Tempo di lettura: 3 minutiCurare un tumore della laringe significa sempre più spesso non limitarsi a eliminare la malattia, ma cercare anche di preservare la voce, la capacità di deglutire e, più in generale, la qualità della vita. Lo stesso vale per le neoplasie del cavo orale e della faringe, dove gli esiti funzionali della terapia rappresentano una componente essenziale del percorso di cura.
In Campania il tema riguarda oltre mille nuovi casi di tumore testa-collo stimati ogni anno dal percorso oncologico regionale. L’incidenza continua a essere più elevata tra gli uomini, ma tra il 2010 e il 2024 quella femminile ha registrato un incremento medio annuo del 3,6%.
Quattro giorni di confronto al Monaldi
Proprio alle nuove strategie diagnostiche e terapeutiche sarà dedicata la quarta edizione de “La Cura in ORL”, in programma dal 6 al 9 ottobre 2026 nell’Aula Magna dell’Ospedale Monaldi di Napoli.
A dirigere l’evento e il corso di chirurgia in diretta è Giuseppe Tortoriello, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria del Monaldi. Presidenti onorari sono Marco Radici e Livio Presutti, mentre il comitato scientifico è composto da Domenico Di Maria, presidente GCORL, Arcangelo Menna e Filippo Ricciardiello.
Al centro delle quattro giornate ci saranno casi clinici reali, decisioni terapeutiche e tecniche chirurgiche pensate non soltanto per curare la malattia, ma anche per limitare le conseguenze sulla vita quotidiana dei pazienti.
Dalla conservazione della laringe ai tumori nasosinusali
Tra gli specialisti coinvolti figurano Mohssen Ansarin, direttore dell’UOC ORL dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Giorgio Peretti e Giovanni Succo, che prenderanno parte alla tavola rotonda dedicata alle strategie di preservazione della funzione della laringe.
Maurizio Bignami, direttore dell’UOC ORL dell’Università dell’Insubria di Varese, interverrà invece sui tumori maligni nasosinusali.
Ampio spazio sarà riservato anche all’ipoacusia, con la tavola rotonda “Ipoacusia: dalla protesizzazione all’impianto cocleare”, diretta da Annarita Fetoni, direttrice ORL dell’Università Federico II di Napoli. Il professor Gaetano Mottapresiederà invece la sessione dedicata alla chirurgia del colesteatoma.
Sono inoltre previste due lectio magistralis: Michele Barbara, presidente SIO, affronterà il tema dell’elettrochemioterapia, mentre Claudio Caporale, presidente AOOI, si concentrerà sui tumori delle ghiandole salivari.
Chirurgia robotica e ricostruzione
Le prime due giornate affronteranno anche la chirurgia ricostruttiva del distretto testa-collo e le applicazioni della chirurgia robotica.
Un altro tema sarà rappresentato dalle difficoltà cliniche e riabilitative legate alla fistola tracheoesofagea e dalla nutrizione dopo la laringectomia. A dirigere la tavola rotonda sarà Jacopo Galli, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria del Policlinico Gemelli di Roma.
Il programma spazierà inoltre dalla sordità grave agli impianti cocleari, dalla poliposi nasale alle terapie biologiche, fino ai disturbi respiratori del sonno.
«Quando curiamo un tumore della laringe, il nostro obiettivo non è soltanto rimuovere la malattia: dobbiamo considerare anche la voce, la deglutizione e la qualità della vita che il paziente avrà dopo l’intervento – spiega Tortoriello –. Al Monaldi abbiamo maturato un’esperienza chirurgica che da tempo mettiamo a disposizione della Campania e di molti pazienti di altre regioni che scelgono noi per sottoporsi all’intervento. “La Cura in ORL” nasce per questo: discutere casi reali, confrontare le scelte terapeutiche e mostrare in sala operatoria come le diverse tecniche possano essere impiegate in base alle esigenze di ciascun paziente».
Due giornate di chirurgia in diretta
Il cuore pratico dell’iniziativa arriverà l’8 e il 9 ottobre, quando dalle 8.30 alle 18 saranno organizzate due giornate formative di chirurgia in diretta, con interventi eseguiti in due sale operatorie parallele e successiva discussione dei casi.
Anche i giovani partecipanti avranno la possibilità di assistere direttamente alle attività in sala operatoria, mettendo a confronto approcci e tecniche utilizzate dai diversi specialisti.
Fumo e alcol tra i principali fattori di rischio
Accanto alla chirurgia resta centrale il tema della prevenzione. Nel maggio 2025 l’Associazione italiana di oncologia medica ha segnalato che in Campania il 29% degli adulti tra 18 e 69 anni fuma, rispetto a una media nazionale del 24,5%.
Tabacco e alcol rappresentano due dei principali fattori di rischio per i tumori testa-collo, mentre per alcune neoplasie dell’orofaringe assume un ruolo importante anche l’infezione da HPV.
Segnali come una raucedine persistente, difficoltà nella deglutizione o una lesione della bocca che non guarisce non devono quindi essere sottovalutati e richiedono una valutazione medica.
«L’attività dell’équipe del professor Tortoriello dimostra il contributo che il Monaldi può dare a questa sfida – sottolinea Anna Iervolino, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli –. Ospitare quattro giornate di confronto e formazione significa valorizzare le competenze presenti in Campania e favorirne la condivisione nella rete sanitaria, nell’interesse dei pazienti».
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Alimenti ultraprocessati e metabolismo
Mondo saluteIl consumo frequente di alimenti ultraprocessati è stato associato a un maggior rischio di sovrappeso, obesità e alcune malattie metaboliche. Ma quali sono i meccanismi coinvolti? E soprattutto, è corretto dire che questi alimenti “ingannano” il metabolismo?
Gli alimenti ultraprocessati comprendono prodotti formulati industrialmente attraverso diversi processi e con ingredienti o additivi difficilmente utilizzati nella cucina domestica. Ne fanno parte, per esempio, molte bevande zuccherate, snack confezionati, prodotti da forno industriali, cereali per la prima colazione, piatti pronti e alcuni prodotti ricostituiti a base di carne.
