Tempo di lettura: 4 minutiParlare di nutrizione oggi significa muoversi in un ambito in continua e rapida evoluzione, in cui ricerca scientifica, pratica clinica e comunicazione verso il grande pubblico si intrecciano strettamente. Comprendere e comunicare correttamente nutrienti, alimenti e modelli dietetici rappresenta una sfida cruciale, soprattutto in un contesto dominato da semplificazioni, mode alimentari e informazioni spesso parziali o fuorvianti. Non è un caso che, secondo recenti indagini europee, oltre il 60% dei cittadini dichiari di ricevere informazioni nutrizionali principalmente dai social media, dove la qualità delle fonti è estremamente variabile. È in questo scenario che il confronto tra scienziati, clinici e comunicatori diventa non solo utile, ma necessario.
Il 3° Convegno SINU Giovani: il tema e la cornice
È a partire da questa consapevolezza che si è svolto, presso il Complesso Didattico di Scampia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il 3° Convegno SINU Giovani, promosso dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) e dedicato al tema “Nutrienti, alimenti e diete tra scienza e comunicazione”. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di riflessione su come la comunicazione sui nutrienti, dai carboidrati ai grassi, fino alle proteine, influenzi profondamente i comportamenti alimentari, spesso più delle evidenze scientifiche stesse. La partecipazione numerosa ha confermato l’interesse crescente verso un’informazione affidabile e praticabile, capace di tradurre la letteratura scientifica in scelte quotidiane.
Falsi miti e narrazioni polarizzate
Nel corso del convegno è emerso come la crescente diffusione di diete restrittive e messaggi polarizzati abbia contribuito alla costruzione di numerosi falsi miti alimentari. Primo tra tutti la demonizzazione dei carboidrati, nonostante rappresentino il principale substrato energetico (45–60% dell’apporto calorico totale) raccomandato dalle linee guida nazionali e internazionali sulla base delle migliori evidenze disponibili.
Accanto a ciò, l’attuale enfasi sul consumo proteico, che in alcuni gruppi di popolazione già supera le quantità consigliate, resta al centro di una narrazione che mescola reali bisogni dell’organismo e mode passeggere. Questi ed altri sono esempi emblematici di un approccio riduzionistico, focalizzato su singoli nutrienti e non sulla qualità degli alimenti e sul modello alimentare complessivo. Gli esperti hanno ribadito come la capacità della dieta di contribuire alla salute umana dipenda dall’equilibrio, dalla varietà e dalla sostenibilità delle scelte nel lungo periodo, in linea con modelli consolidati come la Dieta Mediterranea.
Dalle raccomandazioni alla vita reale
Tradurre le raccomandazioni nutrizionali in comportamenti concreti, tuttavia, non è semplice. I dati mostrano che in Italia solo circa il 10% della popolazione adulta aderisce pienamente alle indicazioni nutrizionali nazionali, mentre sovrappeso e obesità interessano oltre il 45% degli adulti e quasi un bambino su tre. Il passaggio dalla teoria alla pratica risulta complesso anche a causa di fattori sociali, culturali ed economici, oltre che di un ambiente comunicativo spesso poco favorevole. In quest’ottica, il convegno ha messo in luce quanto sia strategico affiancare indicazioni generali a percorsi personalizzati, in grado di supportare la persona nelle scelte quotidiane, tenendo conto delle preferenze, delle abitudini e del contesto di vita.
Personalizzazione lungo il corso della vita
È emersa con forza la necessità di strategie nutrizionali personalizzate, capaci di adattarsi alle diverse fasi della vita e ai differenti livelli di attività fisica, superando approcci standardizzati e soluzioni “uguali per tutti”. Dall’infanzia all’età avanzata, il fabbisogno energetico e il profilo dei nutrienti cambiano: intervenire con piani realistici e flessibili, che combinino qualità degli alimenti, adeguatezza calorica e sostenibilità, può aumentare l’aderenza nel tempo e generare benefici misurabili per la salute. In questa cornice, l’educazione alimentare delle famiglie assume un ruolo determinante per costruire un ambiente che promuova stili di vita adeguati e, allo stesso tempo, un linguaggio verso il cibo e il corpo che sia sicuro e rispettoso.
Alimentazione e sport: energia, recupero e sostenibilità
Attenzione specifica è stata dedicata anche all’alimentazione dello sportivo, evidenziando come le esigenze nutrizionali varino in funzione del tipo di disciplina, dell’intensità dell’allenamento e degli obiettivi individuali. È stato ribadito l’essenziale equilibrio tra apporto energetico e fabbisogno effettivo, con particolare cura per la distribuzione dei macronutrienti nella giornata, il timing dell’assunzione e la qualità degli alimenti scelti. Un’adeguata strategia alimentare non sostiene soltanto la performance nel breve periodo, ma tutela anche la salute sul lungo termine, riducendo il rischio di infortuni, di carenze nutrizionali e di comportamenti dietetici disfunzionali. In questo contesto, accompagnare la popolazione sportiva verso scelte efficaci e sostenibili significa offrire indicazioni pratiche, verificabili e coerenti con l’evidenza scientifica.
La comunicazione che serve: semplice, accurata, responsabile
Un ruolo sempre più centrale è giocato dalla comunicazione della nutrizione. Nell’era dei social media, dove contenuti sensazionalistici possono raggiungere milioni di persone in poche ore, il convegno ha sottolineato l’urgenza di una comunicazione scientifica più responsabile, capace di semplificare senza banalizzare e di costruire un rapporto di fiducia con il pubblico. Una comunicazione imprecisa o allarmistica può infatti generare confusione, aspettative irrealistiche e comportamenti alimentari estremi o poco sostenibili, con potenziali ripercussioni sulla salute.
Le fasce di popolazione più a rischio sono i giovanissimi, esposti a una mole di messaggi contrastanti che non sono in grado di interpretare in maniera critica, funzionale e prudente. Da qui la necessità di lavorare con le famiglie e con la scuola, sviluppando competenze di alfabetizzazione alimentare e digitale, strumenti per valutare le fonti e spazi di dialogo che favoriscano scelte consapevoli.
Ritrovare il baricentro: scienza, contesto e linguaggio
Il convegno ha, quindi, messo in evidenza come la nutrizione non sia solo una questione di nutrienti, ma anche di contesto, linguaggio e responsabilità comunicativa. Superare le semplificazioni, riportare il dibattito su basi scientifiche solide e tenere conto delle differenze individuali rappresentano oggi tre snodi fondamentali per migliorare la salute della popolazione. È un impegno che chiama in causa ricercatori, professionisti della salute, istituzioni e media. La sfida è duplice: evitare slogan e ricette miracolistiche e, al contempo, offrire una bussola pratica che aiuti le persone a orientarsi tra scelte alimentari, etiche e ambientali.
Le persone e le istituzioni al lavoro
Il comitato organizzatore e scientifico che ha lavorato all’evento è stato composto dai giovani SINU Donato Angelino, Margherita Dall’Asta, Monica Dinu, Annalisa Giosuè, Monica Guglielmetti, Alice Rosi e Daniela Martini, in rappresentanza di atenei quali l’Università degli Studi di Teramo, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’Università degli Studi di Firenze, l’Università degli Studi di Pavia, l’Università degli Studi di Parma e l’Università degli Studi di Milano. I lavori sono stati aperti dai saluti della Presidente SINU, Anna Tagliabue, a testimonianza del forte impegno istituzionale nel promuovere una cultura dell’alimentazione rigorosa e accessibile.
Uno sguardo avanti: il Congresso Nazionale e le prospettive
Svoltosi con grande successo di pubblico, a conferma del forte interesse verso questi temi, l’evento ha offerto spunti di riflessione e prospettive future. Molte delle questioni affrontate – dai falsi miti alla personalizzazione, dall’educazione nelle scuole alla formazione degli operatori sanitari, fino all’uso responsabile dei social – avranno un ulteriore spazio di approfondimento al 46° Congresso Nazionale SINU, in programma a Bergamo dal 27 al 29 maggio 2026. È l’occasione per consolidare alleanze tra accademia, clinica e comunicazione, e per condividere strumenti pratici capaci di tradurre le evidenze in comportamenti sostenibili nel tempo. La direzione è chiara: una nutrizione ancorata alla scienza, raccontata con precisione e vicina alla vita reale delle persone.
Leggi anche:
Terapia Intensiva Neonatale del Monaldi, un hub per l’alta complessità
Disturbi alimentari: cos’è l’Arfid?
