Tempo di lettura: 4 minutiPerdere la vista oppure affrontare un intervento chirurgico con un rischio anestesiologico estremamente elevato. È stata questa la difficile scelta davanti alla quale si sono trovati un ragazzo di 20 anni, la sua famiglia e i medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Il giovane è affetto da acidemia propionica, una rara malattia metabolica, e da una grave cardiomiopatia dilatativa. Negli anni scorsi era stato inoltre sottoposto a un trapianto di fegato. Un quadro clinico particolarmente complesso, che rendeva molto pericoloso il ricorso all’anestesia generale.
Nonostante i rischi, rinunciare all’operazione avrebbe significato quasi certamente perdere l’occhio. Lo scorso 13 luglio, nella sede di Palidoro, un’équipe multidisciplinare dell’ospedale romano ha quindi eseguito con successo un trapianto di cornea, al termine di una lunga e accurata preparazione.
Un’ulcera perforata minacciava l’occhio
L’intervento si è reso necessario per trattare un’ulcera perforata della cornea. Senza una procedura tempestiva, la lesione avrebbe provocato la perdita irreversibile dell’occhio e avrebbe esposto il paziente anche al pericolo di una grave infezione diffusa.
Rinviare ulteriormente il trapianto avrebbe inoltre potuto rendere necessario un intervento in emergenza. Una prospettiva particolarmente critica per una persona con una funzione cardiaca così compromessa, poiché avrebbe lasciato ai medici molto meno tempo per preparare il paziente e adattare il protocollo anestesiologico.
Per rendere possibile l’operazione è stata costituita una task force composta da anestesisti, oculisti, cardiologi, cardiochirurghi, epatologi ed esperti di malattie metaboliche. I professionisti appartenenti a sei diverse specialità hanno definito un percorso personalizzato, pianificando ogni fase della gestione clinica e chirurgica.
Diciotto ore di preparazione
Il lavoro decisivo è cominciato molto prima dell’ingresso in sala operatoria. Per circa 18 ore gli specialisti hanno valutato ogni dettaglio e predisposto le misure necessarie per affrontare una situazione clinica eccezionalmente complessa.
La principale difficoltà consisteva nel conciliare due esigenze apparentemente opposte. Nei pazienti con acidemia propionica, infatti, il digiuno preoperatorio può provocare un grave scompenso metabolico. Allo stesso tempo, la cardiomiopatia dilatativa rende particolarmente rischiosa l’anestesia generale, perché i farmaci utilizzati possono causare un abbassamento della pressione arteriosa difficilmente tollerabile da un cuore già molto debole.
Il protocollo anestesiologico è stato quindi modificato. I tempi di digiuno sono stati ridotti al minimo ed è stata somministrata una terapia metabolica sostitutiva, concordata con gli specialisti che seguono il giovane per la sua patologia.
Parallelamente, i medici hanno predisposto un monitoraggio cardiologico continuo. Prima e durante l’intervento, il paziente è stato sottoposto a una valutazione emodinamica e a ripetuti controlli ecocardiografici. In questo modo è stato possibile verificare costantemente la capacità del cuore di sostenere la procedura e modificare tempestivamente la strategia anestesiologica.
Un protocollo costruito sul paziente
«In un paziente con acidemia propionica, grave cardiomiopatia e una storia di trapianto di fegato, ogni dettaglio della gestione anestesiologica deve essere pianificato con estrema precisione», spiega la dottoressa Daniela Perrotta, responsabile di Rianimazione e Comparto operatorio della sede di Palidoro, che ha coordinato il percorso multidisciplinare.
La sicurezza dell’intervento, sottolinea la specialista, è cominciata dalla sera precedente. Il paziente è stato preparato insieme ai medici delle Malattie metaboliche, dell’Epatologia e della Cardiologia, modificando il protocollo abituale per ridurre il digiuno e prevedendo tutti gli scenari possibili.
È stata coinvolta anche la terapia intensiva cardiochirurgica, pronta a fornire un supporto immediato qualora si fosse verificata una complicazione. Proprio questa pianificazione ha permesso di affrontare una procedura ad altissimo rischio senza conseguenze negative.
Il trapianto che ha salvato l’occhio
Il trapianto di cornea è stato eseguito dal dottor Luca Buzzonetti, responsabile di Oculistica del Bambino Gesù, ed è durato circa un’ora e 45 minuti. In sala operatoria hanno lavorato 14 professionisti, tra medici, infermieri e personale dedicato. I cardiologi esperti nello scompenso cardiaco sono rimasti presenti per tutta la durata dell’operazione.
Anche dal punto di vista chirurgico il caso presentava difficoltà rilevanti. La cornea era perforata e aderiva per un’ampia porzione all’iride. È stato quindi necessario separare delicatamente i tessuti, affrontando un rischio maggiore di emorragia.
A complicare ulteriormente la procedura era presente uno spesso strato di fibrina, una sorta di tessuto opaco prodotto dall’infiammazione. La fibrina ricopriva parzialmente l’iride e occludeva la pupilla. I chirurghi l’hanno rimossa per consentire il recupero della funzione visiva.
Tutte queste manovre hanno inevitabilmente allungato un intervento che, per le condizioni cardiache del paziente, doveva essere mantenuto il più breve possibile.
La rapidità come fattore decisivo
«La rapidità era un elemento decisivo, quindi era necessario contenere al massimo i tempi chirurgici, cosa non semplice in un caso così complesso», afferma il dottor Buzzonetti. L’obiettivo principale era salvare l’occhio, ma anche impedire che la perforazione della cornea determinasse conseguenze ancora più gravi, non limitate all’apparato visivo.
Ogni fase dell’intervento è stata pianificata con anestesisti e cardiologi, contemplando persino la possibilità di dover interrompere improvvisamente la chirurgia in caso di emergenza cardiaca. Secondo Buzzonetti, il risultato è stato possibile non soltanto grazie alla competenza dell’équipe chirurgica, ma anche alla capacità di integrare professionalità differenti e di assumere una decisione condivisa in un contesto di rischio eccezionale.
Il cuore costantemente sotto controllo
La valutazione cardiologica ha accompagnato l’intero percorso, dalla fase di preparazione fino alla conclusione dell’intervento. Il monitoraggio ha consentito di verificare in ogni momento che il cuore fosse in grado di tollerare la procedura e di predisporre un intervento immediato in caso di instabilità emodinamica.
