Tempo di lettura: 3 minutiUna riduzione significativa sia del numero sia della fertilità delle uova della zanzara tigre. È il risultato della prima fase di una campagna sperimentale che ha permesso di abbattere dell’88%, quindi di circa il 90%, la capacità della specie di produrre uova fertili destinate a superare l’inverno.
Il dato apre prospettive interessanti per il controllo di Aedes albopictus, insetto invasivo ormai stabilmente presente in gran parte del territorio italiano. Oltre a provocare punture particolarmente fastidiose, la zanzara tigre può trasmettere virus responsabili di malattie come dengue, chikungunya e Zika.
La sperimentazione ha riguardato una piattaforma innovativa sviluppata per applicare su larga scala la Tecnica del Maschio Incompatibile, conosciuta anche con la sigla IIT. Si tratta di una strategia che interviene sulla riproduzione dell’insetto senza ricorrere a un impiego massiccio di insetticidi chimici.
Come funziona la Tecnica del Maschio Incompatibile
Il sistema si basa sul rilascio nell’ambiente di grandi quantità di zanzare maschio portatrici di un particolare ceppo di Wolbachia, un batterio molto diffuso in natura che vive in simbiosi con numerose specie di insetti.
Quando questi maschi si accoppiano con le femmine selvatiche, la diversa configurazione del batterio provoca un’incompatibilità riproduttiva. Le femmine depongono normalmente le uova, ma queste non riescono a svilupparsi e risultano quindi sterili.
L’efficacia del metodo dipende dalla possibilità che i maschi incompatibili competano con quelli presenti naturalmente nell’area. Più numerosi sono gli accoppiamenti con i maschi rilasciati, maggiore è la riduzione della fertilità complessiva della popolazione.
I maschi delle zanzare non pungono, perché si nutrono prevalentemente di sostanze zuccherine vegetali. Inoltre, una volta liberati, cercano esclusivamente femmine appartenenti alla propria specie, rendendo l’intervento particolarmente selettivo.
Il test condotto su 53 ettari
La campagna è stata realizzata presso il Centro Ricerche ENEA Casaccia, alle porte di Roma, nell’ambito di una collaborazione tra ENEA, Google LLC, attraverso il progetto Debug, e Sapienza Università di Roma.
Tra la fine di luglio e la fine di ottobre 2025 sono stati liberati circa 1,6 milioni di maschi incompatibili all’interno di un’area di 53 ettari. Il campus è stato scelto perché presenta caratteristiche ambientali rappresentative dei contesti periurbani dell’Italia centrale.
La popolazione di zanzare è stata controllata attraverso ovitrappole, utilizzate per raccogliere le uova, e trappole dedicate agli insetti adulti. I risultati ottenuti nell’area trattata sono stati confrontati con quelli dell’anno precedente e con i dati provenienti da una zona di controllo non sottoposta ai rilasci.
Il numero medio settimanale di uova è risultato significativamente più basso. La soglia di attenzione di 100 uova per trappola è stata superata soltanto in due campionamenti su sedici, contro dodici superamenti nell’area di controllo e quattordici registrati nello stesso sito durante il 2024.
Fertilità quasi azzerata a fine stagione
Oltre alla diminuzione del numero complessivo di uova, i ricercatori hanno osservato una marcata riduzione della loro fertilità. Nella fase finale della stagione sperimentale, i valori sono arrivati vicino allo zero, nonostante il rapporto medio tra maschi incompatibili e maschi selvatici fosse di appena 1,7 a uno.
L’effetto più rilevante riguarda le uova che avrebbero dovuto superare i mesi freddi. La zanzara tigre, infatti, affronta l’inverno principalmente attraverso uova resistenti, capaci di rimanere inattive fino al ritorno di temperature favorevoli. Ridurne la fertilità significa limitare il numero di esemplari che daranno origine alla generazione successiva.
La tecnica non rappresenta necessariamente una soluzione isolata, ma può diventare parte di una strategia integrata che comprenda la rimozione dei ristagni d’acqua, l’eliminazione dei focolai larvali e, quando necessario, l’impiego mirato di prodotti larvicidi.
La sperimentazione prosegue
Il programma continua nel corso del 2026 con rilasci anticipati, avviati fin dall’inizio della stagione riproduttiva, e con un aumento del numero di maschi incompatibili distribuiti nell’area.
L’obiettivo è verificare se un intervento più precoce possa produrre una riduzione ancora più evidente e duratura della popolazione. I primi risultati mostrano comunque che il controllo biologico può offrire un’alternativa concreta e sostenibile, soprattutto nei quartieri urbani e nelle aree periurbane dove la presenza della zanzara tigre è più difficile da gestire.
La sfida sarà ora trasferire il modello sperimentale ad altri territori, valutandone costi, organizzazione e risultati nel lungo periodo. La riduzione dell’88% delle uova fertili rappresenta però un punto di partenza significativo nella ricerca di strumenti più selettivi e meno impattanti per proteggere l’ambiente e la salute pubblica.
Leggi anche:
ANTIGONE, il naso elettronico che riconosce le malattie dal respiro
Glaucoma: come la vitamina B3 può prevenire l’insorgenza in chi rischia
Mondo saluteIl glaucoma è una delle principali cause di cecità irreversibile nel mondo. Si tratta di una malattia cronica che danneggia progressivamente il nervo ottico e che, nelle fasi iniziali, può non provocare sintomi evidenti. Per questo motivo la diagnosi precoce e il monitoraggio regolare rappresentano gli strumenti più efficaci per preservare la vista.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha acceso i riflettori sul possibile ruolo della vitamina B3 (niacina) nella protezione delle cellule nervose dell’occhio. Sebbene i risultati siano promettenti, gli studi sono ancora in corso e non esistono, al momento, prove sufficienti per raccomandarne l’utilizzo come strategia preventiva contro il glaucoma.
