografia è meno precisa nel rilevare piccoli noduli rispetto alla TC. Pertanto, non è raro che piccole formazioni risultino visibili solo in esami più dettagliati.
Noduli polmonari aspecifici e storia oncologica: vivere il follow-up con serenità
Le persone che hanno avuto un tumore, come un carcinoma mammario, vivono spesso con l’ansia legata a possibili recidive o metastasi. Nel follow-up oncologico, la ricerca di lesioni polmonari è parte integrante del controllo, poiché i polmoni sono sede frequente di metastasi secondarie.
Nel caso specifico, la classificazione di “noduli polmonari aspecifici” senza segni di evoluzione e l’assenza di altri dati sospetti nel referto rassicurano riguardo alla possibilità che si tratti di lesioni benigne o cicatriziali. Questo è supportato anche dall’assenza di segni di interstiziopatia (malattie diffuse del tessuto polmonare), versamento pleurico o pericardico, o linfoadenopatie.
L’approccio clinico in queste situazioni di solito prevede ulteriori controlli programmati con TAC, sempre mantenendo uno stretto rapporto con il proprio oncologo e pneumologo, per monitorare eventuali cambiamenti nel tempo.
Quando preoccuparsi dei noduli polmonari?
Non tutti i noduli richiedono interventi invasivi o biopsie immediate. Ci sono però situazioni in cui una valutazione più approfondita diventa necessaria, come quando i noduli aumentano di dimensioni rapidamente, presentano margini irregolari o altre caratteristiche sospette, o quando insorgono sintomi respiratori associati.
Inoltre, la storia clinica complessiva, l’età, il fumo, e altri fattori di rischio vengono valutati insieme alle immagini per decidere il percorso diagnostico più adatto. Nel contesto di questa signora non fumatrice e con stabilità radiologica, la probabilità di patologia grave è inferiore, ma non va mai trascurata una sorveglianza attenta.
Il ruolo del medico nel chiarire dubbi e interpretare i referti
La presenza di noduli aspecifici nei referti può essere motivo di confusione o ansia se non adeguatamente spiegata dal medico curante. È importante che il paziente possa discutere apertamente con lo specialista il significato dei risultati, la necessità di ulteriori esami e le possibili implicazioni.
Non va dimenticato che la radiologia è uno strumento di indagine che deve essere sempre integrato con la valutazione clinica globale. Le immagini forniscono informazioni preziose, ma solo il medico può interpretarle alla luce del quadro complessivo della persona.
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In sintesi, i noduli polmonari aspecifici rappresentano una realtà radiologica frequente soprattutto in persone con precedenti oncologici, e molte volte sono lesioni di natura benigna che richiedono solo un monitoraggio regolare. La chiarezza nella comunicazione con il proprio medico e la pianificazione di controlli mirati sono essenziali per affrontare con serenità questa condizione.
Gastroenterite “lampo”: il vero pericolo è la disidratazione.
NewsStress, alimentazione scorretta e capita: ci colpisce una gastroenterite lampo con nausea, crampi addominali, vomito e diarrea. È uno di quei malanni che costringono a ridimensionare tutto: appuntamenti, lavoro, perfino l’idea di “resistere” e tirare dritto. Proprio perché l’episodio è spesso violento ma di breve durata, le reazioni tendono a polarizzarsi: c’è chi si spaventa e cerca farmaci “risolutivi” immediati, e chi minimizza anche quando la situazione richiederebbe un po’ più di attenzione. In entrambi i casi, l’obiettivo è lo stesso: attraversare l’attacco in sicurezza, riducendo i rischi reali.
Non è (solo) una questione di nome
Norovirus, gastroenterite virale, “influenza intestinale”: l’etichetta cambia, la sostanza no. Questi virus circolano facilmente, soprattutto in comunità e famiglie, e condividono uno schema simile: incubazione breve, esordio brusco, sintomi intensi. Chiedersi come chiamarla è meno importante di capire qual è il pericolo concreto da evitare. Le linee guida ricordano che la principale complicanza non è il nome dell’agente infettivo, ma la perdita di liquidi ed elettroliti. CDC
Il rischio nascosto: la disidratazione
Per un adulto sano, spesso è una parentesi sgradevole che si esaurisce da sola. Per bambini piccoli, anziani e persone fragili, invece, la disidratazione può diventare un problema serio. E non sempre si annuncia in modo clamoroso: stanchezza insolita, bocca asciutta, urine scarse o molto concentrate, capogiri, occhi infossati o sonnolenza sono campanelli d’allarme. Nei lattanti si aggiungono pannolini asciutti per più di tre ore, assenza di lacrime e svogliatezza. In presenza di questi segni è opportuno agire con prontezza e, se necessario, farsi valutare.
Il gesto più utile: piccoli sorsi, spesso
Il gesto più utile è anche il più semplice: bere a piccoli sorsi frequenti, senza forzare, scegliendo ciò che l’organismo tollera. Le soluzioni di reidratazione orale (ORS) sono concepite per reintegrare acqua e sali nella proporzione giusta e sono la prima scelta: meglio preferirle all’acqua da sola o a bevande molto zuccherate (che possono peggiorare la diarrea). Se non si hanno bustine pronte, in molte indicazioni di sanità pubblica è riportata anche la possibilità di una soluzione “casalinga” con acqua, zucchero e un pizzico di sale; resta comunque preferibile usare preparati commerciali quando disponibili. Nei bambini, oltre ai liquidi, va incoraggiata la ripresa graduale dell’alimentazione: oggi non si raccomanda il digiuno prolungato; al contrario, la ripresa precoce di una dieta leggera aiuta a recuperare più in fretta.
Igiene domestica: così si spezza la catena del contagio
L’altra “terapia” è la cura dell’igiene domestica. Questi virus hanno una straordinaria capacità di “fare il giro” della famiglia. Lavare spesso e bene le mani con acqua e sapone è più efficace del solo gel idroalcolico contro i norovirus; il disinfettante può essere un’aggiunta, ma non un sostituto. Le superfici di bagno e cucina vanno pulite e poi disinfettate con prodotti efficaci contro i norovirus; per l’ipoclorito (candeggina) le indicazioni dei CDC parlano di soluzioni a 1.000–5.000 ppm, lasciate agire per almeno 5 minuti, oppure di prodotti registrati come attivi contro norovirus. Biancheria e asciugamani usati da chi è malato vanno maneggiati con guanti e lavati con ciclo caldo, evitando di scuoterli.
