Invecchiamento sano è un ossimoro? No e lo ha appena dimostrato uno studio pubblicato su Science. I ricercatori hanno visto che il 50% della longevità dipende dal corredo genetico ereditato dalla famiglia alla nascita. Ma il restante 50% dipende da noi. Non è poco. «Oggi sappiamo che il gene FOX03 è un fattore chiave della longevità umana, tanto che chi eredita varianti specifiche di questo gene ha decisamente un vantaggio», interviene Alberto Beretta, medico immunologo e Direttore Scientifico di SoLongevity. «Ma essere una persona geneticamente longeva non è sufficiente. Lo stile di vita tramite meccanismi epigenetici può modulare enormemente l’espressione genica». Esiste infatti altro oltre al patrimonio genetico ed è qui che entra in gioco l’epigenetica, la prova che alcuni fattori possono intervenire nella vita delle cellule e regolarne l’espressione genica, senza che ne venga alterata la sequenza del DNA. È un po’ come accade con un computer: l’hard disk è il patrimonio genetico, i programmi fanno parte dell’epigenetica. Con un peso importante nel destino di ciascuno di noi. La prova? Più di una. I centenari che vivono nelle cosiddette blue zone, da noi in Sardegna, sono l’esempio pratico del ruolo straordinario che ha uno stile di vita sano. E proprio in queste giornate dense di gare delle Olimpiadi Milano-Cortina, arrivano conferme importanti sul ruolo dell’attività fisica. «Se praticata regolarmente, consente ad esempio di abbassare i livelli degli ormoni, come gli estrogeni, e di altri fattori di crescita collegati allo sviluppo e alla progressione del cancro», aggiunge Francesco Cognetti, Presidente di FOCE, Federazione degli Oncologi, Cardiologi e Ematologi. «Inoltre, contrasta gli elevati livelli di insulina nel sangue che sono una delle principali cause di alcuni tumori. Più in generale, lo sport è in grado di migliorare e potenziare la funzionalità del sistema immunitario. Per questo, è fondamentale educare i giovani a stili di vita corretti, e attivare campagne mirate al più presto. Il 20% degli adolescenti, che vivono nel nostro Paese, sono sedentari e anche altri comportamenti scorretti risultano molto diffusi. Abuso di alcol, tabagismo, eccesso ponderale o alimentazione scorretta interessano sempre più bambini e adolescenti».
E non è mai troppo tardi per “raddrizzare il tiro”. È di qualche giorno fa la notizia di un maratoneta che ha iniziato a correre a 66 anni. Ora ne ha 82, corre senza sforzo la ultramaratona (50 chilometri) ed è oggetto di studio da parte di scienziati. La sua dieta? L’alimentazione mediterranea. Si può puntare però anche a mete meno impegnative, ma comunque preziose per la salute. Uno studio condotto su 135 mila persone over 40 provenienti da Regno Unito, Stati Uniti, Norvegia e Svezia ha rilevato che un’attività fisica di intensità moderata, come camminare a passo svelto per cinque minuti in più al giorno, è stata associata a una riduzione stimata del 10% dei decessi. E un altro studio pubblicato su eClinical Medicine e condotto su circa 59 mila persone, età media 64 anni, ha quantificato il valore dei miglioramenti sulla vita. Anche se sono modesti, ma riguardano la combinazione di sonno, attività fisica e alimentazione equilibrata ricca di verdura, legumi e cereali integrali, portano a un incremento della durata della vita.
L’attività dei ricercatori prosegue anche su altri fronti. «Oggi disponiamo di conoscenze sempre più avanzate sui geni legati all’invecchiamento e, soprattutto, sui geni associati alle malattie dell’invecchiamento», chiarisce il professor Beretta. «Si tratta di due ambiti distinti, due “corpi” completamente diversi. Da un lato ci sono i geni che regolano il processo di invecchiamento in sé; dall’altro, quelli che determinano il rischio di sviluppare specifiche patologie, come i tumori, le malattie cardiovascolari o le patologie neurodegenerative».
Proprio su questo secondo gruppo di geni, quelli legati alle malattie, negli ultimi anni c’è stato un enorme passo avanti. «Se in passato potevamo analizzare solo quattro o cinque geni, con risultati spesso difficili da interpretare, oggi disponiamo di profili genetici molto più completi», dice il professor Beretta. «Che consentono di stimare un rischio relativo più o meno elevato di sviluppare un infarto, una demenza o altre patologie gravi. Questo progresso è stato possibile soprattutto grazie ai grandi studi condotti nel Regno Unito, in particolare attraverso la UK Biobank, una delle più importanti banche dati genetiche al mondo». Oggi, grazie a queste informazioni, è possibile profilare in modo sempre più accurato il rischio individuale di una persona nei confronti di diverse patologie. E correggere i fattori sbagliati. Sì, sono sempre quelli già citati: sedentarietà, alimentazione sbilanciata, fumo di sigaretta e consumo di alcol. Questo vale anche per le demenze. «La demenza vascolare è un caso classico su cui, in un certo senso, si può intervenire. Se viene intercettata al momento giusto, infatti, non può essere evitata del tutto, ma sicuramente ritardata in modo significativo», conclude il professor Beretta. «È più complesso invece il caso dell’Alzheimer. Ma oggi sappiamo, grazie a numerosi studi molto interessanti, che tutte le malattie neurodegenerative, compreso l’Alzheimer, hanno una base infiammatoria. Se quindi una persona viene intercettata in anticipo attraverso l’individuazione di alcuni segnali di rischio, può essere indirizzata verso modifiche mirate dello stile di vita che, pur non impedendo completamente la malattia, possono contribuire a ridurne o ritardarne l’insorgenza».
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