Tempo di lettura: 3 minutiÈ stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra l’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e provincia e il Comitato regionale CONI Campania. L’accordo punta a sviluppare una collaborazione stabile sui temi della prevenzione, dell’educazione sanitaria, dell’attività motoria e del benessere della collettività.
L’intesa nasce dalla volontà condivisa di valorizzare l’attività fisica e sportiva non soltanto come occasione di socializzazione e aggregazione, ma anche come strumento per prevenire le malattie, favorire l’inclusione sociale e migliorare la qualità della vita. Il protocollo prevede campagne informative, seminari, convegni, iniziative di sensibilizzazione e programmi dedicati alla medicina preventiva e alla salute pubblica.
Il valore dello sport per la salute
Praticare regolarmente attività fisica, in modo adeguato all’età e alle condizioni personali, contribuisce al buon funzionamento dell’organismo. Il movimento aiuta a proteggere la salute cardiovascolare, a mantenere sotto controllo il peso corporeo e a ridurre il rischio di sviluppare alcune patologie croniche, come diabete, ipertensione e disturbi legati alla sedentarietà.
I benefici riguardano anche l’apparato muscolare e scheletrico. Lo sport favorisce il mantenimento della forza, dell’equilibrio e della mobilità, elementi fondamentali soprattutto con l’avanzare dell’età. Nelle persone anziane, un’attività motoria appropriata può contribuire a preservare l’autonomia e a ridurre il rischio di cadute.
Il movimento ha inoltre un ruolo importante nel benessere psicologico. Svolgere attività fisica con regolarità può aiutare a gestire lo stress, migliorare la qualità del sonno e contrastare l’isolamento. Quando viene praticato in gruppo, lo sport diventa anche un’occasione per costruire relazioni, rafforzare il senso di appartenenza e favorire la partecipazione sociale.
Zuccarelli: «La prevenzione deve uscire dagli ambulatori»
«Con questo protocollo mettiamo in relazione due mondi che devono dialogare sempre di più: quello della medicina e quello dello sport», spiega il presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli, Bruno Zuccarelli.
«L’attività fisica, quando viene praticata in maniera appropriata e consapevole, è uno degli strumenti più efficaci per prevenire molte patologie, preservare l’autonomia delle persone e migliorare il benessere fisico e mentale. La prevenzione deve uscire dagli ambulatori ed entrare nei luoghi nei quali le persone vivono, studiano, lavorano e praticano sport».
«L’Ordine è al fianco dei cittadini e mette a disposizione competenze mediche e scientifiche per promuovere un’informazione corretta e iniziative concrete, con particolare attenzione ai giovani e alle persone più fragili», aggiunge Zuccarelli.
Scuole, giovani e persone fragili al centro delle iniziative
Una grande attenzione sarà riservata alle fasce più fragili della popolazione, alle scuole e ai giovani. Promuovere il movimento fin dall’infanzia significa favorire abitudini sane che possono essere mantenute anche nell’età adulta. Lo sport può inoltre trasmettere valori educativi come il rispetto delle regole, la collaborazione, l’impegno e la capacità di affrontare difficoltà e sconfitte.
Tra le attività previste figurano campagne di screening e sensibilizzazione sanitaria, corsi di primo soccorso e di gestione delle emergenze in ambito sportivo, programmi educativi sui corretti stili di vita e manifestazioni sportive con finalità sociali e di promozione della salute.
L’obiettivo è rendere l’attività sportiva sempre più accessibile, consapevole e sicura, offrendo strumenti adeguati anche ad allenatori, dirigenti, insegnanti, volontari e operatori delle associazioni.
Formazione e sicurezza negli impianti sportivi
Il CONI Campania favorirà il coinvolgimento delle federazioni sportive, delle discipline associate, degli enti di promozione e delle associazioni presenti sul territorio. L’Ordine dei Medici contribuirà invece alla progettazione delle campagne di prevenzione, all’organizzazione degli incontri divulgativi e alla diffusione della cultura della sicurezza sanitaria, del primo soccorso e della gestione delle emergenze durante le attività sportive.
La collaborazione potrà quindi contribuire anche a migliorare la preparazione di chi opera quotidianamente nelle palestre, nei campi e negli impianti sportivi, facilitando il riconoscimento tempestivo delle situazioni di rischio e l’attivazione corretta dei soccorsi.
Roncelli: «Lo sport è un presidio di salute e inclusione»
«La sottoscrizione di questo protocollo rafforza la collaborazione tra il sistema sportivo regionale e l’Ordine dei Medici su obiettivi di grande rilievo sociale», dichiara il presidente del CONI Campania, Sergio Roncelli.
«Il CONI Campania assicurerà il proprio impegno istituzionale per favorire il coinvolgimento delle realtà sportive del territorio e trasformare l’intesa in occasioni concrete di formazione, prevenzione e sensibilizzazione».
«Lo sport, praticato in sicurezza e con il supporto di competenze qualificate, è un presidio di salute, educazione e inclusione, soprattutto per i giovani e per le fasce più fragili della popolazione», conclude Roncelli.
Il protocollo rappresenta così un passo concreto verso un modello di prevenzione più vicino ai cittadini, nel quale medici, istituzioni sportive, scuole e associazioni possono collaborare per promuovere il movimento come parte integrante della tutela della salute.
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L’addio a Osvaldo Bagnoli: superare lo stigma dell’Alzheimer
Mondo saluteLa malattia di Alzheimer non è una vergogna. È una condizione neurologica che può colpire molte persone nel corso della vita e che richiede conoscenza, assistenza e sostegno, non isolamento o giudizio.
La scomparsa di Osvaldo Bagnoli, figura storica del calcio italiano, ha riportato l’attenzione su un tema importante: anche chi ha avuto una vita ricca di successi e riconoscimenti può trovarsi ad affrontare una malattia neurodegenerativa. Parlare di Alzheimer con maggiore consapevolezza significa contribuire a ridurre i pregiudizi e a riconoscere la dignità di ogni persona che convive con questa condizione.