Il problema non è però riconducibile a un singolo ingrediente. La composizione complessiva della dieta e le caratteristiche degli alimenti possono influenzare quanto si mangia e la qualità nutrizionale dell’alimentazione.
Perché possono favorire un eccesso di calorie
Uno degli studi più interessanti sul rapporto tra ultraprocessati e regolazione dell’appetito è stato condotto dal National Institutes of Health. In un piccolo trial randomizzato, 20 adulti hanno seguito per due settimane una dieta basata su alimenti ultraprocessati e per altre due una dieta con alimenti non ultraprocessati. Le due diete erano comparabili per calorie offerte, zuccheri, grassi, carboidrati, proteine e fibre.
Quando seguivano la dieta ultraprocessata, i partecipanti consumavano spontaneamente circa 500 kcal in più al giorno e, nell’arco delle due settimane, aumentavano di peso in media di circa 0,9 kg.
Il risultato non significa che ogni alimento ultraprocessato provochi aumento di peso. Indica piuttosto che alcune caratteristiche di questi alimenti possono rendere più facile mangiare oltre il proprio fabbisogno energetico. Tra i possibili fattori studiati ci sono la velocità con cui si mangia, la densità energetica, la consistenza, la palatabilità e la combinazione di grassi e carboidrati.
Il ruolo di fame e sazietà
La relazione tra ultraprocessati, cervello e appetito è ancora oggetto di ricerca. È plausibile che caratteristiche sensoriali e strutturali degli alimenti influenzino i segnali che regolano fame, sazietà e gratificazione, ma i meccanismi non sono ancora completamente chiariti.
Per questo è più corretto evitare spiegazioni semplicistiche basate sulla sola “dopamina” o sui picchi di insulina. Anche la risposta glicemica dipende dalla composizione complessiva del pasto e non è una caratteristica esclusiva degli alimenti ultraprocessati.
Cosa dicono le evidenze sulla salute
Le associazioni tra un maggiore consumo di alimenti ultraprocessati e diversi problemi di salute sono ormai documentate da numerosi studi. Una revisione sistematica pubblicata sul BMJ nel 2024, che ha analizzato 45 associazioni provenienti da meta-analisi e quasi 10 milioni di partecipanti, ha rilevato un’associazione tra maggiore esposizione agli ultraprocessati e un rischio più elevato di diversi esiti negativi, tra cui obesità e diabete di tipo 2. Tuttavia, per molti degli esiti considerati la qualità delle evidenze è risultata bassa o molto bassa: si tratta quindi di un ambito nel quale la ricerca deve ancora chiarire il peso dei singoli meccanismi e dei possibili fattori confondenti.
Come ridurne il consumo
Non è necessario eliminare completamente gli alimenti ultraprocessati. In un’alimentazione equilibrata può essere più utile ridurne la frequenza e lasciare maggiore spazio ad alimenti poco o non trasformati: verdura e frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca, pesce, uova e altri alimenti freschi o minimamente lavorati.
L’obiettivo non è quindi “riattivare” o “accelerare” il metabolismo, ma costruire un’alimentazione che favorisca un adeguato apporto di nutrienti e renda più facile regolare spontaneamente la quantità di cibo consumata.
Malattie infiammatorie croniche intestinali, dalla diagnosi alle nuove terapie
NewsMalattia di Crohn e rettocolite ulcerosa possono accompagnare il paziente per tutta la vita, alternando periodi di remissione a fasi di riacutizzazione e incidendo in maniera significativa sulla quotidianità. Diagnosi precoce, terapie sempre più mirate e un monitoraggio capace di andare oltre il semplice controllo dei sintomi stanno però modificando profondamente la gestione delle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI).
Il tema sarà al centro del Corso AIGO Campania/Basilicata 2026, in programma venerdì 9 ottobre a Pompei, presso Habita79 MC Gallery, dove gastroenterologi e specialisti si confronteranno anche su screening del carcinoma del colon-retto, patologie epatiche croniche, microbiota e innovazioni tecnologiche nell’endoscopia digestiva.
Crohn e rettocolite ulcerosa, malattie che vanno oltre l’intestino
Le MICI comprendono principalmente malattia di Crohn e rettocolite ulcerosa. Sono patologie caratterizzate da un’infiammazione cronica del tratto gastrointestinale, sostenuta da una complessa interazione tra predisposizione genetica, sistema immunitario, ambiente e microbiota intestinale.
Dolore addominale, diarrea persistente, presenza di sangue nelle feci, perdita di peso e stanchezza sono alcuni dei sintomi più comuni. Ma la malattia può avere anche manifestazioni al di fuori dell’intestino, interessando articolazioni, cute, occhi e fegato.
Una delle sfide è arrivare alla diagnosi in tempi rapidi, distinguendo una malattia infiammatoria organica da disturbi gastrointestinali molto più comuni. Endoscopia, esami istologici, diagnostica per immagini e biomarcatori, come la calprotectina fecale, consentono oggi di definire e seguire con maggiore precisione l’attività della malattia.
L’obiettivo non è più soltanto spegnere i sintomi
Negli ultimi anni è cambiata anche la filosofia del trattamento. Il controllo di diarrea o dolore resta essenziale, ma non rappresenta più l’unico risultato da perseguire. Le strategie moderne puntano a ottenere un controllo più profondo dell’infiammazione e, quando possibile, la remissione endoscopica, con un monitoraggio programmato della risposta alle terapie.
Accanto ai farmaci tradizionali si è progressivamente ampliato l’arsenale terapeutico con farmaci biologici e nuove molecole in grado di intervenire in maniera selettiva sui meccanismi responsabili dell’infiammazione. Le più recenti indicazioni scientifiche confermano un approccio sempre più personalizzato, nel quale la scelta del trattamento dipende dalle caratteristiche della malattia e del singolo paziente.
