Tempo di lettura: 3 minutiIl digiuno intermittente è diventato negli ultimi anni uno degli approcci alimentari più discussi per la gestione del peso e il miglioramento dello stile di vita.
Questo metodo prevede l’alternanza tra periodi di digiuno e finestre temporali in cui consumare i pasti. A differenza delle diete tradizionali, non si concentra necessariamente su quali alimenti eliminare, ma soprattutto su quando mangiare.
Numerosi studi stanno valutando i possibili effetti del digiuno intermittente sul metabolismo, sulla salute cardiovascolare e sui processi di invecchiamento. Tuttavia, è importante ricordare che i risultati possono variare molto da persona a persona e che questa strategia non è adatta a tutti.
Digiuno intermittente e metabolismo: cosa succede all’organismo
Durante il periodo di digiuno, l’organismo modifica il proprio metabolismo e utilizza progressivamente le riserve energetiche disponibili, compresi i grassi accumulati.
Questo adattamento può favorire:
- una migliore regolazione della glicemia;
- un aumento della sensibilità all’insulina;
- una riduzione dell’apporto calorico complessivo, se il digiuno porta a mangiare in modo più equilibrato.
Questi aspetti possono essere particolarmente interessanti con l’avanzare dell’età, quando il metabolismo tende naturalmente a cambiare e aumenta il rischio di condizioni come sovrappeso, insulino-resistenza e diabete di tipo 2.
Tuttavia, il digiuno intermittente non rappresenta una soluzione automatica per perdere peso: i risultati dipendono soprattutto dalla qualità dell’alimentazione e dall’equilibrio tra calorie introdotte e consumate.
Digiuno intermittente e salute cardiovascolare
Alcune ricerche suggeriscono che il digiuno intermittente possa avere effetti positivi su diversi fattori associati alla salute del cuore.
In particolare, in alcune persone può contribuire a:
- migliorare il controllo della pressione arteriosa;
- ridurre alcuni valori di colesterolo;
- diminuire alcuni marcatori legati all’infiammazione;
- favorire il controllo del peso corporeo.
Questi effetti, però, sembrano essere legati soprattutto al miglioramento generale dello stile di vita: una dieta equilibrata, attività fisica regolare e un buon controllo dei principali fattori di rischio cardiovascolare restano gli strumenti fondamentali di prevenzione.
Possibili effetti sul cervello e sulle funzioni cognitive
Uno degli aspetti più studiati del digiuno intermittente riguarda il possibile impatto sulla salute cerebrale.
Alcuni studi preliminari suggeriscono che i periodi di restrizione alimentare possano favorire alcuni meccanismi di adattamento cellulare e stimolare la produzione di molecole coinvolte nella protezione dei neuroni, come il fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF).
Questi processi potrebbero avere un ruolo nel mantenimento delle funzioni cognitive, ma sono necessarie ulteriori ricerche per confermare effetti diretti sulla memoria o sulla prevenzione del declino cognitivo nell’uomo.
Perché dopo i 45 anni serve maggiore attenzione
Con il passare degli anni, uno degli aspetti più importanti da preservare è la massa muscolare. Dopo i 45 anni, infatti, può iniziare un progressivo calo della massa magra, un fenomeno che può accelerare con una dieta troppo restrittiva o con un apporto insufficiente di proteine.
Per questo motivo, chi sceglie il digiuno intermittente dovrebbe prestare particolare attenzione a:
- assumere una quantità adeguata di proteine;
- praticare esercizi di forza per mantenere i muscoli;
- evitare digiuni troppo prolungati senza supervisione;
- garantire un’alimentazione varia e ricca di nutrienti.
L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto perdere peso, ma mantenere energia, forza e autonomia nel tempo.
Chi dovrebbe evitare il digiuno intermittente?
Prima di iniziare un percorso di digiuno intermittente è consigliabile parlarne con un medico o un nutrizionista in presenza di condizioni particolari.
È necessario prestare attenzione soprattutto in caso di:
- diabete trattato con farmaci o insulina;
- disturbi alimentari presenti o passati;
- patologie croniche complesse;
- gravidanza o allattamento;
- condizioni di fragilità o sottopeso.
Anche persone sane possono avere difficoltà ad adattarsi: fame intensa, stanchezza, irritabilità o cali di concentrazione sono segnali che indicano la necessità di modificare l’approccio.
Come iniziare il digiuno intermittente in modo sicuro
Chi desidera sperimentare questo metodo può seguire alcune semplici indicazioni:
1. Procedere gradualmente
Non è necessario iniziare subito con periodi lunghi di digiuno. Un approccio progressivo permette all’organismo di adattarsi meglio.
2. Scegliere un modello sostenibile
Tra i protocolli più diffusi ci sono:
- metodo 16/8, con 16 ore di digiuno e 8 ore dedicate ai pasti;
- metodo 5:2, che prevede cinque giorni di alimentazione normale e due giorni con ridotto apporto calorico.
La scelta deve essere compatibile con il proprio stile di vita.
3. Puntare sulla qualità dei pasti
Durante la finestra alimentare è importante privilegiare:
- verdura e frutta;
- proteine di qualità;
- cereali integrali;
- legumi;
- grassi salutari come olio extravergine d’oliva e frutta secca.
4. Abbinare attività fisica
Il movimento, soprattutto gli esercizi di resistenza e forza, è fondamentale per proteggere la massa muscolare e sostenere il metabolismo.
5. Idratarsi correttamente
Durante il digiuno è importante bere acqua e mantenere una buona idratazione. Sono generalmente consentite anche bevande prive di calorie, come tè o tisane non zuccherate. Il digiuno intermittente può rappresentare, per alcune persone, una strategia utile per migliorare il rapporto con il cibo, favorire il controllo del peso e sostenere alcuni parametri metabolici.
Dopo i 45 anni, però, deve essere affrontato con particolare attenzione, perché il mantenimento della massa muscolare e di un adeguato apporto nutrizionale diventano elementi fondamentali per la salute. Non esiste un unico modello alimentare valido per tutti: la scelta migliore è quella che riesce a integrarsi in uno stile di vita equilibrato, sostenibile e costruito sulle proprie esigenze.
Il vero obiettivo non è solo dimagrire, ma invecchiare mantenendo energia, autonomia e benessere.
Addio a Franco Baresi, simbolo eterno del Milan
NewsLa sua intera carriera da calciatore è stata legata ai colori rossoneri. Con il Milan ha conquistato sei campionati italiani e tre Coppe dei Campioni, diventando uno dei più grandi difensori della storia. Dopo il ritiro, il club ha ritirato la sua maglia numero 6, trasformandola nel simbolo di un legame destinato a durare oltre il campo.
La notizia della morte ha suscitato profonda commozione nel mondo dello sport. Baresi non era ricordato soltanto per le vittorie, ma anche per la capacità di guidare i compagni con l’esempio, spesso senza bisogno di molte parole.
