Tempo di lettura: 4 minutiDa più di un decennio, medici e infermieri dell’AOU Meyer IRCCS, insieme all’associazione Annulliamo la Distanza, portano in Eritrea un percorso continuativo di formazione sulle emergenze pediatriche. Non si tratta di interventi episodici, ma di un impegno strutturale che, nel tempo, ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema sanitario del Paese. Il programma nasce su richiesta del Ministero della Sanità eritreo e rappresenta oggi, per molti professionisti locali, l’unico accesso a una preparazione completa sulla gestione del bambino critico.
L’attenzione si concentra in modo particolare su specializzandi e neolaureati, spesso destinati a lavorare anche nelle aree più remote del territorio. In un contesto in cui la disponibilità di risorse e tecnologia sanitaria è limitata, la capacità di riconoscere precocemente l’emergenza e intervenire con manovre appropriate può diventare decisiva. La formazione, in questo senso, non è soltanto un trasferimento di competenze: è un investimento sulla possibilità di salvare vite, ridurre complicanze e migliorare la qualità dell’assistenza.
PBLS ed EPALS: competenze salvavita per il bambino critico
Dalle prime missioni ad oggi, sono circa 300 i medici e gli operatori sanitari dell’Ospedale Orotta di Asmara che hanno ricevuto formazione di base e avanzata: Paediatric Basic Life Support (PBLS) ed EPALS (European Pediatric Advanced Life Support). Sono percorsi pensati per rispondere in modo efficace a situazioni di arresto cardiaco e per gestire tempestivamente i casi di bambini in condizioni critiche per insufficienza respiratoria o di circolo, con l’obiettivo di prevenire danni cerebrali e aumentare le possibilità di sopravvivenza.
La logica di questi corsi è fortemente operativa: l’addestramento su scenari simulati e manichini permette di esercitare sequenze di intervento, comunicazione di squadra e decisioni rapide, elementi fondamentali quando ogni minuto conta. In pediatria, infatti, molte emergenze evolvono rapidamente: l’ipossia può precedere l’arresto cardiaco e la tempestività dell’assistenza iniziale influisce in modo determinante sull’esito clinico. In contesti con carenze di mezzi diagnostici e terapeutici, la competenza clinica e la standardizzazione delle manovre diventano ancora più centrali.
Riferimento nazionale con oltre 30mila accessi l’anno
Secondo gli ultimi dati disponibili, l’Ospedale Orotta, unico ospedale pediatrico di riferimento della nazione, accoglie ogni anno oltre 30mila bambini provenienti da ogni angolo del Paese. Un numero che rende evidente la pressione quotidiana sui reparti e l’importanza di poter contare su personale formato a riconoscere rapidamente i segnali di gravità.
In una struttura che svolge anche funzione universitaria, l’impatto della formazione si estende oltre l’ospedale stesso: chi apprende protocolli e pratiche di emergenza può portare tali competenze nei futuri luoghi di lavoro, contribuendo a diffondere un linguaggio comune nella gestione del bambino critico. Proprio questo aspetto diventa strategico quando si pensa a territori vasti, difficili da raggiungere e con livelli di assistenza disomogenei.
Il progetto Codice Rosso: formazione nel 2025 e lavoro di squadra
Solo nel 2025, grazie al progetto Codice Rosso, cofinanziato dalla Delegazione dell’Unione Europea in Eritrea, da Annulliamo la Distanza e dalla tedesca Archemed, la formazione sulla gestione del bambino critico ha coinvolto circa 40 sanitari locali. A condurla è stato il team di professionisti volontari dell’AOU Meyer IRCCS e formatori certificati PBLS-EPALS, guidati da Francesco Mannelli, ex dirigente medico dell’azienda ospedaliera e coordinatore della missione insieme a Cristiana Benucci, medico pediatra.
Il punto non è soltanto “insegnare”, ma costruire le condizioni per rendere quella formazione replicabile e sostenibile. “Quello che cerchiamo di garantire è una didattica basata su corsi pratici, con scenari su manichini e formazione operativa. Inoltre, se da un lato il personale eritreo può contare su un livello di preparazione notevole, dall’altro deve scontrarsi quotidianamente con la carenza drammatica di risorse. Molte delle cose che potremmo includere nella formazione non hanno senso in quel contesto, perché non sono materialmente applicabili”.
Dalla formazione alle infrastrutture
La formazione, però, da sola non basta se non è accompagnata da ambienti adeguati e strumenti essenziali. In questo senso è fondamentale il contributo di Annulliamo la Distanza, che ha portato e continua a fornire sostegno agli ospedali della capitale eritrea, a partire dalla ristrutturazione del Pronto Soccorso e di vari reparti, due dei quali oggi sono in fase di conclusione.
“L’installazione di un potente impianto di depurazione a osmosi inversa, in grado di garantire acqua potabile e non a tutta l’area pediatrica dell’ospedale Orotta, insieme alla realizzazione di un impianto fotovoltaico per far fronte alla fragilità della rete elettrica, sono stati interventi complessi ma assolutamente indispensabili”. A sottolinearlo è Michele Muffi, presidente dell’associazione fiorentina che opera nel Paese da quasi trent’anni con un’unica missione: i bambini prima di tutto.
Oltre ai rilevanti interventi strutturali, l’associazione ha attrezzato i reparti con arredi, presidi, strumenti e macchinari fondamentali per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria pediatrica. “Basti pensare al circuito a muro dell’ossigeno (conclude Muffi) che fino a poco tempo fa era del tutto assente, così come gli ecografi”.
Ecografi portatili e diagnosi possibili: una nuova formazione strategica
Di recente, infatti, è partita una nuova e importante formazione sull’utilizzo dell’ecografo in ambito pediatrico. In un contesto segnato da una grave carenza di macchinari diagnostici, l’ecografia diventa uno strumento fondamentale per tentare di colmare il vuoto tecnologico e rendere possibili valutazioni cliniche altrimenti irraggiungibili.