Cos’è il glaucoma
Il glaucoma comprende un gruppo di malattie oculari caratterizzate da un danno progressivo del nervo ottico. Nella maggior parte dei casi è associato a un aumento della pressione intraoculare, ma può svilupparsi anche in presenza di valori pressori normali.
Se non trattato, il glaucoma provoca una graduale perdita del campo visivo e, nei casi più avanzati, può compromettere in modo permanente la vista.
Tra i principali fattori di rischio figurano:
Perché la vitamina B3 interessa i ricercatori
La vitamina B3, conosciuta anche come niacina, è una vitamina idrosolubile indispensabile per il corretto funzionamento dell’organismo. È coinvolta nella produzione di NAD+ (nicotinammide adenina dinucleotide), una molecola fondamentale per il metabolismo energetico delle cellule.
Le cellule del nervo ottico richiedono un elevato apporto di energia e risultano particolarmente vulnerabili allo stress ossidativo e ai processi degenerativi. Per questo motivo i ricercatori stanno studiando se mantenere adeguati livelli di NAD+ possa contribuire a proteggerle.
Cosa dicono gli studi
Le prime evidenze arrivano soprattutto da studi sperimentali condotti su modelli animali, nei quali la vitamina B3 ha mostrato effetti neuroprotettivi, contribuendo a preservare la funzionalità delle cellule del nervo ottico.
Anche alcuni studi clinici preliminari hanno osservato che l’integrazione di vitamina B3 potrebbe migliorare alcuni parametri della funzione retinica e del nervo ottico in persone affette da glaucoma. Tuttavia, il numero di partecipanti è ancora limitato e sono necessari studi più ampi per confermare questi risultati.
Ad oggi non è stato dimostrato che la vitamina B3 sia in grado di prevenire l’insorgenza del glaucoma o di sostituire le terapie attualmente disponibili.
La vitamina B3 può sostituire le cure?
No. Le terapie attualmente raccomandate hanno l’obiettivo di ridurre la pressione intraoculare attraverso colliri, trattamenti laser o interventi chirurgici, a seconda dei casi.
L’eventuale utilizzo della vitamina B3, se confermato da future ricerche, potrebbe rappresentare un trattamento complementare, ma non sostitutivo delle cure prescritte dall’oculista.
Per questo motivo è fondamentale non assumere integratori ad alte dosi senza il parere del medico.
Dove si trova la vitamina B3
La vitamina B3 è naturalmente presente in numerosi alimenti, tra cui:
Una dieta varia ed equilibrata è generalmente sufficiente a soddisfare il fabbisogno quotidiano nella maggior parte delle persone.
L’assunzione di integratori dovrebbe essere valutata esclusivamente dal medico, poiché dosaggi elevati possono provocare effetti indesiderati, come vampate di calore, disturbi gastrointestinali e, nei casi più gravi, tossicità epatica.
Come proteggere la salute degli occhi
Oltre a seguire le indicazioni dello specialista, alcune abitudini possono contribuire a mantenere in salute gli occhi:
La vitamina B3 rappresenta uno dei filoni di ricerca più interessanti nel campo della neuroprotezione oculare. Le evidenze disponibili suggeriscono un possibile effetto benefico sulle cellule del nervo ottico, ma non dimostrano ancora che possa prevenire il glaucoma o rallentarne la progressione nella pratica clinica.
In attesa di studi più ampi e definitivi, la strategia più efficace per proteggere la vista rimane la diagnosi precoce, attraverso controlli oculistici regolari, e il trattamento tempestivo della malattia secondo le indicazioni dello specialista. Questa è, ad oggi, la migliore forma di prevenzione contro i danni permanenti causati dal glaucoma.
Ginnastica e longevità: perché è una priorità di salute pubblica
Mondo saluteL’attività fisica regolare è uno dei principali fattori che contribuiscono a mantenere un buono stato di salute durante tutta la vita. Numerosi studi hanno dimostrato che uno stile di vita attivo è associato a un minor rischio di sviluppare malattie croniche, a una migliore qualità della vita e a una maggiore aspettativa di vita in buona salute.
In una popolazione che invecchia sempre di più, promuovere il movimento quotidiano rappresenta una delle strategie più efficaci per la prevenzione e la tutela della salute pubblica.
Il legame tra attività fisica e longevità
Svolgere regolarmente esercizio fisico aiuta a mantenere efficienti il sistema cardiovascolare, l’apparato muscolo-scheletrico e il metabolismo.
Secondo numerose evidenze scientifiche, le persone fisicamente attive presentano un rischio inferiore di sviluppare patologie croniche come:
L’attività fisica contribuisce inoltre al mantenimento di un peso corporeo adeguato, favorisce il controllo della glicemia e della pressione arteriosa e aiuta a preservare forza muscolare ed equilibrio, aspetti particolarmente importanti con l’avanzare dell’età.
Benefici anche per il benessere mentale
I vantaggi del movimento non riguardano soltanto il corpo.
Praticare attività fisica con regolarità è associato a una riduzione dei sintomi di ansia e depressione, migliora la qualità del sonno e contribuisce al benessere psicologico.
Alcuni studi suggeriscono inoltre che mantenersi attivi possa contribuire a preservare le funzioni cognitive e ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza, soprattutto se l’attività fisica viene praticata nel corso degli anni insieme ad altre sane abitudini di vita.
Perché è una priorità di salute pubblica
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli adulti di svolgere ogni settimana almeno 150-300 minuti di attività fisica aerobica di intensità moderata, oppure 75-150 minuti di attività intensa, o una combinazione equivalente.
È inoltre consigliato svolgere esercizi di rafforzamento muscolare almeno due volte alla settimana e, nelle persone anziane, integrare attività che migliorino equilibrio e coordinazione per ridurre il rischio di cadute.
Anche piccoli incrementi dell’attività fisica quotidiana possono produrre benefici significativi rispetto a uno stile di vita completamente sedentario.
Come promuovere uno stile di vita attivo
Favorire il movimento richiede il coinvolgimento delle istituzioni, dei professionisti sanitari e della comunità.
