Tempo di lettura: 5 minutiQuale destino per la sanità Campana? Se lo chiedono da tempo i sindacati medici e a quanto pare se lo chiedono ora anche i direttori generali di tutte le aziende sanitarie regionali. Il nodo della questione riguarda il commissariamento, e il lavoro dei commissari, che con anni di tagli alla spesa e blocco del turnover ha stremato le risorse (umane e strumentali) con pesantissime ricadute sul piano dell’assistenza. Se è vero che tutto è nato dall’incapacità della politica e della classe dirigente della Campania di contenere le spese del sistema sanitario regionale, arrivando ad un disavanzo da far accapponare la pelle, altrettanto vero è che il commissariamento sta assumendo le fattezze di una cura che rischia di far moire il paziente. Se il debito della sanità campana è il cancro da estirpare, il lavoro dei commissari inviati dal Governo sta diventando una chemioterapia tanto indiscriminata e insensata da risultare letale.
La querelle politica
Uno dei grandi nodi da affrontare è quello politico. Da un lato c’è il presidente della Regione Vincenzo De Luca che è ormai ai ferri corti con il ministro della Salute, dall’altro c’è un mandato politico di chi al momento decide cosa fare e cosa no che blocca ogni possibile ragionevole incontro. I commissari producono ogni giorno atti e decreti che non tengono conto delle situazioni reali nelle quali versa il sistema, la Regione chiede ai sui direttori di raggiungere risultati e obiettivi. Nel mezzo ci sono i direttori generali che cercano di tenere il passo, presi in mezzo tra l’incudine e il martello. Non meraviglia che a rompere questo eterno braccio di ferro siano stati proprio loro, i Dg. Nei giorni scorsi con una lettera al vetriolo i direttori generali, tutti uniti come non si era mai visto prima, hanno fatto sentire la loro voce. Una sorta di insurrezione generale contro i commissari. Chissà che ora non arrivi anche una sfiducia formale del lavoro dei commissari e magari ci si riesca a proiettare verso un nuovo capitolo della sanità, nell’interesse della salute dei cittadini.
La lettera aperta dei Dg
Egregio Direttore,
dicono i Commissari “La Campania è ospedalocentrica”. Siamo d’accordo ma cosa è cambiato dal 2009, quando iniziò il commissariamento della sanità campana da parte del governo?
“Sono necessarie le case della salute” dicono ancora i Commissari. È una diagnosi che in otto anni abbiamo ascoltato dai diversi commissari, senza che poi seguisse una cura. Spesso, poi ci hanno additato gli esempi delle regioni virtuose, come se non fossimo passati anche noi per qualche aula in Bocconi o non avessimo vissuto esperienze nelle regioni “virtuose”.
Gli otto anni di commissariamento hanno generato solo una riduzione di 15.000 (quindicimila!!) professionisti nel nostro sistema Sanitario Regionale, portandoci così facilmente ad una virtuosità finanziaria che ha causato un drastico calo della capacità di assistere i cittadini. Quello ottenuto è stato un puro “lifting” finanziario, realizzato a scapito della salute di milioni di campani. In questi anni, infatti, non si è mai intervenuti sui reali meccanismi di formazione della spesa.
Eppure al vertice della Sanità Campana, da otto anni, si sono succeduti superesperti nominati direttamente dal Ministero della Salute e dal Ministero dell’Economica.
Tant’è che la programmazione dal 2009 si fa producendo un valzer di piani ospedalieri e territoriali. Tutti inapplicati perché inapplicabili e nessuno realmente realizzato confrontandosi quotidianamente e concretamente con l’organizzazione della sanità regionale.
Le prove di ciò sono nei fatti. In ciascuna delle nostre Azienda Sanitarie e Ospedaliere, dopo anni di commissariamento, ci siamo ritrovati con specialisti ambulatoriali chiamati a eseguire interventi di alta specialità, infermieri costretti a fare il lavoro degli inesistenti Operatori Socio Sanitari e un’età media dei professionisti tra le più alte d’Italia.
Il piano ospedaliero 2016-2018, invece, varato con Decreto Commissariale a maggio del 2016 prevede la realizzazione in un anno e mezzo di interventi edilizi che – tra l’altro – dovrebbero garantire l’entrata in operatività di padiglioni da oltre 100 posti letto anche in aree dove non c’è la possibilità di costruire neppure una tettoia. Neanche le regioni più virtuose d’Italia potrebbero riuscire in quest’impresa. Il risultato è che la Campania continua ad avere l’indice di posti letto ospedalieri per abitante più basso in Italia.
Altrettanto vale per il piano territoriale 2016-2018, varato a settembre 2016 e da realizzarsi entro il 31 dicembre 2018. In questo caso si parla di Case della Salute, Unità complesse di Cure Primarie, Continuità assistenziale pediatrica, senza che vi sia la valutazione di quali risorse economiche, professionali e strutturali siano necessarie.
Sul fronte amministrativo, invece, abbiamo trovato gare sospese , appalti in proroga da decine di anni, figure contrattuali inesistenti che si perpetuano da un decennio, centri privati che lavorano tra continue incertezze normative.
