Tempo di lettura: 4 minutiIl melanoma è un tumore maligno che origina dai melanociti, le cellule responsabili della produzione della melanina. Sebbene rappresenti una forma meno frequente di tumore della pelle rispetto ai carcinomi cutanei, può avere un comportamento aggressivo, soprattutto quando viene diagnosticato in una fase avanzata.
Una delle caratteristiche che rendono il melanoma particolarmente complesso è la sua capacità di interagire con il sistema immunitario e, in alcuni casi, di sfuggire alla sua azione. Le cellule tumorali possono infatti modificare i segnali che permettono alle difese immunitarie di riconoscerle e creare intorno a sé un ambiente che ostacola la risposta antitumorale.
La comprensione di questi meccanismi ha contribuito allo sviluppo dell’immunoterapia, che negli ultimi anni ha modificato in modo significativo il trattamento del melanoma avanzato.
Come il melanoma sfugge al sistema immunitario
Il sistema immunitario è in grado di riconoscere alcune cellule tumorali come anomale e di attivare una risposta per eliminarle. Le cellule del melanoma, però, possono sviluppare diversi meccanismi per ridurre l’efficacia di questa risposta.
Modificare i segnali di riconoscimento
Le cellule tumorali possono modificare la quantità o il tipo di molecole presenti sulla loro superficie e coinvolte nel riconoscimento da parte delle cellule immunitarie.
In questo modo possono diventare meno facilmente identificabili dai linfociti T, cellule fondamentali della risposta immunitaria contro i tumori.
Questo fenomeno non avviene necessariamente in tutte le cellule del tumore: la presenza di popolazioni cellulari diverse, con caratteristiche biologiche differenti, può contribuire alla capacità del melanoma di adattarsi alle pressioni esercitate dal sistema immunitario e dalle terapie.
Sfruttare i checkpoint immunitari
Un altro importante meccanismo riguarda i cosiddetti checkpoint immunitari, sistemi naturali che servono a regolare l’attività del sistema immunitario e a impedire risposte eccessive.
Alcuni tumori riescono a sfruttare questi meccanismi per ridurre l’attività dei linfociti T. Tra le interazioni più importanti vi è quella che coinvolge PD-1, un recettore presente sui linfociti T, e PD-L1, una molecola che può essere espressa dalle cellule tumorali o da altre cellule presenti nel microambiente del tumore.
Quando questo sistema viene attivato, l’attività dei linfociti T può essere ridotta, rendendo più difficile la risposta contro le cellule tumorali.
È proprio su questi meccanismi che agiscono alcuni dei principali farmaci immunoterapici utilizzati nel melanoma, come gli inibitori di PD-1 e CTLA-4.
Il ruolo del microambiente tumorale
Le cellule del melanoma non vivono isolate. Intorno al tumore si sviluppa un insieme complesso di cellule, molecole e segnali chiamato microambiente tumorale.
Questo ambiente può influenzare il comportamento del tumore e la risposta del sistema immunitario. Al suo interno possono essere presenti, tra le altre, cellule immunitarie con funzioni differenti, fibroblasti, cellule dei vasi sanguigni e numerose molecole coinvolte nella comunicazione tra le cellule.
Alcune di queste componenti possono contribuire a creare condizioni che limitano l’attività delle cellule immunitarie o ne ostacolano l’ingresso nel tessuto tumorale.
Tra i meccanismi studiati vi è anche il ruolo delle cellule T regolatorie e di alcune popolazioni di macrofagi associate al tumore, che possono contribuire alla formazione di un ambiente meno favorevole alla risposta immunitaria antitumorale.
Il ruolo dell’ipossia
Anche la disponibilità di ossigeno all’interno del tumore può influenzare il comportamento delle cellule tumorali e del microambiente.
Le aree caratterizzate da una ridotta disponibilità di ossigeno, una condizione chiamata ipossia, possono favorire cambiamenti biologici che aiutano il tumore ad adattarsi e possono interferire con l’efficacia della risposta immunitaria.
Il rapporto tra ipossia, microambiente tumorale e risposta alle terapie è tuttora oggetto di ricerca.
Come l’immunoterapia cerca di superare questi meccanismi
La conoscenza dei sistemi attraverso cui il melanoma può sfuggire al controllo immunitario ha portato allo sviluppo degli inibitori dei checkpoint immunitari.
Farmaci diretti contro PD-1 o CTLA-4 possono impedire alcuni dei segnali che frenano l’attività dei linfociti T, permettendo al sistema immunitario di riconoscere e contrastare più efficacemente le cellule tumorali.
Queste terapie hanno rappresentato un importante progresso nel trattamento del melanoma avanzato e possono produrre risposte durature in una parte dei pazienti.
Tuttavia, l’immunoterapia non funziona allo stesso modo in tutte le persone. Alcuni tumori possono non rispondere fin dall’inizio, mentre altri possono sviluppare meccanismi di resistenza dopo una risposta iniziale.
Per questo la ricerca sta studiando nuove combinazioni terapeutiche e strategie in grado di modificare il microambiente tumorale o di potenziare ulteriormente la risposta immunitaria.
Sono inoltre in fase di studio diverse altre strategie, tra cui terapie cellulari e vaccini terapeutici personalizzati. Il loro utilizzo nel melanoma dipende però dal tipo di trattamento, dalle caratteristiche del tumore e dalle evidenze cliniche disponibili.
Prevenzione e diagnosi precoce restano fondamentali
La ricerca sui meccanismi attraverso cui il melanoma sfugge al sistema immunitario è importante per sviluppare terapie sempre più efficaci. Ma, dal punto di vista della prevenzione, individuare il melanoma precocemente rimane fondamentale.
La principale strategia di prevenzione consiste nel ridurre l’esposizione ai raggi ultravioletti (UV), evitando un’esposizione eccessiva al sole e proteggendo la pelle con comportamenti adeguati e prodotti solari.
È inoltre importante prestare attenzione alla comparsa di nuovi nei o alla modifica di quelli già presenti, osservando caratteristiche come forma, colore, dimensioni e cambiamenti nel tempo.
Un controllo dermatologico può essere indicato quando una lesione appare sospetta o presenta modificazioni. Il dermatologo può valutare la lesione e, quando necessario, effettuare ulteriori accertamenti.
Conoscere il melanoma per affrontarlo meglio
La capacità del melanoma di interagire con il sistema immunitario è il risultato di meccanismi biologici complessi. Le cellule tumorali possono modificare i segnali che ne permettono il riconoscimento, sfruttare i checkpoint immunitari e influenzare il microambiente che le circonda.
La ricerca su questi processi ha permesso di sviluppare terapie immunologiche che hanno cambiato il trattamento del melanoma avanzato, ma molte domande restano ancora aperte.
Per questo, accanto ai progressi della ricerca e delle terapie, prevenzione e diagnosi precoce continuano a rappresentare strumenti essenziali per ridurre il rischio e intervenire tempestivamente in caso di malattia.
Eclissi solare: come osservare il fenomeno senza rischi per gli occhi
Mondo saluteUn’eclissi solare è uno degli eventi astronomici più affascinanti, ma osservare il Sole senza le adeguate precauzioni può provocare danni anche permanenti alla retina.
Durante un’eclissi, infatti, la riduzione della luminosità può indurre a sottovalutare l’intensità della radiazione solare. Anche quando il disco del Sole è solo parzialmente coperto dalla Luna, la luce che raggiunge gli occhi può essere sufficiente a danneggiare la retina.
Per questo è importante conoscere le modalità corrette per osservare il fenomeno e sapere quali strumenti sono sicuri e quali, invece, possono mettere a rischio la vista.
