Tempo di lettura: 3 minutidi Giulia Liperini*
I cambiamenti e le trasformazioni della scuola hanno portato inevitabilmente alcune incertezze. Il cambiamento come “evento critico, inteso come un qualsiasi evento perturbante in grado di provocare un cambiamento nel sistema (Scabini, 1995).

La dottoressa Giulia Liperini
Ideare e condurre progetti nelle scuole è un intervento che dev’essere finalizzato a gestire le difficoltà che si sviluppano sia dentro sia fuori le aule. E’ senz’altro vero che fattori familiari o sociali influenzano il comportamento degli allievi (e dei docenti) a scuola e che i ragazzi “importano” nella classe regole di comportamento e abitudini apprese e vissute in famiglia (o nel quartiere, o nel gruppo). La scuola non è impermeabile a quanto succede nel contesto sociale a cui appartiene. Tuttavia docenti e specialisti che hanno il mandato di intervenire a scuola non hanno nessuna presa su questi fattori extra-scolastici.
Un intervento focalizzato esclusivamente su questi fattori può essere destinato a fallire. Da qui l’importanza di identificare i fattori contestuali legati alle dinamiche relazionali all’interno della classe: i soli sui quali le risorse e le competenze dei diversi attori del sistema scolastico (docenti, docenti di sostegno, allievi, direzione, ma anche specialisti chiamati a rinforzo) possono agire con efficacia.
La scuola resta il luogo di trasmissione di saperi e di valori, anche se tende a conservare la propria identità e le proprie caratteristiche nel tempo.
L’ottica sistemica
E’ uno strumento pertinente e utile in questo contesto, perché propone di riconsiderare un eventuale disagio scolastico secondo una diversa chiave di lettura. Il sistema scuola è molto complesso, l’approccio sistemico propone di passare da una definizione in termini parcellizzati: individuali, familiari, o socio-culturali, o in riferimento a cause generali situate all’esterno della scuola, ad una lettura delle condizioni legate a processi specifici di interazione. In particolare tra allievo e docente, o tra allievo e compagni di classe, o nel gruppo-classe preso nel suo insieme, o anche tra scuola e famiglia.
In quest’ottica, si passa quindi dalla ricerca di cause come la storia del ragazzo, la famiglia, l’ambiente di vita, all’identificazione e all’analisi dei processi interazionali e dei meccanismi in atto all’interno della classe o dell’istituto che possono favorire lo sviluppo di situazioni di malessere, o anche contribuire a renderle croniche.
Il processo educativo coinvolge direttamente o indirettamente più attori, lo studente si trova al centro di diversi agenti in rapporto asimmetrico, che può emergere tra la famiglia, la scuola (preside, docenti, personale ata, istituto), i servizi esterni (educatori socio-sanitari, psicoterapeuti, etc.) o anche amici e compagni. Assumere uno sguardo sistemico permette di inquadrare fenomeni dove le variabili sono sostanzialmente indefinite o indefinibili. Questo ci permette di sostenere che la teoria sistemica si presta ad affrontare tematiche complesse, come può essere quella dei sistemi educativi.
A questa inquadratura corrispondono modi di pensare e di agire che possono contribuire a realizzare lo “star bene a scuola”, vale a dire favorire condizioni relazionali che garantiscono un “benessere” sufficiente per docenti e allievi. Il benessere a scuola si costruisce a scuola.
L’importanza della “rete”
Un elemento di fondamentale importanza è quello di creare una rete; una rete dei servizi costruita sulle caratteristiche di ogni studente e sui bisogni della sua famiglia, perché la famiglia deve essere riconosciuta come interlocutore privilegiato. In conclusione, approcciarsi alla scuola secondo l’ottica sistemico-relazionale significa guardarla contemporaneamente sia come sovrasistema (apparato burocratico, differenze gerarchiche e generazionali), sia come sottosistema (la vasta rete di relazioni) nel quale ogni individuo (insegnante, allievo, genitore) è considerato come membro di uno o più sistemi di relazioni. In questi termini la scuola è un ambito in cui l’approccio sistemico relazionale può essere assunto come una chiave di lettura e di intervento non psicoterapeutico, ma come orientamento per l’operatività quotidiana (I.Genovesi, G.Liperini 2016).