In questo quadro, meno di sei mesi fa il Presidente De Luca si è assunto la diretta responsabilità di nominare nuovi Direttori Generali, mettendo fine alla lunga stagione dei commissari che ha interessato anche le singole aziende sanitarie e ospedaliere. Anche in questo caso gli effetti di questo lungo intermezzo di gestione ordinaria sono stati devastanti.
Ora i Commissari sostengono che la colpa di ciò sia nella mancata applicazione di taumaturgici decreti da parte della “Regione” e quindi, in buona parte, dai Direttori Generali. Forse qualcuno dimentica che, nelle regioni “virtuose” i decreti non sono esercizi tipografici calati da segrete stanze senza consultare le direzioni generali sulle specificità dei territori. Il piano territoriale, ad esempio, di recente pubblicazione, non ha visto la partecipazione di nessun direttore di azienda sanitaria locale.
L’elenco potrebbe continuare. La sanità non funziona per magia, perché qualcuno scrive un improbabile rifacimento di ricette che altrove hanno funzionato. La sanità funziona se ci si confronta sui problemi, se si cercano soluzioni insieme, se si attivano concreti processi di rete.
La sanità non ha bisogno di forbiti burocrati, ma di indirizzi politici e di management. Ed è questa la linea del Presidente De Luca. Non è mai successo prima che un Governatore fosse tanto coinvolto dalle problematiche e dagli accadimenti in sanità. Ci incontriamo con cadenza al massimo bisettimanale per verificare senza sconti tutti gli accadimenti aziendali: dai profili economici, alla griglia LEA, ai livelli organizzativi, alle liste di attesa, al personale, alle apparecchiature. Analisi puntuali, precise e puntigliose che, siamo certi, alle prossime verifiche daranno risultati in controtendenza.
Perché, è utile ricordarlo, i parametri in cui la Regione Campania risulta non performante sono tutti riferibili a prima del nostro insediamento: nelle organizzazioni complesse l’inerzia degli effetti di quello che si fa, o che non si fa, si scarica nel lungo periodo, e la relativa analisi pertanto non si presta a fotografie che non incorporano il fattore tempo. Non tenerne conto, è segno di inadeguatezza o di sterile strumentalizzazione o, peggio, di scarica barile.
Noi siamo consapevoli delle nostre responsabilità e le assumiamo ogni giorno, mettendoci il cuore, il cervello, e la faccia. Così come il Presidente. Ci piacerebbe, che invece di pontificare su improbabili encicliche, così facessero tutti calandosi nella trincea del mondo reale, della sofferenza e dell’assistenza.
Elia Abbondante, Asl Napoli 1 Centro
Antonio d’Amore, Asl Napoli 2 Nord
Antonietta Costantino, Asl Napoli 3 Sud
Mario de Biasio, Asl Caserta
Maria Morgante, Asl Avellino
Antonio Giordano, Asl Salerno
Franklin Picker, Asl Benevento
Ciro Verdoliva, AORN A Cardarelli
Giuseppe Longo, AO Ospedali dei Colli
Anna Maria Minicucci, AO Santobono Pausilipon
Attilio Bianchi, IRCSS Fondazione G. Pascale
Angelo Percopo, AO Giuseppe Moscati
Nicola Cantone, AO Ruggi d’Aragona
Vincenzo Viggiani, Policlinico Federico II
Maurizio di Mauro, Policlinico Luigi Vanvitelli
Sigarette, mai più fumo in auto. Dal 2 febbraio scatta la multa: 500 euro
News Presa, PrevenzioneArriva il divieto di fumo al volante, con multe fino a 500 euro. Ma in futuro le sigarette faranno scattare anche la sospensione della patente.
Dal 2 febbraio 2016, infatti, entrano ufficialmente in vigore i nuovi divieti sul fumo, frutto di un iter destinato a recepire quanto stabilito nella direttiva 2014/40/UE relativa alla lavorazione, alla presentazione e alla vendita dei prodotti del tabacco e dei prodotti correlati. L’art. 51 della legge 3/2003, destinato alla tutela della salute di non fumatori, prevede il divieto di fumare nei locali chiusi, ad accezione di quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico e quelli riservati ai fumatori e come tali contrassegnati. Un divieto esteso in seguito anche alle aree all’aperto di pertinenza delle istituzioni del sistema educativo di istruzione e di formazione ed anche alle pertinenze esterne delle strutture universitarie ospedaliere, presidi ospedalieri e IRCCS pediatrici e alle pertinenze esterne dei reparti di ginecologia e ostetricia, neonatologia e pediatria delle strutture universitarie ospedaliere e dei presidi ospedalieri e degli IRCCS. Iniziative, queste, messe in atto per tutelare la salute dei cittadini (fumo passivo e incolumità sulle strade) e frutto di un naturale adeguamento alla normativa europea.
Nel mondo i fumatori sono circa 650 milioni. Secondo l’OMS, le sigarette sono “la prima causa al mondo di morte evitabile”. Ogni anno 5 milioni di persone in tutto il mondo muoiono per cancro, malattie cardiovascolari e respiratorie.
Tagli su braccia e gambe. Allarme giovani: 200 mila vittime del cutting
PsicologiaLe stime sono preoccupanti: in Italia sarebbero almeno 200mila i ragazzi che praticano il cutting, ossia hanno l’abitudine di praticarsi tagli sul corpo, soprattutto su braccia e gambe.