Tra le strategie più efficaci vi sono:
Anche le tecnologie digitali, come app e dispositivi indossabili, possono aiutare molte persone a monitorare i propri progressi e mantenere la motivazione.
Un beneficio per tutta la società
Promuovere l’attività fisica non migliora soltanto la salute dei singoli individui, ma produce effetti positivi sull’intera collettività.
Una popolazione più attiva presenta, in media, una minore incidenza di malattie croniche, una riduzione dei ricoveri ospedalieri e una maggiore autonomia nelle età più avanzate.
Negli anziani, mantenere una buona forma fisica significa conservare più a lungo indipendenza nelle attività quotidiane e una migliore qualità della vita.
L’attività fisica rappresenta uno degli strumenti più efficaci per promuovere un invecchiamento sano. Sebbene non esista una formula per garantire una vita più lunga, numerose evidenze dimostrano che muoversi regolarmente riduce il rischio di molte malattie croniche e favorisce una maggiore aspettativa di vita in buona salute.
Integrare il movimento nella routine quotidiana, anche attraverso attività semplici come camminare, andare in bicicletta o svolgere esercizi di rinforzo muscolare, è una scelta che può offrire benefici a tutte le età. Per questo motivo, promuovere l’attività fisica dovrebbe rappresentare una priorità per le politiche di prevenzione e per la salute pubblica.
Sclerosi multipla: scoperto il legame con il virus della mononucleosi
Mondo saluteLa sclerosi multipla è una malattia autoimmune cronica che colpisce il sistema nervoso centrale, provocando un danno alla mielina, la guaina che riveste e protegge le fibre nervose. Sebbene le cause della patologia non siano ancora completamente chiarite, negli ultimi anni la ricerca ha compiuto importanti passi avanti nell’individuazione dei fattori che ne favoriscono lo sviluppo.
Tra le scoperte più rilevanti emerge il ruolo del virus di Epstein-Barr (EBV), responsabile della mononucleosi infettiva. Numerosi studi hanno infatti fornito solide evidenze di un’associazione tra l’infezione da questo virus e un aumento del rischio di sviluppare la sclerosi multipla, aprendo nuove prospettive per la prevenzione e la ricerca di trattamenti innovativi.
Il virus di Epstein-Barr: cos’è e come si trasmette
Il virus di Epstein-Barr appartiene alla famiglia degli herpesvirus ed è estremamente diffuso: si stima che oltre il 90% della popolazione mondiale venga infettata nel corso della vita.
L’infezione avviene generalmente durante l’infanzia o l’adolescenza. In molti casi decorre senza sintomi, mentre in altri provoca la mononucleosi infettiva, nota anche come “malattia del bacio”, caratterizzata da febbre, mal di gola, ingrossamento dei linfonodi e marcata stanchezza.
Dopo l’infezione, il virus non viene eliminato dall’organismo ma rimane in forma latente all’interno delle cellule del sistema immunitario, normalmente controllato dalle difese dell’organismo.
La scoperta del legame tra sclerosi multipla e EBV
Negli ultimi anni sono stati pubblicati importanti studi epidemiologici che hanno rafforzato l’ipotesi di un ruolo centrale del virus di Epstein-Barr nello sviluppo della sclerosi multipla.
Una delle ricerche più significative, condotta su oltre 10 milioni di militari statunitensi e pubblicata sulla rivista Science nel 2022, ha mostrato che il rischio di sviluppare la sclerosi multipla aumenta in modo significativo dopo l’infezione da EBV. Lo studio ha inoltre evidenziato che quasi tutte le persone che hanno sviluppato la malattia avevano contratto il virus in precedenza.
Questi risultati suggeriscono che l’infezione da EBV rappresenti uno dei principali fattori di rischio per la sclerosi multipla. Tuttavia, da sola non è sufficiente a causare la malattia, che dipende anche da predisposizione genetica e da altri fattori ambientali.
Come il virus potrebbe favorire la malattia
I ricercatori stanno ancora studiando i meccanismi attraverso cui il virus potrebbe contribuire allo sviluppo della sclerosi multipla.
Tra le ipotesi più accreditate vi sono:
Sebbene questi meccanismi siano supportati da numerose evidenze sperimentali, sono ancora oggetto di studio.
Implicazioni per la prevenzione e il trattamento
Tra gli obiettivi più promettenti vi è lo sviluppo di un vaccino contro il virus di Epstein-Barr, che potrebbe in futuro contribuire a ridurre il rischio di sclerosi multipla nelle persone predisposte. Attualmente sono in corso studi clinici per valutare vaccini e altre strategie preventive.
Anche sul fronte terapeutico la ricerca è molto attiva. Diversi studi stanno valutando trattamenti capaci di intervenire sui linfociti B o di modulare la risposta immunitaria nei confronti del virus, con l’obiettivo di limitare il processo infiammatorio che caratterizza la malattia.
Si tratta però di strategie ancora in fase di ricerca e non ancora disponibili nella pratica clinica.
Altri fattori di rischio nella sclerosi multipla
La sclerosi multipla è una patologia multifattoriale e il virus di Epstein-Barr rappresenta soltanto uno degli elementi coinvolti.
Tra gli altri fattori associati a un maggior rischio di sviluppare la malattia figurano:
È probabilmente l’interazione tra questi elementi e l’infezione da EBV a favorire l’insorgenza della malattia nelle persone più suscettibili.
Le evidenze scientifiche raccolte negli ultimi anni hanno profondamente modificato la comprensione della sclerosi multipla, indicando il virus di Epstein-Barr come uno dei principali fattori coinvolti nel suo sviluppo.
Sebbene l’infezione da sola non determini la comparsa della malattia, questa scoperta rappresenta un importante passo avanti nella ricerca e offre nuove prospettive per lo sviluppo di vaccini e terapie mirate.