Non esiste il farmaco che “spenga” la gastroenterite virale. Nella maggior parte dei casi la gestione è sintomatica: liquidi, riposo, reintroduzione graduale dei cibi. Gli antidiarroici possono alleviare i sintomi in alcuni adulti con diarrea acquosa, ma vanno evitati in presenza di febbre alta, sangue/muco nelle feci o sospetto di infezione batterica; nei bambini non sono raccomandati se non su indicazione medica. Gli antibiotici non hanno ruolo nella diarrea virale. In pronto soccorso pediatrico, a discrezione del medico, può essere usato un antiemetico come ondansetron per facilitare la reidratazione orale; si tratta però di un impiego regolato e, in alcune giurisdizioni, off-label. Quanto ai probiotici, grandi studi randomizzati non hanno mostrato benefici clinici significativi nei bambini con gastroenterite acuta.
Quando farsi aiutare
Ci sono situazioni in cui non conviene “stringere i denti” a oltranza, ma chiedere aiuto per prevenire guai peggiori. Occorre rivolgersi al medico o al pronto soccorso se compaiono: sangue nelle feci, febbre alta persistente, dolore addominale importante, vomito incoercibile, segni marcati di disidratazione (urine quasi assenti, forte sonnolenza, confusione, capogiri importanti), incapacità di bere o trattenere liquidi per molte ore. Bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza e persone con malattie croniche o immunodeficienza meritano una soglia di attenzione più bassa.
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Raffreddore, influenza o Covid? Capire le differenze per guarire prima
NewsNaso chiuso, gola che pizzica, qualche brivido, stanchezza che incolla al divano. Quella sensazione “da malanno” è un copione noto, ma non sempre racconta la stessa storia. Dietro sintomi simili possono infatti nascondersi cause diverse e, soprattutto, diversa necessità di attenzione. Riconoscerne le sfumature aiuta a guarire prima e a curarsi nel modo giusto: quando riposare, quando testarsi e quando è prudente chiedere consiglio al medico.
Raffreddore: l’ospite invadente ma prevedibile
Il raffreddore comune di solito entra in scena con discrezione. I sintomi crescono gradualmente nell’arco di uno-due giorni: naso che cola o si tappa, starnuti, gola irritata, talvolta una tosse leggera. La sensazione generale è di rallentamento, più che di “ko tecnico”. In molti casi la febbre manca o resta modesta; il malessere resta concentrato alle prime vie respiratorie. Il sintomo più fastidioso è forse quello della testa “ovattata” che si accompagna ed un calo dell’energia. Ma in genere si riesce a svolgere la quotidianità con qualche adattamento: ritmi più lenti, sforzi ridotti, più pause. La durata media è di pochi giorni, con un’evoluzione spesso benigna e prevedibile.
Influenza: l’entrata teatrale che stende
L’influenza vera e propria tende ad avere un esordio più brusco e “teatrale”. Si sta bene e, nel giro di poche ore, ci si sente investiti da un camion fatto di febbre, dolori muscolari e spossatezza marcata. I brividi compaiono all’improvviso, la temperatura sale spesso oltre 38, il corpo fa male come se avesse corso una maratona non prevista. Possono comparire anche mal di testa, tosse secca, fotofobia e la perdita dell’appetito. Il coinvolgimento sistemico è la parola chiave: non sono solo naso e gola a protestare, è l’intero organismo a segnalare l’infezione. Nelle prime 24-48 siamo ko e non possiamo che stare a letto.
Covid: il camaleonte delle sindromi respiratorie
Il Covid, ormai, è diventato camaleontico. In alcuni casi imita un raffreddore “importante” con naso chiuso, voce nasale, gola che brucia; in altri ricorda da vicino l’influenza, tra febbre, dolori e spossatezza. Può aggiungere sintomi meno tipici del raffreddore, come perdita o alterazione di olfatto e gusto (oggi meno frequenti ma non scomparse), mal di testa insistente, tosse più profonda, talvolta diarrea. La variabilità dipende da immunità pregressa, vaccinazioni, caratteristiche individuali e variante circolante. Ecco perché il contesto pesa tanto quanto l’elenco dei sintomi.
Il contesto conta: esposizione, fragilità, tempi di esordio
La differenza non sta solo nella lista dei sintomi, ma nel contesto. È utile chiedersi: c’è stato contatto recente con una persona risultata poi positiva? In casa vive qualcuno di fragile (anziani, neonati, immunodepressi, persone con patologie croniche)? Il lavoro o la vita sociale prevedono spazi affollati o prolungata vicinanza ad altre persone? Anche il “tempo” dell’esordio offre indizi: l’influenza arriva a ondate improvvise, il raffreddore spesso come un rubinetto che perde; il Covid può somigliare ora all’uno, ora all’altro. Non è un dettaglio da detective, ma uno strumento pratico per orientare decisioni sensate, come restare a casa, usare la mascherina in ambienti chiusi, ventilare i locali, limitare i contatti con chi è più a rischio.
Diagnosi: quando la probabilità è un atteggiamento intelligente
La verità è che, senza un test, spesso si resta nel campo delle probabilità. E la probabilità non è un difetto: è il modo intelligente di ragionare quando i segnali si sovrappongono. Se i sintomi sono lievi e compatibili con un raffreddore, si può gestire con riposo, idratazione, aria umidificata, lavaggi nasali, farmaci sintomatici da banco se indicati. Se c’è febbre alta improvvisa con dolori diffusi, l’ipotesi influenza cresce. Se il contesto suggerisce esposizione o si convive con persone fragili, eseguire un test per il Covid (e, se disponibile, test combinati per influenza e SARS-CoV-2) aiuta a proteggere chi è più vulnerabile e a organizzare isolamento e rientro alle attività in modo responsabile.
Segnali d’allarme: quando rivolgersi al medico
L’atteggiamento migliore non è “resistere” a prescindere, ma farsi guidare dal medico quando serve. È prudente chiedere aiuto se i sintomi sono particolarmente intensi, se la febbre è alta e persistente, se compaiono difficoltà respiratorie, dolore toracico, confusione o sonnolenza insolita; e ancora, se in famiglia sono presenti anziani, immunodepressi o neonati. Non perché “sarà grave”, ma perché prevenire complicazioni è più sensato che rincorrerle. Lo stesso vale per chi ha patologie croniche (cardiache, respiratorie, renali, metaboliche) o è in gravidanza: una valutazione tempestiva consente di modulare la terapia e ridurre i rischi. In alcuni casi selezionati e su valutazione clinica, esistono trattamenti antivirali (per influenza o Covid) che funzionano meglio se iniziati precocemente.