Osvaldo Bagnoli: una carriera indimenticabile
Osvaldo Bagnoli è stato uno degli allenatori più apprezzati del calcio italiano, ricordato soprattutto per la storica impresa del Verona, culminata nella conquista dello scudetto nella stagione 1984-1985.
La sua carriera è stata caratterizzata da competenza, equilibrio e capacità di valorizzare il lavoro di squadra. Una figura spesso descritta come riservata, lontana dai riflettori, ma capace di lasciare un segno profondo nel mondo dello sport.
La sua storia offre anche l’occasione per riflettere su un aspetto che riguarda milioni di persone nel mondo: convivere con una malattia come l’Alzheimer non modifica il valore di una persona né cancella ciò che è stata e ciò che ha rappresentato.
Cos’è la malattia di Alzheimer
La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza, una condizione caratterizzata dal progressivo deterioramento di alcune funzioni cognitive.
Colpisce principalmente la memoria, ma nel tempo può coinvolgere anche:
Si tratta di una malattia complessa, legata a cambiamenti biologici nel cervello, e non è conseguenza di scelte personali, mancanza di volontà o caratteristiche del carattere.
Perché è importante dire che l’Alzheimer non è una vergogna
Ancora oggi molte persone associate alla demenza subiscono stigma e isolamento sociale. Alcune famiglie possono arrivare a nascondere la diagnosi per paura del giudizio o dell’incomprensione.
Questo atteggiamento può però aumentare il senso di solitudine e rendere più difficile chiedere aiuto.
Parlare apertamente di Alzheimer permette invece di:
La malattia non definisce la persona: chi vive con Alzheimer continua ad avere una storia, emozioni, preferenze e relazioni significative.
Il ruolo della diagnosi e del supporto
Attualmente non esiste una cura definitiva per la malattia di Alzheimer, ma una diagnosi precoce permette di impostare un percorso di assistenza più adeguato.
Gli interventi possono includere:
L’obiettivo principale è mantenere il più possibile autonomia, benessere e qualità della vita.
L’importanza del sostegno ai caregiver
L’Alzheimer coinvolge non solo la persona malata, ma anche chi le sta accanto.
Familiari e caregiver possono affrontare un carico emotivo e organizzativo molto impegnativo. Per questo è fondamentale offrire loro informazioni, supporto psicologico e servizi dedicati.
Prendersi cura di chi assiste una persona con demenza significa migliorare l’intero percorso di cura.
Una società più consapevole
Ridurre lo stigma significa costruire ambienti più inclusivi, dove le persone con Alzheimer possano continuare a partecipare alla vita sociale nel rispetto delle loro capacità.
La conoscenza della malattia aiuta a superare paure e stereotipi, ricordando che dietro ogni diagnosi c’è prima di tutto una persona.
La storia di Osvaldo Bagnoli ci invita a riflettere su un messaggio fondamentale: l’Alzheimer è una malattia, non una colpa.
Affrontare questa condizione con informazione, empatia e rispetto permette di sostenere meglio chi ne è colpito e chi se ne prende cura.
Parlare di Alzheimer senza vergogna significa contribuire a una società più consapevole, capace di guardare oltre la malattia e riconoscere sempre il valore della persona.
Caffè e salute: quali benefici possono offrire caffeina e antiossidanti
Health WorldPer molte persone il caffè rappresenta un rituale quotidiano, ma negli ultimi anni questa bevanda è stata anche al centro di numerose ricerche scientifiche. Oltre al suo effetto stimolante, il caffè contiene infatti diversi composti bioattivi che potrebbero contribuire al benessere dell’organismo.
Le evidenze disponibili suggeriscono che un consumo moderato di caffè, all’interno di uno stile di vita sano, possa essere associato a diversi benefici per la salute. Tuttavia, è importante distinguere tra associazioni osservate negli studi e benefici scientificamente dimostrati.
Il caffè e il sistema nervoso
L’effetto più noto del caffè è dovuto alla caffeina, una sostanza naturale che stimola il sistema nervoso centrale.
Dopo l’assunzione, la caffeina può contribuire a:
Questi effetti spiegano perché molte persone percepiscano una maggiore energia e una migliore capacità di affrontare gli impegni quotidiani dopo aver bevuto una tazza di caffè.
Il caffè può aiutare a gestire lo stress?
Il rapporto tra caffè e stress è complesso e varia da persona a persona.
In quantità moderate, il caffè può favorire una sensazione di maggiore lucidità mentale e migliorare l’umore in alcune persone. Tuttavia, dosi elevate di caffeina possono aumentare nervosismo, agitazione, palpitazioni e interferire con il sonno, soprattutto nei soggetti più sensibili.
Per questo motivo non si può affermare che il caffè riduca lo stress: il suo effetto dipende dalla quantità consumata, dalla tolleranza individuale e dal contesto in cui viene assunto.
Una fonte importante di antiossidanti
Il caffè contiene numerosi composti bioattivi, tra cui polifenoli e acidi clorogenici, dotati di proprietà antiossidanti.
Gli antiossidanti contribuiscono a contrastare lo stress ossidativo, un processo naturale che può danneggiare cellule e tessuti e che è coinvolto nell’invecchiamento e nello sviluppo di diverse malattie croniche.
Sebbene il caffè rappresenti una delle principali fonti alimentari di antiossidanti in molte popolazioni, questo non significa che sia in grado di prevenire l’invecchiamento o rigenerare le cellule.
Cosa suggeriscono gli studi
Numerosi studi osservazionali hanno rilevato che il consumo moderato di caffè è associato a un minor rischio di alcune patologie, tra cui:
È importante sottolineare che questi studi evidenziano un’associazione e non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto. I benefici osservati potrebbero dipendere anche da altri fattori legati allo stile di vita.
Come consumare il caffè in modo salutare
Per ottenere i potenziali benefici del caffè è utile seguire alcune semplici indicazioni:
Il caffè non può compensare abitudini poco salutari, ma può far parte di un’alimentazione varia ed equilibrata.
Il caffè è una bevanda ricca di sostanze bioattive che, se consumata con moderazione, può offrire alcuni benefici per la salute. La caffeina contribuisce a migliorare temporaneamente attenzione e vigilanza, mentre gli antiossidanti presenti naturalmente nel caffè aiutano a contrastare lo stress ossidativo.