*Socio ordinario della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale
«Quei 430 milioni mai spesi dateli alla ricerca»
News PresaUn appello al governo affinché l’Italia volti pagina e inizi ad essere uno dei Paesi nei quali si investe nella ricerca. L’iniziativa è dell’associazione Luca Coscioni e arriva in occasione del World Cancer Day di domani (4 febbraio 2017). L’appello dell’associazione batte in modo particolare sull’importanza di destinare fondi alla ricerca di base: «La giornata mondiale per la lotta al cancro – si legge- è un’occasione che va colta dal Governo per dare un segnale forte a favore della ricerca scientifica». La richiesta è esplicita e molto mirata: destinare alla ricerca di base i 430 milioni di euro non spesi dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova.
Un nuovo corso
Già in occasione del passaggio della legge finanziaria in Parlamento alcuni scienziati e accademici italiani del calibro di Michele De Luca, Gilberto Corbellini, Giulio Cossu e Roberto Defez, a nome dell’associazione Luca Coscioni, avevano proposto che la dotazione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale fosse portata dalla attuale cifra di 32 milioni di euro l’anno (92 milioni su 3 anni) alla cifra di 460 milioni di euro l’anno. Per gli scienziati «questa decisione segnerebbe l’avvio di un nuovo corso, e farebbe dell’Italia un Paese che investe in conoscenza al pari delle altre grandi economie fondate sul sapere».
Sbloccare i fondi
Da quanto emerso grazie all’azione parlamentare della Senatrice a vita Elena Cattaneo e dall’inchiesta della trasmissione Presa Diretta, sono ben 430 milioni di euro non spesi dall’IIT di Genova e depositati presso la banca d’Italia. “Questi fondi potrebbero essere destinati proprio alla ricerca di base, contro il cancro e non solo, garantendo così almeno per il primo anno la decuplicazione dei fondi per i PRIN. Proponiamo dunque alla Ministra della Ricerca, Valeria Fedeli, e a tutto il Governo di cogliere l’occasione della giornata mondiale contro il cancro per prendere un impegno che rappresenterebbe una speranza importante per tutta la ricerca italiana. Clicca QUI per sottoscrivere l’appello.
Immigrati: per 2 italiani su 3 portano malattie come la meningite
News Presa, PrevenzioneL’immigrazione porta in Italia malattie infettive gravi: ne sono convinti i due terzi degli italiani.
Interpellati attraverso il sondaggio Index Research, il 63,8% degli intervistati si è detto convinto che “l’arrivo degli immigrati nel nostro Paese favorisce la diffusione di malattie infettive anche gravi”. Il 26,5% crede invece che non sia così. Il 9,7% è rappresentato dalla fetta che non sa o non risponde.
La rilevazione Index ha sondato anche l’effetto psicosi meningite, dopo l’ondata di paura che si è diffusa nel mese di gennaio a causa di diversi casi registrati lungo la penisola.
Secondo il 74% della popolazione, il 13% in più rispetto all’ottobre 2015, è giusto che le vaccinazioni per i bambini siano “obbligatorie per tutti”. Mentre un quinto ritiene che debba essere una scelta dei genitori; ovvero il 7% in meno rispetto all’ottobre 2015.
E aumentata anche la fetta di persone che ha assunto posizione rispetto a questo tema: nella precedente rilevazione l’11% degli intervistati non sapeva o non aveva risposto, oggi solo il 5% non ha un’opinione.
“I casi di cronaca e una maggiore informazione hanno quindi spostato una parte dell’opinione pubblica, che ha preso maggiore consapevolezza del tema”, spiega Natascia Turato, direttore di Index Research.