Cura di sé: riposo mirato, aria, idratazione e farmaci sintomatici
La gestione domestica resta la colonna portante per i quadri lievi. Il riposo non è un lusso: permette al sistema immunitario di lavorare. L’idratazione aiuta a fluidificare le secrezioni e a contrastare febbre e sudorazione. L’aria degli ambienti va rinnovata regolarmente; un’umidità moderata riduce l’irritazione delle mucose. Per alleviare i sintomi possono essere utili paracetamolo o, se appropriato, antinfiammatori non steroidei per febbre e dolori; decongestionanti nasali e soluzioni saline per il naso; pastiglie lenitive per la gola. Ogni farmaco va usato secondo indicazioni e controindicazioni note, chiedendo consiglio al medico o al farmacista in caso di dubbi, terapie concomitanti o condizioni particolari.
Prevenzione: piccoli gesti, grande impatto
Molto si può fare prima che i sintomi compaiano. La vaccinazione antinfluenzale riduce il rischio di forme severe e di complicanze nei soggetti candidati; le dosi di richiamo contro il Covid, quando consigliate in base all’età e ai fattori di rischio, mantengono la protezione più solida. Il lavaggio accurato delle mani, l’abitudine a coprire naso e bocca quando si tossisce o starnutisce, la scelta di restare a casa con febbre o malessere marcato, la ventilazione degli ambienti e l’uso di mascherine in situazioni affollate, specie se si convive con persone fragili, sono misure semplici che fanno la differenza. Non annullano i contagi, ma li riducono e proteggono chi potrebbe pagare un prezzo più alto.
Tornare in pista senza fretta
La fretta di rientrare alla normalità è comprensibile, ma ascoltare il corpo evita ricadute. Dopo l’influenza è comune avvertire stanchezza per qualche giorno: riavviare gradualmente attività fisica e impegni intensi aiuta a prevenire affaticamento e riacutizzazione dei sintomi. Nel caso di Covid, la prudenza nel rientro è doppia: oltre al recupero personale, va considerato il rischio di contagio residuo, che i test possono orientare. Ritrovare la routine passo dopo passo rende il ritorno più solido e duraturo.
Decisioni pratiche, senza allarmismi
Raffreddore, influenza e Covid possono parlare una lingua simile, ma raccontano storie diverse. L’andamento dei sintomi, la velocità di esordio, il contesto di esposizione e la presenza di persone fragili a contatto diretto aiutano a distinguere e a scegliere comportamenti proporzionati. La probabilità è uno strumento, non un limite: in attesa di un test, guida scelte ragionevoli; davanti a segnali d’allarme, la bussola resta il medico. Non perché ogni quadro nasconda gravità, ma perché prevenire è più semplice (e più saggio) che inseguire le complicazioni.
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Malattie cardio-nefro-metaboliche: prevenzione e cure integrate
NewsDiabete, obesità, ipertensione, malattie cardiovascolari e danno renale non sono capitoli separati. «Quando parliamo di malattie cardio-nefro-metaboliche parliamo di un insieme molto ampio di condizioni croniche che riguardano cuore, rene e metabolismo», spiega ai microfoni di Radio Kiss Kiss Eugenio Di Brino, economista sanitario e fondatore di Altems Advisory, spin off dell’Università Cattolica. «Oggi la medicina ci dice che sostanzialmente sono un unico continuo: quando uno di questi organi comincia a funzionare male aumenta il rischio che anche gli altri vengano danneggiati». I numeri descrivono una vera sfida di sanità pubblica: «Sono patologie che colpiscono oltre 9 milioni di persone in Italia, con un aumento di circa 900 mila nuovi casi l’anno». Una “multimorbidità” che, sottolinea Di Brino, pesa in modo particolare «nel Centro-Sud» e chiede al sistema risposte più solide e coordinate per garantire sostenibilità e equità al Servizio sanitario nazionale.
Malattie cardio-nefro-metaboliche, l’esigenza di una gestione condivisa
Proprio con questo obiettivo, nell’ultimo anno è nato un lavoro di raccordo tra attori diversi. «Abbiamo lavorato per creare un Forum cardiovascolare che ha riunito più di 10 società scientifiche, 10 associazioni di pazienti, e le istituzioni nazionali e regionali», racconta. La direzione è chiara: «Capire come gestire queste patologie non più a silos, ma in modo coordinato, in forma di team multidisciplinare». Dal Forum e dal relativo position paper emerge la richiesta di un modello integrato che “tenga insieme” i passaggi decisivi: «Prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico continua», sintetizza Di Brino. Tre i pilastri su cui agire: «Rafforzare prevenzione e diagnosi precoce, dare centralità al medico di medicina generale e alle reti territoriali (compresi i farmacisti) e garantire modalità di accesso alle terapie innovative quando si arriva tardi».
Il ruolo della prevenzione
A questo, aggiunge, si intreccia la “grande partita” della sanità digitale: «Il rinnovamento del Servizio sanitario nazionale passa dall’uso del Fascicolo sanitario elettronico per l’interoperabilità del dato, ma anche da telemonitoraggio e televisite e dall’integrazione tra ospedale e territorio». L’obiettivo è concreto: «Ridurre i ricoveri evitabili e garantire continuità assistenziale, rendendo il percorso del paziente più fluido e sicuro». La “buona notizia”, insiste Di Brino, è che su queste patologie la prevenzione può incidere davvero. «È assolutamente possibile ed è la strategia più efficace per ridurre l’impatto delle patologie cardio-nefro-metaboliche: prevenire significa ridurre nuove diagnosi, evitare complicanze, abbattere i costi del Servizio sanitario nazionale». E non solo: «Ha un impatto anche sulle liste d’attesa: se preveniamo, alleggeriamo il carico sugli ospedali e spostiamo sul territorio la vera messa a terra della prevenzione».
Livelli d’intervento
Di Brino descrive tre livelli di intervento. Il primo è la prevenzione di prossimità: «Portare la prevenzione nei luoghi di vita quotidiani: scuole, luoghi di lavoro, farmacie, Case di comunità». Il secondo è la prevenzione clinica personalizzata per chi ha fattori di rischio: «Servono programmi strutturati e controlli periodici: funzione renale, profilo lipidico, ECG, valutazione del rischio globale, non per singolo organo». Il terzo livello riguarda gli stili di vita, la parte che chiama direttamente in causa comportamenti e abitudini: «Dalla camminata quotidiana a un’alimentazione accurata, controllo del peso, consumo moderato di alcol, stop al fumo: sono azioni con cui possiamo proteggere la salute». Il messaggio finale è un invito a cambiare prospettiva: meno frammentazione, più continuità. «Sono interventi di salute pubblica ad altissimo valore», conclude Di Brino, «perché aiutano a prevenire, evitare complicanze e mantenere il Servizio sanitario nazionale sostenibile ed equo».