Le evidenze scientifiche suggeriscono inoltre un’associazione tra consumo moderato di caffè e minore rischio di alcune malattie croniche, ma non dimostrano che questa bevanda sia in grado di combattere lo stress o rallentare direttamente l’invecchiamento cellulare. Come per molti alimenti, i benefici si osservano soprattutto quando il caffè è inserito in uno stile di vita complessivamente sano.
Case di Comunità, gli specialisti ambulatoriali chiedono regole chiare
Economia sanitaria«Gli specialisti ambulatoriali possono giocare un ruolo decisivo nelle Case di Comunità per la riduzione delle liste d’attesa, ma occorrerà determinare con chiarezza i ruoli nell’ambito del prossimo Accordo Integrativo Regionale». È un’apertura importante quella offerta alla Regione Campania dal Sumai Assoprof nel corso dell’incontro tenuto ieri dalle principali rappresentanze della specialistica con il presidente Roberto Fico.
Un confronto definito “proficuo”, durante il quale la rappresentanza regionale del sindacato, composta dal presidente nazionale del Sumai e segretario regionale in Campania Luigi Sodano e dai segretari provinciali di Napoli e Salerno, Gaetano Amorico ed Emilio Scalzone, ha affrontato le criticità che da anni condizionano l’assistenza sanitaria campana.
Dalla Campania una questione nazionale
Al centro dell’incontro è stato posto il ruolo degli specialisti ambulatoriali nelle Case di Comunità. Si tratta di una questione che supera i confini regionali e riguarda l’intero Servizio sanitario nazionale, impegnato nella costruzione di una nuova rete di assistenza territoriale.
Il programma nazionale destina due miliardi di euro alla realizzazione delle Case di Comunità e prevede almeno 1.038 strutture rinnovate e tecnologicamente attrezzate. Questi presidi dovranno diventare punti facilmente riconoscibili nei quali trovare assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale, riducendo la distanza tra i cittadini e i servizi. , tuttavia, non consiste solamente nel completamento degli edifici. Occorre riempirli di professionisti, attività e percorsi assistenziali. Le indicazioni organizzative nazionali prevedono infatti assistenza primaria, continuità assistenziale, infermieristica, specialistica ambulatoriale, diagnostica di base, assistenza domiciliare, punto prelievi e collegamento con i servizi sociali e con i sistemi di prenotazione. a in carico realmente multidisciplinare
Per il Sumai, le Case di Comunità non possono essere considerate semplici contenitori nei quali erogare singole prestazioni. Devono diventare il luogo della presa in carico multidisciplinare, della prevenzione e della continuità assistenziale.
Un obiettivo che richiede la presenza stabile degli specialisti ambulatoriali e una piena integrazione con i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli infermieri e le altre professioni sanitarie.
«Abbiamo registrato attenzione e disponibilità verso le nostre proposte – afferma Luigi Sodano –. Le Case di Comunità sono uno snodo decisivo per il futuro della sanità campana, ma potranno funzionare realmente solo attraverso équipe multiprofessionali nelle quali lo specialista ambulatoriale sia parte strutturale dei percorsi di cura. Ora è necessario avviare il confronto sul nuovo Accordo Integrativo Regionale e definire funzioni, responsabilità e modelli organizzativi con tempi certi».
Liste d’attesa, cronicità e assistenza di prossimità
La presenza degli specialisti nelle strutture territoriali potrebbe contribuire a ridurre le liste d’attesa, intercettando una parte della domanda prima che confluisca negli ospedali. Potrebbe inoltre migliorare il monitoraggio delle persone con patologie croniche, dei pazienti fragili e degli anziani che necessitano di controlli periodici e percorsi coordinati.
Il tema interessa tutte le Regioni. Il monitoraggio nazionale mostra infatti un’attivazione progressiva delle strutture, con differenze legate ai modelli organizzativi già esistenti nei diversi territori. Le realtà che disponevano di reti territoriali consolidate risultano generalmente più avanti, mentre altrove resta necessario accelerare sull’organizzazione dei servizi e sul reclutamento del personale. priorità richiamate dal sindacato figurano l’attivazione delle Aggregazioni Funzionali Territoriali della specialistica, il potenziamento dei Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali, lo sviluppo della telemedicina e del teleconsulto, il superamento delle differenze organizzative tra le aziende sanitarie e l’incremento dell’offerta specialistica.
Il Sumai ha inoltre chiesto una maggiore valorizzazione degli specialisti ambulatoriali che operano nelle strutture ospedaliere e universitarie.
Il rischio delle strutture senza personale
«L’incontro è stato proficuo, ma il sindacato continuerà a chiedere risposte concrete – sottolineano Amorico e Scalzone –. Senza personale, nuovi incarichi e una chiara organizzazione del lavoro, le Case di Comunità rischiano di restare strutture incomplete».
Un rischio che riguarda l’intero Paese. La scadenza nazionale per l’attivazione dei servizi finanziati dal PNRR era fissata al 30 giugno 2026, ma il completamento materiale delle strutture non può essere separato dalla definizione dei modelli professionali e assistenziali. sti ambulatoriali sono pronti a contribuire alla presa in carico dei pazienti cronici e fragili, alla riduzione degli accessi impropri in ospedale e al miglioramento delle liste di attesa. È un patrimonio professionale che la Regione deve utilizzare pienamente».
La richiesta avanzata in Campania assume quindi un valore nazionale: trasformare le Case di Comunità da progetto edilizio a rete assistenziale realmente funzionante, capace di offrire risposte coordinate e vicine ai luoghi nei quali le persone vivono.
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Alzheimer, scoperto il meccanismo che elimina le sinapsi alterate
Ricerca innovazione, NewsUna nuova speranza contro l’Alzheimer? Forse è presto per dirlo, ma è un fatto che una nuova linea di ricerca dell’Università di Padova punta a comprendere meglio il ruolo della glia, l’insieme di cellule che affianca i neuroni e contribuisce in modo essenziale al corretto funzionamento del cervello. Il progetto è stato avviato e rafforzato da Laura Civiero, professoressa del Dipartimento di Biologia dell’ateneo, grazie a un finanziamento STARS, acronimo di Supporting Talent in ReSearch.