“Un altro cambiamento reale è stato l’introduzione degli ecografi portatili”, aggiunge Benucci. “La radiologia, per come possiamo immaginarla noi, non esiste in quel contesto. Fare una TAC è molto difficile e questo tipo di strumenti diagnostici viene usato solo in rari casi. La disponibilità di ecografi portatili e la formazione sul loro utilizzo in ambito pediatrico permette la formulazione di diagnosi diversamente impossibili da ottenere”.
Resta però una sfida cruciale: garantire la fornitura costante del materiale consumabile e l’assistenza tecnica in caso di guasto. Aspetti di cui si fa carico Annulliamo la Distanza, grazie alla presenza sempre più frequente sul campo di un responsabile tecnico e alla possibilità di affidarsi quotidianamente a referenti locali. “A volte — conclude Muffi — risolvere problemi apparentemente banali può rivelarsi estremamente complesso. Basti pensare che la gran parte dei macchinari e dei materiali forniti all’ospedale Orotta non è reperibile in loco e deve quindi essere acquistata in Italia e spedita via container. Anche sotto questo profilo, la nostra lunga esperienza ci consente di operare in modo efficace, ottimizzando, per quanto possibile, tempi e processi”.
Annulliamo la Distanza: una storia con i bambini al centro
Annulliamo la Distanza è una organizzazione di volontariato nata ufficialmente a Firenze nel 1997, quando un gruppo di amici decide di intervenire in prima persona nel sostegno e nella cura di alcuni bambini già da tempo adottati a distanza. Da allora, con un impegno crescente e sempre più incisivo, l’associazione è in prima linea nella lotta contro la fame, le malattie e i gravi disagi che minacciano il futuro dei bambini in ogni parte del mondo.
Oltre alla collaborazione con l’Eritrea, che non è mai venuta meno, l’associazione ha progetti attivi in Cambogia, Albania, Kenya e Italia. La missione è racchiusa in cinque parole: i bambini prima di tutto. È, nelle intenzioni e nelle azioni, la strada indicata per ridurre il divario tra Paesi poveri e ricchi, per “annullare la distanza” fra le diverse anime del pianeta, trasformando la solidarietà in competenze, infrastrutture e opportunità di cura.
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PreSa Weekly – 20 Febbraio 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Chips di verdura: merenda e aperitivo sani e gustosi
Alimentazione, Mondo saluteNegli ultimi anni, sui social network è esplosa una vera e propria moda legata alle chips di verdura. Questi snack colorati e croccanti sono diventati protagonisti di foto e video, promossi come un’alternativa più sana alle classiche patatine in busta.
Chips di verdura: un’alternativa gustosa alle patatine tradizionali
Le chips di verdura vengono proposte come uno snack leggero, appetitoso e a base di ingredienti considerati più naturali rispetto alle patatine fritte classiche. Solitamente realizzate con verdure come carote, barbabietole, patate dolci, zucchine o cavolfiore, queste chips sono spesso disidratate o cotte al forno anziché fritte in olio abbondante. Questa differenza di preparazione è uno degli elementi che le rende attraenti per chi cerca di limitare l’assunzione di grassi e calorie pur non rinunciando al piacere di uno spuntino croccante.
La varietà di colori che contraddistingue queste chips è legata alla presenza di pigmenti naturali, come il betacarotene nelle carote o gli antociani nelle barbabietole, che aggiungono non solo appeal visivo ma anche benefici nutrizionali, dal momento che spesso contengono antiossidanti utili per contrastare lo stress ossidativo.
Le caratteristiche nutrizionali delle chips di verdura
È importante sapere però che, nonostante siano spesso percepite come più salutari, le chips di verdura non sono un alimento completamente privo di criticità. Lavorazione e cottura possono influire significativamente sulla composizione nutrizionale. Per esempio, alcuni prodotti industriali utilizzano olio per la cottura, che aumenta il contenuto di grassi e calorie. Inoltre, possono essere aggiunti sale, conservanti o aromi che ne modificano il profilo nutrizionale e che vanno tenuti sotto controllo soprattutto per chi ha particolari esigenze alimentari.
L’aspetto positivo è che, a differenza delle patatine tradizionali fritte, le chips di verdura contengono fibre derivanti dalla materia prima e vitamine termolabili come la vitamina C, sebbene spesso una parte venga persa nel processo di asciugatura o forno. Laddove la cottura sia più blanda, la conservazione delle proprietà nutritive è maggiore, facendo delle chips di verdura un’opzione che con le dovute attenzioni può integrare con maggiore valore una dieta equilibrata.
Come scegliere le chips di verdura più sane
Non basta affidarsi esclusivamente all’etichetta “chips di verdura” per individuare uno snack sano. La scelta consapevole deve partire dalla lettura degli ingredienti: preferire prodotti con pochi ingredienti, senza oli idrogenati, senza additivi chimici e con un contenuto moderato di sale. Un’altra raccomandazione utile è quella di prediligere prodotti con metodi di cottura leggeri, come la cottura al forno o la disidratazione a bassa temperatura.
Un’alternativa ancora più valida è preparare le chips di verdura in casa, utilizzando verdure fresche e controllando il tipo e la quantità di olio impiegato. In questo modo si ha la certezza della qualità delle materie prime e si riducono gli ingredienti “nascosti” che spesso si trovano negli snack confezionati.
L’impatto della moda social sulla percezione delle chips di verdura
Il fenomeno delle chips di verdura è anche un esempio esplicito di come i social influenzino le scelte alimentari. La presentazione esteticamente accattivante e la promozione da parte di influencer e food blogger contribuiscono a diffondere rapidamente l’idea che questi snack siano la risposta definitiva a un consumo più sano di merende e aperitivi. Tuttavia, è fondamentale mantenere un approccio critico e informato: non tutte le chips di verdura sono uguali, e consumarle senza limiti o senza prestare attenzione alle informazioni nutrizionali può vanificare i potenziali benefici.