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Influenza e Covid, medici di famiglia: “vaccinatevi ora”
News, PrevenzioneLa campagna vaccinale antinfluenzale e anti-Covid sta avanzando con numeri incoraggianti, ma i medici di famiglia avvertono: è fondamentale non abbassare la guardia. Del resto, l’ultimo dato disponibile del sistema di sorveglianza RespiVirNet parla di circa 700.000 italiani finiti a letto a causa di virus respiratori, per un totale dall’inizio della sorveglianza di circa 4 milioni di casi. A sottolinearlo è Tommasa Maio, responsabile nazionale dell’Area Vaccini della Fimmg, che invita a mantenere alta l’attenzione proprio mentre ci si avvicina al cuore della stagione invernale.
Chi si ammala di più: l’allarme per gli over 65
Il sistema di sorveglianza, fa notare Maio, evidenzia un segnale da non trascurare: nel flusso ospedaliero, che fotografa i pazienti più gravi, i più colpiti da SARS-CoV-2 e influenza sono gli over 65. È una conferma di quanto osservato sul territorio: l’età avanzata e la presenza di patologie croniche aumentano il rischio di complicanze, ricovero e necessità di assistenza intensiva. Il quadro, dunque, impone prudenza e azioni mirate, perché la pressione sui servizi sanitari cresce proprio quando i virus respiratori co-circolano.
La variante K di H3N2: perché desta attenzione
Nelle ultime settimane si è accesa l’attenzione sulla variante K del ceppo H3N2, descritta come particolarmente insidiosa e diffusiva. È un promemoria di come l’influenza resti un virus capace di mutare e di sorprendere, con conseguenze concrete sulla trasmissibilità e sull’impatto clinico. La sorveglianza virologica e clinica resta essenziale per calibrare messaggi e misure di sanità pubblica, mentre la vaccinazione stagionale mantiene il proprio ruolo di prima difesa, riducendo la probabilità di forme gravi e complicazioni.
Coperture in crescita, ma ancora sotto gli obiettivi
Secondo la Fimmg, la fiducia nelle vaccinazioni sta risalendo: molte persone si stanno proteggendo prima e piùrispetto allo scorso anno, soprattutto tra fragili e soggetti a rischio. In diverse regioni le coperture toccano punte recordrispetto agli anni precedenti. Tuttavia, la categoria che mostra i progressi più marcati—gli over 65—rimane lontana dagli obiettivi raccomandati. È qui che si gioca la partita decisiva: aumentare ancora le adesioni prima del picco stagionale, quando il beneficio preventivo è massimo.
Covid sottostimato e co-circolazione dei virus: il rischio di co-infezioni
Il Covid continua a circolare. Spesso la sua incidenza appare sottostimata per via dell’ampio ricorso ai test fai-da-te, che non sempre rientrano nei circuiti ufficiali di notifica. La co-circolazione di virus respiratori—SARS-CoV-2, influenza e altri agenti—aumenta la probabilità di complicanze e co-infezioni, con quadri clinici più impegnativi e degenze potenzialmente più lunghe. In questo scenario, vaccinarsi contro influenza e Covid non è solo una scelta individuale: significa ridurre ricoveri evitabili, proteggere i familiari più vulnerabili e alleggerire la pressione sui reparti durante le settimane più critiche.
Medici di famiglia in prima linea: dal rapporto fiduciario all’assistenza a domicilio
Maio richiama il ruolo decisivo dei medici di famiglia. Non solo negli ambulatori, ma anche a domicilio per i pazienti più fragili, la medicina generale è la cerniera che unisce prevenzione, informazione e presa in carico. Nel dialogo quotidiano con i cittadini, il rapporto fiduciario costruito nel tempo diventa uno strumento potente per convincere gli esitanti e chiarire dubbi su efficacia, sicurezza e co-somministrazione dei vaccini. È anche grazie a questa vicinanza che la campagna può accelerare l’ultimo miglio.
L’appello: anziani, fragili, cronici, donne in gravidanza e caregiver
L’invito della Fimmg è rivolto in modo particolare a anziani, fragili, pazienti cronici, donne in gravidanza e caregiver: “vaccinarsi ora”. Farlo prima del picco riduce i rischi nelle settimane di maggiore esposizione, incluse quelle delle feste, quando aumentano gli incontri al chiuso e la possibilità di contagio. Il messaggio è semplice: anticipare la protezione aiuta a mantenere attività, relazioni e cure senza interruzioni, evitando complicazioni che pesano sulla qualità di vita e sull’organizzazione familiare.
Le differenze territoriali: logistica, forniture e comunicazione da rafforzare
La Federazione dei medici di medicina generale richiama le differenze territoriali. La campagna non procede ovunque alla stessa velocità e questo apre il rischio che intere fasce di popolazione restino scoperte. Nelle aree più in ritardo servono logistica efficiente, disponibilità di dosi e comunicazione mirata. L’accesso facile—tra orari prolungati, appuntamenti semplificati e punti vaccinali diffusi—fa la differenza, soprattutto per chi ha difficoltà a spostarsi o necessita di percorsi dedicati.
Nessuna scadenza rigida: chi non si è ancora vaccinato può farlo
Un punto chiave ribadito dalla Fimmg è che la campagna non ha un termine prefissato. L’assenza di una scadenza rigida permette anche a chi non si è ancora vaccinato di farlo nei prossimi giorni o nelle settimane successive, beneficiando comunque della protezione per il resto della stagione. Resta però strategico non rimandare: l’immunità richiede tempo per consolidarsi, e anticipare il vaccino massimizza la protezione quando la circolazione dei virus si farà più intensa.
L’obiettivo comune: attraversare l’inverno in sicurezza
«Abbiamo fatto molta strada—conclude Maio—ma dobbiamo continuare insieme, medici e cittadini, per non perdere il vantaggio guadagnato e attraversare l’inverno in maggiore sicurezza». È un invito all’azione condivisa: strutture sanitarie, professionisti e popolazione. Se le coperture continueranno a crescere e i comportamenti prudenti resteranno diffusi—attenzione ai sintomi, isolamento in caso di febbre, uso consapevole dei test—sarà possibile contenere il peso clinico e sociale di influenza e Covid. La direzione è quella giusta; occorre l’ultimo scatto per trasformare una campagna incoraggiante in una stagione più protetta per tutti.