Adolescenti, Alimentazione, BambiniCi sono “nuove declinazioni” dei disturbi alimentari (DCA) tra i circa 3 milioni di persone che ne soffrono in Italia. A dirlo è la psichiatra Laura Dalla Ragione, intervenuta in occasione della giornata mondiale dedicata a questo fenomeno. L’allarme non è soltanto quantitativo: accanto alle forme più note, stanno emergendo profili clinici e comportamenti che richiedono nuove capacità di riconoscimento e presa in carico, soprattutto nei servizi territoriali e nelle scuole.
Dalla Ragione spiega che tra le forme di disturbo viene indicata l’Arfid, una nuovissima declinazione di disordine alimentare (l’Avoidant Restrictive Food Intake Disorder) ancora poco conosciuta. Chi è colpito mangia una gamma molto ristretta di cibi e il disturbo può manifestarsi a tutte le età, ma è più frequente nell’infanzia e nell’adolescenza; riguarda per il 60% i maschi e per il 40% le femmine. Questa novità si inserisce in un quadro ampio, dove l’attenzione non può più concentrarsi solo su anoressia e bulimia, ma deve includere disturbi diversi per meccanismi e impatto sulla salute fisica e psicologica.
Arfid: il “nuovo” che chiede diagnosi precoci
L’Arfid si distingue dai disturbi centrati sull’immagine corporea perché la restrizione non nasce dal desiderio di dimagrire. Paura di effetti negativi del cibo (soffocamento, vomito), sensorialità estrema verso consistenze, odori o colori, o ancora un interesse molto limitato per il cibo possono portare a una dieta rigidissima. Nei bambini e negli adolescenti ciò può tradursi in carenze nutrizionali, ritardi di crescita, difficoltà nella vita sociale (mense scolastiche, feste), conflitti familiari.
La stima riportata da Dalla Ragione, con una prevalenza maggiore nei maschi (60%) rispetto alle femmine (40%), sottolinea l’importanza di non leggere il problema solo con le lenti tradizionali dei DCA, che storicamente hanno interessato soprattutto le ragazze. Intercettare precocemente segnali come riduzione progressiva dei cibi accettati, evitamento di situazioni che prevedono pasti condivisi, perdita di peso o affaticamento consente interventi tempestivi e personalizzati.
Le altre forme: quando l’ossessione prende il controllo
Nel panorama tracciato dalla specialista compaiono altre condizioni che meritano attenzione. La diabulimia colpisce pazienti con diabete di tipo 1 che usano l’insulina come metodo di controllo del peso: un comportamento estremamente pericoloso, perché altera la gestione della malattia e moltiplica i rischi acuti e cronici. L’ortoressia — ossessione del mangiare sano — è descritta come “molto diffusa nelle palestre”: il cibo viene classificato rigidamente in “puro” o “impuro”, con rituali e regole che limitano la vita quotidiana e possono provocare deficit nutrizionali.
Accanto a questa, la bigoressia (o vigoressia) è l’ossessione della massa muscolare che colpisce soprattutto i maschi: allenamenti compulsivi, integrazioni non supervisionate, confronto costante con modelli iper-muscolari sono campanelli d’allarme. Il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder) è caratterizzato da grandi abbuffate: dalle 3.000 alle 30.000 calorie in meno di due ore; senza ricorrere a metodi di compenso. Le abbuffate portano a senso di colpa e isolamento, con importanti ricadute sulla salute metabolica.
Il quadro clinico si complica ulteriormente per le sovrapposizioni tra anoressia e disturbi dello spettro autistico, presenti (secondo i dati riportati) nel 30% dei casi: rigidità, routine intense e iperfocalizzazione possono intrecciarsi con la restrizione alimentare. Allarmante anche l’alta percentuale di pazienti, soprattutto adolescenti, con disturbi alimentari e comportamenti di autolesionismo: una co-occorrenza che impone percorsi di cura integrati tra psichiatria, psicologia e pediatria.
La rete italiana di cura: presenza importante ma disomogenea
Dalla Ragione ricorda che in Italia i centri per i DCA, secondo il censimento della Mappa DCA dell’Istituto Superiore di Sanità, sono 150: 120 appartenenti al Servizio sanitario nazionale e 30 del privato accreditato. La distribuzione geografica vede 78 strutture al Nord, 31 al Centro e 41 tra Sud e Isole. La rete degli ambulatori multidisciplinari ha rappresentato un passo avanti, ma la presenza è ancora troppo disomogenea: ciò significa, concretamente, che non tutti i pazienti ricevono lo stesso livello di assistenza nel medesimo tempo e con gli stessi standard di presa in carico.
Mortalità in aumento e differenze regionali
“In Italia solo nel 2025 — ha detto la psichiatra — i decessi per malattie legate ai disturbi dell’alimentazione sono stati 3.563, la prima causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali.” Le cause sono collegate alle complicanze mediche e all’alto tasso di suicidio. I dati sulla mortalità sono in aumento, ma molto disomogenei sul territorio: si muore di più nelle regioni dove non ci sono strutture specializzate. Questo richiamo alla realtà clinica ribadisce quanto sia essenziale investire in prevenzione, formazione degli operatori, continuità assistenziale e percorsi di transizione dall’età pediatrica a quella adulta.
Social media, app e l’effetto specchio sull’autostima
Per Dalla Ragione, che è autrice insieme a Raffaela Vanzetta di “Social fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” (Il Pensiero Scientifico Editore), chi lavora nei DCA si è trovato a fronteggiare un potentissimo fattore di diffusione del disturbo: i social media. “Oggi i canali attraverso cui ragazzi e ragazze possono attingere a informazioni riguardo a metodi pericolosi per perdere peso sono moltiplicati a dismisura.” A portata di tutti ci sono App per il conteggio calorico o il dispendio energetico e, più in generale, l’uso dei social influenza l’autostima e contribuisce a cambiare l’immagine corporea, determinando un aumento di sintomi depressivi, l’interiorizzazione di ideali di magrezza e pratiche di monitoraggio del corpo.
Questa pressione digitale non è un semplice “rumore di fondo”: entra nelle routine quotidiane, orienta i modelli di riferimento e, nei soggetti vulnerabili, può amplificare ansia, perfezionismo, confronto sociale e condotte di controllo del peso. La risposta utile non è demonizzare la tecnologia, ma educare a un uso critico dei contenuti e creare spazi di conversazione informata tra adolescenti, famiglie, insegnanti e professionisti della salute.
Che cosa serve adesso: prevenzione, alfabetizzazione alimentare, alleanze
Il quadro evidenziato dalla specialista indica una priorità: rafforzare la rete, ridurre le disuguaglianze territoriali e promuovere la diagnosi precoce, in particolare per le forme più nuove e meno riconosciute come l’Arfid. Scuole e famiglie possono giocare un ruolo cruciale segnalando precocemente cambiamenti nelle abitudini alimentari, evitamenti rigidi di cibi o situazioni sociali, sbalzi di peso, esercizio fisico compulsivo o uso ossessivo di App per calorie e attività.
Nello stesso tempo è fondamentale che i percorsi terapeutici siano multidisciplinari, con piani nutrizionali sostenibili, psicoterapia basata sull’evidenza, attenzione alle comorbilità (depressione, ansia, spettro autistico) e collaborazione stretta tra pediatri, medici di medicina generale e servizi specialistici. Contrastare il fenomeno significa anche fare alfabetizzazione alimentare e digitale: insegnare a leggere criticamente messaggi e “challenge” online, valorizzare la diversità dei corpi, ridurre lo stigma e costruire alleanze tra comunità educante e sanità pubblica.
Leggi anche:
Da Gaza a Napoli per una speranza di cura
Da Gaza al Santobono, una speranza per Medevac
Bambini, News, NotizieÈ atterrato la notte scorsa all’Aeroporto di Ciampino un bimbo di 10 anni proveniente dalla Striscia di Gaza, trasferito in Italia nell’ambito della missione Medevac per ricevere cure ad alta specializzazione. L’operazione, complessa sotto il profilo logistico e clinico, si è conclusa con il ricovero presso l’AORN Santobono Pausilipon, dove il piccolo paziente è stato preso in carico in regime di massima protezione e continuità assistenziale.
Coordinamento istituzionale e presa in carico clinica
Il trasferimento internazionale è stato eseguito con un volo militare, sotto la supervisione della CROSS di Pistoia e con il coordinamento dell’Unità di Crisi della Farnesina, con la supervisione della Regione Campania. All’arrivo, un’ambulanza del 118 dell’ASL Napoli 1 Centro ha provveduto al trasferimento in sicurezza fino al Presidio Ospedaliero Santobono. Qui, i clinici hanno avviato gli accertamenti diagnostici necessari per definire un percorso terapeutico su misura, in linea con gli standard internazionali per la gestione delle lesioni neurologiche complesse in età pediatrica.
