Tempo di lettura: 3 minuti«Sto male, che sarà? Ora controllo su internet». Questo semplice binomio “malattia / web” ha creato negli ultimi anni un numero infinito di guai. Non perché in internet non sia possibile trovare informazioni giuste o utili, bensì perché bisognerebbe avere la capacità di selezionarle, valutarle e interpretarle. Poi ci sono le bufale, tante e spesso molto d’effetto. «E- Health: Tra bufale e verità. Le due facce della Salute In rete» è un workshop promosso da Cittadinanzattiva che si è tenuto a Roma, durante il quale è stata presentata una ricerca promossa da Ibsa Foundation for Scientific Research. I dati che emergono sono significativi.
Tutti dal “dottor Google”
Visto che oltre l’88% degli italiani (il 93,3% tra le donne) consulta il web quando ha bisogno di informazioni sulla salute e visto che Google è il primo motore di ricerca al mondo, è facile capire come nasca l’espressione dottor Google. Un motore di ricerca con il camice bianco, che però fa quello che deve fare un motore di ricerca: trova documenti on-line, certo non può validarli dal punto di vista medico o fare una diagnosi. E qui nascono i primi guai. Dai dati del sondaggio Ibsa emerge anche che il 44% degli intervistati non considera questo tipo di consultazione di internet rischioso, quindi scende anche il livello d’allerta sulla verifica delle fonti. Dal sondaggio emerge anche che i cittadini tra i 24 e i 34 anni utilizzano intensamente il web come “supporto” delle loro ricerche, ma sono più diffidenti rispetto ai 45 – 54enni. Diffidenti a priori (usano poco il web e lo percepiscono come fonte “ad alto rischio”) sono invece gli ultra 65enni. Il dato più allarmante è relativo alla bufale in rete e, in particolare, sui social network. Basti pensare che la metà degli intervistati non si preoccupa per nulla della veridicità delle notizie. Il quadro della platea che si affida al web cambia, e molto, in base al titolo di studio. Vi ricorre il 96% dei laureati e appena il 24,5% di chi non è andato oltre la licenza elementare. Scarsa anche l’attenzione verso le fonti: il 44% si affida per abitudine ai primi risultati della pagina con una differenza rilevante tra i 18-24enni (55% del campione) e gli ultra 65enni (appena 22,7%).
Health Literacy
Silvia Misiti, direttore della Ibsa Foundation, spiega che l’idea di promuovere l’indagine è nata, e non quest’anno, dall’esigenza di alimentare il dibattito su questo tema. Si deve comprendere ciò che può essere fatto per migliorare la cosiddetta “Health Literacy” o Cultura della Salute. Del resto Ibsa che ha lo scopo di promuovere, sostenere e contribuire allo sviluppo della ricerca scientifica, sta lavorando da tempo sul tema della E-Health in generale. Il primo passo risale al 2015 e al workshop «La salute in rete: progresso o pericolo», fino all’innovativo corso sulla Health Literacy, rivolto ai rappresentati delle associazioni pazienti, organizzato lo scorso autunno. La Misti ricorda che proprio l’enorme possibilità offerta dalla rete in tema di disponibilità di informazioni può trasformarsi in un pericolo, se gli utenti non sono in grado di valutare l’affidabilità di quello che trovano.
Un decalogo anti bufala
Uno degli strumenti più interessanti venuti fuori dal workshop è il decalogo sulla cultura della salute. Facile da comprendere e pieno di buoni consigli per imparare a difendersi dalle informazioni incomplete o false che circolano in rete. La prima regola? «Occhio alle fonti». Selezionare le informazioni è un consigli d’oro, bisognerebbe sempre attingere da pagine ufficiali di organizzazioni riconosciute ed affidabili.