Questa nuova abitudine rappresenta quindi un passo interessante verso scelte alimentari più consapevoli, ma non può sostituire l’importanza di un’alimentazione varia ed equilibrata, ricca di frutta, verdura fresca e prodotti integrali. Le chips di verdura possono arricchire occasioni sociali o momenti di relax con un tocco di gusto e colore, ma restano uno snack da consumare con moderazione e attenzione.
Olfatto e salute del cuore: un legame sorprendente da scoprire
Benessere, Mondo saluteL’olfatto come sentinella della salute del cuore rappresenta una delle frontiere più affascinanti della medicina preventiva. Recenti studi scientifici hanno messo in luce un legame significativo tra la perdita della capacità olfattiva e l’aumento del rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. Questa scoperta apre nuovi scenari nella prevenzione delle malattie cardiache, suggerendo che il semplice monitoraggio di un senso spesso sottovalutato possa fornire indicazioni preziose sullo stato di salute del cuore.
L’anosmia e il suo ruolo nella prevenzione cardiovascolare
L’anosmia, ovvero la perdita totale o parziale dell’olfatto, è una condizione che può derivare da diversi fattori, come infezioni virali, traumi, o patologie neurologiche. Tuttavia, recenti evidenze scientifiche indicano che la sua comparsa potrebbe essere anche un segnale precoce di alterazioni vascolari e metaboliche legate a malattie cardiache. Lo studio riportato dall’ANSA descrive come pazienti con difficoltà olfattive presentino un rischio maggiore di sviluppare disturbi cardiovascolari, suggerendo un collegamento diretto che va oltre il semplice episodio isolato.
Dal punto di vista fisiopatologico, l’anosmia può riflettere un danneggiamento a livello dei vasi sanguigni cerebrali o una compromissione della microcircolazione, che sono spesso precursori di problemi cardiaci. La ridotta capacità olfattiva, pertanto, non solo influisce sulla qualità della vita, ma può anche rappresentare un campanello d’allarme importante per i medici nella diagnosi precoce di malattie cardiovascolari.
Perché monitorare l’olfatto può essere cruciale per la salute del cuore
L’olfatto svolge un ruolo ben più importante di quanto si pensi nel nostro organismo, influenzando aspetti che spaziano dal comportamento alimentare alla percezione ambientale. Quando questa funzione viene meno, può indicare un peggioramento dello stato di salute generale e, secondo alcune ricerche, essere correlata a un aumento della mortalità cardiovascolare. Questo rende il test dell’olfatto un semplice ma potente strumento di screening.
In ambito clinico, valutare rapidamente e periodicamente la capacità olfattiva potrebbe aiutare a individuare pazienti a rischio elevato, in particolare quelli asintomatici. Ad esempio, persone con diabete, ipertensione o colesterolo alto potrebbero beneficiare di un monitoraggio olfattivo per implementare efficacemente strategie preventive. Inoltre, poiché l’olfatto tende a diminuire con l’avanzare dell’età, il controllo regolare potrebbe guidare interventi precoci, riducendo così l’incidenza di eventi cardiovascolari gravi.
Aspetti pratici e ulteriori sviluppi della ricerca sull’olfatto e cuore
La misurazione della funzionalità olfattiva, semplice e non invasiva, può avvenire mediante test standardizzati che valutano la capacità di riconoscere vari odori comuni. Questi test potrebbero diventare parte integrante delle visite mediche di routine, soprattutto in soggetti ad alto rischio cardiovascolare o in età avanzata.
La ricerca continua a esplorare il collegamento tra anosmia e malattie cardiache per comprendere meglio i meccanismi sottostanti e sviluppare nuovi approcci diagnostici. Alcuni studi suggeriscono che le condizioni infiammatorie croniche o lo stress ossidativo possano danneggiare sia i recettori olfattivi che il sistema cardiovascolare, spiegando così l’associazione osservata. Capire tali processi permetterà di affinare le strategie di prevenzione e cura, sfruttando l’olfatto come indicatore precoce di malattie sistemiche.
L’integrazione dell’olfatto nella gestione della salute cardiovascolare
Integrare la valutazione dell’olfatto nel percorso diagnostico e preventivo delle malattie cardiovascolari potrebbe rivoluzionare il modo in cui si affrontano queste patologie. Medici di base, cardiologi e specialisti della salute potrebbero confrontarsi per includere questa semplice osservazione nelle visite periodiche, aiutando a individuare segnali non evidenti e avviare tempestivamente controlli e trattamenti specifici.
Inoltre, l’educazione della popolazione sull’importanza del senso dell’olfatto e sull’eventuale significato della sua perdita potrebbe aumentare la consapevolezza riguardo ai fattori di rischio cardiovascolare. Campagne informative e programmi di screening dedicati potrebbero stimolare un approccio più attento e proattivo verso la prevenzione.
In conclusione, il ruolo dell’olfatto come sentinella della salute del cuore rappresenta un ambito emergente che unisce neurologia, cardiologia e medicina preventiva, offrendo nuove opportunità per tutelare la salute attraverso un semplice ma efficace esame sensoriale.