Perché guardare direttamente il Sole è pericoloso?
La retina è particolarmente sensibile alla radiazione solare. Osservare direttamente il Sole, anche per un periodo relativamente breve, può provocare un danno noto come retinopatia solare, che può verificarsi anche durante un’eclissi.
Il rischio è particolarmente insidioso perché il danno alla retina non provoca necessariamente dolore e può non essere immediatamente evidente. I sintomi possono comparire anche nelle ore successive all’esposizione e includere visione offuscata, distorsione delle immagini, alterazione della percezione dei colori o comparsa di una macchia scura al centro del campo visivo.
In alcuni casi il danno può essere permanente.
Come osservare un’eclissi solare in sicurezza
Utilizzare occhiali specifici per l’osservazione del Sole
Per osservare direttamente il Sole è necessario utilizzare filtri solari progettati specificamente per questo scopo.
Gli occhiali per l’osservazione delle eclissi devono essere conformi allo standard internazionale ISO 12312-2. Prima dell’utilizzo è importante verificare che il prodotto sia integro e che il filtro non presenti graffi, fori o altri danneggiamenti.
Gli occhiali da sole comuni, anche se molto scuri, non offrono una protezione sufficiente e non devono essere utilizzati per guardare direttamente il Sole.
La proiezione indiretta è un’alternativa sicura
Un altro metodo per osservare un’eclissi consiste nel proiettare l’immagine del Sole su una superficie, senza guardare direttamente il disco solare.
Una delle tecniche più semplici è quella del foro stenopeico, che permette di proiettare una piccola immagine del Sole su un foglio o su un’altra superficie.
Questo sistema può essere particolarmente utile per attività didattiche e per l’osservazione da parte dei bambini, purché venga utilizzato correttamente e senza guardare il Sole attraverso il foro.
Attenzione a telescopi e binocoli
Telescopi, binocoli e altri strumenti ottici non devono mai essere utilizzati per guardare il Sole senza un filtro solare appropriato.
Questi strumenti concentrano la luce e possono provocare gravi lesioni oculari in pochissimo tempo.
I filtri devono essere progettati per l’osservazione solare e collocati davanti all’obiettivo dello strumento, secondo le indicazioni del produttore. Non è sicuro utilizzare filtri improvvisati o applicarli all’oculare.
Cosa non utilizzare per proteggere gli occhi
Alcuni metodi casalinghi possono sembrare efficaci perché riducono la luminosità percepita, ma non garantiscono una protezione adeguata.
Per osservare direttamente il Sole non bisogna utilizzare:
Il fatto che un materiale renda il Sole meno luminoso non significa che sia in grado di filtrare le radiazioni dannose.
E durante un’eclissi totale?
Durante un’eclissi totale, la situazione cambia nella breve fase in cui la Luna copre completamente il disco solare.
Durante la totalità, e soltanto in questa fase, è possibile osservare il cielo a occhio nudo senza il filtro solare. Tuttavia, è fondamentale interrompere immediatamente l’osservazione diretta e indossare nuovamente gli occhiali protettivi prima che una qualsiasi parte del disco solare torni visibile.
Questa possibilità riguarda esclusivamente le eclissi totali e la fase di totalità. Durante un’eclissi parziale o durante le fasi parziali di un’eclissi totale, il Sole non deve mai essere osservato direttamente senza un’adeguata protezione.
Come prepararsi all’osservazione
Per osservare un’eclissi in sicurezza è utile organizzarsi in anticipo.
Prima dell’evento è consigliabile:
Una corretta preparazione consente di vivere l’evento con maggiore tranquillità, evitando di ricorrere a soluzioni improvvisate.
Se si guarda accidentalmente il Sole
Se si osserva accidentalmente il Sole senza protezione e successivamente compaiono alterazioni della vista, visione offuscata, macchie nel campo visivo, distorsioni o difficoltà a vedere nitidamente, è importante rivolgersi tempestivamente a un medico o a un oculista.
Non bisogna aspettare necessariamente la comparsa di dolore: il danno alla retina può verificarsi anche senza una sensazione dolorosa immediata.
Conclusioni: osservare il Sole, ma con la giusta protezione
Un’eclissi solare è un fenomeno straordinario, ma la sua osservazione richiede alcune semplici precauzioni.
Utilizzare filtri solari certificati, preferire la proiezione indiretta quando possibile e non improvvisare sistemi di protezione sono le regole fondamentali per tutelare la vista.
La curiosità verso un fenomeno astronomico non deve mai mettere a rischio la salute degli occhi: informarsi e prepararsi prima dell’evento è il primo passo per godersi l’eclissi in sicurezza.
Ebola in Congo, oltre 2.000 morti: epidemia senza precedenti
NewsIl bilancio dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha superato la soglia delle 2.000 vittime, confermando la gravità di un’emergenza sanitaria che continua a evolvere con estrema rapidità. Secondo i dati comunicati dalle autorità sanitarie congolesi, i decessi confermati sono arrivati a 2.011, mentre i casi accertati hanno raggiunto quota 4.381.
L’epidemia interessa ormai cinque province del Paese e rappresenta una delle crisi sanitarie più difficili affrontate negli ultimi anni nella regione. A preoccupare gli esperti non è soltanto il numero assoluto delle persone contagiate e delle vittime, ma soprattutto la velocità con cui l’infezione continua a propagarsi.
Il ceppo Bundibugyo e l’assenza di un vaccino approvato
Responsabile dell’epidemia è il Bundibugyo virus, una delle specie di ebolavirus in grado di provocare una grave malattia nell’uomo. Si tratta di un elemento particolarmente importante nella gestione dell’emergenza: a differenza di quanto avviene per le epidemie provocate da Zaire ebolavirus, per il Bundibugyo non sono attualmente disponibili vaccini o trattamenti specifici approvati.
L’assistenza ai pazienti si basa quindi soprattutto sulle terapie di supporto. La diagnosi precoce e un’assistenza tempestiva possono aumentare le possibilità di sopravvivenza, mentre l’isolamento dei casi, l’identificazione dei contatti e le misure di prevenzione delle infezioni rimangono strumenti essenziali per interrompere le catene di trasmissione.
Ebola non si diffonde per via aerea come l’influenza: il contagio avviene principalmente attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei di persone infette, oppure con materiali contaminati.
L’OMS dichiara l’emergenza internazionale
Di fronte alla progressione dell’epidemia, l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’evento un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale. La decisione riflette non soltanto la situazione nella Repubblica Democratica del Congo, ma anche il rischio che la trasmissione possa interessare altri Paesi.
L’epidemia è stata ufficialmente dichiarata dalle autorità congolesi il 15 maggio 2026. Le prime indagini avevano individuato casi nelle zone sanitarie di Rwampara, Mongbwalu e Bunia, nella provincia dell’Ituri. Con il passare delle settimane, tuttavia, la diffusione geografica è aumentata, raggiungendo complessivamente cinque province.
Le operazioni di contenimento devono inoltre confrontarsi con condizioni estremamente complesse. In alcune delle aree colpite, instabilità e problemi di sicurezza rendono più difficili il tracciamento dei contatti, l’accesso alle strutture sanitarie e il lavoro degli operatori impegnati sul campo.
Da mille a duemila morti in meno di un mese
Il dato che fotografa meglio l’eccezionale rapidità dell’emergenza riguarda l’aumento dei decessi. Il numero delle vittime è passato da circa mille a oltre duemila in meno di un mese.
Un ritmo che non trova precedenti nelle precedenti epidemie di Ebola registrate nella Repubblica Democratica del Congo e che rende particolarmente difficile per le strutture sanitarie riuscire a mantenere il passo con la diffusione del virus.