Più volte sul caso “psicosi meningite” la professoressa Maria Triassi direttore del Dipartimento di Salute Pubblica della Federico II di Napoli ha invitato alla calma. Non è stata lei la sola, visto che tutti i camici bianchi hanno sempre ribadito che in Campania, ad esempio, non c’è e non c’è stato, alcun allarme concreto. La Triassi è stata invece la prima a sottolineare come al fenomeno dei migranti si potesse associare un rischio contagio, o meglio il rischio di veder tornare malattie dimenticate e comparirne di nuove. La professoressa Triassi ha parlato nei mesi scorsi di un incremento dei casi di tubercolosi e del «ritorno di alcune malattie infettive che, nel vecchio continente, sono quasi del tutto debellate, silenti». Tutto questo proprio per il fenomeno migratorio e le cattive condizioni igienico sanitarie di quanti sono costretti a viaggi disperati verso le nostre coste. «In alcune nazioni da cui provengono i migranti – aveva spiegato la Triassi – alcune patologie come la tubercolosi e la meningite, che da noi sono quasi del tutto scomparse, sono endemiche e silenti nell’individuo. Questi virus con i climi più freddi possono acutizzarsi e diffondersi».
Rosolia congenita, in pochi conoscono i rischi
PrevenzioneRosolia Congenita: l’eradicazione è possibile. Lo dice una ricerca della Federico II di Napoli. Ormai da un decennio il Ministero della Salute ha formulato un piano nazionale di eradicazione del morbillo e della rosolia congenita (PNEMoRC). Purtroppo, verificando regione per regione il livello della copertura vaccinale per queste due malattie ci si rende conto che sul registro del Ministero i dati riguardanti la Campania sono fermi al 2008. Per dare un’inversione di tendenza a questa situazione preoccupante il professor Raffaele Orlando (direttore dell’Unità operativa complessa di Malattie Virali della Federico II di Napoli) assieme alla sua équipe di infettivologi, ha intrapreso un’indagine avvalendosi della preziosa collaborazione del reparto di Ostetricia. Il progetto ha coinvolto 131 donne in gravidanza alle quali è stato sottoposto un questionario in forma anonima volto a rilevare se fosse presente uno stato di protezione nei confronti della rosolia. IN pratica se avessero fatto il vaccino o se avessero già avuto la rosolia. Le domande sono anche servite a comprendere se queste donne fossero consapevoli dei rischi che questa malattia, se contratta in gravidanza, può causare al nascituro.
I risultati dell’indagine
L’esito della ricerca ha dato un’indicazione inequivocabile: la scarsa copertura vaccinale è la diretta conseguenza dell’inadeguata conoscenza dei rischi associati alla rosolia congenita, dal momento che le donne ignare dei rischi non si preoccupano di rimediare al pericolo vaccinandosi. Per questo motivo le pazienti “arruolate” sono state adeguatamente informate dal personale della Federico II rispetto alle possibili conseguenze per il nascituro. Il risultato? Quasi tutte hanno chiesto di essere sottoposte al vaccino subito dopi il parto.
I rischi e le esperienze pregresse
Tra i pericoli connessi alla rosolia in gravidanza c’è una maggiore incidenza di aborti, la possibile cecità del bimbo o la sordità neurosensoriale e malformazioni cardiache. Già nel 2015 l’equipe del professor Orlando aveva condotto uno studio legato agli studenti di Infermieristica, Infermieristica Pediatrica e Ostetricia della “Federico II”, mirato alla valutazione della percezione del rischio di morbillo e rosolia tra i giovani. Anche in quel caso lo studio aveva incentivato gli studenti alla vaccinazione.
La strada giusta
«Direi un buon esempio – spiega il professor Orlando – di come formazione e informazione siano la chiave di volta per raggiungere certi risultati. Un esperimento da estendere senz’altro nel territorio campano per tenerci al passo con le altre Regioni e rispettare gli impegni presi con il Ministero della Salute in merito alla vaccinazione per rosolia». Si può dire che sulle direttive nazionali per l’eradicazione della rosolia congenita, la Regione Campania, grazie all’attiva collaborazione della Federico II, può rispondere “presente”.
Cancro, il mondo si mobilita: è il World Cancer Day
News Presa, PrevenzioneDomani in tutto il mondo ricorre la giornata contro il cancro.
Volti e messaggi si diffondono per spingere a riflettere su cosa ognuno di noi possa fare contro il cancro. Gli specialisti dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dell’Istituto Dermatologico San Gallicano hanno pensato di metterci la faccia e inviare messaggi alla popolazione per il World Cancer Day, suggerendo azioni comuni.
Il motto infatti della giornata è “Noi possiamo. Io posso”, non solo però il 4 febbraio….