La ricerca prosegue con l’obiettivo di comprendere sempre meglio i meccanismi che collegano il virus alla sclerosi multipla e di trasformare queste conoscenze in strategie efficaci per la prevenzione e il trattamento della malattia.
Zanzara tigre, tecnica IIT riduce dell’88% le uova fertili
Ricerca innovazioneUna riduzione significativa sia del numero sia della fertilità delle uova della zanzara tigre. È il risultato della prima fase di una campagna sperimentale che ha permesso di abbattere dell’88%, quindi di circa il 90%, la capacità della specie di produrre uova fertili destinate a superare l’inverno.
Il dato apre prospettive interessanti per il controllo di Aedes albopictus, insetto invasivo ormai stabilmente presente in gran parte del territorio italiano. Oltre a provocare punture particolarmente fastidiose, la zanzara tigre può trasmettere virus responsabili di malattie come dengue, chikungunya e Zika.
La sperimentazione ha riguardato una piattaforma innovativa sviluppata per applicare su larga scala la Tecnica del Maschio Incompatibile, conosciuta anche con la sigla IIT. Si tratta di una strategia che interviene sulla riproduzione dell’insetto senza ricorrere a un impiego massiccio di insetticidi chimici.
Come funziona la Tecnica del Maschio Incompatibile
Il sistema si basa sul rilascio nell’ambiente di grandi quantità di zanzare maschio portatrici di un particolare ceppo di Wolbachia, un batterio molto diffuso in natura che vive in simbiosi con numerose specie di insetti.
Quando questi maschi si accoppiano con le femmine selvatiche, la diversa configurazione del batterio provoca un’incompatibilità riproduttiva. Le femmine depongono normalmente le uova, ma queste non riescono a svilupparsi e risultano quindi sterili.
L’efficacia del metodo dipende dalla possibilità che i maschi incompatibili competano con quelli presenti naturalmente nell’area. Più numerosi sono gli accoppiamenti con i maschi rilasciati, maggiore è la riduzione della fertilità complessiva della popolazione.
I maschi delle zanzare non pungono, perché si nutrono prevalentemente di sostanze zuccherine vegetali. Inoltre, una volta liberati, cercano esclusivamente femmine appartenenti alla propria specie, rendendo l’intervento particolarmente selettivo.
Il test condotto su 53 ettari
La campagna è stata realizzata presso il Centro Ricerche ENEA Casaccia, alle porte di Roma, nell’ambito di una collaborazione tra ENEA, Google LLC, attraverso il progetto Debug, e Sapienza Università di Roma.
Tra la fine di luglio e la fine di ottobre 2025 sono stati liberati circa 1,6 milioni di maschi incompatibili all’interno di un’area di 53 ettari. Il campus è stato scelto perché presenta caratteristiche ambientali rappresentative dei contesti periurbani dell’Italia centrale.
La popolazione di zanzare è stata controllata attraverso ovitrappole, utilizzate per raccogliere le uova, e trappole dedicate agli insetti adulti. I risultati ottenuti nell’area trattata sono stati confrontati con quelli dell’anno precedente e con i dati provenienti da una zona di controllo non sottoposta ai rilasci.
Il numero medio settimanale di uova è risultato significativamente più basso. La soglia di attenzione di 100 uova per trappola è stata superata soltanto in due campionamenti su sedici, contro dodici superamenti nell’area di controllo e quattordici registrati nello stesso sito durante il 2024.
Fertilità quasi azzerata a fine stagione
Oltre alla diminuzione del numero complessivo di uova, i ricercatori hanno osservato una marcata riduzione della loro fertilità. Nella fase finale della stagione sperimentale, i valori sono arrivati vicino allo zero, nonostante il rapporto medio tra maschi incompatibili e maschi selvatici fosse di appena 1,7 a uno.
L’effetto più rilevante riguarda le uova che avrebbero dovuto superare i mesi freddi. La zanzara tigre, infatti, affronta l’inverno principalmente attraverso uova resistenti, capaci di rimanere inattive fino al ritorno di temperature favorevoli. Ridurne la fertilità significa limitare il numero di esemplari che daranno origine alla generazione successiva.
La tecnica non rappresenta necessariamente una soluzione isolata, ma può diventare parte di una strategia integrata che comprenda la rimozione dei ristagni d’acqua, l’eliminazione dei focolai larvali e, quando necessario, l’impiego mirato di prodotti larvicidi.
La sperimentazione prosegue
Il programma continua nel corso del 2026 con rilasci anticipati, avviati fin dall’inizio della stagione riproduttiva, e con un aumento del numero di maschi incompatibili distribuiti nell’area.
L’obiettivo è verificare se un intervento più precoce possa produrre una riduzione ancora più evidente e duratura della popolazione. I primi risultati mostrano comunque che il controllo biologico può offrire un’alternativa concreta e sostenibile, soprattutto nei quartieri urbani e nelle aree periurbane dove la presenza della zanzara tigre è più difficile da gestire.
La sfida sarà ora trasferire il modello sperimentale ad altri territori, valutandone costi, organizzazione e risultati nel lungo periodo. La riduzione dell’88% delle uova fertili rappresenta però un punto di partenza significativo nella ricerca di strumenti più selettivi e meno impattanti per proteggere l’ambiente e la salute pubblica.
Leggi anche:
ANTIGONE, il naso elettronico che riconosce le malattie dal respiro
Social media e tecnologia: come cambiano la salute mentale dei giovani
NewsSmartphone, social network, piattaforme video, videogiochi online e applicazioni di messaggistica accompagnano ormai gran parte della giornata dei giovani. La tecnologia viene utilizzata per studiare, comunicare, informarsi, divertirsi e costruire nuove relazioni. Questa presenza costante ha modificato profondamente il modo in cui gli adolescenti vivono l’amicizia, il tempo libero e la percezione di sé.
Il rapporto tra strumenti digitali e salute mentale, tuttavia, non può essere descritto come semplicemente positivo o negativo. Le conseguenze cambiano in base alla personalità, all’età, al contesto familiare, ai contenuti visualizzati e alle modalità con cui le piattaforme vengono utilizzate.
