Tempo di lettura: 3 minutiRespirare meglio significa anche intervenire prima che la malattia compaia, riducendo i fattori di rischio e costruendo un rapporto sempre più stretto tra medicina, ambiente e società. È questo il filo conduttore del XXVII Congresso Nazionale della Società Italiana di Pneumologia (SIP/IRS), in programma dal 3 al 5 ottobre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, che riunirà specialisti, istituzioni e professionisti sanitari per affrontare le principali sfide della salute respiratoria.
Qualità dell’aria, migliorano i dati ma restano le criticità
Uno dei temi centrali è quello dell’inquinamento atmosferico. Nel 2025 i livelli annuali di PM2,5, le particelle più fini presenti nell’aria, sono risultati mediamente inferiori di circa il 14% rispetto alla media del decennio 2015-2024. Un miglioramento che, tuttavia, non elimina le aree di maggiore criticità.
Secondo i dati di ISPRA e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, il limite giornaliero del PM10 è stato rispettato nel 92% delle stazioni di monitoraggio, ma continuano a registrarsi superamenti in diverse zone del Paese, tra cui il bacino padano, l’area Napoli-Caserta e la Valle del Sacco, in provincia di Frosinone.
Il rapporto tra questi dati e la salute dei cittadini è stato al centro della conferenza stampa di presentazione del Congresso, svoltasi alla Camera di Commercio di Roma.
Rogliani: «Prevenzione e cura fanno parte dello stesso percorso»
«La prevenzione è parte integrante della salute respiratoria: significa agire sui fattori di rischio e promuovere corretti stili di vita, che includono anche una vita attiva, tenendo conto al tempo stesso dell’impatto dell’ambiente sulla salute respiratoria», sottolinea Paola Rogliani, presidente della Società Italiana di Pneumologia e del Congresso.
La Pneumologia, evidenzia Rogliani, sta attraversando contemporaneamente una fase di profonda trasformazione, grazie allo sviluppo della medicina di precisione, delle terapie biologiche e delle nuove tecnologie diagnostiche e interventistiche.
«La vera sfida oggi è tenere insieme questi aspetti, perché prevenzione e cura non sono dimensioni separate: fanno parte dello stesso percorso. Il continuo avanzamento delle conoscenze sui meccanismi delle malattie respiratorie apre nuove possibilità di diagnosi e trattamento e rafforza la necessità di intervenire precocemente e di costruire percorsi di cura sempre più personalizzati».
I nuovi limiti europei mostrano quanto lavoro resta da fare
Particolarmente significativa è la distanza tra gli attuali livelli di inquinamento e gli obiettivi previsti dalla nuova normativa europea per il 2030.
Nel 2025 il limite annuale oggi vigente per il PM2,5 è stato rispettato in quasi tutto il Paese. Applicando però ai medesimi dati la soglia prevista per il 2030, il limite sarebbe stato superato in 215 stazioni su 331, pari al 65%. Per il biossido di azoto il nuovo valore limite annuale sarebbe stato invece superato nel 29% delle stazioni.
Un dato importante dal punto di vista sanitario: l’esposizione agli inquinanti atmosferici può aggravare l’asma e compromettere la funzionalità polmonare, mentre nel lungo periodo è associata allo sviluppo di patologie respiratorie croniche e del tumore del polmone.
One Health, ambiente e salute diventano un unico sistema
«Ambiente e clima non rappresentano più fattori separati, ma componenti di un unico sistema che influisce direttamente sul benessere delle persone», afferma Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e SNPA.
È in questa prospettiva che acquista centralità il modello One Health, che considera salute umana, ambiente ed ecosistemi come elementi strettamente interconnessi.
«Proteggere la salute respiratoria significa anche integrare al meglio i dati ambientali con quelli epidemiologici e sanitari, così da trasformare la conoscenza scientifica in strumenti utili per la prevenzione», spiega Gallone. Un percorso nel quale, sottolinea, gli pneumologi svolgono un ruolo fondamentale, essendo al tempo stesso protagonisti della cura e osservatori degli effetti che ambiente e clima producono sulla popolazione.
La città come ambiente di salute
Il Congresso porterà il confronto anche sulla dimensione urbana. Pierpaola D’Alessandro, vicedirettrice generale vicaria di Roma Capitale, ha sottolineato come le città non possano più essere considerate esclusivamente luoghi di servizi e mobilità, ma debbano diventare veri e propri ambienti di salute resilienti.
«La salute respiratoria passa inevitabilmente dalla qualità del contesto urbano in cui viviamo e ci muoviamo», osserva D’Alessandro, richiamando gli interventi sulla transizione ecologica, sulla mobilità sostenibile e sulla riqualificazione degli spazi pubblici.
Integrare politiche urbanistiche, ambientali e sanitarie significa infatti favorire stili di vita più attivi, ridurre l’esposizione ai fattori di rischio e proteggere soprattutto le persone più fragili.
Movimento e prevenzione respiratoria
Accanto alla qualità dell’aria, un altro pilastro è rappresentato dall’attività fisica. Alla conferenza stampa Rossana Ciuffetti, direttrice dell’Area Sport Impact di Sport e Salute, ha richiamato il valore di un movimento accessibile a persone di età e condizioni differenti. Poter camminare, praticare sport e utilizzare spazi urbani adeguati non rappresenta soltanto una scelta individuale, ma può diventare parte integrante delle politiche di prevenzione.
È proprio questo il messaggio che accompagnerà il Congresso di Roma: la salute respiratoria non dipende esclusivamente dalle cure disponibili quando una malattia è già presente. Dipende anche dall’aria che si respira, dalle città in cui si vive, dalla possibilità di muoversi e dalla capacità di intervenire precocemente sui fattori di rischio.
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Salute del cuore: rischi cardiovascolari e prevenzione, cosa sapere
PrevenzioneLe malattie cardiovascolari restano la principale causa di morte nel mondo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2022 hanno provocato circa 19,8 milioni di decessi, pari a quasi un terzo di tutte le morti registrate a livello globale. Infarto e ictus rappresentano la quota maggiore di questi eventi. Eppure, una parte importante del rischio cardiovascolare può essere ridotta intervenendo sui fattori modificabili e individuando precocemente quelli che spesso non danno alcun sintomo.