Lesione midollare e tetraparesi
Dalla documentazione clinica trasmessa dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) emerge la presenza di una lesione dei nervi e del midollo spinale che ha determinato una grave tetraparesi. In termini clinici, la tetraparesi è una compromissione della forza ai quattro arti che può associarsi a disturbi sensitivi, respiratori e autonomici, richiedendo un’attenzione multidisciplinare continuativa. Il bambino, secondo quanto riferito ai sanitari dell’ospedale, nell’agosto scorso sarebbe stato colpito da un drone mentre si trovava nella sua tenda: un trauma di natura ad alta energia che, nelle fasi acute, necessita di stabilizzazione, prevenzione delle complicanze e pianificazione precoce della neuroriabilitazione.
Neurochirurgia e approccio multidisciplinare
La presa in carico è stata affidata all’equipe di Neurochirurgia diretta da Giuseppe Cinalli, che ha avviato un iter diagnostico approfondito. La programmazione delle cure coinvolgerà un’équipe multidisciplinare (neurochirurghi, neurologi pediatrici, fisiatri, fisioterapisti, infermieri specializzati, psicologi e assistenti sociali) per integrare la dimensione chirurgica, medica e riabilitativa. Questo modello organizzativo, oggi considerato imprescindibile per le lesioni midollari pediatriche, consente di personalizzare trattamenti e tempi, ridurre il rischio di complicanze e migliorare gli esiti funzionali nel medio-lungo periodo.
Neuroriabilitazione avanzata: tecnologie e obiettivi
La struttura potrà avvalersi delle tecniche di neuroriabilitazione presenti nella palestra riabilitativa ad alta tecnologia del Presidio Cavallino. In tali contesti si adottano protocolli basati su evidenze che includono esercizi di mobilizzazione precoce, training di controllo posturale, potenziamento residuo, prevenzione delle retrazioni muscolari e, quando indicato, l’impiego di dispositivi robotici per il cammino assistito, realtà virtuale terapeutica e sistemi di biofeedback. In caso di tetraparesi, obiettivi primari sono la stabilizzazione clinica, la prevenzione delle piaghe da pressione, la gestione della spasticità, il supporto respiratorio quando necessario e il recupero della massima autonomia possibile nelle attività quotidiane. L’avvio tempestivo di un percorso integrato può incidere sul recupero funzionale e sulla qualità di vita, anche quando la lesione comporta esiti permanenti.
Accoglienza oltre la cura
Il bimbo è accompagnato dalla madre e da una sorella di 11 anni. Il loro percorso in Italia sarà supportato dalla Fondazione Santobono Pausilipon, che affianca l’ospedale nel garantire accoglienza, sostegno psicologico, mediazione culturale e aiuti concreti legati alla permanenza. In situazioni di emergenza umanitaria, l’assistenza al nucleo familiare è un tassello essenziale: riduce lo stress, favorisce l’aderenza ai trattamenti, migliora la comunicazione con i sanitari e, soprattutto in ambito pediatrico, crea le condizioni per un’alleanza terapeutica solida.
I numeri dell’accoglienza e la missione dell’ospedale
“Dall’inizio del conflitto, sono 10 i bambini provenienti dalla Striscia di Gaza che il nostro Ospedale ha accolto e curato, mentre sono 33 i familiari assistiti e sostenuti sotto il profilo abitativo, sociale e clinico”, dichiara il Direttore Generale dell’AORN Santobono Pausilipon, Rodolfo Conenna. “La cura – prosegue – non si esaurisce nel trattamento del singolo paziente: significa assistere l’intero nucleo familiare. Questo per noi è accoglienza. Il nostro Ospedale è aperto ai corridoi umanitari, perché garantire cure a chi non ha accesso alle terapie è un aspetto fondante della nostra mission che ci vede, quotidianamente, impegnati nel coniugare cure di alta specializzazione e assistenza a misura di bambino”.
Medevac e corridoi umanitari: perché contano
Il programma Medevac rappresenta un pilastro dei corridoi umanitari sanitari: consente il trasporto medicalizzato di pazienti fragili da aree di conflitto verso centri in grado di offrire cure altrimenti inaccessibili. L’organizzazione prevede la valutazione clinica pre-imbarco, l’assistenza durante il volo con personale dedicato e attrezzature idonee, nonché il passaggio di consegne strutturato con l’ospedale ricevente. La sinergia tra strutture sanitarie, autorità civili e militari e organismi internazionali è ciò che rende possibile, in tempi stretti e con standard di sicurezza elevati, l’accesso alle cure per i pazienti pediatrici più complessi.
Prospettive di cura e umanità in corsia
Nelle prossime settimane, il bambino seguirà un percorso clinico personalizzato che potrà includere valutazioni neurofisiologiche, imaging avanzato, eventuali procedure neurochirurgiche o interventi mininvasivi per la gestione della spasticità, oltre a un’intensa neuroriabilitazione. Parallelamente, il sostegno alla madre e alla sorella — sul piano abitativo, sociale e psicologico — sarà decisivo per affrontare le tappe del percorso di cura. In una cornice cittadina come Napoli, dove reti sanitarie e solidaristiche collaborano da anni, l’accoglienza non è un gesto episodico ma una pratica quotidiana che traduce in realtà il diritto alla salute dei più piccoli, indipendentemente dal luogo di nascita o dalle circostanze in cui vivono.
Leggi anche:
La dieta che fa bene ai reni
Invecchiamento sano: tra genetica e stile di vita
ApprofondimentiInvecchiamento sano è un ossimoro? No e lo ha appena dimostrato uno studio pubblicato su Science. I ricercatori hanno visto che il 50% della longevità dipende dal corredo genetico ereditato dalla famiglia alla nascita. Ma il restante 50% dipende da noi. Non è poco. «Oggi sappiamo che il gene FOX03 è un fattore chiave della longevità umana, tanto che chi eredita varianti specifiche di questo gene ha decisamente un vantaggio», interviene Alberto Beretta, medico immunologo e Direttore Scientifico di SoLongevity. «Ma essere una persona geneticamente longeva non è sufficiente. Lo stile di vita tramite meccanismi epigenetici può modulare enormemente l’espressione genica». Esiste infatti altro oltre al patrimonio genetico ed è qui che entra in gioco l’epigenetica, la prova che alcuni fattori possono intervenire nella vita delle cellule e regolarne l’espressione genica, senza che ne venga alterata la sequenza del DNA. È un po’ come accade con un computer: l’hard disk è il patrimonio genetico, i programmi fanno parte dell’epigenetica. Con un peso importante nel destino di ciascuno di noi. La prova? Più di una. I centenari che vivono nelle cosiddette blue zone, da noi in Sardegna, sono l’esempio pratico del ruolo straordinario che ha uno stile di vita sano. E proprio in queste giornate dense di gare delle Olimpiadi Milano-Cortina, arrivano conferme importanti sul ruolo dell’attività fisica. «Se praticata regolarmente, consente ad esempio di abbassare i livelli degli ormoni, come gli estrogeni, e di altri fattori di crescita collegati allo sviluppo e alla progressione del cancro», aggiunge Francesco Cognetti, Presidente di FOCE, Federazione degli Oncologi, Cardiologi e Ematologi. «Inoltre, contrasta gli elevati livelli di insulina nel sangue che sono una delle principali cause di alcuni tumori. Più in generale, lo sport è in grado di migliorare e potenziare la funzionalità del sistema immunitario. Per questo, è fondamentale educare i giovani a stili di vita corretti, e attivare campagne mirate al più presto. Il 20% degli adolescenti, che vivono nel nostro Paese, sono sedentari e anche altri comportamenti scorretti risultano molto diffusi. Abuso di alcol, tabagismo, eccesso ponderale o alimentazione scorretta interessano sempre più bambini e adolescenti».
E non è mai troppo tardi per “raddrizzare il tiro”. È di qualche giorno fa la notizia di un maratoneta che ha iniziato a correre a 66 anni. Ora ne ha 82, corre senza sforzo la ultramaratona (50 chilometri) ed è oggetto di studio da parte di scienziati. La sua dieta? L’alimentazione mediterranea. Si può puntare però anche a mete meno impegnative, ma comunque preziose per la salute. Uno studio condotto su 135 mila persone over 40 provenienti da Regno Unito, Stati Uniti, Norvegia e Svezia ha rilevato che un’attività fisica di intensità moderata, come camminare a passo svelto per cinque minuti in più al giorno, è stata associata a una riduzione stimata del 10% dei decessi. E un altro studio pubblicato su eClinical Medicine e condotto su circa 59 mila persone, età media 64 anni, ha quantificato il valore dei miglioramenti sulla vita. Anche se sono modesti, ma riguardano la combinazione di sonno, attività fisica e alimentazione equilibrata ricca di verdura, legumi e cereali integrali, portano a un incremento della durata della vita.