Non conta soltanto il tempo trascorso online
Limitarsi a calcolare le ore davanti allo schermo può fornire un’informazione incompleta. Due adolescenti possono trascorrere lo stesso tempo sui social media vivendo esperienze molto diverse. Un giovane può utilizzare la rete per parlare con gli amici, coltivare una passione o partecipare a una comunità accogliente. Un altro può passare molte ore a scorrere contenuti in modo automatico, confrontandosi continuamente con immagini idealizzate.
La ricerca scientifica invita quindi a considerare soprattutto la qualità dell’esperienza digitale. Un uso problematico, difficile da controllare e capace di interferire con lo studio, il riposo o le relazioni personali appare più significativo del semplice numero di minuti trascorsi online.
Il legame con ansia, tristezza e isolamento
L’uso intenso o problematico dei social media è spesso associato a sintomi di ansia, umore depresso, irritabilità e minore autostima. Non sempre, però, è possibile stabilire una relazione diretta di causa ed effetto. Un giovane che vive un momento di fragilità potrebbe rifugiarsi più frequentemente nello smartphone; allo stesso tempo, alcune esperienze online potrebbero aumentare il disagio già presente.
Gli effetti possono inoltre variare notevolmente da una persona all’altra. Per alcuni adolescenti una piattaforma rappresenta uno spazio di condivisione, mentre per altri può trasformarsi in una fonte di pressione, solitudine o bisogno costante di approvazione.
Sonno e connessione continua
Uno degli aspetti più delicati riguarda il riposo. Notifiche, messaggi e video possono spingere a rimandare l’orario in cui si va a dormire. La paura di perdere aggiornamenti, conversazioni o eventi online può rendere difficile interrompere la connessione.
Dormire poco o male può influire sull’umore, sulla concentrazione, sul rendimento scolastico e sulla capacità di gestire lo stress. Per questo motivo, mantenere lo smartphone lontano dal letto e stabilire un periodo senza schermi prima del sonno può rappresentare una misura semplice ma importante.
Confronto sociale, immagine corporea e cyberbullismo
I social media mostrano spesso fotografie selezionate, modificate o costruite per comunicare successo, bellezza e felicità. Il confronto continuo con questi modelli può alimentare insoddisfazione per il proprio aspetto, senso di inadeguatezza e timore di essere esclusi.
A questi rischi si aggiunge il cyberbullismo. Offese, minacce e contenuti umilianti possono essere diffusi rapidamente e rimanere accessibili a lungo. La vittima può avere la sensazione di non possedere più uno spazio sicuro, perché l’aggressione continua anche al di fuori della scuola. Diventa quindi essenziale chiedere aiuto a un adulto, conservare le prove, bloccare i responsabili e utilizzare gli strumenti di segnalazione delle piattaforme.
Le opportunità offerte dalla tecnologia
La rete non rappresenta soltanto un pericolo. Può aiutare i giovani a mantenere i rapporti, esprimere la propria creatività, trovare persone con interessi simili e accedere a informazioni sulla salute mentale. Per chi si sente isolato o appartiene a una minoranza, una comunità online rispettosa può offrire sostegno e comprensione.
Messaggi e videochiamate possono rafforzare la vicinanza tra amici, soprattutto quando gli incontri personali sono difficili. Anche la possibilità di raccontare le proprie esperienze può ridurre il senso di solitudine, purché avvenga in ambienti moderati e affidabili.
Educare invece di proibire
Divieti rigidi e controlli nascosti rischiano di interrompere il dialogo. Famiglie e scuole possono ottenere risultati migliori costruendo regole condivise, proteggendo il sonno, promuovendo attività senza schermi e discutendo apertamente di privacy, algoritmi, pubblicità e contenuti manipolati.
Segnali come isolamento improvviso, perdita di interesse, forte irritabilità, calo scolastico o alterazioni del sonno non devono essere ignorati. In presenza di un disagio persistente è opportuno rivolgersi a un professionista della salute mentale. L’obiettivo non è eliminare la tecnologia, ma aiutare i giovani a utilizzarla con consapevolezza, equilibrio e libertà.
Leggi anche:
Notti tropicali e insonnia: quando il caldo rovina il sonno e la salute
Malaria e viaggi: prevenzione, vaccini e consigli per ridurre il rischio di infezione
Mondo saluteLa malaria è una malattia infettiva potenzialmente grave, causata da parassiti del genere Plasmodium e trasmessa principalmente attraverso la puntura di zanzare infette del genere Anopheles. È presente soprattutto nelle aree tropicali e subtropicali di Africa, Asia, America Latina e alcune zone dell’Oceania.
Per chi viaggia verso Paesi in cui la malaria è endemica, la prevenzione rappresenta uno strumento fondamentale. Informarsi prima della partenza, valutare il rischio individuale con un professionista sanitario e adottare comportamenti corretti permette di ridurre significativamente la possibilità di contrarre l’infezione.
Informarsi sul rischio malaria nella destinazione
Il rischio di malaria varia in base al Paese, alla regione visitata, alla stagione e al tipo di viaggio. Prima della partenza è quindi importante verificare la situazione epidemiologica della destinazione attraverso fonti sanitarie affidabili e rivolgersi ai servizi di medicina dei viaggi per ricevere indicazioni aggiornate.
Anche all’interno dello stesso Paese possono esistere aree a rischio diverso: per questo è fondamentale valutare il percorso specifico del viaggio, non solo la nazione di destinazione.
Consultare un centro di medicina dei viaggi
Una valutazione sanitaria prima della partenza consente di individuare le strategie preventive più adatte in base alle caratteristiche del viaggiatore, alla durata del soggiorno, all’itinerario e alle condizioni personali.
Il medico potrà indicare l’eventuale profilassi farmacologica antimalarica e fornire informazioni sulle vaccinazioni raccomandate o obbligatorie per il viaggio.