Occorre chiedersi come ci si può impegnare in prima persona e tutti insieme per prevenire e curare il cancro e soprattutto contribuire alla riduzione dell’impatto globale prodotto dalla patologia sulla persona, la famiglia, la società ed il lavoro.
La giornata mondiale contro il cancro, istituita con la Carta di Parigi di cui l’Italia è firmataria e promossa dall’Union for International Cancer Control – UICC è proprio l’occasione per riflettere ed impegnarsi su stili di vita più salutari e ricordare a tutto il mondo che occorre sostenere la ricerca scientifica. Si può inoltre promuovere l’adesione a strategie di prevenzione, offrire supporto durante e dopo le terapie, promuovere azioni di sensibilizzazione e molto altro ancora.
I messaggi, racchiusi in 11 cartoline, dei ricercatori, oncologi e chirurghi dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dell’Istituto Dermatologico San Gallicano rispondono a una domanda precisa: cosa possiamo fare tutti noi? Infine invitano all’azione, utilizzando tutti gli strumenti in possesso per esplicitare al meglio i messaggi: condividendoli sui propri portali, blog, profili di pagine social, insieme all’hashtag #WorldCancerDay #WeCanICan #IFOrlove
Le 11 cartoline al completo
La scuola, un sistema di relazioni
Psicologiadi Giulia Liperini*
I cambiamenti e le trasformazioni della scuola hanno portato inevitabilmente alcune incertezze. Il cambiamento come “evento critico, inteso come un qualsiasi evento perturbante in grado di provocare un cambiamento nel sistema (Scabini, 1995).
La dottoressa Giulia Liperini
Ideare e condurre progetti nelle scuole è un intervento che dev’essere finalizzato a gestire le difficoltà che si sviluppano sia dentro sia fuori le aule. E’ senz’altro vero che fattori familiari o sociali influenzano il comportamento degli allievi (e dei docenti) a scuola e che i ragazzi “importano” nella classe regole di comportamento e abitudini apprese e vissute in famiglia (o nel quartiere, o nel gruppo). La scuola non è impermeabile a quanto succede nel contesto sociale a cui appartiene. Tuttavia docenti e specialisti che hanno il mandato di intervenire a scuola non hanno nessuna presa su questi fattori extra-scolastici.
Un intervento focalizzato esclusivamente su questi fattori può essere destinato a fallire. Da qui l’importanza di identificare i fattori contestuali legati alle dinamiche relazionali all’interno della classe: i soli sui quali le risorse e le competenze dei diversi attori del sistema scolastico (docenti, docenti di sostegno, allievi, direzione, ma anche specialisti chiamati a rinforzo) possono agire con efficacia.
La scuola resta il luogo di trasmissione di saperi e di valori, anche se tende a conservare la propria identità e le proprie caratteristiche nel tempo.
L’ottica sistemica
E’ uno strumento pertinente e utile in questo contesto, perché propone di riconsiderare un eventuale disagio scolastico secondo una diversa chiave di lettura. Il sistema scuola è molto complesso, l’approccio sistemico propone di passare da una definizione in termini parcellizzati: individuali, familiari, o socio-culturali, o in riferimento a cause generali situate all’esterno della scuola, ad una lettura delle condizioni legate a processi specifici di interazione. In particolare tra allievo e docente, o tra allievo e compagni di classe, o nel gruppo-classe preso nel suo insieme, o anche tra scuola e famiglia.
In quest’ottica, si passa quindi dalla ricerca di cause come la storia del ragazzo, la famiglia, l’ambiente di vita, all’identificazione e all’analisi dei processi interazionali e dei meccanismi in atto all’interno della classe o dell’istituto che possono favorire lo sviluppo di situazioni di malessere, o anche contribuire a renderle croniche.
Il processo educativo coinvolge direttamente o indirettamente più attori, lo studente si trova al centro di diversi agenti in rapporto asimmetrico, che può emergere tra la famiglia, la scuola (preside, docenti, personale ata, istituto), i servizi esterni (educatori socio-sanitari, psicoterapeuti, etc.) o anche amici e compagni. Assumere uno sguardo sistemico permette di inquadrare fenomeni dove le variabili sono sostanzialmente indefinite o indefinibili. Questo ci permette di sostenere che la teoria sistemica si presta ad affrontare tematiche complesse, come può essere quella dei sistemi educativi.