Obesità e cuore: lo studio SELECT riduce il rischio cardiovascolare
News, NotizieL’evento di presentazione dello studio condotto dal Ceis della facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata di Roma ha messo in luce una cornice istituzionale chiara, tra legislazione e un cambio di paradigma. Lo studio, coordinato da Paolo Sciattella, ricercatore del Ceis, si basa sui risultati del trial SELECT — primo studio sugli esiti cardiovascolari (CVOT) specificamente dedicato alla riduzione del rischio cardiovascolare nei pazienti con obesità. Ed è stato proprio Paolo Sciattella ad evidenziare come l’obesità sia una condizione di alto impatto per la vita del paziente, per il Servizio sanitario nazionale e il sistema sociale con un peso di «oltre 13 miliardi di euro, di curi 6,6 legati a malattie cardiovascolari». Lo studio evidenzia che, solo per le ospedalizzazioni, «ogni anno in Italia 330.000 mila pazienti vengono ricoverati con un impatto sul Servizio sanitario nazionale in termini di spesa ospedaliera di 2 miliardi di euro».
Sul versante politico-istituzionale, Roberto Pella, Deputato e Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e Malattie Croniche non Trasmissibili, ha spiegato che «l’Italia si è dotata della prima legge al mondo per la prevenzione e la cura dell’obesità, riconoscendola come malattia progressiva e recidivante». È una formulazione che sottolinea una svolta culturale: l’obesità non come semplice fattore di rischio o responsabilità individuale, ma come patologia che richiede presa in carico, continuità assistenziale e strumenti dedicati. «Ogni cittadino deve poter contare su una parità di trattamento, indipendentemente dal tenore di vita e dal reddito. Dovremo prendere spunto da paesi che stanno affrontando questa situazione in maniera sistematica. Prevenire significa curare», ha aggiunto Pella.
Sulla stessa linea, Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e Professore Emerito di Endocrinologia presso l’Università La Sapienza di Roma, ha evidenziato che «il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, complessa e multifattoriale rappresenta un traguardo storico che colloca l’Italia all’avanguardia». Lenzi ha aggiunto che ora è «fondamentale proseguire nel percorso avviato, dotandosi di strumenti adeguati alla complessità della patologia» per garantire «la stessa dignità clinica e assistenziale riconosciuta ad altre patologie croniche». Il punto, in questa lettura, è l’equità: riconoscere e trattare l’obesità con la stessa strutturazione organizzativa riservata ad altre malattie croniche.
Nel dibattito scientifico e clinico richiamato durante l’evento, un passaggio decisivo riguarda l’evidenza sui grandi esiti cardiovascolari. Pasquale Perrone Filardi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia AOU Federico II di Napoli, ha spiegato che «lo studio SELECT è stato il primo studio CVOT dedicato alla riduzione di eventi cardiovascolari maggiori in pazienti con obesità», e che ha dimostrato la «superiorità rispetto all’attuale standard di terapia in termini di efficacia e sicurezza di semaglutide nella riduzione del rischio di Mace» in più di 17.000 pazienti con obesità o in sovrappeso e malattia cardiovascolare accertata, non diabetici. Il riferimento alla popolazione non diabetica chiarisce l’ambizione: intervenire sul rischio cardiovascolare in un’area dove, per anni, il focus è stato più spesso sul diabete.
Paolo Sbraccia, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna – Centro Medico dell’Obesità, Policlinico Universitario “Tor Vergata”, ha concluso in modo netto: «L’obesità è una malattia cronica, multifattoriale e associata allo sviluppo di moltissime altre malattie croniche non trasmissibili, come tumori, malattie renali e del fegato, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari, principale causa di morte nel nostro Paese». Sbraccia ha poi indicato che «farmaci in grado di ridurre il rischio cardiovascolare, come semaglutide 2,4 mg, rappresentano strategie terapeutiche essenziali», perché «non agiscono solo sul peso, ma sono efficaci nel ridurre le ospedalizzazioni, migliorare gli esiti clinici e limitare l’insorgere di eventi fatali» in una popolazione ad alto rischio.
Obesità, come migliorare lo stile di vita e risparmiare 550milioni
News, Economia sanitaria, PrevenzioneIn Italia l’obesità riguarda circa 6 milioni di persone, pari all’11,8 per cento degli adulti. Un dato che descrive una condizione molto diffusa e che, oltre all’impatto sulla qualità di vita, si intreccia con una delle aree più critiche per la salute pubblica: le malattie cardiovascolari, tra le principali e più gravi complicanze nelle persone con obesità. Il legame tra eccesso di peso, rischio cardiometabolico e fragilità clinica non è soltanto un tema medico, ma anche un nodo economico e organizzativo per il Servizio sanitario nazionale.
È in questo quadro che si inserisce la stima secondo cui, agendo in modo efficace con interventi sullo stile di vita e con trattamenti farmacologici in grado di ridurre gli eventi cardiovascolari, si potrebbero risparmiare fino a 550 milioni di euro nell’arco di due anni. La proiezione emerge dallo studio condotto dal Ceis della facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata di Roma, presentato all’evento “Obesità e salute cardiovascolare”, realizzato con il contributo non condizionante di Novo Nordisk e ospitato a Palazzo Baldassini a Roma, martedì 17 febbraio.
Il lavoro del Ceis: ridurre gli eventi cardiovascolari per liberare risorse
Lo studio, coordinato da Paolo Sciattella, ricercatore del Ceis, parte da un presupposto tanto semplice quanto impegnativo da tradurre in pratica: se si riescono a prevenire o ridurre gli eventi cardiovascolari avversi maggiori, diminuiscono ricoveri, riacutizzazioni e necessità di assistenza intensiva e prolungata. Questo può tradursi, nel breve periodo, in un impatto economico misurabile, perché una parte rilevante della spesa sanitaria è assorbita proprio dagli esiti clinici più gravi.
La base scientifica richiamata nel lavoro è rappresentata dai risultati del trial SELECT, indicato come il primo studio sugli esiti cardiovascolari (CVOT) specificamente dedicato alla riduzione del rischio cardiovascolare in pazienti con obesità. In altre parole, non si parla soltanto di perdita di peso come obiettivo in sé, ma di un possibile spostamento del rischio di infarto, ictus e morte cardiovascolare in una popolazione che parte da una vulnerabilità più alta.