«L’anestesia generale rappresentava una controindicazione importante in un paziente con una cardiomiopatia dilatativa così severa», spiega la dottoressa Rachele Adorisio, responsabile di Scompenso, Trapianto e Assistenza meccanica cardiocircolatoria del Bambino Gesù.
Per questo motivo è stata costruita una valutazione cardiologica completamente personalizzata, combinando il monitoraggio invasivo con l’ecocardiografia durante tutta la procedura. L’obiettivo era evitare qualsiasi compromissione della funzione cardiaca che potesse rendere necessaria l’interruzione del trapianto.
Il ritorno a casa dopo l’intervento
Il trapianto si è concluso con successo. Il giovane ha tollerato l’anestesia generale senza complicazioni e si è risvegliato direttamente in sala operatoria. Successivamente ha trascorso una sola notte in terapia intensiva, esclusivamente a scopo precauzionale. Il decorso postoperatorio è poi proseguito regolarmente nel reparto di Malattie metaboliche.
Il ragazzo è stato infine dimesso dall’ospedale e le sue condizioni di salute sono buone. Un risultato raggiunto grazie alla preparazione durata molte ore, al monitoraggio continuo e alla collaborazione tra sei diverse specialità, che ha permesso di salvare l’occhio senza compromettere un equilibrio cardiaco e metabolico estremamente fragile.
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Il grande caldo aumenta il rischio di una sincope
PreSa Weekly – 7 agosto 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Caldo estremo sull’Italia: emergenza sanitaria e incendi
Anziani, News, NotizieIl caldo non concede tregua all’Italia e continuerà a colpire soprattutto le regioni del Centro-Sud almeno per altri dieci giorni. L’anticiclone africano resta infatti il principale protagonista della situazione meteorologica, mantenendo le temperature su valori particolarmente elevati e rendendo le condizioni atmosferiche difficili da sopportare anche durante le ore serali e notturne.
Oggi, giovedì 6 agosto, le città contrassegnate dal bollino rosso salgono a 27. Per la prima volta dall’inizio dell’anno, l’allerta di livello massimo riguarda quindi tutti i principali centri urbani italiani monitorati. Il dato emerge dal bollettino del ministero della Salute, che segnala condizioni di rischio non soltanto per le persone più fragili, ma per l’intera popolazione.
A partire da venerdì il numero delle città in rosso dovrebbe scendere a 26. Bolzano passerà infatti al bollino giallo, ma nel resto del Paese la situazione continuerà a essere caratterizzata da temperature molto alte, afa persistente e disagio fisico diffuso.
Temporali sulle Alpi e possibili fenomeni intensi al Nord
Nonostante il dominio dell’alta pressione, durante le ore pomeridiane potranno svilupparsi temporali lungo i confini alpini. In alcune zone i fenomeni potrebbero risultare localmente intensi. Qualche rovescio isolato sarà possibile anche sui rilievi della Calabria e della Sicilia, senza però determinare un cambiamento significativo delle temperature.
Secondo Lorenzo Tedici, meteorologo di iLMeteo.it, l’ondata di calore continuerà a interessare l’Italia per altri dieci giorni, pur lasciando spazio a temporali nelle regioni settentrionali. L’enorme quantità di calore accumulata nell’atmosfera rappresenta infatti una riserva di energia pronta a liberarsi attraverso fenomeni improvvisi e potenzialmente violenti.
Già dalla serata sono previsti possibili temporali intensi in direzione delle pianure del Triveneto. La pausa dal caldo sarà comunque breve e localizzata. Per assistere a un cambiamento più significativo anche nelle regioni meridionali bisognerà attendere oltre la metà del mese, quando l’aria più fresca potrebbe riuscire a spazzare via la quarta lunga ondata di calore di un’estate che ha già fatto registrare diversi record.
Aumentano gli accessi ai pronto soccorso
È ancora presto per stabilire il bilancio complessivo dell’ondata di calore sulla salute pubblica. I primi segnali, tuttavia, mostrano una situazione da non sottovalutare. Secondo i medici dell’emergenza e urgenza, gli accessi ai pronto soccorso sono aumentati di circa il 15 per cento.
Alla fine di giugno, i dati ufficiali avevano inoltre rilevato un eccesso medio di mortalità del 3 per cento tra le persone con più di 65 anni. A pesare è soprattutto la combinazione tra temperature elevate e forte umidità, che ostacola la capacità dell’organismo di disperdere il calore. In numerose località italiane le temperature stanno superando i 40 gradi, aumentando il rischio di disidratazione, malori e colpi di calore.
Incendi attivi in diverse regioni italiane
Il caldo e la siccità stanno contribuendo anche alla diffusione degli incendi. Negli ultimi giorni sono stati tredici i roghi spenti in Abruzzo. Le fiamme stanno interessando anche il monte Moregallo, nel Lecchese, mentre un vasto incendio sta distruggendo aree boschive nel territorio comunale di Castell’Azzara, in provincia di Grosseto.
Altri incendi sono stati segnalati a Montefalcone, nel Sannio. Nel Lametino proseguono invece, dalla giornata di ieri, le operazioni di spegnimento nel Comune di Gizzeria. Le alte temperature, la vegetazione secca e la scarsità di precipitazioni rendono particolarmente difficili gli interventi delle squadre impegnate sul territorio.
Agricoltura in crisi e produzione di miele in caduta
L’ondata di calore sta provocando pesanti conseguenze anche nel settore ortofrutticolo. Confagricoltura denuncia una situazione di crisi e chiede interventi emergenziali per sostenere le produzioni colpite dalla siccità e dalle violente grandinate registrate nelle settimane precedenti.
Particolarmente grave la situazione in Sardegna, dove la raccolta del miele ha subito riduzioni fino al 70 per cento. Le punte di temperatura vicine ai 48 gradi avrebbero causato la morte o la dispersione di centinaia di milioni di api, con conseguenze rilevanti per l’apicoltura e per l’intero equilibrio degli ecosistemi agricoli.
