Con le nuove terapie, le persone con HIV hanno una sopravvivenza simile alla popolazione generale. Tuttavia con l’invecchiamento aumentano le malattie croniche e i tumori non‑AIDS correlati. Inoltre, sul rischio cardiovascolare pesa l’infiammazione cronica. In questo contesto, emerge il ruolo protettivo delle statine, che abbassano i livelli di colesterolo e riducendo l’infiammazione cronica in generale. Lo affermano alcuni studi recenti presentati di recente nella17a edizione di ICAR – Italian Conference on AIDS and Antiviral Research.

HIV e nuovi tumori
Un’analisi retrospettiva su 4.642 pazienti trattati al Sacco di Milano fra il 2000 e il 2023 ha rilevato 580 casi di neoplasia: di questi, il 63,9% non erano più tumori “AIDS‑correlati” ma neoplasie tipiche della popolazione generale. L’incidenza di questi tumori dal 2000–2007 al 2016–2023 è passata da 580,5 a 974,4 casi ogni 100mila persone, con un aumento del 68%.
In particolare, i tumori legati a virus oncogeni, come il papilloma virus, e al fumo sono cresciuti di oltre il 60%, segno che l’invecchiamento con HIV richiede nuovi protocolli di screening e prevenzione.
Scarsa adesione allo screening per il tumore: quasi la metà delle donne con hiv rifiuta il test
Secondo un’indagine condotta presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Padova, quasi una donna su due con HIV (45,3%) ha rifiutato lo screening per il cancro anale, nonostante le linee guida raccomandino il test dopo i 40 anni. I motivi principali sono riconducibili a una mancata percezione del rischio (28% “non voglio farlo”, 25% “non pratico sesso anale”, 16% “non credo di essere a rischio”), con un non trascurabile 2% per “diniego del partner”.
Le partecipanti più inclini ad accettare lo screening sono state quelle con patologie HPV‑correlate pregresse e con multimorbilità, mentre anni di convivenza con l’HIV e comorbilità multiple risultano associati a un più alto tasso di rifiuto. Questi dati mettono in luce gravi lacune nella percezione del rischio e nell’informazione sulle modalità di trasmissione, affermano gli specialisti.
Cuore e infiammazione
L’HIV controllato con la terapia antiretrovirale è un’infezione cronica, ma porta anche a una condizione in cui l’infiammazione di basso grado accelera l’aterosclerosi. Uno studio dell’Università di Roma “Tor Vergata” su un gruppo di 149 pazienti over 40 con basso‑moderato rischio cardiovascolare a cui sono state somministrate le statine ha visto calare dopo soli tre mesi i punteggi di rischio cardiovascolare in modo significativo, insieme ai livelli di colesterolo LDL.
Al Metabolic Clinic di Modena, 3.543 pazienti sono stati seguiti per osservare l’effetto delle statine sulla fragilità. Per la prima volta, oltre al colesterolo, le statine hanno mostrato un’azione anti infiammatoria con beneficio sull’invecchiamento biologico delle persone con HIV, suggerendo un potenziale riutilizzo in ambito geriatrico.
Dopo la pubblicazione del trial REPRIEVE (2015‑2019), che aveva dimostrato un calo del 35% degli eventi cardiovascolari maggiori in pazienti con HIV e basso rischio, l’uso delle statine in Italia è decisamente aumentato. Al San Raffaele di Milano, confrontando due coorti pre‑ (2015‑17) e post‑REPRIEVE (2023‑25), le nuove prescrizioni sono passate da 4,5 a 11,8 per 100 persone l’anno, più che raddoppiando, soprattutto nei soggetti a rischio moderato.
HIV e invecchiamento
“Gli studi presentati a ICAR 2025 confermano che la cronicità dell’HIV richiede oggi un approccio globale multidisciplinare – sottolinea la Prof.ssa Annamaria Cattelan, copresidente ICAR 2025 – Trattare l’infezione è solo il primo passo, a cui si aggiunge un percorso complesso in cui si devono proteggere cuore, rene, osso, sistema nervoso centrale con l’obiettivo di garantire una buona qualità di vita.
Per perseguire questo scopo, servono screening mirati e campagne di prevenzione contro i tumori non AIDS correlati, quindi pap‑test anale, colonscopie, visite dermatologiche, tac del torace oltre alla necessità di smettere di fumare; attenzione poi alla prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari con le statine che oltre ad abbassare i livelli di colesterolo, possono contribuire a contrastare l’infiammazione cronica, migliorare i parametri immunitari e rallentare la fragilità. Manteniamo sempre però l’attenzione sull’importanza del dialogo “medico-paziente”, sull’attenzione e la comprensione delle sue esigenze: questo resta un elemento chiave che potenzia la prevenzione, promuovendo una salute migliore e più consapevole”.