Di questi, molto pochi arrivano a chiedere aiuto: questo accade perché il ricorso a comportamenti automutilanti rappresenta l’estremo tentativo di rendere tangibili sensazioni ed emozioni indefinite e angoscianti.
Nell’impossibilità di trovare “le parole per dirlo”, il ricorso a un’azione concreta, ancorché dolorosa e incomprensibile per un osservatore esterno, è comunque preferibile all’angoscia di qualcosa che non si riesce a capire e nemmeno controllare.
Al dolore fisico, così ben identificabile e condivisibile, è riconosciuta una dignità che al dolore mentale è ancora negata, essendo questo troppo spesso associato ora alla debolezza, ora alla psicopatologia.
La sofferenza psichica, in vero, non si identifica necessariamente né nell’una né nell’altra cosa, ma nel vissuto comune persiste l’abitudine ad associarlo a imbarazzo e persino vergogna; qualcosa da respingere, nascondere e, se proprio non c’è altro da fare, da sostituire con un dolore fisico, afferrabile e controllabile.
Scrive Marilee Strong nel suo “Un urlo rosso sangue”: «[Tagliarsi] è un meccanismo per affrontare i problemi […]. Mi aiuta a gestire le forti emozioni che non so gestire».
Al contrario di quanto si possa credere, tagliarsi non ha nulla a che fare con il suicidio. In chi pratica il cutting la morte, nei rari casi in cui essa si verifica, è per lo più un incidente, dovuto a tagli involontariamente troppo profondi.
Il desiderio di chi si taglia è anzi opposto alla morte: è l’estremo tentativo di recuperare il controllo sulla propria vita.
Tagliarsi ha a che fare con il desiderio di liberarsi del dolore. Nell’impossibilità di farlo, si cerca almeno di trasformarlo nella forma di dolore più gestibile e controllabile. Così tutte quelle emozioni e angosce che non trovano forma a parole, trovano forma di ferita e in quanto tali sono persino medicabili, quasi curabili, almeno per un poco.
Gli adolescenti che si tagliano non sono necessariamente afflitti da qualche disturbo mentale, anzi questi sembrano essere una minoranza.
Il cutting, semmai, apre la strada ad altre forme disfunzionali e pericolose di gestione dei propri stati emotivi, come l’isolamento, la depressione, il cercare rifugio nell’uso di sostanze, avviando un circolo vizioso che si aggrava e cronicizza nel tempo.
Per questa ragione l’intervento precoce è fondamentale ed è importante che un genitore presti attenzione ad alcuni comportamenti dei propri figli, come l’indossare abiti inappropriati alla stagione, soprattutto in estate, il ritrovamento di macchie di sangue sui vestiti di cui non ci siano ragioni plausibili, il possesso di oggetti taglienti come temperini o coltellini, l’abitudine a isolarsi in casa, in particolar modo in bagno.
Soprattutto è importante che un genitore non reagisca giudicando oppure manifestando rabbia, paura o disgusto. E’ necessario che tenga a mente che, per quanto gli appaia incomprensibile, questo è l’unico modo che il figlio o la figlia hanno trovato per fronteggiare un periodo difficile.
Alternative più funzionali al ferirsi, naturalmente, esistono: ma la loro costruzione non è una ricetta preconfezionata e il loro utilizzo di certo non scontato o immediato.
Per questo la strada da intraprendere prevede che a mettersi in gioco sia tutta la famiglia e non solo chi è diventato portatore esplicito della sofferenza.
Lo psicologo può aiutare la famiglia a trovare le parole per il dolore del giovane sofferente e può aiutare la famiglia a proteggere chi è in un momento di fragilità dai fattori di rischio a cui è esposto e dal pericolo della cronicizzazione.
Un percorso familiare, soprattutto, mette tutta la famiglia in condizione di trovare nuove letture, nuovi equilibri e soprattutto una nuova resilienza per affrontare le sfide della vita.
Di Ada Moscarella, Psicologa e psicoterapeuta, Socio clinico SIPPR (Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale.
Se la Campania insorge contro i commissari
News PresaQuale destino per la sanità Campana? Se lo chiedono da tempo i sindacati medici e a quanto pare se lo chiedono ora anche i direttori generali di tutte le aziende sanitarie regionali. Il nodo della questione riguarda il commissariamento, e il lavoro dei commissari, che con anni di tagli alla spesa e blocco del turnover ha stremato le risorse (umane e strumentali) con pesantissime ricadute sul piano dell’assistenza. Se è vero che tutto è nato dall’incapacità della politica e della classe dirigente della Campania di contenere le spese del sistema sanitario regionale, arrivando ad un disavanzo da far accapponare la pelle, altrettanto vero è che il commissariamento sta assumendo le fattezze di una cura che rischia di far moire il paziente. Se il debito della sanità campana è il cancro da estirpare, il lavoro dei commissari inviati dal Governo sta diventando una chemioterapia tanto indiscriminata e insensata da risultare letale.