A questa inquadratura corrispondono modi di pensare e di agire che possono contribuire a realizzare lo “star bene a scuola”, vale a dire favorire condizioni relazionali che garantiscono un “benessere” sufficiente per docenti e allievi. Il benessere a scuola si costruisce a scuola.
L’importanza della “rete”
Un elemento di fondamentale importanza è quello di creare una rete; una rete dei servizi costruita sulle caratteristiche di ogni studente e sui bisogni della sua famiglia, perché la famiglia deve essere riconosciuta come interlocutore privilegiato. In conclusione, approcciarsi alla scuola secondo l’ottica sistemico-relazionale significa guardarla contemporaneamente sia come sovrasistema (apparato burocratico, differenze gerarchiche e generazionali), sia come sottosistema (la vasta rete di relazioni) nel quale ogni individuo (insegnante, allievo, genitore) è considerato come membro di uno o più sistemi di relazioni. In questi termini la scuola è un ambito in cui l’approccio sistemico relazionale può essere assunto come una chiave di lettura e di intervento non psicoterapeutico, ma come orientamento per l’operatività quotidiana (I.Genovesi, G.Liperini 2016).
*Socio ordinario della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale
Antibiotici, OCSE lancia l’allarme : troppe prescrizioni inappropriate
News Presa, PrevenzioneI farmaci vanno assunti quando servono, altrimenti non aiutano a stare meglio. Secondo gli ultimi dati dell’Ocse, l’antibiotico potrebbe essere dannoso o inutile nel 50% dei casi; una volta su due, insomma, non farebbero bene. Le percentuali di prescrizioni inappropriate variano a seconda degli specialisti. Il più allarmante, con picchi del 90% di prescrizioni inadeguate, si riscontra nel caso dei medici di famiglia: sono questi ultimi i professionisti che secondo l’Ocse prescrivono, più spesso, e nel modo più inadeguato. L’Ocse evidenzia che l’inappropriatezza per la medicina generale va da un minimo del 45% fino a picchi del 90%.
Tra i rischi di questa tendenza, ci sono: da un lato i malati che assumono medicine inadeguate, dall’altro c’è un’intera popolazione che, negli anni, sta aumentando la resistenza agli antibiotici. Il rischio è serio: per alcune malattie, in futuro, potrebbero non esserci più le cure adeguate di cui disponiamo attualmente.
I numeri mettono in luce una situazione non omogenea in tutte le branche della Sanità. Ci sono, specialisti che sembrano fare un uso più accorto degli antibiotici, ed altri meno. L ‘uso più oculato di antibiotici è stato riscontrato tra i servizi di dialisi dove l’inappropriatezza varia tra il 12 e il 37%. A seguire, ci sono i pediatri : le prescrizioni risultano inadeguate tra il 4% ma con punte che sfiorano i 47 punti. Va peggio nei reparti di terapia intensiva, dove l’inapproriatezza varia tra il 14% ma può arrivare anche al 60%. Spostandosi verso gli ambulatori, lo stesso rischio aumenta: da un dato minimo del 10% si arriva anche ad indici di inappropriatezza del 70%. In generale, negli ospedali si va da un livello minimo del 14% ad un picco del 79%. I penultimi in classifica sono gli specialisti che lavorano nelle strutture di lungodegenza: si oscilla da un minimo del 21% di prescrizioni inutili ad un massimo del 73%.
Il rapporto dell’Ocse, si conclude con una riflessione sui rimedi: un consumo di antibiotici più razionale potrà essere ottenuto soltanto con interventi che mirino a modificare il comportamento delle singole persone. Medici e pazienti devono essere, quindi, educati alla gestione e all’uso appropriato di questi particolari medicinali. L’Ocse suggerisce di rendere obbligatorio l’uso di test diagnostici rapidi, perché una corretta diagnosi non lascia dubbi sull’antibiotico adeguato da prescrivere. La risposta a chi teme che questi test possano gravare sulla spesa sanitaria è che il numero di antibiotici prescritti diminuirebbe, facendo sì che il costo degli esami sia ammortizzato.