Mace e ospedalizzazioni: numeri che descrivono la pressione sul sistema
Nel periodo 2015-2019, in Italia si stimano 1,4 milioni di pazienti ospedalizzati per Mace, cioè eventi cardiovascolari avversi maggiori, con una spesa annua media di 2 miliardi a carico del Servizio sanitario nazionale. I Mace comprendono infarto miocardico non fatale, ictus non fatale e morte per cause cardiovascolari: eventi che cambiano radicalmente la traiettoria clinica di una persona e che richiedono percorsi di cura complessi, tra acuzie, riabilitazione e prevenzione secondaria.
L’incidenza di questi eventi risulta maggiore nella popolazione con obesità: il rischio di insorgenza viene indicato tra il 67 e l’85 per cento, rispetto alle persone in sovrappeso, per le quali il rischio è stimato tra il 21 e il 32 per cento. In Italia, inoltre, è sovrappeso il 34 per cento della popolazione, un dato che amplia ulteriormente il perimetro della prevenzione e rende evidente come il tema non possa essere confinato a nicchie specialistiche.
C’è poi un altro indicatore che fotografa la fragilità clinica e l’impatto organizzativo: a un mese dal primo ricovero per Mace, le persone con obesità tornano in ospedale con una frequenza 1,4 volte superiore rispetto ai pazienti in sovrappeso. Questo significa più riammissioni, maggiore probabilità di complicanze, bisogno di follow-up ravvicinati e, spesso, un carico crescente per famiglie e servizi territoriali.
Il costo diretto dell’obesità: quando il cuore pesa più di tutto
I numeri riportati richiamano un punto centrale: le malattie cardiovascolari assorbono circa l’85 per cento, pari a 6,6 miliardi di euro, dei costi diretti legati all’obesità. È una quota dominante, che spiega perché l’attenzione si concentri sugli eventi maggiori e sulle strategie capaci di ridurli. Quando il peso economico è così sbilanciato verso l’area cardiovascolare, ogni intervento che riesca a prevenire un infarto o un ictus non produce solo un beneficio individuale, ma ha ricadute immediate sulla sostenibilità del sistema.
In questo senso, la stima di risparmi fino a 550 milioni in due anni si colloca come un possibile “dividendo” sanitario: non un taglio lineare della spesa, ma una conseguenza della riduzione di eventi ad alto costo e ad alto impatto clinico, con potenziale riduzione delle giornate di degenza, delle procedure, dei farmaci in urgenza e del carico di riabilitazione e assistenza successiva.
La sfida adesso: prevenzione, percorsi e accesso alle cure
Il messaggio che emerge, tra dati economici e clinici, è che la riduzione degli eventi cardiovascolari nelle persone con obesità può diventare un obiettivo misurabile e, in prospettiva, un indicatore di efficacia delle politiche sanitarie. Interventi sullo stile di vita e terapie farmacologiche vengono presentati come strumenti complementari: la prevenzione comportamentale resta essenziale, ma l’evoluzione delle evidenze cliniche spinge a considerare anche terapie capaci di incidere sugli esiti maggiori.
In un Paese in cui milioni di persone convivono con l’obesità e una quota ancora più ampia è in sovrappeso, la partita non riguarda soltanto il singolo trattamento, ma l’organizzazione di percorsi integrati tra medicina generale, specialisti, centri dedicati, cardiologia e servizi territoriali. Ridurre riammissioni, complicanze e mortalità significa anche costruire continuità di cura, intercettare precocemente i pazienti più a rischio e rendere accessibili gli strumenti che la scienza e le istituzioni indicano come necessari.
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Il Meyer e Annulliamo la Distanza rafforzano le emergenze pediatriche in Eritrea
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Dalle prime missioni ad oggi, sono circa 300 i medici e gli operatori sanitari dell’Ospedale Orotta di Asmara che hanno ricevuto formazione di base e avanzata: Paediatric Basic Life Support (PBLS) ed EPALS (European Pediatric Advanced Life Support). Sono percorsi pensati per rispondere in modo efficace a situazioni di arresto cardiaco e per gestire tempestivamente i casi di bambini in condizioni critiche per insufficienza respiratoria o di circolo, con l’obiettivo di prevenire danni cerebrali e aumentare le possibilità di sopravvivenza.
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Solo nel 2025, grazie al progetto Codice Rosso, cofinanziato dalla Delegazione dell’Unione Europea in Eritrea, da Annulliamo la Distanza e dalla tedesca Archemed, la formazione sulla gestione del bambino critico ha coinvolto circa 40 sanitari locali. A condurla è stato il team di professionisti volontari dell’AOU Meyer IRCCS e formatori certificati PBLS-EPALS, guidati da Francesco Mannelli, ex dirigente medico dell’azienda ospedaliera e coordinatore della missione insieme a Cristiana Benucci, medico pediatra.
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Resta però una sfida cruciale: garantire la fornitura costante del materiale consumabile e l’assistenza tecnica in caso di guasto. Aspetti di cui si fa carico Annulliamo la Distanza, grazie alla presenza sempre più frequente sul campo di un responsabile tecnico e alla possibilità di affidarsi quotidianamente a referenti locali. “A volte — conclude Muffi — risolvere problemi apparentemente banali può rivelarsi estremamente complesso. Basti pensare che la gran parte dei macchinari e dei materiali forniti all’ospedale Orotta non è reperibile in loco e deve quindi essere acquistata in Italia e spedita via container. Anche sotto questo profilo, la nostra lunga esperienza ci consente di operare in modo efficace, ottimizzando, per quanto possibile, tempi e processi”.