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Donne e insonnia: una questione di ormoni, cultura e carichi invisibili
ApprofondimentiLavorano, gestiscono la famiglia, si occupano dei genitori anziani. Poi, quando arrivano le 11 di sera e finalmente il mondo si acquieta, leggono, mettono in ordine, organizzano l’indomani oppure, come in questo periodo, si concentrano sul Natale, e magari fanno anche acquisti online per non perdere tempo di giorno. Poi vanno a dormire, con un sonno spesso di cattiva qualità e breve, perché la sveglia suona presto la mattina. Insomma, una vita impegnativa, quella delle donne. Già, perché è di loro che stiamo parlando. E che proprio per questa iperattività presentano un rischio maggiore di insonnia. A soffrirne sono in tante. I dati dicono che il 30-40% della popolazione adulta ha problemi di sonno e di questi, la maggior parte sono donne con una probabilità da due a tre volte maggiore di sviluppare disturbi del sonno rispetto agli uomini. Ma è davvero solo una questione di eccesso di impegni? Non del tutto. «Le cause sono multifattoriali e derivano dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici, culturali e sociali», risponde Claudio Mencacci, co-Presidente SINPF, Società Italiana di Neuropsicofarmacologia. «Il sonno femminile è strettamente legato all’andamento ormonale lungo tutto l’arco della vita. Le prime differenze emergono già con la maturazione sessuale e la comparsa del ciclo mestruale, periodo in cui possono comparire difficoltà di addormentamento o risvegli notturni, spesso transitori ma comunque rilevanti. Il disturbo del sonno può poi accentuarsi nelle diverse fasi della vita adulta: durante la gravidanza, nel periodo del post-partum e, in modo particolarmente significativo, nel periclimaterio, il lungo periodo tra i 45 e i 55 anni che precede la menopausa. Anche nelle età più avanzate, il sonno tende a essere più breve e frammentato».
Accanto alla componente ormonale esiste poi un fattore culturale e sociale molto importante. C’è ancora l’idea che la donna debba essere la persona che si sveglia durante la notte per la gestione della famiglia o delle emergenze domestiche e questo porta a un sonno “culturalmente disturbato”. Ma il bisogno di sonno della donna è generalmente maggiore rispetto a quello dell’uomo. Questo implica una responsabilità culturale e sociale nel creare le condizioni affinché il suo bisogno venga rispettato. Un esempio concreto è il periodo del post-partum, in cui sarebbe fondamentale una maggiore condivisione dei risvegli notturni, coinvolgendo attivamente anche il partner.
Ma c’è di più. Da una recente indagine condotta da Idorsia su un campione di 200 donne italiane, età media 50 anni, è emerso che tra chi dichiara difficoltà di sonno in media per cinque notti a settimana da almeno 6 anni, solo due su cinque sottolineano la presenza di una forma di insonnia cronica. «Le difficoltà legate al sonno e le conseguenze di un cattivo riposo notturno nella vita quotidiana sono spesso poco riconosciute, soprattutto quando riguardano le donne», aggiunge il professor Mencacci. «Eppure le ripercussioni sono molteplici. La carenza di sonno espone a difficoltà di concentrazione e di attenzione durante il giorno, a un livello di stanchezza e astenia più marcato e persistente. A lungo termine, inoltre, aumenta anche il rischio di sviluppare malattie autoimmuni, condizioni di insulino-resistenza e disturbi metabolici, inclusa la tendenza all’aumento di peso». Dormire male, peraltro, aggrava anche la malattia di cui si soffre e lo dichiara oltre la metà del campione intervistato nell’ambito dell’indagine.
Che cosa si può fare? Rimandare quando si tratta della propria salute è molte volte tipico delle donne, e spesso proprio per mancanza di tempo. Ma una soluzione c’è. «Il medico di medicina generale è spesso il primo interlocutore con cui il paziente si confronta, e proprio per questo rappresenta l’anello fondamentale per intercettare il disturbo nelle sue prime manifestazioni», continua il professor Mencacci. «Per identificare i casi di insonnia e soprattutto di quella cronica, servono domande semplici ma mirate: non limitarsi a chiedere “dorme bene?”, ma approfondire aspetti concreti come la qualità del sonno, la frequenza dei risvegli notturni, l’orario di addormentamento, la sensazione di riposo al risveglio. Il medico di medicina generale inoltre può prescrivere terapie farmacologiche specifiche, validate dalle linee guida internazionali e pensate per ristabilire un sonno fisiologico, riducendo i rischi legati alla cronicizzazione o all’abuso di soluzioni improvvisate. Dal punto di vista organizzativo, infine, è un ponte tra il paziente e la rete di specialisti, neurologi, psichiatri, psicologi, ma anche centri del sonno, con cui condividere informazioni e strategie terapeutiche».
Sì anche alle regole di igiene del sonno, che a tutt’oggi rappresentano un caposaldo nella cura dell’insonnia. Significa adottare comportamenti che favoriscano il riposo notturno. In pratica, evitare attività sportive intense nelle ore serali, soprattutto dopo le 18–19, dormire in una stanza ben aerata, priva di stimoli luminosi e di dispositivi elettronici. È fondamentale anche limitare l’uso di smartphone e schermi a luce blu prima di dormire, preferire una cena leggera per non appesantire i processi digestivi e non consumare sostanze stimolanti come caffeina, nicotina e alcol.
Premio PreSa 2025: l’impegno in favore delle persone con disabilità
Eventi e premi, News, Notizie, Premi PreSaÈ stata un successo questa undicesima edizione del premio istituito dal network editoriale PreSa Prevenzione e Salute, riconoscimento consegnato ogni anno a clinici, ricercatori, associazioni, personaggi pubblici o singoli cittadini che con la loro attività si sono distinti in favore dell’inclusione e della tutela delle disabilità. La cerimonia dell’ultima edizione si è svolta nel pomeriggio del 17 dicembre all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma, trasformando uno dei luoghi simbolo della Capitale in un palcoscenico di esperienze e modelli che, in Italia e nel mondo, stanno migliorando la qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Il cuore del Premio rimane l’idea che innovazione sociale, ricerca, sport, terzo settore e istituzioni possano muoversi insieme: quando questo accade, l’inclusione smette di essere un orizzonte astratto e diventa pratica quotidiana, misurabile, replicabile.