Per molto tempo le cellule gliali sono state considerate soprattutto una struttura di sostegno per i neuroni. Le conoscenze scientifiche più recenti hanno però modificato profondamente questa visione. La glia partecipa alla regolazione dell’ambiente cerebrale, al metabolismo, alla risposta immunitaria e al mantenimento delle connessioni nervose. Un’alterazione di queste attività può quindi avere conseguenze importanti nello sviluppo delle malattie neurodegenerative.
Gli astrociti controllano le connessioni nervose
Lo studio coordinato da Civiero si è concentrato in particolare sugli astrociti, cellule gliali dalla caratteristica forma ramificata. Tra i loro compiti rientra anche il controllo delle sinapsi, i punti di comunicazione attraverso cui i neuroni trasmettono segnali e costruiscono le reti necessarie alla memoria, all’apprendimento e alle altre funzioni cognitive.
Le sinapsi vengono continuamente monitorate. Quando una connessione risulta danneggiata, alterata o non più utile, può essere riconosciuta, inglobata e rimossa dagli astrociti. Si tratta di un’attività fisiologica indispensabile per mantenere efficienti i circuiti nervosi.
Il problema nasce quando il processo diventa eccessivo o non viene regolato correttamente. In questo caso, gli astrociti possono contribuire alla perdita patologica di connessioni neuronali, uno dei fenomeni associati alla progressione della malattia di Alzheimer.
ACKR3 funziona come un sensore molecolare
La ricerca ha identificato un nuovo meccanismo attraverso il quale gli astrociti riconoscono le sinapsi alterate. Al centro del processo si trova ACKR3, un recettore capace di comportarsi come una sorta di sensore molecolare.
ACKR3 riconosce un particolare segnale presente sulle terminazioni sinaptiche in difficoltà. Il segnale coinvolge la molecola CXCL12, associata a un lipide di membrana chiamato fosfatidiletanolammina. Dopo il riconoscimento, il recettore guida l’astrocita verso la sinapsi destinata a essere inglobata ed eliminata.
I ricercatori hanno osservato livelli più elevati sia di ACKR3 sia di CXCL12 nei tessuti cerebrali post mortem di persone affette da Alzheimer e nei modelli sperimentali della malattia. Il dato suggerisce che questo sistema possa diventare particolarmente attivo durante la neurodegenerazione.
Sinapsi protette nei modelli sperimentali
Riducendo geneticamente l’attività di ACKR3 nei modelli animali di Alzheimer, il gruppo di ricerca ha registrato una diminuzione dell’eliminazione delle sinapsi da parte degli astrociti. L’intervento ha inoltre permesso di limitare la perdita delle connessioni nervose e di migliorare alcuni aspetti della funzione cognitiva.
I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Molecular Neurodegeneration nell’articolo “Atypical chemokine receptor 3 regulates synaptic removal in disease astrocytes”, indicano quindi un possibile nuovo bersaglio terapeutico. La ricerca si trova tuttavia ancora in una fase preclinica: saranno necessari ulteriori studi per comprendere se la modulazione di ACKR3 possa trasformarsi in un trattamento sicuro ed efficace per le persone.
Dall’Alzheimer alle ricerche sul Parkinson
Il lavoro si inserisce in un’attività più ampia dedicata ai rapporti tra cellule gliali e neurodegenerazione. Laura Civiero ha infatti ottenuto recentemente anche un finanziamento della Michael J. Fox Foundation nell’ambito di un progetto internazionale rivolto alla malattia di Parkinson.
Questa seconda ricerca studierà il trasportatore gliale EAAT2, responsabile della rimozione del glutammato dallo spazio extracellulare del sistema nervoso. L’obiettivo è valutare nuove strategie per ristabilire l’equilibrio del glutammato e contrastare alcuni meccanismi collegati al Parkinson.
L’attenzione verso astrociti e altre cellule gliali amplia così la prospettiva con cui vengono osservate le patologie neurodegenerative. Non soltanto i neuroni, ma l’intero ambiente cellulare che li circonda potrebbe offrire nuovi strumenti per proteggere le connessioni cerebrali e rallentare i processi patologici.
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Idrossiclorochina: come ridurre il rischio di effetti collaterali
Mondo saluteL’idrossiclorochina è un farmaco ampiamente utilizzato nel trattamento di diverse malattie autoimmuni, tra cui il lupus eritematoso sistemico e alcune forme di artrite reumatoide. Quando prescritta secondo le indicazioni dello specialista, rappresenta una terapia efficace e, nella maggior parte dei casi, ben tollerata.
Come tutti i medicinali, tuttavia, può causare effetti indesiderati, soprattutto in caso di trattamenti prolungati. Per questo motivo è importante seguire alcune precauzioni che consentono di ridurre il rischio di complicanze senza compromettere l’efficacia della terapia.
A cosa serve l’idrossiclorochina
L’idrossiclorochina appartiene alla classe degli antimalarici, ma da molti anni viene utilizzata anche in reumatologia per il trattamento di malattie autoimmuni.
Nel lupus, ad esempio, contribuisce a controllare l’attività della malattia, ridurre il numero delle riacutizzazioni e limitare il rischio di danni agli organi nel lungo periodo. In alcuni pazienti viene impiegata anche nell’artrite reumatoide e in altre patologie infiammatorie, sempre su indicazione dello specialista.
Quali sono i possibili effetti collaterali
Nella maggior parte dei pazienti il farmaco è ben tollerato, ma durante trattamenti di lunga durata possono comparire alcuni effetti indesiderati.
Tra i più comuni figurano:
Più raramente possono verificarsi complicanze più importanti, come:
L’importanza del dosaggio corretto
Uno dei principali fattori che influenzano il rischio di tossicità è il dosaggio.
Le linee guida internazionali raccomandano di non superare, nella maggior parte dei casi, una dose giornaliera di circa 5 mg per chilogrammo di peso corporeo reale, salvo diversa indicazione dello specialista.