Vaccini contro la malaria: cosa sapere
Negli ultimi anni la ricerca ha portato allo sviluppo dei primi vaccini contro la malaria, utilizzati in particolare nei programmi di prevenzione rivolti ai bambini che vivono nelle aree maggiormente colpite dalla malattia.
Attualmente, però, il vaccino non rappresenta una soluzione disponibile per tutti i viaggiatori diretti in zone a rischio. La prevenzione della malaria si basa quindi ancora principalmente sulla combinazione di profilassi farmacologica, protezione dalle punture di zanzara e attenzione ai sintomi.
Seguire correttamente la profilassi antimalarica
In alcune aree a rischio il medico può prescrivere farmaci antimalarici preventivi. La scelta del medicinale dipende dalla destinazione, dal livello di rischio e dalle caratteristiche della persona.
È importante assumere la terapia secondo le indicazioni ricevute, rispettando tempi e modalità di assunzione, che possono prevedere l’inizio del trattamento prima della partenza e la prosecuzione anche dopo il rientro
Proteggersi dalle punture di zanzara
La protezione individuale è una delle principali strategie per prevenire la malaria. Alcune misure utili includono:
Utilizzare zanzariere e sistemi di protezione ambientale
Le zanzariere trattate con insetticida rappresentano una misura preventiva efficace, soprattutto durante la notte. Anche l’utilizzo di dispositivi di protezione negli ambienti chiusi contribuisce a ridurre il rischio di punture.
Riconoscere i sintomi e rivolgersi tempestivamente al medico
La malaria può manifestarsi anche dopo settimane dal viaggio. I sintomi più frequenti comprendono:
In caso di febbre dopo un soggiorno in un’area a rischio malaria è importante informare il medico del viaggio effettuato, anche se sono trascorse settimane o mesi dal rientro.
Prestare attenzione durante il soggiorno
Durante un viaggio in zone endemiche è importante adottare comportamenti prudenti e seguire le indicazioni ricevute prima della partenza. La prevenzione deve essere mantenuta per tutta la durata del soggiorno e non solo nei primi giorni.
Pianificare l’assistenza sanitaria
Prima di partire è consigliabile informarsi sulla disponibilità dei servizi sanitari nella zona visitata e valutare un’eventuale assicurazione sanitaria di viaggio, soprattutto per soggiorni in aree dove l’accesso alle cure può essere più difficoltoso.
Condividere le informazioni con i compagni di viaggio
La prevenzione è più efficace quando coinvolge tutti i partecipanti al viaggio. Conoscere i rischi, seguire le indicazioni preventive e riconoscere tempestivamente eventuali sintomi permette di affrontare il soggiorno in modo più sicuro.
La malaria resta una malattia che richiede attenzione, soprattutto per chi si reca in aree dove il rischio di trasmissione è presente. Oggi la prevenzione si basa su un insieme di strategie integrate: valutazione del rischio prima della partenza, eventuale profilassi farmacologica, protezione dalle punture e diagnosi tempestiva in caso di sintomi sospetti.
Prepararsi adeguatamente prima del viaggio è il modo più efficace per ridurre i rischi e vivere l’esperienza con maggiore sicurezza.
PreSa Weekly – 17 Luglio 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Medulloblastoma: nuove scoperte per terapie sempre più mirate
Mondo saluteIl medulloblastoma è il tumore cerebrale maligno più frequente in età pediatrica. Ha origine nel cervelletto, la regione del cervello deputata al controllo dell’equilibrio e della coordinazione dei movimenti, ed è caratterizzato da una crescita rapida che richiede una diagnosi e un trattamento tempestivi.
Negli ultimi anni la ricerca ha ampliato in modo significativo la conoscenza dei meccanismi biologici alla base della malattia, consentendo di sviluppare approcci terapeutici sempre più personalizzati. L’obiettivo è migliorare l’efficacia delle cure e, allo stesso tempo, ridurre gli effetti collaterali nei bambini e negli adolescenti.
Comprendere il medulloblastoma: tipologie e caratteristiche
Oggi il medulloblastoma non viene più considerato un’unica malattia. Grazie ai progressi della genetica e della biologia molecolare, sono stati identificati quattro principali sottogruppi: WNT, SHH, Gruppo 3 e Gruppo 4. Ciascuno presenta caratteristiche biologiche differenti, con prognosi e risposta ai trattamenti diverse.
Questa classificazione rappresenta un importante passo avanti perché consente di definire percorsi terapeutici più mirati in base alle caratteristiche del tumore, superando l’approccio uguale per tutti e favorendo una medicina sempre più personalizzata.
I progressi della ricerca
Le più recenti ricerche hanno individuato alterazioni genetiche e molecolari coinvolte nello sviluppo del medulloblastoma, migliorando la comprensione dei meccanismi che regolano la crescita delle cellule tumorali.
Parallelamente, sono allo studio biomarcatori che potrebbero rendere più accurata la diagnosi, contribuire a definire il rischio di progressione della malattia e monitorare la risposta ai trattamenti nel corso del tempo. Questi strumenti rappresentano una risorsa importante per orientare le scelte terapeutiche e favorire un monitoraggio sempre più preciso.
Verso terapie sempre più personalizzate
Il trattamento del medulloblastoma prevede generalmente un approccio multidisciplinare che combina chirurgia, radioterapia e chemioterapia. La scelta terapeutica dipende da diversi fattori, tra cui l’età del paziente, l’estensione della malattia e il sottogruppo molecolare di appartenenza.
Accanto alle terapie consolidate, la ricerca sta valutando nuovi farmaci a bersaglio molecolare e strategie di immunoterapia, con l’obiettivo di colpire selettivamente le cellule tumorali e limitare i danni ai tessuti sani. In alcuni sottogruppi, come quelli caratterizzati dall’attivazione della via di segnalazione SHH, sono già in corso studi clinici dedicati all’impiego di farmaci mirati.