Giornata mondiale del malato, un ecografo per i piccoli pazienti
News PresaUn ecografo di ultima generazione da donare al reparto di Terapia intensiva neonatale. Il gesto simbolico, ma anche molto concreto, segna il mondo nel quale la Curia di Napoli, e in particolare il cardinale Crescenzio Sepe, ha scelto di celebrare la giornata mondiale del malato di sabato 11 febbraio. L’ospedale prescelto è il simbolo dell’assistenza sanitaria in Campania, vale a dire il Cardarelli.
La visita
A partire dalle ore 9.00 il cardinale Sepe sarà in ospedale, prima al pronto soccorso poi negli altri reparti dove porterà ai degenti sostegno spirituale e morale. Molto concreto il gesto di donare al reparto di Terapia intensiva neonatale del Cardarelli un ecografo di ultima generazione acquistato dalla Diocesi utilizzando i fondi raccolti con l’asta di beneficenza effettuata in collaborazione con la RAI nel 2015.
Un riconoscimento ai “cardarelliani”
«Una visita – dice il direttore generale Ciro Verdoliva – che onora il Cardarelli e che ripaga i cardarelliani dell’abnegazione con la quale ogni giorno si dedicano ai pazienti. Sento di rappresentare il sentimento dell’intero ospedale – conclude – nel ringraziare Sua Eminenza del gesto che ha rivolto ai nostri piccoli pazienti, ai quali ha donato una importante apparecchiatura».
La strumentazione permetterà ai medici della TIN di approntare diagnosi ancora più dettagliate e tempestive per tutte le patologie neonatali, e in particolare per le malattie cardiache e cerebrali. Uno strumento in più grazie al quale si potrà valorizzare l’eccellenza del Cardarelli.
Il Programma
Il Cardinale inizierà la visita giungendo al Pronto Soccorso alle ore 9.00 e farà sosta nei locali del Pronto Soccorso, dell’OBI e della Rianimazione.
Poi a partire dal 4° piano visiterà i malati presenti nella Medicina d’Urgenza, nella Neurochirurgia d’Urgenza e nella Chirurgia d’Urgenza e si soffermerà al 2° piano nella TIN per donare l’Ecografo di ultima generazione acquistato dalla Diocesi utilizzando i fondi raccolti con l’asta di beneficenza effettuata in collaborazione con la RAI nel 2015.
Quindi nel Salone Moriello sarà celebrata alle ore 11.00 la Santa Messa nel corso della quale si benedirà la statua restaurata recentemente di San Camillo de Lellis Patrono degli ospedali e degli operatori sanitari. La giornata si concluderà con il saluto del Direttore Generale Verdoliva e del Presidente della Giunta Regione Campania Vincenzo De Luca.
La mastoplastica Smart: in 30 minuti con dolore limitato
News Presa, Ricerca innovazioneLa mastoplastica additiva diventa “Smart”, ed è boom di interventi. Messa a punto da Raffaele Rauso e Pierfrancesco Bove chirurghi del surgery network Chirurgiadellabellezza, questa rivoluzionaria procedura richiede solo 30 minuti e garantisce un recupero rapido e dal dolore molto limitato. La Smart mastoplastica è stata la novità del 2015 nel mondo della chirurgia estetica e poi si è consolidata confermando il proprio successo nel tempo. «È una procedura che ha successo perché, come dice il nome, è smart –spiegano Rauso e Bove–. Combina delle procedure sicure e consolidate per ottimizzare i tempi dell’intervento: mezz’ora circa a fronte delle due ore di una mastoplastica tradizionale. Il tempo di intervento di 30 minuti comporta un minor trauma chirurgico per la paziente, così da poterle garantire un post operatorio rapidissimo e risultati estremamente naturali in tempi molto brevi. L’intervento è eseguito in anestesia locale con sedazione, i tempi di ripresa anestesiologici sono rapidissimi e la paziente può così rientrare a casa in giornata».
Veloce e sicura
La tecnica prevede l’inserimento di una protesi in una tasca scolpita in sede sottomuscolare, simile ma non del tutto uguale al dual plane, con un metodo studiato per ridurre i problemi dovuti alle contrazioni dinamiche del muscolo pettorale. «Questo – spiegano i chirurghi – consente tempi di intervento estremamente brevi, cosa che riduce inoltre l’edema e il gonfiore successivi».