L’attività dei ricercatori prosegue anche su altri fronti. «Oggi disponiamo di conoscenze sempre più avanzate sui geni legati all’invecchiamento e, soprattutto, sui geni associati alle malattie dell’invecchiamento», chiarisce il professor Beretta. «Si tratta di due ambiti distinti, due “corpi” completamente diversi. Da un lato ci sono i geni che regolano il processo di invecchiamento in sé; dall’altro, quelli che determinano il rischio di sviluppare specifiche patologie, come i tumori, le malattie cardiovascolari o le patologie neurodegenerative».
Proprio su questo secondo gruppo di geni, quelli legati alle malattie, negli ultimi anni c’è stato un enorme passo avanti. «Se in passato potevamo analizzare solo quattro o cinque geni, con risultati spesso difficili da interpretare, oggi disponiamo di profili genetici molto più completi», dice il professor Beretta. «Che consentono di stimare un rischio relativo più o meno elevato di sviluppare un infarto, una demenza o altre patologie gravi. Questo progresso è stato possibile soprattutto grazie ai grandi studi condotti nel Regno Unito, in particolare attraverso la UK Biobank, una delle più importanti banche dati genetiche al mondo». Oggi, grazie a queste informazioni, è possibile profilare in modo sempre più accurato il rischio individuale di una persona nei confronti di diverse patologie. E correggere i fattori sbagliati. Sì, sono sempre quelli già citati: sedentarietà, alimentazione sbilanciata, fumo di sigaretta e consumo di alcol. Questo vale anche per le demenze. «La demenza vascolare è un caso classico su cui, in un certo senso, si può intervenire. Se viene intercettata al momento giusto, infatti, non può essere evitata del tutto, ma sicuramente ritardata in modo significativo», conclude il professor Beretta. «È più complesso invece il caso dell’Alzheimer. Ma oggi sappiamo, grazie a numerosi studi molto interessanti, che tutte le malattie neurodegenerative, compreso l’Alzheimer, hanno una base infiammatoria. Se quindi una persona viene intercettata in anticipo attraverso l’individuazione di alcuni segnali di rischio, può essere indirizzata verso modifiche mirate dello stile di vita che, pur non impedendo completamente la malattia, possono contribuire a ridurne o ritardarne l’insorgenza».
Nutrienti, alimenti e diete tra scienza e comunicazione
NewsParlare di nutrizione oggi significa muoversi in un ambito in continua e rapida evoluzione, in cui ricerca scientifica, pratica clinica e comunicazione verso il grande pubblico si intrecciano strettamente. Comprendere e comunicare correttamente nutrienti, alimenti e modelli dietetici rappresenta una sfida cruciale, soprattutto in un contesto dominato da semplificazioni, mode alimentari e informazioni spesso parziali o fuorvianti. Non è un caso che, secondo recenti indagini europee, oltre il 60% dei cittadini dichiari di ricevere informazioni nutrizionali principalmente dai social media, dove la qualità delle fonti è estremamente variabile. È in questo scenario che il confronto tra scienziati, clinici e comunicatori diventa non solo utile, ma necessario.
Il 3° Convegno SINU Giovani: il tema e la cornice
È a partire da questa consapevolezza che si è svolto, presso il Complesso Didattico di Scampia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il 3° Convegno SINU Giovani, promosso dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) e dedicato al tema “Nutrienti, alimenti e diete tra scienza e comunicazione”. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di riflessione su come la comunicazione sui nutrienti, dai carboidrati ai grassi, fino alle proteine, influenzi profondamente i comportamenti alimentari, spesso più delle evidenze scientifiche stesse. La partecipazione numerosa ha confermato l’interesse crescente verso un’informazione affidabile e praticabile, capace di tradurre la letteratura scientifica in scelte quotidiane.
Falsi miti e narrazioni polarizzate
Nel corso del convegno è emerso come la crescente diffusione di diete restrittive e messaggi polarizzati abbia contribuito alla costruzione di numerosi falsi miti alimentari. Primo tra tutti la demonizzazione dei carboidrati, nonostante rappresentino il principale substrato energetico (45–60% dell’apporto calorico totale) raccomandato dalle linee guida nazionali e internazionali sulla base delle migliori evidenze disponibili.
Accanto a ciò, l’attuale enfasi sul consumo proteico, che in alcuni gruppi di popolazione già supera le quantità consigliate, resta al centro di una narrazione che mescola reali bisogni dell’organismo e mode passeggere. Questi ed altri sono esempi emblematici di un approccio riduzionistico, focalizzato su singoli nutrienti e non sulla qualità degli alimenti e sul modello alimentare complessivo. Gli esperti hanno ribadito come la capacità della dieta di contribuire alla salute umana dipenda dall’equilibrio, dalla varietà e dalla sostenibilità delle scelte nel lungo periodo, in linea con modelli consolidati come la Dieta Mediterranea.
Dalle raccomandazioni alla vita reale
Tradurre le raccomandazioni nutrizionali in comportamenti concreti, tuttavia, non è semplice. I dati mostrano che in Italia solo circa il 10% della popolazione adulta aderisce pienamente alle indicazioni nutrizionali nazionali, mentre sovrappeso e obesità interessano oltre il 45% degli adulti e quasi un bambino su tre. Il passaggio dalla teoria alla pratica risulta complesso anche a causa di fattori sociali, culturali ed economici, oltre che di un ambiente comunicativo spesso poco favorevole. In quest’ottica, il convegno ha messo in luce quanto sia strategico affiancare indicazioni generali a percorsi personalizzati, in grado di supportare la persona nelle scelte quotidiane, tenendo conto delle preferenze, delle abitudini e del contesto di vita.
Personalizzazione lungo il corso della vita
È emersa con forza la necessità di strategie nutrizionali personalizzate, capaci di adattarsi alle diverse fasi della vita e ai differenti livelli di attività fisica, superando approcci standardizzati e soluzioni “uguali per tutti”. Dall’infanzia all’età avanzata, il fabbisogno energetico e il profilo dei nutrienti cambiano: intervenire con piani realistici e flessibili, che combinino qualità degli alimenti, adeguatezza calorica e sostenibilità, può aumentare l’aderenza nel tempo e generare benefici misurabili per la salute. In questa cornice, l’educazione alimentare delle famiglie assume un ruolo determinante per costruire un ambiente che promuova stili di vita adeguati e, allo stesso tempo, un linguaggio verso il cibo e il corpo che sia sicuro e rispettoso.
Alimentazione e sport: energia, recupero e sostenibilità
Attenzione specifica è stata dedicata anche all’alimentazione dello sportivo, evidenziando come le esigenze nutrizionali varino in funzione del tipo di disciplina, dell’intensità dell’allenamento e degli obiettivi individuali. È stato ribadito l’essenziale equilibrio tra apporto energetico e fabbisogno effettivo, con particolare cura per la distribuzione dei macronutrienti nella giornata, il timing dell’assunzione e la qualità degli alimenti scelti. Un’adeguata strategia alimentare non sostiene soltanto la performance nel breve periodo, ma tutela anche la salute sul lungo termine, riducendo il rischio di infortuni, di carenze nutrizionali e di comportamenti dietetici disfunzionali. In questo contesto, accompagnare la popolazione sportiva verso scelte efficaci e sostenibili significa offrire indicazioni pratiche, verificabili e coerenti con l’evidenza scientifica.
La comunicazione che serve: semplice, accurata, responsabile
Un ruolo sempre più centrale è giocato dalla comunicazione della nutrizione. Nell’era dei social media, dove contenuti sensazionalistici possono raggiungere milioni di persone in poche ore, il convegno ha sottolineato l’urgenza di una comunicazione scientifica più responsabile, capace di semplificare senza banalizzare e di costruire un rapporto di fiducia con il pubblico. Una comunicazione imprecisa o allarmistica può infatti generare confusione, aspettative irrealistiche e comportamenti alimentari estremi o poco sostenibili, con potenziali ripercussioni sulla salute.
Le fasce di popolazione più a rischio sono i giovanissimi, esposti a una mole di messaggi contrastanti che non sono in grado di interpretare in maniera critica, funzionale e prudente. Da qui la necessità di lavorare con le famiglie e con la scuola, sviluppando competenze di alfabetizzazione alimentare e digitale, strumenti per valutare le fonti e spazi di dialogo che favoriscano scelte consapevoli.
Ritrovare il baricentro: scienza, contesto e linguaggio
Il convegno ha, quindi, messo in evidenza come la nutrizione non sia solo una questione di nutrienti, ma anche di contesto, linguaggio e responsabilità comunicativa. Superare le semplificazioni, riportare il dibattito su basi scientifiche solide e tenere conto delle differenze individuali rappresentano oggi tre snodi fondamentali per migliorare la salute della popolazione. È un impegno che chiama in causa ricercatori, professionisti della salute, istituzioni e media. La sfida è duplice: evitare slogan e ricette miracolistiche e, al contempo, offrire una bussola pratica che aiuti le persone a orientarsi tra scelte alimentari, etiche e ambientali.