I premiati 2025: volti, storie, progetti
La lista dei vincitori del premio PreSa 2025 racconta un mosaico di competenze, passione e concretezza. A partire dalla Nazionale di calcio a 5 B1 non vedenti, protagonista anche del docufilm “Lasciateci perdere”, che ha saputo portare dentro e fuori dal campo un messaggio potente: il talento non ha barriere e lo sport, se accessibile, diventa uno strumento di autonomia e partecipazione. Sono state premiate Elena e Maria Chiara Paolini, con “Witty Wheels”, il progetto che si batte per i diritti delle persone con disabilità, unendo attivismo, divulgazione e capacità di incidere sul dibattito pubblico.
Riconoscimento anche a “La Lampada di Aladino”, associazione che sostiene pazienti oncologici, familiari e caregiver: un lavoro spesso silenzioso, ma decisivo per non lasciare nessuno indietro nei momenti più fragili. La Fondazione Libri Italiani Accessibili è stata celebrata per l’impegno nel promuovere l’accesso alla lettura delle persone con disabilità visiva, ricordando che cultura e conoscenza sono beni comuni che vanno resi fruibili a tutti.
Uno sguardo internazionale ha portato a riconoscere gli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo del modello istituzionale che valorizza dignità e inclusione delle persone con disabilità, ridenominate “people of determination”, “persone determinate”: una scelta linguistica e politica che sposta il baricentro dalla limitazione alla determinazione. Premio al Wearable Robotics Laboratory della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, centro di eccellenza nella robotica indossabile e negli esoscheletri, per il contributo alla riabilitazione motoria e al miglioramento dell’autonomia delle persone con disabilità: la prova che quando scienza e tecnologia sono pensate con e per le persone, l’innovazione diventa strumento di libertà.
Tra i vincitori anche l’organizzazione di volontariato “Cielo e Terra”, che lavora ogni giorno per accoglienza, inclusione e supporto delle persone più vulnerabili; e l’atleta e comunicatore Diego Gastaldi, capace di trasformare il percorso sportivo in una narrazione contagiosa di resilienza e possibilità. Premiata “IncontraDonna”, fondazione che promuove inclusione e accesso alla salute, in particolare con la campagna “Frecciarosa”, un’iniziativa che ha portato la prevenzione oncologica negli snodi della mobilità quotidiana, rendendola concreta e vicina.
Spazio anche a esperienze che nascono dall’ascolto diretto dei bisogni: Chiara Ruaro e Teresa Giordano sono state riconosciute per il Progetto “Due di Noi”, dedicato alle persone con tumore al seno metastatico, un ambito dove informazione, accompagnamento e tutela dei diritti fanno la differenza. Il Premio ha valorizzato l’impegno di Omar Hegazy, attivista e comunicatore sul tema della disabilità, con particolare attenzione al dialogo interculturale e sociale, confermando che l’inclusione passa anche attraverso nuove narrazioni capaci di unire comunità diverse.
Riconoscimento al professor Gianmario Verona, Presidente del Consiglio di sorveglianza della Fondazione Human Technopole, per l’impegno nella ricerca sulla salute e sulla qualità della vita: un’alleanza tra scienza e impatto sociale che guarda lontano. Infine, il Premio a Pietro Castellese, per la promozione di una cultura dell’inclusione attraverso la propria esperienza personale: testimonianze come la sua ricordano che ogni percorso individuale può generare cambiamento collettivo.
Le istituzioni sul palco: autorevolezza e sostegno
A consegnare i premi sono stati rappresentanti di primo piano del mondo istituzionale, accademico e dell’impresa, a sottolineare che la sfida dell’inclusione riguarda l’intero Paese. Sul palco si sono alternati S. E. Emilio Nappa, Segretario Generale del Governatorato della Città del Vaticano; Marco Mancini, Segretario Generale del MUR; il Generale di Corpo d’Armata Michele Carbone, Direttore generale della DIA – Direzione investigativa antimafia; Laura Menicucci, Capo Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
E ancora, Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei Dispositivi medici, del Farmaco e delle politiche in favore del SSN del Ministero della Salute; il Generale di divisione Maurizio Ferla, Vice comandante del Comando interregionale Carabinieri “Podgora”; Giuseppina di Foggia, Amministratore Delegato e Direttore generale di Terna; Marcello Cattani, Presidente e AD di Sanofi Italia e Malta; e Rosanna Flammia, Associate Director Public Affairs Gilead Sciences. Una presenza corale che afferma con chiarezza: l’inclusione è un investimento istituzionale, non un capitolo marginale.
L’organizzazione del Premio e la missione dichiarata
Il premio PreSa 2025 è organizzato dalla Fondazione Mesit (Medicina Sociale e Innovazione Tecnologica) e dal network PreSa (Prevenzione e Salute), con il contributo non condizionato di Sanofi e Gilead Sciences. Il presidente di Mesit, Marco Trabucco Aurilio, ha spiegato:
Una dichiarazione programmatica che restituisce la bussola del Premio: costruire ponti tra chi agisce nella prossimità e chi disegna politiche, tra chi sperimenta tecnologie di frontiera e chi porta sostegno nelle case, tra la dimensione personale e quella collettiva.
Dal 2015 una rete per la prevenzione
Il network PreSa Prevenzione e Salute nasce nel 2015 per diffondere la cultura della prevenzione attraverso iniziative di divulgazione in campo sanitario e scientifico, in sinergia con università, associazioni e mondo dei media. In questi anni ha contribuito a stabilire un linguaggio comune tra discipline diverse, favorendo la circolazione di buone pratiche e la condivisione di conoscenze: dalla promozione di stili di vita salutari al sostegno psicologico, dalla prevenzione oncologica alla riabilitazione, fino all’accessibilità dei servizi e dell’informazione. Il Premio rappresenta, in questo percorso, il momento pubblico in cui le esperienze si incontrano, si riconoscono e si moltiplicano.
Perché questo premio conta
Guardando alla platea dei vincitori e ai consegnatori, emerge la maturità di un approccio che non riduce la disabilità a una dimensione sanitaria, ma la affronta come questione sociale, culturale e di diritti. L’inclusione è fatta di infrastrutture accessibili, di libri che tutti possono leggere, di sport che accolgono il talento in ogni sua forma, di ricerca che diventa strumento di autonomia, di campagne di prevenzione che raggiungono le persone dove vivono e si muovono, di parole che non stigmatizzano ma liberano. Il Premio PreSa 2025, nel segno dell’undicesima edizione, riconferma che il cambiamento è già in atto: si vede nei laboratori che progettano esoscheletri, nelle associazioni che accompagnano i percorsi contro il cancro, nelle iniziative che attraversano i binari d’Italia per portare prevenzione, nelle storie personali che diventano patrimonio pubblico. La rotta è tracciata: fare rete, ascoltare, innovare. E soprattutto mettere al centro la dignità delle persone.