Vittime del caldo anche in Asia
L’emergenza non riguarda soltanto l’Italia. In Corea del Sud almeno 21 persone sono morte a causa delle temperature estreme. Una situazione drammatica è stata segnalata anche nello zoo di Tama, nella periferia di Tokyo. Dopo la morte di tre leonesse, altri tre leoni si trovano in condizioni critiche, mostrando come il caldo eccezionale rappresenti un pericolo anche per gli animali.
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Parodontite, ecco cos’è la nanoterapia al DNA
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Ricerca innovazioneUna nanoterapia capace di combattere contemporaneamente i batteri, ridurre l’infiammazione e favorire la rigenerazione dell’osso potrebbe aprire una nuova strada nel trattamento della parodontite. La piattaforma è stata sviluppata da un gruppo di scienziati della Sichuan University, in Cina, e descritta sull’International Journal of Oral Science.
La parodontite è una malattia infiammatoria cronica che colpisce le gengive e le strutture che sostengono i denti. Ha origine dall’accumulo di placca batterica, soprattutto nelle aree situate sotto il margine gengivale. Se non viene controllata, l’infezione può alimentare una risposta immunitaria persistente, danneggiando progressivamente il legamento parodontale e l’osso alveolare nel quale sono ancorate le radici dei denti.
Le terapie disponibili, come la pulizia profonda delle superfici radicolari e l’impiego selettivo di farmaci antimicrobici, possono ridurre la quantità di batteri. Non sempre, però, riescono ad agire nello stesso momento sull’infezione, sull’infiammazione e sulla ricostruzione dei tessuti già compromessi.
Curcumina e defensina in un solo veicolo
L’obiettivo dei ricercatori era realizzare una nanopiattaforma multifunzionale in grado di trasportare direttamente nei tessuti parodontali due sostanze terapeutiche: la curcumina e la defensina.
La curcumina è un composto naturale noto per le sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Il suo possibile impiego terapeutico è tuttavia limitato dalla scarsa solubilità, dalla ridotta stabilità e dalla difficoltà di raggiungere concentrazioni efficaci nei tessuti. La defensina è invece un peptide antimicrobico naturalmente coinvolto nei meccanismi di difesa dell’organismo.
Per riunire i due agenti, gli scienziati hanno utilizzato acidi nucleici strutturati in una forma tetraedrica tridimensionale. Questa impalcatura di DNA, indicata con la sigla tFNA, funziona come un minuscolo veicolo: la curcumina viene inserita nella struttura, mentre la defensina viene ancorata alla sua superficie.
Il nanocomplesso ottenuto, denominato Cur-de-tFNA, protegge i composti dalla degradazione, ne migliora la stabilità e ne facilita l’ingresso nelle cellule. In questo modo, le due sostanze possono lavorare insieme e raggiungere più efficacemente l’area interessata dalla malattia.
I test sulle cellule e sui batteri
La piattaforma è stata inizialmente studiata su cellule staminali del legamento parodontale umano, fondamentali per il mantenimento e la rigenerazione dei tessuti che sostengono i denti. I ricercatori hanno analizzato la capacità del nanocomplesso di ridurre lo stress ossidativo e i segnali molecolari responsabili dell’infiammazione.
L’attività antibatterica è stata valutata contro alcuni dei principali microrganismi associati alla parodontite. I risultati hanno mostrato un’azione significativa sui batteri patogeni, accompagnata da una riduzione della risposta infiammatoria.
Il trattamento ha inoltre favorito la produzione di proteine legate all’osteogenesi, cioè al processo attraverso il quale si forma nuovo tessuto osseo. La piattaforma è risultata quindi in grado di intervenire su tre fronti differenti: controllo dell’infezione, regolazione dell’infiammazione e sostegno alla rigenerazione.
Meno perdita ossea nei modelli animali
La nanoterapia è stata successivamente sperimentata in ratti con parodontite. Attraverso tecniche di imaging, analisi istologiche ed esami molecolari, gli studiosi hanno osservato una riduzione della perdita di osso alveolare e del danno infiammatorio.
Il trattamento ha diminuito anche l’attività degli osteoclasti, le cellule responsabili del riassorbimento del tessuto osseo. Parallelamente, è aumentata la deposizione di collagene ed è stata rilevata una maggiore formazione di nuovo osso.
Nei diversi esperimenti, la combinazione di curcumina e defensina trasportata dalla struttura di DNA ha ottenuto risultati migliori rispetto all’impiego separato dei singoli componenti. Il vantaggio sembra dipendere proprio dal design integrato della piattaforma, che permette alle diverse funzioni terapeutiche di agire in maniera coordinata.
Un risultato promettente, ancora preclinico
Un ulteriore punto di forza è rappresentato dalla biocompatibilità. La struttura è composta da acidi nucleici naturali ed è biodegradabile: una volta svolta la propria funzione, può essere scomposta nei suoi elementi di base. Nei test condotti, il sistema ha mostrato un profilo di sicurezza favorevole.
I risultati restano comunque preclinici. Prima di poter parlare di un trattamento disponibile per i pazienti saranno necessari ulteriori studi sulla durata dell’effetto, sulle modalità di somministrazione e sul comportamento della piattaforma nell’organismo umano. Serviranno inoltre sperimentazioni cliniche controllate per verificarne sicurezza ed efficacia.
La ricerca offre tuttavia una prova di principio importante: una singola nanopiattaforma potrebbe affrontare contemporaneamente le principali componenti della parodontite, andando oltre il solo controllo dei batteri e sostenendo anche la protezione e la ricostruzione dei tessuti che mantengono stabili i denti.
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Trapianto di cornea ad altissimo rischio salva la vista a un ragazzo di 20 anni
Adolescenti, NotiziePerdere la vista oppure affrontare un intervento chirurgico con un rischio anestesiologico estremamente elevato. È stata questa la difficile scelta davanti alla quale si sono trovati un ragazzo di 20 anni, la sua famiglia e i medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Il giovane è affetto da acidemia propionica, una rara malattia metabolica, e da una grave cardiomiopatia dilatativa. Negli anni scorsi era stato inoltre sottoposto a un trapianto di fegato. Un quadro clinico particolarmente complesso, che rendeva molto pericoloso il ricorso all’anestesia generale.
Nonostante i rischi, rinunciare all’operazione avrebbe significato quasi certamente perdere l’occhio. Lo scorso 13 luglio, nella sede di Palidoro, un’équipe multidisciplinare dell’ospedale romano ha quindi eseguito con successo un trapianto di cornea, al termine di una lunga e accurata preparazione.