Le indicazioni da tenere a mente
La tecnica è indicata per tutte le pazienti che desiderano un aumento volumetrico del seno, quando non è necessario sollevarlo verso l’alto. Bisogna poi sottolineare che, grazie ai tempi più rapidi di intervento e alle basse dosi assunte di farmaci anestesiologici, anche i tempi di recupero sono accorciati e il dolore è molto limitato, per via dell’anestetico locale praticato prima dell’operazione. Le indicazioni da seguire nel post operatorio sono pochissime ma fondamentali: la paziente può riprendere la normale vita quotidiana e le attività lavorative già due giorni dopo l’intervento.
Pur sempre un intervento
La rapidità della tecnica non deve far dimenticare che la fase post-operatoria è sempre da seguire con attenzione, e dura un mese. Le indicazioni terapeutiche prevedono l’uso di guaina e reggiseno contenitivo per 30 giorni. Per 10 o 15 giorni bisogna evitare alcuni movimenti e comunque ci sono vari accorgimenti per eseguirne in modo corretto altri che coinvolgono gli arti superiori, anche quelli “banali” come alzarsi dal letto». Nel mese successivo all’operazione è bene non eseguire attività che comportano carichi eccessivi per braccia e l’attività sportiva si può riprendere al 100% dopo 60 giorni.
Salute e web, ecco il decalogo anti bufale
News Presa, Prevenzione«Sto male, che sarà? Ora controllo su internet». Questo semplice binomio “malattia / web” ha creato negli ultimi anni un numero infinito di guai. Non perché in internet non sia possibile trovare informazioni giuste o utili, bensì perché bisognerebbe avere la capacità di selezionarle, valutarle e interpretarle. Poi ci sono le bufale, tante e spesso molto d’effetto. «E- Health: Tra bufale e verità. Le due facce della Salute In rete» è un workshop promosso da Cittadinanzattiva che si è tenuto a Roma, durante il quale è stata presentata una ricerca promossa da Ibsa Foundation for Scientific Research. I dati che emergono sono significativi.
Tutti dal “dottor Google”
Visto che oltre l’88% degli italiani (il 93,3% tra le donne) consulta il web quando ha bisogno di informazioni sulla salute e visto che Google è il primo motore di ricerca al mondo, è facile capire come nasca l’espressione dottor Google. Un motore di ricerca con il camice bianco, che però fa quello che deve fare un motore di ricerca: trova documenti on-line, certo non può validarli dal punto di vista medico o fare una diagnosi. E qui nascono i primi guai. Dai dati del sondaggio Ibsa emerge anche che il 44% degli intervistati non considera questo tipo di consultazione di internet rischioso, quindi scende anche il livello d’allerta sulla verifica delle fonti. Dal sondaggio emerge anche che i cittadini tra i 24 e i 34 anni utilizzano intensamente il web come “supporto” delle loro ricerche, ma sono più diffidenti rispetto ai 45 – 54enni. Diffidenti a priori (usano poco il web e lo percepiscono come fonte “ad alto rischio”) sono invece gli ultra 65enni. Il dato più allarmante è relativo alla bufale in rete e, in particolare, sui social network. Basti pensare che la metà degli intervistati non si preoccupa per nulla della veridicità delle notizie. Il quadro della platea che si affida al web cambia, e molto, in base al titolo di studio. Vi ricorre il 96% dei laureati e appena il 24,5% di chi non è andato oltre la licenza elementare. Scarsa anche l’attenzione verso le fonti: il 44% si affida per abitudine ai primi risultati della pagina con una differenza rilevante tra i 18-24enni (55% del campione) e gli ultra 65enni (appena 22,7%).