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Un Villaggio di Babbo Natale in ospedale: alla Federico II la magia che cura
Adolescenti, Bambini, NewsNon è il solito Villaggio di Babbo Natale quello inaugurato oggi all’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, nell’area pediatrica dell’Edificio 11/A. È piuttosto un lavoro corale: per la prima volta il team federiciano, insieme a UNICEF Campania, alla Scuola in Ospedale attiva presso l’Azienda e alle Associazioni di Volontariato, ha costruito un’esperienza capace di portare il calore e la magia del Natale tra le mura della realtà ospedaliera. L’intento è netto: regalare ai piccoli e giovani ospiti non solo un momento di festa, ma una pausa autentica, luminosa, nel tempo sospeso del ricovero.
Sei giorni per accendere immaginazione, emozioni e serenità
Dal 17 al 22 dicembre il Villaggio offrirà occasioni per condividere con i bambini degenti attimi di spensieratezza e, allo stesso tempo, opportunità educative che integrano messaggi di salute, corretti stili di vita e partecipazione attiva.
L’obiettivo dichiarato è contribuire a rendere i reparti luoghi in cui prendersi cura delle persone: non soltanto delle malattie, ma anche dell’immaginazione, delle emozioni e della serenità delle famiglie. Nasce così un momento di festa condiviso tra famiglie, operatori sanitari, scuola in ospedale e volontari, con un Villaggio di Babbo Natale che restituisce ai piccoli pazienti un senso di normalità e di comunità.
Un ospedale che si accende di vita (e di luci)
La luce di questa vita rinnovata si vede anche all’esterno. L’AOU Federico II si è letteralmente accesa con i colori del Natale: luminarie artistiche e giochi di luce lungo i viali alberati e nelle aree verdi, videoproiezioni sulle facciate di alcuni edifici. Gli spazi ospedalieri si trasformano sotto gli sguardi increduli dei più piccoli, regalando emozioni anche ai più grandi. È un’architettura accogliente e scenografica, che anticipa, già all’ingresso, ciò che avviene nei cinque piani dell’edificio pediatrico.
Un’atmosfera incantata: renne, elfi, slitta e… il Grinch
Più di una festa, molto più di un semplice incontro: per sei giorni i cinque piani della pediatria sono avvolti dal clima natalizio. Renne luminose, instancabili elfi e la slitta dei regali danno il benvenuto a bambini e famiglie, con l’immancabile Babbo Natale e i tradizionali borbottii del Grinch. L’atmosfera è pensata per sorprendere e rassicurare, mescolando meraviglia e familiarità, gioco e relazione, in un percorso che accompagna il bambino dal corridoio alla stanza, dalla soglia all’esperienza.
La forza della rete: scuola e volontariato al centro
A rendere speciale questo Natale è l’impegno sinergico delle associazioni di volontariato e della Scuola in Ospedale attiva presso l’AOU Federico II: I.C. 28 Giovanni XXIII–Aliotta, I.C. Ferdinando Russo e Liceo Scientifico Giuseppe Mercalli. Insegnanti e alunni animano le giornate dei più piccoli con attività laboratoriali, canti e momenti di condivisione. Una trama di gesti e presenze che intreccia educazione, creatività e cura, dando continuità alla vita scolastica anche nel tempo del ricovero.
18 dicembre: “Un Natale da indossare” e l’Abete dei Diritti
Domani, 18 dicembre, prosegue l’iniziativa “Un Natale da indossare”: UNICEF Campania, insieme ai bambini e alle bambine del reparto di Audiologia, curerà l’addobbo di un abete speciale, “l’Abete dei Diritti”.
I decori sono frutto del lavoro di quindici scuole del territorio regionale. In cima, il “Puntale dei Diritti”, un dono della rete di scuole UNICEF, sarà apposto da una rappresentanza del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco: un gesto simbolico e potente, un monito rivolto al mondo degli adulti chiamati a prendersi cura dell’infanzia. Ad accompagnare l’iniziativa ci saranno l’artista Gianni Fiorellino e la musica della Fanfara dei Carabinieri, che marcerà fino all’area pediatrica (Edificio 11/A), dove avranno inizio le attività esperienziali.
Laboratori tra gioco e salute: dalla cucina alle emozioni
Il cuore delle giornate batte nelle aule e nei corridoi che diventano laboratori: cucina per la realizzazione di una merenda sana, incontri di pittura, attività dedicate alla gestione delle emozioni. Bambini e ragazzi potranno scegliere a cosa dedicarsi, costruendo il proprio percorso tra manualità e riflessione, gioco e consapevolezza. Non mancheranno la tradizionale tombolata, il laboratorio per realizzare la letterina di Babbo Natale e le incursioni dei personaggi delle favole e dei supereroi: presenze amiche che trasformano la corsia in racconto e la routine in festa.
La tecnologia che avvicina: Pepper, Temi e Nao in corsia
Tra i reparti farà visita anche Pepper, il piccolo robot umanoide dotato di intelligenza artificiale, che insieme ai suoi “cugini” Temi e Nao sfiderà pazienti e familiari in giochi e quiz. L’innovazione, qui, diventa strumento di relazione e vicinanza: una tecnologia “calda”, al servizio dell’incontro, che aiuta a rompere il ghiaccio, stimola curiosità, mette al centro il sorriso. È un modo nuovo per dire che la cura è anche dialogo, sorpresa, possibilità di stupirsi.
“Illuminare per accogliere”: la visione della direzione
«Abbiamo voluto sostenere con convinzione questo programma, perché l’umanizzazione delle cure è parte integrante della qualità assistenziale che intendiamo garantire – sottolinea Elvira Bianco, direttore generale dell’AOU Federico II –. Grazie alla collaborazione delle associazioni di volontariato, dell’UNICEF Campania e della Scuola in Ospedale attiva presso l’Azienda, professionisti e volontari hanno scelto di mettere a disposizione tempo, competenze ed entusiasmo per offrire ai bambini momenti di gioia e leggerezza, per ricordare a tutti noi, operatori della sanità, di porre sempre al centro della cura la persona.
