Tempo di lettura: 5 minutiPiatti pronti, carni lavorate, bevande zuccherate, snack confezionati e numerosi prodotti di consumo quotidiano stanno occupando una porzione sempre più ampia delle diete occidentali. In diversi Paesi ad alto reddito, gli alimenti ultra-processati arrivano ormai a fornire il 50-60% dell’apporto energetico giornaliero.
Il fenomeno riguarda da vicino anche l’Italia, dove la progressiva diffusione di abitudini alimentari occidentalizzate coincide con un allontanamento dai modelli tradizionali e, in particolare, dalla dieta mediterranea, da tempo associata a benefici metabolici, antiossidanti e antinfiammatori.
A richiamare l’attenzione sulle possibili conseguenze per l’apparato digerente è stata la Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, SIGE, durante una conferenza stampa ospitata nella Sala Stampa della Camera dei Deputati su iniziativa dell’onorevole Cristina Almici, componente della Commissione Agricoltura. Le evidenze illustrate confluiranno in un position paper della Società scientifica, la cui pubblicazione è prevista entro la fine dell’anno.
Che cosa sono i cibi ultra-processati
Secondo la classificazione NOVA, gli alimenti ultra-processati sono formulazioni industriali composte prevalentemente da sostanze estratte dagli alimenti e successivamente combinate con additivi come emulsionanti, conservanti, dolcificanti e coloranti. Al loro interno rimane poco o nessun alimento intero.
Questi prodotti vengono progettati per massimizzare appetibilità, praticità e durata di conservazione. La categoria comprende snack dolci e salati, bevande zuccherate, prodotti confezionati, piatti pronti, carni lavorate e anche alcuni alimenti percepiti come più salutari, come determinati yogurt alla frutta.
L’impatto sulla salute, ha sottolineato la SIGE, non dipenderebbe esclusivamente dall’elevata presenza di zuccheri, sale o grassi. I processi industriali possono infatti modificare la struttura fisica e chimica degli alimenti, introducendo sostanze capaci di influenzare autonomamente la fisiologia dell’apparato digerente.
Giannini: «Il primo atto di prevenzione è scegliere cosa mangiare»
Per il professor Edoardo Giannini, presidente della SIGE e direttore della Clinica Gastroenterologica dell’Università di Genova e dell’IRCCS AOM Policlinico San Martino, il principio secondo cui “siamo quello che mangiamo” è oggi più attuale e scientificamente fondato che mai.
La salute dell’organismo, a cominciare dall’apparato digerente, si costruisce attraverso scelte alimentari informate e consapevoli. Controllare ciò che viene introdotto nell’organismo rappresenta, secondo Giannini, uno dei più potenti strumenti di prevenzione disponibili ed è coerente con le moderne raccomandazioni sanitarie europee, sempre più orientate a favorire il passaggio dalla terapia alla prevenzione.
L’ascesa globale degli alimenti ultra-processati costituisce quindi una sfida complessa. Si tratta spesso di prodotti ricchi di additivi, zuccheri raffinati e grassi idrogenati, capaci di allontanare la popolazione dai modelli alimentari protettivi.
L’Italia, al contrario, dispone di un patrimonio straordinario di alimenti freschi, minimamente lavorati e legati a una tradizione agroalimentare considerata un modello internazionale. Da qui, secondo il presidente della SIGE, nasce la responsabilità delle società scientifiche di produrre documenti capaci di tutelare la salute pubblica delle future generazioni e di sostenere la cultura del “cibo vero”.
Le associazioni con le malattie dell’apparato digerente
La letteratura scientifica più recente ha evidenziato numerose associazioni tra il consumo abituale di alimenti ultra-processati e alcune patologie gastrointestinali.
In determinate popolazioni, il rischio di sviluppare malattie infiammatorie croniche intestinali risulta quasi raddoppiato, soprattutto per quanto riguarda il morbo di Crohn. I dati della UK Biobank descrivono inoltre una relazione dose-risposta tra il consumo di ultra-processati e l’incidenza della sindrome dell’intestino irritabile.
Un’assunzione elevata è stata associata anche a un possibile aumento del rischio di infezione da Helicobacter pylori e di ulcera peptica. Ulteriori collegamenti riguardano la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, o MASLD, e la sua progressione.
Sono state osservate anche associazioni con i tumori del colon-retto e dello stomaco, oltre a possibili aumenti del rischio per le neoplasie dell’esofago, del pancreas e del fegato. Gli esperti ricordano tuttavia che molte di queste evidenze derivano da studi epidemiologici: mostrano quindi relazioni significative, ma non consentono sempre di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto.
Cotture industriali, infiammazione e barriera intestinale
Il professor Giovanni Sarnelli, ordinario di Gastroenterologia all’Università Federico II di Napoli, ha spiegato che gli effetti degli alimenti ultra-processati non possono essere ricondotti soltanto all’eccesso di zuccheri, grassi e sale.
I processi industriali di trasformazione e le cotture ad alte temperature favoriscono la formazione dei prodotti finali della glicazione avanzata, conosciuti come AGEs. Queste molecole possono promuovere stress ossidativo e infiammazione, contribuendo al danneggiamento della barriera intestinale.
Poiché al momento non sono disponibili strumenti capaci di intervenire in modo significativo sui processi industriali responsabili della loro formazione, le raccomandazioni si concentrano soprattutto sulla prevenzione. L’indicazione è limitare il consumo di ultra-processati e privilegiare gli alimenti tipici della dieta mediterranea, tra cui frutta, verdura, legumi e prodotti fermentati.
Questi alimenti contengono composti bioattivi e antiossidanti potenzialmente in grado di contrastare gli effetti biologici degli AGEs. Il messaggio, ha precisato Sarnelli, non è quello di demonizzare un singolo prodotto, ma di favorire un’alimentazione varia, equilibrata e basata prevalentemente su cibi freschi o minimamente lavorati.
Microbiota e risposta immunitaria
Il professor Giovanni Marasco dell’Università di Bologna ha richiamato i meccanismi biologici che rendono plausibili le associazioni osservate negli studi epidemiologici.
Gli alimenti ultra-processati potrebbero alterare l’equilibrio dell’ecosistema intestinale, influenzando il microbiota, la barriera mucosale e la risposta immunitaria. Tra i fenomeni osservati vi sono la riduzione della diversità microbica, una minore produzione di acidi grassi a catena corta e l’espansione di specie pro-infiammatorie.
Emulsionanti e dolcificanti artificiali potrebbero inoltre aumentare la permeabilità dell’epitelio intestinale. Una barriera più permeabile facilita l’attivazione della risposta immunitaria della mucosa e può sostenere processi infiammatori cronici, con conseguenze non soltanto gastrointestinali ma potenzialmente estese al benessere complessivo dell’organismo.
Il settore della ricerca è ancora in evoluzione, ma, secondo Marasco, oggi è disponibile un quadro biologico più coerente rispetto al passato per interpretare il legame tra consumo abituale di ultra-processati, sindrome dell’intestino irritabile, malattie infiammatorie croniche intestinali e alcune neoplasie digestive.