Il nodulo polmonare e la necessaria prudenza
Nel 2025, durante alcuni controlli medici, a Franco Baresi era stata individuata una nodulazione polmonare. L’ex capitano aveva successivamente affrontato un intervento chirurgico e un percorso terapeutico. La causa esatta della morte, tuttavia, non è stata comunicata ufficialmente.
È quindi importante evitare diagnosi a distanza o collegamenti automatici. Un nodulo polmonare è una piccola formazione visibile attraverso esami come la radiografia o la tomografia computerizzata. Può avere natura benigna, per esempio in seguito a una vecchia infezione o a un’infiammazione, oppure richiedere ulteriori accertamenti per escludere una malattia tumorale.
Dimensioni, forma, caratteristiche radiologiche, velocità di crescita, età della persona e abitudine al fumo aiutano gli specialisti a stabilire il percorso più appropriato. In alcuni casi è sufficiente controllare il nodulo nel tempo; in altri possono essere necessari esami più approfonditi, una biopsia o l’asportazione chirurgica.
Il fumo resta il principale fattore di rischio
La vicenda personale di Baresi richiama l’attenzione sulla salute dei polmoni, ma non consente di formulare conclusioni sulle cause della sua malattia. In termini generali, il fumo di tabacco rappresenta il più importante fattore di rischio modificabile per il tumore polmonare.
Non iniziare a fumare è la scelta preventiva più efficace. Per chi fuma, smettere produce benefici a qualsiasi età: il rischio non scompare immediatamente, ma diminuisce progressivamente con il trascorrere degli anni. Anche il fumo passivo deve essere evitato, soprattutto nelle abitazioni, nelle automobili e negli ambienti frequentati dai bambini.
Tra gli altri fattori di rischio figurano il radon presente negli edifici, l’inquinamento atmosferico e l’esposizione professionale ad amianto, silice, gas di scarico diesel e altre sostanze cancerogene. Nei luoghi di lavoro è essenziale utilizzare correttamente i dispositivi di protezione e rispettare i protocolli di sicurezza.
Stili di vita e prevenzione quotidiana
Non esiste uno stile di vita capace di garantire una protezione assoluta. Tuttavia, alcune abitudini contribuiscono alla salute generale e riducono il rischio di numerose malattie croniche e oncologiche.
Un’alimentazione varia, ricca di verdura, frutta, legumi e cereali integrali, aiuta a mantenere un peso adeguato. L’attività fisica regolare sostiene il sistema cardiovascolare e respiratorio, mentre limitare l’alcol e contrastare la sedentarietà completa un approccio responsabile alla prevenzione.
Queste scelte non devono però generare sensi di colpa nelle persone che si ammalano. Anche chi non ha mai fumato può sviluppare un tumore polmonare per ragioni ambientali, genetiche o ancora non completamente conosciute.
Diagnosi precoce, sintomi e controlli mirati
Una tosse persistente, la presenza di sangue nell’espettorato, difficoltà respiratoria, dolore toracico, calo di peso non spiegato o infezioni respiratorie ricorrenti meritano una valutazione medica. Questi sintomi possono dipendere da molte condizioni diverse, ma non devono essere trascurati quando durano nel tempo.
La tomografia computerizzata a basso dosaggio può favorire la diagnosi precoce nelle persone considerate ad alto rischio, in particolare forti fumatori ed ex forti fumatori. Non è però un esame da eseguire indiscriminatamente: può rilevare anomalie benigne, provocare falsi allarmi ed esporre a radiazioni. La decisione deve quindi essere presa con il medico.
Il ricordo di Franco Baresi resta legato alla forza silenziosa con cui ha attraversato il calcio italiano. La sua scomparsa può diventare anche un’occasione per ricordare il valore dei controlli, dell’informazione corretta e della prevenzione, senza trasformare una storia personale in una diagnosi pubblica.
Napoli, al CTO la “Stanza dei Sogni” accompagna i pazienti nel fine vita
NewsSono 23 i pazienti accolti, da dicembre 2025 a oggi, nei loro ultimi momenti di vita all’interno della “Stanza dei Sogni” del CTO di Napoli. Uno spazio riservato e accogliente, nato per tutelare la dignità della persona e consentire ai familiari di restare accanto ai propri cari durante una delle fasi più delicate e dolorose della malattia.
Il progetto di umanizzazione delle cure è stato realizzato nell’Unità Operativa Complessa di Medicina d’Emergenza-Urgenza dell’Ospedale CTO di Napoli, presidio dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. L’iniziativa rappresenta un cambiamento importante nel modo di concepire l’assistenza ospedaliera: anche quando non è più possibile guarire, infatti, la medicina può continuare ad alleviare la sofferenza, offrire conforto e prendersi cura della persona e dei suoi legami affettivi.
Uno spazio separato e protetto
La Stanza dei Sogni è separata dalle aree di degenza ordinaria e dalla terapia sub-intensiva. È destinata all’accompagnamento nel fine vita e, nei casi clinicamente indicati e previsti dalla normativa, alla sedazione palliativa proporzionata.
L’obiettivo è assicurare privacy, serenità e vicinanza affettiva, trasformando un ambiente tradizionalmente ospedaliero in un luogo più intimo e familiare. Il paziente può così trascorrere gli ultimi momenti circondato dalle persone care, lontano, per quanto possibile, dai rumori, dalla frenesia e dagli elementi impersonali che caratterizzano spesso i reparti dedicati alle emergenze.
Lo spazio è stato progettato seguendo i principi delle cure palliative e dell’umanizzazione dell’assistenza, con particolare attenzione alla luce, al comfort e alla riduzione degli elementi tipicamente sanitari. Ogni dettaglio contribuisce a creare un’atmosfera raccolta, nella quale la presenza dei familiari diventa parte integrante del percorso di cura.
Attenzione anche ai bisogni dei familiari
La permanenza accanto a una persona cara può durare molte ore ed essere fisicamente ed emotivamente difficile. Per questo motivo, nella stanza sono stati predisposti una piccola area ristoro, una selezione di tè e tisane, libri e letture di conforto e una televisione.
Non si tratta soltanto di servizi accessori, ma di attenzioni capaci di sostenere concretamente i familiari, permettendo loro di restare vicino al paziente senza dover abbandonare frequentemente la stanza. La possibilità di condividere il silenzio, una lettura o una bevanda calda contribuisce a rendere più umano un momento segnato dal dolore e dalla separazione.
«In un reparto abituato a intervenire nelle situazioni più critiche dobbiamo saper riconoscere anche il momento in cui curare significa soprattutto alleviare la sofferenza e proteggere la dignità della persona», spiega Mario Guarino, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina d’Emergenza-Urgenza del CTO.
«La Stanza dei Sogni permette ai familiari di restare accanto al proprio caro in un ambiente riservato, sereno e protetto».