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Annulliamo la Distanza è una organizzazione di volontariato nata ufficialmente a Firenze nel 1997, quando un gruppo di amici decide di intervenire in prima persona nel sostegno e nella cura di alcuni bambini già da tempo adottati a distanza. Da allora, con un impegno crescente e sempre più incisivo, l’associazione è in prima linea nella lotta contro la fame, le malattie e i gravi disagi che minacciano il futuro dei bambini in ogni parte del mondo.
Oltre alla collaborazione con l’Eritrea, che non è mai venuta meno, l’associazione ha progetti attivi in Cambogia, Albania, Kenya e Italia. La missione è racchiusa in cinque parole: i bambini prima di tutto. È, nelle intenzioni e nelle azioni, la strada indicata per ridurre il divario tra Paesi poveri e ricchi, per “annullare la distanza” fra le diverse anime del pianeta, trasformando la solidarietà in competenze, infrastrutture e opportunità di cura.
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Sonno e salute: dormire bene protegge mente, cuore e metabolismo
Alimentazione, News, Stili di vitaC’è un tema di salute che riguarda praticamente tutti, ogni giorno, e che negli ultimi anni ha guadagnato attenzione perché incide su benessere fisico, equilibrio emotivo e qualità della vita: il sonno. Non è soltanto una pausa. È un processo biologico attivo, durante il quale l’organismo “ripara”, riorganizza e regola funzioni cruciali. Eppure, nella routine moderna, il sonno è spesso la prima cosa che si sacrifica: orari irregolari, schermi accesi fino a tardi, stress, turni di lavoro e abitudini sociali possono ridurre durata e qualità del riposo, con effetti che non si limitano alla stanchezza.
Che cosa succede davvero mentre si dorme
Durante la notte il corpo attraversa cicli composti da fasi diverse: alcune più leggere, altre più profonde, e la fase REM, legata anche all’attività onirica. In queste fasi cambiano ritmo cardiaco, respirazione, attività cerebrale e tono muscolare. È in questo alternarsi che l’organismo riesce a consolidare ricordi e apprendimenti, modulare le emozioni, regolare ormoni e ripristinare energie. Il sonno profondo, in particolare, è associato a processi di recupero fisico e a una “manutenzione” delle funzioni fisiologiche; la fase REM sembra importante per l’elaborazione emotiva e per alcuni aspetti della memoria.
Un dettaglio spesso ignorato è che dormire non significa “spegnersi”: il cervello lavora, seleziona informazioni, rinforza connessioni, e contribuisce a mantenere efficiente un sistema di pulizia e smaltimento di sostanze di scarto che si attiva soprattutto nelle ore notturne. In altre parole, il sonno è una parte integrante della salute, non un tempo perso.
Sonno e salute mentale: l’equilibrio emotivo passa anche dal cuscino
La relazione tra sonno e salute mentale è strettissima e bidirezionale. Quando si dorme poco o male, aumenta la reattività allo stress, si riduce la tolleranza alla frustrazione e diventa più difficile gestire le emozioni. Il giorno dopo possono comparire irritabilità, calo di motivazione, difficoltà di concentrazione e una sensazione di “testa annebbiata”. Se la privazione di sonno si prolunga, l’impatto può essere più profondo: la qualità del riposo è collegata al rischio e all’andamento di disturbi dell’umore e d’ansia, e può influenzare la capacità di recuperare dopo periodi impegnativi.
Non va trascurato un aspetto molto concreto: dormire male può far percepire più intensamente i problemi quotidiani. Una stessa difficoltà, affrontata dopo una notte riposante, spesso appare più gestibile. Questo non significa che il sonno “risolva” tutto, ma che mette l’organismo nelle condizioni migliori per reagire con lucidità.
Cuore e pressione: perché il sonno è un alleato cardiovascolare
Durante la notte, in condizioni ideali, pressione arteriosa e frequenza cardiaca tendono a ridursi. È un “raffreddamento” fisiologico che dà tregua al sistema cardiovascolare. Quando il sonno è insufficiente o frammentato, questo beneficio può attenuarsi: il corpo rimane più a lungo in una condizione di attivazione, con un aumento degli ormoni dello stress e una regolazione meno efficiente della pressione. Nel tempo, la combinazione di notti corte, risvegli frequenti e stress cronico può contribuire a un profilo di rischio meno favorevole per cuore e vasi.
Anche il russamento importante e le pause respiratorie notturne non vanno banalizzate: in alcuni casi possono indicare disturbi del sonno che meritano attenzione medica, perché incidono sull’ossigenazione e possono avere ripercussioni sulla salute generale.
Metabolismo, peso e fame: quando la stanchezza fa cambiare appetito
Una delle conseguenze più diffuse del sonno scarso riguarda il metabolismo. Dormire poco altera l’equilibrio di ormoni che regolano fame e sazietà: spesso aumenta la tendenza a cercare cibi più calorici, ricchi di zuccheri o grassi, e diminuisce la capacità di fermarsi al momento giusto. A questo si aggiunge un fatto semplice: più ore svegli significano più occasioni di mangiare, specialmente la sera, quando si è stanchi e meno inclini a scelte ponderate.
Inoltre, la privazione di sonno può ridurre l’efficienza con cui l’organismo gestisce gli zuccheri nel sangue. Non si tratta di un automatismo uguale per tutti, ma è un tassello importante per comprendere perché il sonno sia spesso coinvolto nei percorsi di prevenzione e benessere metabolico.
Immunità e infiammazione: il riposo come “regolatore” interno
Il sistema immunitario risponde anche al ritmo sonno-veglia. Un riposo adeguato sostiene la capacità dell’organismo di reagire agli agenti esterni e di coordinare le risposte infiammatorie. Al contrario, notti troppo brevi o di scarsa qualità possono lasciare una sensazione di vulnerabilità: ci si ammala più facilmente o si recupera con maggiore lentezza. Questo non significa che una singola notte insonne sia un disastro, ma che la continuità, nel tempo, conta.