La querelle politica
Uno dei grandi nodi da affrontare è quello politico. Da un lato c’è il presidente della Regione Vincenzo De Luca che è ormai ai ferri corti con il ministro della Salute, dall’altro c’è un mandato politico di chi al momento decide cosa fare e cosa no che blocca ogni possibile ragionevole incontro. I commissari producono ogni giorno atti e decreti che non tengono conto delle situazioni reali nelle quali versa il sistema, la Regione chiede ai sui direttori di raggiungere risultati e obiettivi. Nel mezzo ci sono i direttori generali che cercano di tenere il passo, presi in mezzo tra l’incudine e il martello. Non meraviglia che a rompere questo eterno braccio di ferro siano stati proprio loro, i Dg. Nei giorni scorsi con una lettera al vetriolo i direttori generali, tutti uniti come non si era mai visto prima, hanno fatto sentire la loro voce. Una sorta di insurrezione generale contro i commissari. Chissà che ora non arrivi anche una sfiducia formale del lavoro dei commissari e magari ci si riesca a proiettare verso un nuovo capitolo della sanità, nell’interesse della salute dei cittadini.
La lettera aperta dei Dg
Egregio Direttore,
dicono i Commissari “La Campania è ospedalocentrica”. Siamo d’accordo ma cosa è cambiato dal 2009, quando iniziò il commissariamento della sanità campana da parte del governo?
“Sono necessarie le case della salute” dicono ancora i Commissari. È una diagnosi che in otto anni abbiamo ascoltato dai diversi commissari, senza che poi seguisse una cura. Spesso, poi ci hanno additato gli esempi delle regioni virtuose, come se non fossimo passati anche noi per qualche aula in Bocconi o non avessimo vissuto esperienze nelle regioni “virtuose”.
Gli otto anni di commissariamento hanno generato solo una riduzione di 15.000 (quindicimila!!) professionisti nel nostro sistema Sanitario Regionale, portandoci così facilmente ad una virtuosità finanziaria che ha causato un drastico calo della capacità di assistere i cittadini. Quello ottenuto è stato un puro “lifting” finanziario, realizzato a scapito della salute di milioni di campani. In questi anni, infatti, non si è mai intervenuti sui reali meccanismi di formazione della spesa.
Eppure al vertice della Sanità Campana, da otto anni, si sono succeduti superesperti nominati direttamente dal Ministero della Salute e dal Ministero dell’Economica.
Tant’è che la programmazione dal 2009 si fa producendo un valzer di piani ospedalieri e territoriali. Tutti inapplicati perché inapplicabili e nessuno realmente realizzato confrontandosi quotidianamente e concretamente con l’organizzazione della sanità regionale.
Le prove di ciò sono nei fatti. In ciascuna delle nostre Azienda Sanitarie e Ospedaliere, dopo anni di commissariamento, ci siamo ritrovati con specialisti ambulatoriali chiamati a eseguire interventi di alta specialità, infermieri costretti a fare il lavoro degli inesistenti Operatori Socio Sanitari e un’età media dei professionisti tra le più alte d’Italia.
Il piano ospedaliero 2016-2018, invece, varato con Decreto Commissariale a maggio del 2016 prevede la realizzazione in un anno e mezzo di interventi edilizi che – tra l’altro – dovrebbero garantire l’entrata in operatività di padiglioni da oltre 100 posti letto anche in aree dove non c’è la possibilità di costruire neppure una tettoia. Neanche le regioni più virtuose d’Italia potrebbero riuscire in quest’impresa. Il risultato è che la Campania continua ad avere l’indice di posti letto ospedalieri per abitante più basso in Italia.
Altrettanto vale per il piano territoriale 2016-2018, varato a settembre 2016 e da realizzarsi entro il 31 dicembre 2018. In questo caso si parla di Case della Salute, Unità complesse di Cure Primarie, Continuità assistenziale pediatrica, senza che vi sia la valutazione di quali risorse economiche, professionali e strutturali siano necessarie.
Sul fronte amministrativo, invece, abbiamo trovato gare sospese , appalti in proroga da decine di anni, figure contrattuali inesistenti che si perpetuano da un decennio, centri privati che lavorano tra continue incertezze normative.
In questo quadro, meno di sei mesi fa il Presidente De Luca si è assunto la diretta responsabilità di nominare nuovi Direttori Generali, mettendo fine alla lunga stagione dei commissari che ha interessato anche le singole aziende sanitarie e ospedaliere. Anche in questo caso gli effetti di questo lungo intermezzo di gestione ordinaria sono stati devastanti.
Ora i Commissari sostengono che la colpa di ciò sia nella mancata applicazione di taumaturgici decreti da parte della “Regione” e quindi, in buona parte, dai Direttori Generali. Forse qualcuno dimentica che, nelle regioni “virtuose” i decreti non sono esercizi tipografici calati da segrete stanze senza consultare le direzioni generali sulle specificità dei territori. Il piano territoriale, ad esempio, di recente pubblicazione, non ha visto la partecipazione di nessun direttore di azienda sanitaria locale.
L’elenco potrebbe continuare. La sanità non funziona per magia, perché qualcuno scrive un improbabile rifacimento di ricette che altrove hanno funzionato. La sanità funziona se ci si confronta sui problemi, se si cercano soluzioni insieme, se si attivano concreti processi di rete.