Anche strumenti meno invasivi stanno acquistando spazio nel monitoraggio: tra questi l’ecografia intestinale, studiata sempre più come supporto per valutare nel tempo l’attività infiammatoria senza dover necessariamente ricorrere ripetutamente all’endoscopia.
A Pompei il confronto tra specialisti
Proprio alle MICI sarà dedicato ampio spazio durante il congresso AIGO, insieme ai disturbi funzionali intestinali, alle patologie dell’esofago, alle malattie acido-correlate e alle innovazioni dell’endoscopia digestiva luminale e bilio-pancreatica.
Responsabile scientifico dell’evento è Antonio Cuomo, presidente regionale AIGO e responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia del DEA Nocera-Pagani, Centro di riferimento per la gestione delle malattie infiammatorie croniche intestinali, oltre che referente della Gastroenterologia dell’Asl Salerno.
Il programma, articolato in cinque sessioni, è stato elaborato dal Consiglio direttivo regionale composto da Roberto Lamanda, Alberto Martino, Mario Gagliardi, Nicola Imperatore e Giuliana Vespere. Un focus sarà dedicato anche alla gestione delle urgenze cliniche ed endoscopiche, con particolare attenzione alle procedure mininvasive e alla collaborazione multidisciplinare.
«Il Congresso AIGO 2026 nasce dalla volontà di offrire alla comunità un momento di confronto pratico ed elevato su tematiche gastroenterologiche di crescente interesse e dal forte impatto sulla salute dei pazienti», spiega Cuomo. «Abbiamo voluto dare ampio spazio alle malattie infiammatorie croniche intestinali e al trattamento dei disturbi digestivi ed epatici, ponendo un’attenzione particolare alle nuove tecnologie mininvasive e allo screening oncologico».
L’obiettivo, sottolinea, è «coniugare le più recenti evidenze scientifiche con la pratica clinica quotidiana, promuovendo un approccio sempre più multidisciplinare per rispondere in modo tempestivo ed efficace alle esigenze di salute del territorio».
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Malattia di Crohn: nuovo farmaco raggiunge remissione nel 54% dei casi
Mondo saluteLa malattia di Crohn è una patologia infiammatoria cronica intestinale che colpisce milioni di persone nel mondo, causando sintomi debilitanti come dolori addominali, diarrea, affaticamento e perdita di peso. La gestione della malattia si basa spesso su terapie immunosoppressive e biologici in grado di controllare l’infiammazione, ma la completa remissione resta ancora un obiettivo difficile da raggiungere per molti pazienti. Recentemente, un nuovo farmaco ha mostrato risultati promettenti, raggiungendo la remissione nel 54% dei casi, offrendo una nuova speranza a chi convive con questa condizione.
Un importante progresso nella cura della malattia di Crohn
Tradizionalmente, il trattamento della malattia di Crohn si concentra sull’attenuazione dei sintomi e sulla gestione delle riacutizzazioni. I farmaci utilizzati fino ad oggi includono corticosteroidi, immunosoppressori e farmaci biologici come gli anti-TNF. Tuttavia, non tutti i pazienti rispondono adeguatamente a queste terapie e alcuni sviluppano resistenza o effetti collaterali significativi. Per questo motivo, la ricerca di nuovi farmaci più efficaci e sicuri è una priorità nel campo della gastroenterologia.
Il nuovo farmaco, risultato di studi clinici recenti, agisce su un diverso meccanismo immuno-infiammatorio rispetto ai trattamenti convenzionali. Grazie a un’azione mirata, riesce a ridurre l’infiammazione intestinale in modo più efficace, con un impatto interessante sulla qualità della vita dei pazienti. La remissione clinica osservata nel 54% dei partecipanti agli studi rappresenta un risultato rilevante, considerando che molte delle terapie attuali ottengono percentuali inferiori di risposta duratura.
Come funziona il nuovo farmaco nella malattia di Crohn
Il principio attivo del nuovo farmaco interviene in modo selettivo su specifiche cellule del sistema immunitario coinvolte nella genesi dell’infiammazione intestinale. Bloccando queste vie, si impedisce la cascata infiammatoria che danneggia la mucosa intestinale, consentendo così la guarigione dei tessuti e la riduzione dei sintomi.
Questa specificità d’azione è importante perché limita gli effetti collaterali, spesso correlati a terapie che deprimono in modo più generale il sistema immunitario. Inoltre, la terapia si somministra con una modalità comoda, incrementando l’aderenza del paziente al trattamento e quindi le possibilità di successo a lungo termine.
I risultati degli studi clinici: remissione nel 54% dei casi
La ricerca che ha portato alla scoperta di questo nuovo farmaco ha coinvolto centinaia di pazienti affetti da malattia di Crohn con sintomi attivi non controllati dai trattamenti precedenti. I partecipanti sono stati seguiti per un periodo di 12 settimane, con monitoraggio regolare sia clinico sia endoscopico.
Al termine dello studio, nel 54% dei soggetti è stata raggiunta la remissione clinica, definita come l’assenza o quasi assenza di sintomi e il miglioramento significativo delle condizioni della mucosa intestinale. Questo dato supera le aspettative basate sulle terapie attuali, soprattutto considerando la presenza in studio di pazienti con forme di malattia particolarmente resistenti o grave.
Inoltre, il profilo di sicurezza del farmaco è risultato favorevole, con pochi eventi avversi gravi e un buon grado di tollerabilità generale.
Cosa significa questa nuova terapia per i pazienti
La possibilità di raggiungere la remissione clinica in oltre metà dei casi è un risultato che apre nuove prospettive. Per i pazienti con malattia di Crohn, significa poter aspirare a una vita migliore, con meno dolore, meno limitazioni quotidiane e un rischio inferiore di complicanze come fistole o stenosi intestinali.
Inoltre, ottenere una remissione più duratura può ridurre la necessità di interventi chirurgici e ospedalizzazioni, con un impatto positivo anche sul sistema sanitario e sui costi associati alla gestione della malattia.
