La top model italiana Bianca Balti ha scelto di mettere la sua immagine e la sua storia personale al servizio della salute delle donne: è diventata testimonial della campagna “Ovaries. Talk About Them”, promossa dal marchio australiano Camilla & Marc per sostenere lo sviluppo del primo test al mondo di diagnosi precoce del tumore ovarico basato sul DNA.
Balti ha raccontato di aver scoperto di essere portatrice della mutazione del gene BRCA1 già nell’estate 2021, a seguito di un test genetico resosi necessario dopo la mammografia. In quel periodo decise una mastectomia preventiva; l’asportazione delle ovaie era programmata, ma la malattia si è manifestata prima, con una diagnosi di tumore ovarico al terzo stadio nell’agosto/settembre 2024.
Oggi, a quasi un anno dalla scoperta, Balti è in remissione e con la sua partecipazione alla campagna cerca di mettere fine al silenzio che circonda una patologia spesso diagnosticata troppo tardi: il tumore ovarico.
Questo test cambierà tutto il tumore ovarico è un killer silente, puoi scoprirlo prima e mettere al sicuro la tua vita
Tumore ovarico: un “killer silenzioso” da conoscere
Il tumore ovarico è la forma neoplastica ginecologica più letale e si colloca tra le prime dieci neoplasie più comuni nelle donne in Italia: circa 6.000 nuovi casi ogni anno Fondazione AIRC+1. In particolare, i tumori epiteliali di alto grado rappresentano circa il 70% dei casi, e nel 50% di essi è presente un deficit di ricombinazione omologa (HRD) che può influire sulla risposta alla terapia (Fondazione Mutagens).
La sintomatologia è spesso vaga e aspecifica: gonfiore addominale, dolori diffusi, senso di sazietà precoce, disturbi gastrointestinali. Questi segnali possono essere facilmente attribuiti ad altre cause benigni, ritardando la diagnosi (legatumori.genova.it). Inoltre, non esistono attualmente programmi di screening validati su larga scala per il tumore ovarico.
Prevenzione: dove si può intervenire
Le donne che hanno casi di tumore ovarico o mammario in famiglia (soprattutto in giovane età) o portano mutazioni genetiche (BRCA1/2) possono accedere a programmi di consulenza genetica. In Italia, grazie all’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) del maggio 2025, si prevede l’istituzione di un programma nazionale per identificare e monitorare le donne portatrici di mutazioni patogenetiche BRCA, con sorveglianza attiva e test genetici rimborsati (Fondazione Mutagens).
Pur in mancanza di uno screening ufficiale, si suggeriscono visite ginecologiche annuali con ecografia transvaginale e palpazione in presenza di sintomi o nell’ambito di pazienti ad alto rischio, tra almeno ogni sei mesi per le donne portatrici di mutazioni BRCA.
Terapie efficaci: la strategia multiapproccio
Nei tumori avanzati (stadio III/IV), un elemento chiave è la citoriduzione chirurgica completa: rimuovere tutto il tessuto tumorale visibile può aumentare significativamente la sopravvivenza a lungo termine (SIGO+1). Quando la chirurgia immediata non è possibile, si pratica chemioterapia neoadiuvante e si rivaluta successivamente la fattibilità dell’intervento; in strutture d’eccellenza (come l’IRCCS Sant’Orsola), anche dopo più cicli si punta alla rimozione completa del tumore.
La chemioterapia resta una componente fondamentale, soprattutto dopo l’intervento chirurgico. Tuttavia, la tendenza attuale è verso la medicina di precisione, con terapie personalizzate basate su biomarcatori predittivi, come il test HRD che identifica deficit nella riparazione del DNA e orienta la scelta terapeutica.
Nel nuovo aggiornamento LEA, è previsto anche il rimborso di test genomici NGS (Next Generation Sequencing) per identificare mutazioni azionabili, utili a guidare trattamenti mirati anche in tumori ereditari.
La testimonianza di Bianca Balti ha dato un volto e una voce alla necessità di rompere il silenzio sul tumore ovarico. La ricerca di un test precoce basato sul DNA, se realizzato, potrebbe davvero rappresentare una svolta nell’individuare la malattia in stadi trattabili.
Oggi, senza screening universali, la prevenzione passa attraverso:
- Identificazione delle donne con predisposizione genetica e accesso a programmi di sorveglianza attiva (grazie anche alle novità introdotte nei LEA);
- Attenzione ai sintomi aspecifici e visite ginecologiche regolari in presenza di rischi o sospetti;
- Approccio terapeutico multimodale, che combini chirurgia, chemioterapia e terapie mirate, personalizzate secondo il profilo biomolecolare del tumore.
Se questa e altre iniziative aiutassero la ricerca a portare alla luce strumenti diagnostici precoci validi e accessibili, potremmo davvero trasformare il “killer silenzioso” in una malattia dalla quale si può guarire in tempo.
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