Un’ulcera perforata minacciava l’occhio
L’intervento si è reso necessario per trattare un’ulcera perforata della cornea. Senza una procedura tempestiva, la lesione avrebbe provocato la perdita irreversibile dell’occhio e avrebbe esposto il paziente anche al pericolo di una grave infezione diffusa.
Rinviare ulteriormente il trapianto avrebbe inoltre potuto rendere necessario un intervento in emergenza. Una prospettiva particolarmente critica per una persona con una funzione cardiaca così compromessa, poiché avrebbe lasciato ai medici molto meno tempo per preparare il paziente e adattare il protocollo anestesiologico.
Per rendere possibile l’operazione è stata costituita una task force composta da anestesisti, oculisti, cardiologi, cardiochirurghi, epatologi ed esperti di malattie metaboliche. I professionisti appartenenti a sei diverse specialità hanno definito un percorso personalizzato, pianificando ogni fase della gestione clinica e chirurgica.
Diciotto ore di preparazione
Il lavoro decisivo è cominciato molto prima dell’ingresso in sala operatoria. Per circa 18 ore gli specialisti hanno valutato ogni dettaglio e predisposto le misure necessarie per affrontare una situazione clinica eccezionalmente complessa.
La principale difficoltà consisteva nel conciliare due esigenze apparentemente opposte. Nei pazienti con acidemia propionica, infatti, il digiuno preoperatorio può provocare un grave scompenso metabolico. Allo stesso tempo, la cardiomiopatia dilatativa rende particolarmente rischiosa l’anestesia generale, perché i farmaci utilizzati possono causare un abbassamento della pressione arteriosa difficilmente tollerabile da un cuore già molto debole.
Il protocollo anestesiologico è stato quindi modificato. I tempi di digiuno sono stati ridotti al minimo ed è stata somministrata una terapia metabolica sostitutiva, concordata con gli specialisti che seguono il giovane per la sua patologia.
Parallelamente, i medici hanno predisposto un monitoraggio cardiologico continuo. Prima e durante l’intervento, il paziente è stato sottoposto a una valutazione emodinamica e a ripetuti controlli ecocardiografici. In questo modo è stato possibile verificare costantemente la capacità del cuore di sostenere la procedura e modificare tempestivamente la strategia anestesiologica.
Un protocollo costruito sul paziente
«In un paziente con acidemia propionica, grave cardiomiopatia e una storia di trapianto di fegato, ogni dettaglio della gestione anestesiologica deve essere pianificato con estrema precisione», spiega la dottoressa Daniela Perrotta, responsabile di Rianimazione e Comparto operatorio della sede di Palidoro, che ha coordinato il percorso multidisciplinare.
La sicurezza dell’intervento, sottolinea la specialista, è cominciata dalla sera precedente. Il paziente è stato preparato insieme ai medici delle Malattie metaboliche, dell’Epatologia e della Cardiologia, modificando il protocollo abituale per ridurre il digiuno e prevedendo tutti gli scenari possibili.
È stata coinvolta anche la terapia intensiva cardiochirurgica, pronta a fornire un supporto immediato qualora si fosse verificata una complicazione. Proprio questa pianificazione ha permesso di affrontare una procedura ad altissimo rischio senza conseguenze negative.
Il trapianto che ha salvato l’occhio
Il trapianto di cornea è stato eseguito dal dottor Luca Buzzonetti, responsabile di Oculistica del Bambino Gesù, ed è durato circa un’ora e 45 minuti. In sala operatoria hanno lavorato 14 professionisti, tra medici, infermieri e personale dedicato. I cardiologi esperti nello scompenso cardiaco sono rimasti presenti per tutta la durata dell’operazione.
Anche dal punto di vista chirurgico il caso presentava difficoltà rilevanti. La cornea era perforata e aderiva per un’ampia porzione all’iride. È stato quindi necessario separare delicatamente i tessuti, affrontando un rischio maggiore di emorragia.
A complicare ulteriormente la procedura era presente uno spesso strato di fibrina, una sorta di tessuto opaco prodotto dall’infiammazione. La fibrina ricopriva parzialmente l’iride e occludeva la pupilla. I chirurghi l’hanno rimossa per consentire il recupero della funzione visiva.
Tutte queste manovre hanno inevitabilmente allungato un intervento che, per le condizioni cardiache del paziente, doveva essere mantenuto il più breve possibile.
La rapidità come fattore decisivo
«La rapidità era un elemento decisivo, quindi era necessario contenere al massimo i tempi chirurgici, cosa non semplice in un caso così complesso», afferma il dottor Buzzonetti. L’obiettivo principale era salvare l’occhio, ma anche impedire che la perforazione della cornea determinasse conseguenze ancora più gravi, non limitate all’apparato visivo.
Ogni fase dell’intervento è stata pianificata con anestesisti e cardiologi, contemplando persino la possibilità di dover interrompere improvvisamente la chirurgia in caso di emergenza cardiaca. Secondo Buzzonetti, il risultato è stato possibile non soltanto grazie alla competenza dell’équipe chirurgica, ma anche alla capacità di integrare professionalità differenti e di assumere una decisione condivisa in un contesto di rischio eccezionale.
Il cuore costantemente sotto controllo
La valutazione cardiologica ha accompagnato l’intero percorso, dalla fase di preparazione fino alla conclusione dell’intervento. Il monitoraggio ha consentito di verificare in ogni momento che il cuore fosse in grado di tollerare la procedura e di predisporre un intervento immediato in caso di instabilità emodinamica.
«L’anestesia generale rappresentava una controindicazione importante in un paziente con una cardiomiopatia dilatativa così severa», spiega la dottoressa Rachele Adorisio, responsabile di Scompenso, Trapianto e Assistenza meccanica cardiocircolatoria del Bambino Gesù.
Per questo motivo è stata costruita una valutazione cardiologica completamente personalizzata, combinando il monitoraggio invasivo con l’ecocardiografia durante tutta la procedura. L’obiettivo era evitare qualsiasi compromissione della funzione cardiaca che potesse rendere necessaria l’interruzione del trapianto.