Le persone e le istituzioni al lavoro
Il comitato organizzatore e scientifico che ha lavorato all’evento è stato composto dai giovani SINU Donato Angelino, Margherita Dall’Asta, Monica Dinu, Annalisa Giosuè, Monica Guglielmetti, Alice Rosi e Daniela Martini, in rappresentanza di atenei quali l’Università degli Studi di Teramo, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’Università degli Studi di Firenze, l’Università degli Studi di Pavia, l’Università degli Studi di Parma e l’Università degli Studi di Milano. I lavori sono stati aperti dai saluti della Presidente SINU, Anna Tagliabue, a testimonianza del forte impegno istituzionale nel promuovere una cultura dell’alimentazione rigorosa e accessibile.
Uno sguardo avanti: il Congresso Nazionale e le prospettive
Svoltosi con grande successo di pubblico, a conferma del forte interesse verso questi temi, l’evento ha offerto spunti di riflessione e prospettive future. Molte delle questioni affrontate – dai falsi miti alla personalizzazione, dall’educazione nelle scuole alla formazione degli operatori sanitari, fino all’uso responsabile dei social – avranno un ulteriore spazio di approfondimento al 46° Congresso Nazionale SINU, in programma a Bergamo dal 27 al 29 maggio 2026. È l’occasione per consolidare alleanze tra accademia, clinica e comunicazione, e per condividere strumenti pratici capaci di tradurre le evidenze in comportamenti sostenibili nel tempo. La direzione è chiara: una nutrizione ancorata alla scienza, raccontata con precisione e vicina alla vita reale delle persone.
Leggi anche:
Terapia Intensiva Neonatale del Monaldi, un hub per l’alta complessità
Terapia Intensiva Neonatale del Monaldi, un hub per l’alta complessità nel Sud
Bambini, NewsUna Terapia Intensiva Neonatale che è insieme snodo dell’emergenza regionale, porta di accesso dedicata per il neonato cardiopatico e riferimento per trattamenti ad altissima complessità, dalla grave insufficienza respiratoria alla neuroprotezione dei neonati asfissiati alla nascita. È l’identikit della TIN dell’Ospedale Monaldi, oggi guidata dal dottor Alfredo Santantonio, che ne valorizza il ruolo strategico in Campania e nel Mezzogiorno, grazie a un modello integrato con la Cardiologia pediatrica e la Cardiochirurgia Pediatrica.
Un’integrazione clinica e organizzativa che rende il Monaldi un punto di riferimento non solo regionale: «I neonati cardiopatici che arrivano da noi – dice Santantonio – provengono dalla Campania, ma anche da regioni vicine come Puglia, Basilicata e Calabria. Questo conferma la vocazione del Monaldi come hub di accesso del neonato cardiopatico per l’area peninsulare del Sud Italia».
Integrazione clinica: la forza del modello
La TIN del Monaldi si colloca al centro di un disegno assistenziale che punta alla continuità di cura e alla prossimità delle competenze. Il raccordo quotidiano con le équipe di Cardiologia e Cardiochirurgia pediatrica consente di convogliare nello stesso luogo diagnosi, stabilizzazione, procedure interventistiche e chirurgiche, riducendo i tempi tra identificazione della criticità e trattamento definitivo.
Per i neonati cardiopatici, spesso fragili e instabili, la rapidità della presa in carico e la possibilità di attuare percorsi “one-stop” fanno la differenza in termini di esiti e di sicurezza clinica. Il modello del Monaldi, fondato su protocolli condivisi e su un’organizzazione per intensità di cura, intercetta così la domanda proveniente dall’intero Sud peninsulare, offrendo un canale di accesso immediato alle risorse più avanzate.
Volumi, rete e demografia in calo
La TIN del Monaldi gestisce ogni anno circa 250 ricoveri, un dato significativo anche alla luce della flessione delle nascite: «La crisi demografica è evidente: alla fine degli anni ’90 in Campania si registravano circa 80.000 nuovi nati l’anno, oggi siamo intorno ai 40.000» osserva Santantonio.
«In questo scenario, mantenere volumi assistenziali elevati su casistiche complesse testimonia la centralità della nostra unità operativa nella rete». Il dato, letto in controluce con la riduzione della natalità, suggerisce che la TIN non intercetta semplicemente la domanda del territorio, ma assorbe in maniera strutturata i casi più critici, fungendo da hub di riferimento per trasferimenti primari e secondari, per consulenze interospedaliere e per procedure che richiedono competenze iperspecialistiche.
Posti letto e organizzazione per intensità di cura
Attualmente la TIN dispone di 16 posti letto, organizzati per intensità di cura: 8 posti di terapia intensiva con postazione completa, di cui uno in box di isolamento, per la gestione in sicurezza di pazienti potenzialmente infetti o da valutare prima dell’inserimento in area comune.
La presenza del box di isolamento, integrato nel perimetro dell’area critica, consente di coniugare controllo delle infezioni, continuità assistenziale e protezione degli altri pazienti, senza rinunciare alla tempestività degli interventi sul neonato più instabile. La distribuzione degli spazi per livelli di complessità, insieme alla standardizzazione delle postazioni, migliora inoltre la maneggevolezza dei percorsi interni in caso di emergenze e ottimizza la collaborazione tra le varie figure professionali.
Tecnologie di ventilazione: verso un monitoraggio meno invasivo
Sul piano tecnologico, la TIN può contare su sistemi di ventilazione assistita avanzata e su un ulteriore potenziamento in corso: «Siamo in attesa di nuovi ventilatori già acquistati dall’Azienda: consentiranno ventilazioni invasive e non invasive di ultimissima generazione e un monitoraggio più esteso di parametri clinici.Significa ridurre lo stress per il neonato, limitare procedure e prelievi e migliorare le performance assistenziali in termini di esiti», spiega Santantonio
In Terapia Intensiva Neonatale, la disponibilità di modalità ventilatorie raffinate – dalla ventilazione a pressione controllata alle forme a supporto non invasivo, fino ai sistemi che modulano in tempo reale i parametri sulla base della risposta del paziente – si traduce in minori complicanze respiratorie, minore esposizione a sedativi e, quando possibile, in un più rapido “weaning” dalla ventilazione. Il monitoraggio esteso e meno invasivo facilita inoltre l’individualizzazione del trattamento e riduce la necessità di manovre ripetute.
Ossido nitrico inalatorio: una terapia salvavita
Storico anche l’impiego di una terapia ritenuta oggi standard nelle linee guida internazionali per specifiche condizioni respiratorie neonatali: «Dalla fine degli anni ’90 disponiamo di una terapia salvavita come l’ossido nitrico inalatorio, fondamentale in diversi quadri di insufficienza respiratoria grave e ipertensione polmonare: nel tempo siamo diventati un riferimento naturale per queste patologie», sottolinea il direttore della TIN.
L’adozione precoce e continuativa di questa strategia terapeutica ha consolidato percorsi dedicati che integrano diagnosi tempestiva, gestione ventilatoria e valutazione emodinamica, con l’obiettivo di ottimizzare l’ossigenazione e ridurre il rischio di danno multiorgano nei neonati più compromessi. La maturità del team nel modulare dosaggi e tempi di somministrazione, oltre alla capacità di monitorare gli effetti in modo continuo, rappresenta un elemento qualificante dell’offerta clinica.
Neuroprotezione e ipotermia terapeutica: la finestra che salva il cervello
Tra gli ambiti a più alto impatto clinico, la TIN del Monaldi garantisce un percorso dedicato di neuroprotezione per i neonati asfittici, condizione che può determinare un insulto ipossico-ischemico cerebrale. «La nostra TIN è centro di riferimento in Campania per questo trattamento – evidenzia Santantonio –. La terapia consiste nell’avviare una ipotermia terapeutica controllata, portando la temperatura del neonato da 37°C a 33,5°C.
l raffreddamento ha un’azione neuroprotettiva perché rallenta i processi che alimentano l’evoluzione del danno dopo l’evento ipossico, offrendo una finestra terapeutica decisiva». L’implementazione rigorosa dei protocolli di raffreddamento, con monitoraggio continuo dei parametri vitali e della temperatura, è affiancata da percorsi di follow-up neuroevolutivo per valutare gli esiti a medio e lungo termine. Il messaggio è netto: riconoscimento precoce, attivazione immediata del protocollo e multidisciplinarietà sono gli assi portanti per contenere le sequele neurologiche.