Il rischio cardiovascolare nasce dalla somma di più fattori
Non esiste quasi mai una singola causa alla base di un infarto o di un ictus. Il rischio aumenta progressivamente quando si sommano ipertensione, colesterolo elevato, diabete, sovrappeso, fumo e sedentarietà.
Alcuni elementi, come età e familiarità, non possono essere modificati. Su molti altri, invece, è possibile intervenire. La pressione arteriosa elevata riveste un ruolo particolarmente importante perché può danneggiare progressivamente le arterie senza provocare disturbi evidenti.
Lo stesso vale per il colesterolo LDL: valori elevati favoriscono nel tempo la formazione delle placche aterosclerotiche che restringono le arterie e possono determinare eventi cardiovascolari acuti.
Per questo la prevenzione non dovrebbe iniziare quando compare un sintomo, ma attraverso una valutazione complessiva del rischio individuale, considerando età, pressione, colesterolo, abitudine al fumo e presenza di altre patologie. Le linee guida europee utilizzano anche strumenti come SCORE2 per stimare il rischio di eventi cardiovascolari nei successivi dieci anni.
Fumo, sedentarietà e alimentazione: i rischi modificabili
Il fumo è uno dei principali nemici del sistema cardiovascolare. Favorisce il danneggiamento delle pareti dei vasi, aumenta la probabilità di formazione di coaguli e accelera i processi aterosclerotici. Smettere di fumare rappresenta quindi uno degli interventi più efficaci per ridurre il rischio.
Un ruolo altrettanto importante è svolto dall’attività fisica. Le raccomandazioni europee indicano per gli adulti 150-300 minuti alla settimana di attività aerobica moderata, oppure 75-150 minuti di attività intensa. Anche quantità inferiori di movimento sono comunque preferibili alla completa sedentarietà.
L’alimentazione rappresenta un altro pilastro della prevenzione. Un modello vicino alla dieta mediterranea, ricco di verdure, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e grassi insaturi come l’olio extravergine di oliva, è associato a una migliore protezione cardiovascolare. Andrebbero invece limitati sale, zuccheri aggiunti, grassi saturi e alimenti eccessivamente processati.
Controllare pressione, colesterolo e glicemia
Uno degli errori più comuni è aspettare la comparsa dei sintomi prima di effettuare controlli. I principali fattori di rischio cardiovascolare possono invece restare silenziosi per anni.
Misurare periodicamente la pressione arteriosa, controllare colesterolo e trigliceridi e verificare i livelli di glicemia consente di individuare precocemente condizioni che possono essere corrette attraverso modifiche dello stile di vita e, quando necessario, terapie farmacologiche.
Particolare attenzione deve essere riservata alle persone con diabete, malattia renale cronica o precedenti eventi cardiovascolari, nelle quali il rischio di ulteriori complicanze può essere significativamente più elevato.
Anche sonno, stress e ambiente contano
La salute cardiovascolare non dipende soltanto da alimentazione ed esercizio fisico. Anche le condizioni sociali, lo stress cronico e alcuni fattori ambientali possono contribuire al rischio complessivo.
L’inquinamento atmosferico, in particolare, viene oggi riconosciuto dall’Oms tra i fattori ambientali associati alle malattie cardiovascolari. La prevenzione deve quindi essere considerata non soltanto come responsabilità individuale, ma anche come obiettivo di salute pubblica.
Prevenire prima che il cuore presenti il conto
Proteggere il cuore significa soprattutto conoscere il proprio rischio. Non è necessario aspettare un campanello d’allarme: pressione alta, diabete e colesterolo possono avanzare senza sintomi e manifestarsi per la prima volta attraverso un evento serio.
Ridurre il peso quando necessario, muoversi con regolarità, non fumare, seguire un’alimentazione equilibrata e controllare periodicamente i principali parametri cardiovascolari rappresentano quindi gli strumenti più efficaci per costruire una prevenzione di lungo periodo. La vera sfida è passare da una medicina che interviene sull’infarto o sull’ictus a una strategia capace di ridurre la probabilità che questi eventi si verifichino.
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Virus Shamonda in Campania: nessuna emergenza, cosa sappiamo sui rischi per l’uomo
One health, News, NotizieNessuna emergenza sanitaria negli allevamenti bovini e bufalini della Campania e nessun rischio noto per l’uomo o per il consumo di latte e carne. È il messaggio emerso dalla conferenza stampa a Portici, presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno (IZSM), dopo il rilevamento del virus Shamonda in alcuni campioni della popolazione bovina e bufalina della provincia di Salerno.
La situazione in Campania
All’incontro hanno partecipato l’assessora regionale all’Agricoltura, Maria Carmela Serluca, e il direttore generale dell’IZSM, Giuseppe Iovane. Al centro, gli aggiornamenti sui rilevamenti e le informazioni sulla sicurezza alimentare. Regione Campania
«Non sussiste alcuna emergenza sanitaria legata al virus Shamonda (SHAV) negli allevamenti bovini e bufalini della Campania. La situazione è sotto controllo, grazie al costante monitoraggio da parte della Regione e delle autorità competenti. Inoltre, sulla base delle conoscenze disponibili, l’infezione non è trasmissibile all’uomo e non sono noti rischi legati al consumo di latte o carne», è stato il chiarimento diffuso in occasione dell’incontro.
Che cos’è il virus Shamonda
Ima cos’è il l virus Shamonda? Indicato con la sigla SHAV, appartiene al genere Orthobunyavirus e al sierogruppo Simbu, che comprende diversi virus di interesse veterinario. È un virus a RNA, conosciuto dagli anni Sessanta, quando fu identificato in Nigeria, e successivamente rilevato anche in Giappone. PubMed
L’attenzione attuale riguarda la comparsa e la diffusione, nel 2026, di varianti europee strettamente correlate a questo virus. Rilevamenti sono stati segnalati, tra gli altri Paesi, in Francia, Germania e Svizzera. La caratterizzazione genetica permette di distinguerle e comprenderne meglio la circolazione. Friedrich-Loeffler-Institut
Come si trasmette agli animali
La trasmissione si ritiene avvenga principalmente attraverso le punture di Culicoides, minuscoli insetti che si nutrono di sangue e possono trasferire il virus agli animali. GOV.UK
Il ruolo di questi vettori rende più complesso il contenimento dell’infezione e richiede attenzione alla loro attività stagionale. La sorveglianza comprende quindi l’osservazione degli animali e gli accertamenti di laboratorio, insieme alle misure di protezione dagli insetti indicate dai veterinari. Friedrich-Loeffler-Institut
Quali conseguenze può avere negli allevamenti
Nei bovini colpiti sono stati osservati febbre, diarrea, abbattimento, perdita di appetito e riduzione della produzione di latte. Sono manifestazioni che possono comparire anche in altre malattie: da sole, quindi, non consentono di riconoscere l’infezione. GOV.UK
Particolare attenzione riguarda gli animali in gravidanza. In Europa il virus è stato rilevato anche in feti bovini abortiti, mentre proseguono gli studi sulle conseguenze riproduttive e sul possibile rischio di malformazioni congenite. Queste osservazioni richiedono approfondimenti e non descrivono automaticamente quanto accaduto negli allevamenti campani. ivi.admin.ch
La positività di un campione, inoltre, non equivale necessariamente a una malattia grave: il risultato deve essere interpretato insieme alle condizioni dell’animale e agli altri dati disponibili.