Il ritorno a casa dopo l’intervento
Il trapianto si è concluso con successo. Il giovane ha tollerato l’anestesia generale senza complicazioni e si è risvegliato direttamente in sala operatoria. Successivamente ha trascorso una sola notte in terapia intensiva, esclusivamente a scopo precauzionale. Il decorso postoperatorio è poi proseguito regolarmente nel reparto di Malattie metaboliche.
Il ragazzo è stato infine dimesso dall’ospedale e le sue condizioni di salute sono buone. Un risultato raggiunto grazie alla preparazione durata molte ore, al monitoraggio continuo e alla collaborazione tra sei diverse specialità, che ha permesso di salvare l’occhio senza compromettere un equilibrio cardiaco e metabolico estremamente fragile.
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Il grande caldo aumenta il rischio di una sincope
Grande caldo, aumenta il rischio di perdita di coscienza
Anziani, NewsIl grande caldo è tornato ad assediare le città, mettendo a dura prova soprattutto le persone anziane, i pazienti fragili e chi trascorre molte ore in luoghi affollati o poco ventilati. Le temperature elevate possono favorire cali di pressione, disidratazione e malori improvvisi. Non tutti gli episodi, però, hanno la stessa origine e lo stesso livello di gravità.
A spiegare come riconoscere una sincope cardiaca e distinguerla da manifestazioni meno preoccupanti associate alle ondate di calore è il cardiologo Davide D’Andrea, dirigente medico dell’Unità operativa complessa di Cardiologia con UTIC dell’ospedale Cardarelli, diretta da Ciro Mauro.
Lo specialista interviene in una nuova video-pillola di “Estate in salute”, la rubrica social del Cardarelli dedicata alla prevenzione, al benessere e ai comportamenti utili per affrontare in sicurezza i mesi più caldi.
Che cosa accade durante una sincope
“La sincope è una perdita di coscienza improvvisa e transitoria”, spiega D’Andrea. Il fenomeno si verifica quando, per un breve periodo, diminuisce l’afflusso di sangue al cervello. La persona perde conoscenza e il tono muscolare, ma nella maggior parte dei casi il recupero è spontaneo e completo.
Durante l’estate questi episodi possono diventare più frequenti. Il caldo intenso provoca infatti vasodilatazione, cioè un ampliamento dei vasi sanguigni che può determinare una riduzione della pressione arteriosa. A questo effetto si aggiunge la sudorazione eccessiva, attraverso la quale l’organismo perde acqua e sali minerali.
Quando la sudorazione si accompagna a un’idratazione non adeguata, alla permanenza prolungata in piedi oppure alla frequentazione di ambienti affollati e molto caldi, il rischio di un malore aumenta. In queste circostanze può verificarsi una sincope vaso-vagale, generalmente considerata la forma più benigna.
La forma vaso-vagale legata al caldo
La sincope vaso-vagale è dovuta a un’eccessiva risposta del sistema nervoso autonomo. Si produce una marcata vasodilatazione, talvolta associata a un rallentamento del battito cardiaco, con conseguente abbassamento della pressione e temporanea riduzione del sangue diretto al cervello.
Spesso l’episodio è preceduto da segnali riconoscibili. Possono comparire nausea, sensazione di calore, sudorazione, capogiri, disturbi della vista, debolezza, vomito o palpitazioni. La sincope può manifestarsi in un luogo affollato, dopo essere rimasti a lungo in piedi, durante una giornata particolarmente calda o in risposta a uno stimolo doloroso.
La presenza di questi sintomi premonitori e di un fattore scatenante ben individuabile può orientare verso un’origine vaso-vagale. Ciò non significa, tuttavia, che una perdita di coscienza debba essere sottovalutata, soprattutto quando si verifica per la prima volta o interessa una persona con patologie già note.
Quando la causa può essere cardiaca
Più preoccupante è la sincope cardiaca. Anche in questo caso si verifica una perdita di coscienza dovuta alla riduzione dell’afflusso di sangue al cervello, ma il meccanismo non dipende dalla stimolazione del sistema nervoso autonomo.
Alla base può esserci un problema del cuore, come un’aritmia grave, un infarto miocardico acuto oppure una stenosi della valvola aortica. Si tratta quindi di una forma che richiede una particolare attenzione cardiologica e un rapido approfondimento diagnostico.
Tra i segnali d’allarme rientrano la comparsa improvvisa della sincope, l’assenza di sintomi premonitori, il dolore al petto e la percezione di un battito irregolare. Un altro elemento particolarmente importante è il contesto nel quale avviene l’episodio.
“Questo tipo di sincope può verificarsi anche a riposo o durante uno sforzo”, sottolinea D’Andrea. Una perdita di coscienza avvenuta nel corso di un’attività fisica deve quindi spingere la persona a recarsi in ospedale, perché potrebbe essere collegata a una patologia cardiaca.
Il percorso multidisciplinare del Cardarelli
Al Cardarelli è attivo un percorso dedicato ai pazienti che hanno avuto una sincope. La valutazione coinvolge congiuntamente il medico urgentista del Pronto soccorso, il cardiologo e, quando necessario, il neurologo.
L’obiettivo è ricostruire con precisione le circostanze dell’episodio, distinguere le forme vaso-vagali da quelle cardiache ed escludere altre possibili cause della perdita di coscienza.
Durante le ondate di calore resta fondamentale mantenere una corretta idratazione, evitare la permanenza prolungata in ambienti molto caldi e riconoscere tempestivamente i sintomi. In presenza di dolore toracico, aritmie, perdita di coscienza improvvisa, malore durante uno sforzo o recupero non completo è necessario richiedere rapidamente assistenza sanitaria.
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Sclerosi multipla: i sintomi peggiorano con il caldo
PrevenzioneL’arrivo delle temperature elevate può rendere più complicata la vita quotidiana delle persone con sclerosi multipla. Durante le giornate particolarmente calde o umide, alcuni disturbi già presenti possono infatti diventare più intensi: aumentano la stanchezza, la debolezza muscolare, le difficoltà nel camminare o nel mantenere l’equilibrio. Possono comparire anche disturbi visivi, formicolii, tremori e problemi di concentrazione.
Nella maggior parte dei casi, tuttavia, questa accentuazione non indica una progressione della malattia né la comparsa di nuove lesioni. Si tratta generalmente di un fenomeno temporaneo, destinato a ridursi quando la temperatura corporea torna ai livelli abituali.