La missione: alta complessità e continuità delle cure
Investire su competenze, organizzazione e tecnologie significa garantire ai neonati più fragili, in particolare quelli cardiopatici e asfittici, le migliori possibilità di cura. «Il Monaldi – direttrice generale Anna Iervolino – conferma così una missione chiara: essere un riferimento regionale e sovraregionale per l’alta complessità, con percorsi assistenziali solidi e continui, dal primo accesso fino al trattamento specialistico».
La visione strategica che emerge è quella di un presidio capace di connettere emergenza, diagnostica avanzata e terapie di frontiera, con una rete di collaborazioni che attraversa i confini regionali. In un contesto demografico in contrazione, la tenuta dei volumi su casistiche altamente complesse e la qualità delle risposte cliniche offerte testimoniano un modello che coniuga prossimità e alta specializzazione. Per i neonati e le famiglie, significa potersi affidare a un centro che presidia l’intero arco delle necessità – dall’accesso in urgenza all’intervento cardiochirurgico, dalla ventilazione avanzata alla neuroprotezione – garantendo continuità, sicurezza e prospettive concrete di esito favorevole.
Leggi anche:
Dieta mediterranea e spreco alimentare: mangiare meglio per buttare meno
Vaccino spray nasale contro l’influenza aviaria H5N1: una svolta nella prevenzio
Health World, Nuove tendenzeL’influenza aviaria H5N1 rappresenta una minaccia crescente per la salute pubblica a causa della sua capacità di circolare negli animali e di trasmettersi occasionalmente all’uomo. Questo virus, altamente patogeno, ha il potenziale di adattarsi per diffondersi facilmente tra le persone, creando il rischio di una possibile pandemia. Per questo motivo, la ricerca scientifica si sta concentrando nello sviluppo di nuove soluzioni preventive più efficaci rispetto ai tradizionali vaccini antinfluenzali. In questo contesto, un recente studio ha messo in luce un innovativo vaccino spray nasale che ha dimostrato una protezione robusta contro il virus H5N1 durante i test sugli animali.
Il funzionamento del vaccino spray nasale contro l’influenza H5N1
A differenza delle iniezioni intramuscolari classiche, questo vaccino è somministrato direttamente nelle vie nasali, il che rappresenta un vantaggio fondamentale. Il naso e i polmoni sono infatti le prime porte d’ingresso del virus H5N1 nell’organismo umano. Attaccare il virus immediatamente alla fonte significa poter bloccare l’infezione prima che possa diffondersi e causare sintomi gravi.
L’approccio mucosale utilizzato dal vaccino spray stimola una risposta immunitaria nelle mucose delle vie respiratorie superiori, producendo anticorpi locali capaci di neutralizzare il virus. Questo tipo di immunizzazione non solo protegge dall’infezione sistemica, ma riduce anche la capacità del soggetto di trasmettere il virus ad altre persone. Nei test condotti sugli animali, questo vaccino ha mostrato una protezione superiore agli standard offerti dai tradizionali vaccini antinfluenzali, che spesso inducono una risposta immunitaria limitata al sangue e meno efficace nelle mucose.
Vantaggi del vaccino nasale rispetto ai tradizionali vaccini antinfluenzali
Il vaccino spray nasale contro l’H5N1 offre numerosi benefici in termini di efficacia e praticità. Innanzitutto, la facilità di somministrazione rende la vaccinazione accessibile a un pubblico più ampio, specialmente in contesti dove l’iniezione potrebbe rappresentare una barriera, come tra bambini o persone con paura degli aghi. Inoltre, la somministrazione nasale può stimolare sia l’immunità umorale (mediata dagli anticorpi circolanti) sia l’immunità cellulare e mucosale, risultando in una difesa più completa e duratura contro il virus.
Dal punto di vista logistico, il vaccino spray può facilitare campagne vaccinali più rapide e capillari, riducendo tempi e costi nella distribuzione e somministrazione. Anche la sicurezza è un elemento cruciale: l’assenza di aghi elimina i rischi connessi alle iniezioni, come infezioni locali o reazioni da puntura.
La sfida di fermare l’influenza aviaria prima che diventi pandemica
La crescente diffusione dell’influenza aviaria tra pollame selvatici e domestici sottolinea l’importanza di interventi tempestivi e innovativi. Sebbene il virus H5N1 non si sia ancora adattato in modo efficace alla trasmissione aerea tra esseri umani, i ricercatori monitorano attentamente ogni mutazione che potrebbe facilitarne questo passaggio. Nel frattempo, vaccini come quello spray nasale rappresentano un’arma cruciale per prevenire casi umani e bloccare la diffusione.
La strategia di prevenzione si basa dunque non solo sul controllo e gestione dei focolai animali, ma anche sull’implementazione di strumenti vaccinali avanzati che possano limitare il potenziale salto zoonotico del virus. Nell’attesa di trial clinici sull’uomo, questi risultati nei modelli animali aprono scenari promettenti per una vaccinazione efficace e mirata, in particolare per le categorie più esposte, come gli operatori del settore avicolo e le popolazioni residenti in aree ad alto rischio.
Prospettive future per il vaccino spray contro l’influenza H5N1
L’innovazione del vaccino spray nasale rivoluziona il paradigma della prevenzione contro l’influenza aviaria. Le sperimentazioni future che coinvolgeranno volontari umani saranno fondamentali per confermare la solidità e la sicurezza del vaccino, nonché per valutarne l’effettiva capacità di induzione di una protezione a lungo termine. In aggiunta, il potenziale di questa tecnologia potrebbe estendersi ad altri tipi di virus influenzali e agenti patogeni respiratori.
Oltre al vaccino, resta cruciale il rafforzamento delle reti di sorveglianza epidemiologica e la cooperazione internazionale per gestire tempestivamente le emergenze legate a virus zoonotici. L’integrazione di nuove strategie vaccinali, come il vaccino spray nasale, potrebbe contribuire in modo decisivo a contenere le pandemie future, proteggendo la salute globale in un mondo sempre più interconnesso.
Psoriasi e artrite psoriasica: come le cellule immunitarie della pelle influenzano le articolazioni
Health World, NewsLa psoriasi è una patologia infiammatoria cronica della pelle nota per le sue lesioni cutanee rosse e squamose, ma in alcuni casi può evolvere in un disturbo articolare chiamato artrite psoriasica. Recenti studi scientifici hanno finalmente svelato uno dei meccanismi biologici che spiegano come questa trasformazione possa avvenire, offrendo nuove prospettive per la diagnosi precoce e la prevenzione dei danni articolari permanenti. Comprendere il ruolo delle cellule immunitarie della pelle nel coinvolgimento articolare rappresenta un passo fondamentale per migliorare la gestione di questa complessa malattia.
Il ruolo delle cellule immunitarie nella psoriasi e nella sua evoluzione
Alla base della psoriasi c’è una risposta immunitaria iperattiva, che provoca un’infiammazione cronica della pelle. Le cellule immunitarie coinvolte, in particolare alcuni linfociti T attivati, proliferano nell’epidermide infiammata e contribuiscono al processo patologico cutaneo. Recentemente, i ricercatori hanno scoperto che queste stesse cellule possono uscire dalla pelle infiammata e migrare nel flusso sanguigno, raggiungendo così altri distretti corporei come le articolazioni.
Questa scoperta spiega perché, in taluni pazienti affetti da psoriasi, possa manifestarsi nel tempo un’artrite infiammatoria. La migrazione delle cellule immunitarie dalla cute alle articolazioni rappresenta il collegamento diretto tra i due quadri clinici, che spesso coesistono ma non sempre si manifestano insieme sin dall’inizio.
Come le cellule immunitarie “viaggiatrici” attivano l’infiammazione articolare
Le cellule immunitarie provenienti dalla pelle infiammata si stabiliscono nelle articolazioni e, in alcune persone, iniziano a stimolare una risposta infiammatoria anche in questo distretto. L’infiammazione articolare può causare dolore, rigidità e, a lungo termine, danni alla struttura cartilaginea e ossea se non adeguatamente trattata.
La chiave della differenziazione tra chi sviluppa artrite psoriasica e chi invece no risiede nella capacità delle articolazioni di “tenere sotto controllo” queste cellule immunitarie estranee. In presenza di un sistema immunitario articolare più efficiente, la risposta infiammatoria resta contenuta, evitando l’insorgenza di sintomi articolari.
L’importanza di un monitoraggio precoce per prevenire il danno articolare
Questa nuova comprensione dei meccanismi che trasformano la psoriasi in artrite psoriasica è di fondamentale importanza per la pratica clinica. Identificare precocemente i pazienti in cui le cellule immunitarie della pelle si stanno dirigendo verso le articolazioni può consentire agli specialisti di intervenire tempestivamente.