Prospettive future e conclusioni
Pur essendo ancora necessarie ulteriori conferme e studi a lungo termine, il nuovo farmaco rappresenta un passo avanti significativo nella lotta contro la malattia di Crohn. L’innovazione terapeutica può aprire la strada a trattamenti sempre più personalizzati e mirati, capaci di garantire remissioni più frequenti e durature.
Il futuro della cura della malattia di Crohn passa quindi anche per queste nuove molecole, che uniscono efficacia e sicurezza, migliorando concretamente la qualità di vita dei pazienti. Per chi è affetto da questa patologia, le novità terapeutiche sono motivo di speranza e testimoniano il continuo progresso della ricerca medica.
Sanità, l’innovazione convince ma spaventa
Eventi PreSa-MesitL’innovazione migliora le cure e rende possibile diagnosticare prima molte malattie, ma rischia anche di creare nuove distanze tra chi riesce ad accedere alle opportunità offerte dalla medicina e chi resta indietro. È questa la fotografia che emerge dal report “Innovation Starting-point: Prospettive passate e future in Sanità”, presentato a Roma per l’apertura della quarta edizione dell’Health Innovation Show, promosso dalla Fondazione Mesit.
Il dato che più fotografa le preoccupazioni degli italiani riguarda proprio l’equità: il 65,2% considera almeno abbastanza probabile che l’innovazione sanitaria possa aumentare le differenze nell’accesso alle cure. E il 63,2% teme che possa rendere più impersonale il rapporto con medici e infermieri.
Cure più efficaci, ma non necessariamente più accessibili
Non si tratta, però, di una bocciatura del progresso. Al contrario, l’83,4% degli intervistati riconosce che l’innovazione ha migliorato l’efficacia delle cure e l’82,9% ritiene abbia favorito diagnosi più precoci.
Il problema nasce quando dalla disponibilità di nuove tecnologie si passa alla possibilità concreta di utilizzarle. Il 38,4%ritiene infatti che l’innovazione abbia contribuito poco o per niente alla possibilità di curarsi nel momento del bisogno.
L’indagine, realizzata dalla Fondazione Mesit insieme alle università partner su un campione di 1.411 maggiorenni residenti in Italia, mette dunque in evidenza un tema destinato a diventare sempre più centrale: una nuova tecnologia produce realmente salute solo quando può essere conosciuta, accettata e raggiunta dai cittadini.
Telemedicina promossa, più dubbi sull’intelligenza artificiale
Gli italiani sembrano particolarmente disponibili verso gli strumenti che consentono di mantenere un contatto diretto con il sistema sanitario anche a distanza. Il 79,2% accetterebbe dispositivi per monitorare da remoto i propri parametri di salute, il 76,5% strumenti per seguire una terapia e il 67,1% sarebbe disposto a utilizzare la televisita.
Molto diversa la percezione dell’intelligenza artificiale quando entra direttamente nelle decisioni cliniche. Il 48,6% si dichiara poco o per niente disposto ad accettarne l’utilizzo a supporto della diagnosi, mentre il 48,4% mostra la stessa prudenza rispetto alla scelta del trattamento.
A pesare è anche la fiducia. Su una scala da zero a dieci, scienziati e ricercatori raggiungono un punteggio di 7,25, i medici 7,01 e infermieri e professionisti sanitari 6,91. Più indietro il Servizio sanitario nazionale nel suo complesso, con 6,07.
Innovazione e tumori: progressi evidenti, conoscenze ancora limitate
È soprattutto in oncologia che i cittadini percepiscono i risultati della ricerca: il 47,8% indica i tumori come il settore nel quale sono stati registrati i maggiori progressi, davanti alle malattie cardiovascolari e ai vaccini. L’85,3% giudica positivamente il contributo dell’innovazione alla diagnosi oncologica.
Resta però un significativo deficit di conoscenza: il 39,1% non ha mai sentito parlare dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in oncologia e solo il 37,5% dichiara almeno una conoscenza indicativa della medicina di precisione.
Età, reddito e territorio segnano ancora le differenze
L’indagine individua anche un vero e proprio gradiente sociale dell’innovazione. La percezione positiva dei benefici diminuisce con l’età, aumenta con il livello di istruzione ed è fortemente condizionata dalla situazione economica.
Tra chi affronta le spese quotidiane con facilità, il profilo di maggiore fiducia nei benefici dell’innovazione riguarda il 60,4% degli intervistati; la percentuale scende al 51% tra chi fatica ad arrivare a fine mese. Anche il territorio conta: nel Mezzogiorno e nelle Isole soltanto il 31,9% manifesta basse preoccupazioni per gli effetti dell’innovazione, contro il 45,1% registrato nel Centro Italia.
«I cittadini ci consegnano un messaggio molto chiaro: l’innovazione funziona, ma non arriva ancora a tutti allo stesso modo», sottolinea il presidente della Fondazione Mesit Marco Trabucco Aurilio.
Dai nuovi LEA alla prevenzione: la sfida dell’accesso
Il confronto arriva pochi giorni dopo la pubblicazione dell’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, con circa 800 tra nuovi servizi, prestazioni e terapie. Una cornice che rende ancora più attuale la questione dell’accessibilità.
Durante l’Health Innovation Show, istituzioni, clinici, ricercatori e associazioni di pazienti si sono confrontati a Palazzo Brancaccio su alcune delle principali sfide della sanità: dalle malattie e dai tumori rari all’HIV, dal mieloma e dalle neoplasie ematologiche fino all’obesità e alle cronicità.
Dal report emergono cinque priorità: rendere l’innovazione realmente accessibile, estendere al sistema sanitario la fiducia di cui godono i professionisti, introdurre l’intelligenza artificiale mantenendo il medico al centro, aumentare la conoscenza delle innovazioni soprattutto in oncologia e impedire che il progresso tecnologico finisca per produrre nuove disuguaglianze.
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Medici di famiglia, Gaudioso: La libera scelta è a rischio.