Health Literacy
Silvia Misiti, direttore della Ibsa Foundation, spiega che l’idea di promuovere l’indagine è nata, e non quest’anno, dall’esigenza di alimentare il dibattito su questo tema. Si deve comprendere ciò che può essere fatto per migliorare la cosiddetta “Health Literacy” o Cultura della Salute. Del resto Ibsa che ha lo scopo di promuovere, sostenere e contribuire allo sviluppo della ricerca scientifica, sta lavorando da tempo sul tema della E-Health in generale. Il primo passo risale al 2015 e al workshop «La salute in rete: progresso o pericolo», fino all’innovativo corso sulla Health Literacy, rivolto ai rappresentati delle associazioni pazienti, organizzato lo scorso autunno. La Misti ricorda che proprio l’enorme possibilità offerta dalla rete in tema di disponibilità di informazioni può trasformarsi in un pericolo, se gli utenti non sono in grado di valutare l’affidabilità di quello che trovano.
Un decalogo anti bufala
Vittime di bullismo: se va male a scuola è un segnale. Lo studio
News Presa, Prevenzione, Psicologia, Ricerca innovazioneI bambini vittime di bullismo, oltre a soffrire psicologicamente, vedono peggiorare il proprio rendimento scolastico. È quanto emerge da uno studio americano, pubblicato sul journal Educational Psychology, che ha seguito quasi 400 ragazzi dalle scuole materne al liceo. Ladd e colleghi, dell’Arizona State University di Tempe, hanno rilevato che quando le azioni di bullismo terminano, soprattutto se avvengono durante i primi anni di scuola, i ragazzi migliorano nel rendimento scolastico e acquisiscono maggiore autostima.
Con indagini regolari, i ricercatori hanno misurato il grado e la frequenza delle vittimizzazione tra pari che i bambini hanno sperimentato – tra cui il bullismo fisico, verbale e relazionale – così come la percezione della performance scolastica e il livello di impegno scolastico. Hanno anche valutato gli insegnanti per misurare il rendimento scolastico.
Nella scuola dell’infanzia, il 21% dei bambini ha avuto esperienza di vittimizzazione grave e un altro 38% ha sperimentato un livello moderato di bullismo. Queste proporzioni sono diminuite costantemente nel corso degli anni, fino all’ultimo anno di liceo, quando meno dell’1% è stato vittima di un attacco grave e poco meno dell’11% è stato moderatamente bullizzato. Tuttavia, nel corso degli anni, il 24% dei bambini è stato classificato nella categoria della vittimizzazione cronica. Questi sono stati anche quelli con maggiori probabilità di avere uno scarso rendimento scolastico (soprattutto in matematica) e una cattiva percezione accademica si sé. Tra i cinque gruppi Ladd e colleghi hanno notato che le vittime nei primi anni della scuola di solito sono riusciti ad affrancarsi dal bullismo nel tempo.
La povertà diventa una malattia. Cala di due anni l’aspettativa di vita
Economia sanitaria, News Presa, Prevenzione, Ricerca innovazioneEssere poveri può accorciare la vita di due anni. Un calo dell’aspettativa dell’esistenza paragonabile a quella di chi fuma, beve, fa poca attività fisica o soffre di diabete. Lo rivela uno studio condotto da Lifepath e pubblicato sulla rivista The Lancet che ha seguito lo stato di salute di quasi due milioni di individui, in tutta Europa, per 13 anni.
Insomma, vivere in condizioni sociali ed economiche precarie accorcia la vita, in media, di 2,1 anni. Per avere un’idea più chiara di quanto un’esistenza ai limiti della sopravvivenza possa essere dannosa, basta guardare le altre statistiche: un fumatore ha un’aspettativa di vita più bassa di quasi 5 anni, un malato di diabete di quattro e una persona fin troppo sedentaria di due anni e mezzo. La ricerca fa parte di un progetto, finanziato dalla Commissione Europea, che ha l’obiettivo di individuare i meccanismi biologici che stanno alla base delle differenze sociali nella salute. “Ci siamo sorpresi quando abbiamo scoperto che vivere in condizioni sociali ed economiche povere può costare caro quanto altri potenti fattori di rischio come il fumo, l’obesità e l’ipertensione – ha affermato Silvia Stringhini, ricercatrice all’University Hospital di Losanna, in Svizzera, e coordinatrice dello studio – Queste circostanze possono essere modificate con interventi politici e sociali mirati, per questo dovrebbero essere incluse fra i fattori di rischio su cui si concentrano le strategie globali di salute pubblica”.
