L’insonnia è un problema che affligge centinaia di migliaia di italiani e spesso è il sintomo di un problema irrisolto. Ma attenzione, gli esperti della Società Italiana di Neuro Psico Farmacologia (Sinpf) avvertono che l’insonnia può essere anche la causa scatenante di disturbi psichiatrici e quindi essere causa ed effetto di alcune malattie come ansia, depressione e disturbo bipolare.
Il ruolo dell’orexina nell’insonnia
A giocare un ruolo di primo piano nei meccanismi che portano all’insonnia è l’orexina, vale a dire un neurotrasmettitore che agisce sul sonno e che può essere bloccato grazie ad un farmaco antagonista. Claudio Mencacci, direttore emerito di psichiatria all’ospedale Fatebenefratelli di Milano e co-presidente Sinpf, spiega che oltre un terzo della popolazione mondiale è colpita da insonnia o da disturbi del sonno con frequenti risvegli e problemi di riaddormentamento.
Un problema mondiale
Ne soffre il 20% in Italia, in molti casi in forma cronica: sintomi persistenti nell’80% dei casi dopo 1 anno dalla diagnosi e nel 60% dei casi a 5 anni. Studi clinici hanno evidenziato che “l’insorgenza di insonnia aumenta il rischio di sviluppare, nel breve termine, condizioni come depressione maggiore o disturbi d’ansia – aggiunge Matteo Balestrieri, già Ordinario di Psichiatria all’Università di Udine e co-presidente della SINPF-. Questo la rende un fattore predittivo e perciò importante campanello d’allarme in ambito clinico.” Recenti linee guida europee hanno suggerito come farmaco di prima scelta un antagonista in grado di agire sull’orexina.
Effetto su ansia e non solo
Questo farmaco potrebbe avere un ruolo importante anche in psicopatologia, ne è convinta Laura Palagini, psichiatra e responsabile dell’ambulatorio per il trattamento dei disturbi del sonno dell’Auo di Pisa. Per questo, sono stati condotti alcuni studi in pazienti con disturbi d’ansia, depressivi bipolari e unipolari che hanno dimostrato che l’uso del farmaco antagonista dell’orexina può migliorare non solo i sintomi di insonnia ma anche d’ansia e dell’umore permettendo la riduzione dei farmaci ipnotico sedativi.
Importante farsi seguire da un medico
Tuttavia, poiché l’insonnia ha un andamento cronico, “la sospensione di farmaci ipnotico-sedativi richiede specifici accorgimenti – continua Palagini – e una riduzione graduale in associazione con terapie cognitive, con altre recenti terapie farmacologiche”. Servono dunque indicazioni chiare e puntuali. Il nuovo documento di consensus, in corso di pubblicazione sulla rivista Sleep Medicine, “sarà una guida utile per gli specialisti con l’obiettivo di aiutare i pazienti a ottenere benefici di efficacia e sicurezza contro l’insonnia e le altre patologie psichiatriche collegate o concomitanti”, concludono i presidenti Mencacci e Balestrieri.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2025/01/Insonnia-un-giovane-non-riesce-a-dormine-e-tiene-le-mani-vicino-alla-testa.jpg6671000Raffaele Nespolihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRaffaele Nespoli2025-01-23 16:43:172025-01-23 16:43:17L’insonnia può scatenare ansia e depressione
Le vampate di calore sono diffuse soprattutto tra le donne in pre-menopausa e menopausa. Sono spesso considerate un sintomo tipico dei cambiamenti ormonali ma diversi fattori, tra cui l’ansia e lo stress, possono scatenarle o peggiorare il disturbo.
Cosa sono le vampate di calore e perché si verificano
Le vampate di calore provocano un improvviso aumento della temperatura corporea, accompagnato da arrossamento della pelle e sudorazione. Dipendono da un disequilibrio nel centro termoregolatore nel cervello, situato nell’ipotalamo. Questo “termostato”, che regola la temperatura corporea, può funzionare meno durante la fase di transizione verso la menopausa, per via dell’abbassamento dei livelli di estrogeni. Secondo gli studi, il 70-75% delle donne in pre-menopausa e il 30-40% di quelle in menopausa sperimentano le vampate di calore. Il tema è stato affrontato dalla dottoressa Greta Garofalo, ginecologa di Humanitas Mater Domini, sul portale del centro di ricerca.
Le cause delle vampate di calore
Oltre ai cambiamenti ormonali, altri fattori possono aggravare le vampate di calore, secondo la specialista. Tra questi:
Sovrappeso e obesità: il grasso corporeo in eccesso può interferire con il normale funzionamento del sistema termoregolatore.
Fumo e alcol: alterano il sistema nervoso e influiscono negativamente sulla gestione della temperatura corporea.
Temperatura esterna: caldo e umidità peggiorano le vampate.
Insonnia: la carenza di sonno può alterare i livelli di zucchero nel sangue, favorendo l’aumento di insulina e infiammazione, fattori che possono peggiorare le vampate.
Stress: può innescare le vampate di calore o amplificarne gli effetti.