Piercing e tatuaggi, il Bambino Gesù detta le regole. E i consigli
News Presa, PrevenzionePiercing e tatuaggi sono un tema controverso per adolescenti e genitori. La moda del piercing coinvolge circa il 30% dei giovani europei. In Italia emerge che circa il 20,3% dei ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni ha applicato un piercing, con maggiore incidenza nel sesso femminile (Indagine Eurispes su 3800 ragazzi). I tatuaggi sono tornati di moda dopo essere stati dimenticati per un lungo periodo, ma ci sono molte cose da sapere. Il loro uso risale alla preistoria e accompagna la storia dell’uomo fin dalla civiltà egizia. Ma la scelta di tatuarsi o di applicare un piercing va affrontata con molta serietà per almeno due ragioni: perché il tatuaggio che facciamo oggi resterà dov’è e com’è per tutta la vita e perché sia piercing che tatuaggi comportano rischi, anche gravi, per la salute. A mettere in guardia sono gli esperti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma forniscono indicazioni sul nuovo numero di “A scuola di salute”.
In particolare, con il tatuaggio e con il piercing si possono trasmettere infezioni batteriche della pelle che qualche volta possono entrare nel sangue e coinvolgere anche il cuore. Si possono trasmettere anche i virus dell’epatite B e C e, in misura minore, il virus dell’AIDS.
Un rischio aggiuntivo è rappresentato dalle reazioni allergiche agli inchiostri utilizzati per il tatuaggio e ai metalli del piercing. Particolarmente temibile è l’allergia al cosiddetto “hennè nero” ottenuto aggiungendo all’hennè un composto molto pericoloso, la parafenilendiamina (PPD). Il piercing può causare, oltre alle infezioni acute, anche anche infiammazione cronica che può favorire infezioni ricorrenti. La formazione di cicatrici o di cheloidi (lesioni cicatrizali, di dimensioni abnormi e sfiguranti) è un rischio concreto sia del tatuaggio che del piercing.
Le infezioni sono la complicazione più frequente sia del tatuaggio che del piercing. Ecco cosa bisogna controllare: l’ambiente deve avere le stesse caratteristiche igieniche dello studio del dentista.
– Il professionista deve lavarsi accuratamente le mani e indossare un paio di guanti di latice sterili (aperti di fronte a voi!).
– Aghi e tubi devono essere usa e getta oppure sterilizzati in autoclave, quindi in confezione sigillata, aperta di fronte a voi.
– L’inchiostro deve essere nuovo (non riutilizzato rimboccando la bottiglia).
– Se qualcosa non va o non convince, meglio salutare e cercare un professionista serio: ce ne sono molti.
A tatuaggio completato è necessario evitare il nuoto e i bagni con acqua calda o comunque prolungati per almeno qualche settimana.
Piercing e tatuaggi sono particolarmente pericolosi, quindi controindicati, nei portatori di vizi valvolari cardiaci, negli affetti da immunodeficit o patologie croniche, a chi assume farmaci antiaggreganti come l’aspirina, immunosoppressori o anticoagulanti, nei ragazzi con cheloidi e nelle donne in gravidanza
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E SE VOGLIAMO LIBERARCENE?
Più facile per il piercing, purché ci si faccia seguire da un dermatologo esperto per evitare cicatrici sfiguranti e per accelerare la chiusura del foro.
Ben più difficile per i tatuaggi. La tecnica che dà oggi i risultati migliori, nelle mani di un dermatologo esperto, è il laser che tuttavia può non essere in grado di rimuovere tutto il tatuaggio e può causare la formazione di croste che talvolta esitano in cicatrici permanenti (oltre ad essere molto costoso).
Altre tecniche come la dermoabrasione, l’asportazione chirurgica, talvolta con autotrapianto di pelle, la criochirurgia possono venir prese in considerazione da un dermatologo esperto ma spesso danno risultati meno soddisfacenti della tecnica laser e causano problemi estetici analoghi.