Il confronto con la grande epidemia congolese del 2018-2020 rende ancora più evidente la differenza. In quella crisi furono necessari poco più di dodici mesi perché il bilancio superasse le 2.000 vittime. Nell’attuale epidemia la stessa soglia è stata raggiunta molto più rapidamente.
Una corsa contro il tempo per fermare i contagi
La priorità rimane individuare rapidamente le persone contagiate, isolarle e ricostruire le loro reti di contatti. Si tratta di attività fondamentali per Ebola, perché ogni ritardo nella diagnosi può consentire al virus di generare nuove catene di trasmissione.
L’esperienza delle precedenti epidemie ha dimostrato quanto siano importanti anche il coinvolgimento delle comunità, la fiducia negli operatori sanitari, procedure funerarie sicure e la disponibilità di strutture adeguate per l’isolamento e l’assistenza.
Con oltre 4.300 casi confermati e più di 2.000 morti, l’epidemia di Bundibugyo rappresenta dunque una sfida sanitaria eccezionale. E la rapidità con cui il bilancio continua ad aumentare indica che il contenimento del virus resta, per la Repubblica Democratica del Congo e per la comunità sanitaria internazionale, una vera corsa contro il tempo.
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Pacemaker: come funziona e quando può essere necessario
Mondo saluteIl pacemaker, o stimolatore cardiaco, è un piccolo dispositivo elettronico utilizzato per trattare alcuni disturbi del ritmo cardiaco, in particolare quelli caratterizzati da una frequenza cardiaca troppo lenta.
Il suo compito è monitorare l’attività elettrica del cuore e, quando necessario, inviare impulsi elettrici che aiutano il cuore a mantenere una frequenza adeguata.
Per le persone che presentano determinate forme di bradicardia o disturbi della conduzione elettrica del cuore, l’impianto di un pacemaker può ridurre sintomi come stanchezza, capogiri e svenimenti e migliorare la qualità della vita.
Come funziona un pacemaker?
Il cuore dispone di un proprio sistema elettrico che coordina le contrazioni del muscolo cardiaco. Quando questo sistema non funziona correttamente, il battito può diventare troppo lento o irregolare.
Il pacemaker è costituito generalmente da un generatore di impulsi e da uno o più elettrocateteri che trasmettono gli impulsi al cuore. Il dispositivo rileva l’attività cardiaca e interviene quando la frequenza scende al di sotto dei valori programmati o quando si verifica un problema nella conduzione dell’impulso elettrico.
In questo modo può contribuire a mantenere una frequenza cardiaca adeguata alle necessità dell’organismo.
Alcuni dispositivi sono inoltre programmati per adattare la frequenza cardiaca al livello di attività della persona, aumentando la stimolazione durante l’esercizio e riducendola durante il riposo.
Quando può essere indicato?
Il pacemaker viene utilizzato soprattutto per il trattamento di alcune condizioni che provocano una frequenza cardiaca troppo bassa o una difficoltà nella trasmissione degli impulsi elettrici.
Tra queste possono rientrare:
La decisione di impiantare un pacemaker non dipende soltanto dal valore della frequenza cardiaca, ma dalla causa del disturbo, dalla presenza e dalla gravità dei sintomi e dalle condizioni generali della persona.
In alcuni pazienti con insufficienza cardiaca può essere indicato un particolare tipo di dispositivo, chiamato pacemaker biventricolare, nell’ambito della terapia di resincronizzazione cardiaca. In questo caso l’obiettivo è migliorare la coordinazione della contrazione dei ventricoli.
I principali tipi di pacemaker
I pacemaker possono essere classificati in base al numero di camere cardiache che vengono stimolate e alle modalità di funzionamento.
Pacemaker monocamerale
Stimola una sola camera cardiaca, generalmente il ventricolo destro. Può essere utilizzato in situazioni specifiche, in base al tipo di disturbo della conduzione o del ritmo presente.
Pacemaker bicamerale
Utilizza generalmente due elettrocateteri per coordinare l’attività dell’atrio e del ventricolo. Questa modalità può consentire una stimolazione più simile alla normale sequenza di attivazione del cuore in determinate condizioni.
Pacemaker biventricolare
È utilizzato in pazienti selezionati con insufficienza cardiaca e alterazioni della conduzione elettrica. Stimolando entrambi i ventricoli può migliorare la sincronizzazione della loro contrazione.
La scelta del dispositivo dipende sempre dalle caratteristiche del disturbo cardiaco e viene effettuata dal cardiologo sulla base degli esami e delle condizioni cliniche del paziente.
Pacemaker e defibrillatore: non sono la stessa cosa
È importante distinguere il pacemaker dal defibrillatore cardiaco impiantabile (ICD).
Entrambi sono dispositivi in grado di monitorare il ritmo cardiaco, ma hanno funzioni differenti. Il pacemaker è principalmente utilizzato per trattare ritmi troppo lenti e alcuni disturbi della conduzione.
Il defibrillatore impiantabile, invece, è progettato anche per riconoscere e trattare alcune aritmie ventricolari potenzialmente pericolose, attraverso terapie specifiche, compresa, quando necessario, una scarica elettrica.
Esistono dispositivi che combinano funzioni di stimolazione e defibrillazione, ma non devono essere considerati semplicemente come “pacemaker con una funzione aggiuntiva”: indicazioni e caratteristiche sono differenti.
Vivere con un pacemaker
Nella maggior parte dei casi, dopo il periodo di recupero indicato dal medico, una persona con pacemaker può tornare a svolgere molte delle normali attività quotidiane.
Il dispositivo viene controllato periodicamente per verificarne il funzionamento, lo stato della batteria e, quando necessario, modificare la programmazione.
Alcuni pacemaker consentono anche il monitoraggio a distanza, attraverso sistemi che trasmettono determinate informazioni al centro medico. La disponibilità e le modalità del telemonitoraggio dipendono dal dispositivo e dal centro che segue il paziente.
È importante seguire le indicazioni del cardiologo riguardo all’attività fisica, ai controlli e alle eventuali precauzioni relative ad apparecchiature o procedure mediche.
Cosa fare attenzione dopo l’impianto
Dopo l’intervento è necessario seguire le indicazioni ricevute dal centro che ha effettuato l’impianto, in particolare durante le prime settimane.
Il paziente dovrebbe inoltre conoscere i principali segnali per i quali è opportuno contattare il medico, come nuovi episodi di svenimento, vertigini importanti, difficoltà respiratoria, dolore toracico, palpitazioni persistenti o un peggioramento improvviso dei sintomi.
Anche controlli e visite periodiche sono fondamentali per verificare che il dispositivo continui a funzionare correttamente.
Un dispositivo che accompagna la terapia
Il pacemaker non elimina la causa di tutti i disturbi del ritmo cardiaco e non è necessario per tutte le persone con un’aritmia. Quando indicato, rappresenta però uno strumento importante per garantire una frequenza cardiaca adeguata e prevenire i sintomi e le conseguenze legate a determinati disturbi del ritmo.
La scelta del dispositivo, la programmazione e i controlli devono essere sempre personalizzati sulla base delle condizioni del paziente.
Conoscere il proprio dispositivo, rispettare i controlli cardiologici e seguire le indicazioni del medico sono gli elementi fondamentali per vivere con maggiore sicurezza dopo l’impianto.