Stress e ansia: legame diretto con le vampate di calore
Lo stress è uno dei principali fattori scatenanti delle vampate di calore. Quando il corpo è sotto stress, il sistema nervoso autonomo, che controlla funzioni involontarie come la sudorazione, viene attivato. Questo provoca l’aumento del cortisolo, l’ormone dello stress, che agisce sul centro termoregolatore nell’ipotalamo, peggiorando la frequenza e l’intensità delle vampate di calore.
Inoltre, l’incremento del cortisolo ha effetti a lungo termine sulla salute, spiega la specialista. Se il cortisolo rimane elevato per periodi prolungati, può causare una serie di problemi, tra cui:
Aumento della pressione arteriosa a causa della vasocostrizione.
Iperglicemia che aumenta il rischio di diabete.
Aumento di peso legato alla resistenza insulinica.
Neuroinfiammazione, con un aumento del rischio di depressione.
Deterioramento cognitivo, che può accelerare lo sviluppo di demenza e malattia di Alzheimer.
I rimedi per le vampate di calore
Quando le vampate di calore impattano sulla quotidianità è fondamentale consultare un ginecologo. Lo specialista potrà prescrivere dei trattamenti, come la terapia ormonale sostitutiva o rimedi fitoterapici, in base al singolo caso. Inoltre, anche alcune abitudini contribuiscono ad alleviare i sintomi. I suggerimenti della specialista, includono:
Stile di vita attivo: passeggiate quotidiane di 30-45 minuti al mattino alla luce del sole aiutano a ridurre i livelli di cortisolo e migliorano la gestione della temperatura corporea.
Sonno ristoratore: dormire in ambienti freschi e asciutti contribuisce a migliorare la qualità del sonno, riducendo l’impatto delle vampate durante la notte.
Alimentazione sana: una dieta ricca di fibre, antiossidanti e Omega 3 aiuta a mantenere un peso sano e ridurre l’infiammazione. È utile limitare i grassi saturi, come quelli presenti nei formaggi e nella carne rossa.
Idratazione: bere regolarmente acqua è essenziale per mantenere il corpo equilibrato e prevenire la disidratazione.
Evitare alcol e tabacco: questi due fattori possono esacerbare le vampate e aumentare i livelli di stress.
Yoga e meditazione: queste pratiche contribuiscono a ridurre lo stress e migliorare la gestione dei sintomi.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2023/01/Menopausa-gli-8-sintomi-piu-diffusi41-1.jpg391647Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2025-01-23 08:34:192025-01-24 07:28:17Vampate di calore legate ad ansia e stress: interessano il 70-75% delle donne in pre-menopausa
Si chiama meditazione digitale, perché è una forma di meditazione supportata da un’App e pare, almeno così suggerirebbe uno studio dell’Università di San Francisco, che aiuti molto nella riduzione dello stress. La notizia è curiosa, ma anche interessante. Basterebbero, infatti, 10 minuti di meditazione al giorno e in autonomia per tenere a bada sia lo stress generalizzato che quello collegato al lavoro.
Lo studio e i criteri adottati
Scavando un po’ più a fondo, andando quindi a guardare a criteri dello studio che, curioso o meno, ha comunque meritato la pubblicazione Jama Network Open, scopriamo che i ricercatori hanno “usato” come campione di riferimento un gruppo randomizzato di volontari. I partecipanti hanno in comune solo il fatto di riferire uno stress da lieve a moderato e sono tutti impiegati in un grande centro medico accademico. Tutte persone che usano regolarmente il cellulare, il pc e il web. Chiaramente, criterio di esclusione è stato quello di essere un meditatore abituale, in questo modo nessuno dei selezionati era già abituato alla meditazione.
Gruppo di somministrazione e gruppo placebo
Il primo passo è stato quello di misurare lo stress percepito da parte di tutti i partecipanti basandosi su una scala di valore da 1 a 10. Le misurazioni dello stress percepito sono state ripetute poi a 8 settimane e a 4 mesi per valutare stress, tensione lavorativa, burnout, impegno lavorativo. Come sempre si fa per avere un termine di paragone, una parte dei partecipanti è stata messa alla prova con la meditazione digitale, con l’indicazione di completare almeno 10 minuti di meditazione al giorno, l’altro campione è rimasto semplicemente in attesa.
I risultati della meditazione digitale
Gli esperti hanno valutato la variazione del punteggio della Scala dello stress percepito (pss) a 8 settimane. Sono stati inclusi 1.458 individui di cui 1.178 donne; 728 hanno eseguito10 minuti di meditazione al giorno. Rispetto al gruppo di controllo (730), i primi hanno mostrato miglioramenti nello stress percepito e in tutte le misure di esito secondario (stress lavorativo, depressione etc). Questi miglioramenti si sono mantenuti a 4 mesi dall’inizio del ciclo di meditazione. Chi ha utilizzato l’applicazione da 5 a 9 minuti al giorno rispetto a meno di 5 minuti al giorno ha mostrato una maggiore riduzione dello stress (differenza media del punteggio -6,58). Secondo i ricercatori i risultati suggeriscono che un breve programma digitale basato sulla mindfulness è un metodo facilmente accessibile e scalabile per ridurre la percezione dello stress. Noi non sappiamo quanto una App per la meditazione digitale possa aiutare a ridurre lo stress, ma di certo un periodo giornaliero di disconnessione digitale può essere molto utile; soprattutto se l’uso dei dispositivi elettronici viene sostituito con un po’ di sport e rapporti reali.