L’importanza della diagnosi precoce e del follow-up
Riconoscere tempestivamente i sintomi è fondamentale per favorire una diagnosi precoce e avviare rapidamente il percorso di cura. Tra i segnali che meritano una valutazione medica vi sono mal di testa persistente, soprattutto al risveglio, nausea e vomito ricorrenti, difficoltà nell’equilibrio e nella coordinazione, alterazioni della vista e cambiamenti nel comportamento o nelle capacità motorie.
Naturalmente, questi sintomi possono essere associati anche a molte altre condizioni e non indicano necessariamente la presenza di un tumore. Tuttavia, se persistono o peggiorano nel tempo, è importante rivolgersi al pediatra o allo specialista per gli opportuni accertamenti.
Dopo il trattamento, il follow-up rappresenta una fase essenziale del percorso assistenziale. I controlli periodici consentono di monitorare l’eventuale comparsa di recidive e di valutare gli effetti delle terapie sulla crescita, sullo sviluppo neurologico e sulla qualità della vita.
L’impiego di tecniche di imaging sempre più avanzate e di nuovi strumenti diagnostici contribuisce a rendere il monitoraggio più accurato e a programmare interventi tempestivi quando necessario.
Le prospettive future
La ricerca sul medulloblastoma continua a evolversi grazie all’integrazione tra genomica, biologia molecolare, intelligenza artificiale e medicina di precisione. L’obiettivo è comprendere sempre meglio le caratteristiche biologiche di ciascun tumore per sviluppare trattamenti sempre più efficaci e personalizzati.
Parallelamente cresce l’attenzione verso la qualità della vita dei bambini e degli adolescenti, con strategie terapeutiche che puntano non solo ad aumentare le possibilità di guarigione, ma anche a preservare le funzioni cognitive, neurologiche e motorie nel lungo periodo.
La collaborazione tra centri di ricerca, ospedali pediatrici e comunità scientifica internazionale rappresenta oggi uno degli elementi chiave per trasformare i risultati della ricerca in nuove opportunità di cura per i pazienti.
Cellule ingegnerizzate per potenziare l’immunoterapia
Ricerca innovazioneUna nuova generazione di cellule immunitarie ingegnerizzate potrebbe contribuire a superare tre dei principali ostacoli incontrati dall’immunoterapia contro il cancro: riconoscere i tumori capaci di ingannare il sistema immunitario, bloccare i meccanismi attraverso i quali le cellule malate indeboliscono le difese dell’organismo e mantenere nel tempo la propria efficacia antitumorale.
Il risultato emerge da uno studio internazionale coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e pubblicato sulla rivista scientifica Signal Transduction and Targeted Therapy, appartenente al gruppo Nature.
Secondo Paola Vacca, responsabile dell’Unità di Cellule Linfoidi dell’Immunità Innata del Bambino Gesù, la pubblicazione rappresenta «un importante riconoscimento internazionale dell’elevato valore innovativo della ricerca e del suo potenziale impatto clinico».
Il ruolo delle cellule Natural Killer
Le “Natural Killer”, conosciute anche con la sigla NK, sono linfociti appartenenti al sistema immunitario innato. Costituiscono una delle prime linee di difesa dell’organismo e sono in grado di individuare ed eliminare rapidamente sia le cellule infettate da virus sia quelle tumorali, senza avere bisogno di un precedente contatto con la minaccia.
La loro azione può però essere ostacolata dal microambiente tumorale, cioè dall’insieme di cellule, molecole e strutture che circondano il tumore. Questo particolare ecosistema può sostenere la crescita della neoplasia, facilitarne la diffusione e favorire la resistenza alle terapie.
Molti tumori riescono così a neutralizzare l’attività delle cellule NK, attivando contemporaneamente differenti strategie di evasione immunitaria.
Una piattaforma con tre funzioni terapeutiche
«Uno dei principali ostacoli nello sviluppo delle immunoterapie è la capacità dei tumori di attivare contemporaneamente più meccanismi di evasione immunitaria», spiega Vacca. Per affrontare il problema, i ricercatori hanno sviluppato una piattaforma innovativa basata su cellule NK multifunzionali.
Le cellule sono state ingegnerizzate per integrare tre diverse funzioni terapeutiche: riconoscere in maniera efficace il tumore, superare i segnali immunosoppressivi prodotti dal microambiente tumorale e conservare più a lungo la propria attività.
«L’elemento distintivo della nostra strategia è la capacità di combinare in una singola piattaforma il riconoscimento del tumore, il superamento dell’immunosoppressione e il mantenimento della funzionalità delle NK», sottolinea la responsabile dell’Unità del Bambino Gesù. L’obiettivo è renderle più efficaci, resistenti e durature.
I test sui tumori pediatrici e degli adulti
La piattaforma è stata valutata attraverso sistemi sperimentali preclinici progettati per riprodurre differenti neoplasie pediatriche e dell’età adulta. I ricercatori hanno studiato, tra gli altri, il neuroblastoma, il medulloblastoma, alcune forme di leucemia e l’adenocarcinoma pancreatico.
Nei modelli analizzati, le NK ingegnerizzate hanno mostrato una significativa attività antitumorale e una maggiore capacità di persistere nel tempo. La loro efficacia è stata mantenuta anche in presenza di tumori caratterizzati da livelli elevati di immunosoppressione, una delle condizioni che più frequentemente limita l’azione delle attuali immunoterapie.
Verso terapie disponibili su larga scala
I risultati costituiscono una solida prova di principio per lo sviluppo di una nuova generazione di immunoterapie cellulari. In prospettiva, queste cellule potrebbero essere prodotte su larga scala e rese disponibili per un numero elevato di pazienti.
La possibilità di contrastare contemporaneamente diversi meccanismi di evasione immunitaria potrebbe ampliare le opportunità terapeutiche, soprattutto per le persone affette da tumori aggressivi o resistenti ai trattamenti convenzionali.