Quali implicazioni per la salute umana
Il punto centrale, per i cittadini, è che finora non ci sono evidenze di trasmissione del virus Shamonda all’uomo. Non risultano dimostrate infezioni o malattie umane attribuibili alle varianti attualmente segnalate in Europa. GOV.UK
La formulazione scientificamente più precisa è dunque che, sulla base delle conoscenze disponibili, non è documentato un rischio zoonotico, cioè un passaggio dell’infezione dagli animali alle persone. Questo consente di rassicurare la popolazione, mantenendo aggiornate le valutazioni con l’avanzare della ricerca. Friedrich-Loeffler-Institut. Quanto agli alimenti, nell’incontro di Portici è stato ribadito che non sono noti rischi legati al consumo di latte o carne.
Perché il monitoraggio resta importante
L’assenza di evidenze di un rischio per l’uomo si accompagna alla necessità di tutelare la salute degli animali. Segnalare tempestivamente al veterinario febbre, cali produttivi o problemi riproduttivi permette di avviare gli accertamenti necessari. Il monitoraggio serve a comprendere la diffusione del virus, valutarne gli effetti e orientare gli interventi negli allevamenti.
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Artrite reumatoide: perché il dolore può persistere anche senza infiammazione
Health WorldIl dolore è uno dei sintomi più frequenti dell’ artrite reumatoide e può continuare anche quando l’infiammazione articolare è sotto controllo. In alcune persone, infatti, la percezione dolorosa persiste nonostante una bassa attività della malattia, influenzando la qualità della vita e le attività quotidiane. Capire perché il dolore possa mantenersi anche in assenza di un’infiammazione evidente è importante per individuare strategie di gestione più appropriate e personalizzate.
Come si manifesta il dolore nell’artrite reumatoide
L’artrite reumatoide è caratterizzata da un’infiammazione cronica delle articolazioni che causa gonfiore, rigidità e dolore. Durante le fasi di attività della malattia, il dolore è attribuibile principalmente all’infiammazione dei tessuti articolari, in particolare alla sinovite. Tuttavia, col progredire della malattia o grazie ai trattamenti efficaci, l’infiammazione può diminuire o scomparire. Nonostante ciò, molti pazienti riferiscono di sentire ancora dolore.
Dolore artrite reumatoide: perché persiste anche senza infiammazione?
Il dolore cronico nell’artrite reumatoide non è sempre legato esclusivamente all’infiammazione attiva. Diversi meccanismi possono contribuire a questa condizione:
1. Danno articolare e deformità
Con il tempo, l’artrite reumatoide può causare danni permanenti alle ossa, alle cartilagini e ai tessuti circostanti le articolazioni, anche quando l’infiammazione è stata ridotta. Questi cambiamenti strutturali possono generare dolore meccanico durante il movimento o la semplice pressione, indipendentemente dall’attività infiammatoria.
2. Sensibilizzazione del sistema nervoso
In molti casi, la percezione del dolore si altera a causa di una “sensibilizzazione centrale”, un fenomeno in cui il sistema nervoso centrale diventa iperattivo e più sensibile agli stimoli dolorosi. Questo significa che il cervello interpreta con maggiore intensità anche segnali lievi o normali, amplificando la sensazione dolorosa.
3. Presenza di condizioni associate, come la fibromialgia
La fibromialgia è una malattia caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso e stanchezza cronica. Essa può coesistere con l’artrite reumatoide e contribuire alla persistenza del dolore, complicando la diagnosi e il trattamento.
4. Alterazioni psicosociali
Stress, ansia e depressione sono frequenti tra le persone con artrite reumatoide e possono aumentare la percezione del dolore. Il dolore cronico influenza l’umore e viceversa: un circolo vizioso che rende il dolore più difficile da gestire.
Strategie per gestire il dolore persistente senza infiammazione
Poiché il dolore nell’artrite reumatoide può avere cause multifattoriali, è necessario un approccio terapeutico integrato che vada oltre il semplice controllo dell’infiammazione.
1. Terapie farmacologiche mirate
Oltre ai farmaci antinfiammatori e immunosoppressori, possono essere utili farmaci specifici per il dolore neuropatico o centrale, come antidepressivi triciclici, anticonvulsivanti o analgesici specifici. Questi medicinali aiutano a modulare la sensibilizzazione del sistema nervoso e migliorare la qualità della vita.
2. Fisioterapia e attività fisica adattata
La fisioterapia mirata e un programma di esercizi regolari non solo migliorano la funzionalità articolare, ma riducono anche il dolore meccanico e migliorano l’umore. L’attività fisica controllata aiuta a mantenere i tessuti elastici e rafforza la muscolatura di sostegno.
3. Supporto psicologico e tecniche di rilassamento
Il supporto psicologico, la terapia cognitivo-comportamentale e le tecniche di rilassamento come la meditazione o il biofeedback possono aiutare a gestire lo stress e l’ansia, diminuendo indirettamente la percezione del dolore.
4. Approcci integrativi e complementari
Alcune persone trovano beneficio nel ricorso a terapie complementari come agopuntura, massoterapia o yoga, che possono contribuire al benessere generale riducendo la tensione muscolare e la sensazione dolorosa.
Conclusioni
Il dolore artrite reumatoide che persiste anche senza infiammazione è un fenomeno complesso che richiede un’attenzione multidisciplinare. Non basta controllare l’attività infiammatoria per garantire una buona qualità della vita: è necessario affrontare le molteplici cause del dolore cronico, dai danni articolari alla sensibilizzazione nervosa, fino agli aspetti psicosociali. Solo con un approccio globale è possibile fornire una risposta efficace ai pazienti, aiutandoli a gestire meglio la loro condizione e a ritrovare il benessere.