I disturbi mentali stanno diventando un allarme sociale e un problema enorme di sanità pubblica. I dati sono impressionanti: depressione, ritiro sociale, rifiuto scolastico, autolesionismo, ansia, disturbi del comportamento alimentare, ideazione suicidaria, nel mondo circa 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi mentali diagnosticati. In Europa i minori che soffrono di un problema di salute mentale sono più di 11 milioni, in Italia sono circa 2 milioni.
La giornata mondiale
In occasione della giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre, gli esperti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù indicano i campanelli di allarme a cui prestare attenzione e i consigli per creare un ambiente familiare che favorisca la salute mentale dei figli. «Negli ultimi 10 anni le consulenze neuropsichiatriche presso il pronto soccorso dell’Ospedale sono aumentate del 500%» racconta il professor Stefano Vicari responsabile della neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Bambino Gesù.
I numeri dei disturbi mentali
Secondo l’UNICEF nel mondo 166 milioni di adolescenti tra i 10 e i 19 anni (1 su 7) ha un disturbo mentale diagnosticato. Di questi, 89 milioni sono ragazzi e 77 milioni sono ragazze. A livello mondiale, circa la metà dei problemi di salute mentale si manifesta entro i 18 anni, nonostante molti casi rimangano non individuati e non trattati. In Europa i minori che hanno un problema di salute mentale sono 11,2 milioni (13%). Di questi, 5,9 milioni sono maschi e 5,3 femmine. L’8% degli adolescenti (15-19 anni) soffre di ansia, il 4% di depressione. Il suicidio è la seconda causa di morte (circa un decesso su sei) dopo gli incidenti stradali.
Il lavoro del Bambino Gesù di Roma
I dati della Società italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dicono che in Italia circa 1 minore su 5 soffre di un disturbo mentale. Si tratta di circa 2 milioni di minori. All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù le consulenze neuropsichiatriche presso il pronto soccorso sono passate dalle 237 del 2013 alle 1.415 del 2023 con un picco di 1.824 nel 2021. Un aumento del 500%: da 1 consulenza ogni giorno e mezzo di media a circa 4 al giorno. Gli accessi per autolesionismo sono passati dai 25 del 2013 ai 607 del 2023.
«Quelli psichiatrici sono i disturbi più frequenti in età evolutiva. Molto di più delle malattie infettive e dei tumori – spiega il professor Stefano Vicari – Le malattie mentali rappresentano la terza causa di accesso al pronto soccorso del Bambino Gesù dopo la disidratazione e la febbre».
Campanelli d’allarme
I campanelli di allarme a cui i genitori devono prestare particolarmente attenzione sono i cambiamenti. Soprattutto quando sono repentini e prolungati nel tempo Quando un bambino o un adolescente inizia a presentare segni di malessere psicologico, questi si accompagnano infatti a dei cambiamenti emotivi e comportamentali rispetto alle normali abitudini di vita.
I cambiamenti possono riguardare il rendimento scolastico, con un repentino peggioramento, la comparsa di difficoltà nel dormire la notte, il peggioramento delle abitudini alimentari (mangiare troppo, mangiare poco, mangiare male), l’abbandono di un’attività sportiva che si praticava con soddisfazione, il ritiro sociale, irritabilità e scontrosità accentuati o un’eccessiva anedonia, cioè la difficoltà a provare piacere per e cose che prima davano piacere. «Ovviamente tutti gli adolescenti di tanto in tanto presentano queste modalità di comportamento – chiarisce Vicari – Ma quando questi atteggiamenti diventano quotidiani, rappresentano un cambiamento evidente rispetto al comportamento abitudinario e durano settimane o mesi, allora è bene chiedere aiuto»
Quando il fisico ci parla
I campanelli di allarme non sono però solo quelli comportamentali. Possono essere anche fisici. È il caso dell’autolesionismo, un fenomeno in grande crescita, soprattutto tra i giovani adolescenti (13-14 anni). Anche il repentino ed eccessivo aumento o perdita di peso può essere un segnale che nasconde un disturbo del comportamento alimentare. È quindi importante prestare attenzione al corpo dei propri figli, osservarli. «A volte i genitori per pudore o rispetto della privacy dei propri figli evitano di farlo – spiega Vicari – I figli hanno bisogno di essere controllati. È il ruolo dei genitori. La relazione genitore-figlio non è una relazione tra amici, ma tra chi è adulto e chi no, tra chi deve educare e chi deve essere educato».