Neofobia alimentare, 8 bambini su 10 rifiutano nuovi cibi
AlimentazioneAssaggiare un alimento mai visto prima può trasformarsi, per molti bambini, in una piccola sfida. Secondo i dati riportati dall’Università Campus Bio-Medico di Roma, l’85,4% dei bambini italiani presenta un livello intermedio di neofobia alimentare, vale a dire una certa riluttanza ad assaggiare cibi nuovi, sconosciuti o percepiti come insoliti.
Un comportamento molto diffuso che, spiegano gli esperti, non deve necessariamente allarmare i genitori. La buona notizia è che un percorso di educazione alimentare, accompagnato da pazienza e continuità, può aiutare i più piccoli ad ampliare progressivamente il proprio repertorio di sapori.
Neofobia alimentare, perché i bambini rifiutano i nuovi cibi
La neofobia alimentare consiste nella tendenza a evitare o rifiutare alimenti che non fanno parte delle proprie abitudini. Nei bambini può rappresentare una fase fisiologica dello sviluppo e manifestarsi con maggiore o minore intensità.
«La neofobia alimentare può essere una fase normale dello sviluppo e non deve preoccupare le famiglie», spiega Laura De Gara, presidente del corso di laurea magistrale in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.
Il rischio, di fronte ai continui “no” del bambino, è trasformare ogni pasto in uno scontro. Una strategia che può ottenere l’effetto opposto a quello desiderato, aumentando la resistenza verso alcuni alimenti.
Niente imposizioni: pazienza e curiosità sono le armi migliori
Secondo De Gara, la neofobia «non va affrontata con imposizioni, ma accompagnata con pazienza, curiosità e continuità».
Un ruolo importante può essere svolto dal coinvolgimento diretto dei bambini nella preparazione dei pasti. Toccare gli ingredienti, osservarne i colori, sentirne il profumo e partecipare alla realizzazione di una ricetta consente infatti di rendere il cibo nuovo progressivamente più familiare.
Anche riproporre più volte lo stesso alimento può essere utile. Un primo rifiuto non significa necessariamente che quel cibo non verrà mai accettato. Occorre evitare pressioni e lasciare al bambino il tempo di prendere confidenza con consistenze e sapori diversi.
Fondamentale è inoltre mantenere un clima tranquillo durante i pasti. «Creare un clima sereno a tavola aiuta a costruire un rapporto positivo con il cibo», sottolinea l’esperta.
Educazione alimentare, cosa dimostra lo studio sui bambini italiani
L’efficacia di questo approccio è stata analizzata anche scientificamente. Uno studio realizzato da ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico e pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha coinvolto circa 800 bambini italiani tra i 6 e i 10 anni.
La ricerca ha evidenziato come un percorso di educazione alimentare basato su Nutripiatto sia associato a un miglioramento delle abitudini alimentari.
Nutripiatto è uno strumento educativo sviluppato da Nestlé con la supervisione scientifica della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale e dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. L’obiettivo è aiutare bambini e famiglie a comprendere, in maniera semplice e concreta, come comporre pasti equilibrati e sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto alle scelte alimentari.
Dal Mediterraneo alle cucine del mondo
Il progetto si è recentemente ampliato con Nutripiatto Senza Confini, iniziativa che combina i principi nutrizionali della dieta mediterranea con ingredienti e tradizioni provenienti da culture differenti.
Un approccio che assume particolare rilevanza in una società nella quale abitudini e culture alimentari diverse convivono sempre più frequentemente.
«In un’Italia sempre più multiculturale, Nutripiatto Senza Confini nasce per valorizzare le diverse tradizioni alimentari presenti nelle famiglie, dimostrando che equilibrio nutrizionale e identità culturale possono convivere nello stesso piatto», osserva De Gara.
Educare al gusto significa educare alla scoperta
Il messaggio rivolto alle famiglie è quindi quello di evitare di trasformare il momento del pasto in una prova da superare. L’obiettivo non dovrebbe essere costringere il bambino a mangiare un determinato alimento, ma favorire progressivamente la disponibilità a scoprirlo.
Perché imparare a mangiare in maniera varia non riguarda soltanto la nutrizione. Come ricorda De Gara, «educare il gusto significa anche educare alla curiosità e all’apertura verso ciò che è nuovo».
Un principio che può trasformare la tavola da terreno di conflitto a spazio di scoperta, contribuendo fin dall’infanzia a costruire un rapporto più equilibrato e consapevole con il cibo.
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Demenza: tre strategie per proteggere la salute del cervello nel tempo
Mondo salutePrendersi cura della salute del cervello è importante a ogni età. Con l’avanzare degli anni, infatti, aumenta il rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo e forme di demenza, tra cui la malattia di Alzheimer. Tuttavia, alcuni fattori di rischio sono modificabili e adottare uno stile di vita sano può contribuire a mantenere più a lungo la salute cardiovascolare e cerebrale.
Non esiste una strategia in grado di prevenire con certezza la demenza, ma alimentazione equilibrata, attività fisica e una vita mentalmente e socialmente attiva sono tra le abitudini che possono contribuire alla prevenzione e al benessere generale.
1. Seguire un’alimentazione equilibrata
Una corretta alimentazione contribuisce alla salute dell’intero organismo e può avere effetti positivi anche sul cervello.
Tra i modelli alimentari maggiormente studiati per la salute cardiovascolare e cognitiva c’è quello mediterraneo, caratterizzato da un consumo abbondante di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca e olio extravergine di oliva, con un consumo moderato di pesce, uova, latticini e carne e un limitato consumo di alimenti ricchi di zuccheri, sale e grassi saturi.
Questo tipo di alimentazione aiuta a mantenere sotto controllo alcuni importanti fattori di rischio per la salute cerebrale, come sovrappeso, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari.
Non si tratta quindi di affidarsi a un singolo alimento o a un particolare integratore: è l’insieme delle abitudini alimentari nel tempo a fare la differenza.
2. Mantenersi fisicamente attivi
L’attività fisica regolare è importante non soltanto per la salute del cuore e dei muscoli, ma anche per quella del cervello.
Muoversi con regolarità contribuisce a mantenere una buona circolazione sanguigna, aiuta a controllare pressione arteriosa, peso e glicemia e può avere effetti positivi sull’umore e sul sonno. Tutti elementi importanti anche nell’ambito della prevenzione del declino cognitivo.
Non è necessario praticare attività sportive intense. Camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta, nuotare, ballare o svolgere esercizi di forza sono alcune delle possibilità per mantenersi attivi.
In generale, per gli adulti si raccomanda di raggiungere almeno 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana, associando, quando possibile, esercizi per rafforzare i principali gruppi muscolari.
L’importante è scegliere un’attività compatibile con le proprie condizioni di salute e praticarla con continuità.
3. Mantenere il cervello attivo e le relazioni sociali
Anche la stimolazione cognitiva e la partecipazione alla vita sociale possono contribuire al mantenimento del benessere cerebrale.
Leggere, imparare una nuova abilità, studiare una lingua, dedicarsi alla musica, svolgere attività creative o coltivare interessi che richiedono attenzione e concentrazione sono occasioni per mantenere il cervello attivo.
Anche le relazioni sociali hanno un ruolo importante. Incontrare altre persone, partecipare ad attività di gruppo, coltivare amicizie o dedicarsi al volontariato può aiutare a contrastare l’isolamento sociale e favorire il benessere psicologico.
Non esiste però un singolo gioco o esercizio mentale in grado di prevenire la demenza. È preferibile mantenere nel tempo una vita ricca di attività diverse, adeguate ai propri interessi e alle proprie capacità.
Altri fattori da non trascurare
La salute del cervello non dipende soltanto da alimentazione, movimento e stimolazione cognitiva.