Etichette chiare e tutela del Made in Italy
L’onorevole Cristina Almici ha sottolineato l’importanza di fondare il confronto sugli alimenti ultra-processati sulle evidenze scientifiche, evitando semplificazioni capaci di confondere i cittadini o di mettere ingiustamente in discussione il valore delle produzioni agroalimentari italiane.
L’obiettivo dell’iniziativa è fornire ai consumatori strumenti utili per compiere scelte più consapevoli. In questa prospettiva assumono un ruolo centrale un’etichettatura chiara, l’indicazione dell’origine delle materie prime, la tracciabilità delle filiere e il contrasto alle informazioni fuorvianti.
La tutela del Made in Italy, secondo Almici, significa difendere un patrimonio costruito dal lavoro delle imprese agricole, garantire qualità, sicurezza e trasparenza e sostenere un sistema produttivo capace di unire tradizione, innovazione e sostenibilità.
Ricerca scientifica e qualità dell’agroalimentare italiano non devono essere considerate realtà contrapposte. Possono invece procedere insieme, rafforzando la prevenzione, valorizzando la dieta mediterranea e rendendo più competitivo il sistema nazionale.
L’approccio One Health e il rispetto della stagionalità
Nel corso dell’incontro è stata affrontata anche l’importanza dell’approccio One Health nella tracciabilità dei prodotti agroalimentari. Il professor Giuseppe Campanile, docente di Zootecnia speciale all’Università Federico II di Napoli, ha ricordato che la dieta mediterranea non rappresenta soltanto un insieme di alimenti, ma un vero stile di vita associato al benessere fisico e mentale.
La produzione agroalimentare dovrebbe adottare tecniche sostenibili, rispettose dell’ambiente e orientate a favorire la presenza di molecole bioattive negli alimenti. Questi composti svolgono spesso un’azione protettiva e contribuiscono a modulare i processi infiammatori coinvolti nello sviluppo delle patologie cronico-degenerative.
Per preservare le proprietà nutrizionali e salutistiche degli alimenti è necessario rispettare i cicli naturali, seguire la stagionalità delle colture ed evitare di forzarne la produttività al di fuori dei periodi fisiologici.
Un’alimentazione sana dovrebbe quindi fondarsi su tre principi essenziali: stagionalità, varietà e qualità. Anche la trasformazione agroalimentare dovrebbe valorizzare la materia prima, preservandone le caratteristiche nutrizionali e sensoriali. La sfida non consiste nell’eliminare qualsiasi lavorazione, ma nel favorire processi capaci di mantenere la qualità degli alimenti e di proteggere la salute dei consumatori.
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Al via il programma Agenas per rafforzare l’assistenza e la rete degli Irccs
Mondo salutePrende il via il programma di Agenas per rafforzare l’assistenza sanitaria e la rete degli Irccs, un’importante iniziativa finalizzata a migliorare la qualità dei servizi e a consolidare la collaborazione tra le strutture di eccellenza presenti sul territorio nazionale. Il progetto rappresenta un passo significativo verso un sistema sanitario più efficiente e integrato, con l’obiettivo di potenziare l’assistenza, in particolare nell’ambito specialistico, e favorire una maggiore sinergia tra gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (Irccs).
Il programma, promosso dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), si focalizza su diversi aspetti strategici della gestione sanitaria, dalla ricerca clinica all’innovazione tecnologica, fino all’organizzazione dell’assistenza territoriale. L’obiettivo principale è creare una rete integrata in grado di offrire risposte rapide e mirate alle esigenze dei pazienti, valorizzando il ruolo degli Irccs che sono riconosciuti come centri di eccellenza per la ricerca medica e per la cura di patologie complesse.
Il ruolo centrale degli Irccs nella rete sanitaria italiana
Gli Irccs rappresentano un punto di riferimento fondamentale per la salute pubblica, grazie alla loro capacità di unire attività di alta specializzazione clinica con la ricerca scientifica avanzata. La rete degli Irccs, infatti, non solo assicura cure di alta qualità, ma contribuisce anche allo sviluppo di nuovi protocolli terapeutici e alla sperimentazione di tecnologie innovative.
Con il programma Agenas si intende rafforzare questa rete, migliorando la condivisione delle conoscenze e delle risorse tra le diverse strutture. Ciò significa ottimizzare i percorsi di cura, ridurre le duplicazioni di servizi e facilitare l’accesso ai trattamenti più avanzati, con un impatto positivo sulla salute dei cittadini e sulla sostenibilità del sistema sanitario nazionale.
Rafforzare l’assistenza sanitaria: tra innovazione e integrazione
Uno dei punti cardine del programma è il potenziamento dell’assistenza territoriale, che deve essere sempre più integrata con le attività degli Irccs. In questo contesto, l’innovazione gioca un ruolo chiave. La digitalizzazione dei dati sanitari, l’utilizzo di piattaforme telematiche per la gestione dei pazienti e l’adozione di tecnologie diagnostiche d’avanguardia sono strumenti fondamentali per migliorare la qualità e l’efficienza delle cure.
Inoltre, il programma prevede anche iniziative di formazione e aggiornamento continuo per il personale sanitario, così da garantire un’elevata competenza professionale e una capacità di risposta adeguata alle nuove sfide mediche.
La collaborazione tra regioni e la valorizzazione delle eccellenze locali
Un elemento distintivo del progetto Agenas è la promozione di una collaborazione più stretta tra le Regioni italiane e gli Irccs, con l’obiettivo di valorizzare le eccellenze presenti sul territorio nazionale. Attraverso una governance condivisa e una pianificazione coordinata, è possibile migliorare l’omogeneità dell’offerta sanitaria, evitando disparità di accesso ai servizi e incrementando la capacità di risposta delle strutture.
Questo coordinamento regionale contribuisce anche a facilitare la ricerca multicentrica, elemento cruciale per accelerare l’innovazione e la diffusione delle nuove conoscenze scientifiche.
Benefici attesi dal programma Agenas
Il programma per rafforzare assistenza e rete Irccs promette numerosi benefici per il sistema sanitario e per i pazienti. I risultati attesi comprendono:
– Miglioramento della qualità delle cure, grazie a una maggiore integrazione tra ricerca e assistenza.
– Incremento dell’efficienza nella gestione delle risorse, riducendo costi inutili e duplicazioni.
– Potenziamento della rete territoriale, con un’assistenza più vicina e personalizzata.
– Favorimento di percorsi diagnostici e terapeutici innovativi, sostenuti da studi clinici di alto livello.
– Rafforzamento del personale sanitario attraverso programmi di formazione avanzata.
Il programma si inserisce nel percorso di rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, con l’obiettivo di rendere più efficace il collegamento tra ricerca, innovazione e assistenza clinica. La collaborazione sinergica tra istituzioni, professionisti e comunità scientifica è la chiave per rendere questo progetto un successo duraturo.