“È noto – ha spiegato Mika Kivimaki, professore all’University College London e co-autore dello studio – che educazione, reddito e lavoro possono influire sulla salute, ma pochi studi avevano cercato di valutare quale fosse il peso effettivo di questi fattori. Per questo abbiamo deciso di confrontare l’impatto dello status socioeconomico sulla salute mettendolo a confronto con quello di sei fra i principali fattori di rischio”.
I ricercatori hanno analizzato la salute di più di 1,7 milioni di persone che vivono in tutta Europa, tra Gran Bretagna, Italia, Portogallo, Stati Uniti, Australia, Svizzera e Francia. La vita di queste persone è rimasta sotto la lente degli scienziati per 13 anni. I dati ottenuti da questa lunga fase di osservazione sono stati analizzati con appositi metodi statistici e confrontati con quelli relativi ad alcuni dei principali fattori di rischio inclusi nel piano strategico globale dell’Oms chiamato “25×25”.
In conclusione, estendere la prevenzione anche a fattori come il lavoro o l’educazione infantile, può migliorare la salute globale. “Lo status socioeconomico è importante perché include l’esposizione a diverse circostanze e comportamenti potenzialmente dannosi, che non si limitano ai classici fattori di rischio come fumo o obesità, sui quali si concentrano le politiche sanitarie – ha concluso Paolo Vineis, professore all’Imperial College London e coordinatore di Lifepath – L’obiettivo principale del nostro progetto è quello di capire attraverso quali processi biologici le disuguaglianze sociali si traducono in disuguaglianze per la salute. Così facendo potremo fornire accurate prove scientifiche a istituzioni sanitare e decisori politici, che a loro volta potranno migliorare l’efficacia delle loro strategie di intervento sulla salute pubblica”.
Milik è guarito, così lo staff del Napoli cura i suoi campioni
News Presa, PrevenzioneTra scaramanzia e fede calcistica i tifosi del Napoli fanno gli scongiuri per i risultati di una ricerca scientifica secondo la quale i beniamini azzurri sono tra quelli che si allenano di più (5.330 ore impiegate con 4.804 ore di allenamento) e si infortunano di meno visti i 9 infortuni di questa stagione (4 in allenamento, 5 in partita).
Insomma, al di là del folclore, la scienza dice che (con una percentuale di 0,8 infortuni su 1.000 ore di allenamento) dietro il gruppo azzurro c’è un altro grande team: quello dello staff medico, diretto da Alfonso De Nicola in collaborazione con Enrico D’Andrea e Raffaele Canonico, e di tutti i preparatori.
L’analisi
Condotto dal professor Ekstrand per l’UEFA, lo studio si basa sull’elaborazione dei dati relativi agli infortuni registrati da 35 squadre di calcio internazionali (tra cui il Napoli) in riferimento alle ore di allenamento e di partita impiegate da luglio a dicembre 2016. I valori riscontrati nella squadra del patron De Laurentiis sono particolarmente interessanti, ancor più se si considera che la media è pari a 2,6 infortuni con un picco di 9,3 per la squadra con il peggior piazzamento da questo punto di vista.