Il dialogo tra medicina, arte e letteratura
Il progetto integra medicina, arte e letteratura. La sua ispirazione culturale nasce dal libro “Il Concerto dei Destini Fragili” dello scrittore Maurizio de Giovanni, che pone al centro la fragilità della vita, gli incontri umani e il valore dei legami.
Nel percorso è stata coinvolta anche una classe quinta della scuola Savio Alfieri di Napoli-Secondigliano. Una delle alunne ha realizzato un contenitore decorato destinato alla libreria della stanza e un pannello collocato sul soffitto, ispirato ai simboli del racconto di de Giovanni e alle immagini de “Il Piccolo Principe”.
Il coinvolgimento degli studenti aggiunge al progetto un ulteriore significato: quello di una comunità che partecipa alla costruzione di un luogo dedicato alla cura, alla memoria e alla vicinanza. Le immagini collocate nella stanza aiutano inoltre a distogliere lo sguardo dagli elementi sanitari e a creare una dimensione più delicata e rassicurante.
La dignità al centro dell’assistenza
«Umanizzare le cure significa non lasciare sole le persone nei passaggi più difficili della malattia», dichiara Anna Iervolino, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. «Questo progetto esprime un modello di sanità capace di unire competenza clinica, ascolto, rispetto e attenzione per i bisogni dei pazienti e delle loro famiglie».
La Stanza dei Sogni rappresenta così il segno concreto di un nuovo passo nel percorso intrapreso dall’Azienda Ospedaliera dei Colli per mettere la persona, i suoi affetti e la sua dignità al centro dell’assistenza. Un luogo nel quale la cura continua anche quando la medicina non può più guarire, attraverso il controllo della sofferenza, la protezione dell’intimità e la possibilità di non affrontare da soli l’ultimo tratto del cammino.
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Bambini under 3 e schermi: regole, rischi e uso consapevole
ApprofondimentiIo, tu e l’altro. Si potrebbe definire così, il rapporto che c’è ora spesso tra la mamma e il suo bambino under 3.
E l’altro chi è? Lo smartphone, oppure il tablet e in generale, i dispositivi elettronici che oggi più che mai si interpongono tra genitori e figli e che possono anche essere deleteri per la crescita del bambino.
Esagerazioni? Non più di tanto. Prova ne è che è appena stata presentata al Senato la prima proposta di legge per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine nei loro primi 36 mesi di vita. L’iniziativa è stata promossa dalla senatrice Simona Malpezzi insieme alla Società Italiana di Pediatria e da Fondazione Terre des Hommes Italia. «Occorre costruire un percorso strutturato che coinvolga le famiglie fin dall’inizio, valorizzando il ruolo di figure chiare come ostetriche e neonatologi nei punti nascita, insieme ai pediatri e ai consultori, nel promuovere attività di formazione e sensibilizzazione», spiega Rino Agostiniani, Presidente SIP, Società Italiana di Pediatria). «È necessario anche prevedere programmi formativi strutturati, non solo per i professionisti sanitari, ma anche per educatori e formatori che lavorano a stretto contatto con bambini e famiglie, affinché possano accompagnarli in modo consapevole in questo percorso». L’obiettivo è educare in primo luogo i genitori a un uso consapevole dei device, quando si tratta di neonati e bambini molto piccoli. A partire dall’allattamento. Che deve continuare a essere un momento speciale tra mamma e bambino, senza altro. Invece, non è sempre così. Un’indagine di Fondazione Carolina insieme alle società pediatriche, ha rivelato che sette famiglie su 10 utilizzano i device durante l’allattamento o i pasti dei propri figli, da 0 a 2 anni. «Durante l’allattamento in particolare, è fondamentale una maggiore attenzione alla relazione», interviene Enrico Zanalda, Presidente SIPF, Società Italiana di Psichiatria Forense. «Il neonato ha bisogno di tempo, di lentezza, del contatto fisico, dello sguardo della mamma. Lo smartphone invece è qualcosa di non relazionale, è ipersensoriale e veloce nei tempi. Tutto ciò è inadeguato alla sintonizzazione emotiva tra mamma e bambino. In più, può determinare problematiche nel corso della crescita, con difficoltà nella focalizzazione dell’attenzione, nella regolazione emotiva e nelle performance esecutive».
Attenzione anche a delegare all’intelligenza artificiale la lettura della favola serale. La voce dei genitori, l’interazione fisica con i libri, trasmettono ai bambini sentimenti, informazioni e valori che non possono essere replicati dalla tecnologia. Non solo. La mancanza in termini di relazioni, emotive ed educative, può condizionare il percorso di crescita. «Spesso manca la consapevolezza dei rischi e dei danni che si corrono con una certa tipologia di comportamento», continua il Presidente SIP. «I bambini, soprattutto nei primissimi periodi della vita, sono in una fase di grande plasticità del loro cervello e per crescere e per sviluppare nel miglior modo possibile la loro potenzialità hanno bisogno di interazioni reali. Apprendono per imitazione e nel momento in cui hanno un rapporto diretto con l’adulto che parla con loro, che gli legge qualcosa, che condivide, loro si “nutrono” in un certo senso. Se questo rapporto umano è sostituito da uno strumento digitale, si perde molto in quel percorso di crescita e di sviluppo. Alexa non ha emozioni, non ha sensazioni, non ha aspetto relazionale. Noi abbiamo fatto una revisione attenta della letteratura e ci sono studi molto ben precisi, ben definiti, che ci hanno fatto vedere come all’incrementare del tempo trascorso dai bambini sotto due anni davanti agli schermi, c’è un progressivo aumento del ritardo nell’acquisizione del linguaggio».
Sì allora a imparare a tutelare il benessere psico-fisico del bambino fin dai primi anni di vita, approfittando magari anche della pausa estiva, dei momenti più dilatati a disposizione da trascorrere insieme. Niente ciuccio elettronico, insomma, se fa i capricci. «Dargli subito lo smartphone o il tablet per farlo stare tranquillo, magari perché al ristorante è irrequieto, non è corretto, così non impara a gestire la frustrazione», conclude il Presidente SIPF. «Lo stesso vale per il gioco. Un giocattolo “vero”, adeguato alla sua età, lo allena a destreggiarsi nella vita oggi, ma soprattutto di domani, è una ginnastica per la mente, sviluppa il senso della fantasia, della creatività. Ma anche qui, il gioco non deve essere solitudine. Ci vuole l’aiuto di un genitore quando sono molto piccoli, una guida che lo stimola a non essere fragile e incapace di trovare soluzioni in autonomia, con il ragionamento»
Asportata a una sedicenne una cisti ovarica gigante
Adolescenti, NewsUn intervento chirurgico particolarmente complesso, reso ancora più delicato dalla giovane età della paziente e dalle dimensioni eccezionali della massa, è stato portato a termine con successo all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Nella sede di Palidoro, una ragazza di 16 anni è stata sottoposta all’asportazione di una gigantesca cisti ovarica del peso di circa 7 chilogrammi e delle dimensioni di 33 centimetri, che occupava quasi completamente la cavità addominale.