Acido folico in gravidanza e autismo: che cosa sappiamo
Mondo saluteL’assunzione di acido folico prima del concepimento e nelle prime settimane di gravidanza è da tempo raccomandata per ridurre il rischio di difetti del tubo neurale nel feto. Negli ultimi anni, inoltre, diversi studi hanno osservato una possibile associazione tra l’assunzione materna di folati e un minore rischio di disturbi dello spettro autistico (ASD) nei bambini. Si tratta di un ambito di ricerca ancora aperto, nel quale è importante distinguere ciò che è già consolidato dalle ipotesi che devono essere ulteriormente verificate.
Acido folico: perché è importante in gravidanza
L’acido folico è la forma sintetica della vitamina B9, mentre i folati sono le forme naturalmente presenti negli alimenti. Queste sostanze partecipano a processi fondamentali come la sintesi del DNA e la divisione cellulare e sono particolarmente importanti durante le prime fasi dello sviluppo embrionale.
Per questo motivo, alle donne che programmano una gravidanza viene generalmente raccomandata l’assunzione di 400 microgrammi di acido folico al giorno, iniziando almeno un mese prima del concepimento e proseguendo per il primo trimestre, salvo diverse indicazioni mediche. L’obiettivo consolidato di questa supplementazione è soprattutto la prevenzione dei difetti del tubo neurale.
Cosa c’entra con l’autismo?
Il possibile rapporto tra folati e disturbi dello spettro autistico è stato studiato attraverso diverse ricerche epidemiologiche. Già nel 2013, uno studio condotto nell’ambito della coorte norvegese Mother and Child Cohort Study, su oltre 85 mila bambini, aveva osservato che l’assunzione materna di acido folico nel periodo compreso tra quattro settimane prima del concepimento e otto settimane dopo era associata a una minore probabilità di disturbo autistico.
Lo studio aveva rilevato una riduzione relativa del rischio di circa il 40%. Il dato, tuttavia, proveniva da uno studio osservazionale e quindi non dimostrava che fosse proprio l’acido folico a determinare la riduzione del rischio.
Successive ricerche hanno continuato a esaminare il possibile legame tra esposizione materna ai folati e sviluppo neurologico. Nel complesso, i risultati suggeriscono un’associazione, ma non consentono ancora di stabilire con certezza un rapporto di causa-effetto. Altri fattori legati alla salute e allo stile di vita materno possono infatti essere associati sia all’assunzione di integratori sia agli esiti della gravidanza.
E l’acido folinico?
Più recentemente, l’attenzione dei ricercatori si è concentrata anche sull’acido folinico, una forma di folato utilizzata dall’organismo attraverso vie metaboliche differenti rispetto all’acido folico.
Nel 2026 è stato pubblicato uno studio pilota che ha esaminato il possibile ruolo dell’acido folinico in donne in gravidanza positive agli autoanticorpi contro il recettore alfa dei folati (FRAA). Questi autoanticorpi potrebbero interferire con il trasporto dei folati e, secondo l’ipotesi studiata dai ricercatori, avere un ruolo nello sviluppo neurologico del feto.
Lo studio ha osservato risultati interessanti nei bambini esposti all’acido folinico, ma il numero di partecipanti era molto ridotto. Per questo motivo gli stessi autori sottolineano la necessità di studi più ampi prima di poter trarre conclusioni definitive.
È quindi importante non confondere le due evidenze: gli studi che hanno osservato una possibile associazione tra supplementazione materna e autismo riguardano principalmente l’acido folico, mentre le ricerche sull’acido folinico rappresentano un filone più recente e ancora preliminare.
Cosa sappiamo oggi
Le evidenze disponibili non permettono di affermare che l’assunzione di acido folico o acido folinico possa prevenire l’autismo. Esistono tuttavia dati che rendono interessante il rapporto tra metabolismo dei folati durante la gravidanza e sviluppo neurologico del bambino, e la ricerca sta cercando di chiarire quali meccanismi possano essere coinvolti.
Per le future mamme, la raccomandazione consolidata rimane quella di assumere acido folico nel periodo precedente al concepimento e nelle prime settimane di gravidanza, secondo le indicazioni del proprio medico. Non è invece indicato assumere autonomamente acido folinico o modificare il dosaggio dell’integrazione con l’obiettivo di prevenire l’autismo.
La ricerca prosegue per comprendere meglio il possibile ruolo dei folati nello sviluppo neurologico. Per ora, però, l’interesse scientifico per questo legame non equivale alla dimostrazione di una strategia preventiva contro i disturbi dello spettro autistico.
Salute dei polmoni, ambiente e prevenzione: per gli esperti la qualità dell’aria è decisiva per ridurre il rischio
Anziani, Benessere, PrevenzioneRespirare meglio significa anche intervenire prima che la malattia compaia, riducendo i fattori di rischio e costruendo un rapporto sempre più stretto tra medicina, ambiente e società. È questo il filo conduttore del XXVII Congresso Nazionale della Società Italiana di Pneumologia (SIP/IRS), in programma dal 3 al 5 ottobre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, che riunirà specialisti, istituzioni e professionisti sanitari per affrontare le principali sfide della salute respiratoria.
Qualità dell’aria, migliorano i dati ma restano le criticità
Uno dei temi centrali è quello dell’inquinamento atmosferico. Nel 2025 i livelli annuali di PM2,5, le particelle più fini presenti nell’aria, sono risultati mediamente inferiori di circa il 14% rispetto alla media del decennio 2015-2024. Un miglioramento che, tuttavia, non elimina le aree di maggiore criticità.
Secondo i dati di ISPRA e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, il limite giornaliero del PM10 è stato rispettato nel 92% delle stazioni di monitoraggio, ma continuano a registrarsi superamenti in diverse zone del Paese, tra cui il bacino padano, l’area Napoli-Caserta e la Valle del Sacco, in provincia di Frosinone.
Il rapporto tra questi dati e la salute dei cittadini è stato al centro della conferenza stampa di presentazione del Congresso, svoltasi alla Camera di Commercio di Roma.