Cosa fare
Il primo suggerimento è esserci. È importante sia la qualità che la quantità del tempo passato coi propri figli. È importante trovare il tempo anche per stare in silenzio insieme a loro. Non è necessario dirgli costantemente cosa fare e non fare. L’esempio è molto più importante. È importante ascoltarli e vedere cosa fanno. «Per farlo è necessario trovare il tempo – spiega Vicari – È fondamentale garantire una presenza fisica accanto ai propri figli. Altrimenti la comunicazione rischia di diventare prevalentemente funzionale e direttiva: “Lavati, studia, metti in ordine, hai preparato la borsa?”. Il messaggio che deve passare ai figli è semplice: “Se hai bisogno, io sono qui”».
Il ruolo della famiglia
Un altro aspetto centrale per creare un ambiente ottimale per i figli è quello di metterli in condizione di costruire relazioni, anche dentro la famiglia. Uno studio che riguarda i minori che sono riusciti ad affrontare meglio il distanziamento sociale e le restrizioni durante il Covid 19 ha dimostrato l’importanza di vivere in una famiglia numerosa, in cui si parla e si gioca, di leggere e fare attività fisica. «Il benessere mentale si costruisce insieme al benessere fisico e cognitivo, coltivando cioè conoscenza e sapere, giocando – continua Vicari – Il segreto è stare coi propri figli e divertirsi standoci. Non viverla come una condanna, come se stare con loro fosse tempo sottratto ai propri interessi».
Lasciare che il bambino si annoi: la noia non è un elemento negativo. Anzi. Nella vita di tutti i giorni avere del tempo a disposizione per non fare nulla vuol dire favorire la creatività, la fantasia. Immaginare delle cose che nel tempo fittamente organizzato che i figli hanno si fa fatica a trovare. «La creatività nasce da questo, dall’avere un bastoncino in mano e immaginare che sia un’astronave per esplorare i pianeti».
Impedire l’accesso ai farmaci tenuti in casa. Negli adolescenti il suicidio è la seconda causa di morte. L’ingestione incongrua dei farmaci è infatti il metodo più utilizzato. È quindi fondamentale che i farmaci presenti in casa non siano facilmente raggiungibili tenendoli chiusi a chiave.
Limitare l’accesso ai dispositivi elettronici (computer, smartphone, ecc.) e ai social è un altro elemento che aiuta a prevenire l’insorgenza di possibili problemi psichiatrici. Le dipendenze hanno infatti un ruolo determinante sull’aumento delle patologie psichiatriche. Tutti i tipi di dipendenze, sia quelle da stupefacenti – «i bambini oggi iniziano ad usare i cannabinoidi già dalla scuola secondaria di primo grado» racconta Vicari – sia quelle da gioco da azzardo – «circa 1 minore su 3 frequenta le sale scommesse ho gioca al gratta e vinci».
La dipendenza da dispositivi elettronici e da internet ha effetti negativi sul cervello, si attivano le stesse aree che si attivano con una dipendenza da sostanze chimiche. «Nel 2013 crollano i prezzi dei telefonini che diventano più accessibili per tutti – spiega Vicari – I bambini hanno ormai un accesso, spesso senza controllo, a uno strumento fantastico, ma che nasconde grandi insidie. Oggi i minori accedono a molte informazioni, di ogni tipo, tramite internet. A cui di fatto viene delegata, anche inconsapevolmente, una parte della funzione educante che dovrebbe invece essere dei genitori e della scuola».
Quando i genitori riscontrano alcuni dei campanelli di allarme che potrebbero indicare la presenza di un problema neuropsichiatrico è importante chiedere aiuto. «La cosa importante da sottolineare è che se ne esce – conclude Vicari – Per questo invitiamo i genitori a prestare attenzione ai segnali rivelatori. Ancora oggi esiste un grande stigma, culturale e sociale, a parlare apertamente di disturbi psichiatrici. È invece importante parlarne e chiedere aiuto perché rivolgendosi a chi se ne occupa si può guarire».
Nel mondo 1 adolescente su 7 soffre di disturbi mentali. Lo ha ricordato l’UNICEF in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale (oggi 10 ottobre). Circa la metà (48%) di tutti i problemi di salute mentale a livello globale si manifesta entro i 18 anni, eppure molti casi rimangono non individuati e non trattati.
I dati
11,2 milioni circa di bambini e giovani entro i 19 anni (5,9 milioni i maschi e 5,3 milioni le femmine) nell’Unione Europea (ovvero il 13%) soffrono di un problema di salute mentale. Tra i 15 e i 19 anni, circa l’8% dei ragazzi soffre di ansia e il 4% di depressione. Sono i numeri del recente rapporto dell’UNICEF “Child and adolescent mental health – The State of Children in the European Union 2024”.
Il suicidio è la seconda causa di morte (dopo gli incidenti stradali) tra i giovani dai 15 ai 19 anni nell’Unione Europea. Nel 2020, circa 931 giovani sono morti per suicidio nell’UE (circa 18 vite perse a settimana). Il 70% circa dei giovani tra i 15 e i 19 anni nell’UE che muoiono per suicidio sono maschi.
In Italia, in giovani nella stessa fascia di età che hanno perso la vita intenzionalmente tra il 2011 e il 2020, il 43% erano ragazzi e circa il 36% ragazze.