Prevenire l’infortunio
Il segreto di questi risultati è quello di guardare avanti, con un lavoro che mira a prevenire patologie muscolari e altre malattie in ambito sportivo. E nel caso di infortunio di qualunque tipo si lavora al veloce e totale recupero dell’atleta, per il benessere del giocatore, della squadra e della società affinché ci siano sempre meno indisponibilità in partita. Inoltre, gli studi dello staff sono volti all’eliminazione delle recidive. In caso di infortuno serio, si dà luogo all’intervento (se dovuto) in tempi strettissimi e a una riabilitazione veloce anche neuro-cognitiva. E’ così che Cristiano Lucarelli nel 2010 (aveva 35 anni) dopo la rottura del legamento crociato anteriore rientrò in campo dopo appena 107 giorni. Lorenzo Insigne recuperò a pieno dopo 125 giorni, e infine (notizie dei giorni nostri) Arek Milik è stato dichiarato guarito, per la stessa patologia dopo 97 giorni e convocato per la 23a gara di campionato in Serie A Bologna – Napoli a soli 114 giorni dall’intervento. Anche se, con le prestazioni di Mertens e compagni, dovrà lottare per ritagliarsi un posto da titolare.
Mai più mutilazioni genitali. Il mondo si mobilita
News PresaOggi è la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, un fenomeno che riguarda 200 milioni di donne nel mondo, circa 57.000 in Italia, provenienti soprattutto da Nigeria ed Egitto.
Una pratica usata in almeno 30 paesi che costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali della persona. Una pratica di crudeltà che lede la dignità delle donne e le espone a gravi conseguenze fisiche, come emorragie e cicatrici dolorose che in alcuni casi portano alla morte. Un problema che interessa anche l’ Europa. Sebbene infatti siano vietate, le mutilazioni riguardano anche bambine e giovani donne migranti che vivono nel nostro territorio, spesso a rischio di subire barbare mutilazioni quando tornano nel loro paese di origine durante periodi di vacanza per visitare i parenti.
Action Aid in collaborazione con l’ università Bicocca di Milano ha realizzato un’ indagine e ha tracciato la reale dimensione di questa pratica tra le comunità residenti nel nostro Paese. In Italia, nelle comunità migranti, vi sono molte donne con mutilazioni genitali femminili con percentuali che variano a seconda del paese di origine. Secondo le stime aggiornate al 2016 il numero di donne straniere maggiorenni con mutilazioni genitali femminili presenti in Italia si attesti tra le 46mila e le 57mila unità, a cui si aggiungono le neocittadine italiane maggiorenni originarie di paesi dove la pratica esiste (quantificate tra le 11mila e le 14mila unità) e le richiedenti asilo. Oltre il 60% delle donne con mutilazioni genitali femminili presenti in Italia proviene da Nigeria ed Egitto.
Se si considera invece la prevalenza all’ interno delle principali comunità sono le donne somale ad essere più colpite (83,5%), seguite da quelle che provengono dalla Nigeria (79,4%) e dal Burkina Faso (71,6%). Al quarto posto per diffusione delle mutilazioni c’ è la comunità egiziana (60,6%), seguita da quelle eritrea (52,1%), senegalese (31%) e ivoriana (11%). La nuova mappa che emerge dallo studio della Bicocca conferma che le mutilazioni sono un tema di grande importanza anche in Italia. La presenza di donne con mutilazione genitale femminile apre il dibattito sulla necessità di mettere in atto politiche di prevenzione nei confronti delle bambine migrate da piccole o nate in Italia.
Per combattere questa forma di violenza di origine tribale, ActionAid ha lanciato il progetto AFTER che prevede percorsi di empowerment per le donne e attività di informazione ed educazione per le loro comunità affinché rifiutino questa pratica.
In occasione della Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili ActionAid ha promosso inoltre la mobilitazione online (hasthtag #endFGM). Testimonial, attivisti e influencer sono intervenuti attraverso i loro profili social, postando una foto con indosso il simbolo della campagna: un soffione viola, simbolo di libertà ed espressione del desiderio di lasciar andare il passato, permettere al presente di trasformarsi in un futuro libero da vincoli fisici ed emotivi. Ogni attivista diventa quindi il simbolo positivo di un seme del soffione che vola nel vento per informare, sensibilizzare, mobilitare, affinché in futuro nessuna bambina subisca più questa pratica crudele e pericolosa. Aderiscono alla campagna di sensibilizzazione, tra gli altri, la Federazione Italiana Rugby.