Estate e raggi UV, Mario Sbordone: attenzione agli occhiali da sole contraffatti
Stili di vita, PrevenzioneCon l’arrivo dell’estate aumentano le ore trascorse all’aperto e, di conseguenza, l’esposizione degli occhi alla luce solare. Proteggersi in modo adeguato diventa quindi essenziale, soprattutto in spiaggia, in montagna, in barca o durante le attività svolte nelle ore centrali della giornata.
A richiamare l’attenzione sui rischi legati alle radiazioni ultraviolette e all’acquisto di prodotti non certificati è il dottor Mario Sbordone, oculista e tra i maggiori esperti campani in chirurgia refrattiva.
«Gli occhiali da sole contraffatti quasi mai assicurano un’adeguata protezione degli occhi. Questo espone chi li acquista ai rischi legati ai raggi UV, che possono causare non pochi problemi», avverte lo specialista.
Irritazioni, infiammazioni e danni che possono accumularsi nel tempo
Il dottor Mario Sbordone
Le conseguenze di un’esposizione intensa o prolungata non riguardano soltanto il fastidio provocato dalla luce. «I raggi UV possono causare disturbi come irritazione, arrossamento, lacrimazione, fotofobia e infiammazioni della cornea e della congiuntiva», spiega Sbordone.
Accanto agli effetti immediati esistono anche rischi che possono manifestarsi nel lungo periodo. Un’esposizione ripetuta e non protetta alle radiazioni ultraviolette è infatti associata a una maggiore probabilità di sviluppare la cataratta e altre patologie oculari. Può inoltre contribuire all’accumulo di danni a carico delle strutture più delicate dell’occhio, compresa la retina. Per questo motivo gli occhiali da sole devono essere considerati un vero presidio di prevenzione e non soltanto un accessorio da abbinare all’abbigliamento estivo.
Lenti scure non significa automaticamente lenti protettive
Il colore e il grado di oscuramento delle lenti non sono sufficienti, da soli, a garantire una protezione efficace. Una lente molto scura, se priva di un filtro adeguato, può offrire una falsa sensazione di sicurezza senza schermare correttamente le radiazioni ultraviolette.
«Al momento dell’acquisto è fondamentale controllare che gli occhiali riportino chiaramente l’indicazione di protezione totale dai raggi ultravioletti, con diciture come “100% UV” o “UV400”. Tutte caratteristiche che le lenti contraffatte certamente non garantiscono», sottolinea l’oculista.
Secondo le indicazioni del National Eye Institute, le lenti dovrebbero bloccare dal 99 al 100 per cento dei raggi UVA e UVB oppure essere contrassegnate dalla sigla UV400. Anche l’American Academy of Ophthalmology raccomanda di scegliere occhiali capaci di assicurare una protezione completa dalle radiazioni ultraviolette.
Bambini, anziani e persone fragili devono prestare maggiore attenzione
La protezione è particolarmente importante durante l’infanzia. I bambini trascorrono molto tempo all’aperto e possiedono strutture oculari ancora in fase di sviluppo. Gli occhiali destinati ai più piccoli devono quindi essere certificati, resistenti e adatti alla loro età.
«La prevenzione deve iniziare dall’infanzia. I bambini devono indossare occhiali certificati e non prodotti giocattolo o lenti prive di indicazioni sulla capacità di filtrare i raggi UV», prosegue Sbordone.
Una maggiore cautela è necessaria anche per gli anziani, per le persone con occhi chiari, per chi soffre di patologie retiniche e per coloro che hanno già affrontato interventi chirurgici agli occhi. In presenza di una storia clinica oculare, la scelta delle lenti dovrebbe essere ancora più accurata ed eventualmente concordata con lo specialista.
Modelli avvolgenti, cappello e protezione anche con il cielo velato
Per limitare l’ingresso laterale della luce è preferibile scegliere montature ampie o avvolgenti. Gli occhiali possono inoltre essere associati a un cappello a tesa larga, soprattutto quando si rimane all’aperto nelle ore in cui l’irraggiamento è più intenso.
Le precauzioni restano necessarie anche quando il cielo è velato, perché le nuvole non bloccano completamente le radiazioni ultraviolette. In alcune situazioni l’esposizione può essere amplificata dalla luce riflessa.
«In spiaggia, in montagna o durante una giornata in barca l’esposizione può essere particolarmente intensa», conclude Sbordone. «Proteggere gli occhi con strumenti adeguati, e non certo con lenti contraffatte, è un gesto semplice che può contribuire a evitare disturbi immediati e a ridurre nel tempo l’accumulo dei danni provocati dalle radiazioni solari».
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Prevenzione e screening oncologici, perché aderire può salvare la vita
Prevenzione, Stili di vitaNel 2024 oltre 14,1 milioni di persone sono state invitate a eseguire un test per la diagnosi precoce del tumore del seno, del colon-retto o della cervice uterina nell’ambito dei programmi organizzati dal Servizio sanitario nazionale. Meno di 6,5 milioni hanno però aderito all’invito.
Oltre 7,6 milioni di cittadini, pari al 54% della popolazione interessata, sono quindi rimasti fuori dai percorsi gratuiti di prevenzione. Una parte non ha ricevuto l’invito, ma nella maggioranza dei casi il test proposto non è stato effettuato.
Il dato emerge dal Report 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening ed è stato richiamato da un’analisi della Fondazione GIMBE. I numeri mostrano quanto sia ancora necessario migliorare sia l’organizzazione dei servizi sia la consapevolezza della popolazione.
Individuare la malattia prima della comparsa dei sintomi
Lo screening è rivolto a persone che non presentano sintomi. Il suo obiettivo è individuare un tumore nelle fasi iniziali oppure riconoscere una lesione precancerosa prima che possa trasformarsi in una malattia invasiva.
Una diagnosi precoce può permettere di ricorrere a trattamenti meno complessi e più mirati, aumentando le possibilità di cura e riducendo le conseguenze fisiche e psicologiche della malattia. Nel caso dei tumori della cervice uterina e del colon-retto, lo screening può avere anche un valore preventivo: alcune lesioni possono infatti essere rimosse prima che evolvano in un tumore.
Un risultato positivo non equivale automaticamente a una diagnosi di cancro. Indica la necessità di eseguire ulteriori approfondimenti secondo un percorso organizzato e controllato.
Tre programmi gratuiti per la popolazione
I programmi inclusi nei Livelli essenziali di assistenza comprendono la mammografia, generalmente destinata alle donne tra 50 e 69 anni, lo screening cervicale per le donne tra 25 e 64 anni e la ricerca del sangue occulto nelle feci per donne e uomini tra 50 e 69 anni. Alcune Regioni hanno esteso l’offerta a fasce di età più ampie.
Per la cervice uterina vengono utilizzati, in base all’età e ai protocolli regionali, il Pap test o il test HPV. Per il colon-retto, la positività alla ricerca del sangue occulto porta normalmente alla proposta di una colonscopia. Ogni programma comprende non soltanto il primo esame, ma anche gli eventuali approfondimenti diagnostici e l’invio alle cure necessarie.
Più di 50mila casi potenzialmente non intercettati
Secondo le stime della Fondazione GIMBE, il mancato raggiungimento di una copertura del 90% avrebbe impedito di intercettare nel 2024 oltre 50.300 tumori e lesioni precancerose.