Quanto dormire e come capire se il sonno è “buono”
Per la maggior parte degli adulti, una fascia spesso indicata come favorevole è tra 7 e 9 ore per notte, ma la variabilità individuale esiste. La domanda chiave è un’altra: al risveglio ci si sente riposati? Durante il giorno serve molta caffeina per funzionare? Ci si addormenta facilmente in situazioni tranquille? Sono segnali utili per orientarsi.
La qualità del sonno non dipende solo dalla durata, ma anche dalla continuità e dalla regolarità. Addormentarsi rapidamente non è sempre sinonimo di buon sonno: a volte indica un debito di riposo. Risvegli frequenti, sonno leggero, o risveglio troppo precoce possono essere campanelli d’allarme, soprattutto se persistono.
Igiene del sonno: abitudini semplici che possono fare la differenza
Migliorare il sonno non richiede sempre interventi complessi. Spesso il punto di partenza è la coerenza: orari simili per andare a letto e svegliarsi, anche nei fine settimana, aiutano a stabilizzare il ritmo circadiano. La luce è un regolatore potente: esporsi alla luce naturale al mattino e ridurre la luce intensa la sera può facilitare l’addormentamento.
Anche l’ambiente conta: camera buia, silenziosa e fresca; letto associato al riposo e non a ore di lavoro o scorrimento continuo sul telefono; routine serale tranquilla con attività rilassanti. Caffeina e alcol meritano attenzione: la caffeina può interferire anche molte ore dopo l’assunzione; l’alcol può dare sonnolenza iniziale ma peggiorare la qualità del sonno e aumentare i risvegli.
Infine, il movimento regolare è spesso un alleato, purché non troppo vicino all’orario di coricarsi per chi è particolarmente sensibile. Se però insonnia, risvegli notturni o sonnolenza diurna sono frequenti e invalidanti, è opportuno parlarne con un medico: esistono disturbi del sonno specifici e strategie efficaci, anche non farmacologiche, per affrontarli.
Un investimento quotidiano, non un lusso
Il sonno non è un premio da concedersi quando “avanza tempo”. È una base biologica che sostiene attenzione, umore, appetito, pressione, immunità e performance quotidiana. In un’epoca in cui si misura tutto in produttività, riscoprire il valore del riposo significa proteggere la salute con un gesto apparentemente semplice: mettere il sonno tra le priorità.
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News, Adolescenti, Bambini, NotizieCardiomiopatia dilatativa: cause, sintomi e trattamenti chiave
Bambini, Mondo saluteLa cardiomiopatia dilatativa nei bambini rappresenta una delle patologie cardiache più complesse e gravi, con ripercussioni significative sulla qualità della vita e una gestione medica spesso impegnativa. Questo disturbo colpisce la struttura e la funzione del cuore, in particolare del ventricolo sinistro, causando difficoltà nel mantenere un adeguato flusso sanguigno nell’organismo.
Cardiomiopatia dilatativa: cos’è e come colpisce il cuore dei bambini
La cardiomiopatia dilatativa è una malattia che interessa il muscolo cardiaco portando al suo progressivo indebolimento e all’aumento delle dimensioni del ventricolo sinistro. Questa dilatazione, che rende la parete del cuore più sottile e meno efficiente, compromette la capacità del cuore di contrarsi in modo efficace. Di conseguenza, il ventricolo sinistro non riesce più a pompare il sangue con la forza necessaria a garantire una corretta circolazione attraverso l’aorta, il vaso principale che distribuisce il sangue ossigenato in tutto l’organismo.
Nei bambini, questa condizione può manifestarsi con sintomi più o meno evidenti, tra cui affaticamento, difficoltà respiratorie, pallore, problemi di crescita e gonfiore agli arti. Spesso, però, la diagnosi avviene in seguito a controlli specialistici o a indagini strumentali come l’ecocardiogramma, fondamentale per valutare la funzionalità cardiaca e la dilatazione del ventricolo sinistro.
Cause e fattori di rischio della cardiomiopatia dilatativa nei bambini
Le cause della cardiomiopatia dilatativa nei bambini possono essere diverse e non sempre facili da identificare. Può derivare da mutazioni genetiche che influenzano la struttura del muscolo cardiaco, da infezioni virali che danneggiano il tessuto cardiaco (miocarditi), da intossicazioni o da altre malattie metaboliche e infiammatorie. In alcuni casi, la patologia si manifesta senza una causa evidente, definendo forme idiopatiche.
Tra i fattori di rischio più comuni sono da considerare una storia familiare di cardiomiopatia, infezioni cardiache pregresse o condizioni che predispongono a malfunzionamenti del cuore. È fondamentale, quindi, un monitoraggio regolare e una diagnosi tempestiva per avviare trattamenti efficaci e limitare i danni.
Trattamenti e gestione della cardiomiopatia dilatativa in età pediatrica
La terapia della cardiomiopatia dilatativa nei bambini si basa su un approccio multidisciplinare e personalizzato, mirato a migliorare la funzione cardiaca e prevenire le complicanze più gravi. I trattamenti farmacologici comprendono l’uso di farmaci inotropi per sostenere la contrazione del cuore, di diuretici per ridurre l’accumulo di liquidi e di altri medicinali che aiutano a regolare la pressione e la frequenza cardiaca.
Inoltre, è fondamentale adottare uno stile di vita adeguato, con controlli periodici e, nei casi meno gravi, un’attività fisica moderata sotto supervisione medica.
Quando la funzione del ventricolo sinistro è gravemente compromessa e le terapie farmacologiche non sono più sufficienti a mantenere una buona qualità di vita, si valuta l’indicazione al trapianto cardiaco. Questa procedura è particolarmente indicata nei bambini oltre il primo anno di età con insufficienza cardiaca irreversibile. Il trapianto rappresenta spesso l’unica soluzione per garantire una buona sopravvivenza e un ritorno a una vita più attiva e normale.