Rispettare il dosaggio prescritto e non modificare autonomamente la terapia rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di effetti indesiderati.
Perché sono fondamentali i controlli periodici
Durante il trattamento è importante sottoporsi ai controlli programmati dal medico.
In particolare sono raccomandati:
La frequenza degli esami viene stabilita dal medico in base alla durata della terapia, alla dose assunta e alle caratteristiche del paziente.
È possibile ridurre o sospendere il farmaco?
La decisione di modificare la terapia spetta esclusivamente allo specialista.
In alcune situazioni cliniche può essere opportuno ridurre il dosaggio o sostituire il farmaco, ad esempio in presenza di effetti collaterali significativi o di specifiche controindicazioni. In altri casi, invece, interrompere l’idrossiclorochina può aumentare il rischio di riacutizzazione della malattia.
Per questo motivo il trattamento non deve mai essere modificato o sospeso autonomamente.
Il ruolo del paziente
Anche il paziente può contribuire alla sicurezza della terapia.
È importante:
Una buona comunicazione con il team curante consente di individuare precocemente eventuali problemi e intervenire in modo tempestivo.
L’idrossiclorochina rimane un farmaco fondamentale nel trattamento di numerose malattie autoimmuni e, se utilizzata correttamente, presenta un profilo di sicurezza generalmente favorevole.
Più che ridurre la terapia, l’obiettivo è utilizzarla alla dose appropriata, sottoporsi ai controlli raccomandati e seguire attentamente le indicazioni dello specialista. Questo approccio consente di ottenere i benefici del trattamento limitando il rischio di effetti indesiderati e garantendo una gestione sicura della malattia.
Traumi pediatrici, 20mila accessi l’anno al Bambino Gesù: come prevenire gli incidenti estivi
BambiniSono circa 20mila i bambini e gli adolescenti che ogni anno arrivano nei due Pronto Soccorso dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, nelle sedi di Roma-Gianicolo e Palidoro, a causa di un trauma.
Oltre 8mila pazienti riportano una frattura, quasi 7mila vengono visitati per contusioni, distorsioni o lussazioni agli arti, mentre circa 4mila accedono alle cure d’urgenza per un trauma cranico. Numeri che confermano quanto gli incidenti rappresentino una delle principali cause di ricorso al Pronto Soccorso durante l’infanzia e l’adolescenza.
In estate il numero complessivo dei traumi non aumenta in modo significativo rispetto agli altri periodi dell’anno. A cambiare sono soprattutto le circostanze in cui avvengono gli incidenti. Con la chiusura delle scuole, il maggiore tempo trascorso all’aperto, la pratica sportiva, gli spostamenti in bicicletta o in monopattino e le giornate al mare o in piscina, bambini e ragazzi risultano esposti a differenti rischi di cadute e infortuni.
L’identikit dei traumi pediatrici
L’analisi della casistica registrata dal Bambino Gesù nel 2025, sostanzialmente sovrapponibile a quella dei due anni precedenti, mostra che le fratture non sono soltanto la lesione più frequente, ma risultano anche responsabili di oltre tre quarti dei ricoveri collegati ai principali traumi pediatrici.
Il tipo di incidente cambia con la crescita. Oltre il 70% delle fratture e più del 60% dei traumi agli arti riguardano bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni. È la fase della vita in cui aumentano il gioco autonomo, l’attività sportiva e gli spostamenti con biciclette, monopattini e altri mezzi su ruote.
Per i traumi cranici la situazione è opposta: circa tre casi su quattro coinvolgono bambini con meno di 6 anni. Nei primi anni di vita la testa costituisce ancora la parte del corpo maggiormente esposta agli impatti, mentre risultano particolarmente frequenti le cadute accidentali in casa o durante il gioco.
Più incidenti tra i maschi e nelle ore pomeridiane
In tutte le principali categorie di trauma si registra una costante prevalenza dei maschi, che rappresentano circa sei pazienti su dieci. Il rapporto cresce ulteriormente per le fratture in età scolare, quando quasi sette casi su dieci riguardano bambini e ragazzi di sesso maschile. Secondo gli specialisti, questi dati potrebbero riflettere una maggiore esposizione ad attività sportive e ricreative affrontate con modalità più energiche.
Anche gli orari degli accessi mostrano uno stretto legame tra i traumi e le attività quotidiane. L’analisi delle consulenze ortopediche richieste nel Pronto Soccorso del Gianicolo evidenzia che quasi la metà delle valutazioni specialistiche si concentra tra le 15 e le 21, con un picco tra le 17 e le 19.
Si tratta della fascia oraria in cui, soprattutto durante la bella stagione, aumentano le attività all’aperto e gli spostamenti con biciclette, monopattini e altri mezzi di mobilità leggera.
Prevenire senza limitare gioco e autonomia
«Dietro questi numeri emerge un dato molto chiaro: la maggior parte dei traumi che osserviamo è legata a situazioni quotidiane e, spesso, può essere prevenuta», spiega il dottor Sebastian Cristaldi, responsabile del Pronto Soccorso della sede del Gianicolo.
La protezione, sottolinea lo specialista, non dipende da una sola regola, ma dalla capacità di adattare le misure preventive alle diverse fasi della crescita: dalla sicurezza domestica nei primi anni di vita fino all’uso corretto del casco e dei dispositivi di protezione durante lo sport e gli spostamenti su due ruote. Prevenire significa ridurre il rischio di lesioni importanti senza limitare il gioco, il movimento e l’autonomia dei ragazzi.
«L’estate offre ai bambini maggiori occasioni di gioco, movimento e autonomia, ma proprio per questo richiede anche un’attenzione diversa da parte degli adulti», aggiunge la dottoressa Maria Antonietta Barbieri, responsabile del Pronto Soccorso di Palidoro.
La sicurezza non dovrebbe essere considerata un ostacolo al divertimento, ma la condizione necessaria per vivere le vacanze serenamente. Piccoli accorgimenti e una supervisione adeguata alle differenti situazioni possono prevenire numerosi incidenti e ridurre il rischio di traumi anche gravi.
Il decalogo anti-trauma del Bambino Gesù
Gli specialisti dell’ospedale hanno raccolto dieci semplici raccomandazioni.