Sigarette elettroniche: il polmone 3D non mente: “Solo 2 geni stressati”
News Presa, Prevenzione, Ricerca innovazioneDa tempo si cerca di mettere a confronto i rischi, in termini di danno ai polmoni, delle sigarette tradizionali rispetto a quelle elettroniche.
Uno studio effettuato con una tecnica rivoluzionaria, per l’ utilizzo di un modello di polmone in 3D e un’innovativa tecnica di biologia molecolare, ha evidenziato quasi ‘in presa diretta’ le alterazioni prodotte dal fumo di sigaretta sull’epitelio bronchiale. Le sigarette alterano il funzionamento di 123 geni e scatenano l’infiammazione. I vapori delle sigarette elettroniche, invece, hanno un impatto sul funzionamento di appena due geni.
A rivelarlo è uno studio appena pubblicato su Applied in Vitro Toxicology, a firma di Anisha Banerjee e colleghi del British American Tobacco R&D Centre (Southampton, Gran Bretagna) che si sono avvalsi per questo studio di un modello tridimensionale di una coltura di vie aeree con epitelio umano ricostituito, per andare a spiare, a livello molecolare, cosa accade dentro i bronchi raggiunti dal fumo di sigaretta o dagli aerosol delle e-cig.
Per le analisi di biologia molecolare, gli studiosi hanno usato una tecnica rivoluzionaria, detta RNA-seq Profiling, in grado di valutare sia l’espressione dei geni, che di misurare le concentrazioni dei biomarcatori dell’infiammazione.
“Il sequenziamento di prossima generazione – spiega Baneryee – sta rivoluzionando ed espandendo le frontiere della ricerca genomica, svelando l’informazione genica di qualunque sistema biologico”.
L’importanza di questo studio sta anche nell’aver gettato le basi di un nuovo filone di ricerca, basato sull’impiego di modelli tridimensionali di polmone umano, insieme alle ultime tecnologie di espressione genica.
Questi modelli in vitro possono essere utilizzati dunque con successo per comprendere gli effetti biologici dell’esposizione al fumo di sigaretta tradizionale e agli aerosol delle sigarette elettroniche.
Ispaam e Cnr, ecco la “carta di identità” molecolare dei cibi
AlimentazioneMinata negli anni scorsi dal caso “Terra dei Fuochi”, la reputazione della Campania per quel che riguarda la sicurezza alimentare si è ormai ripresa. Anzi, si può dire che la Campania sia oggi in prima linea su questo tema. L’Istituto per il Sistema di Produzione Animale in Ambiente Mediterraneo di Napoli (Ispaam), infatti, è impegnato con il Dipartimento di Scienze bio-agroalimentari del Cnr in un’infrastruttura di ricerca internazionale coordinata dall’Enea “Metrofood”, che mira appunto a migliorare la sicurezza e il controllo della qualità degli alimenti.
Un network internazionale
Grazie a questa rete si punta a sviluppare sistemi di controllo e conoscenze che rendano i consumatori più consapevoli dei livelli di sicurezza dei prodotti che mettono in tavola. «Scienza e ricerca consentono di fare passi da gigante in questo settore», spiega Andrea Scaloni , responsabile dell’Istituto per le Produzioni Alimentari in Ambiente Mediterraneo . «All’Ispaam di Napoli – aggiunge – stiamo ad esempio lavorando per mettere a punto un sistema che, grazie all’analisi delle proteine, consenta di determinare la provenienza del latte di bufala da Nazioni diverse dall’Italia ed eventuali sofisticazioni come l’aggiunta di latte congelato o da altre specie. In questo ambito, la ricerca ricopre un ruolo importante perché crea gli strumenti per evidenziare alterazioni dei prodotti e, allo stesso tempo, permette di studiare sistemi che consentano di ottimizzare e qualificare la produzione alimentare».