Un monitoraggio regolare, che includa sia l’analisi dei sintomi che esami specifici, potrebbe facilitare la diagnosi precoce dell’infiammazione articolare. Attraverso un trattamento mirato e precoce, si può evitare che l’infiammazione cronica provochi danni irreversibili alle articolazioni, migliorando così la qualità della vita dei pazienti.
Nuove prospettive terapeutiche per gestire la psoriasi e l’artrite psoriasica
Le scoperte sul movimento delle cellule immunitarie dalla pelle alle articolazioni aprono anche la strada a nuove strategie terapeutiche. Potrebbe essere possibile sviluppare farmaci capaci di bloccare il viaggio di queste cellule o di aumentare la capacità delle articolazioni di contenere la risposta infiammatoria.
Attualmente, diverse terapie biologiche sono già utilizzate per trattare sia la psoriasi che l’artrite psoriasica, mirate a modulare il sistema immunitario. Le future ricerche potrebbero portare a soluzioni più personalizzate, basate sulla specifica attività delle cellule immunitarie coinvolte nel singolo paziente.
La sensibilizzazione di medici e pazienti sulle complicanze articolari
Infine, è essenziale aumentare la consapevolezza sia nei pazienti con psoriasi sia nei professionisti della salute riguardo al rischio di sviluppare l’artrite psoriasica. Molti pazienti sottovalutano o non riconoscono i primi segnali di infiammazione articolare, come dolori e rigidità, attribuendoli a cause banali.
Informare e promuovere una comunicazione aperta può facilitare l’accesso precoce agli specialisti reumatologi e dermatologi, favorendo un approccio integrato nella diagnosi e nel trattamento delle manifestazioni cutanee e articolari. Questo approccio multidisciplinare rappresenta oggi la migliore strategia per gestire in modo efficace la complessità della malattia.
—
In sintesi, il rapporto tra psoriasi e artrite psoriasica è ora più chiaro grazie alla scoperta del ruolo chiave delle cellule immunitarie migranti dalla pelle alle articolazioni. Questa nuova conoscenza promette di migliorare significativamente la prevenzione, la diagnosi e la cura di chi è affetto da queste condizioni infiammatorie correlate.
Imaging innovativo: combinare ultrasuoni e luce per immagini 3D dettagliate di tessuti e vasi sanguigni
Health World, Ricerca innovazioneLa tecnologia medica sta vivendo una nuova rivoluzione grazie a un avanzamento nell’imaging che abbina tecniche a ultrasuoni e basate sulla luce per ottenere immagini tridimensionali estremamente dettagliate. Questo sistema innovativo, sviluppato da un team di ricercatori del Caltech e dell’Università della California del Sud (USC), promette di migliorare significativamente la diagnosi e il monitoraggio di molte condizioni cliniche, includendo il tumore, i danni nervosi e le patologie cerebrali, senza la necessità di radiazioni o agenti di contrasto.
Negli ultimi anni, l’imaging medico ha fatto passi da gigante soprattutto grazie alla combinazione di metodologie diverse che sfruttano le caratteristiche uniche di ciascuna tecnologia. Nell’articolo che segue, esploreremo come la nuova tecnica di imaging a ultrasuoni e luce funzioni, quali vantaggi presenti rispetto ai sistemi tradizionali e le potenziali applicazioni cliniche che potrebbero rivoluzionare il panorama diagnostico.
Come funziona la nuova tecnica di imaging a ultrasuoni e luce
Il cuore del progresso risiede nell’integrazione di due modalità complementari: gli ultrasuoni, che sono onde acustiche ad alta frequenza, e le tecniche ottiche basate sull’interazione della luce con i tessuti biologici. Mentre gli ultrasuoni sono eccellenti nel delineare la struttura anatomica, la luce permette di osservare processi dinamici e funzionali come l’attività dei vasi sanguigni.
La metodologia sviluppata dal Caltech e USC utilizza un approccio ibrido che raccoglie simultaneamente dati acustici e ottici, combinandoli in un’unica immagine tridimensionale. Il sistema è capace di visualizzare non solo la morfologia dettagliata dei tessuti, ma anche gli effetti fisiologici legati al flusso sanguigno, che forniscono informazioni essenziali sulle condizioni patologiche presenti.
Un punto di forza di questa tecnologia è la rapidità con cui produce risultati. In pochi minuti è possibile ottenere immagini ad alta risoluzione, una caratteristica fondamentale in contesti clinici dove la tempestività è cruciale. Inoltre, l’assenza di radiazioni ionizzanti e di agenti di contrasto rende il metodo particolarmente sicuro, ampliandone l’uso anche in popolazioni vulnerabili come bambini o pazienti con allergie ai mezzi di contrasto.
Vantaggi del sistema di imaging a ultrasuoni e luce
Questa nuova tecnica porta numerosi benefici rispetto agli approcci tradizionali. Innanzitutto, come anticipato, consente di ottenere informazioni sia strutturali sia funzionali con un unico esame, eliminando la necessità di ricorrere a più test separati. Questo si traduce in un percorso diagnostico più semplice e meno invasivo per il paziente.
Inoltre, la risoluzione spaziale e temporale delle immagini migliorate permette di individuare anomalie anche molto piccole e precocemente. Ciò rende la tecnologia particolarmente promettente per la rilevazione precoce di tumori, dove la differenziazione dei tessuti sani da quelli malati è spesso complessa.
La capacità di monitorare il flusso sanguigno e l’attività vascolare è un altro vantaggio importante, utile per valutare lo stato di malattie neurodegenerative o il danno a nervi periferici. In questi casi, poter osservare dinamicamente la circolazione locale può fornire indizi diagnostici e informazioni sull’efficacia di trattamenti terapeutici in corso.
Applicazioni cliniche della nuova tecnica di imaging a ultrasuoni e luce
Gli sviluppatori del sistema hanno già testato il dispositivo in diversi ambiti, riuscendo a visualizzare varie parti del corpo umano con risultati estremamente promettenti. Tra le applicazioni più immediate si può citare il miglioramento nella diagnosi oncologica, dove la capacità di riconoscere modificazioni nel tessuto e nella vascolarizzazione tumore-correlata rappresenta un passo avanti significativo.
Nel campo della neurologia, la combinazione degli ultrasuoni con tecniche ottiche consente di osservare il cervello in modo più completo. Ciò aiuterà a comprendere meglio malattie come l’Alzheimer, l’ictus o traumi cranici, attraverso immagini 3D dell’attività vascolare cerebrale accompagnate da dettagli strutturali.
Un altro ambito interessante riguarda il monitoraggio delle neuropatie, condizioni che coinvolgono il danno ai nervi. La possibilità di valutare direttamente la vascolarizzazione dei nervi e i tessuti circostanti potrebbe facilitare diagnosi più precise e personalizzate.
L’assenza di radiazioni e sostanze di contrasto amplia inoltre l’impiego anche in contesti di imaging pediatrico e in pazienti fragili, rendendo la tecnica versatile e inclusiva.
Prospettive future e sviluppo della tecnologia
La ricerca continua e la miniaturizzazione degli apparati potrebbero rendere questa tecnologia sempre più accessibile e diffusa. L’implementazione in ambulatori e ospedali permetterà uno screening più efficace e una gestione clinica più precisa di molte patologie complesse.
Ulteriori studi sono in corso per affinare la risoluzione e la capacità di analisi dei dati, includendo algoritmi di intelligenza artificiale che potrebbero automatizzare l’interpretazione delle immagini e aumentare l’accuratezza diagnostica.
Nel complesso, l’unione di ultrasuoni e tecniche ottiche rappresenta un enorme passo avanti verso un imaging medico più completo, sicuro e rapido, con potenziali impatti profondi in oncologia, neurologia e molte altre aree della medicina.
Malattie autoimmuni pediatriche: efficacia delle CAR-T terapia
Bambini, Mondo saluteLe malattie autoimmuni rappresentano una sfida significativa soprattutto in età pediatrica, con patologie che spesso resistono ai trattamenti tradizionali e compromettono seriamente la qualità della vita dei piccoli pazienti. Recentemente, uno studio innovativo ha aperto nuove prospettive terapeutiche grazie all’utilizzo delle cellule CAR-T, una tecnologia avanzata nata inizialmente per la cura di alcune forme tumorali. Coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, questo studio segna una svolta nella gestione delle malattie autoimmuni nei bambini, offrendo risultati promettenti e stimolando grande interesse nel mondo medico.
L’efficacia delle cellule CAR-T nelle malattie autoimmuni pediatriche
Le cellule CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T-cells) sono linfociti T modificati geneticamente in laboratorio affinché riconoscano e distruggano specifici bersagli presenti nell’organismo. Fino ad oggi, questo tipo di terapia è stato utilizzato principalmente per trattare alcune forme di leucemia e linfomi refrattari, ma la ricerca coordinata dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha dimostrato la potenziale efficacia anche nelle patologie autoimmuni pediatriche.