ICAR è organizzato con il patrocinio della SIMIT e delle principali società scientifiche di area infettivologica e virologica e della Community. Durante l’iniziativa sono stati offerti alla cittadinanza i test in piazza anonimi, gratuiti, affidabili per HIV, Epatite B e C, Sifilide.



Nell’ambito formativo di ICAR verranno consegnati i premi ai giovani ricercatori italiani con gli Scientific Committee Awards assegnati ai migliori abstract e i Premi TRIS (Top Researchers ICAR-SIMIT) per i migliori manoscritti pubblicati da autori italiani su riviste internazionali nel corso del 2024. Ad oggi gli abstract accettati sono 335. Inoltre, si terrà l’11a edizione di RaccontART, il contest artistico attraverso cui ragazzi degli istituti superiori esprimono il loro punto di vista sulle tematiche infettivologiche al centro di ICAR.
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“La somministrazione della terapia nella formulazione long acting (un’iniezione intramuscolare ogni due mesi), è definitivamente entrata nella gestione quotidiana dei centri di malattie infettive in Italia ed è destinata a diventare il nuovo standard terapeutico – spiega la Prof.ssa Antonella Castagna, Primario dell’Unità Operativa di Malattie Infettive dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali all’Università Vita‐Salute San Raffaele.
“La Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) orale si può assumere in modalità continuativa, con una pillola al giorno, oppure on demand, al bisogno, riducendo, con un’aderenza corretta, quasi del 100% il rischio di acquisizione di HIV per via sessuale – spiega il Prof. Andrea Antinori, Direttore Dipartimento clinico INMI Spallanzani – La somministrazione per via orale però presenta grossi limiti in tema di aderenza e persistenza. Studi europei, francesi, americani, ma anche i dati della coorte italiana ITa-PrEP del periodo 2017-2023 rilevano che, dopo due anni solo il 40% circa mantiene un’aderenza adeguata.
Inoltre, sono allo studio anticorpi monoclonali neutralizzanti che nel prossimo futuro saranno parte integrante del regime terapeutico. Complessivamente si va dunque verso un approccio terapeutico profondamente innovativo, mediante il quale ci proponiamo di perseguire anche l’obiettivo di ridurre significativamente il numero di nuove infezioni, sperando di raggiungere in Italia presto lo zero. La pandemia di HIV, infatti, non sarà mai conclusa finché non avremo curato tutti i pazienti: l’obiettivo è quello di ottenere una remissione dell’infezione, per cui il paziente possa controllare la replicazione virale senza necessità di ricorrere alla terapia antiretrovirale orale quotidiana”.
“Recentemente è emersa l’opportunità di individualizzare il trattamento con la terapia a due farmaci invece di tre, ma entrambe le strategie presentano vantaggi specifici, da valutare caso per caso – spiega il Prof. Giovanni Di Perri, Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università di Torino – La terapia a tre farmaci (oggi disponibile dnr.) rappresenta il massimo punto di sviluppo di ogni categoria (emivita lunga, potenza intrinseca, forgiveness), con livelli di potenza e tollerabilità tali da affrontare anche una non perfetta adesione. Una mancata aderenza del 20%, ad esempio, che in passato poteva costare il fallimento terapeutico, oggi con questa terapia diventa sostenibile. Questi dati ci devono indurre a valutare i benefici della triplice terapia nella definizione di un trattamento individualizzato e preciso per la persona con HIV”.
Secondo i dati UNAIDS, circa il 76% delle 39 milioni di persone nel mondo che vivono con l’HIV riceve la terapia antiretrovirale, e circa il 71% di esse ha il virus soppresso dalle terapie. Tuttavia, per frenare la diffusione dell’epidemia occorre ampliare le percentuali. “Anzitutto, è necessario aumentare gli screening per far emergere il sommerso, favorire diagnosi precoci e avviare al trattamento chi si scopra infetto – sottolinea il Prof. Massimo Andreoni, direttore scientifico
“Tra le terapie antiretrovirali più diffuse, quella con BIC/FTC/TAF ha dimostrato in vari trial clinici grande efficacia nel ridurre alcuni marcatori infiammatori e nel migliorare il funzionamento del sistema immunitario – spiega la Prof.ssa Giulia Marchetti, Professore Ordinario di Malattie Infettive Università di Milano, Ospedale San Paolo – Questo risultato rappresenta un grosso passo avanti nella somministrazione della terapia antiretrovirale, poiché queste molecole permettono alle persone con HIV, soprattutto quando iniziano la terapia precocemente con un sistema immunitario ancora robusto, di mantenere una buona qualità di vita e una sopravvivenza simile a quella della popolazione generale”.