Anziani, Economia sanitaria«La libera scelta del medico di famiglia è un principio a rischio». È l’allarme lanciato da Antonio Gaudioso, professore di Management della Salute alla Luiss Guido Carli e già presidente di Cittadinanzattiva, nella giornata di apertura dell’85° Congresso nazionale FIMMG-Metis, iniziato oggi a Villasimius, in Sardegna.
Gaudioso, che durante il Congresso ha ricevuto il Premio Mario Boni 2026, ha richiamato l’attenzione sul rischio che nuove soluzioni organizzative possano modificare uno degli elementi alla base della Medicina generale: la possibilità per il cittadino di scegliere il proprio medico.
Il rischio delle «scorciatoie» organizzative
«A volte circola l’idea di “scorciatoie” da parte dell’amministrazione che possono portare direttamente all’assunzione dei medici di famiglia», ha spiegato Gaudioso, sottolineando come una simile scelta «metterebbe a rischio la scelta da parte dei cittadini, che è un elemento fondamentale».
Per l’ex presidente di Cittadinanzattiva, il medico di famiglia svolge «un ruolo quasi costituzionale, una sorta di riequilibrio dei poteri nel rapporto tra amministrazione e cittadino», proprio perché «non è un soggetto tecnicamente dipendente dall’amministrazione, ma è al servizio dell’idea più alta e più ampia di garanzia del diritto alla salute».
Un principio che assume ancora maggiore importanza in una fase caratterizzata dalla difficoltà di garantire una presenza capillare dei medici sul territorio. «Il rapporto fiduciario – ha aggiunto Gaudioso – è un capitale che non può essere messo in discussione».
Fiducia al centro del Congresso FIMMG
È proprio la fiducia il filo conduttore dell’edizione 2026 del Congresso FIMMG-Metis. “L’algoritmo della fiducia. La cura della relazione al centro del rilancio del ruolo” è il tema scelto per sei giornate di confronto sul futuro della Medicina generale e sull’evoluzione del medico di famiglia all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Ad aprire i lavori sono stati il presidente nazionale Giacomo Caudo e il segretario generale nazionale FIMMG Silvestro Scotti.
La sfida è accompagnare una Medicina generale che sta cambiando profondamente sul piano organizzativo, professionale e tecnologico senza perdere il rapporto continuativo tra medico e cittadino. Intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuovi modelli assistenziali possono diventare strumenti per rafforzare questa relazione, ma non sostituirla.
Dalle cronicità all’intelligenza artificiale
La prima giornata è entrata nel vivo con la tavola rotonda “Medicina Generale 2026, carta di identità di una Professione che cambia”. Fino al 10 ottobre il Congresso affronterà la gestione della cronicità, il funzionamento delle Aggregazioni Funzionali Territoriali, l’appropriatezza, i PDTA e l’integrazione tra studi dei medici di medicina generale e Case della Comunità.
Ampio spazio sarà dedicato alla presa in carico di anziani, pazienti fragili e persone affette da più patologie croniche, ma anche alla trasformazione digitale della professione. Workshop ed esercitazioni riguarderanno l’intelligenza artificiale, dal prompt engineering agli strumenti di supporto alla pratica clinica, fino all’impiego degli algoritmi nell’organizzazione delle campagne vaccinali.
Giovedì la plenaria “Da MMG a MMD: il Medico di Medicina Digitale per una nuova relazione di cura” affronterà direttamente il rapporto tra innovazione tecnologica e relazione medico-paziente.
Il nodo delle Regioni e del Fondo sanitario
Nel suo intervento Gaudioso ha richiamato anche le conseguenze ancora irrisolte del Titolo V della Costituzione e i rapporti tra Stato e Regioni.
«Per i provvedimenti che hanno a che fare con il diritto alla salute è ancora necessaria l’intesa e questo può portare a rallentamenti o blocchi che in alcuni casi durano anni», ha affermato.
Tra gli esempi indicati c’è il riparto del Fondo sanitario nazionale. «Siamo ai primi di ottobre e il Fondo 2026, che dovrebbe essere disponibile dal primo gennaio, non è ancora stato ripartito. Non si può tenere in ostaggio un intero Paese fino a ottobre dell’anno di riferimento, bloccando la possibilità di fare innovazione con risorse già allocate dallo Stato».
Questioni affrontate anche nel suo libro “La salute contesa. La metamorfosi silenziosa della tutela della salute a venticinque anni dal Titolo V”, pubblicato nel settembre 2026 da Il Pensiero Scientifico Editore.
Il Premio Mario Boni a Gaudioso
Nel corso della giornata Gaudioso ha ricevuto anche il Premio Mario Boni 2026, conferito per «l’autorevolezza e la continuità del suo impegno a tutela del diritto fondamentale alla salute e in difesa di un Servizio sanitario nazionale universale, equo, solidale e accessibile a tutti i cittadini».
La motivazione richiama inoltre il suo impegno per la centralità della persona, l’uguaglianza nell’accesso alle cure e la difesa del carattere universalistico del Servizio sanitario nazionale.
Temi che si intrecciano direttamente con l’obiettivo del Congresso: delineare una Medicina generale capace di cambiare strumenti, organizzazione e competenze continuando però a essere il primo riferimento del cittadino e a costruire la cura sulla conoscenza della persona e sulla fiducia.
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In Campania il tema riguarda oltre mille nuovi casi di tumore testa-collo stimati ogni anno dal percorso oncologico regionale. L’incidenza continua a essere più elevata tra gli uomini, ma tra il 2010 e il 2024 quella femminile ha registrato un incremento medio annuo del 3,6%.
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Al centro delle quattro giornate ci saranno casi clinici reali, decisioni terapeutiche e tecniche chirurgiche pensate non soltanto per curare la malattia, ma anche per limitare le conseguenze sulla vita quotidiana dei pazienti.
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Tra gli specialisti coinvolti figurano Mohssen Ansarin, direttore dell’UOC ORL dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Giorgio Peretti e Giovanni Succo, che prenderanno parte alla tavola rotonda dedicata alle strategie di preservazione della funzione della laringe.