L’importanza di questo studio risiede nella capacità delle cellule CAR-T di intervenire a livello immunologico, eliminando selettivamente le cellule autoreattive responsabili del danno tissutale, senza compromettere in modo esteso il sistema immunitario. A seguito del trattamento, sette bambini su otto coinvolti nello studio sono entrati in remissione completa, un risultato definito dagli esperti come straordinario e senza precedenti in ambito pediatrico.
Come funziona la terapia con cellule CAR-T nelle malattie autoimmuni
Nel contesto delle malattie autoimmuni, il sistema immunitario attacca erroneamente le cellule dell’organismo, scatenando processi infiammatori cronici e danni a vari organi. La terapia con cellule CAR-T agisce andando a modificare i linfociti T del paziente, programmati per riconoscere e distruggere specificamente i linfociti autoreattivi, ossia quelli che causano l’attacco alle cellule sane.
Questa precisione biologica permette di mantenere attivo il sistema immunitario, riducendo al minimo il rischio di effetti collaterali gravi tipici delle terapie immunosoppressive tradizionali, come aumentato rischio di infezioni o danni organici. Inoltre, la remissione osservata nei pazienti pediatrici coinvolti nello studio indica un effetto duraturo nel tempo, che potrebbe tradursi in un miglioramento sostanziale della qualità di vita.
Implicazioni future e potenzialità della terapia CAR-T
I risultati ottenuti dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù rappresentano una pietra miliare per la medicina pediatrica e la ricerca sulle malattie autoimmuni. La possibilità di sfruttare la tecnologia CAR-T per malattie non oncologiche apre infatti scenari terapeutici innovativi e ampiamente personalizzati.
Gli esperti sottolineano che, sebbene i dati siano ancora preliminari, la strada tracciata dallo studio potrebbe portare a trattamenti meno invasivi e più efficaci per una vasta gamma di malattie autoimmuni, specialmente nei bambini. La ricerca si sta già orientando a ottimizzare la sicurezza e la replicabilità del trattamento, così da renderlo accessibile a un numero crescente di pazienti.
Il ruolo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù nella ricerca
L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù si conferma ancora una volta un centro di eccellenza nella ricerca clinica internazionale. La capacità di coordinare uno studio di questo livello dimostra la centralità della struttura nel campo della medicina pediatrica, e rappresenta un trampolino di lancio per futuri sviluppi scientifici.
La collaborazione multidisciplinare tra immunologi, ematologi e genetisti ha permesso di mettere a punto un protocollo terapeutico su misura per pazienti pediatrici con malattie autoimmuni, rappresentando un esempio virtuoso di integrazione tra ricerca di base e applicazione clinica.
Perché la terapia con cellule CAR-T è una speranza per i bambini con malattie autoimmuni
Le malattie autoimmuni in età pediatrica possono avere un impatto devastante sulle funzioni corporee e sulla crescita, spesso richiedendo trattamenti invasivi, cronici e con numerosi effetti collaterali. La nuova terapia con cellule CAR-T rappresenta una speranza concreta perché è in grado di colpire selettivamente i meccanismi patologici alla radice della malattia, migliorando significativamente le prospettive di cura.
Il successo ottenuto con sette pazienti su otto in remissione completa conferma la potenzialità di un approccio che, integrando sofisticate tecnologie biologiche e medicina personalizzata, modifica radicalmente l’approccio terapeutico alle malattie autoimmuni pediatriche.
Lo studio pubblicato su Nature Medicine sarà sicuramente un punto di riferimento per ulteriori ricerche in questo ambito, rafforzando la fiducia nella terapia cellulare come frontiera avanzata della medicina per bambini affetti da malattie complesse e croniche.
Demenza e insonnia: scoperta nuova correlazione sorprendente
Mondo salute, Ricerca innovazioneNegli ultimi anni la ricerca scientifica ha messo in luce il ruolo cruciale del sonno nella salute cerebrale e nel rischio di sviluppare demenza. Un recente studio ha evidenziato come un caso su otto di demenza potrebbe essere attribuito all’insonnia, portando il sonno a essere considerato un fattore di rischio modificabile, alla stregua della perdita dell’udito e dell’ipertensione. Questo risultato apre nuovi scenari non solo nella prevenzione, ma anche nella gestione delle condizioni che interessano il declino cognitivo, stimolando una maggiore attenzione alle abitudini legate al riposo notturno.
Sonno e demenza: un legame sempre più evidente
La demenza rappresenta una delle sfide sanitarie più significative a livello globale, con milioni di persone colpite ogni anno da questa condizione che altera progressivamente le capacità cognitive, la memoria e l’autonomia. Numerosi fattori di rischio sono stati identificati, tra cui quelli non modificabili come l’età e la genetica, e quelli modificabili come il controllo della pressione arteriosa o la gestione delle malattie metaboliche.
Lo studio pubblicato recentemente ha contribuito a rafforzare il ruolo del sonno come elemento chiave nella prevenzione della demenza. L’insonnia, intesa come difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti o ridotta qualità del riposo, sembra infatti incidere in modo importante sull’insorgenza della malattia neurodegenerativa. La carenza di sonno può interferire con i meccanismi di pulizia del cervello, dovuti al sistema glinfatico, che elimina le proteine tossiche accumulate durante la veglia, come la beta-amiloide, coinvolta nello sviluppo della malattia di Alzheimer.
Il sonno come fattore di rischio modificabile
È fondamentale sottolineare che il sonno non è un fattore di rischio inevitabile o genetico, ma modificabile, ovvero su cui è possibile agire con interventi mirati. A differenza di altri fattori che magari non possono essere controllati direttamente, migliorare la qualità del sonno è una strategia concreta per ridurre il rischio di demenza. In questo senso, il sonno è equiparabile a condizioni di salute ampiamente riconosciute come rischio per le malattie cognitive, come la perdita dell’udito e l’ipertensione.
La perdita dell’udito, per esempio, è stata associata a un incremento del rischio di declino cognitivo proprio perché può ridurre la stimolazione mentale e aumentare l’isolamento sociale, condizioni che favoriscono la demenza. Analogamente, l’ipertensione determina danni vascolari che possono contribuire alla neurodegenerazione. Accostare il sonno a questi importanti fattori mette in evidenza quanto sia importante considerare il riposo notturno una priorità per la nostra salute cerebrale.
Strategie per migliorare la qualità del sonno
Saper riconoscere e intervenire sull’insonnia è quindi fondamentale per agire preventivamente contro la demenza. Esistono diverse strategie, che vanno dalla promozione di una buona igiene del sonno all’utilizzo di terapie specifiche, in grado di migliorare la durata e la qualità del riposo.
Tra le pratiche più efficaci figurano:
– Regolarità negli orari di sonno: mantenere orari fissi per andare a letto e svegliarsi aiuta a stabilizzare il ritmo circadiano e favorisce un sonno più profondo.
– Ambiente adeguato: una camera da letto silenziosa, buia e con una temperatura confortevole è fondamentale per non interrompere il sonno.
– Limitazione dell’uso di dispositivi elettronici prima di dormire: la luce blu degli schermi può interferire con la produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno.
– Evitare stimolanti: caffeina, nicotina e alcol possono compromettere la qualità del sonno se assunti nelle ore serali.
– Attività fisica regolare: l’esercizio aiuta a ridurre stress e ansia, migliorando il riposo notturno.
– Interventi medici e psicologici: in caso di insonnia cronica, terapia cognitivo-comportamentale o farmaci specifici possono essere indicati per ristabilire un sonno funzionale.
Il ruolo della prevenzione nella lotta alla demenza
Considerare il sonno come un fattore di rischio modificabile apre nuove prospettive preventive, oltre a sottolineare l’importanza di uno stile di vita sano nell’arco di tutta la vita. Prendersi cura del sonno può diventare un efficace strumento per ridurre l’impatto della demenza nelle persone anziane e migliorare la qualità della vita.
La ricerca continua a esplorare le molteplici connessioni tra i disturbi del sonno e le malattie neurodegenerative, evidenziando una relazione bidirezionale: il declino cognitivo può infatti peggiorare la qualità del sonno, creando un circolo vizioso da interrompere al più presto. Per questo motivo, screening regolari, educazione alla salute e interventi precoci rappresentano passi fondamentali per affrontare globalmente il problema della demenza.
In definitiva, adottare comportamenti corretti legati al sonno non solo contrasta l’insonnia, ma si pone come una vera e propria arma a favore della salute cerebrale, affiancandosi ad altri interventi consolidati nella prevenzione delle malattie cognitive.