Forza lavoro altamente qualificata e intensa ricerca e innovazione rendono, il biotech, un settore pieno di opportunità per i giovani. Uno studio predittivo conferma che la domanda di lavoro continuerà a crescere, soprattutto per le figure a più alta qualifica, impegnate in ricerca e analisi dati (data analysts, software engineers, esperti di sicurezza informatica).
Da qui al 2035, la domanda di lavoro crescerà per circa il 61% delle professioni del settore biotech. Tuttavia, per oltre il 60% di queste, aumenterà la difficoltà di reperimento di profili da parte delle imprese. Il 12% delle professioni, invece, sarà esposto a “rischio occupazionale”. I dati emergono da uno studio sui trend occupazionali delle professioni del settore biotech italiano, realizzato da EY e Assobiotec. Lo studio analizza i driver di cambiamento che impatteranno sul mercato del lavoro.

Il futuro del biotech in cifre
Nel prossimo decennio, il settore biotech in Italia registrerà una crescita della domanda di lavoro, che impatterà circa il 61% delle professioni del settore. Al contrario, la domanda diminuirà solamente per il 22% delle professioni, mentre per il 17% resterà stabile.
Lo studio predittivo è stato presentato ieri a Napoli nell’evento “Biotech future: competenze e opportunità nel settore”. La ricerca ha analizzato 122 profili professionali del biotech e si basa su una metodologia previsionale che utilizza un modello predittivo basato sull’intelligenza artificiale, elaborato su ampio dataset relativo al settore biotech.
Carlo Chiattelli, Partner e People Consulting Leader di EY Italia, ha affermato: “Il nostro studio predittivo conferma che la domanda di lavoro nel settore continuerà a crescere, offrendo significative opportunità per i giovani in uscita da percorsi di istruzione terziari, sia universitari che tecnici”. Per far sì che la futura domanda incontri un’offerta di lavoro e competenze, “è dunque fondamentale mettere in trasparenza il potenziale occupazionale e le opportunità professionali offerte dal settore biotech e rafforzarne l’attrattività, soprattutto nei confronti dei talenti giovani e a più alta qualifica”.
Crescono le competenze richieste
Rispetto alla rilevazione dell’anno 2022, l’analisi settoriale indica che in tutti i tre comparti biotech considerati – agro-alimentare e zootecnico, biomedico e sanitario, e industria e ambiente – sono attesi nei prossimi anni sia un aumento della domanda di lavoro per profili specializzati che una diminuzione per le professioni a bassa qualifica, la prima come effetto dell’innovazione tecnologica, la seconda principalmente a causa dell’automazione di mansioni meno specializzate.
L’analisi ha inoltre evidenziato come la rivoluzione tecnologica già in atto impatterà in modo sempre più significativo il futuro dell’occupazione, soprattutto come acceleratore dei processi di obsolescenza delle professioni. Per tutte le professioni analizzate, infatti, lo studio segnala importanti cambiamenti. Questo trend è destinato a incidere sulle capacità di reperimento dei profili all’interno del settore. Si stima infatti che le aziende incontreranno crescenti difficoltà di reperimento per più del 60% delle professioni biotech per cui si prevede anche una crescita della domanda di lavoro.
Federico Viganò, Componente del Consiglio di Presidenza di Assobiotec – Federchimica, ha dichiarato: “In questi anni abbiamo assistito al progressivo incremento della domanda di professioni ad alta specializzazione specifiche del comparto – come i ricercatori bioinformatici, gli esperti di intelligenza artificiale e di machine learning”.
“La continua evoluzione del settore – ha continuato –non solo sosterrà questo trend, ma porterà importanti trasformazioni delle competenze con crescente difficoltà da parte delle imprese di reperire profili biotech sul mercato. Per prepararci al meglio al futuro che ci attende, in questo contesto in profonda trasformazione, è allora fondamentale creare un dialogo proattivo fra imprese, Università e ITS per allineare sempre più e sempre meglio i percorsi formativi con la domanda di lavoro.”
L’innovazione tecnologica e domanda di lavoro: aree di rischio e opportunità occupazionali
L’analisi delle aree di rischio e opportunità occupazionale collegate alle professioni analizzate evidenzia come il 61% della forza lavoro sia attualmente occupata in professioni per cui è attesa un’elevata domanda di lavoro a fronte di una scarsa quantità di forza lavoro, professioni che dunque presentano forti opportunità occupazionali.
Al contrario, solamente il 12% della forza lavoro si compone di profili impiegati in professioni con un’elevata occupazione e una bassa crescita della domanda di lavoro attesa in futuro. Essendo i più esposti a rischi occupazionali, questi profili beneficerebbero dalla partecipazione a percorsi mirati di reskilling.
Tra i trend trasformativi, quello di maggior impatto sull’andamento della domanda di lavoro nel settore biotech è l’innovazione tecnologica. Il crescente ricorso all’automazione e a soluzioni basate sull’intelligenza artificiale – nella produzione di farmaci, nelle procedure di laboratorio, e nell’utilizzo di mezzi agricoli, solo per fare alcuni esempi – comporteranno una progressiva diminuzione della domanda per i segmenti della forza lavoro meno qualificati. Le mansioni meccaniche e a basso valore aggiunto sono infatti quelle più facilmente automatizzabili. Al contrario, l’adozione sempre più diffusa di tecnologie innovative stimolerà un aumento della domanda per figure tech-savy, altamente qualificate e con competenze digitali, in grado supportare il processo di transizione tecnologica già in corso nel settore.