La sanità non ha bisogno di forbiti burocrati, ma di indirizzi politici e di management. Ed è questa la linea del Presidente De Luca. Non è mai successo prima che un Governatore fosse tanto coinvolto dalle problematiche e dagli accadimenti in sanità. Ci incontriamo con cadenza al massimo bisettimanale per verificare senza sconti tutti gli accadimenti aziendali: dai profili economici, alla griglia LEA, ai livelli organizzativi, alle liste di attesa, al personale, alle apparecchiature. Analisi puntuali, precise e puntigliose che, siamo certi, alle prossime verifiche daranno risultati in controtendenza.
Perché, è utile ricordarlo, i parametri in cui la Regione Campania risulta non performante sono tutti riferibili a prima del nostro insediamento: nelle organizzazioni complesse l’inerzia degli effetti di quello che si fa, o che non si fa, si scarica nel lungo periodo, e la relativa analisi pertanto non si presta a fotografie che non incorporano il fattore tempo. Non tenerne conto, è segno di inadeguatezza o di sterile strumentalizzazione o, peggio, di scarica barile.
Noi siamo consapevoli delle nostre responsabilità e le assumiamo ogni giorno, mettendoci il cuore, il cervello, e la faccia. Così come il Presidente. Ci piacerebbe, che invece di pontificare su improbabili encicliche, così facessero tutti calandosi nella trincea del mondo reale, della sofferenza e dell’assistenza.
Elia Abbondante, Asl Napoli 1 Centro
Antonio d’Amore, Asl Napoli 2 Nord
Antonietta Costantino, Asl Napoli 3 Sud
Mario de Biasio, Asl Caserta
Maria Morgante, Asl Avellino
Antonio Giordano, Asl Salerno
Franklin Picker, Asl Benevento
Ciro Verdoliva, AORN A Cardarelli
Giuseppe Longo, AO Ospedali dei Colli
Anna Maria Minicucci, AO Santobono Pausilipon
Attilio Bianchi, IRCSS Fondazione G. Pascale
Angelo Percopo, AO Giuseppe Moscati
Nicola Cantone, AO Ruggi d’Aragona
Vincenzo Viggiani, Policlinico Federico II
Maurizio di Mauro, Policlinico Luigi Vanvitelli
Antibiotico resistenza, un allarme sempre più concreto
Farmaceutica, Prevenzione«L’uso indiscriminato di antibiotici ci ha portato ad una nuova stagione dell’antibiotico resistenza». A dirlo, nel corso di un importante congresso tenutosi alla Federico II di Napoli, è Guglielmo Borgia (direttore dell’unità operativa complessa di Malattie Infettive. «Ccirca la metà degli antibiotici utilizzati nell’uomo – rivela – viene assunta senza una reale indicazione». Purtroppo l’Italia è tra i primi posti per il consumo di antibiotici e di conseguenza anche per la percentuale di ceppi resistenti. Nel contesto nazionale, la Campania ha addirittura tassi superiori alla media sia sotto il profilo della resistenza agli antibiotici che dei relativi costi sanitari. Per contrastare il fenomeno della antibiotico- resistenza una delle possibili soluzioni è costituita dall’attivazione di un programma di antimicrobial stewardship, ovvero l’ottimizzazione della prescrizione di ogni singola terapia antibiotica.
La task force
«Il programma di antimicrobial stewardship – spiega , Ivan Gentile, responsabile scientifico del – consiste nella creazione di un team in cui consulenti infettivologi, con la stretta collaborazione di microbiologi, igienisti, farmacisti ospedalieri, farmacologi, in modo sistematico, valutano l’appropriatezza delle prescrizioni antibiotiche, modificandole secondo necessità, al fine di garantire la migliore terapia possibile per il paziente, con le dosi e la durata corretta per evitare l’uso improprio dei farmaci, minimizzando gli effetti collaterali e riducendo i costi». Il programma di antimicrobial stewardship, ampiamente validato da autorevoli linee guida internazionali, ha l’obiettivo di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti con infezioni, ridurre le resistenze ed abbassare i costi.
L’OMS
Secondo l’OMS è necessaria una rete sinergica che coordini a livello globale il monitoraggio delle antibiotico-resistenze e la condivisione dei dati. Solo 129 dei 194 Paesi Membri hanno fornito dati nazionali sulle AMR e, tra questi, solo 42 hanno rintracciato i dati relativi a tutte le 9 coppie “batteri-antibiotici” che le agenzie nazionali hanno indicato come le principali minacce per la salute pubblica, tra queste: Staphylococcus aureus e meticillina, Escherichia Coli e le cefalosporine, Klebsiella pneumoniae e i carbapenemi. Ecco perché risuonano ancor più minacciose le parole di Keiji Fukuda che nel 2014 ha detto «L’era post-antibiotici – nella quale infezioni comuni e lievi ferite possono diventare mortali – ormai lontana dall’essere considerata una fantasia apocalittica, è diventata invece una reale possibilità del XXI secolo»
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Pubblica Amministrazione: un italiano su due non ha fiducia
Economia sanitaria, News Presa, PrevenzioneQuasi la metà degli italiani crede che nella Pubblica Amministrazione (incluso il settore sanitario) ci siano corruzione e diseguaglianze. Tuttavia, il trend negli ultimi tre anni, dall’approvazione della legge anticorruzione, è migliorato. Il dato emerge dall’analisi di Transparency International che ha effettuato uno studio su 176 Paesi del mondo: la media dei risultati è nettamente negativa.