Tra i fattori di rischio modificabili per il declino cognitivo rientrano anche ipertensione, diabete, obesità, fumo, consumo eccessivo di alcol, perdita dell’udito e inattività fisica.
Per questo, soprattutto con l’avanzare dell’età, è importante effettuare i controlli sanitari raccomandati e mantenere sotto controllo eventuali condizioni croniche.
Anche dormire adeguatamente, prendersi cura della salute mentale e proteggere l’udito possono contribuire al benessere generale e cerebrale.
Quando rivolgersi al medico
Dimenticare occasionalmente un appuntamento, un nome o dove si sono lasciate le chiavi può capitare a chiunque e non significa necessariamente avere un problema cognitivo.
È invece importante parlarne con il proprio medico quando i disturbi della memoria o di altre funzioni cognitive diventano frequenti, peggiorano nel tempo o iniziano a interferire con le normali attività quotidiane.
Una valutazione tempestiva permette di individuare le possibili cause dei disturbi e, quando necessario, di programmare ulteriori accertamenti.
Conclusioni: prendersi cura del cervello inizia dalle abitudini quotidiane
Non esiste una formula per evitare completamente il rischio di demenza. Tuttavia, prendersi cura della propria salute nel corso della vita può contribuire a ridurre alcuni dei fattori di rischio modificabili e a mantenere più a lungo un buon livello di benessere fisico e cognitivo.
Mangiare in modo equilibrato, fare attività fisica, mantenere una vita socialmente attiva e continuare a coltivare interessi e nuove competenze sono semplici abitudini che possono essere adottate a qualsiasi età.
La prevenzione non inizia necessariamente a 45 anni: prendersi cura della salute cardiovascolare e cerebrale è un percorso che può cominciare molto prima e accompagnare tutte le fasi della vita.
Bambini, è allarme per le batterie a bottone
BambiniSei bambini ricoverati in appena tre mesi per gravi lesioni dell’esofago provocate dall’ingestione accidentale di batterie a bottone. È il dato che riaccende l’attenzione su uno degli incidenti domestici più pericolosi in età pediatrica.
Tra maggio e luglio 2026 l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha trattato sei casi particolarmente seri. Nei primi sette mesi dell’anno i ricoveri complessivi sono già saliti a sette, rispetto ai due registrati durante tutto il 2025. I piccoli pazienti, alcuni dei quali provenienti da altre Regioni, presentavano lesioni importanti dell’esofago e hanno avuto bisogno di cure multispecialistiche. Nei casi più complessi si è reso necessario anche il ricovero in terapia intensiva.
Una vera emergenza: i danni possono iniziare in due ore
Il problema principale è la rapidità con cui una piccola batteria può provocare conseguenze gravissime.
«L’ingestione di una batteria a bottone rappresenta una vera emergenza tempo-dipendente», spiega Filippo Torroni, responsabile di Alta Specializzazione “Endoscopia digestiva d’urgenza” dell’Unità operativa complessa di Gastroenterologia e Nutrizione del Bambino Gesù.
Quando la batteria rimane bloccata nell’esofago, infatti, può provocare lesioni severe già nell’arco di circa due ore.
Il rischio è reso ancora più insidioso dal fatto che il bambino potrebbe inizialmente non manifestare sintomi evidenti. «Il danno ai tessuti può essere già in atto», sottolinea Torroni. Per questo, in presenza di un’ingestione certa o anche soltanto sospetta, l’indicazione è recarsi immediatamente in Pronto Soccorso.
Cosa succede quando la batteria resta nell’esofago
Il contatto tra la batteria e i tessuti genera una reazione elettrochimica capace di provocare rapidamente una vera e propria ustione della parete esofagea.
Il danno può successivamente estendersi alle strutture circostanti. Nei casi più gravi possono verificarsi perforazioni dell’esofago, restringimenti cicatriziali, fistole tra esofago e trachea oppure collegamenti anomali con i grandi vasi sanguigni.
Una delle complicanze più temibili è rappresentata dalle emorragie, che possono comparire anche diversi giorni o settimane dopo la rimozione della batteria.
L’ingestione, inoltre, spesso avviene senza che un adulto se ne accorga.
I sintomi da non sottovalutare
Un bambino che ha ingerito una batteria a bottone potrebbe non presentare alcun disturbo iniziale oppure manifestare segnali poco specifici.
Tra quelli che devono far scattare l’attenzione ci sono difficoltà a deglutire, salivazione eccessiva, vomito, tosse improvvisa, alterazione della voce e dolore al torace o all’addome.
Proprio l’assenza di sintomi evidenti non deve indurre ad aspettare quando esiste anche solo il sospetto che una batteria possa essere stata ingerita.
Nei bambini con più di 12 mesi, capaci di deglutire, se l’episodio risale presumibilmente a meno di 12 ore, durante il tragitto verso il Pronto Soccorso può essere somministrato miele: 10 millilitri ogni 10 minuti, fino a un massimo di sei dosi. Il miele può contribuire a rallentare la progressione della lesione, ma non sostituisce in alcun modo l’assistenza medica e non deve ritardarla.
È invece sconsigliato provocare il vomito oppure somministrare altri cibi o bevande nel tentativo di far avanzare la batteria.
Telecomandi e chiavi dell’auto: dove si nasconde il pericolo
Le batterie a bottone sono presenti in moltissimi oggetti che fanno parte della vita quotidiana: telecomandi, chiavi elettroniche delle automobili, bilance, termometri, orologi, calcolatrici, apparecchi acustici, giocattoli, decorazioni luminose e perfino biglietti musicali.
La prevenzione passa soprattutto dalla sicurezza dei vani batteria. È importante controllare che siano chiusi con una vite o che richiedano l’impiego di un attrezzo per essere aperti.
Batterie nuove ed esaurite devono inoltre essere conservate fuori dalla vista e dalla portata dei bambini. Quelle utilizzate vanno smaltite rapidamente.
L’attenzione non deve limitarsi alla propria casa: anche abitazioni dei nonni, case di villeggiatura e ambienti frequentati occasionalmente dai più piccoli possono contenere oggetti potenzialmente pericolosi.
Al Bambino Gesù un intervento urgente su tre riguarda le batterie
I numeri mostrano quanto sia diffuso il problema delle ingestioni accidentali. Da gennaio 2025 a oggi circa 650 bambini sono arrivati al Pronto Soccorso del Bambino Gesù dopo aver ingerito un corpo estraneo. Nella maggior parte dei casi l’oggetto è stato espulso spontaneamente.
Nello stesso periodo, però, sono stati necessari 34 interventi di estrazione endoscopica.
Le batterie a bottone rappresentano soltanto una parte delle ingestioni complessive, ma sono responsabili di circa un intervento urgente su tre.
Il dato più significativo riguarda i casi con conseguenze cliniche rilevanti: due durante tutto il 2025, già sette nei primi sette mesi del 2026, di cui sei concentrati tra maggio e luglio.
Per affrontare queste emergenze il Bambino Gesù dispone di un’équipe multidisciplinare composta da endoscopisti digestivi pediatrici, specialisti dell’emergenza, cardiochirurghi, anestesisti-rianimatori, otorinolaringoiatri, radiologi e personale infermieristico specificamente formato.
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Melanoma: perché alcune cellule tumorali si nascondono dal sistema immunitario
Mondo saluteIl melanoma è un tumore maligno che origina dai melanociti, le cellule responsabili della produzione della melanina. Sebbene rappresenti una forma meno frequente di tumore della pelle rispetto ai carcinomi cutanei, può avere un comportamento aggressivo, soprattutto quando viene diagnosticato in una fase avanzata.