Rogliani: «Prevenzione e cura fanno parte dello stesso percorso»
«La prevenzione è parte integrante della salute respiratoria: significa agire sui fattori di rischio e promuovere corretti stili di vita, che includono anche una vita attiva, tenendo conto al tempo stesso dell’impatto dell’ambiente sulla salute respiratoria», sottolinea Paola Rogliani, presidente della Società Italiana di Pneumologia e del Congresso.
La Pneumologia, evidenzia Rogliani, sta attraversando contemporaneamente una fase di profonda trasformazione, grazie allo sviluppo della medicina di precisione, delle terapie biologiche e delle nuove tecnologie diagnostiche e interventistiche.
«La vera sfida oggi è tenere insieme questi aspetti, perché prevenzione e cura non sono dimensioni separate: fanno parte dello stesso percorso. Il continuo avanzamento delle conoscenze sui meccanismi delle malattie respiratorie apre nuove possibilità di diagnosi e trattamento e rafforza la necessità di intervenire precocemente e di costruire percorsi di cura sempre più personalizzati».
I nuovi limiti europei mostrano quanto lavoro resta da fare
Particolarmente significativa è la distanza tra gli attuali livelli di inquinamento e gli obiettivi previsti dalla nuova normativa europea per il 2030.
Nel 2025 il limite annuale oggi vigente per il PM2,5 è stato rispettato in quasi tutto il Paese. Applicando però ai medesimi dati la soglia prevista per il 2030, il limite sarebbe stato superato in 215 stazioni su 331, pari al 65%. Per il biossido di azoto il nuovo valore limite annuale sarebbe stato invece superato nel 29% delle stazioni.
Un dato importante dal punto di vista sanitario: l’esposizione agli inquinanti atmosferici può aggravare l’asma e compromettere la funzionalità polmonare, mentre nel lungo periodo è associata allo sviluppo di patologie respiratorie croniche e del tumore del polmone.
One Health, ambiente e salute diventano un unico sistema
«Ambiente e clima non rappresentano più fattori separati, ma componenti di un unico sistema che influisce direttamente sul benessere delle persone», afferma Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e SNPA.
È in questa prospettiva che acquista centralità il modello One Health, che considera salute umana, ambiente ed ecosistemi come elementi strettamente interconnessi.
«Proteggere la salute respiratoria significa anche integrare al meglio i dati ambientali con quelli epidemiologici e sanitari, così da trasformare la conoscenza scientifica in strumenti utili per la prevenzione», spiega Gallone. Un percorso nel quale, sottolinea, gli pneumologi svolgono un ruolo fondamentale, essendo al tempo stesso protagonisti della cura e osservatori degli effetti che ambiente e clima producono sulla popolazione.
La città come ambiente di salute
Il Congresso porterà il confronto anche sulla dimensione urbana. Pierpaola D’Alessandro, vicedirettrice generale vicaria di Roma Capitale, ha sottolineato come le città non possano più essere considerate esclusivamente luoghi di servizi e mobilità, ma debbano diventare veri e propri ambienti di salute resilienti.
«La salute respiratoria passa inevitabilmente dalla qualità del contesto urbano in cui viviamo e ci muoviamo», osserva D’Alessandro, richiamando gli interventi sulla transizione ecologica, sulla mobilità sostenibile e sulla riqualificazione degli spazi pubblici.
Integrare politiche urbanistiche, ambientali e sanitarie significa infatti favorire stili di vita più attivi, ridurre l’esposizione ai fattori di rischio e proteggere soprattutto le persone più fragili.
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È proprio questo il messaggio che accompagnerà il Congresso di Roma: la salute respiratoria non dipende esclusivamente dalle cure disponibili quando una malattia è già presente. Dipende anche dall’aria che si respira, dalle città in cui si vive, dalla possibilità di muoversi e dalla capacità di intervenire precocemente sui fattori di rischio.
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Sclerosi multipla, con il caldo i sintomi peggiorano
Brevi pause per camminare aiutano a controllare la glicemia dopo i pasti
Mondo saluteBrevi pause dedicate alla camminata possono aiutare a controllare la glicemia dopo i pasti, contribuendo a mantenere più stabili i livelli di zucchero nel sangue. Anche pochi minuti di attività fisica leggera, come una passeggiata, possono favorire una migliore gestione della glicemia, migliorando la sensibilità all’insulina e contribuendo all’equilibrio metabolico.
L’importanza del controllo della glicemia dopo i pasti
Dopo aver mangiato, il nostro organismo assorbe zuccheri provenienti dagli alimenti, causando un aumento naturale della glicemia nel sangue. In una persona sana, questo picco viene modulato efficacemente dall’insulina, l’ormone che aiuta le cellule ad assorbire il glucosio per utilizzarlo come fonte di energia o immagazzinarlo. Tuttavia, per chi soffre di diabete o resistenza insulinica, questi picchi glicemici possono essere più alti e duraturi, aumentando il rischio di danni ai vasi sanguigni, nervi, e altri tessuti nel tempo.
Controllare la glicemia dopo i pasti non significa solo seguire una dieta equilibrata, ma anche adottare strategie comportamentali che favoriscano il consumo di glucosio, evitando così i picchi eccessivi. È proprio in questo contesto che le brevi pause per camminare si rivelano estremamente efficaci.
Come brevi pause per camminare aiutano a controllare la glicemia dopo i pasti
Camminare subito dopo aver mangiato stimola l’attività muscolare e accelera il metabolismo. Anche una passeggiata di 10-15 minuti è sufficiente per ridurre in modo significativo i livelli di glucosio nel sangue. Questo avviene perché il movimento attiva i muscoli, che consumano glucosio come fonte di energia, aiutando a “smaltire” più rapidamente lo zucchero appena introdotto con il pasto.
Inoltre, camminare stimola la sensibilità all’insulina, migliorando la capacità delle cellule di assorbire il glucosio. Questo è particolarmente utile per le persone con prediabete o diabete di tipo 2, che spesso presentano una ridotta risposta insulinica.
Consigli pratici per integrare le brevi pause per camminare nella routine quotidiana
Per trarre il massimo beneficio da queste pause attive, è importante rendere la camminata un’abitudine semplice e piacevole. Ecco alcuni suggerimenti:
– Programmare una breve passeggiata dopo ogni pasto principale: dedicare anche solo 10 minuti dopo pranzo e cena aiuta a mantenere stabili i livelli glicemici.