Prima di un’applicazione nella pratica clinica saranno comunque necessari ulteriori studi. Le evidenze raccolte dimostrano però, secondo Vacca, il potenziale di cellule NK progettate specificamente per affrontare alcune delle principali sfide poste dal microambiente tumorale.
Una collaborazione scientifica internazionale
La ricerca ha coinvolto l’Unità di Cellule Linfoidi dell’Immunità Innata e l’Unità di Immunologia dei Tumori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, l’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova, il Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Trapianto di Cellule Staminali Pediatriche dell’Ospedale Universitario di Würzburg, in Germania, e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tor Vergata. Lo studio è stato realizzato grazie al sostegno della Fondazione Airc per la ricerca sul cancro.
Leggi anche:
Raggi UV, attenti alle lenti contraffatte che non proteggono l’occhio
ANTIGONE, il naso elettronico che riconosce le malattie dal respiro
Ricerca innovazionePotrebbe essere sufficiente un soffio per raccogliere informazioni importanti sullo stato di salute di una persona. È questa la prospettiva alla base di ANTIGONE, progetto di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche dedicato allo sviluppo di un “naso elettronico” capace di individuare nell’aria espirata particolari segnali associati ad alcune malattie.
Il nome deriva dall’acronimo inglese “Advanced e-Nose Technologies for Gas sensing of breath biomarkers to diagnose and monitor ongoing diseases”. Il programma sarà condotto presso l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR, sotto la responsabilità scientifica della ricercatrice Sonia Freddi.
Finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il Fondo italiano per la scienza, il progetto avrà una durata prevista di cinque anni: inizierà il 1° settembre 2026 e si concluderà il 31 agosto 2031.
Le informazioni nascoste nell’aria espirata
Il respiro non contiene soltanto anidride carbonica. Nell’aria espirata sono presenti numerosi composti organici volatili, conosciuti con la sigla VOC. Queste sostanze possono essere prodotte dai processi metabolici dell’organismo, ma la loro presenza è influenzata anche dall’alimentazione, dall’ambiente e dagli stili di vita.
La concentrazione e la combinazione dei composti volatili possono cambiare in presenza di determinate condizioni patologiche. Si forma così una sorta di impronta chimica, potenzialmente utile per riconoscere alterazioni legate allo stato di salute.
La disciplina chiamata breathomics studia proprio questi profili molecolari, con l’obiettivo di comprendere se possano essere utilizzati per la diagnosi e il monitoraggio non invasivo delle malattie. Le ricerche condotte finora hanno esplorato possibili applicazioni nel diabete, nelle patologie respiratorie e in alcuni tumori. L’impiego clinico richiede però standard condivisi e sperimentazioni su popolazioni più ampie.
Come funzionerà il naso elettronico
Il dispositivo sviluppato nell’ambito di ANTIGONE non sentirà gli odori nello stesso modo del naso umano. Utilizzerà una serie di sensori che, entrando in contatto con le molecole presenti nel campione di respiro, produrranno differenti segnali elettrici.
L’insieme di queste risposte sarà analizzato per riconoscere configurazioni compatibili con le patologie studiate. Il progetto prevede l’impiego di sensori basati su materiali bidimensionali funzionalizzati, modificati mediante molecole organiche per aumentarne la capacità di interagire con determinati biomarcatori gassosi.
I ricercatori studieranno anche i meccanismi di interazione e di trasferimento della carica elettrica tra le sostanze espirate e le superfici sensibili. L’obiettivo è realizzare array di sensori capaci di riconoscere profili chimici complessi. I dati ottenuti saranno successivamente elaborati mediante analisi multivariata e algoritmi di machine learning.
Il possibile impiego nel diabete
Una delle applicazioni più studiate riguarda il diabete. Nel respiro possono essere misurati diversi composti collegati al metabolismo. Tra questi figura l’acetone, una sostanza la cui concentrazione tende ad aumentare quando l’organismo utilizza maggiormente i grassi come fonte di energia.
Alcuni studi sperimentali hanno già valutato la possibilità di distinguere persone con diabete da soggetti sani attraverso sensori elettronici e sistemi di classificazione automatica. Questa strada è considerata promettente soprattutto per lo sviluppo di strumenti non invasivi destinati allo screening o al monitoraggio.
L’acetone, tuttavia, non rappresenta da solo una prova certa della presenza del diabete. I suoi livelli possono essere influenzati dal digiuno, dall’attività fisica, dalla dieta, dalla perdita di peso e da altre condizioni metaboliche. Per questa ragione, le ricerche più recenti si concentrano sulla combinazione di più composti volatili invece che su un singolo biomarcatore.
Una prospettiva per la medicina preventiva
L’analisi del respiro presenta vantaggi evidenti: è rapida, ripetibile, indolore e non richiede aghi. In futuro, un naso elettronico potrebbe affiancare gli strumenti diagnostici tradizionali, individuare persone da sottoporre ad accertamenti oppure seguire nel tempo l’andamento di una malattia e la risposta alle terapie.
La distanza tra un prototipo di laboratorio e un dispositivo utilizzabile negli ambulatori rimane però significativa. Sarà necessario definire procedure standard per la raccolta del respiro, verificare l’affidabilità dei sensori in condizioni reali e validare gli algoritmi su un numero adeguato di pazienti.
Dieta, fumo, farmaci, ambiente e altre patologie possono infatti modificare la composizione dell’aria espirata, rendendo più complessa l’interpretazione dei risultati.
ANTIGONE non è quindi un nuovo test per il diabete già pronto per l’uso, ma un progetto di ricerca che punta a trasformare il respiro in una fonte affidabile di informazioni cliniche. La sfida sarà costruire sensori sufficientemente precisi da riconoscere le tracce molecolari della malattia prima della comparsa dei sintomi, aprendo nuove prospettive per la diagnosi precoce e la medicina personalizzata.
Leggi anche:
Mangiare di notte fa male all’intestino