Diventare mamma, nonostante il cancro
News Presa, Ricerca innovazioneEssere madri nonostante un cancro. Oggi è possibile grazie a nuove terapie e farmaci a bersaglio molecolare. Il dubbio di molte donne è che la gravidanza possa aumentare il rischio che la malattia ritorni. Argomento del quale è bene parlare con il proprio oncologo. «Il modo migliore per fugare dubbi e timori – spiega Stefano Greggi, che assieme Fabio Ghezzi presiede il congresso della Società Italiana di Chirurgia Ginecologica in svolgimento a Napoli – è condividere con i medici (oncologo e ginecologo), possibilmente esperti nella gestione dei problemi di fertilità nelle pazienti oncologiche, il desiderio di avere un figlio dopo la guarigione. In questo modo sarà possibile ricevere informazioni corrette ed esaurienti per compiere scelte consapevoli, sicure ed efficaci».
La situazione
In Italia ogni anno oltre 60mila donne sono colpite da un tumore genitale o alla mammella. Il rischio per molte di loro è di non sentirsi più come prima, “normali”. Vivere una vita soddisfacente per molte donne significa anche avere dei bambini. Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diffuso tra le donne ed è il più grave con il 50 per cento di mortalità, rientrando tra le prime 5 cause di morte a causa di un cancro tra le donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni. In Italia circa 37.000 donne convivono con questo tumore, ogni anno si diagnosticano 6.000 nuovi casi (10.2 casi per 100mila pazienti/anno) e, secondo il Registro tumori, il numero delle nuove diagnosi è in crescita. La ginecologia oncologica si occupa sempre più anche di chirurgia conservativa e ricostruttiva nel trattamento della patologia dell’apparato riproduttivo femminile e della mammella.
La stria di Rosalia
Rosalia ha 31 anni, ne aveva 25 quando le sono state asportate entrambe le ovaie e le tube. Si era da poco sposata quando il suo progetto di costruirsi una famiglia ha iniziato a frantumarsi. E invece oggi è mamma di Francesco, un meraviglioso bambino di 2 anni. «Nel 2013 – racconta Rosalia – quando la situazione si è stabilizzata mi sono rivolta al mio medico. Per farmi impiantare un ovulo sono andata a Siviglia. Il primo tentativo di inseminazione è fallito, al secondo sono rimasta incinta e da allora è iniziata per me una nuova vita».
La storia di Fulvia
Fulvia ha 43 anni e da 3 è mamma di Rita Letizia. Nel 2012, in seguito alla scoperta di un cancro, le è stato asportato una parte del collo dell’utero. Lei nemmeno ci pensava più ad avere un figlio e in verità non era nemmeno sposata. E invece, senza ricorrere ad alcuna inseminazione assistita, è rimasta incinta. «All’epoca avevo un compagno, ora vivo sola con Letizia che è diventata la mia grande ragione di vita e soprattutto la mia forza per andare avanti».
Cancro del polmone, una nuova cura meno tossica
Ricerca innovazionePer il cancro del polmone arriva un’importante conferma dalla 27sima “World Conference on Lung Cancer”. Durante la manifestazione dell’International Association for the Study of Lung Cancer tenutasi a Vienna sono stati presentati i dati del programma di studi clinici “Abound” sulla terapia per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule. Un tumore che, semplificando, riguarda soprattutto i pazienti oltre i 70 anni. In particolare, i risultati emersi confermano la sicurezza, l’efficacia e la tollerabilità di quella che in gergo scientifico viene definita terapia di combinazione carboplatino con nab-paclitaxel.
Regressione in un paziente su tre
«Possiamo dire – spiega Cesare Gridelli, direttore del dipartimento di onco-ematologia del Moscati di Avellino – che i primi dati relativi all’attività antitumorale con questa terapia confermano la riduzione del tumore in un paziente su tre la buona tollerabilità del farmaco, la riduzione dei sintomi e il miglioramento della qualità di vita».
Minore tossicità
Intanto i dati riguardanti la sopravvivenza sono attesi entro la prima metà del 2017. Al momento è molto utile considerare che l’associazione del carboplatino con nab-paclitaxel ha dimostrato nella popolazione generale di avere la stessa efficacia ma una minore tossicità, soprattutto a livello del sistema nervoso e del midollo, rispetto alla combinazione tra carboplatino e taxolo. Questi dati di migliore tollerabilità e di conferma dell’attività vengono ribaditi anche nell’analisi del sottogruppo dei pazienti anziani. Anche se per dati più completi servirà ancora qualche tempo, già questa è una buona notizia per centinaia di pazienti anziani colpiti da questo tipo di carcinoma.