Insomma, in Italia i cittadini non si fidano dell’operato della Pubblica Amministrazione e quasi un abitante su due crede che in certi luoghi ci sia troppa corruzione, ma anche all’estero. Gli Stati più virtuosi sono Danimarca e Nuova Zelanda, al margine della classifica si trova la Siria. L’analisi ha passato al setaccio la percezione degli abitanti di 176 diversi Paesi nello scorso anno. C’è sfiducia per la corruzione, ma anche per le diseguaglianze riscontrate nei servizi erogati da alcuni enti pubblici.
In Italia, anche se il giudizio di quasi il 50% degli italiani, più precisamente del 47%, è negativo, il Belpaese mostra un netto miglioramento per il terzo anno consecutivo. Ancora troppo poco, soprattutto rispetto agli altri paesi europei.
Da quando è stata varata la legge anticorruzione, nel 2012, l’Italia ha riconquistato ben 12 posizioni nel ranking mondiale, portandosi dal 72°al 60° posto, ma la distanza dai Paesi migliori d’Europa è ancora tanta.
Lo studio, per definire l’indice di corruzione, ha utilizzato una scala da zero a cento, da “molto corrotto” a “per nulla corrotto”. Il 69% dei 176 Paesi analizzati ha ottenuto un punteggio inferiore a 50. Il risultato mostra come la corruzione nel settore pubblico sia ancora percepita come uno dei mali peggiori. Se l’Italia ha avuto un miglioramento, lo stesso non si può dire facendo una media tra le situazioni analizzate. La percezione della corruzione è aumentata in generale nel mondo: sono più i Paesi che hanno perso punti, di quelli che ne hanno guadagnati.
Ai primi classificati, Danimarca e Nuova Zelanda che guidano la lista dei Paesi virtuosi, seguono Finlandia e Svezia. Al versante opposto: Somalia, Sud Sudan, Corea del Nord e Siria.
“Non possiamo permetterci il lusso di sprecare altro tempo – ha concluso José Ugaz, presidente di Transparency International – la lotta alla corruzione va portata avanti con la massima urgenza se davvero vogliamo che la vita delle persone del mondo possa migliorare”.
Prevenzione e diagnostica, primato Italia: record di Tac e Risonanze
News Presa, Prevenzione, Ricerca innovazioneSalute e benessere fondano le proprie radici sulla prevenzione. Tra i fattori che hanno migliorato quest’ultima troviamo senz’altro l’aumento di apparecchiature per la diagnosi, aumentate rapidamente nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea negli ultimi decenni.
A tenere il conto è l’Eurostat che indica l’Italia, insieme a Grecia, Cipro e Finlandia tra gli stati europei ad avere un numero più elevato di apparecchi per la diagnostica per immagini; in particolare, il doppio delle Tac e delle risonanze rispetto alla Francia.
Ad esempio, in Finlandia il numero di tomografi computerizzati (TC) nel 2014 era di 117, rispetto agli appena 23 di circa 30 anni prima, mentre in Ungheria il numero è aumentato da 3 a 78 dal 1984 al 2013. Nei 20 anni tra il 1994 e il 2014 il numero Risonanze (MRI) è aumentato nella Repubblica Ceca da 7 a 78, in Finlandia da 17 a127 e nei Paesi Bassi da 38 (nel 1993) a 217.
Si osserva un aumento generalizzato, ma rispetto alla dimensione della popolazione e in base alla disponibilità dei dati sono Grecia, Cipro, Italia e Finlandia gli Stati che hanno riportato la maggior parte delle apparecchiature di ‘imaging’ (tac, rmn, mammografi, pet, angiografi) in Europa.
Nello specifico, per quanto riguarda le Tac: Danimarca, Lettonia, Germania, Grecia, Bulgaria, Italia e Cipro riportano almeno 3,0 CT scanner per 100.000 abitanti nel 2014. Al contrario meno di 1 apparecchio per 100.000 abitanti è stato registrato nel Regno Unito e in Ungheria.
Le risonanze, invece: Germania, Italia, Grecia, Finlandia, Cipro e Austria hanno riferito di aver almeno 2,0 unità di risonanza magnetica per 100.000 abitanti nel 2014. I paesi che ne hanno meno sono Romania e Ungheria con 0,6 unità ogni 100.000 abitanti.
Per gli Angiografi, è la Finlandia che ha registrato il numero maggiore di unità di angiografia rispetto alla dimensione della popolazione nel 2014 cin 2,0 unità per 100 000 abitanti, seguita da Lussemburgo (1,4 per 100 000 abitanti) e Italia (1,3 per 100 000 abitanti; dati 2013) . Il rapporto più basso per unità di angiografia è stata registrata invece dalla Romania (0,3 per 100 000 abitanti).
I Mammografi, Grecia e Cipro hanno riportato il più alto numero di unità di mammografia rispetto agli abitanti. La disponibilità più bassa di unità di mammografia si è registrata invec e in Repubblica Ceca, Estonia, Lussemburgo e Romania.