Una delle caratteristiche che rendono il melanoma particolarmente complesso è la sua capacità di interagire con il sistema immunitario e, in alcuni casi, di sfuggire alla sua azione. Le cellule tumorali possono infatti modificare i segnali che permettono alle difese immunitarie di riconoscerle e creare intorno a sé un ambiente che ostacola la risposta antitumorale.
La comprensione di questi meccanismi ha contribuito allo sviluppo dell’immunoterapia, che negli ultimi anni ha modificato in modo significativo il trattamento del melanoma avanzato.
Come il melanoma sfugge al sistema immunitario
Il sistema immunitario è in grado di riconoscere alcune cellule tumorali come anomale e di attivare una risposta per eliminarle. Le cellule del melanoma, però, possono sviluppare diversi meccanismi per ridurre l’efficacia di questa risposta.
Modificare i segnali di riconoscimento
Le cellule tumorali possono modificare la quantità o il tipo di molecole presenti sulla loro superficie e coinvolte nel riconoscimento da parte delle cellule immunitarie.
In questo modo possono diventare meno facilmente identificabili dai linfociti T, cellule fondamentali della risposta immunitaria contro i tumori.
Questo fenomeno non avviene necessariamente in tutte le cellule del tumore: la presenza di popolazioni cellulari diverse, con caratteristiche biologiche differenti, può contribuire alla capacità del melanoma di adattarsi alle pressioni esercitate dal sistema immunitario e dalle terapie.
Sfruttare i checkpoint immunitari
Un altro importante meccanismo riguarda i cosiddetti checkpoint immunitari, sistemi naturali che servono a regolare l’attività del sistema immunitario e a impedire risposte eccessive.
Alcuni tumori riescono a sfruttare questi meccanismi per ridurre l’attività dei linfociti T. Tra le interazioni più importanti vi è quella che coinvolge PD-1, un recettore presente sui linfociti T, e PD-L1, una molecola che può essere espressa dalle cellule tumorali o da altre cellule presenti nel microambiente del tumore.
Quando questo sistema viene attivato, l’attività dei linfociti T può essere ridotta, rendendo più difficile la risposta contro le cellule tumorali.
È proprio su questi meccanismi che agiscono alcuni dei principali farmaci immunoterapici utilizzati nel melanoma, come gli inibitori di PD-1 e CTLA-4.
Il ruolo del microambiente tumorale
Le cellule del melanoma non vivono isolate. Intorno al tumore si sviluppa un insieme complesso di cellule, molecole e segnali chiamato microambiente tumorale.
Questo ambiente può influenzare il comportamento del tumore e la risposta del sistema immunitario. Al suo interno possono essere presenti, tra le altre, cellule immunitarie con funzioni differenti, fibroblasti, cellule dei vasi sanguigni e numerose molecole coinvolte nella comunicazione tra le cellule.
Alcune di queste componenti possono contribuire a creare condizioni che limitano l’attività delle cellule immunitarie o ne ostacolano l’ingresso nel tessuto tumorale.
Tra i meccanismi studiati vi è anche il ruolo delle cellule T regolatorie e di alcune popolazioni di macrofagi associate al tumore, che possono contribuire alla formazione di un ambiente meno favorevole alla risposta immunitaria antitumorale.
Il ruolo dell’ipossia
Anche la disponibilità di ossigeno all’interno del tumore può influenzare il comportamento delle cellule tumorali e del microambiente.
Le aree caratterizzate da una ridotta disponibilità di ossigeno, una condizione chiamata ipossia, possono favorire cambiamenti biologici che aiutano il tumore ad adattarsi e possono interferire con l’efficacia della risposta immunitaria.
Il rapporto tra ipossia, microambiente tumorale e risposta alle terapie è tuttora oggetto di ricerca.
Come l’immunoterapia cerca di superare questi meccanismi
La conoscenza dei sistemi attraverso cui il melanoma può sfuggire al controllo immunitario ha portato allo sviluppo degli inibitori dei checkpoint immunitari.
Farmaci diretti contro PD-1 o CTLA-4 possono impedire alcuni dei segnali che frenano l’attività dei linfociti T, permettendo al sistema immunitario di riconoscere e contrastare più efficacemente le cellule tumorali.
Queste terapie hanno rappresentato un importante progresso nel trattamento del melanoma avanzato e possono produrre risposte durature in una parte dei pazienti.
Tuttavia, l’immunoterapia non funziona allo stesso modo in tutte le persone. Alcuni tumori possono non rispondere fin dall’inizio, mentre altri possono sviluppare meccanismi di resistenza dopo una risposta iniziale.
Per questo la ricerca sta studiando nuove combinazioni terapeutiche e strategie in grado di modificare il microambiente tumorale o di potenziare ulteriormente la risposta immunitaria.
Sono inoltre in fase di studio diverse altre strategie, tra cui terapie cellulari e vaccini terapeutici personalizzati. Il loro utilizzo nel melanoma dipende però dal tipo di trattamento, dalle caratteristiche del tumore e dalle evidenze cliniche disponibili.
Prevenzione e diagnosi precoce restano fondamentali
La ricerca sui meccanismi attraverso cui il melanoma sfugge al sistema immunitario è importante per sviluppare terapie sempre più efficaci. Ma, dal punto di vista della prevenzione, individuare il melanoma precocemente rimane fondamentale.
La principale strategia di prevenzione consiste nel ridurre l’esposizione ai raggi ultravioletti (UV), evitando un’esposizione eccessiva al sole e proteggendo la pelle con comportamenti adeguati e prodotti solari.
È inoltre importante prestare attenzione alla comparsa di nuovi nei o alla modifica di quelli già presenti, osservando caratteristiche come forma, colore, dimensioni e cambiamenti nel tempo.
Un controllo dermatologico può essere indicato quando una lesione appare sospetta o presenta modificazioni. Il dermatologo può valutare la lesione e, quando necessario, effettuare ulteriori accertamenti.
Conoscere il melanoma per affrontarlo meglio
La capacità del melanoma di interagire con il sistema immunitario è il risultato di meccanismi biologici complessi. Le cellule tumorali possono modificare i segnali che ne permettono il riconoscimento, sfruttare i checkpoint immunitari e influenzare il microambiente che le circonda.
La ricerca su questi processi ha permesso di sviluppare terapie immunologiche che hanno cambiato il trattamento del melanoma avanzato, ma molte domande restano ancora aperte.
Per questo, accanto ai progressi della ricerca e delle terapie, prevenzione e diagnosi precoce continuano a rappresentare strumenti essenziali per ridurre il rischio e intervenire tempestivamente in caso di malattia.
Eclissi solare: guardarla senza rischiare la vista
NewsL’eclissi solare del 12 agosto 2026 promette di essere uno degli spettacoli astronomici più affascinanti dell’anno. L’eclissi sarà totale lungo una fascia che interesserà, tra le altre zone, Groenlandia, Islanda e Spagna, mentre in buona parte dell’Europa il fenomeno potrà essere osservato come eclissi parziale. Proprio la curiosità suscitata dall’evento rende però necessario ricordare una precauzione fondamentale: guardare direttamente il Sole senza una protezione adeguata può provocare seri danni agli occhi.
Perché guardare il Sole durante l’eclissi è pericoloso
Un errore abbastanza comune consiste nel pensare che il Sole diventi meno pericoloso quando una parte del suo disco viene coperta dalla Luna. Non è così. Anche quando rimane visibile soltanto una porzione della superficie solare, la radiazione che raggiunge gli occhi può essere sufficientemente intensa da danneggiare la retina.