L’operazione è stata eseguita dall’équipe di Chirurgia Andrologica attraverso una tecnica innovativa che ha combinato chirurgia tradizionale e laparoscopia. L’approccio ha consentito di rimuovere completamente la formazione senza disperderne il contenuto nell’addome, preservando il tessuto ovarico sano e quindi la futura fertilità della giovane paziente, oltre a limitare al minimo l’impatto estetico dell’intervento.
«Un intervento così complesso è stato possibile grazie alla collaborazione tra chirurghi, anestesisti e personale infermieristico e all’esperienza maturata dal nostro Ospedale nella gestione dei casi più difficili e dei percorsi chirurgici d’avanguardia», ha spiegato Massimiliano Silveri, responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Chirurgia Andrologica del Bambino Gesù.
Una massa di dimensioni eccezionali
La formazione cistica misurava 33 per 18 centimetri e conteneva oltre sei litri di liquido, raggiungendo un peso complessivo di circa 7 chilogrammi. Le sue dimensioni avevano ormai compresso gran parte degli organi addominali, con il rischio di comprometterne progressivamente la funzionalità.
Uno degli obiettivi principali dell’intervento era la conservazione dell’ovaio, un aspetto fondamentale considerando la giovane età della paziente. Solo dopo l’operazione è stato possibile stabilire con certezza la natura della lesione: l’esame istologico ha infatti identificato la massa come un cistoadenoma sieroso, un tumore benigno dell’ovaio.
Prima dell’intervento, tuttavia, non era possibile escludere la presenza di una patologia maligna. Per questo motivo l’équipe ha adottato tutte le precauzioni previste in ambito oncologico, evitando accuratamente qualsiasi fuoriuscita del contenuto della cisti nella cavità addominale.
La tecnica ibrida che ha reso possibile l’intervento
Le dimensioni della cisti rendevano impraticabile un intervento laparoscopico tradizionale fin dall’inizio, poiché la massa occupava quasi tutto lo spazio disponibile all’interno dell’addome.
I chirurghi hanno quindi realizzato una piccola incisione di appena cinque centimetri nella parte inferiore dell’addome, analoga a quella utilizzata per un taglio cesareo. Attraverso questa apertura hanno isolato la cisti creando una sorta di “camera stagna”, capace di impedire qualsiasi dispersione del liquido contenuto al suo interno.
Successivamente il liquido è stato aspirato lentamente e in modo controllato. Lo svuotamento graduale si è reso necessario per permettere agli organi addominali, rimasti compressi per lungo tempo, di riadattarsi progressivamente allo spazio recuperato, riducendo il rischio di alterazioni della pressione e della circolazione sanguigna.
Una volta ridotto il volume della massa, è stato possibile introdurre gli strumenti laparoscopici e una telecamera per individuare con precisione l’origine della cisti, localizzata nell’ovaio sinistro.
Un risultato che tutela salute e qualità della vita
«In una paziente così giovane era particolarmente importante ridurre al minimo anche l’impatto estetico dell’intervento», ha sottolineato la chirurga Lorna Spagnol, che ha eseguito l’operazione insieme alla collega Ilaria Buconi. Grazie alla tecnica utilizzata, una cisti di dimensioni eccezionali è stata rimossa attraverso una sola incisione di cinque centimetri, limitando sia le conseguenze fisiche sia il possibile impatto psicologico legato a una cicatrice molto più estesa.
Nella fase conclusiva dell’intervento, durato circa due ore, la cisti è stata ulteriormente svuotata e il tessuto residuo è stato estratto attraverso la stessa piccola incisione. L’operazione è stata eseguita con la supervisione del dottor Massimiliano Silveri e con il coinvolgimento dell’équipe di Anestesia e Rianimazione e del personale infermieristico del comparto operatorio della sede di Palidoro.
Il decorso postoperatorio è stato rapido e privo di complicazioni. La sedicenne è stata dimessa dopo appena quattro giorni, in ottime condizioni di salute, confermando il valore di un approccio chirurgico capace di coniugare sicurezza, efficacia, tutela della fertilità e riduzione dell’invasività. Questo caso rappresenta un ulteriore esempio delle potenzialità della chirurgia pediatrica avanzata nell’affrontare situazioni cliniche estremamente complesse con tecniche sempre più conservative e personalizzate.
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Vacanze senza gambe pesanti: consigli per i lunghi viaggi
BenessereLe vacanze iniziano spesso molte ore prima dell’arrivo a destinazione. Un volo intercontinentale, un viaggio in treno attraverso l’Europa o una lunga giornata in automobile possono però lasciare un ricordo poco piacevole: piedi gonfi, caviglie tese e gambe pesanti. Si tratta di disturbi frequenti, favoriti soprattutto dalla permanenza prolungata nella stessa posizione.
Prepararsi nel modo giusto e inserire un po’ di movimento durante il tragitto permette di arrivare più riposati e di cominciare la vacanza con maggiore leggerezza.
Perché le gambe si gonfiano durante il viaggio
Quando si rimane seduti per molte ore, i muscoli dei polpacci lavorano meno e il ritorno del sangue dalle gambe verso il cuore diventa più lento. La posizione con le ginocchia piegate e lo spazio ridotto possono favorire il ristagno di liquidi nelle parti più basse del corpo, soprattutto intorno alle caviglie.
Il problema non riguarda soltanto l’aereo. Anche i lunghi spostamenti in auto, autobus o treno comportano periodi di immobilità. Nei viaggi di almeno quattro ore è quindi importante prestare attenzione al movimento, in particolare in presenza di altri fattori di rischio personali.
Muoversi poco, ma spesso
Il consiglio più semplice è anche quello più efficace: evitare di restare immobili per tutto il tragitto. In aereo o in treno, quando le condizioni lo consentono, è utile alzarsi periodicamente e camminare per qualche minuto. La scelta di un posto vicino al corridoio può rendere questi spostamenti più facili.
Durante un viaggio in auto è preferibile programmare soste regolari, senza aspettare che le gambe siano già rigide o indolenzite. Una breve camminata nell’area di servizio, qualche allungamento e alcuni movimenti delle caviglie possono essere sufficienti per riattivare i muscoli del polpaccio.
Gli esercizi da fare restando seduti
Anche in uno spazio limitato è possibile mantenere attive le gambe. Si possono sollevare alternativamente i talloni lasciando le punte dei piedi appoggiate al pavimento, quindi eseguire il movimento opposto, alzando le punte e mantenendo fermi i talloni.