Giornata mondiale della Salute Mentale
L’UNICEF Italia dedica quest’anno la giornata al tema dell’eco-ansia o ansia climatica – termini con cui si intende l’ansia o la preoccupazione per le minacce ecologiche che il pianeta subisce. Secondo dati ISTAT in Italia il 70,3% dei giovani tra i 14 e i 19 anni si dice preoccupato per i cambiamenti climatici. Gli under18 sperimentano quotidianamente gli effetti dei cambiamenti climatici sulle loro vite e questo sta avendo un impatto sulla loro salute mentale.
L’UNICEF mette in evidenza come siano necessarie nuove ricerche e studi per produrre dati di qualità su come il clima ha un impatto sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti, affinché possano essere articolate misure di prevenzione e protezione solide, eque ed inclusive.
Le iniziative
Per sensibilizzare sul tema l’UNICEF Italia e l’Agenzia Creativa BONFIRE, con il supporto di Greencome, hanno raccolto in un video una serie di testimonianze di giovani che hanno vissuto episodi di eco-ansia. I loro racconti sono letti su un palco da persone adulte, che a partire dalla loro esperienza di genitori riflettono su queste nuove paure della Generazione Z. Maria Beatrice Alonzi, divulgatrice e scrittrice esperta di analisi comportamentale e comunicazione non verbale, aiuta a riflettere sulle considerazioni ed emozioni emerse per capire come poter riconoscere e affrontare l’ansia dei più giovani.
L’UNICEF sarà presente al Sabir, Festival diffuso delle culture mediterranee, in calendario dal 10 al 13 ottobre presso Città dell’Altra Economia a Roma, con diversi appuntamenti.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2016/11/13112_lonely-1466900_1280.jpg8521280Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2024-10-10 07:10:072024-10-10 01:37:49Salute mentale: un adolescente su 7 ha un disturbo nel mondo, i segnali si manifestano entro i 18 anni
La depressione è una patologia complessa che emerge in forme diverse. La risposta ai trattamenti varia molto da persona a persona. Oggi, il 30-40 per cento delle persone affette da depressione non risponde alle terapie disponibili. Il dato pesa sui sistemi sanitari e sulla qualità della vita dei pazienti. Questo ha spinto la ricerca scientifica a indagare le ragioni delle variabilità. Un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine ha individuato almeno sei diversi tipi di depressione, o “biotipi”. Si distinguono per specifici pattern di attivazione cerebrale, rispondendo in modo diverso alle strategie terapeutiche.
Sei biotipi per comprendere la depressione
La ricerca, condotta da un team guidato dal neuroscienziato italiano Leonardo Tozzi della Stanford University, ha analizzato l’attività cerebrale di 801 pazienti. Il lavoro si è concentrato sull’individuazione di specifici schemi di attivazione o non attivazione di circuiti cerebrali, i quali sembrano determinare la tipologia di depressione e, di conseguenza, la risposta alle cure. Questi sei biotipi sono associati a circuiti responsabili di funzioni cognitive come l’attenzione, l’autocontrollo e le emozioni. Ad esempio, un biotipo è caratterizzato da un’iperconnettività nei circuiti dell’attenzione, mentre un altro da un’iperattivazione del “Default Mode Network“, che si attiva quando il cervello non è impegnato in compiti specifici.
Lo studio si è basato su tecniche avanzate di neuroimmagine e analisi dei dati, permettendo ai ricercatori di sviluppare una mappa più dettagliata di come il cervello si comporta nei diversi tipi di depressione. I risultati potrebbero portare alla creazione di trattamenti mirati e personalizzati.
I risultati delle terapie nei sei biotipi
I ricercatori hanno analizzato anche l’efficacia dei trattamenti su un campione di 250 pazienti, monitorando la risposta ai diversi approcci terapeutici. In particolare, hanno testato farmaci antidepressivi e terapie psicologiche specifiche. I risultati hanno mostrato che alcuni biotipi rispondono meglio alla psicoterapia, mentre altri trovano maggiore beneficio dai farmaci.
Ad esempio, il biotipo “Default with salience and attention hyperconnectivity” ha mostrato una maggiore risposta alla psicoterapia, mentre il biotipo “Attention hypoconnectivity” ha risposto meno bene a questo tipo di trattamento. Il biotipo “Cognitive control hyperactivation” ha invece registrato un miglioramento con un farmaco specifico. Questi risultati indicano che l’identificazione del biotipo di appartenenza potrebbe orientare in modo più preciso i medici nella scelta della terapia, riducendo il numero di pazienti che non rispondono ai trattamenti.
Verso cure personalizzate
La possibilità di associare un determinato biotipo a una specifica terapia potrebbe rivoluzionare la pratica psichiatrica. Leonardo Tozzi, in collaborazione con il team di Stanford, sta ora lavorando a trial clinici sperimentali per verificare l’efficacia di trattamenti mirati. I prossimi passi includeranno studi randomizzati per confermare i risultati e offrire una base solida per l’applicazione clinica.