Si tratterebbe di più di 11mila carcinomi della mammella, compresi oltre 2.300 tumori invasivi di piccole dimensioni, quasi 9.700 lesioni precancerose della cervice uterina, circa 4.700 tumori del colon-retto e quasi 25mila adenomi avanzati.
«Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening», ha dichiarato il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta.
Il divario tra le diverse aree del Paese
La partecipazione non è uniforme. Per gli screening mammografico e cervicale aderisce circa una persona su due, mentre per quello del colon-retto la quota scende a circa una su tre.
Alle esitazioni individuali si aggiungono difficoltà organizzative, inviti non recapitati, tempi di attesa, problemi negli spostamenti, scarsa informazione e timore dell’esito. Le differenze territoriali restano profonde, con livelli di adesione particolarmente bassi in numerose Regioni del Mezzogiorno.
Lo screening, quindi, non dipende soltanto dalla scelta del cittadino. È anche un indicatore della capacità dei servizi sanitari di aggiornare le anagrafi, raggiungere la popolazione, comunicare con chiarezza e garantire rapidamente tutti gli esami necessari.
Rispondere all’invito significa prendersi cura della salute
Una lettera, un messaggio o una telefonata della propria azienda sanitaria non rappresentano una semplice comunicazione amministrativa. Sono l’ingresso in un percorso gratuito, programmato e sottoposto a controlli di qualità.
Ignorare l’invito per paura, mancanza di tempo o assenza di sintomi può far perdere un’occasione importante. La prevenzione non elimina ogni rischio, ma consente di affrontarlo prima, quando le possibilità di intervento sono generalmente maggiori. Aderire allo screening significa proteggere la salute individuale e contribuire a rendere più efficace ed equo l’intero sistema sanitario.
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Beta-talassemia, al via un nuovo studio di terapia genica
Ricerca innovazioneUn nuovo studio clinico di terapia genica dedicato alle persone con beta-talassemia trasfusione-dipendente prende il via presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. La sperimentazione multicentrica di fase IIb è sponsorizzata da Fondazione Telethon e Ospedale San Raffaele e valuterà la sicurezza e l’efficacia di un protocollo ottimizzato, sviluppato dai ricercatori dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la Terapia Genica, SR-Tiget.
Il nuovo approccio rappresenta l’evoluzione di una precedente sperimentazione clinica e punta ad aumentare il numero di cellule staminali corrette geneticamente capaci di attecchire nell’organismo e produrre nel tempo quantità adeguate di emoglobina funzionale.
Che cos’è la beta-talassemia
La beta-talassemia è una malattia genetica ereditaria del sangue provocata dalla produzione ridotta o assente delle catene beta dell’emoglobina, la proteina presente nei globuli rossi che permette di trasportare l’ossigeno ai tessuti.
Nelle forme trasfusione-dipendenti, i pazienti devono ricevere regolarmente trasfusioni di sangue per tutta la vita. A queste si aggiungono terapie continuative per contrastare l’accumulo di ferro, una conseguenza del trattamento trasfusionale che, nel lungo periodo, può danneggiare diversi organi. Le trasfusioni restano indispensabili e salvavita, ma la frequenza dei trattamenti e le possibili complicanze possono incidere in modo significativo sulla qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie.
Le opzioni terapeutiche disponibili
Il trapianto di cellule staminali emopoietiche provenienti da un donatore compatibile può rappresentare una soluzione curativa. Questa possibilità, tuttavia, è praticabile soltanto per una parte dei pazienti, sia per la difficoltà di trovare un donatore adatto sia per i rischi associati alla procedura.
In Italia è inoltre disponibile, per specifiche categorie di pazienti, un trattamento basato su cellule staminali ematopoietiche modificate mediante editing genetico. Le terapie avanzate attualmente autorizzate presentano però criteri di accesso legati, per esempio, all’età, alle caratteristiche genetiche della malattia, all’idoneità al trapianto o alla concreta disponibilità del trattamento. Il nuovo studio nasce quindi con l’obiettivo di ampliare le possibilità terapeutiche.
L’evoluzione dello studio avviato nel 2015
Il protocollo deriva dallo studio clinico pilota avviato nel 2015 da Fondazione Telethon e Ospedale San Raffaele. La sperimentazione prevedeva il prelievo delle cellule staminali ematopoietiche dei pazienti e la loro correzione in laboratorio attraverso un vettore lentivirale, utilizzato per trasferire una copia funzionante del gene necessario alla produzione della beta-globina.
I risultati mostrarono in alcuni partecipanti una riduzione del bisogno di trasfusioni. In altri casi fu raggiunta un’indipendenza trasfusionale duratura. Partendo da questi dati, i ricercatori di SR-Tiget hanno lavorato per migliorare il processo di preparazione del prodotto sperimentale.
Il protocollo aggiornato riduce il tempo durante il quale le cellule vengono coltivate in laboratorio e aumenta l’efficienza della correzione genica. L’obiettivo è ottenere più cellule corrette, preservandone la capacità di attecchire stabilmente e di generare cellule del sangue in grado di produrre emoglobina funzionale nel lungo periodo.
Nove pazienti coinvolti tra Milano e Roma
Lo studio, identificato come BTHAL-FT007-01, coinvolgerà complessivamente nove pazienti di età compresa tra 3 e 35 anni. Nella prima fase saranno trattati tre adulti. I dati relativi alla sicurezza e all’efficacia saranno quindi sottoposti a una valutazione indipendente.
Soltanto dopo questo controllo il trattamento potrà essere esteso agli altri sei partecipanti, tra i quali saranno inclusi anche bambini e adolescenti. L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù porta nel progetto l’esperienza maturata nel coordinamento del protocollo basato sull’editing genetico per la beta-talassemia.
Una collaborazione accademica per la produzione del trattamento
Le cellule staminali saranno raccolte nei due centri clinici coinvolti. La produzione centralizzata del farmaco sperimentale avverrà invece nell’Officina Farmaceutica del Bambino Gesù dedicata alle terapie avanzate.
La realizzazione del prodotto in ambito accademico è uno degli aspetti distintivi del progetto. Il lavoro nasce dalla collaborazione tra Fondazione Telethon, il Process Development Lab di SR-Tiget e l’Officina Farmaceutica del Bambino Gesù. Le attività hanno beneficiato anche di finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nell’ambito dell’RNA & Gene Therapy National Research Center e dello Spoke dedicato allo sviluppo preclinico, alla produzione secondo standard farmaceutici e agli studi clinici.
L’obiettivo dell’indipendenza dalle trasfusioni
Il principale obiettivo sarà verificare se il trattamento permetterà di raggiungere l’indipendenza trasfusionale, definita come l’assenza di trasfusioni per almeno 12 mesi consecutivi dopo l’infusione delle cellule corrette.
Saranno valutati anche la sicurezza della procedura, l’attecchimento delle cellule geneticamente modificate, la riduzione del sovraccarico di ferro e i cambiamenti nella qualità della vita dei pazienti e dei familiari.