L’esposizione diretta può provocare la cosiddetta retinopatia solare, una lesione della retina che può compromettere soprattutto la visione centrale. Le conseguenze possono comprendere visione sfocata o distorta, alterazioni nella percezione dei colori e la comparsa di una zona scura o anomala al centro del campo visivo. In alcuni casi il danno può essere permanente.
Gli occhiali da sole non sono sufficienti
Anche gli occhiali da sole molto scuri non sono progettati per consentire l’osservazione diretta del Sole. Per vedere l’eclissi occorrono invece appositi occhiali o visori solari dotati di filtri specifici.
I dispositivi destinati all’osservazione diretta dovrebbero essere conformi allo standard internazionale ISO 12312-2. I filtri solari sono migliaia di volte più scuri dei normali occhiali da sole e sono realizzati proprio per ridurre la radiazione solare a livelli compatibili con l’osservazione.
Prima dell’utilizzo è importante controllare attentamente il dispositivo: se il filtro presenta graffi, lacerazioni, fori o altri danni, è meglio non utilizzarlo.
Come indossare correttamente gli occhiali per l’eclissi
Anche la modalità di utilizzo è importante. Prima di rivolgere lo sguardo verso il Sole occorre indossare gli occhiali per eclissi oppure posizionare davanti agli occhi il visore solare. Soltanto dopo è possibile alzare lo sguardo.
Terminata l’osservazione, bisogna prima distogliere lo sguardo dal Sole e soltanto successivamente togliere la protezione.
Particolare attenzione è necessaria con i bambini, che dovrebbero osservare il fenomeno sotto la supervisione di un adulto capace di verificare che gli occhiali siano correttamente posizionati e non vengano rimossi durante l’osservazione.
Attenzione a smartphone, fotocamere, telescopi e binocoli
Un’altra regola fondamentale riguarda gli strumenti ottici. Non bisogna osservare il Sole attraverso un binocolo, un telescopio o una fotocamera privi di un apposito filtro solare, neppure indossando contemporaneamente gli occhiali per eclissi.
Le lenti concentrano infatti la luce solare, aumentando drasticamente il rischio di lesioni oculari e potendo danneggiare anche il filtro degli occhiali.
Chi desidera fotografare l’eclissi o osservarla attraverso un telescopio deve utilizzare filtri solari specificamente progettati per l’apparecchiatura, installati correttamente davanti all’ottica, sul lato rivolto verso il Sole.
Un metodo sicuro: osservare l’eclissi indirettamente
Chi non dispone degli appositi occhiali può comunque seguire il fenomeno senza guardare direttamente il Sole. Una delle soluzioni più semplici è il proiettore stenopeico, che permette di proiettare l’immagine del disco solare su una superficie.
Durante l’utilizzo bisogna mantenere le spalle rivolte verso il Sole e osservare esclusivamente l’immagine proiettata: il piccolo foro serve a creare la proiezione, non deve essere utilizzato per guardare direttamente il Sole.
Anche le foglie degli alberi possono comportarsi come tanti piccoli fori stenopeici, proiettando sul terreno numerose immagini della forma assunta dal Sole durante l’eclissi.
Quando si possono togliere le protezioni
La possibilità di guardare il fenomeno senza filtri riguarda esclusivamente chi si trova all’interno della fascia di totalitàe soltanto durante il breve intervallo nel quale la Luna copre completamente la parte luminosa del Sole.
Durante tutte le fasi parziali gli occhiali devono invece rimanere indossati. Non appena anche una piccolissima porzione luminosa del Sole ricompare dopo la totalità, occorre utilizzare nuovamente la protezione.
Per chi osserva l’eclissi da una località nella quale il fenomeno è soltanto parziale, invece, non esiste alcun momento nel quale sia sicuro guardare direttamente il Sole senza un filtro appropriato.
Cosa fare se dopo l’eclissi la vista sembra diversa
Dopo un’osservazione accidentale del Sole senza protezione, eventuali alterazioni della vista non devono essere sottovalutate. Visione centrale sfocata, immagini distorte, macchie nel campo visivo o modificazioni nella percezione dei colori richiedono una valutazione da parte di un professionista della salute oculare.
Con le precauzioni corrette, l’eclissi del 12 agosto 2026 potrà invece essere osservata senza trasformare un evento astronomico eccezionale in un rischio evitabile per la vista. La regola più semplice resta anche quella più importante: mai guardare direttamente il Sole durante una fase parziale senza un filtro solare certificato e adatto allo scopo.
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Creme solari: perché sembrano inefficaci e come usarle bene
Mondo saluteLa protezione solare è uno degli strumenti più importanti per ridurre i danni causati dai raggi ultravioletti (UV). Scottature, invecchiamento precoce della pelle e, nel tempo, un aumento del rischio di sviluppare tumori cutanei sono tra le principali conseguenze di un’esposizione eccessiva e non adeguatamente protetta.
Eppure può capitare di scottarsi anche dopo aver applicato una crema solare. Questo non significa necessariamente che il prodotto sia inefficace: nella maggior parte dei casi, il problema è legato a una quantità insufficiente di prodotto, a un’applicazione non uniforme, alla mancata riapplicazione o a un’esposizione troppo intensa e prolungata.
Per questo è importante conoscere alcune semplici regole per utilizzare correttamente la protezione solare e integrarla con altri comportamenti di prevenzione.
Perché la crema solare può sembrare inefficace?
Una quantità insufficiente
Uno degli errori più comuni è applicare troppo poco prodotto. La protezione indicata sulla confezione viene infatti determinata attraverso test effettuati utilizzando una quantità standard di prodotto, pari a circa 2 mg per cm² di pelle.
Nella pratica, questo significa che uno strato troppo sottile può ridurre sensibilmente il livello di protezione effettivamente ottenuto.
È importante quindi applicare una quantità generosa e distribuire il prodotto in modo uniforme su tutte le aree esposte, senza dimenticare zone spesso trascurate come orecchie, collo, nuca, dorso dei piedi e labbra, utilizzando per queste ultime un prodotto specifico con filtro solare.
La protezione non viene riapplicata
La crema solare non protegge per tutta la giornata con una sola applicazione. Sudore, acqua, sfregamento con asciugamani e attività fisica possono rimuovere progressivamente il prodotto dalla pelle.
Per questo è importante riapplicare la protezione frequentemente, in particolare dopo aver fatto il bagno, dopo aver sudato molto o dopo essersi asciugati con un asciugamano. Anche i prodotti definiti resistenti all’acqua devono essere riapplicati.
Il prodotto non è adatto all’esposizione
Non tutte le esposizioni al sole comportano lo stesso rischio. È importante scegliere un prodotto con un fattore di protezione adeguato alle proprie caratteristiche e alle condizioni di esposizione, privilegiando una protezione alta o molto alta.
È inoltre fondamentale verificare che il prodotto offra protezione sia dai raggi UVB, principali responsabili delle scottature, sia dai raggi UVA, che penetrano più in profondità nella pelle e contribuiscono all’invecchiamento cutaneo e ai danni cellulari.
Come usare correttamente la crema solare
Scegliere una protezione adeguata
Per la maggior parte delle persone, soprattutto in caso di esposizione intensa, è consigliabile utilizzare una protezione SPF 30 o superiore, privilegiando SPF 50 o 50+ per le pelli molto chiare, sensibili o particolarmente vulnerabili.
La scelta deve tenere conto anche dell’intensità dell’esposizione, della stagione, della località e della durata della permanenza al sole.
È importante scegliere un prodotto che garantisca una protezione ad ampio spettro, cioè efficace contro UVA e UVB.
Applicare una quantità sufficiente
La crema deve essere applicata in modo uniforme su tutta la pelle esposta, senza dimenticare le zone più difficili da raggiungere.