I costi economici e sociali della depressione
La depressione pesa anche sul piano economico e sociale. Negli Stati Uniti, i costi legati alla disabilità causata dalla depressione ammontano a 336 miliardi di dollari. Si tratta della principale causa di perdita di produttività lavorativa a livello globale. I giovani sono particolarmente colpiti, con un tasso di suicidi che è triplicato negli ultimi 30 anni.
Il problema della depressione non diagnosticata
Uno dei principali ostacoli alla cura della depressione è la mancanza di diagnosi. Gli studi indicano che solo una persona su cinque affetta da depressione maggiore riceve cure adeguate. Molti pazienti non sanno di poter beneficiare di trattamenti specifici e interpretano i sintomi come una normale reazione a situazioni difficili. La depressione è spesso confusa con stati di tristezza o disagio temporanei, invece è una patologia complessa. I sintomi sono persistenti e impattano significativamente sulla vita personale e sociale.
Come funziona il cervello nella depressione
Il cervello è un sistema complesso, formato da circuiti che collegano diverse aree e si attivano a seconda delle funzioni svolte. Nel caso della depressione, alcuni circuiti sono maggiormente coinvolti, come il circuito del “Default Mode Network”, che si attiva quando non si è impegnati in compiti specifici, e che è spesso collegato alla ruminazione tipica della depressione. Altri circuiti interessati includono quelli responsabili delle emozioni, sia positive che negative, e quelli che regolano l’attenzione e il controllo cognitivo.
La scoperta di sei biotipi distinti fa luce sulla possibilità di personalizzare i trattamenti, migliorando la risposta dei pazienti alle terapie. Il prossimo obiettivo è confermare questi risultati con studi clinici prospettici e randomizzati. La depressione rimane una delle principali sfide della salute pubblica, ma la ricerca scientifica continua a fare progressi verso un futuro in cui le cure saranno sempre più efficaci e personalizzate.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/09/Depressione-infermieri.jpg8411500Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2024-09-16 08:30:412024-09-16 09:10:15Depressione: 30-40 % non risponde alle terapie. Tipologie, cure e nuove scoperte sui casi resistenti
Oltre il 70% delle persone con problemi d’udito convivono con un certo grado di acufene o tinnito. Se un tempo si pensava che il problema fosse di esclusiva competenza dell’otorino laringoiatra, oggi è chiaro che affrontare efficacemente questo sintomo è fondamentale un approccio olistico, che coinvolga diversi professionisti della salute.
Percepire ronzii, sibili o fischi
Si parla di sintomo, perché questo disturbo, caratterizzato appunto dalla percezione di ronzii, sibili o fischi, non è una malattia specifica, ma un sintomo che può influire in modo drammatico sulla qualità della vita. Le cause principali dell’acufene includono stress e affaticamento, infezioni dell’apparato uditivo e l’invecchiamento. Dunque, le possibili cause dell’acufene sono molte e solo con una serie di visite ed esami è possibile capire qual è l’innesco e provare ad affrontare efficacemente il problema.
Acufene: cos’è e quali sono le cause
L’acufene può essere causato dall’esposizione a suoni forti che danneggiano le cellule sensoriali nell’orecchio interno, dall’eccesso di cerume, dalla pressione arteriosa alta e dai disturbi che riguardano i nervi sensoriali. A peggiorare le cose ci si mettono le cattive abitudini come il fumo, il consumo di alcolici o caffeina, e l’assunzione di quantità eccessive di acido acetilsalicilico (contenuto in farmaci di uso comune) o di antibiotici possono aggravare il problema.
Un Approccio olistico per il trattamento
Come detto, affrontare l’acufene richiede il contributo di una squadra di professionisti. Oltre alla terapia audioprotesica, è essenziale il supporto di esperti in neuropsicologia, geriatria, gnatologia e educazione ritmico-musicale. Un trattamento multidisciplinare può aiutare a migliorare significativamente la qualità della vita delle persone affette da acufene. Cinque delle principali terapie attualmente utilizzate sono:
Terapie farmacologiche
Nonostante non esistano trattamenti farmacologici specifici per sopprimere l’acufene, alcuni farmaci possono aiutare a gestire l’ansia e la depressione che spesso accompagnano questo disturbo. Le benzodiazepine, utilizzate da tempo nella pratica clinica, mostrano effetti positivi su circa un terzo dei pazienti con acufene. Tuttavia, il loro uso dovrebbe essere limitato nel tempo per evitare il rallentamento della plasticità cerebrale e l’adattamento alla percezione dell’acufene.
Intervento psicologico
La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) si è rivelata efficace nell’affrontare i pensieri disfunzionali e nell’uso di tecniche di rilassamento per migliorare la qualità della vita dei pazienti con acufene. Una metanalisi su 285 pazienti non ha trovato differenze significative nella percezione dell’acufene e nel livello di depressione tra il gruppo di controllo e quello sottoposto a CBT, ma ha evidenziato un miglioramento significativo nella qualità della vita del secondo gruppo. Quando combinata con la Tinnitus Retraining Therapy (TRT), la CBT mostra risultati ancora più positivi, soprattutto nel decondizionamento dell’acufene da emozioni come ansia e paura.