Il fenomeno di Uhthoff
Il peggioramento dei sintomi provocato dall’aumento della temperatura corporea è conosciuto come fenomeno di Uhthoff. Prende il nome dall’oculista tedesco Wilhelm Uhthoff, che alla fine dell’Ottocento osservò un deterioramento temporaneo della vista in alcuni pazienti dopo l’attività fisica.
Oggi è noto che questo fenomeno non riguarda soltanto la visione. Il calore può accentuare numerose manifestazioni neurologiche della sclerosi multipla, con effetti differenti da persona a persona. Secondo le stime disponibili, la sensibilità alle temperature elevate interessa una parte consistente dei pazienti.
Anche un aumento contenuto della temperatura corporea può rendere meno efficiente la trasmissione degli impulsi nervosi lungo le fibre danneggiate dalla demielinizzazione. Il segnale elettrico incontra quindi maggiori difficoltà nel raggiungere correttamente la propria destinazione, facendo riemergere o intensificando disturbi già sperimentati.
Non si tratta necessariamente di una ricaduta
Uno degli aspetti più importanti è distinguere il fenomeno di Uhthoff da una vera ricaduta della sclerosi multipla. Nel primo caso, i sintomi sono collegati al surriscaldamento e tendono a migliorare con il riposo e il raffreddamento del corpo, generalmente nell’arco di poche ore.
Una ricaduta, invece, comporta la comparsa di sintomi nuovi o un peggioramento significativo e persistente di quelli già presenti. I disturbi durano normalmente almeno 24 ore e non sono spiegati da febbre, infezioni o aumento della temperatura ambientale.
La distinzione non deve comunque essere affidata esclusivamente all’autovalutazione. Quando i sintomi non diminuiscono dopo essersi rinfrescati, persistono a lungo oppure appaiono diversi dal solito, è opportuno contattare il neurologo o il centro di riferimento.
I disturbi più frequenti nelle giornate calde
Tra i sintomi più spesso accentuati dal caldo figurano la fatica, la debolezza muscolare e le difficoltà nella deambulazione. Alcune persone riferiscono una visione meno nitida, una maggiore rigidità muscolare, una riduzione della sensibilità agli arti o un rallentamento dei tempi di reazione.
Anche le funzioni cognitive possono risentirne. Concentrarsi, trovare rapidamente le parole o svolgere attività complesse può richiedere più energia. Queste difficoltà possono essere particolarmente evidenti negli ambienti poco ventilati, durante gli spostamenti nelle ore centrali della giornata o dopo uno sforzo fisico.
Il surriscaldamento non dipende soltanto dal clima. Può essere favorito dalla febbre, da docce molto calde, saune, bagni bollenti, attività fisica intensa e permanenza prolungata al sole.
Come affrontare il caldo senza rinunciare alle attività
La prima strategia consiste nell’imparare a riconoscere i propri fattori scatenanti. Programmare gli impegni nelle ore più fresche, frequentare ambienti climatizzati e indossare abiti leggeri e traspiranti può ridurre il rischio di surriscaldamento.
È importante bere regolarmente, senza aspettare di avvertire sete, e limitare l’esposizione diretta al sole. Docce fresche, ventilatori, panni umidi, impacchi refrigeranti e specifici indumenti rinfrescanti possono offrire sollievo. Un recente studio condotto su persone con sclerosi multipla ha rilevato che docce fredde, ventilatori e tessuti rinfrescanti sono tra i metodi più utilizzati per controllare i disturbi legati alla temperatura.
L’attività fisica non deve essere automaticamente sospesa. Può essere adattata scegliendo esercizi meno intensi, pause frequenti, luoghi freschi o attività in acqua a temperatura controllata. Anche il raffreddamento prima dell’esercizio può aiutare alcune persone, mentre l’efficacia degli indumenti refrigeranti può variare in base alle caratteristiche individuali.
La risposta al caldo resta molto personale. Per questo motivo, le strategie più efficaci dovrebbero essere concordate con il neurologo e con gli altri professionisti sanitari coinvolti nel percorso di cura.
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Una malattia ultrarara chepuò trasformare il digiuno in emergenza
Prevenzione, PediatriaUn’infezione virale apparentemente comune, accompagnata da vomito e perdita dell’appetito, può diventare estremamente pericolosa per un bambino affetto da un difetto congenito del metabolismo. È quanto accaduto a un piccolo di quasi un anno, proveniente dalla provincia di Salerno, arrivato in stato di incoscienza all’Ospedale Pediatrico AORN Santobono Pausilipon IRCCS di Napoli.
Gli accertamenti hanno permesso di individuare un deficit della chetogenesi, una malattia genetica ultrarara della quale sono stati descritti pochissimi casi nel mondo. Il bambino è stato stabilizzato dopo 42 ore di dialisi continua e, al momento delle dimissioni, non presentava conseguenze neurologiche riconducibili alla grave crisi metabolica.
Che cos’è il deficit della chetogenesi
La chetogenesi è il processo attraverso il quale il fegato produce i corpi chetonici, sostanze utilizzate come fonte alternativa di energia quando il glucosio disponibile diminuisce. Questo meccanismo diventa particolarmente importante durante il digiuno, nelle ore notturne, durante una malattia o quando, a causa del vomito, non è possibile alimentarsi regolarmente.
Nel deficit della chetogenesi uno degli enzimi coinvolti nel processo non funziona correttamente. Nel caso della carenza di HMG-CoA sintasi mitocondriale, conosciuta anche come deficit di HMGCS2, l’organismo non riesce a produrre una quantità adeguata di corpi chetonici proprio quando ne avrebbe maggiore necessità.
La patologia ha una trasmissione autosomica recessiva: il bambino sviluppa la malattia quando eredita una variante genetica responsabile da entrambi i genitori, generalmente portatori sani.
Perché un’infezione può provocare una crisi
Durante una comune infezione, l’organismo consuma più energia. Se il bambino mangia poco o vomita, le riserve di glucosio si riducono rapidamente. In condizioni normali il fegato reagisce producendo corpi chetonici, che possono essere utilizzati soprattutto dal cervello, dai muscoli e da altri tessuti.