– Scegliere tempi e luoghi comodi: può essere una passeggiata in casa, nel cortile, o una passeggiata leggera nel quartiere.
– Evitare di sedersi subito dopo aver mangiato: restare seduti troppo a lungo dopo il pasto favorisce l’accumulo di glucosio nel sangue, mentre il movimento lo riduce.
– Mantenere un passo sostenuto ma confortevole: non serve correre, un passo moderato è sufficiente per stimolare il metabolismo.
– Utilizzare promemoria o app per ricordarsi la pausa camminata: può aiutare a consolidare la nuova abitudine.
Benefici aggiuntivi delle brevi pause per camminare
Oltre a migliorare la gestione della glicemia, camminare dopo i pasti contribuisce anche a:
– Migliorare la digestione, riducendo sensazioni di pesantezza o gonfiore.
– Favorire la regolarità intestinale, grazie al movimento che stimola l’apparato digerente.
– Ridurre lo stress e migliorare l’umore, grazie al rilascio di endorfine.
– Promuovere un miglior controllo del peso corporeo, prevenendo l’accumulo di grasso addominale.
Conclusioni
Le brevi pause per camminare aiutano a controllare la glicemia dopo i pasti in modo semplice, naturale ed efficace. Per chiunque voglia migliorare la propria salute metabolica e prevenire il rischio di sviluppare complicanze associate al diabete, queste pause rappresentano una strategia preziosa da integrare quotidianamente. In fondo, bastano pochi minuti di movimento leggero per fare una grande differenza nel benessere generale, mantenendo sotto controllo uno degli indicatori più importanti della nostra salute.
Trapianti, cos’è la tecnica DCD effettuata tra CTO e Monaldi di Napoli
NotizieA Napoli, tra il CTO e il Monaldi (ospedali dell’Azienda dei Colli) è stata realizzato un prelievo di organi da donatore a cuore fermo. Un percorso molto complesso definito DCD (acronimo inglese per Donation after Circulatory Death) grazie al quale sono stati prelevati il fegato e le cornee, rendendo disponibili organi e tessuti destinati al trapianto. A rendere possibile la difficile procedura è stato prima di tutto il lavoro di squadra interaziendale, a partire dalle attività di procurement, portate a termine dal dottor Eugenio Piscitelli (Coordinatore Aziendale) e dai suoi collaboratori, Salvatore Notaro del Monaldi e Duilio Ferrara del CTO: il donatore era infatti ricoverato presso la terapia Intensiva del Centro traumatologico diretta dalla dottoressa Giovanna Esposito afferente al Dipartimento di Area Critica diretta dal dottore Antonio Corcione.
L’équipe del Monaldi
È proprio al CTO è iniziata questa storia di enorme generosità, nel rispetto della volontà del paziente e della sua famiglia. Poi, il prelievo è stato realizzato all’Ospedale Monaldi dove il percorso ha trovato compimento grazie al dottor Claudio Marra (direttore della UOC Procedure Innovative in Cardiochirurgia e Trapianti) e alla sua équipe con i chirurghi Antonio Carozza e Cristiano Amarelli. L’équipe del Monaldi, è bene ricordarlo, è il riferimento regionale per il prelievo DCD (donazione a cuore fermo). Si tratta, infatti, di una procedura particolarmente impegnativa perché, dopo l’arresto della circolazione e l’accertamento di morte, è necessario limitare il più possibile i danni che la mancanza di ossigeno può provocare agli organi potenzialmente utilizzabili per il trapianto. Per questo entrano in gioco tecnologie e tecniche chirurgiche avanzate, insieme a un’organizzazione estremamente precisa.
Opportunità in più
La tecnica, tramite la cannulazione di grossi vasi – spiegano i medici – permette di collegare il circolo a un sistema di perfusione extracorporea che garantisce nuovamente agli organi interessati un apporto di sangue ossigenato, consentendone la preservazione efficace prima e la scrupolosa valutazione poi, prima del prelievo. «La disponibilità di percorsi DCD – spiega li dottor Claudio Marra – consente oggi di ampliare in modo significativo le possibilità di donazione e di rendere disponibili per il trapianto organi che, fino a pochi anni fa, difficilmente avrebbero potuto essere utilizzati. Credo che in Campania sia necessario puntare con decisione su questo modello, creando una vera rete regionale per la donazione DCD. L’équipe del Monaldi è pronta a mettere a disposizione competenze ed esperienza anche negli altri ospedali, attraverso un team itinerante capace di supportare le strutture nelle procedure più complesse. L’obiettivo deve essere quello di fare sistema, affinché ogni potenziale possibilità di donazione possa essere valutata e accompagnata nel modo più appropriato, indipendentemente dall’ospedale nel quale si trova il donatore».
Lavoro di squadra e organizzazione
Un risultato reso possibile dal progresso delle tecnologie e dall’organizzazione della Rete trapiantologica coordinata dal Centro Regionale Trapianti diretta dal dottore Pierino Di Silverio e, soprattutto, dalla scelta di donare, compiuta nel pieno rispetto della persona e della sua volontà. «Il nostro primo pensiero va al donatore e alla sua famiglia, ai quali esprimiamo profonda gratitudine e rispetto. In un percorso complesso come la donazione a cuore fermo, ogni fase richiede competenze, tecnologie e una collaborazione puntuale. Il lavoro condiviso tra CTO e Monaldi, insieme alla Rete trapiantologica regionale, ha consentito di rendere disponibili il fegato e le cornee, offrendo nuove possibilità alle persone in attesa di trapianto. È auspicabile che questa tecnica sia sempre più diffusa, così da consentire sempre più trapianti salvavita. È un risultato che nasce dalla volontà di donare e dall’impegno di tutti i professionisti coinvolti», dichiara Anna Iervolino, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli.
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Esami universitari, lo stress fa salire la glicemia: cosa succede all’organismo
PrevenzioneLo stress degli esami universitari non pesa soltanto sull’umore, sul sonno e sulla concentrazione. Può produrre effetti misurabili anche sul metabolismo, facendo aumentare i livelli di glucosio nel sangue già nei giorni che precedono una prova particolarmente impegnativa. A suggerirlo è uno studio condotto da ricercatori della Charles University e del Motol University Hospital di Praga, presentato al congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), in programma a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre. La ricerca mostra che, anche in giovani sani e senza diabete, la glicemia tende a seguire l’andamento dello stress: cresce avvicinandosi all’esame, raggiunge i livelli più elevati durante la prova e torna a diminuire quando la tensione si riduce.