Durante il gioco e lo sport è importante:
Durante gli spostamenti in automobile occorre:
Per rendere più sicura la casa è invece necessario:
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Torino: nasce Filippo dopo una gravidanza ad alto rischio per incompatibilità immunologica madre-feto
Mondo saluteLa nascita di Filippo all’ospedale Sant’Anna di Torino rappresenta un importante risultato della medicina materno-fetale nella gestione di una condizione estremamente rara e complessa: la GALD (Gestational Alloimmune Liver Disease), una forma di incompatibilità immunologica tra madre e feto che può compromettere gravemente la salute del bambino durante la gravidanza o nei primi giorni di vita.
Il caso ha richiesto un percorso altamente specialistico, basato su una terapia preventiva, un monitoraggio continuo e il lavoro coordinato di un’équipe multidisciplinare composta da ginecologi, specialisti della medicina fetale e neonatologi.
Che cos’è la GALD, la rara incompatibilità immunologica madre-feto
La GALD è una malattia immunologica della gravidanza nella quale il sistema immunitario materno produce anticorpi che possono colpire alcune cellule del fegato del feto.
Il meccanismo è in parte paragonabile ad altre reazioni immunologiche conosciute, come l’incompatibilità Rh tra madre e bambino, anche se nella GALD il bersaglio principale è rappresentato dal fegato fetale. Gli anticorpi materni possono infatti provocare un danno epatico progressivo, con conseguente insufficienza del fegato e, nei casi più gravi, un coinvolgimento di più organi.
Si tratta di una condizione estremamente rara, di cui non è nota con precisione l’incidenza nella popolazione generale. Uno degli aspetti più critici è che la diagnosi prenatale è molto difficile, perché il danno epatico fetale può non essere facilmente individuabile attraverso gli esami di routine.
La storia di Filippo e il percorso al Sant’Anna di Torino
La vicenda nasce dopo una precedente gravidanza conclusasi tragicamente. Nel 2025, durante l’ottavo mese di gravidanza, la madre di Filippo aveva ricevuto una diagnosi improvvisa di sofferenza fetale. Dopo un parto cesareo urgente, il neonato era stato ricoverato in terapia intensiva neonatale, dove erano emerse una grave insufficienza epatica e renale che avevano portato al decesso dopo pochi giorni. Gli accertamenti successivi avevano identificato la GALD come causa della complicanza.
Considerato l’elevato rischio di recidiva nelle gravidanze successive, la nuova gestazione è stata affrontata con un protocollo specialistico presso l’ospedale Sant’Anna.
La terapia con immunoglobuline
La strategia adottata si è basata sulla somministrazione di immunoglobuline umane per via endovenosa.
A partire dal terzo mese di gravidanza, la futura mamma è stata sottoposta a infusioni settimanali con l’obiettivo di modulare la risposta immunitaria materna e ridurre il rischio che gli anticorpi potessero danneggiare il fegato fetale. Si tratta di una terapia descritta nella letteratura scientifica e utilizzata solo in pochi centri altamente specializzati, senza tuttavia offrire una garanzia assoluta di successo.
Il percorso è stato accompagnato da un monitoraggio costante delle condizioni della madre e del bambino.
La nascita di Filippo
Per ridurre i rischi legati alla possibile progressione della patologia, l’équipe medica ha scelto di anticipare il parto.
Filippo è nato il 23 giugno 2026, a circa 32 settimane di gestazione, con taglio cesareo. Dopo la nascita è stato seguito dai neonatologi e sottoposto agli accertamenti necessari, che hanno escluso danni epatici legati alla malattia. Il bambino è risultato in buone condizioni di salute.
L’importanza dell’approccio multidisciplinare
Un caso di questo tipo richiede una stretta collaborazione tra diverse competenze mediche.
La gestione di una gravidanza con rischio di GALD coinvolge specialisti della medicina materno-fetale, ginecologi esperti in gravidanze complesse, neonatologi e professionisti della terapia intensiva neonatale.
La possibilità di intervenire precocemente, programmare il momento più sicuro per la nascita e garantire un’assistenza neonatale altamente specializzata rappresenta oggi un elemento fondamentale nella gestione delle patologie rare della gravidanza.
La nascita di Filippo non rappresenta la “sconfitta” definitiva della GALD, una patologia ancora rara e complessa, ma un importante esempio di come la medicina moderna possa affrontare condizioni che in passato avevano esiti spesso drammatici.
La diagnosi specialistica, le terapie mirate e la collaborazione tra diversi professionisti hanno permesso di trasformare una gravidanza ad altissimo rischio in una storia a lieto fine, offrendo nuove prospettive alle famiglie colpite da questa rara complicanza immunologica.
Medicina e sport insieme per la salute: accordo tra Ordine dei Medici di Napoli e CONI Campania
Sport, News, Stili di vitaÈ stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra l’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e provincia e il Comitato regionale CONI Campania. L’accordo punta a sviluppare una collaborazione stabile sui temi della prevenzione, dell’educazione sanitaria, dell’attività motoria e del benessere della collettività.
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Il valore dello sport per la salute
Praticare regolarmente attività fisica, in modo adeguato all’età e alle condizioni personali, contribuisce al buon funzionamento dell’organismo. Il movimento aiuta a proteggere la salute cardiovascolare, a mantenere sotto controllo il peso corporeo e a ridurre il rischio di sviluppare alcune patologie croniche, come diabete, ipertensione e disturbi legati alla sedentarietà.
I benefici riguardano anche l’apparato muscolare e scheletrico. Lo sport favorisce il mantenimento della forza, dell’equilibrio e della mobilità, elementi fondamentali soprattutto con l’avanzare dell’età. Nelle persone anziane, un’attività motoria appropriata può contribuire a preservare l’autonomia e a ridurre il rischio di cadute.
Il movimento ha inoltre un ruolo importante nel benessere psicologico. Svolgere attività fisica con regolarità può aiutare a gestire lo stress, migliorare la qualità del sonno e contrastare l’isolamento. Quando viene praticato in gruppo, lo sport diventa anche un’occasione per costruire relazioni, rafforzare il senso di appartenenza e favorire la partecipazione sociale.