Sono utili anche le rotazioni delle caviglie, la distensione alternata delle gambe e la contrazione dei muscoli dei polpacci. Questi esercizi possono essere ripetuti più volte durante il viaggio, senza movimenti bruschi e senza intralciare gli altri passeggeri.
Acqua, abiti comodi e spazio per le gambe
Bere acqua con regolarità aiuta a mantenere un buon livello di idratazione, soprattutto nelle cabine degli aerei, dove l’aria è particolarmente secca. È invece prudente limitare gli eccessi di alcol, che possono favorire sonnolenza e immobilità.
L’abbigliamento dovrebbe essere morbido e non costringere la vita, l’inguine, le ginocchia o le caviglie. Anche le scarpe devono lasciare spazio al piede, considerando che durante il viaggio potrebbe aumentare leggermente di volume. Borse e bagagli non dovrebbero occupare tutto lo spazio sotto il sedile, impedendo di cambiare posizione.
Quando valutare le calze a compressione graduata
Le calze a compressione graduata esercitano una pressione maggiore alla caviglia, che diminuisce progressivamente risalendo lungo la gamba. Le ricerche indicano che, nei voli lunghi, possono ridurre il gonfiore e la comparsa di trombosi venose prive di sintomi. Devono però essere della misura corretta e indossate nel modo appropriato.
Chi soffre di disturbi circolatori, ha avuto una precedente trombosi, ha affrontato da poco un intervento chirurgico, è in gravidanza o segue terapie ormonali dovrebbe chiedere consiglio al medico prima della partenza. Farmaci anticoagulanti o aspirina non devono essere assunti autonomamente per prevenire problemi legati al viaggio.
Una volta arrivati a destinazione
Dopo aver ritirato i bagagli o parcheggiato l’auto, una passeggiata tranquilla aiuta a sciogliere le gambe. In albergo può essere piacevole riposare per qualche minuto con gli arti leggermente sollevati, continuando a bere acqua e preferendo una doccia fresca o tiepida a temperature molto elevate.
Il gonfiore lieve e presente su entrambe le gambe tende generalmente a diminuire con il movimento e il riposo. Una vacanza attiva, con passeggiate e nuotate, può contribuire a ritrovare rapidamente una sensazione di leggerezza.
I segnali che non devono essere ignorati
Un gonfiore improvviso concentrato su una sola gamba, soprattutto se accompagnato da dolore, calore o arrossamento, richiede una valutazione medica. Difficoltà respiratoria, dolore al petto, battito accelerato, svenimento o tosse con sangue sono invece segnali di emergenza per i quali è necessario richiedere immediatamente assistenza.
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Epatite virale: in aumento la A
NewsLe epatiti virali continuano a rappresentare una delle principali sfide globali di sanità pubblica. Nonostante i progressi compiuti nella prevenzione, nella diagnosi e nello sviluppo di terapie antivirali sempre più efficaci, milioni di persone convivono ancora con infezioni croniche capaci di compromettere progressivamente la salute del fegato.
Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 254 milioni di persone nel mondo sono affette da un’infezione cronica provocata dal virus dell’epatite B. Altri 50 milioni convivono invece con l’epatite C. Si tratta di patologie che, in assenza di diagnosi e trattamento, possono favorire lo sviluppo di cirrosi, insufficienza epatica e tumore del fegato.
Epatite A, casi in aumento in Italia
In Italia desta particolare attenzione l’aumento delle infezioni da virus dell’epatite A. I dati raccolti dal sistema di sorveglianza SEIEVA, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, mostrano una crescita significativa dei casi registrati negli ultimi anni.
Si è passati dai 126 casi segnalati nel 2021 ai 631 casi del 2025. Una variazione che conferma la necessità di mantenere elevata l’attenzione, rafforzando la sorveglianza epidemiologica, la prevenzione e l’informazione rivolta alla popolazione.
A differenza delle epatiti B e C, l’epatite A non determina generalmente un’infezione cronica. Può tuttavia provocare una malattia acuta, talvolta caratterizzata da sintomi importanti, soprattutto negli adulti e nelle persone con condizioni di salute preesistenti.
Nel Lazio 120 casi nei primi mesi del 2026
L’incremento dell’epatite A ha interessato in maniera significativa anche il Lazio. I dati del Servizio Regionale per l’Epidemiologia, la Sorveglianza e il controllo delle Malattie Infettive, SERESMI, dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” hanno evidenziato 120 casi nei primi mesi del 2026.
L’aumento è stato associato principalmente a episodi di trasmissione alimentare e interpersonale. Particolare attenzione viene riservata ai focolai collegati al consumo di alimenti contaminati, che richiedono interventi tempestivi per identificare l’origine delle infezioni e limitare la diffusione del virus.
La prevenzione passa attraverso il rispetto delle norme igieniche, la sicurezza degli alimenti, la corretta gestione dei casi e dei contatti e, nelle situazioni indicate, il ricorso alla vaccinazione.
L’impegno dello Spallanzani contro le epatiti
In occasione della Giornata mondiale delle epatiti, l’INMI “Lazzaro Spallanzani” IRCCS di Roma ribadisce il proprio impegno nella prevenzione, nella ricerca e nella cura delle infezioni virali.
L’Istituto è in prima linea nella lotta alle epatiti fin dalla sua nascita. Un ruolo costruito attraverso oltre un secolo di attività e consolidato dalla capacità di accompagnare l’evoluzione della medicina infettivologica.
Nel corso degli anni si è passati dalle terapie basate sull’interferone alle moderne cure antivirali, che hanno modificato profondamente la storia naturale di queste patologie. Oggi, in particolare, le terapie disponibili permettono di controllare efficacemente l’epatite B e di ottenere la guarigione virologica nella grande maggioranza delle persone trattate per l’epatite C.
Un riferimento per le patologie epatiche acute e croniche
All’interno dello Spallanzani, la UOC Malattie Infettive ed Epatologia, diretta da Gianpiero D’Offizi, rappresenta un punto di riferimento regionale per la gestione dei pazienti con patologie epatiche acute e croniche.
L’Unità integra assistenza, ricerca clinica, prevenzione e interventi sul territorio. È inoltre il centro regionale di riferimento per le epatiti fulminanti, condizioni particolarmente gravi che richiedono una risposta specialistica immediata.
L’attività comprende la stabilizzazione dei pazienti con insufficienza epatica acuta grave e la valutazione tempestiva per l’eventuale inserimento nel percorso trapiantologico. Allo stesso tempo, la struttura rappresenta il centro del Lazio nel quale viene gestito il maggior numero di pazienti con epatiti croniche B e C.
Screening di prossimità e accesso immediato alle cure
Un elemento centrale dell’attività dello Spallanzani è costituito dai programmi di screening delle epatiti virali. Le iniziative vengono realizzate attraverso modelli innovativi di prossimità, capaci di raggiungere anche persone che difficilmente accedono ai tradizionali servizi sanitari.