Lo studio sugli studenti di Medicina
I ricercatori hanno coinvolto 22 studenti sani iscritti al secondo anno di Medicina a Praga, 13 ragazze e 9 ragazzi, con un’età media di circa 21 anni. Per osservare in maniera continua le variazioni del glucosio è stato utilizzato un sistema di monitoraggio continuo della glicemia, con un piccolo sensore applicato nella parte posteriore del braccio. Il dispositivo registrava i valori ogni 15 minuti.
Il monitoraggio è iniziato sette giorni prima di un esame di Biochimica ed è proseguito fino a tre giorni dopo la prova, consentendo così di ricostruire l’andamento della glicemia durante l’intero periodo di preparazione. Il giorno dell’esame è stato inoltre valutato il livello di stress psicologico attraverso un questionario standardizzato. Gli studenti hanno fornito informazioni anche su alimentazione, attività fisica e sonno, tutti fattori capaci di influenzare i valori glicemici.
La glicemia cresce avvicinandosi all’esame
I risultati hanno mostrato un andamento piuttosto netto. Il valore medio giornaliero più elevato di glucosio è stato rilevato proprio il giorno dell’esame, rivelando un aumento significativo. Già il giorno successivo all’esame, la glicemia media è tornata a diminuire. Un andamento simile è stato osservato anche durante il sonno. Nella settimana precedente all’esame, infatti, i livelli medi notturni sono progressivamente aumentati nelle notti prima della prova, con un picco nella notte immediatamente precedente.
Il picco durante la prova scritta
Ancora più interessante ciò che è accaduto durante le diverse fasi dell’esame. La glicemia è aumentata seguendo le fasi considerate maggiormente stressanti dagli studenti, raggiungendo il valore medio più elevato durante la prova scritta: 6,14 mmol/L, pari a circa 111 mg/dL. I ricercatori hanno inoltre riscontrato una correlazione tra i livelli di stress dichiarati dagli studenti e quelli di glucosio rilevati dal sensore. Chi riferiva una maggiore tensione tendeva ad avere valori glicemici più elevati prima dell’esame e una riduzione più marcata dopo la conclusione della prova.
Il dato è coerente con quello che già si conosce sulla risposta dell’organismo allo stress. Quando ci si trova di fronte a una situazione percepita come impegnativa, vengono liberati ormoni come adrenalina e cortisolo, che preparano l’organismo ad affrontare lo sforzo e possono favorire una maggiore disponibilità di glucosio nel sangue.
Valori non pericolosi, ma resta da capire l’effetto nel tempo
I ricercatori invitano comunque alla prudenza. I valori osservati negli studenti sono rimasti complessivamente nell’intervallo atteso per persone sane e non rappresentano, da soli, una condizione patologica. «Sebbene i livelli medi giornalieri di zucchero nel sangue non abbiano superato in modo significativo il limite superiore per gli individui sani e non siano pericolosi nel breve periodo, indicano comunque che lo stress da esame aumenta indirettamente la glicemia», ha spiegato Jan Broz, tra gli autori dello studio.
La questione diventa però più interessante quando lo stress si ripete per settimane o mesi. Gli studenti universitari, e in particolare quelli iscritti a percorsi molto impegnativi come Medicina, possono infatti attraversare numerosi periodi consecutivi di preparazione agli esami. Secondo i ricercatori, esposizioni ripetute a livelli di glucosio anche solo lievemente più elevati potrebbero nel tempo modificare il normale equilibrio metabolico. Si tratta però di un’ipotesi che dovrà essere verificata attraverso studi più ampi e di maggiore durata.
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Tumori, nasce la nuova commissione internazionale di The Lancet Oncology
Mondo saluteThe Lancet Oncology ha istituito una nuova commissione internazionale dedicata al cancro, con l’obiettivo di approfondire le principali sfide legate alla prevenzione e alla gestione dei tumori a livello globale. Il gruppo riunisce esperti internazionali di diverse discipline, chiamati a lavorare su un approccio integrato alla prevenzione e al controllo della malattia.
La nuova commissione nasce dalla necessità di rafforzare la collaborazione tra ricerca scientifica, sistemi sanitari e istituzioni, promuovendo strategie basate sulle più recenti evidenze disponibili. Tra gli obiettivi vi sono l’analisi delle principali criticità nella prevenzione e nella gestione dei tumori e l’elaborazione di indicazioni utili a orientare le politiche sanitarie e gli interventi di salute pubblica.
La missione della commissione internazionale di The Lancet Oncology
Uno degli aspetti fondamentali di questa nuova iniziativa è la volontà di affrontare il tumore non solo come emergenza sanitaria, ma anche come problema sociale e culturale. La missione della commissione è quindi quella di identificare le diseguaglianze nell’accesso alle cure oncologiche e proporre strategie per colmare questi gap, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito.
L’attività dei membri coinvolgerà la revisione critica delle pratiche cliniche e la promozione di interventi di prevenzione primaria — come campagne di sensibilizzazione su stili di vita salutari, vaccinazioni e screening regolari — che si sono dimostrati efficaci nel ridurre l’incidenza di vari tipi di tumori.
L’importanza della ricerca e dell’innovazione nel contrasto ai tumori
La commissione internazionale di The Lancet Oncology si pone anche come catalizzatore per stimolare la ricerca scientifica, favorendo l’adozione di nuove tecnologie e terapie innovative. Le recenti scoperte nel campo dell’immunoterapia, della genomica e della medicina personalizzata offrono nuove speranze per aumentare la sopravvivenza e migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Uno dei compiti principali sarà anche quello di promuovere l’integrazione tra ricerca di base e applicata, perché solo attraverso un passaggio fluido dall’innovazione scientifica alla pratica clinica si potranno ottenere risultati significativi su larga scala.
Collaborazione globale per una lotta efficace contro il cancro
Nel contesto di una patologia che non conosce confini, la commissione si baserà su una rete internazionale di collaborazione tra specialisti, organizzazioni non governative, industrie farmaceutiche e istituzioni pubbliche. Questo approccio globale è fondamentale per far fronte alla complessità del tumore, che varia significativamente a seconda dell’area geografica, dei fattori ambientali e delle condizioni socioeconomiche.