Zuccarelli: «La prevenzione deve uscire dagli ambulatori»
«Con questo protocollo mettiamo in relazione due mondi che devono dialogare sempre di più: quello della medicina e quello dello sport», spiega il presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli, Bruno Zuccarelli.
«L’attività fisica, quando viene praticata in maniera appropriata e consapevole, è uno degli strumenti più efficaci per prevenire molte patologie, preservare l’autonomia delle persone e migliorare il benessere fisico e mentale. La prevenzione deve uscire dagli ambulatori ed entrare nei luoghi nei quali le persone vivono, studiano, lavorano e praticano sport».
«L’Ordine è al fianco dei cittadini e mette a disposizione competenze mediche e scientifiche per promuovere un’informazione corretta e iniziative concrete, con particolare attenzione ai giovani e alle persone più fragili», aggiunge Zuccarelli.
Scuole, giovani e persone fragili al centro delle iniziative
Una grande attenzione sarà riservata alle fasce più fragili della popolazione, alle scuole e ai giovani. Promuovere il movimento fin dall’infanzia significa favorire abitudini sane che possono essere mantenute anche nell’età adulta. Lo sport può inoltre trasmettere valori educativi come il rispetto delle regole, la collaborazione, l’impegno e la capacità di affrontare difficoltà e sconfitte.
Tra le attività previste figurano campagne di screening e sensibilizzazione sanitaria, corsi di primo soccorso e di gestione delle emergenze in ambito sportivo, programmi educativi sui corretti stili di vita e manifestazioni sportive con finalità sociali e di promozione della salute.
L’obiettivo è rendere l’attività sportiva sempre più accessibile, consapevole e sicura, offrendo strumenti adeguati anche ad allenatori, dirigenti, insegnanti, volontari e operatori delle associazioni.
Formazione e sicurezza negli impianti sportivi
Il CONI Campania favorirà il coinvolgimento delle federazioni sportive, delle discipline associate, degli enti di promozione e delle associazioni presenti sul territorio. L’Ordine dei Medici contribuirà invece alla progettazione delle campagne di prevenzione, all’organizzazione degli incontri divulgativi e alla diffusione della cultura della sicurezza sanitaria, del primo soccorso e della gestione delle emergenze durante le attività sportive.
La collaborazione potrà quindi contribuire anche a migliorare la preparazione di chi opera quotidianamente nelle palestre, nei campi e negli impianti sportivi, facilitando il riconoscimento tempestivo delle situazioni di rischio e l’attivazione corretta dei soccorsi.
Roncelli: «Lo sport è un presidio di salute e inclusione»
«La sottoscrizione di questo protocollo rafforza la collaborazione tra il sistema sportivo regionale e l’Ordine dei Medici su obiettivi di grande rilievo sociale», dichiara il presidente del CONI Campania, Sergio Roncelli.
«Il CONI Campania assicurerà il proprio impegno istituzionale per favorire il coinvolgimento delle realtà sportive del territorio e trasformare l’intesa in occasioni concrete di formazione, prevenzione e sensibilizzazione».
«Lo sport, praticato in sicurezza e con il supporto di competenze qualificate, è un presidio di salute, educazione e inclusione, soprattutto per i giovani e per le fasce più fragili della popolazione», conclude Roncelli.
Il protocollo rappresenta così un passo concreto verso un modello di prevenzione più vicino ai cittadini, nel quale medici, istituzioni sportive, scuole e associazioni possono collaborare per promuovere il movimento come parte integrante della tutela della salute.
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Ventilatore o condizionatore: qual è il vero rischio per la salute?
Mondo saluteCon l’arrivo delle alte temperature, ventilatori e condizionatori diventano alleati indispensabili per affrontare il caldo estivo. Ma quale dei due è più sicuro per la salute?
La risposta dipende dalle condizioni ambientali, dalle caratteristiche della persona e soprattutto dal modo in cui questi dispositivi vengono utilizzati. Se impiegati correttamente, entrambi possono contribuire al benessere; un uso scorretto, invece, può favorire fastidi o peggiorare alcune condizioni respiratorie.
Come funziona il ventilatore
Il ventilatore non abbassa la temperatura dell’ambiente, ma mette in movimento l’aria, favorendo l’evaporazione del sudore e aumentando la sensazione di freschezza.
Può rappresentare una soluzione efficace quando il caldo è moderato e l’umidità non è eccessivamente elevata. Tuttavia, durante le ondate di calore più intense, soprattutto quando la temperatura supera i 35 °C, il ventilatore può risultare meno efficace nel ridurre il rischio di malattie legate al caldo.
L’utilizzo prolungato del ventilatore, soprattutto con il getto diretto sul corpo o sul viso, può causare:
Una pulizia regolare dell’apparecchio e un utilizzo non continuativo aiutano a ridurre questi inconvenienti.
Condizionatore: benefici e precauzioni
Il condizionatore raffredda realmente l’aria e, oltre a ridurre la temperatura, contribuisce anche a diminuire l’umidità degli ambienti.
Per questo motivo rappresenta lo strumento più efficace durante le ondate di calore, soprattutto per anziani, bambini piccoli, persone con patologie croniche e soggetti fragili, nei quali il caldo eccessivo può comportare rischi importanti per la salute.
Se utilizzato in modo scorretto, il condizionatore può provocare alcuni disturbi, tra cui:
Per limitare questi effetti è consigliabile mantenere una temperatura interna non troppo bassa, generalmente con una differenza di circa 6-8 °C rispetto all’esterno.
L’importanza della manutenzione
Una corretta manutenzione è fondamentale sia per il ventilatore sia per il condizionatore.
Nel caso dei climatizzatori, filtri sporchi e impianti non sottoposti a regolare manutenzione possono accumulare polvere, muffe e altri microrganismi, peggiorando la qualità dell’aria e favorendo disturbi respiratori nelle persone più sensibili. In impianti complessi non correttamente manutenuti può inoltre svilupparsi Legionella, il batterio responsabile della legionellosi.