Maurizio Bignami, direttore dell’UOC ORL dell’Università dell’Insubria di Varese, interverrà invece sui tumori maligni nasosinusali.
Ampio spazio sarà riservato anche all’ipoacusia, con la tavola rotonda “Ipoacusia: dalla protesizzazione all’impianto cocleare”, diretta da Annarita Fetoni, direttrice ORL dell’Università Federico II di Napoli. Il professor Gaetano Mottapresiederà invece la sessione dedicata alla chirurgia del colesteatoma.
Sono inoltre previste due lectio magistralis: Michele Barbara, presidente SIO, affronterà il tema dell’elettrochemioterapia, mentre Claudio Caporale, presidente AOOI, si concentrerà sui tumori delle ghiandole salivari.
Chirurgia robotica e ricostruzione
Le prime due giornate affronteranno anche la chirurgia ricostruttiva del distretto testa-collo e le applicazioni della chirurgia robotica.
Un altro tema sarà rappresentato dalle difficoltà cliniche e riabilitative legate alla fistola tracheoesofagea e dalla nutrizione dopo la laringectomia. A dirigere la tavola rotonda sarà Jacopo Galli, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria del Policlinico Gemelli di Roma.
Il programma spazierà inoltre dalla sordità grave agli impianti cocleari, dalla poliposi nasale alle terapie biologiche, fino ai disturbi respiratori del sonno.
«Quando curiamo un tumore della laringe, il nostro obiettivo non è soltanto rimuovere la malattia: dobbiamo considerare anche la voce, la deglutizione e la qualità della vita che il paziente avrà dopo l’intervento – spiega Tortoriello –. Al Monaldi abbiamo maturato un’esperienza chirurgica che da tempo mettiamo a disposizione della Campania e di molti pazienti di altre regioni che scelgono noi per sottoporsi all’intervento. “La Cura in ORL” nasce per questo: discutere casi reali, confrontare le scelte terapeutiche e mostrare in sala operatoria come le diverse tecniche possano essere impiegate in base alle esigenze di ciascun paziente».
Due giornate di chirurgia in diretta
Il cuore pratico dell’iniziativa arriverà l’8 e il 9 ottobre, quando dalle 8.30 alle 18 saranno organizzate due giornate formative di chirurgia in diretta, con interventi eseguiti in due sale operatorie parallele e successiva discussione dei casi.
Anche i giovani partecipanti avranno la possibilità di assistere direttamente alle attività in sala operatoria, mettendo a confronto approcci e tecniche utilizzate dai diversi specialisti.
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Accanto alla chirurgia resta centrale il tema della prevenzione. Nel maggio 2025 l’Associazione italiana di oncologia medica ha segnalato che in Campania il 29% degli adulti tra 18 e 69 anni fuma, rispetto a una media nazionale del 24,5%.
Tabacco e alcol rappresentano due dei principali fattori di rischio per i tumori testa-collo, mentre per alcune neoplasie dell’orofaringe assume un ruolo importante anche l’infezione da HPV.
Segnali come una raucedine persistente, difficoltà nella deglutizione o una lesione della bocca che non guarisce non devono quindi essere sottovalutati e richiedono una valutazione medica.
«L’attività dell’équipe del professor Tortoriello dimostra il contributo che il Monaldi può dare a questa sfida – sottolinea Anna Iervolino, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli –. Ospitare quattro giornate di confronto e formazione significa valorizzare le competenze presenti in Campania e favorirne la condivisione nella rete sanitaria, nell’interesse dei pazienti».
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Cardiopatie congenite dell’adulto, al Monaldi esperti internazionali e nuove tecnologie
NewsDalle nuove tecniche di imaging all’intelligenza artificiale, dalle procedure mini-invasive per il trattamento delle aritmie ai pacemaker senza fili, fino alla gestione dello scompenso cardiaco, della gravidanza e dell’attività fisica. Il futuro della cura dei pazienti adulti con cardiopatie congenite è al centro del Joint International Congress in Adult Congenital Heart Disease, in corso oggi e domani, 2 e 3 ottobre, nell’Aula Magna dell’Ospedale Monaldi dell’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli.
L’appuntamento riunisce il 15° International Monaldi Adult Congenital Heart Disease Symposium e il 4° ACHD Academy Update, portando nel capoluogo campano specialisti provenienti da alcuni dei più importanti centri italiani ed europei.
A Napoli la presidente della European Society of Cardiology
Tra le presenze di maggiore rilievo figura Cecilia Linde, presidente della European Society of Cardiology, protagonista della keynote lecture dedicata alla costruzione dell’eccellenza nella cura delle cardiopatie congenite dell’adulto e al ruolo della formazione specialistica europea.
Il congresso rappresenta infatti un momento di confronto su una realtà clinica profondamente cambiata negli ultimi decenni. I progressi compiuti nella cardiochirurgia e nella cardiologia pediatrica hanno consentito a un numero sempre maggiore di bambini nati con una malformazione cardiaca di raggiungere l’età adulta. Una conquista che ha fatto emergere, parallelamente, la necessità di strutture e competenze specifiche capaci di accompagnare questi pazienti nel corso della vita.
Il modello assistenziale del Monaldi
Il confronto internazionale valorizza anche l’esperienza sviluppata all’Ospedale Monaldi dalla UOC Cardiopatie Congenite dell’Adulto ed Aritmie Congenite e Familiari, diretta da Berardo Sarubbi, unica unità operativa in Italia specificamente dedicata a queste patologie.
Un modello assistenziale nato oltre venticinque anni fa e progressivamente cresciuto attraverso l’integrazione tra cardiologia clinica, imaging avanzato, emodinamica interventistica, elettrofisiologia, cardiochirurgia e trattamento dello scompenso cardiaco.