Attraverso il coordinamento di sforzi e la condivisione di dati epidemiologici e clinici, la commissione potrà fornire raccomandazioni strategiche mirate, con l’obiettivo di ottimizzare l’impiego delle risorse disponibili e migliorare gli standard di cura in tutto il mondo.
Impatti attesi e futuri sviluppi
La nascita della commissione internazionale di The Lancet Oncology segna un passo avanti fondamentale nella lotta contro i tumori. Nel medio termine ci si aspetta un miglioramento significativo nella diagnosi precoce e nell’accesso ai trattamenti, che potrà tradursi in una riduzione della mortalità.
Inoltre, il lavoro della commissione contribuirà a formare nuove generazioni di professionisti della salute con una maggiore consapevolezza delle sfide oncologiche attuali e future. La diffusione di una cultura scientifica aggiornata sarà infatti un elemento cruciale per coinvolgere la società nell’impegno comune contro il cancro.
Infine, l’enfasi sulle politiche di prevenzione rappresenta una rivoluzione culturale indispensabile, poiché molti tumori sono prevenibili con adeguate scelte di vita e interventi tempestivi. La commissione offrirà così un contributo essenziale per costruire un futuro dove sia possibile vincere questa battaglia con maggiore efficacia e umanità.
Meyer, giovani e ricercatori a confronto: la scienza pediatrica raccontata agli studenti
NewsIn occasione della Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori – BRIGHT-NIGHT 2026, l’IRCCS Meyer ha aperto le porte della ricerca ai più giovani con l’incontro “La scienza senza filtri: ragazzi e ricercatori dell’IRCCS Meyer a confronto”, ospitato negli spazi del Meyer Health Campus.
Una mattinata pensata per avvicinare gli studenti alla ricerca scientifica, con una vasta partecipazione delle scuole superiori del territorio regionale. A guidare il confronto non sono stati però soltanto medici e ricercatori: protagonisti dell’iniziativa sono stati soprattutto i ragazzi e le ragazze dello Young Person Advisory Group (YPAG) del Meyer, chiamati a intervistare direttamente gli esperti dell’Istituto.
I giovani interrogano la scienza
Genetica molecolare, malattie infettive, sistema immunitario, oncologia e altre patologie di interesse pediatrico sono state al centro del dialogo tra studenti e ricercatori. I componenti dello YPAG hanno rivolto agli specialisti domande sui rispettivi ambiti di studio, sulle prospettive future e sulle sfide scientifiche considerate più promettenti. Un modo per raccontare la ricerca attraverso un linguaggio accessibile e diretto, trasformando un tema spesso percepito come complesso in un confronto aperto con le nuove generazioni. L’iniziativa ha mostrato anche concretamente quale possa essere il contributo dei giovani alla ricerca: non semplici destinatari dell’informazione scientifica, ma interlocutori in grado di proporre idee, formulare osservazioni e contribuire a rendere più comprensibili i progetti rivolti ai loro coetanei.
Sei mesi nel cuore della ricerca pediatrica
Durante l’evento è stato inoltre presentato il percorso di Formazione Scuola Lavoro “Voglio fare il ricercatore! Un viaggio nella ricerca clinica pediatrica”, accompagnato dalle testimonianze degli studenti che hanno partecipato alla precedente edizione. I ragazzi e le ragazze coinvolti, tutti iscritti al triennio delle scuole superiori, hanno seguito per sei mesi un percorso formativo ed esperienziale all’interno della ricerca pediatrica del Meyer.
Attraverso laboratori, simulazioni e attività pratiche svolte al fianco dei ricercatori, gli studenti hanno potuto familiarizzare con il linguaggio biomedico e comprendere come nasce una scoperta scientifica. Il percorso ha permesso loro anche di conoscere da vicino le diverse fasi della ricerca: dalla costruzione di un protocollo allo studio e all’analisi dei dati, fino alla comunicazione dei risultati. Un’esperienza pensata quindi non solo per trasmettere conoscenze, ma per mostrare concretamente il metodo, i tempi e le responsabilità che accompagnano l’attività scientifica.
Tre lezioni magistrali sulla ricerca del Meyer
La mattinata si è aperta con il saluto del direttore generale del Meyer Federico Gelli ed è proseguita con tre lezioni magistrali dedicate alle principali linee di ricerca dell’Istituto. Il professor Renzo Guerrini, direttore scientifico facente funzioni dell’IRCCS Meyer, ha affrontato il tema “Perché ricerca e assistenza devono lavorare insieme? Il valore della ricerca traslazionale nelle neuroscienze”, sottolineando il legame tra attività scientifica e pratica clinica.
Successivamente, la dottoressa Francesca Becherucci, intervenuta in sostituzione della professoressa Paola Romagnani, ha approfondito “La medicina che si nutre di storie: il circolo virtuoso tra cura, ascolto e ricerca in nefrologia pediatrica”. A chiudere la sessione è stato il dottor Iacopo Sardi, con una riflessione dedicata a “Gli errori, i fallimenti e i tempi lunghi della ricerca oncologica”, offrendo agli studenti uno sguardo anche sugli ostacoli e sulle difficoltà che accompagnano il percorso della ricerca scientifica.
Lo YPAG, quando i ragazzi partecipano alla ricerca
Come avviene in altre realtà internazionali, anche al Meyer è attivo uno Young Person Advisory Group, formato da giovani che collaborano direttamente con medici e ricercatori. Il gruppo nasce dalla volontà di favorire una partecipazione consapevole dei ragazzi alle questioni legate alla salute e alla ricerca scientifica. I giovani dello YPAG forniscono idee e osservazioni sui progetti di ricerca, dialogano con gli specialisti che li realizzano e contribuiscono alla revisione dei materiali informativi, con l’obiettivo di renderli più chiari e comprensibili per i coetanei.
Tra le attività rientra anche la diffusione della cultura scientifica nelle scuole, tra le famiglie e più in generale tra le nuove generazioni. L’iniziativa è poi proseguita nel pomeriggio nella Hall Serra dell’Ospedale Meyer, dove è stato allestito un punto informativo dedicato alla ricerca clinica, rivolto a pazienti e famiglie e animato dalla presenza dei ricercatori insieme ai ragazzi dello YPAG. Un ulteriore momento di confronto per portare la ricerca fuori dai laboratori e avvicinarla alla comunità, mostrando come anche i più giovani possano diventare parte attiva del percorso attraverso cui la conoscenza scientifica si trasforma in nuove possibilità di cura.
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