Ogni partecipante sarà seguito per due anni dopo il trattamento. Successivamente entrerà in un programma di monitoraggio a lungo termine previsto per le terapie avanzate, che consentirà di controllare efficacia e sicurezza fino a 15 anni dall’infusione.
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Sam Neill, la morte improvvisa e il raro linfoma a cellule T che aveva affrontato
NewsLa morte di Sam Neill, attore neozelandese conosciuto in tutto il mondo soprattutto per il ruolo del paleontologo Alan Grant in “Jurassic Park”, ha suscitato commozione tra colleghi e spettatori. Neill aveva 78 anni ed è morto a Sydney, circondato dalla famiglia. I parenti hanno descritto la sua scomparsa come improvvisa e inattesa, senza indicare una causa precisa.
Il suo nome era però legato da alcuni anni a una grave malattia del sangue. Nel 2022 gli era stato diagnosticato un linfoma angioimmunoblastico a cellule T in stadio avanzato. L’attore aveva raccontato pubblicamente il percorso terapeutico, le difficoltà della chemioterapia e la successiva remissione. Al momento della morte, secondo quanto comunicato dalla famiglia, era libero dal cancro. Non esistono quindi elementi per sostenere che il linfoma abbia provocato il decesso. La sua storia offre comunque l’occasione per conoscere una patologia rara e ancora poco nota.
Che cos’è il linfoma angioimmunoblastico
Il linfoma angioimmunoblastico a cellule T, indicato anche con la sigla AITL, è una forma rara e generalmente aggressiva di linfoma non-Hodgkin. Ha origine dai linfociti T, cellule del sistema immunitario che normalmente aiutano l’organismo a riconoscere e combattere infezioni e altre minacce.
Quando alcuni linfociti T subiscono trasformazioni anomale, possono moltiplicarsi senza controllo e accumularsi nei linfonodi. La malattia può interessare anche il midollo osseo, la milza, il fegato, la pelle e altri organi. Colpisce soprattutto persone in età adulta o avanzata, anche se può presentarsi più raramente in soggetti giovani.
Essendo una patologia poco frequente, richiede spesso la valutazione di ematologi e anatomopatologi con esperienza specifica nei linfomi a cellule T.
I sintomi che possono comparire
Uno dei segnali più comuni è l’ingrossamento persistente dei linfonodi, soprattutto nel collo, sotto le ascelle o nella zona inguinale. Possono inoltre comparire febbre senza una causa evidente, sudorazioni notturne abbondanti, perdita di peso involontaria, stanchezza marcata e prurito o eruzioni cutanee.
In alcuni pazienti si osservano infezioni ricorrenti o alterazioni degli esami del sangue. L’aumento di volume della milza o del fegato può provocare gonfiore o fastidio addominale. Questi disturbi non sono specifici del linfoma e possono dipendere da numerose condizioni più comuni. Un linfonodo ingrossato, per esempio, è spesso la conseguenza di un’infezione. La persistenza dei sintomi rende però opportuno un controllo medico.
Come viene formulata la diagnosi
La diagnosi non può basarsi soltanto sui sintomi o su un esame del sangue. È generalmente necessaria una biopsia, cioè il prelievo di un linfonodo o di una parte del tessuto interessato. Il campione viene analizzato per individuare le caratteristiche delle cellule tumorali e distinguere l’AITL dagli altri tipi di linfoma.
Possono essere eseguiti anche esami del sangue, tomografia computerizzata, PET e, in determinati casi, biopsia del midollo osseo. Questi accertamenti permettono di stabilire quanto la malattia sia diffusa e di scegliere il trattamento più adatto. Nei linfomi, una diagnosi in stadio avanzato è relativamente frequente e non ha necessariamente lo stesso significato attribuito agli stadi dei tumori solidi.
Le terapie disponibili
Il trattamento viene stabilito considerando età, condizioni generali, diffusione della malattia e caratteristiche biologiche delle cellule tumorali. La prima terapia comprende spesso combinazioni di farmaci chemioterapici. In alcuni casi possono essere impiegati anticorpi monoclonali o altri medicinali mirati contro specifiche proteine presenti sulle cellule malate.
Quando il linfoma ritorna o non risponde alle cure iniziali, gli specialisti possono valutare farmaci differenti, terapie innovative, trapianto di cellule staminali o partecipazione a studi clinici. L’AITL può rispondere bene inizialmente, ma presenta un rischio significativo di recidiva. Per questo sono necessari controlli regolari anche durante la remissione.
La vicenda di Sam Neill ricorda infine l’importanza di usare parole precise quando si parla di salute: avere affrontato un tumore non significa che ogni successivo problema medico sia stato causato dalla malattia. La divulgazione corretta deve mantenere separati i fatti accertati dalle ipotesi, senza rinunciare a informare su patologie rare che meritano maggiore conoscenza.
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Funzionamento Cognitivo Limite: cos’è e come riconoscerlo
Mondo saluteIl funzionamento cognitivo limite (Borderline Intellectual Functioning) è una condizione caratterizzata da capacità cognitive inferiori alla media, ma non tali da rientrare nei criteri della disabilità intellettiva. Per questo motivo può essere difficile da riconoscere e, talvolta, viene individuato solo quando emergono difficoltà a scuola, nel lavoro o nella gestione della vita quotidiana.
Le persone con funzionamento cognitivo limite possono condurre una vita autonoma, ma potrebbero aver bisogno di tempi più lunghi per apprendere nuove informazioni, comprendere situazioni complesse o affrontare compiti che richiedono capacità di pianificazione e problem solving.
Cosa si intende per funzionamento cognitivo limite?
Dal punto di vista clinico, il funzionamento cognitivo limite indica un livello di funzionamento intellettivo generalmente compreso tra un quoziente intellettivo (QI) di circa 70 e 85. Tuttavia, la valutazione non si basa esclusivamente sul QI: gli specialisti considerano anche il funzionamento adattivo, cioè la capacità della persona di gestire in modo autonomo le attività quotidiane, le relazioni sociali e gli impegni scolastici o lavorativi.
Non si tratta quindi di una malattia, ma di una condizione che può rendere alcune attività più impegnative rispetto alla popolazione generale.
Come si manifesta nella vita quotidiana
Le difficoltà generate dal funzionamento cognitivo limite possono variare molto da una persona all’altra. Alcuni bambini incontrano ostacoli durante il percorso scolastico, soprattutto nelle attività che richiedono ragionamento astratto, comprensione del testo o pianificazione. In età adulta, invece, le criticità possono emergere nella gestione di situazioni nuove o particolarmente complesse.
In molti casi possono essere necessari tempi più lunghi per apprendere nuove competenze o per comprendere istruzioni articolate. Anche prendere decisioni, organizzare le attività quotidiane o affrontare cambiamenti improvvisi può risultare più faticoso.
Nonostante queste difficoltà, molte persone sviluppano strategie efficaci per adattarsi al proprio contesto e conducono una vita soddisfacente dal punto di vista personale, sociale e lavorativo.