I test rapidi e le attività condotte nei Point of Care permettono di individuare precocemente le infezioni sommerse, comprese quelle che non hanno ancora provocato sintomi, favorendo l’accesso alla valutazione specialistica e alle terapie.
Il modello adottato è quello del Linkage to Care, un percorso che supera la semplice identificazione dell’infezione. Quando un test risulta positivo, la persona viene immediatamente collegata alla presa in carico specialistica, alla valutazione clinica e, quando necessario, all’avvio della terapia.
L’obiettivo è duplice: tutelare la salute del singolo paziente e interrompere la catena di trasmissione dell’infezione, trasformando lo screening in un vero percorso di prevenzione, assistenza e cura.
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Prevenire il tumore del pancreas con un vaccino: primi test positivi
Mondo salutePrevenire il tumore del pancreas attraverso un vaccino rappresenta una delle frontiere più interessanti della ricerca oncologica.
Questa possibilità, ancora in fase sperimentale, nasce dall’esigenza di affrontare una delle forme di cancro più complesse da diagnosticare e trattare. Il tumore del pancreas, infatti, spesso viene individuato in fase avanzata, quando le possibilità terapeutiche possono essere più limitate.
Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a esplorare nuove strategie basate sull’immunoterapia, con l’obiettivo di stimolare il sistema immunitario a riconoscere precocemente le cellule tumorali e contrastarne lo sviluppo.
Perché il tumore del pancreas è una sfida per la medicina
Il tumore del pancreas è una malattia particolarmente difficile da affrontare per diversi motivi. Nelle fasi iniziali può non causare sintomi evidenti e, quando compaiono disturbi come dolore addominale, perdita di peso o ittero, la malattia può essere già in fase avanzata. Inoltre, il pancreas è un organo complesso e le cellule tumorali possono sviluppare rapidamente meccanismi che permettono loro di sfuggire alle difese dell’organismo.
Per questo motivo la ricerca sta lavorando non solo su nuove terapie, ma anche su strategie capaci di intervenire prima della comparsa del tumore.
Come funzionano i vaccini contro il tumore del pancreas
I vaccini oncologici sperimentali funzionano in modo diverso rispetto ai vaccini tradizionali contro le infezioni. Non servono infatti a prevenire un virus o un batterio, ma a istruire il sistema immunitario a riconoscere specifiche caratteristiche delle cellule tumorali.
Queste caratteristiche, chiamate antigeni tumorali, possono essere presenti sulla superficie delle cellule malate o derivare da specifiche alterazioni genetiche. Il vaccino ha l’obiettivo di attivare le cellule del sistema immunitario, in particolare i linfociti T, affinché riconoscano queste anomalie e reagiscano contro le cellule potenzialmente tumorali.
I primi risultati della ricerca
Gli studi finora condotti hanno mostrato risultati incoraggianti soprattutto in persone considerate ad alto rischio, ad esempio:
In alcuni studi preliminari, i vaccini sperimentali hanno dimostrato di riuscire ad attivare una risposta immunitaria specifica contro le cellule tumorali.
Un elemento particolarmente studiato riguarda l’attivazione dei linfociti T citotossici, cellule capaci di riconoscere e distruggere cellule anomale.
Tuttavia, questi risultati rappresentano ancora una fase iniziale della ricerca: sono necessari studi più ampi per stabilire quanto questi vaccini siano efficaci nel prevenire realmente lo sviluppo della malattia.
Il ruolo della prevenzione oggi
In attesa che queste nuove strategie possano diventare disponibili, la prevenzione del tumore del pancreas si basa soprattutto sull’identificazione dei fattori di rischio e sulla sorveglianza delle persone più esposte.
Tra i principali fattori associati a un aumento del rischio troviamo:
Per le persone con un rischio elevato possono essere indicati programmi di controllo specifici attraverso esami e visite specialistiche.
Le sfide future dei vaccini oncologici
Sviluppare un vaccino efficace contro il tumore del pancreas presenta diverse difficoltà.
Tra queste:
È probabile che, almeno inizialmente, questi strumenti saranno destinati soprattutto a persone con un rischio elevato, più facilmente identificabili attraverso test genetici e programmi di sorveglianza.
In futuro, la combinazione tra vaccini oncologici, immunoterapia, diagnosi molecolare e altre terapie personalizzate potrebbe rappresentare una nuova strategia nella lotta contro questa malattia.
Il vaccino contro il tumore del pancreas rappresenta oggi una delle prospettive più promettenti della ricerca oncologica, ma non è ancora una terapia disponibile per la prevenzione nella popolazione generale.
I primi risultati degli studi sperimentali indicano una strada innovativa: insegnare al sistema immunitario a riconoscere e contrastare precocemente le cellule tumorali.
La ricerca continua con l’obiettivo di trasformare queste scoperte in strumenti concreti di prevenzione e cura. Nel frattempo, la conoscenza dei fattori di rischio, gli stili di vita salutari e la sorveglianza delle persone più predisposte restano gli strumenti fondamentali per ridurre l’impatto del tumore del pancreas.
I cibi per un’abbronzatura perfetta
AlimentazioneL’estate porta con sé giornate più lunghe, pasti freschi e il desiderio di ottenere un colorito dorato e uniforme. Nessun alimento, però, può attivare magicamente l’abbronzatura o sostituire la protezione solare. Alcune sostanze nutritive possono comunque contribuire al benessere della pelle, favorire un aspetto più luminoso e aiutare l’organismo a contrastare parte dello stress ossidativo provocato dall’esposizione ai raggi ultravioletti.
Il segreto è nei colori del piatto
Gli alimenti più interessanti sono quelli ricchi di carotenoidi, pigmenti naturali responsabili delle tonalità gialle, arancioni e rosse di numerosi vegetali. Tra questi spicca il betacarotene, che l’organismo può trasformare in vitamina A secondo le proprie necessità.
Carote, albicocche, pesche, melone, mango, zucca e patate dolci sono ottime fonti. Consumati regolarmente nell’ambito di una dieta varia, i carotenoidi possono depositarsi negli strati superficiali della pelle e contribuire gradualmente a un colorito più caldo e luminoso. Non si tratta della melanina prodotta in seguito all’esposizione solare, ma di una sfumatura naturale che può rendere l’incarnato più dorato.
Pomodori e anguria, alleati ricchi di licopene
In estate non dovrebbero mancare pomodori maturi e anguria, due alimenti ricchi di licopene. Questo carotenoide dalla caratteristica colorazione rossa possiede proprietà antiossidanti ed è stato studiato per il suo possibile contributo alla protezione della pelle dallo stress causato dai raggi ultravioletti.
Il licopene dei pomodori diventa più facilmente assimilabile dopo una breve cottura e in presenza di grassi. Una salsa di pomodoro con olio extravergine d’oliva, quindi, non rappresenta soltanto un classico della cucina mediterranea, ma anche un abbinamento nutrizionalmente vantaggioso.