Cambiano gli skillset, cresce il mismatch: difficoltà di reperimento per il 60% delle professioni in crescita
L’analisi predittiva mette in luce l’evoluzione delle competenze più importanti per i lavoratori del settore: non solo skills digitali, ma anche competenze manageriali, di pensiero critico e di comunicazione – quest’ultime particolarmente rilevanti in un periodo di rapida trasformazione e crescente incertezza.
Anche le cosiddette “green skills” aumenteranno la propria importanza nello skillset del settore biotech. Al contrario, alcune competenze più convenzionali per il settore vedranno una riduzione del loro peso, a segnalare il progressivo spostamento del biotech verso profili sempre più tecnologici e multidisciplinari. Si rileva dunque una crescente difficoltà di reperimento delle professioni, che coinvolge il 60% dei profili la cui domanda di lavoro viene prevista in crescita, mentre per il restante 40% tale difficoltà risulta stabile.
Un’altra conseguenza riguarda il crescente disallineamento (mismatch) fra competenze possedute da coloro che escono dai percorsi di studio terziari (lauree, ITS e dottorati) e quelle richieste dai datori di lavoro per lo svolgimento della professione. Il modello prevede un mismatch in crescita per tutti i percorsi di studio entro il 2035. Ciò segnala una difficoltà strutturale del sistema di istruzione e formazione, a tutti i livelli, nell’allineare i curricula con i bisogni del mercato del lavoro.
In conclusione, le previsioni sottolineano la necessità di strategie di recruiting e retaining della forza lavoro, in particolare per quei profili la cui domanda crescerà in futuro ma per cui il bacino di forza lavoro reperibile è ancora relativamente ristretto. Altrettanto importante è l’upskilling e il reskilling delle risorse già occupate, anche attraverso una più stretta collaborazione tra aziende biotech e mondo dell’istruzione e della formazione, per contrastare il mismatch e l’obsolescenza delle competenze.










“Sarebbe grave adottare un atteggiamento protezionistico a livello europeo. Dobbiamo continuare a lavorare per lo sviluppo del libero mercato e, se necessario, compensare le carenze che potrebbero derivare dai dazi americani con altre iniziative che ci permettano di restare competitivi.” Il mercato interno europeo rappresenta un’opportunità straordinaria (circa 220 miliardi di export), nonostante le difficoltà della Germania, ha spiegato, sottolineando l’importanza di continuare a investire su di esso. “Allo stesso tempo, è essenziale esplorare nuovi mercati e rafforzare la nostra presenza in quelli già avviati. Il governo ha già presentato un piano d’azione per espandere l’export nei mercati extraeuropei.” Per il ministro Tajani, ricerca, innovazione e formazione, sono i tre pilastri su cui puntare per garantire che i prodotti dell’Italia siano sempre più competitivi.
“La ricerca e l’innovazione, come quella farmaceutica, possono oggi incidere positivamente nel rendere il servizio sanitario nazionale pubblico performante e sostenibile.”
“L’Europa vede nel settore farmaceutico il primo comparto per saldo commerciale, una leva politica essenziale nei negoziati che il Commissario Šefčovič deve condurre”. In questo contesto, il supporto del Governo italiano è determinante, così come lo è per agevolare l’accesso a nuovi mercati, anche alternativi agli USA, ha spiegato.
“Sanofi è la principale azienda biofarmaceutica europea, con circa 30 siti produttivi e di ricerca in Europa. Abbiamo una forte vocazione all’innovazione e ci focalizziamo sullo sviluppo di farmaci first in class e best in class per rispondere a bisogni terapeutici insoddisfatti, con l’ambizione di essere leader nell’immunologia. La nostra pipeline prevede circa 40 nuovi lanci entro il 2030”, proprio in aree con forte bisogno di nuove cure.
“Il nostro servizio sanitario nazionale ha assoluto bisogno di competenze che spingano il nostro Paese più vicino alle esigenze dei cittadini. La sfida è quella di applicare, non solo le nuove tecnologie, che sono ormai una realtà, ma soprattutto tutto quello che sta arrivando con i sistemi di intelligenza artificiale.”
Inoltre, sono allo studio anticorpi monoclonali neutralizzanti che nel prossimo futuro saranno parte integrante del regime terapeutico. Complessivamente si va dunque verso un approccio terapeutico profondamente innovativo, mediante il quale ci proponiamo di perseguire anche l’obiettivo di ridurre significativamente il numero di nuove infezioni, sperando di raggiungere in Italia presto lo zero. La pandemia di HIV, infatti, non sarà mai conclusa finché non avremo curato tutti i pazienti: l’obiettivo è quello di ottenere una remissione dell’infezione, per cui il paziente possa controllare la replicazione virale senza necessità di ricorrere alla terapia antiretrovirale orale quotidiana”.
“Alcuni batteri appartenenti alla classe delle “Enterobacterales” hanno una elevata capacità di indurre gravi infezioni sistemiche che, a livello ematico (sepsi), diventano pericolose per la vita – sottolinea il Prof. Marco Tinelli – Questi ceppi batterici producono enzimi in grado di eliminare l’attività degli antibiotici. Ad esempio, se un paziente contrae un’infezione ematica da un ceppo di “Enterobacterales”chiamato “NDM”, il potenziale rischio di mortalità a 30 giorni è del 15,4%; dell’8,1% per il ceppo “KPC”; del 2,6% del ceppo “VIM”. Recenti studi dimostrano che, non solo per le già citate Enterobacterales la mortalità è particolarmente elevata, ma anche per altri batteri come Stenotrophomonas maltophilia e Acinetobacter baumannii: il rischio di mortalità a 30 giorni dall’infezione è addirittura rispettivamente del 42,9% e del 37,7%”.
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