Quali possono essere le conseguenze sul benessere psicologico
Il funzionamento cognitivo limite non comporta necessariamente problemi emotivi. Tuttavia, quando le difficoltà non vengono riconosciute o comprese, alcune persone possono sperimentare frustrazione, bassa autostima o un senso di inadeguatezza, soprattutto se vengono continuamente confrontate con aspettative non compatibili con le proprie caratteristiche.
Esperienze ripetute di insuccesso scolastico o lavorativo, incomprensioni nelle relazioni o richieste eccessive possono influire sul benessere psicologico. Per questo è importante che il contesto familiare, scolastico e lavorativo sia in grado di offrire supporto adeguato, valorizzando le capacità della persona oltre alle sue difficoltà.
Come viene valutato
La diagnosi viene effettuata da professionisti qualificati attraverso una valutazione neuropsicologica che comprende test cognitivi standardizzati, colloqui clinici e l’analisi del funzionamento nella vita quotidiana.
L’obiettivo non è assegnare un’etichetta, ma comprendere il profilo cognitivo della persona per individuare eventuali strategie di supporto e favorire il raggiungimento della massima autonomia possibile.
L’importanza di un supporto personalizzato
Interventi educativi e riabilitativi personalizzati possono aiutare la persona a sviluppare strategie efficaci per affrontare le difficoltà quotidiane. In ambito scolastico, ad esempio, metodologie didattiche adattate e strumenti compensativi possono facilitare l’apprendimento. Anche il sostegno psicologico, quando necessario, può contribuire a rafforzare l’autostima e a gestire le eventuali difficoltà emotive.
Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla famiglia e dagli insegnanti, che possono favorire un ambiente inclusivo, attento ai punti di forza della persona e rispettoso dei suoi tempi di apprendimento.
Il funzionamento cognitivo limite non definisce il valore di una persona né le sue possibilità di realizzazione. Ogni individuo possiede competenze, interessi e risorse che possono essere valorizzati attraverso un adeguato percorso di supporto.
Riconoscere precocemente questa condizione consente di intervenire in modo mirato, riducendo il rischio di difficoltà scolastiche, lavorative e relazionali e promuovendo una migliore qualità di vita. Con gli strumenti adeguati e un contesto favorevole, molte persone con funzionamento cognitivo limite possono raggiungere un buon livello di autonomia e partecipazione sociale.
Lesioni del midollo spinale, una nuova speranza dalla tossina botulinica
Ricerca innovazione, NewsUn incidente stradale, un trauma durante l’attività sportiva, un infortunio sul lavoro o una ferita provocata da un’arma da fuoco. Bastano pochi istanti perché il midollo spinale venga danneggiato, con conseguenze capaci di trasformare radicalmente la vita di una persona.
Le lesioni del midollo spinale rappresentano infatti una delle principali cause di disabilità neurologica permanente. Il danno può interrompere, completamente o parzialmente, la comunicazione tra il cervello e le diverse parti del corpo, provocando difficoltà motorie, perdita della sensibilità e, nei casi più gravi, paralisi.
A rendere il quadro ancora più complesso è il dolore neuropatico cronico, che interessa oltre il 70% dei pazienti. Non si tratta di un dolore comune, ma della conseguenza di un’alterazione del sistema nervoso: può persistere nel tempo, diventare difficile da controllare e compromettere il sonno, l’autonomia e la qualità della vita. Attualmente non esistono terapie farmacologiche capaci di modificare realmente l’evoluzione biologica della lesione.
La ricerca italiana apre una strada inattesa
Una nuova prospettiva arriva da uno studio coordinato dall’Istituto di Biochimica e Biologia Cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Cnr-Ibbc, e pubblicato sulla rivista scientifica Military Medical Research.
La ricerca dimostra, in un modello preclinico di lesione cronica del midollo spinale, che la tossina botulinica di tipo A può svolgere un ruolo molto più ampio rispetto a quello tradizionalmente conosciuto. Somministrata per via intratecale, cioè direttamente nello spazio che circonda il midollo spinale, e associata all’elettrostimolazione muscolare, la molecola ha ridotto la neuroinfiammazione, favorito la riparazione del tessuto nervoso e attenuato il dolore neuropatico.
L’elettrostimolazione è stata utilizzata per contrastare l’atrofia muscolare e mantenere attivo il dialogo biologico tra muscoli e sistema nervoso. La combinazione dei due interventi ha quindi agito su diversi aspetti della lesione, andando oltre il semplice controllo dei sintomi.
Non soltanto un trattamento contro il dolore
Il risultato introduce un possibile cambio di paradigma. La tossina botulinica, conosciuta soprattutto per la capacità di bloccare temporaneamente la trasmissione neuromuscolare e impiegata in numerosi ambiti clinici, non viene più considerata soltanto come un trattamento sintomatico.
A dosaggi estremamente bassi e attraverso una somministrazione mirata, potrebbe comportarsi come una molecola capace di modulare alcuni dei processi biologici coinvolti nella protezione e nella riparazione del sistema nervoso.
I risultati ottenuti nel modello preclinico suggeriscono infatti un’azione sulla neuroinfiammazione, sulla sopravvivenza delle cellule nervose e sui meccanismi necessari al recupero del tessuto danneggiato. Saranno naturalmente gli studi clinici sull’essere umano a dover verificare sicurezza, dosaggio ed efficacia di questa strategia.
Un’intuizione coltivata per oltre dieci anni
«Fin dai primi esperimenti abbiamo capito che la tossina botulinica faceva molto più che ridurre il dolore neuropatico», spiega Sara Marinelli, prima ricercatrice del Cnr-Ibbc e coordinatrice dello studio.
«Osservavamo un recupero funzionale anticipato che non poteva essere spiegato dal solo effetto analgesico e che lasciava intuire l’attivazione di meccanismi di neuroprotezione e riparazione. Quell’intuizione ha guidato oltre dieci anni di ricerca e oggi ci permette di guardare con fiducia alla sperimentazione clinica».
Un percorso lungo, nato dall’osservazione di risultati inattesi e proseguito attraverso la verifica dei meccanismi biologici che potevano spiegare il miglioramento funzionale.
Dal laboratorio alla sperimentazione clinica
Il lavoro non si è fermato alla pubblicazione scientifica. Intorno ai risultati è stato costruito un articolato percorso di valorizzazione, che comprende un brevetto internazionale e un programma Proof of Concept, pensato per verificare concretamente il potenziale applicativo dell’innovazione.
È stato inoltre avviato il confronto con l’Agenzia Italiana del Farmaco, AIFA, per definire il percorso regolatorio, insieme alle collaborazioni scientifiche, cliniche e industriali necessarie per proseguire lo sviluppo.
L’obiettivo è porre le basi per il primo studio clinico di fase I/II dedicato a questa strategia terapeutica. Il passaggio alla sperimentazione sull’essere umano richiederà prudenza e ulteriori verifiche, ma il traguardo raggiunto rappresenta un importante punto di partenza.
Per le persone che convivono con una lesione cronica del midollo spinale, la prospettiva più significativa è quella di una terapia che non si limiti a controllare il dolore, ma provi a intervenire direttamente sui processi biologici della malattia.