Neuromodulazione
La Stimolazione Magnetica Transcranica Ripetitiva (rTMS) è una tecnica sperimentale che utilizza campi magnetici per stimolare aree cerebrali attivate dall’acufene. Questo trattamento è già in uso per alcune malattie neurologiche e ha mostrato efficacia in circa il 50% dei pazienti con acufene. Un’altra tecnica in fase sperimentale è la stimolazione elettrica della corteccia uditiva, che utilizza elettrodi posizionati direttamente sulla corteccia o sulla dura madre. Tuttavia, questa sperimentazione è attualmente limitata a pochi pazienti.
Biofeedback
Il biofeedback, e il più avanzato neurobiofeedback, può aiutare a ridurre significativamente l’acufene insegnando ai pazienti a controllare la loro attività cerebrale e organica. Questa metodica si basa sulla registrazione dell’elettroencefalogramma o di parametri fisiologici, che vengono convertiti in segnali sonori o visivi. Quando il paziente riesce a modificare positivamente questi parametri, riceve una ricompensa come l’ascolto di musica piacevole o la visione di immagini gratificanti. Tuttavia, non esistono certezze scientifiche sull’efficacia del biofeedback.
Terapie naturali
Molti pazienti ricorrono a trattamenti alternativi come agopuntura, cure omeopatiche, Ginkgo Biloba, diete specifiche, idrocolonterapia, pranoterapia, controllo di intolleranze alimentari, fiori di Bach, rimedi erboristici e terapie energetiche. Questi metodi naturali possono portare qualche vantaggio, ma è bene evidenziare che purtroppo non esistono evidenze scientifiche che ne provino l’efficacia nella riduzione dell’acufene.
Benché non esista una terapia definitiva, rivolgersi ad un centro specializzato per il trattamento è il primo passo per avere una diagnosi e provare a risolvere il problema o, quantomeno, per ridurre l’impatto che questo ha sulla vita di tutti i giorni, sul lavoro e sulle relazioni personali. L’importante è non arrendersi all’idea di poter stare nuovamente bene ed ritrovare una buona qualità di vita.
Esattamente come accade con le droghe, anche lo smartphone e i social possono dare dipendenza. E le ragazzine, le adolescenti, sono le più sensibili al rischio di cadere nella “rete”. Sono dati scioccanti quelli che emergono da una ricerca finlandese sull’uso dei social media e dei cellulari e pubblicata sulla rivista Archives of Disease in Childhood. Molte adolescenti, infatti, passano quasi 6 ore al giorno sui loro smartphone, impugnano il telefono in media 115 volte al giorno, e quasi una su 5 (17%) di queste ragazzine è probabilmente dipendente dai social media e a rischio di disturbi mentali.
Lo studio sulla dipendenza da smartphone
I ricercatori hanno contattato tutte le 49 scuole superiori in tre grandi città della Finlandia: Helsinki, Espoo e Vantaa, coinvolgendo 1164 studentesse di 15-16 anni. L’uso medio giornaliero dello smartphone, basato su almeno 3 giorni di dati, era disponibile per 656 adolescenti (56,5%) e, per 7 giorni di dati, per 298 adolescenti (26%). L’uso medio giornaliero dello smartphone era di 350 minuti, ovvero 5,8 ore al giorno, con un tempo medio trascorso sui social di 231 minuti, pari a 3,9 ore. Dati dettagliati sulle app più frequentemente utilizzate erano disponibili per 564 adolescenti (48,5% del totale).
Dipendenza
Comportamenti compulsivi e ansia
In tutto, 205 (poco più del 36,3% di quelle con dati disponibili) trascorrevano meno di 3 ore al giorno sui social, mentre 77 (14%) vi trascorrevano 6 o più ore. Le ragazze prendevano in mano il telefono da 58 a 356 volte al giorno (media 145). Per circa 1 su 5 (115; 20,5%) le app più frequentemente utilizzate includevano giochi, con un uso medio di 24 minuti al giorno. Ben 183 (17%) adolescenti erano possibilmente dipendenti dai social media. E oltre un terzo (371; 37%) ha ottenuto punteggi superiori alla soglia per un potenziale disturbo d’ansia.
Solitudine
Il tempo giornaliero trascorso sui social era associato a una media dei voti più bassa, punteggi più alti di dipendenza dai social, livelli più alti di ansia e un’immagine corporea peggiore. La dipendenza dai social peggiora anche l’umore, aumenta la stanchezza e instaura maggiori sensazioni di solitudine. “Le implicazioni di quasi 6 ore di utilizzo giornaliero dello smartphone e le sue associazioni con il benessere degli adolescenti sono serie”, concludono gli autori.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/05/Dipendenza-da-smartphgone-unadolescete-al-cellulare-scaled.jpg17092560Raffaele Nespolihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRaffaele Nespoli2024-05-23 10:28:012024-05-23 18:19:44Così le adolescenti rischiano la dipendenza
Psicologi in campo per contrastare la sindrome dei Campi Flegrei, perché se è vero che l’imprevedibilità crea inevitabilmente un clima di tensione e apprensione è altrettanto vero che è importante intervenire tempestivamente nel momento in cui avvengono questi fenomeni per fornire una prima forma di contenimento attraverso specifici protocolli di psicologia dell’emergenza.