Sanità, l’Italia fanalino coda per la soddisfazione dei pazienti. Siamo al 22esimo posto in Ue
Economia sanitaria, News Presa, Prevenzione, Ricerca innovazioneL’Italia si conferma al 22° posto in Europa nell’ultima indagine annuale di Health Consumer Powerhouse che valuta i sistemi sanitari sulla base dei dati statistici sanitari ufficiali e del livello di soddisfazione dei cittadini. Il nostro sistema sanitario resta, dunque, al 22° posto in Europa anche nel 2016, seppur con un piccolo miglioramento nel punteggio rispetto all’anno scorso.
L’Euro Index Consumer Health 2016 (EHCI), pubblicato dalla Health Consumer Powerhouse, dal 2005 valuta i sistemi sanitari di 35 paesi del continente europeo ed è il risultato di un’analisi che in base a 48 indicatori suddivisi in 6 aree (Diritti dei pazienti e informazione, accesso alle cure, risultati trattamenti, gamma servizi,prevenzione e l’uso di prodotti farmaceutici) analizza i dati statistici sanitari ufficiali e il livello di soddisfazione dei pazienti.
La sanità europea è in costante miglioramento, secondo l’indice, su: mortalità infantile, tasso di sopravvivenza malattie cardiache, ictus e cancro. E dal rapporto emerge un potenziamento del coinvolgimento dei pazienti.
In troppi paesi, però, persistono le inefficienze. Nel rapporto si legge: “Se tutti copiassero i sistemi europei di maggior successo si potrebbero risparmiare risorse da investire per salvare vite umane e migliorare le prestazioni”.
Al top della classifica si trovano i Paesi Bassi(927) seguiti dalla Svizzera (904). Per la prima volta due paesi superano la soglia di eccellenza. Al terzo posto si trova la Norvegia (865) seguita da Belgio (860)e Islanda (854). Al sesto posto il Lussemburgo (851) che precede Germania (849) e Finlandia (842). La Francia è undicesima e il Regno Unito al quindicesimo posto.
L’Italia conferma la posizione del 2015, ma registra un lieve miglioramento di 15 punti (dai 667 del 2015 si è arrivati a 682 nel 2016).
“L’Italia – si legge nell’indagine – ha la più grande differenza riferita al pro capite tra le regioni di qualsiasi paese europeo. Il PIL della regione più povera è solo 1/3 di quello della Lombardia (la più ricca). Anche se in teoria l’intero sistema sanitario opera sotto un ministero centrale della salute, il punteggio dell’Italia è un mix tra il verde (livello alto) da Roma in su e il rosso (livello più basso) per le regioni meridionali e per questo su molti indicatori i punteggi sono gialli”.
“A dispetto di un miglioramento generale – rileva l’indagine – permane il divario tra i top performer (Nord Europa e Svizzera) e quelli meno sviluppati (Sud-Est europeo)”.
“L’Italia come la Spagna forniscono servizi di assistenza sanitaria di eccellenza in molti luoghi. Ma l’eccellenza reale nel sud europeo sembra essere un po’ troppo dipendente dalla capacità dei consumatori di permettersi la sanità privata come supplemento alla sanità pubblica. Inoltre, sia la Spagna e l’Italia mostrano grande variabilità regionale che tende a tradursi in molti punteggi gialli per questi paesi”.
“Anche se l’EHCI mostra progressi costanti nel settore sanitario europeo, molto di più deve essere fatto. I governi la smettano di voler reinventare la ruota e mutuino dai paesi migliori le best practice” sottolinea il professor Arne Björnberg, capo della ricerca EHCI.
La classifica EHCI dei servizi sanitari riporta anche una graduatoria in base all’efficienza economica evidenziando la relazione tra il denaro speso per l’assistenza pubblica e le prestazioni dei sistemi di assistenza sanitaria. Il sistema più efficiente è quello della Macedonia. Italia in zona retrocessione al 29° posto.