Vitamina C per sostenere la struttura della pelle
Fragole, kiwi, agrumi, peperoni, ribes, rucola e broccoli forniscono vitamina C, indispensabile per la normale produzione di collagene. Questa proteina contribuisce alla struttura e alla compattezza della pelle, particolarmente sollecitata durante i mesi trascorsi all’aperto.
La vitamina C svolge anche un’azione antiossidante. Inserire ogni giorno frutta e verdura fresche di colori differenti consente di ottenere una combinazione di sostanze protettive più equilibrata rispetto al consumo ripetitivo di un unico alimento considerato “miracoloso”.
Mandorle, avocado e olio extravergine
La vitamina E è presente soprattutto nella frutta a guscio, nei semi, nell’avocado e negli oli vegetali. Essendo liposolubile, aiuta a proteggere le membrane cellulari dai processi ossidativi.
Anche una piccola quantità di grassi buoni favorisce l’assorbimento dei carotenoidi. Carote e pomodori possono quindi essere conditi con olio extravergine d’oliva, mentre albicocche e pesche possono essere accompagnate da una manciata di mandorle o noci. Non occorrono porzioni eccessive: la regolarità è più utile dell’abbondanza occasionale.
Idratazione: acqua, frutta e verdura
Una pelle disidratata tende ad apparire più secca, opaca e meno uniforme. Bere regolarmente durante la giornata è dunque fondamentale, senza aspettare che compaia una sete intensa. Il fabbisogno può aumentare con il caldo, l’attività fisica e la sudorazione.
Cetrioli, lattuga, zucchine, melone, anguria, pesche e fragole contribuiscono all’apporto di acqua, ma non sostituiscono completamente le bevande. Acqua naturale, tisane fredde non zuccherate e acque aromatizzate con frutta ed erbe rappresentano alternative semplici alle bibite ricche di zuccheri.
Un esempio di giornata estiva
La colazione può prevedere yogurt bianco con albicocche, fiocchi d’avena e mandorle. A pranzo è indicata un’insalata di farro con pomodorini, peperoni, rucola e olio extravergine. Come spuntino si possono scegliere anguria o melone, mentre a cena trovano spazio pesce azzurro, verdure grigliate e una porzione di pane integrale.
Questa combinazione apporta carotenoidi, vitamine, grassi insaturi, fibre e proteine senza bisogno di seguire schemi rigidi o di eliminare intere categorie alimentari.
Attenzione agli integratori e alle false promesse
Gli integratori di betacarotene non dovrebbero essere utilizzati con leggerezza, soprattutto ad alte dosi. In particolare, per fumatori ed ex fumatori alcune formulazioni possono comportare rischi e richiedono sempre il parere del medico.
La scelta più prudente rimane quella di ottenere carotenoidi e vitamine attraverso gli alimenti. Inoltre, una dieta ricca di antiossidanti non rende la pelle immune alle scottature e non consente di restare al sole più a lungo.
L’abbronzatura provocata dai raggi UV è una risposta della pelle a un danno. Per questo sono indispensabili ombra nelle ore più intense, cappello, occhiali, abiti protettivi e una crema solare ad ampio spettro con SPF 30 o superiore, applicata in quantità adeguata e rinnovata regolarmente. Il vero risultato da record è un colorito estivo accompagnato da una pelle sana, idratata e protetta.
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Emofilia B, alla Federico II di Napoli la prima terapia genica in Campania
Ricerca innovazione, NewsUn traguardo storico per la sanità campana e una nuova prospettiva per le persone che convivono con l’emofilia B. Presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli è stata eseguita con successo la prima terapia genica regionale destinata al trattamento di questa rara malattia ereditaria.
La somministrazione è avvenuta venerdì 24 luglio 2026 nel Centro Hub per l’Emofilia e le Malattie Emorragiche Congenite dell’AOU Federico II, diretto dal professor Matteo Di Minno. Il primo paziente giudicato idoneo al trattamento è Enrico, napoletano di 40 anni.
A livello internazionale sono ancora pochi i centri capaci di effettuare una procedura tanto complessa. La Federico II è uno dei soli due centri italiani in grado di offrirla, grazie a competenze altamente specialistiche, a un’organizzazione multidisciplinare e all’applicazione di rigorosi standard di sicurezza e qualità.
La lunga convivenza di Enrico con la malattia
Per Enrico l’emofilia B è sempre stata una difficile compagna di viaggio. La malattia è causata dalla carenza del fattore IX della coagulazione e comporta un rischio elevato di emorragie, in alcuni casi potenzialmente letali.
Nel corso della vita ha dovuto affrontare frequenti sanguinamenti nelle articolazioni, nei muscoli e negli organi interni. Episodi associati a dolore, limitazioni funzionali e possibili conseguenze permanenti. Anche attività apparentemente semplici, come salire una rampa di scale o praticare uno sport, sono state condizionate dal timore costante di un’emorragia.
Le cure disponibili negli ultimi anni hanno migliorato sensibilmente la prognosi e la qualità della vita dei pazienti. Hanno però continuato a richiedere infusioni endovenose frequenti, con un impatto rilevante sull’organizzazione della quotidianità.
Le tre fasi di una vita segnata dalle infusioni
Fondatore di una community di tifosi del Napoli e grande appassionato di basket, disciplina praticata con ottimi risultati prima di doverla abbandonare a causa della malattia, Enrico divide la propria storia in tre periodi.
Il primo, durato fino ai 17 anni, è stato caratterizzato da infusioni molto frequenti e da una gestione particolarmente difficile della vita quotidiana. Nel secondo, grazie ai progressi terapeutici, la frequenza dei trattamenti si è progressivamente ridotta fino ad arrivare a una somministrazione settimanale.
Con la terapia genica comincia ora una terza fase, accompagnata dalla possibilità di vivere senza il peso continuo delle infusioni sostitutive. Secondo le proiezioni disponibili, una sola somministrazione potrebbe mantenere il beneficio terapeutico fino a circa 25 anni, anche se la durata dovrà essere confermata dal monitoraggio clinico a lungo termine.
«Vorrei esprimere la mia più sincera riconoscenza a tutta l’équipe del professor Matteo Di Minno e, in particolare, alla dottoressa Ilenia Calcaterra, che mi ha sempre seguito con grande professionalità, attenzione e umanità», racconta Enrico.
Il suo pensiero va anche ai giovani con la stessa patologia: «Abbiate fiducia nella scienza e nei professionisti che ogni giorno studiano questa malattia. Solo grazie a una collaborazione costante tra pazienti e medici possiamo continuare a migliorare i percorsi di cura e la qualità della nostra vita».