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Caso Francesca Tucci, gli Ordini dei Medici: “Basta processi mediatici contro la sanità”
NewsFrancesca Tucci, giovane studentessa di Giurisprudenza originaria di Afragola, è morta a soli 24 anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Cardarelli di Napoli, dopo essere stata sottoposta ad un intervento chirurgico per una patologia dell’apparato digerente. L’operazione era stata eseguita in regime di intramoenia.
In seguito alla denuncia presentata dalla famiglia, la Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta e disposto gli accertamenti medico-legali necessari a ricostruire quanto accaduto. Va detti, l’iscrizione dei sanitari nel registro degli indagati rappresenta, in questa fase, un atto legato allo svolgimento delle verifiche e non equivale a un accertamento di responsabilità.
Il cordoglio degli Ordini professionali
Gli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Campania esprimono profondo cordoglio per la tragica scomparsa della giovane e manifestano sincera vicinanza alla sua famiglia. Il dolore dei familiari, sottolineano, merita rispetto, silenzio, verità e giustizia. Non dovrebbe invece trasformarsi in materiale per talk show, titoli sensazionalistici o campagne sui social network.
Da qui la decisione di intervenire pubblicamente di fronte a una narrazione che, secondo gli Ordini, rischia di trasformare una vicenda ancora da chiarire in un processo mediatico contro i professionisti coinvolti e, più in generale, contro l’intera categoria medica.
Le responsabilità devono essere accertate
Gli Ordini precisano di non voler difendere nessuno a prescindere e di non chiedere immunità, privilegi o zone franche. Qualora venga dimostrato un errore, chi ne è responsabile deve risponderne nelle sedi previste. In uno Stato di diritto, però, le responsabilità vengono stabilite attraverso indagini, perizie, contraddittorio e sentenze. Non possono essere determinate dalla pressione dell’opinione pubblica, dalla semplificazione televisiva o da una gogna digitale alimentata prima che siano disponibili risultati definitivi.
La piena fiducia viene quindi riposta nella magistratura e negli organi tecnici incaricati di ricostruire la vicenda. Fino alla conclusione degli accertamenti, devono essere tutelate la presunzione di innocenza, la dignità dei sanitari, la riservatezza dei pazienti e il valore sociale della professione medica.
Il peso delle difficoltà del sistema sanitario
Nel documento viene richiamata anche la responsabilità della politica, delle istituzioni e del mondo dell’informazione. Il loro compito dovrebbe essere quello di evitare che singoli casi alimentino una sfiducia generalizzata verso chi lavora quotidianamente negli ospedali, negli ambulatori, nei pronto soccorso, nelle sale operatorie e nei servizi territoriali.
Il medico, osservano gli Ordini, non può diventare il capro espiatorio delle difficoltà accumulate dal sistema sanitario. I professionisti sono chiamati a garantire presenza, disponibilità e competenza, ma operano spesso in condizioni caratterizzate da carenze di personale, sovraccarico di lavoro, liste d’attesa, burocrazia e crescente pressione mediatica.
Pretendere che siano sempre infallibili, senza affrontare le criticità strutturali nelle quali lavorano, significa ignorare la complessità dell’assistenza sanitaria.
Un nuovo patto tra cittadini e medici
La vicenda di Francesca Tucci, secondo gli Ordini campani, dovrebbe favorire una riflessione seria sul rapporto tra cittadini, sanità, informazione e giustizia. Delegittimare i medici prima che i fatti siano accertati indebolisce l’intero Servizio sanitario nazionale.
Difendere la professione non significa schierarsi contro i pazienti. Significa proteggere la possibilità di curare in un ambiente fondato su organizzazione, investimenti, formazione, personale adeguato, trasparenza e responsabilità.
Alla politica vengono chieste misure concrete per limitare la spettacolarizzazione dei casi sanitari, proteggere i professionisti dalla condanna preventiva e ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini. Senza questo patto, avvertono gli Ordini, aumenterà la medicina difensiva, con conseguenze negative soprattutto per i pazienti.
La verità deve essere cercata, le eventuali responsabilità accertate e il dolore rispettato. La giustizia, tuttavia, non può essere sostituita dal clamore mediatico. Da qui l’appello conclusivo: basta processi sommari e cacce al colpevole, perché difendere una medicina libera, responsabile e non intimidita significa tutelare anche il diritto dei cittadini a ricevere cure sicure e dignitose.
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Cibi ultra-processati: la prevenzione comincia a tavola
Alimentazione, BenesserePiatti pronti, carni lavorate, bevande zuccherate, snack confezionati e numerosi prodotti di consumo quotidiano stanno occupando una porzione sempre più ampia delle diete occidentali. In diversi Paesi ad alto reddito, gli alimenti ultra-processati arrivano ormai a fornire il 50-60% dell’apporto energetico giornaliero.
Il fenomeno riguarda da vicino anche l’Italia, dove la progressiva diffusione di abitudini alimentari occidentalizzate coincide con un allontanamento dai modelli tradizionali e, in particolare, dalla dieta mediterranea, da tempo associata a benefici metabolici, antiossidanti e antinfiammatori.
A richiamare l’attenzione sulle possibili conseguenze per l’apparato digerente è stata la Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, SIGE, durante una conferenza stampa ospitata nella Sala Stampa della Camera dei Deputati su iniziativa dell’onorevole Cristina Almici, componente della Commissione Agricoltura. Le evidenze illustrate confluiranno in un position paper della Società scientifica, la cui pubblicazione è prevista entro la fine dell’anno.
Che cosa sono i cibi ultra-processati
Secondo la classificazione NOVA, gli alimenti ultra-processati sono formulazioni industriali composte prevalentemente da sostanze estratte dagli alimenti e successivamente combinate con additivi come emulsionanti, conservanti, dolcificanti e coloranti. Al loro interno rimane poco o nessun alimento intero.
Questi prodotti vengono progettati per massimizzare appetibilità, praticità e durata di conservazione. La categoria comprende snack dolci e salati, bevande zuccherate, prodotti confezionati, piatti pronti, carni lavorate e anche alcuni alimenti percepiti come più salutari, come determinati yogurt alla frutta.
L’impatto sulla salute, ha sottolineato la SIGE, non dipenderebbe esclusivamente dall’elevata presenza di zuccheri, sale o grassi. I processi industriali possono infatti modificare la struttura fisica e chimica degli alimenti, introducendo sostanze capaci di influenzare autonomamente la fisiologia dell’apparato digerente.
Giannini: «Il primo atto di prevenzione è scegliere cosa mangiare»
Per il professor Edoardo Giannini, presidente della SIGE e direttore della Clinica Gastroenterologica dell’Università di Genova e dell’IRCCS AOM Policlinico San Martino, il principio secondo cui “siamo quello che mangiamo” è oggi più attuale e scientificamente fondato che mai.
La salute dell’organismo, a cominciare dall’apparato digerente, si costruisce attraverso scelte alimentari informate e consapevoli. Controllare ciò che viene introdotto nell’organismo rappresenta, secondo Giannini, uno dei più potenti strumenti di prevenzione disponibili ed è coerente con le moderne raccomandazioni sanitarie europee, sempre più orientate a favorire il passaggio dalla terapia alla prevenzione.