Le Pet, invece, sono generalmente meno ampiamente disponibili dei sei tipi di apparecchiature di imaging presentati in questo articolo. In termini assoluti, l’Italia è il Paese che ha registrato il più alto numero di scanner PET con 174 unità nel 2013.
Emergenza bimbi in Francia. A rischio primato Ue della natalità
News PresaLa Francia a livello europeo ha il primato del numero di figli per donna, ma negli ultimi due anni il tasso è in continuo calo ed è sceso sotto la soglia di 2 (ritenuta il minimo).
Nel 2016, nello Stato transalpino sono nati 785.000 bambini, 34.000 in meno rispetto al 2014, e il tasso di fecondità è sceso da 2 a 1,93 figli per donna. Insomma, anche la Francia che primeggia in Europa, è lo stato Ue con la media più elevata, arranca; ma resta comunque tra i Paesi che fanno più bambini.
Ultimi nella lista che comprende i paesi dell’ Unione Europea, restano: Italia e Portogallo che a fatica arrivano a 1,3 figli per donna ndr.
A mettere nero su bianco è stato l’Istituto di statistica francese (INSEE) che rileva appunto come nel 2016, la fertilità è diminuita per il secondo anno consecutivo.
“Questo declino – si evidenzia – è particolarmente marcato nelle donne di età compresa tra 25 a 29 anni, e non viene più compensato, come negli anni precedenti, da un aumento della fertilità in età più avanzata”. Per quanto riguarda l’Italia invece l’età è ancora più alta, nell’ultimo anno, infatti, l’argomento è stato molto discusso, tanto da spingere il governo a pensare a iniziative che potessero migliorare l’andamento delle nascite .
Vaccini, allarme dei pediatri: cambiare per evitare una crisi
News PresaTerminata (o quasi) la psicosi meningite, in Campania si alza un allarme ben più serio sui vaccini, anzi sulle coperture vaccinali. A scendere in campo sono i pediatri della Fimp Napoli che hanno stilato un programma operativo basato su cinque punti per «fare in modo che l’emergenza vaccinazioni non diventi una vera e propria crisi sanitaria». Una possibilità non esattamente remota se i pediatri di famiglia hanno deciso di inviare una nota d’allarme al presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, al commissario ad acta per la Sanità Joseph Polimeni, al consigliere del presidente per la Sanità Enrico Coscioni, al sindaco De Magistris e al presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli Silvestro Scotti.
Dati drammatici
La comunicazione contiene alcuni dati del report sul rischio epidemico al quale la Campania si sta esponendo a causa del drammatico calo del ricorso ai vaccini. «Per la prima volta – si legge nel documento – nel 2014 si è scesi al di sotto del 95% nelle coperture per la Polio e per l’Esavalente in tutta Italia, con dati particolarmente drammatici al 31/12/2015: in Campania 91,3% (media nazionale 93,4%)».
Tornano malattie dimenticate
La situazione è «ancora più grave per il vaccino contro Morbillo-Parotite-Rosolia (MMR). Il tasso di copertura nazionale è all’85,2%, mentre in Campania raggiungiamo appena l’80,7%». Il segretario provinciale Antonio D’Avino chiarisce che «il livello critico di copertura vaccinale è del 95%, al di sotto del quale si perde la herd immunity (immunità di gregge) e ricompaiono le malattie». Nel documento si evidenzia «la segnalazione di un caso di difterite anche nel nostro paese da parte del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, dopo la segnalazione di casi mortali in Spagna e in Belgio e, secondo la stessa fonte, ci aspettiamo anche il ritorno della Polio. Se poi si valutano le coperture vaccinali all’interno della nostra regione, si ha una situazione a macchia di leopardo, con buon livello nelle provincie di Avellino, Benevento e Salerno, e coperture drammaticamente basse a Napoli e provincia dove l’Esavalente raggiunge l’ 85% e la Trivalente il 73%».
Focolai epidemici
Il documento rivela che a Napoli sono comparsi focolai epidemici di morbillo che hanno determinato la stragrande maggioranza di notifiche rispetto ai 157 casi denunciati in Campania al 30 novembre 2016. Probabilmente questo dato è anche sottostimato. «Ricordiamo – dice D’Avino – che l’esavalente protegge da malattie importanti come la difterite e la polio, virtualmente scomparse nel nostro paese, ma pronte a ricomparire, mortali nel 20-30 % dei casi e con danni irreversibili in oltre il 50% dei casi per la Poliomielite. Protegge inoltre dal Tetano, dall’Epatite B, dalla Pertosse e dalla Meningite da Haemophilus Influenzae tipo B. Quest’ultima fino agli anni ‘90 è stata la più frequente forma di Meningite nei primi 5 anni di vita e dal 1995, anno in cui è stata introdotta la vaccinazione, è quasi scomparsa, passando da alcune centinaia di casi all’anno a 3-4 casi. Per la Trivalente basta ricordare che nei paesi industrializzati il Morbillo ha una mortalità di 1/3000 casi e determina Encefalite in 1/1000 casi, mentre la Rosolia Congenita continua a mietere vittime. Negli ultimi 10 anni sono stati accertati 84 casi di Rosolia Congenita in Italia, di questi ben 37 si sono verificati in Regione Campania, e purtroppo le donne in età fertile vaccinate sono circa il 36% a livello nazionale, il 20% in Campania e solo Il 5,1% nel territorio della Asl Napoli 1».