L’importanza della diagnosi precoce e del supporto alle famiglie
La gestione della cardiomiopatia dilatativa nei bambini non si limita alla terapia medica e chirurgica, ma coinvolge anche un sostegno psicologico e sociale per le famiglie. La diagnosi precoce è infatti cruciale per rallentare la progressione della malattia e per preparare genitori e bambini alle varie fasi del percorso terapeutico.
Centri specializzati e gruppi di supporto forniscono un aiuto indispensabile per affrontare la complessità della malattia, favorendo un confronto e una condivisione di informazioni tra le famiglie e i professionisti.
In conclusione, la cardiomiopatia dilatativa rappresenta una sfida significativa nell’ambito della pediatria cardiologica, ma grazie ai progressi nella diagnosi, nella terapia e nei trapianti cardiaci, le prospettive di cura e di qualità della vita per i bambini affetti sono oggi più promettenti.
L’importanza degli aspetti relazionali nella cura oncologica: un approccio umano oltre la medicina
Medicina Sociale, Mondo salute, PsicologiaNel panorama della cura oncologica, la competenza tecnica e la conoscenza scientifica rappresentano senza dubbio pilastri fondamentali. Tuttavia, un’indagine recente pubblicata su «The Lancet» mette in luce un elemento spesso trascurato ma cruciale: il valore degli aspetti relazionali tra medico e paziente. Questo richiamo sottolinea come l’umanizzazione della cura possa influenzare in modo significativo il percorso terapeutico, migliorando l’esperienza del paziente e, in molti casi, i risultati clinici.
Il contesto oncologico spesso si configura come un momento difficile e delicato per chi affronta la malattia. È in queste situazioni che il comportamento dei singoli operatori sanitari, soprattutto oncologi, può fare la differenza. Accoglienza, comunicazione efficace e vicinanza non sono semplici dettagli accessori, ma elementi che completano e rafforzano l’atto medico stesso.
L’umanizzazione della cura oncologica: un bisogno urgente
La malattia oncologica non colpisce solo il corpo, ma anche la sfera emotiva e psicologica del paziente. Spesso, la diagnosi comporta una serie di reazioni complesse, tra cui paura, ansia e senso di solitudine. In questo contesto, la relazione con il medico assume un ruolo terapeutico che va ben oltre la somministrazione di farmaci o trattamenti.
L’umanizzazione della cura nasce quindi come risposta a una necessità: quella di riconoscere il paziente nella sua interezza, con le sue emozioni, i suoi dubbi e le sue paure. Significa sviluppare un approccio che integra competenze scientifiche e sensibilità relazionale, valorizzando l’ascolto attivo e la comunicazione chiara e compassionevole.
L’impatto delle competenze relazionali nel trattamento dei tumori
Secondo lo studio riportato da «The Lancet», gli aspetti relazionali nel campo oncologico possono contribuire in maniera significativa all’efficacia della cura. Un atteggiamento empatico e una comunicazione trasparente migliorano l’aderenza alle terapie, riducono lo stress del paziente e facilitano la costruzione di un rapporto di fiducia con l’équipe medica.
In particolare, l’accoglienza rappresenta il primo passo per creare un ambiente in cui il paziente si senta sicuro e rispettato. Un medico che sa mettersi nei panni del malato e che risponde con attenzione alle sue domande contribuisce a ridurre il senso di isolamento e vulnerabilità tipico di chi affronta la malattia.
Allo stesso modo, la chiarezza nelle informazioni fornite è fondamentale per un percorso condiviso di cura. Spiegare le fasi del trattamento, i possibili effetti collaterali e le prospettive future permette al paziente di sentirsi parte attiva delle decisioni, aumentando così la motivazione e la collaborazione.
La scuola di umanizzazione per giovani oncologi: una prospettiva innovativa
Proprio alla luce di queste evidenze, si è fatta strada l’idea di istituire una vera e propria scuola di umanizzazione per i giovani oncologi. Questa proposta nasce dall’esigenza di formare medici non solo preparati dal punto di vista clinico, ma anche sensibili all’importanza delle relazioni umane nel contesto terapeutico.
In questo percorso formativo si pongono al centro competenze quali l’ascolto empatico, la gestione delle emozioni proprie e altrui, e l’arte della comunicazione efficace. Non si tratta di nozioni teoriche astratte, ma di strumenti concreti da applicare nella quotidianità clinica per migliorare la qualità della cura.
Un percorso di questo tipo mira a plasmare professionisti consapevoli del loro ruolo multidimensionale, capaci di bilanciare la precisione tecnica con la delicatezza e l’umanità necessarie per accompagnare il paziente lungo il difficile cammino oncologico.
La vicinanza come complemento indispensabile alle cure mediche
Non basta dunque intervenire dal punto di vista farmacologico o chirurgico: la dimensione relazionale svolge un ruolo essenziale per il benessere complessivo del paziente. La vicinanza fisica e psicologica offerta dal team medico contribuisce a costruire una rete di supporto capace di alleviare il peso della malattia.
Questo supporto si traduce spesso in un’attenzione personalizzata, in cui le esigenze individuali del paziente vengono riconosciute e valorizzate. La possibilità di condividere paure e aspettative con un interlocutore empatico aiuta non solo a gestire meglio l’impatto emotivo della malattia, ma anche a mantenere una prospettiva di speranza e resilienza.
In definitiva, l’indagine di «The Lancet» ci invita a ripensare la cura oncologica in chiave più umana, integrando competenze tecniche e relazionali per costruire percorsi terapeutici più efficaci e sostenibili. Il futuro della medicina oncologica sembra quindi sempre più orientato a una visione olistica, che metta il paziente al centro non solo come caso clinico, ma come persona, nella sua complessità e fragilità.