L’ascesa globale degli alimenti ultra-processati costituisce quindi una sfida complessa. Si tratta spesso di prodotti ricchi di additivi, zuccheri raffinati e grassi idrogenati, capaci di allontanare la popolazione dai modelli alimentari protettivi.
L’Italia, al contrario, dispone di un patrimonio straordinario di alimenti freschi, minimamente lavorati e legati a una tradizione agroalimentare considerata un modello internazionale. Da qui, secondo il presidente della SIGE, nasce la responsabilità delle società scientifiche di produrre documenti capaci di tutelare la salute pubblica delle future generazioni e di sostenere la cultura del “cibo vero”.
Le associazioni con le malattie dell’apparato digerente
La letteratura scientifica più recente ha evidenziato numerose associazioni tra il consumo abituale di alimenti ultra-processati e alcune patologie gastrointestinali.
In determinate popolazioni, il rischio di sviluppare malattie infiammatorie croniche intestinali risulta quasi raddoppiato, soprattutto per quanto riguarda il morbo di Crohn. I dati della UK Biobank descrivono inoltre una relazione dose-risposta tra il consumo di ultra-processati e l’incidenza della sindrome dell’intestino irritabile.
Un’assunzione elevata è stata associata anche a un possibile aumento del rischio di infezione da Helicobacter pylori e di ulcera peptica. Ulteriori collegamenti riguardano la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, o MASLD, e la sua progressione.
Sono state osservate anche associazioni con i tumori del colon-retto e dello stomaco, oltre a possibili aumenti del rischio per le neoplasie dell’esofago, del pancreas e del fegato. Gli esperti ricordano tuttavia che molte di queste evidenze derivano da studi epidemiologici: mostrano quindi relazioni significative, ma non consentono sempre di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto.
Cotture industriali, infiammazione e barriera intestinale
Il professor Giovanni Sarnelli, ordinario di Gastroenterologia all’Università Federico II di Napoli, ha spiegato che gli effetti degli alimenti ultra-processati non possono essere ricondotti soltanto all’eccesso di zuccheri, grassi e sale.
I processi industriali di trasformazione e le cotture ad alte temperature favoriscono la formazione dei prodotti finali della glicazione avanzata, conosciuti come AGEs. Queste molecole possono promuovere stress ossidativo e infiammazione, contribuendo al danneggiamento della barriera intestinale.
Poiché al momento non sono disponibili strumenti capaci di intervenire in modo significativo sui processi industriali responsabili della loro formazione, le raccomandazioni si concentrano soprattutto sulla prevenzione. L’indicazione è limitare il consumo di ultra-processati e privilegiare gli alimenti tipici della dieta mediterranea, tra cui frutta, verdura, legumi e prodotti fermentati.
Questi alimenti contengono composti bioattivi e antiossidanti potenzialmente in grado di contrastare gli effetti biologici degli AGEs. Il messaggio, ha precisato Sarnelli, non è quello di demonizzare un singolo prodotto, ma di favorire un’alimentazione varia, equilibrata e basata prevalentemente su cibi freschi o minimamente lavorati.
Microbiota e risposta immunitaria
Il professor Giovanni Marasco dell’Università di Bologna ha richiamato i meccanismi biologici che rendono plausibili le associazioni osservate negli studi epidemiologici.
Gli alimenti ultra-processati potrebbero alterare l’equilibrio dell’ecosistema intestinale, influenzando il microbiota, la barriera mucosale e la risposta immunitaria. Tra i fenomeni osservati vi sono la riduzione della diversità microbica, una minore produzione di acidi grassi a catena corta e l’espansione di specie pro-infiammatorie.
Emulsionanti e dolcificanti artificiali potrebbero inoltre aumentare la permeabilità dell’epitelio intestinale. Una barriera più permeabile facilita l’attivazione della risposta immunitaria della mucosa e può sostenere processi infiammatori cronici, con conseguenze non soltanto gastrointestinali ma potenzialmente estese al benessere complessivo dell’organismo.
Il settore della ricerca è ancora in evoluzione, ma, secondo Marasco, oggi è disponibile un quadro biologico più coerente rispetto al passato per interpretare il legame tra consumo abituale di ultra-processati, sindrome dell’intestino irritabile, malattie infiammatorie croniche intestinali e alcune neoplasie digestive.
Etichette chiare e tutela del Made in Italy
L’onorevole Cristina Almici ha sottolineato l’importanza di fondare il confronto sugli alimenti ultra-processati sulle evidenze scientifiche, evitando semplificazioni capaci di confondere i cittadini o di mettere ingiustamente in discussione il valore delle produzioni agroalimentari italiane.
L’obiettivo dell’iniziativa è fornire ai consumatori strumenti utili per compiere scelte più consapevoli. In questa prospettiva assumono un ruolo centrale un’etichettatura chiara, l’indicazione dell’origine delle materie prime, la tracciabilità delle filiere e il contrasto alle informazioni fuorvianti.
La tutela del Made in Italy, secondo Almici, significa difendere un patrimonio costruito dal lavoro delle imprese agricole, garantire qualità, sicurezza e trasparenza e sostenere un sistema produttivo capace di unire tradizione, innovazione e sostenibilità.
Ricerca scientifica e qualità dell’agroalimentare italiano non devono essere considerate realtà contrapposte. Possono invece procedere insieme, rafforzando la prevenzione, valorizzando la dieta mediterranea e rendendo più competitivo il sistema nazionale.
L’approccio One Health e il rispetto della stagionalità
Nel corso dell’incontro è stata affrontata anche l’importanza dell’approccio One Health nella tracciabilità dei prodotti agroalimentari. Il professor Giuseppe Campanile, docente di Zootecnia speciale all’Università Federico II di Napoli, ha ricordato che la dieta mediterranea non rappresenta soltanto un insieme di alimenti, ma un vero stile di vita associato al benessere fisico e mentale.
La produzione agroalimentare dovrebbe adottare tecniche sostenibili, rispettose dell’ambiente e orientate a favorire la presenza di molecole bioattive negli alimenti. Questi composti svolgono spesso un’azione protettiva e contribuiscono a modulare i processi infiammatori coinvolti nello sviluppo delle patologie cronico-degenerative.
Per preservare le proprietà nutrizionali e salutistiche degli alimenti è necessario rispettare i cicli naturali, seguire la stagionalità delle colture ed evitare di forzarne la produttività al di fuori dei periodi fisiologici.
Un’alimentazione sana dovrebbe quindi fondarsi su tre principi essenziali: stagionalità, varietà e qualità. Anche la trasformazione agroalimentare dovrebbe valorizzare la materia prima, preservandone le caratteristiche nutrizionali e sensoriali. La sfida non consiste nell’eliminare qualsiasi lavorazione, ma nel favorire processi capaci di mantenere la qualità degli alimenti e di proteggere la salute dei consumatori.
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PreSa Weekly – 10 Luglio 2026
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