È preferibile applicarla prima dell’esposizione al sole, seguendo le indicazioni riportate sulla confezione, e non aspettare di essere già sotto il sole per proteggersi.
Per il viso è consigliabile utilizzare una quantità adeguata di prodotto e prestare particolare attenzione a naso, orecchie, fronte e collo.
Riapplicare durante la giornata
La protezione va rinnovata regolarmente e sempre dopo il bagno, anche quando il prodotto è resistente all’acqua, dopo una sudorazione intensa o dopo essersi asciugati.
La riapplicazione è importante perché nessun prodotto solare mantiene inalterata la propria efficacia per tutta la giornata.
Non affidarsi soltanto alla crema
La protezione solare non dovrebbe essere considerata l’unica strategia per difendersi dai raggi UV.
Quando possibile, è preferibile evitare l’esposizione nelle ore in cui la radiazione solare è più intensa, cercare l’ombra e utilizzare ulteriori sistemi di protezione, come cappelli a tesa larga, occhiali da sole con adeguata protezione UV e abiti che coprano la pelle.
Queste precauzioni sono particolarmente importanti per bambini, persone con pelle molto chiara e soggetti particolarmente sensibili agli effetti del sole.
Falsi miti sulla protezione solare
“Se uso la crema solare, posso stare al sole quanto voglio”
Falso. La protezione solare riduce l’esposizione ai raggi UV, ma non rende la pelle immune dai loro effetti. Utilizzare una crema non significa poter prolungare indefinitamente la permanenza al sole.
“Una sola applicazione al mattino è sufficiente”
Falso. La protezione deve essere rinnovata nel corso della giornata, soprattutto dopo il bagno, la sudorazione o lo sfregamento.
“Se è nuvoloso, non serve la crema solare”
Falso. Le nuvole possono ridurre la radiazione solare, ma una parte significativa dei raggi UV può comunque raggiungere la pelle. Anche nelle giornate nuvolose è quindi importante adottare comportamenti di protezione quando si trascorre tempo all’aperto.
“La crema solare impedisce di abbronzarsi”
Non è corretto. La protezione solare riduce l’esposizione ai raggi UV e quindi anche il rischio di scottature e danni alla pelle, ma non significa necessariamente impedire completamente l’abbronzatura.
La protezione solare è una parte della prevenzione
Una crema solare utilizzata correttamente è un importante strumento di prevenzione, ma non può sostituire comportamenti responsabili durante l’esposizione al sole.
Applicare una quantità adeguata di prodotto, scegliere una protezione ad ampio spettro, riapplicarla regolarmente e limitare l’esposizione nelle ore più intense sono semplici accorgimenti che aiutano a ridurre i danni provocati dai raggi UV.
Prendersi cura della propria pelle significa soprattutto proteggerla nel tempo: la prevenzione inizia dalle abitudini quotidiane.
Esiste un gene che può spingere il corpo a bruciare più calorie
Ricerca innovazione, NewsIl modo in cui l’organismo gestisce le calorie non dipende soltanto da quanto si mangia o dall’attività fisica. Una parte importante della risposta sembra essere scritta nel patrimonio genetico. A confermarlo è una vasta analisi genomica condotta su oltre un milione di individui di America, Europa e Asia, che ha portato l’attenzione su un gene chiamato FNIP1, coinvolto nei meccanismi che regolano il consumo e l’accumulo dell’energia.
I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica Nature, suggeriscono che alcune rarissime varianti di questo gene possano favorire un metabolismo particolarmente efficiente, associato a meno grasso corporeo e a una maggiore massa muscolare.
Una rara mutazione che cambia il metabolismo
Secondo i ricercatori, circa una persona su 7.000 sarebbe portatrice di una copia difettosa di FNIP1. Gli individui con queste varianti genetiche mostrano caratteristiche metaboliche significativamente diverse rispetto alla popolazione generale.
Chi possiede una variante capace di ridurre la funzione del gene, spiega Luca Lotta, co-autore senior della ricerca, «consuma energia in misura maggiore rispetto a coloro che non presentano tali mutazioni, e questo protegge da obesità, diabete, malattie cardiache e renali».
L’effetto osservato è stato paragonato, per alcuni aspetti, a quello ottenuto attraverso i farmaci agonisti del recettore GLP-1, oggi utilizzati nel trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità. Il meccanismo biologico, tuttavia, è differente e potrebbe aprire una nuova strada nello sviluppo di terapie metaboliche.
FNIP1 funziona come un freno al consumo di energia
Lo studio è stato condotto dal Regeneron Genetics Center di Tarrytown, nello Stato di New York, utilizzando moderne tecniche di sequenziamento del DNA per individuare varianti genetiche associate alle malattie metaboliche.
FNIP1 produce una proteina capace di interagire con la folliculina, una molecola coinvolta nella regolazione di importanti processi cellulari. Insieme, queste proteine partecipano a un sistema che limita il consumo di energia da parte delle cellule.
È una sorta di freno metabolico che potrebbe avere rappresentato un vantaggio nel corso dell’evoluzione umana. Quando il cibo era difficile da reperire, infatti, conservare energia sotto forma di grasso aumentava le possibilità di sopravvivere ai periodi di carestia.
Quando una copia di FNIP1 perde la propria funzione, invece, questo freno si allenta. L’organismo aumenta il dispendio energetico e tende maggiormente a utilizzare i grassi come fonte di energia anziché conservarli nei tessuti.
Meno grasso nel fegato e più massa muscolare
Tra i partecipanti alla ricerca, circa 150 persone presentavano una variante genetica con perdita di funzione di FNIP1. L’analisi del loro profilo metabolico ha mostrato risultati particolarmente interessanti.
I ricercatori hanno riscontrato livelli più bassi di grassi nel sangue, una minore quantità di grasso accumulato nel fegato, valori di glicemia inferiori e una distribuzione più favorevole del tessuto adiposo. Allo stesso tempo, queste persone tendevano ad avere una massa muscolare maggiore.
L’insieme di questi fattori si traduceva in una probabilità inferiore di circa il 60% di sviluppare malattie cardiometaboliche, comprese obesità e diabete.
Come osservano gli autori, il significato di questa caratteristica genetica cambia radicalmente a seconda dell’ambiente in cui si vive. «Oggi viviamo in un ambiente molto ricco di calorie. Queste mutazioni rare, che potrebbero essere state sfavorevoli per molti millenni, ora sono favorevoli all’organismo».
Un possibile nuovo bersaglio contro le malattie metaboliche
Per verificare che l’associazione genetica avesse una spiegazione biologica, gli scienziati hanno condotto anche esperimenti su cellule umane e modelli animali.
Riducendo l’attività della via biologica collegata a FNIP1, nelle cellule sono aumentati i processi coinvolti nella degradazione dei grassi. Negli esperimenti sui topi alimentati con una dieta ricca di grassi, intervenire sullo stesso sistema ha inoltre contribuito a limitare l’aumento di peso, ridurre il grasso nel fegato e migliorare la sensibilità all’insulina.
I risultati non significano ancora che esista un farmaco capace di riprodurre gli effetti delle varianti genetiche osservate nell’uomo. Indicano però una possibile direzione: FNIP1 e le proteine con cui interagisce potrebbero diventare nuovi bersagli farmacologici contro obesità, diabete e altre malattie del metabolismo.
La scoperta mostra così quanto lo studio delle persone naturalmente protette da determinate patologie possa aiutare a individuare meccanismi biologici finora poco conosciuti e, in prospettiva, trasformarli in nuove strategie terapeutiche.
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