Nei bambini con deficit della chetogenesi questa risposta di emergenza è insufficiente o assente. Possono quindi comparire ipoglicemia con scarsa produzione di chetoni, acidosi metabolica, debolezza, sonnolenza, irritabilità, difficoltà respiratoria, convulsioni e perdita di coscienza. Nei casi più gravi si sviluppa un’encefalopatia metabolica, con il rischio di danni neurologici permanenti o di morte.
Gli episodi si manifestano spesso nei primi anni di vita, quando le riserve energetiche sono più limitate e il cervello ha un elevato bisogno di glucosio.
Una diagnosi complessa e altamente specialistica
I sintomi iniziali possono essere confusi con quelli di una gastroenterite o di un’altra infezione dell’infanzia. Un elemento importante è l’associazione tra ipoglicemia e livelli di corpi chetonici inadeguatamente bassi rispetto alla durata del digiuno.
La diagnosi richiede esami metabolici sul sangue e sulle urine, insieme all’analisi genetica. Durante una crisi possono essere osservati acidosi, alterazioni della funzionalità epatica e specifici profili degli acidi organici e delle acilcarnitine. La conferma molecolare permette di riconoscere la variante genetica e di programmare il controllo degli altri familiari.
Nel caso trattato al Santobono sono intervenute diverse équipe specialistiche, dalla Terapia intensiva pediatrica alla Nefrologia, dalla Nutrizione alle Malattie metaboliche. Le indagini sono state condotte con il Ceinge e con il Centro di riferimento per i difetti congeniti del metabolismo dell’Università Federico II.
Il trattamento e la prevenzione delle nuove crisi
Durante lo scompenso è essenziale somministrare rapidamente glucosio, correggere la disidratazione e controllare gli squilibri metabolici. Nel bambino ricoverato a Napoli la grave acidosi non rispondeva alle terapie farmacologiche convenzionali. È stato quindi necessario ricorrere alla dialisi continua per eliminare le sostanze accumulate e ristabilire progressivamente l’equilibrio dell’organismo.
Dopo la fase acuta, la prevenzione si basa soprattutto sull’evitare il digiuno prolungato. Il programma alimentare deve essere personalizzato in base all’età, al peso e alle caratteristiche della malattia. Durante febbre, vomito o inappetenza occorre applicare tempestivamente un protocollo di emergenza, concordato con il centro metabolico.
Il bambino è stato dimesso con un sistema di monitoraggio continuo del glucosio e sarà seguito attraverso controlli specialistici. La sua ripresa senza esiti neurologici conferma quanto la diagnosi rapida, la disponibilità di tecnologie avanzate e la collaborazione tra più discipline possano fare la differenza nelle malattie metaboliche ultrarare.
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Medici di famiglia, torna l’interesse dei giovani
News, Economia sanitaria, PrevenzioneLa professione del medico di famiglia torna ad affascinare le nuove generazioni di medici. A dimostrarlo sono i numeri del bando per l’accesso al Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale, chiuso il 27 luglio, che registra 5.965 domande a fronte di 2.651 posti disponibili su tutto il territorio nazionale. Un dato che segna un’inversione di tendenza significativa rispetto agli anni in cui la medicina generale sembrava aver perso attrattività, schiacciata dal peso della burocrazia, dalle difficoltà organizzative e da un progressivo calo di appeal tra i neolaureati.
La partecipazione è stata elevata in tutte le Regioni e Province autonome. Si passa dalle 1.080 domande presentate in Campania per 240 posti disponibili fino alle 10 domande della Valle d’Aosta per altrettanti posti, con incrementi rilevanti registrati in tutto il Paese.
Un segnale positivo che impone responsabilità
Per la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), questi numeri rappresentano certamente un segnale incoraggiante, ma non possono essere letti come un punto di arrivo.
Il segretario nazionale Silvestro Scotti sottolinea infatti come la straordinaria partecipazione al concorso dimostri che la medicina generale sia tornata a essere una scelta professionale consapevole. Una fiducia che, secondo la Federazione, non può essere delusa.
Per FIMMG non è il momento di celebrare un successo, ma di assumersi una responsabilità condivisa con Governo e Regioni. I giovani medici stanno investendo il proprio futuro nella medicina di famiglia e si aspettano di trovare una professione moderna, valorizzata e capace di offrire prospettive concrete.
Le riforme che la medicina generale attende da anni
Secondo la Federazione, il crescente interesse dei giovani deve tradursi rapidamente in interventi legislativi e contrattuali non più rinviabili.
Tra le priorità indicate figura innanzitutto il rafforzamento della diagnostica di primo livello negli studi medici, con strumenti più avanzati e la possibilità di effettuare direttamente la refertazione, rendendo più rapido il percorso assistenziale dei pazienti.
Un altro tema centrale è la drastica riduzione della burocrazia. La richiesta riguarda la semplificazione delle prescrizioni, la riduzione degli adempimenti amministrativi e una completa digitalizzazione dei processi, favorendo l’integrazione tra i sistemi informatici delle aziende sanitarie e i software utilizzati quotidianamente dai medici di famiglia.
FIMMG propone inoltre un corso di formazione sempre più professionalizzante, con un coinvolgimento diretto dei medici in formazione nelle attività assistenziali già durante il percorso formativo, prendendo come riferimento esperienze considerate virtuose come quella della Valle d’Aosta.
Tra le richieste compare anche la trasformazione del corso in una specializzazione universitaria specifica, mantenendo però l’identità territoriale della medicina generale attraverso una stretta collaborazione tra Università, Aziende sanitarie e medici di famiglia, seguendo modelli già sperimentati in Liguria.
Università, ricerca e Case della Comunità
La Federazione punta anche a un maggiore riconoscimento accademico della medicina generale, chiedendo che diventi disciplina universitaria a tutti gli effetti, con attività di ricerca e insegnamento dedicate.
Parallelamente, le Case della Comunità vengono indicate come il luogo ideale per sviluppare una reale integrazione tra professionisti sanitari, nella quale il medico di medicina generale continui a rappresentare il punto di riferimento clinico per il cittadino, contribuendo anche alla formazione e alla ricerca.
Tra le altre proposte figurano agevolazioni fiscali sugli investimenti professionali, il potenziamento del teleconsulto specialistico per accelerare diagnosi e percorsi terapeutici e un maggiore confronto con i modelli organizzativi europei più avanzati.