Il piano
In considerazione di una situazione tanto grave la Fimp Napoli propone un piano che si basa su cinque punti chiave: «In primo luogo – dice D’Avino – la promozione di campagne informative con finalità educative rivolte alla popolazione, attraverso tutti i mass-media. Poi l’aggiornamento annuale obbligatorio in tema di vaccini per tutti i medici del SSN, in particolare Pediatri di Famiglia, Medici ed Infermieri dei centri vaccinali. La realizzazione di corsi di counselling per le stesse figure professionali, l’attivazione di forme di integrazione dei medici delle cure primarie (Pediatri di Famiglia e Medici di Medicina Generale) nell’attuale sistema dei vaccini regionale e il monitoraggio e il supporto delle attività dei centri vaccinali con l’introduzione di azioni “facilitatrici” tali, ad esempio, da rendere più agevole l’accesso ai centri stessi da parte dell’utenza e delle figure professionali coinvolte. Oltre questo sarebbe il caso di inserire l’obbligo di vaccino per le iscrizioni alle scuole materne, così come già fatto in altre regioni d’Italia. Siamo convinti – conclude il leader della Fimp Napoli – che solo attuando questi cinque punti saremo messi in condizione di evitare di trovarci presto alle prese con malattie del tutto prevenibili con adeguate strategie vaccinali».
Auro Academy, il Cardarelli di Napoli fa scuola
News Presa, Ricerca innovazioneCon una diagnosi di carcinoma della prostata, l’intervento chirurgico è spesso l’unica alternativa. Grazie alla chirurgia laparoscopica e alle innovazioni introdotte dalla chirurgia robotica oggi è possibile intervenire in campo urologico come mai in passato. Un vero e proprio polo d’eccellenza in questa campo è ormai da tempo il reparto di Urologia del Cardarelli di Napoli, scelta ora dall’Associazione Urologi Italiani come sede di alcune delle lezioni del progetto formativo Auro Academy.
Tra teoria e pratica
Tra lezioni teoriche e pratiche, ma anche un corso multimediale e interattivo “Auro Academy FAD”, verranno approfondite le ultime tecniche nel campo della chirurgia urologica laparoscopica e robotica.
Il chirurgo Paolo Fedelini
«Auro Academy – spiega il dottor Paolo Fedelini, direttore del corso – si pone l’obiettivo di formare in maniera completa e innovativa i giovani chirurghi e urologi che desiderino approfondire le tecniche della chirurgia urologica laparoscopica e robotica. Verrà organizzato su due sale operatorie in una delle quali si faranno interventi con tecnica robotica e in un’altra si faranno interventi con tecnica laparoscopica tradizionale.
On line
Il web e lo scenario della comunicazione digitale sono in costante fermento e si evolvono a ritmi molto veloci. Il corso multimediale Auro Academy, si propone di offrire una visione organica, attraverso la trattazione analitica di interventi chirurgici in singoli moduli interattivi, integrando, in maniera pragmatica, strumenti di comunicazione tradizionali con quelli innovativi. La valorizzazione delle potenzialità della comunicazione digitale rappresenta la sfida verso la formazione del futuro. Oltre a Paolo Fedelini, ci saranno i docenti Giovanni Muto (ordinario del Campus Biomedico di Roma) e il dottor Roberto Sanseverino (direttore dell’UOSC di Urologia di Nocera Inferiore).
Tregua influenza: bambini e anziani sempre nel mirino: a letto in 500 mila
Associazioni pazienti, News Presa, PrevenzioneL’influenza è in calo, dopo aver raggiunto il picco stagionale nell’ultima settimana del 2016, con 9,55 casi per mille assistiti. Nella seconda settimana del 2017, invece, continua la discesa del numero dei casi anche se l’incidenza di chi è finito a letto rimane sempre alta. Nella seconda settimana 2017, infatti, il livello di incidenza in Italia è sceso a 8,47 casi per mille assistiti.
Lo rileva l’ultimo bollettino Influnet dell’Iss aggiornato al 15 gennaio (seconda settimana 2017). Il numero di casi stimati in questa settimana è stato pari a circa 514.000, per un totale, dall’inizio della sorveglianza ad ottobre, di circa 2.964.000 casi. L’anno scorso in nella seconda settimana dell’anno erano finite a letto 154.150 persone mentre il totale era di 1,088 milioni di casi (quasi un terzo in meno).
La fascia di età maggiormente colpita rimane quella dei bambini al di sotto dei cinque anni in cui si osserva un’incidenza pari a 15,22 casi per mille assistiti. In questa fascia di età però si è registrato il maggior calo del numero di casi rispetto alla settimana precedente. Nelle altre fasce di età l’incidenza è rimasta pressoché stabile.
L’Iss conferma come “nella seconda settimana del 2017 in tutte le Regioni italiane è in corso il periodo epidemico. In Piemonte, in Val d’Aosta, nella P.A. di Trento, in Emilia-Romagna, nelle Marche, nel Lazio, in Campania, in Basilicata e in Sardegna si osserva un’incidenza pari o superiore a 10 casi per mille assistiti”.