Campi Flegrei, Frenare la paura
Dunque, non meraviglia che il presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania, Armando Cozzuto, sia intervenuto in merito allo sciame sismico che ieri ha colpito la zona dei Campi Flegrei.
“La paura in questo caso è una reazione normale di fronte a un pericolo reale – ha detto -. Con eventi sismici di tale portata è impossibile non spaventarsi, ma allo stesso tempo è importante che la reazione non sfoci nel panico per evitare di mettere in atto comportamenti controproducenti o inadeguati”.
Vivere nei Campi Flegeri
Del resto, lo stesso presidente Cozzuto è un cittadino di Pozzuoli ed “essendo attualmente coinvolto in prima persona – spiega – posso testimoniare che sono tantissime le figure che sono intervenute e tra queste ci sono gli psicologi, nel caso specifico parliamo dell’associazione Psicologi per i popoli che è stata prontamente attivata dalla Protezione civile, così come verrà coinvolta l’associazione Sipem”. Queste associazioni sono in genere le prime ad intervenire in questi contesti, disponendo di una serie di protocolli che consentono di contenere e ridefinire il vissuto traumatico per evitare l’insorgere di disturbi come, ad esempio, quello post-traumatico da stress.
Campi Flegrei Sostegno concreto
Il presidente degli psicologi ricorda che la paura rappresenta una reazione sana quando ci troviamo di fronte ad un pericolo reale, ma la presenza degli psicologi aiuta a mitigare i vissuti. “Abbiamo assistito a scene critiche ma ben gestite, anche perché si sono creati degli spazi di confronto tra i cittadini che hanno coinvolto anche i tanti bambini presenti. Una cosa che ha consentito, con l’aiuto degli psicologi e la collaborazione dei genitori seppur provati, di poter raccontare loro in maniera adeguata quello che stava accadendo”.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/05/Campi-Flegrei-una-donna-in-preda-allansia-scaled.jpg18702560Raffaele Nespolihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRaffaele Nespoli2024-05-21 16:04:182024-05-21 16:55:40Campi Flegrei, psicologi in campo
C’è una bella differenza tra una debolezza che può persistere per qualche settimana a causa di una brutta influenza e ciò che può essere invece classificato come long Covid. Non si tratta infatti di qualche banale “strascico”, ma di una patologia vera e propria. In diversi casi con conseguenze pneumologiche, problemi cardiovascolari, sindromi metaboliche e persino malattie neuro-psichiatriche.
PASC
Il nome di questa condizione è comunemente quello di long Covid, ma in gergo tecnico viene definita PASC, ovvero “sequele post acute” dell’infezione da SarsCov2, che l’Oms stima attorno al 6% tra coloro che hanno contratto l’infezione. Una platea enorme, se si considera il numero di infezioni registrate dal primo anno di pandemia ad oggi. Insomma, la questione non andrebbe sottovalutata e di certo non viene sottovalutata dall’Oms che la considera una “nuova emergenza di sanità pubblica”.
Linee guida
Nel maggio 2023, l’Oms ha dichiarato ufficialmente conclusa l’emergenza pandemica del Covid19″, osserva Claudio Lucifora, direttore del Centro di ricerca sul Lavoro ‘Carlo Dell’Aringa’ (Crilda) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinatore del progetto Pascnet, i cui risultati della prima fase sono raccolti in un eBook dal titolo “Linee guida per il follow-up delle sequele da Covid-19”. Lucifora dice che “le statistiche raccolte dall’Oms ci ricordano che dall’inizio della pandemia ci sono stati, in tutto il mondo, oltre 765.222.932 casi di contagio, con quasi sette milioni di morti. Nella sola Lombardia, i contagi sono stati oltre 4 milioni con quasi 50mila decessi”.
Sintomi
Benché i sintomi possano variare notevolmente da persona a persona e possano durare settimane o mesi dopo che l’infezione iniziale è passata, alcuni dei frequenti sono:
Affaticamento persistente eccessivo.
Dispnea (difficoltà respiratoria) o mancanza di respiro.
Dolori muscolari e articolari.
Dolore toracico.
Tosse persistente.
Palpitazioni o dolore al petto.
Problemi neurologici come confusione, difficoltà di concentrazione e perdita di memoria.
Problemi gastrointestinali come nausea, diarrea o dolore addominale.
Problemi dermatologici come eruzioni cutanee o perdita di capelli.
Ansia o depressione.
Problemi di sonno, compresi insonnia o sonno disturbato.
Palpitazioni cardiache.
Dolore cronico.
Altri sintomi come perdita dell’olfatto o del gusto, vertigini, svenimenti, ecc.
Non tutti i pazienti sviluppano una sindrome di long Covid. Alcuni possono sperimentare solo alcuni sintomi leggeri o persistere con sintomi più gravi per un periodo di tempo più lungo. Se si sospetta di avere il long Covid, è sempre bene parlarne con il proprio medico per una valutazione e un trattamento appropriati.
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