All’Accademia dei Georgofili
Il direttore dell’Ispaam di Napoli rappresenterà il Cnr all’incontro che il 9 febbraio porterà all’Accademia dei Georgofili a Firenze i rappresentanti dei 17 Paesi che, insieme alla Fao (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), conducono le attività di ricerca di Metrofood. «Con questa infrastruttura che vede impegnati centri di ricerca, università e organizzazioni di controllo dei principali Paesi europei – conclude Scaloni – studiamo nuovi sistemi tecnologici e ci proponiamo di offrire servizi metrologici per proteggere la qualità del cibo e la salute dei consumatori, combattendo al tempo stesso le frodi alimentari».
L’Italia degli alcolisti under 14
News PresaL’alcol, ancor prima delle droghe pesanti, è il problema più grande per la salute dei nostri figli. Secondo i clinici l’età media dei ragazzi che consuma abitualmente alcol si è abbassata al punto che ormai anche i dodicenni vanno inseriti nel novero dei soggetti a rischio. In quest’ultimo caso il problema più concreto è legato alle bevande definite alcolpops. Si tratta di bevande che apparentemente sono innocue, ma che in realtà contengono superalcolici. Stando ad una recente ricerca effettuata in Campania, ad esempio, queste bibite risultano essere di “tendenza”, dei ragazzi intervistati oltre il 67 per cento ha ammesso di berne. Oltre il 40 per cento ha poi dichiarato di fumare dalle 6 alle 10 sigarette al giorno. E si tratta di ragazzini che vanno dai 13 ai 18 anni. Insomma, il rischio è che il nostro paese si avvii verso una popolazione di giovani, anzi di giovanissimi, alcolisti. Drammatico anche il dato del 19,4 per cento che ha ammesso di essere stato almeno una volta in un’auto o su una moto condotti da una persona che aveva assunto sostanze. Ma questa è un’altra storia.
Gli effetti nel breve periodo
Per comprendere quali effetti possa avere l’alcol nell’organismo è importante prima di tutto sapere che viene assorbito in parte dallo stomaco e in parte dall’intestino. Se l’alcol viene bevuto a stomaco vuoto il suo assorbimento sarà più rapido e quindi i suoi effetti ancora più negativi. Dal sangue l’alcol passa al fegato, che in teoria ha il compito di distruggerlo. Tuttavia finché il fegato non ha completato la digestione per l’etanolo l’alcol continua a circolare e a diffondersi negli organi. Si tratta di una delle sostanze più tossiche, perché può facilmente oltrepassare le membrane cellulari e provocare lesioni, fino alla distruzione delle cellule. Un dato che potrebbe far riflettere è quello che ci dice in media quanti neuroni si perdono a causa di una sbornia, vale a dire circa 100mila. Quindi, quasi il numero neuroni di neuroni che muoiono in un’intera giornata di vita. In media, per smaltire un bicchiere di una qualsiasi bevanda alcolica, l’organismo impiega circa due ore. Se si beve molto alcol in poco tempo, questo compito è più lungo e difficile, e gli effetti sono più gravi.
Gli effetti a lungo termine
Se si abusa di superalcolici e di alcol per diverso tempo gli effetti sul corpo sono devastanti. Un prolungato abuso può aumentare il rischio di sviluppare diverse malattie gravi e potenzialmente letali. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dicono che 20 grammi di alcol al giorno (pari a circa due bicchieri di vino) determinano un aumento percentuale del rischio rispetto a chi non assume bevande alcoliche per diverse malattie. In particolare, aumenta del 100 per cento la possibilità di sviluppare una cirrosi epatica, del 20 o 30 per cento la possibilità di ammalarsi di tumore del cavo orale, della faringe e della laringe, del 10 per cento di sviluppare un tumore dell’esofago, del 14 per cento un tumore del fegato, del 10 o 20 per cento la possibilità di ammalarsi di tumore della mammella e del 20 per cento di incorrere in un ictus cerebrale.