Pulire periodicamente i filtri e seguire le indicazioni del produttore è quindi essenziale per garantire sicurezza ed efficienza.
Ventilatore o condizionatore: quale scegliere?
Non esiste una risposta valida per tutti.
Il ventilatore può essere una buona soluzione quando:
Il condizionatore è invece preferibile:
In questi casi, mantenere una temperatura confortevole può contribuire a ridurre il rischio di disidratazione, colpi di calore e altre complicanze legate alle alte temperature.
Alcuni consigli pratici
Per utilizzare questi dispositivi in sicurezza è utile seguire alcune semplici regole:
Ventilatore e condizionatore non sono dannosi se utilizzati correttamente. Il ventilatore può offrire sollievo nelle giornate calde ma meno estreme, mentre il condizionatore rappresenta la soluzione più efficace durante le ondate di calore, a patto che venga utilizzato con temperature adeguate e che l’impianto sia sottoposto a regolare manutenzione.
In ogni caso, la prevenzione degli effetti del caldo passa anche attraverso semplici comportamenti quotidiani: bere a sufficienza, evitare l’esposizione nelle ore più calde e mantenere gli ambienti domestici il più possibile freschi e ben ventilati.
Emergenza sangue al Cardarelli, l’appello ai donatori: senza sangue non si cura
Associazioni pazienti, NewsL’emergenza sangue registrata in queste settimane all’ospedale Cardarelli di Napoli rischia di compromettere le normali attività assistenziali e di costringere i reparti a rinviare gli interventi chirurgici programmati e non urgenti. La disponibilità di sangue rappresenta infatti un’esigenza continua per una struttura ospedaliera chiamata ogni giorno a gestire emergenze, operazioni complesse e numerosi pazienti.
Le difficoltà aumentano soprattutto nei mesi estivi, quando molti donatori abituali sono lontani dalla città per le vacanze. Alla riduzione stagionale delle presenze si aggiungono altri fattori, come il sopraggiungere di patologie che impediscono temporaneamente o definitivamente la donazione e il superamento del limite di età da parte dei volontari storici. Il necessario ricambio generazionale procede lentamente e non sempre i donatori più giovani riescono a trasformare un gesto occasionale in un appuntamento costante.
L’appello del Cardarelli alla città
Per fronteggiare la carenza, il Cardarelli invita tutti i cittadini che possiedono i requisiti necessari a raggiungere il Centro Donazione Sangue, situato nel padiglione E. Il centro è aperto dal lunedì al sabato, dalle ore 8 alle ore 12.
Per ricevere informazioni è possibile contattare il numero WhatsApp 331 6702222 oppure telefonare allo 081 7472489. Donare è un gesto semplice, sicuro e indolore, richiede poco tempo e può risultare decisivo per assicurare le cure a chi deve affrontare un intervento o si trova in una situazione di emergenza.
All’ospedale servono ogni giorno almeno 150 donazioni per garantire le normali attività nell’area dell’emergenza-urgenza e nei reparti chirurgici. Il Cardarelli effettua ogni anno circa 30mila interventi e accoglie al Pronto soccorso circa 70mila pazienti: numeri che mostrano quanto sia importante poter contare su scorte adeguate e costantemente rinnovate.
I donatori diventano testimonial
Per rendere ancora più efficace il messaggio, l’ospedale ha avviato una nuova fase della campagna di comunicazione e social dedicata alla raccolta del sangue. I testimonial scelti sono questa volta i donatori abituali del Cardarelli, persone comuni che raccontano le motivazioni alla base del proprio impegno. Il primo video viene diffuso oggi sui canali dell’ospedale ed è disponibile anche su YouTube all’indirizzo:
https://www.youtube.com/shorts/_upL0Hfye2c
L’iniziativa, intitolata “Napoli si dona – senza sangue non si cura”, prosegue il percorso avviato con l’appello dei primari della scorsa estate e con i video realizzati da personaggi famosi. Al centro della nuova tappa ci sono le esperienze personali di chi dona con regolarità, spesso da molti anni.
Emma, Gianluca e Renato: una scelta che continua nel tempo
Emma lavora come impiegata amministrativa in una società che si occupa di ambiente e coltiva la passione per il découpage. Dona sangue da trent’anni perché, come spiega nel video, significa «tendere una mano senza aspettarsi nulla in cambio».
Gianluca è un funzionario appassionato di pesca e musica. La sua esperienza come donatore è iniziata nel 1978 e continua ancora oggi, sostenuta da quello che definisce un vero e proprio «dovere morale».
Renato, impiegato postale con la passione per le moto, dona invece da vent’anni. Il suo obiettivo è «lasciare un esempio» alla figlia Clea e «ai giovani di oggi», ma anche «dare una seconda possibilità a qualcuno che ne ha più bisogno».
Le testimonianze di Imma e Gianpaolo
Tra i volti della campagna c’è anche Imma, avvocato e mamma di Alice e Francesco, che nel tempo libero ama dedicarsi alla lettura. Per lei donare significa «essere utile a qualcuno anche se non lo si conosce»: un aiuto anonimo che crea un legame concreto tra persone estranee.
Gianpaolo è un perito aeronautico appassionato di pallavolo. Considera la donazione «un atto di generosità verso gli altri» e la descrive come «un ponte costruito tra persone diverse». Le loro storie dimostrano che dietro ogni sacca di sangue ci sono una scelta consapevole, un’abitudine solidale e la volontà di contribuire al benessere della comunità.
I video davanti al San Gennaro di Lello Esposito
Gli appelli sono stati registrati davanti al quadro di San Gennaro realizzato dall’artista Lello Esposito e donato al Cardarelli in occasione della riapertura del padiglione centrale dopo il restauro. Un’immagine fortemente legata alla città accompagna così le parole dei donatori e rafforza il richiamo alla solidarietà dei napoletani.
È possibile diventare donatori tra i 18 e i 65 anni, con un peso corporeo di almeno 50 chilogrammi. I donatori abituali possono continuare fino a 70 anni, dopo un’attenta valutazione medica. Pochi minuti e un gesto volontario possono garantire terapie, interventi chirurgici e nuove possibilità di cura a numerosi pazienti.
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