«I progressi della cardiochirurgia e della cardiologia pediatrica hanno cambiato completamente la storia naturale di queste malattie: oggi la grande maggioranza dei bambini con una cardiopatia congenita raggiunge l’età adulta – sottolinea Berardo Sarubbi –. Questo successo della medicina ci pone davanti a una nuova responsabilità: accompagnare questi pazienti lungo tutta la vita, affrontando non soltanto aritmie, scompenso o problemi valvolari, ma anche aspetti come lavoro, attività fisica, gravidanza e qualità della vita. La presenza a Napoli di alcuni tra i maggiori esperti internazionali conferma il ruolo che il Monaldi ha saputo costruire in questo settore».
Dall’intelligenza artificiale ai pacemaker senza fili
Il programma scientifico affronta alcune delle aree oggi più innovative nella diagnosi e nel trattamento delle cardiopatie congenite dell’adulto. Si parla di diagnostica avanzata e intelligenza artificiale, ma anche di sostituzione percutanea delle valvole cardiache, nuove strategie di ablazione delle aritmie e sistemi di stimolazione cardiaca leadless, vale a dire pacemaker senza i tradizionali elettrocateteri.
Ampio spazio è riservato inoltre alle tecnologie per il monitoraggio remoto e ai dispositivi indossabili, strumenti che possono consentire un controllo sempre più continuo delle condizioni del paziente anche al di fuori dell’ospedale.
Il congresso dedica sessioni specifiche anche alla delicata fase della transizione dall’assistenza pediatrica a quella dell’adulto, alla fertilità e alla gestione della gravidanza nelle donne con cardiopatie congenite, all’attività fisica e alle strategie più recenti per contrastare lo scompenso cardiaco.
Iervolino: «Investire in competenze, ricerca e innovazione»
«Questo congresso rappresenta il riconoscimento di un patrimonio di competenze costruito negli anni all’interno dell’Azienda Ospedaliera dei Colli – afferma il direttore generale Anna Iervolino –. Il Monaldi riesce oggi a essere contemporaneamente luogo di cura ad altissima specializzazione e punto di incontro della comunità scientifica internazionale. Investire nelle competenze, nella ricerca e nell’innovazione significa offrire ai pazienti percorsi sempre più avanzati e, allo stesso tempo, rafforzare la capacità della sanità campana di attrarre professionisti e pazienti anche da altre regioni».
Il congresso è diretto scientificamente da Margarita Brida, Michael A. Gatzoulis, Berardo Sarubbi e Giancarlo Scognamiglio e proseguirà fino a domani, 3 ottobre, con sessioni dedicate alle più recenti prospettive diagnostiche, terapeutiche e assistenziali per una popolazione di pazienti destinata a crescere nei prossimi anni.
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Alessandro Di Battista e il tumore al cervello, cos’è il glioblastoma
PreSa Weekly – 2 ottobre 2026
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Alessandro Di Battista e il tumore al cervello: cos’è il glioblastoma
PrevenzioneAlessandro Di Battista ha raccontato pubblicamente la malattia che nelle ultime settimane lo ha costretto al ricovero e a un delicato intervento chirurgico a Cuba. «Ho iniziato a sentirmi male in virtù di un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato», ha spiegato l’ex parlamentare, aggiungendo che i medici hanno asportato «quasi tutto il tumore» e che ora dovrà sottoporsi alle cure successive.
Di Battista non ha reso noto il tipo istologico del tumore, ma suo racconto riporta però l’attenzione sui tumori cerebrali e, in particolare, sul glioblastoma, che è la forma maligna primaria del cervello più comune nell’adulto. Una precisazione è importante: non è il tumore cerebrale più frequente in assoluto, perché esistono neoplasie primarie come i meningiomi, spesso non maligne, e metastasi cerebrali originate da tumori di altri organi.
Cos’è il glioblastoma
Il glioblastoma è un tumore che nasce dalle cellule gliali del sistema nervoso centrale ed è caratterizzato da una crescita infiltrante. Nella moderna classificazione dei tumori cerebrali la diagnosi non dipende più soltanto dall’aspetto delle cellule osservate al microscopio: diventano fondamentali anche le caratteristiche molecolari della neoplasia, che permettono di definirla con maggiore precisione e possono influenzare le decisioni terapeutiche.
Uno dei problemi è che il tumore può provocare un edema cerebrale, cioè un accumulo di liquidi nei tessuti circostanti che aumenta la pressione all’interno del cranio. È proprio un edema che, secondo quanto raccontato da Di Battista, ha portato alla scoperta della sua malattia. Ma questo elemento, da solo, non consente di stabilire quale tipo di tumore fosse presente.
I sintomi possono essere molto diversi
I segnali dipendono soprattutto dalla sede, dalle dimensioni e dalla velocità di crescita della massa. Possono comparire mal di testa persistente o progressivamente più intenso, nausea e vomito, crisi epilettiche, alterazioni della vista, difficoltà nel linguaggio, perdita di forza o sensibilità in una parte del corpo. In alcuni casi emergono anche problemi di memoria, concentrazione o cambiamenti del comportamento.
La presenza di uno di questi disturbi non significa necessariamente avere un tumore cerebrale: si tratta di sintomi che possono essere associati a numerose altre condizioni. Quando però sono nuovi, persistenti o accompagnati da deficit neurologici, richiedono una valutazione medica.
Come si arriva alla diagnosi
L’esame fondamentale è generalmente la risonanza magnetica cerebrale con mezzo di contrasto, che permette di individuare la lesione e di valutarne posizione, estensione e rapporti con le strutture cerebrali. In situazioni di emergenza può essere eseguita inizialmente una Tac.
Le immagini, tuttavia, non sono sufficienti per una diagnosi definitiva. Quando possibile, il neurochirurgo rimuove la massa oppure ne preleva un campione attraverso una biopsia. Il tessuto viene quindi analizzato dal neuropatologo e sottoposto anche ad analisi molecolari. Nel glioblastoma, informazioni come lo stato di IDH e la metilazione del promotore del gene MGMT contribuiscono alla classificazione della malattia e alla scelta delle strategie terapeutiche.