L’appello alle istituzioni
FIMMG ricorda di aver già assunto impegni concreti per il raggiungimento degli obiettivi del PNRR attraverso la firma dell’Accordo Collettivo Nazionale che ha consentito l’avvio delle Case della Comunità. Ora, sostiene la Federazione, spetta alle istituzioni completare il percorso.
Le richieste riguardano l’apertura immediata del confronto sul nuovo ACN 2025-2027, l’adozione dei necessari decreti ministeriali e l’inserimento delle misure economiche nella prossima Legge di Bilancio.
Il messaggio conclusivo rivolto da Silvestro Scotti è chiaro: i quasi seimila giovani che hanno scelto la medicina generale rappresentano una risorsa strategica per il futuro del Servizio sanitario nazionale. La loro fiducia deve essere ricambiata con riforme capaci di garantire prospettive professionali, riconoscimento del ruolo del medico di famiglia e condizioni di lavoro adeguate alle nuove sfide della sanità territoriale. Per la Federazione non bastano più dichiarazioni d’intenti: servono decisioni concrete affinché questa nuova generazione possa contribuire al rilancio della medicina di prossimità e dell’intero sistema sanitario italiano.
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Terremoto ai Campi Flegrei, le scosse invisibili
Notizie, PsicologiaLa forte scossa di magnitudo 4.7 registrata la sera del 31 luglio nell’area dei Campi Flegrei ha riportato migliaia di persone dentro una condizione ormai dolorosamente conosciuta: l’attesa, la paura e l’incertezza provocate dal ripetersi degli eventi sismici. Il terremoto causa conseguenze visibili sugli edifici e sul territorio, ma può lasciare anche ferite meno evidenti, capaci di accompagnare la popolazione per settimane o mesi.
«La forte scossa di terremoto che ha colpito l’area dei Campi Flegrei ci riporta ancora una volta a confrontarci con la paura e l’incertezza. Sentirsi al sicuro è uno dei bisogni più profondi dell’essere umano. Quando la terra trema, a vacillare non sono soltanto le nostre case. Vacilla quella sensazione profonda di avere un luogo sicuro nel quale poter tornare, sentirsi protetti, ritrovare stabilità».
A dirlo è il presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania, Armando Cozzuto, che esprime «la più sincera vicinanza alle cittadine e ai cittadini dei Campi Flegrei, alle famiglie che stanno vivendo ancora una volta ore di paura e preoccupazione e a tutte le istituzioni e agli operatori impegnati in queste ore sul territorio».
Le reazioni dopo una scossa
Nelle ore successive a un terremoto è normale avvertire agitazione, paura, disorientamento e difficoltà a dormire. Alcune persone possono sobbalzare al minimo rumore, controllare continuamente lampadari e pareti oppure temere di rientrare nella propria abitazione. Nei bambini il disagio può manifestarsi attraverso pianto, irritabilità, bisogno di vicinanza, disturbi del sonno o rappresentazioni ripetute del terremoto nei giochi e nei disegni.
Queste reazioni non indicano necessariamente la presenza di una patologia. Nella maggior parte dei casi tendono ad attenuarsi con il passare del tempo, soprattutto quando sono disponibili informazioni chiare, assistenza concreta e una solida rete familiare e sociale.
«Un terremoto non finisce quando termina l’evento sismico. L’imprevedibilità dell’evento, il ripetersi delle scosse e la sensazione che anche la propria casa possa improvvisamente non essere più un luogo sicuro – aggiunge Cozzuto – possono avere un impatto psicologico profondo. Paura, disorientamento, stato di allerta e difficoltà a recuperare un senso di sicurezza sono reazioni che possono accompagnare le persone anche nel medio e nel lungo termine».
Quando il trauma diventa stress post-traumatico
Il disturbo da stress post-traumatico può svilupparsi dopo l’esposizione a un evento percepito come gravemente minaccioso. Non riguarda tutte le persone coinvolte in una calamità e non deve essere confuso con la comprensibile paura sperimentata nei primi giorni.
Tra i segnali più caratteristici vi sono ricordi intrusivi, incubi, sensazione di rivivere l’accaduto, evitamento dei luoghi associati al terremoto e persistente stato di allerta. Possono comparire anche irritabilità, difficoltà di concentrazione, isolamento e reazioni molto intense davanti a rumori, vibrazioni o nuove scosse.
Il problema richiede particolare attenzione quando i sintomi persistono, causano una sofferenza rilevante o compromettono la vita familiare, lavorativa e sociale. In questi casi è importante rivolgersi a professionisti qualificati, evitando diagnosi autonome.
«Per questo, accanto alla sicurezza fisica e all’assistenza materiale, è fondamentale prestare attenzione anche alle conseguenze psicologiche e alla possibile dimensione traumatica di quanto vissuto», osserva Cozzuto.
Una rete presente sul territorio
«Come Ordine – sottolinea Cozzuto – stiamo seguendo con grande attenzione l’evolversi della situazione attraverso il nostro Gruppo di lavoro sulla Psicologia dell’emergenza, del quale fanno parte i referenti delle principali associazioni di volontariato di Psicologia dell’emergenza iscritte nei registri di Protezione civile, i rappresentanti delle Aziende sanitarie e delle istituzioni competenti e l’associazione Emdr Italia».
Alcune realtà della rete sono state attivate attraverso il Centro operativo comunale e risultano presenti sul territorio, accanto alla popolazione e in raccordo con il sistema di Protezione civile.
«Abbiamo già avuto interlocuzioni con le istituzioni regionali, manifestando la piena disponibilità dell’Ordine e della nostra comunità professionale a offrire il proprio supporto. Una disponibilità che non riguarda soltanto la gestione dell’immediato, ma anche il medio e lungo termine, perché sappiamo che le conseguenze psicologiche di un’esperienza potenzialmente traumatica possono emergere e persistere anche quando l’emergenza sembra essere terminata».
Riconoscere la paura, parlarne senza alimentare allarmismi e chiedere aiuto quando il disagio diventa difficile da gestire rappresentano parti essenziali della risposta all’emergenza. Ricostruire il senso di sicurezza richiede tempo, ascolto e continuità: la fine delle scosse, infatti, non coincide sempre con la fine del terremoto interiore.
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PreSa Weekly – 31 Luglio 2026
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