Illuminare i nostri spazi significa rendere visibile la nostra vicinanza ai pazienti e ai loro familiari: la luce che scalda, fa sentire accolti ed è, per tutti, un segno concreto di vita e di speranza». Un ringraziamento che abbraccia “il personale tutto, che ancora una volta ha dimostrato attenzione verso i pazienti, la SSC Napoli, sempre sensibile a queste iniziative, e i Fabbricanti di Emozioni, che hanno splendidamente illuminato la nostra struttura”.
Il finale del 22 dicembre: la visita del Cardinale Battaglia
Il programma si concluderà il 22 dicembre con la visita del Cardinale Domenico Battaglia. Dopo un saluto ai pazienti dell’oncologia, il Cardinale incontrerà i piccoli pazienti dell’area pediatrica e le loro famiglie, rafforzando il senso di comunità e di vicinanza che il Villaggio di Babbo Natale vuole esprimere in ogni suo momento. È un sigillo di cura e di attenzione che restituisce al Natale in ospedale il suo significato più profondo: un tempo in cui nessuno è lasciato solo.
Un modello che resta
Il Villaggio di Babbo Natale alla Federico II dimostra come l’ospedale possa essere anche un luogo di relazioni e di bellezza, dove la cura è multidimensionale e comprende la qualità del tempo vissuto. Le luci, i laboratori, la musica, la tecnologia amica, la scuola che non si ferma, i volontari che tessono legami: tutto concorre a costruire una comunità che sostiene i più piccoli e le loro famiglie. Un’umanità condivisa che, per sei giorni, diventa esperienza concreta. E che, si spera, continui a brillare ben oltre le feste.
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Disturbi alimentari, nuova campagna triennale del Ministero
Adolescenti, Mondo saluteI disturbi alimentari rappresentano una sfida significativa per la salute pubblica in Italia, dove si stima che circa 3 milioni di persone ne siano colpite, con un’incidenza preoccupante soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. Per affrontare questa emergenza, il Ministero della Salute ha lanciato una nuova campagna di comunicazione triennale rivolta a giovani, famiglie e scuole, con l’obiettivo di sensibilizzare, prevenire e promuovere la salute mentale e fisica.
Campagna contro i disturbi alimentari: un impegno triennale mirato
Il progetto del Ministero si distingue per un approccio integrato e multidisciplinare, volto a coinvolgere non solo gli adolescenti direttamente interessati, ma anche le loro famiglie e gli ambienti educativi. La scelta di un piano triennale sottolinea la volontà di intervenire in maniera continuativa, superando l’efficacia di interventi sporadici e puntuali.
Tra le strategie principali c’è la diffusione di materiale informativo chiaro e accessibile, la realizzazione di corsi di formazione per insegnanti e operatori sanitari, e la promozione di canali di ascolto e supporto con esperti specializzati. Il fulcro della comunicazione è la prevenzione primaria, ovvero il contrasto all’insorgenza dei disturbi alimentari attraverso una corretta informazione sui rischi e sui fattori psicologici e sociali coinvolti.
Perché i giovani e le scuole sono centrali nella prevenzione dei disturbi alimentari
Gli adolescenti rappresentano una fascia particolarmente vulnerabile per lo sviluppo di disturbi alimentari come anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata. Cambiamenti fisici, pressioni sociali legate all’aspetto estetico e la diffusione di ideali di corpo spesso irrealistici sui social media contribuiscono a creare un terreno fertile per queste patologie.
Le scuole, in quanto luoghi di formazione e socializzazione, giocano un ruolo cruciale nel riconoscimento precoce dei segnali di allarme e nella promozione di un ambiente inclusivo e rispettoso delle diversità corporee. Attraverso attività didattiche dedicate, laboratori e incontri con esperti, le istituzioni scolastiche possono diventare un baluardo contro i comportamenti disfunzionali alimentari, fornendo anche un supporto psicologico diretto o tramite orientamento verso servizi specializzati.
Il coinvolgimento delle famiglie nella lotta ai disturbi alimentari
Le famiglie sono spesso il primo punto di riferimento per i giovani che affrontano problemi legati al cibo e all’immagine di sé. Tuttavia, la complessità di queste patologie richiede consapevolezza e strumenti adeguati per individuare i segnali precoci, che possono includere cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, isolamento sociale e umore particolarmente instabile.
La campagna ministeriale dedica quindi una particolare attenzione anche ai genitori e ai caregiver, incoraggiandoli a dialogare apertamente con i figli, a osservare con attenzione senza giudizio e a cercare supporto in caso di sospetto di disturbo alimentare. Sono inoltre promosse iniziative di formazione e gruppi di supporto familiare, fondamentali per costruire una rete empatica e di sostegno che accompagni il percorso di prevenzione e cura.
Importanza di una comunicazione efficace e scientificamente fondata
Una delle sfide principali nella sensibilizzazione sui disturbi alimentari riguarda la corretta comunicazione. Messaggi fuorvianti o stereotipati possono infatti amplificare stigma e paure, impedendo agli individui di chiedere aiuto. Pertanto, la campagna ministeriale si basa su un linguaggio inclusivo, rispettoso e supportato da evidenze scientifiche.
Questo approccio contribuisce a smantellare miti e pregiudizi, facilitando una maggiore comprensione dell’aspetto multifattoriale dei disturbi alimentari, che spaziano dagli aspetti psicologici e genetici a quelli ambientali e culturali. Informazioni precise aiutano anche a contrastare fake news e discorsi superficiali spesso presenti nelle conversazioni pubbliche e sui social media.
Strumenti digitali e innovazione per raggiungere i più giovani
Consapevole della centralità del web e dei social network nella vita degli adolescenti, la campagna prevede anche l’uso di piattaforme digitali interattive, video educativi e social media monitoring. Attraverso contenuti multimediali coinvolgenti e personalizzati, si mira ad attirare l’attenzione dei ragazzi in modo positivo, fornendo consigli utili e storie di resilienza.
Inoltre, vengono promosse app e servizi di telemedicina per facilitare l’accesso a professionisti e gruppi di supporto, superando barriere geografiche e logistiche. Questa innovazione rappresenta un passo importante verso una sanità più moderna e vicina alle esigenze della popolazione giovanile.
Il messaggio del Ministero della Salute è dunque chiaro: la prevenzione e il trattamento dei disturbi alimentari richiedono un impegno condiviso, continuo e multidimensionale, con adolescenti, famiglie e scuole in prima linea per costruire una società più sana e consapevole.