Come funziona la nuova terapia genica
Il trattamento utilizzato è Etranacogene Dezaparvovec, una terapia genica somministrata attraverso un’unica infusione endovenosa.
«Attraverso un vettore è stato introdotto negli epatociti il gene funzionale che consente al fegato di produrre il fattore IX in modo autonomo e duraturo», spiega il professor Di Minno. La produzione della proteina necessaria alla coagulazione può contribuire a prevenire o ridurre in maniera significativa gli episodi di sanguinamento.
«Non si tratta soltanto di un’innovazione terapeutica, ma di un autentico cambiamento di paradigma», sottolinea lo specialista.
La procedura rappresenta una delle espressioni più avanzate della medicina di precisione. Per renderla possibile è necessario un coordinamento perfetto tra specialisti clinici, ricercatori, farmacia ospedaliera, organizzazione sanitaria e istituzioni. Proprio questa collaborazione ha permesso di trasformare l’innovazione scientifica in una concreta possibilità di cura.
Un punto di partenza per la sanità campana
«Questo intervento rappresenta un punto di partenza, non un punto di arrivo», aggiunge Di Minno. L’obiettivo è continuare a garantire ai pazienti campani l’accesso alle terapie più innovative, consolidando un modello fondato sull’eccellenza clinica, sulla ricerca traslazionale e sulla collaborazione istituzionale.
Per il direttore generale dell’AOU Federico II, Elvira Bianco, il risultato conferma il ruolo dell’azienda come punto di riferimento nazionale e dimostra la capacità del Servizio sanitario regionale di rendere accessibili cure disponibili soltanto in pochi centri internazionali.
«Non celebriamo soltanto un successo medico, ma una nuova speranza per le persone con emofilia e per le loro famiglie», conclude Bianco.
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Digiuno intermittente dopo i 45 anni: benefici, effetti sul metabolismo e rischi
Mondo saluteIl digiuno intermittente è diventato negli ultimi anni uno degli approcci alimentari più discussi per la gestione del peso e il miglioramento dello stile di vita.
Questo metodo prevede l’alternanza tra periodi di digiuno e finestre temporali in cui consumare i pasti. A differenza delle diete tradizionali, non si concentra necessariamente su quali alimenti eliminare, ma soprattutto su quando mangiare.
Numerosi studi stanno valutando i possibili effetti del digiuno intermittente sul metabolismo, sulla salute cardiovascolare e sui processi di invecchiamento. Tuttavia, è importante ricordare che i risultati possono variare molto da persona a persona e che questa strategia non è adatta a tutti.
Digiuno intermittente e metabolismo: cosa succede all’organismo
Durante il periodo di digiuno, l’organismo modifica il proprio metabolismo e utilizza progressivamente le riserve energetiche disponibili, compresi i grassi accumulati.
Questo adattamento può favorire:
Questi aspetti possono essere particolarmente interessanti con l’avanzare dell’età, quando il metabolismo tende naturalmente a cambiare e aumenta il rischio di condizioni come sovrappeso, insulino-resistenza e diabete di tipo 2.
Tuttavia, il digiuno intermittente non rappresenta una soluzione automatica per perdere peso: i risultati dipendono soprattutto dalla qualità dell’alimentazione e dall’equilibrio tra calorie introdotte e consumate.
Digiuno intermittente e salute cardiovascolare
Alcune ricerche suggeriscono che il digiuno intermittente possa avere effetti positivi su diversi fattori associati alla salute del cuore.
In particolare, in alcune persone può contribuire a:
Questi effetti, però, sembrano essere legati soprattutto al miglioramento generale dello stile di vita: una dieta equilibrata, attività fisica regolare e un buon controllo dei principali fattori di rischio cardiovascolare restano gli strumenti fondamentali di prevenzione.
Possibili effetti sul cervello e sulle funzioni cognitive
Uno degli aspetti più studiati del digiuno intermittente riguarda il possibile impatto sulla salute cerebrale.
Alcuni studi preliminari suggeriscono che i periodi di restrizione alimentare possano favorire alcuni meccanismi di adattamento cellulare e stimolare la produzione di molecole coinvolte nella protezione dei neuroni, come il fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF).
Questi processi potrebbero avere un ruolo nel mantenimento delle funzioni cognitive, ma sono necessarie ulteriori ricerche per confermare effetti diretti sulla memoria o sulla prevenzione del declino cognitivo nell’uomo.
Perché dopo i 45 anni serve maggiore attenzione
Con il passare degli anni, uno degli aspetti più importanti da preservare è la massa muscolare. Dopo i 45 anni, infatti, può iniziare un progressivo calo della massa magra, un fenomeno che può accelerare con una dieta troppo restrittiva o con un apporto insufficiente di proteine.
Per questo motivo, chi sceglie il digiuno intermittente dovrebbe prestare particolare attenzione a:
L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto perdere peso, ma mantenere energia, forza e autonomia nel tempo.
Chi dovrebbe evitare il digiuno intermittente?
Prima di iniziare un percorso di digiuno intermittente è consigliabile parlarne con un medico o un nutrizionista in presenza di condizioni particolari.
È necessario prestare attenzione soprattutto in caso di:
Anche persone sane possono avere difficoltà ad adattarsi: fame intensa, stanchezza, irritabilità o cali di concentrazione sono segnali che indicano la necessità di modificare l’approccio.
Come iniziare il digiuno intermittente in modo sicuro
Chi desidera sperimentare questo metodo può seguire alcune semplici indicazioni:
1. Procedere gradualmente
Non è necessario iniziare subito con periodi lunghi di digiuno. Un approccio progressivo permette all’organismo di adattarsi meglio.
2. Scegliere un modello sostenibile
Tra i protocolli più diffusi ci sono:
La scelta deve essere compatibile con il proprio stile di vita.
3. Puntare sulla qualità dei pasti
Durante la finestra alimentare è importante privilegiare:
4. Abbinare attività fisica
Il movimento, soprattutto gli esercizi di resistenza e forza, è fondamentale per proteggere la massa muscolare e sostenere il metabolismo.
5. Idratarsi correttamente
Durante il digiuno è importante bere acqua e mantenere una buona idratazione. Sono generalmente consentite anche bevande prive di calorie, come tè o tisane non zuccherate. Il digiuno intermittente può rappresentare, per alcune persone, una strategia utile per migliorare il rapporto con il cibo, favorire il controllo del peso e sostenere alcuni parametri metabolici.
Dopo i 45 anni, però, deve essere affrontato con particolare attenzione, perché il mantenimento della massa muscolare e di un adeguato apporto nutrizionale diventano elementi fondamentali per la salute. Non esiste un unico modello alimentare valido per tutti: la scelta migliore è quella che riesce a integrarsi in uno stile di vita equilibrato, sostenibile e costruito sulle proprie esigenze.
Il vero obiettivo non è solo dimagrire, ma invecchiare mantenendo energia, autonomia e benessere.