Dalla chirurgia alla radioterapia
Il primo obiettivo, quando sede e condizioni del paziente lo consentono, è una resezione chirurgica quanto più ampia possibile ma sicura, cercando cioè di eliminare il massimo volume tumorale senza compromettere funzioni neurologiche importanti.
Dopo l’intervento, per i pazienti che possono riceverlo, il trattamento standard del glioblastoma di nuova diagnosi prevede generalmente radioterapia associata alla temozolomide, un farmaco chemioterapico, seguita da ulteriori cicli di temozolomide. Età, condizioni generali, caratteristiche molecolari del tumore e risposta alle terapie contribuiscono comunque a definire un percorso personalizzato.
In pazienti selezionati può essere valutato anche l’impiego dei cosiddetti Tumor Treating Fields, campi elettrici alternati applicati attraverso dispositivi posizionati sul cuoio capelluto, mentre un ruolo importante continua ad avere la ricerca clinica su nuove strategie terapeutiche.
Il percorso è quindi necessariamente multidisciplinare e coinvolge neurochirurghi, oncologi, radioterapisti, neurologi, neuroradiologi e neuropatologi. Ed è proprio l’identificazione precisa del tipo di tumore, prima ancora del nome generico di “tumore al cervello”, a determinare terapie e prospettive molto diverse da paziente a paziente.
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Chirurgia robotica e tumori, così la tecnologia ha cambiato tutto
Ricerca innovazione, News, NotizieLa chirurgia oncologica è cambiata profondamente negli ultimi vent’anni. Una delle trasformazioni più importanti è arrivata dalla robotica, che ha consentito ai chirurghi di eseguire interventi complessi attraverso accessi sempre meno invasivi, aumentando precisione e controllo dei movimenti e riducendo, in molti casi, il trauma operatorio per il paziente.
Dalla prostata al rene, dal colon-retto all’utero, fino ad alcuni tumori del torace e del distretto testa-collo, i sistemi robotici sono oggi utilizzati in numerosi centri oncologici. Non significa che il robot sostituisca il chirurgo: la macchina viene completamente controllata dallo specialista, che utilizza una console per comandare strumenti miniaturizzati introdotti nel corpo attraverso piccole incisioni.
Una precisione maggiore nelle zone più delicate
Uno dei principali vantaggi della chirurgia robotica è rappresentato dalla possibilità di lavorare con grande precisione anche in spazi anatomici molto ristretti. Il sistema offre immagini tridimensionali ingrandite del campo operatorio e strumenti capaci di movimenti estremamente fini, eliminando anche il naturale tremore della mano.
Questo può diventare particolarmente importante quando il tumore si trova vicino a nervi, vasi sanguigni o strutture che devono essere preservate.
L’esempio più conosciuto è quello del tumore della prostata. Nella prostatectomia radicale robot-assistita, la maggiore precisione può facilitare la conservazione delle strutture nervose coinvolte nella continenza urinaria e nella funzione sessuale. Una recente revisione di studi prospettici ha associato l’approccio robotico, rispetto alla chirurgia a cielo aperto, a minori perdite di sangue, meno trasfusioni, degenze più brevi e un numero inferiore di complicanze postoperatorie.
Meno sangue perso e recupero più rapido
La possibilità di operare attraverso piccole incisioni determina generalmente un trauma chirurgico inferiore rispetto alla chirurgia tradizionale aperta.
Per molti interventi questo significa riduzione del sanguinamento, minor necessità di trasfusioni, dolore postoperatorio più contenuto e dimissioni più rapide. Anche il ritorno alle normali attività può avvenire prima.
Si tratta di un vantaggio particolarmente importante per i pazienti oncologici, perché una ripresa più rapida può facilitare, quando necessarie, le successive fasi del percorso terapeutico, come chemioterapia o radioterapia.
La tecnologia consente inoltre di eseguire dissezioni molto accurate e ricostruzioni chirurgiche particolarmente delicate, ampliando progressivamente il numero degli interventi realizzabili con tecniche mini-invasive.
Il vero obiettivo resta eliminare completamente il tumore
Nella chirurgia oncologica, tuttavia, il successo non può essere misurato soltanto sulla dimensione delle incisioni o sulla durata del ricovero. L’obiettivo fondamentale rimane la radicalità oncologica, cioè l’asportazione completa della neoplasia garantendo margini chirurgici adeguati.
Su questo punto occorre evitare semplificazioni. La robotica ha migliorato soprattutto gli esiti perioperatori e, in alcuni interventi, quelli funzionali, ma non esistono prove che dimostrino un vantaggio universale della chirurgia robotica sulla sopravvivenza rispetto alle altre tecniche.
Nel tumore della prostata, ad esempio, le evidenze indicano risultati oncologici generalmente comparabili o, in alcune analisi, favorevoli alla chirurgia robot-assistita, mentre sono ancora necessari dati di lungo periodo per stabilire eventuali differenze definitive nella recidiva e nella sopravvivenza.
Il robot non sostituisce l’esperienza del chirurgo
La tecnologia, da sola, non garantisce quindi un risultato migliore. Contano la selezione del paziente, il tipo e lo stadio del tumore, l’esperienza dell’équipe e soprattutto il numero di procedure eseguite dal centro.
Anche la cosiddetta curva di apprendimento resta determinante: sistemi robotici sempre più sofisticati possono offrire strumenti migliori, ma devono essere utilizzati da professionisti adeguatamente formati. Le ricerche sulle nuove piattaforme robotiche mostrano infatti differenze nei tempi operatori e negli aspetti tecnici, mentre gli esiti oncologici delle diverse piattaforme risultano nel complesso comparabili.
La vera rivoluzione della robotica, dunque, non consiste nell’avere affidato gli interventi alle macchine. È aver fornito al chirurgo strumenti capaci di amplificarne precisione e capacità operative. Una tecnologia destinata a evolvere ulteriormente grazie all’integrazione con imaging avanzato, realtà aumentata e intelligenza artificiale, con un obiettivo che resta immutato: rimuovere il tumore nel modo più efficace possibile preservando, quando possibile, qualità di vita e funzionalità del paziente.
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