Tempo di lettura: 2 minutiIn Italia, ci sono 1 milione 34 mila nuclei familiari di un solo genitore e almeno un figlio minore (il 15,8% del totale dei nuclei con figli minori). Un fenomeno in crescita se si considera che nel 1983 erano 468 mila (il 5,5% del totale). A dirlo sono i dati Istat. Nel 2015-2016 si stima che le madri sole siano 893 mila e rappresentino l’86,4% dei nuclei monogenitore (402 mila nel 1983). Molto più contenuto il numero dei padri soli: 141 mila nel 2015-2016 e 66 mila nel 1983. Il 52,9% delle mamme sole con figli minori ha un figlio, il 38,2% ne ha due e l’8,9% tre o più. Per un terzo delle madri sole il figlio più piccolo ha fino a 5 anni di età, per il 42,7% da 6 a 13 anni. In totale nel 2015-2016 sono 1 milione e 215 mila i bambini fino a 17 anni che vivono solo con la madre, pari al 12,1% dei minori. Si tratta di una quota che è molto cresciuta rispetto al 1995-1996 quando si attestava al 5,3% (per un totale di 558 mila bambini).
Tra il 1995-1996 e il 2016 cala la quota di madri con meno di 35 anni (dal 31,5% al 20,3%), anche per la progressiva crescita dell’età al parto, e aumenta quella di madri fra i 45 e i 54 anni (dal 20,9% al 31,8%). Il peso maggiore è ancora delle madri di 35-44 anni (45,3%).
Il 57,6% delle mamme sole è composto da separate o divorziate, il 34,6% da nubili, minoritaria la quota di vedove (7,9%). Nel 2016, lavora il 63,8% delle madri sole, il 24,4% è inattiva, l’11,8% è disoccupata. Rispetto al 2006 la quota di occupate ha subito una forte riduzione per effetto della crisi (era il 71,2%).
La condizione economica delle madri sole: quelle in povertà assoluta sono l’11,8% del totale, a rischio di povertà o esclusione sociale sono il 42,1% e nel Mezzogiorno arrivano al 58%.
Più della metà delle madri sole non può sostenere una spesa imprevista di 800 euro e neanche una settimana di vacanza. Quasi una su 5 è in ritardo nel pagamento delle bollette, affitto e mutuo. E altrettante non possono riscaldare adeguatamente l’abitazione. Le mamme sole lavorano fuori casa più tempo rispetto alle madri in coppia (47 minuti in più al giorno) e dedicano meno tempo al lavoro familiare (37 minuti in meno). Di tempo libero ne hanno quanto le madri in coppia (2 ore e 44 minuti al giorno).
L’88,5% delle madri sole si dichiara soddisfatta della propria condizione di salute, l’84,5% delle relazioni familiari, l’83,5% di quelle amicali. Più bassa la quota di soddisfatte per il tempo libero (54,6%). I livelli di soddisfazione sono sempre inferiori a quelli delle madri in coppia per tutte le dimensioni della vita e in particolare per le condizioni economiche.
Rispetto alle madri sole, i padri soli hanno meno figli e più grandi di età. I minori che vivono solo con il padre sono 186 mila, erano 87 mila nel 1995-1996. I padri soli sono in media più grandi età: il 44,9% ha 45-54 anni rispetto al 31,8% delle madri sole. Poco più della metà possiede il diploma o la laurea, il 77,1% è occupato. Il 53,4% dei padri soli è separato o divorziato, il 29,3% è celibe. La quota di vedovi è pari a più del doppio rispetto a quella delle mamme sole.
Sigaretta elettronica, in Thailandia si rischia l’arresto
News PresaFumare non è mai una buona idea, anche se in questi anni si sono molto diffuse le sigarette elettroniche. Tra sostenitori e detrattori, è ormai molto comune vedere in strada ragazzi di tutte le età «svapare» sino a rimanere attorniati da una nuvola di vapore a mo’ di “Brucaliffo” (personaggio inventato da Lewis Carroll per Alice nel paese delle meraviglie). Lungi da noi sciogliere l’amletico dubbio sulla sicurezza di queste sigarette elettroniche, ci limiteremo a mettere in guardia il lettore su qualcosa che forse non sa, ma che dovrebbe sapere. Soprattutto a ridosso dell’estate.
La guerra di Vajiralongkorn
A quanto pare, in Thailandia si può essere arrestati se si possiede una sigaretta elettronica. E il rischio lo corrono anche i turisti. Quella in atto è una piccola guerra del Re Vajiralongkorn a chi osa svapare. Lo ha rivelato una ricerca presentata al Global Nicotine Forum di Varsavia con un’indagine condotta chiedendo alle organizzazioni che fanno parte dell’International Network of Nicotine Consumer Organisations di “nominare2 i cinque peggiori paesi dove ‘svapare’ e i cinque migliori. La Tailandia ha vinto con 33 menzioni, mentre al secondo posto si è piazzata l’Australia, dove è vietata la vendita delle e-cig che contengono nicotina.
Italia neutrale
«La Tailandia ha un approccio draconiano con i turisti e la popolazione locale, che vengono regolarmente arrestati per vaping – spiega Asa Ace Saligupta dell’organizzazione End Cigarette Smoke Thailand -. La Polizia spesso perquisisce le auto ai posti di blocco cercando e-cig e poi le usa per estorcere le multe». L’Italia non ha ricevuto nessuna “nomination” in un senso o nell’altro, mentre i paesi migliori dove svapare sono Gran Bretagna, che ha la legislazione più permissiva e dove usano questi dispositivi tre milioni di persone, seguita da Germania e Francia. «Quattro anni fa la Gran Bretagna stava cercando di bandire totalmente le e-cig – spiega Gerry Stimson della charity New Nicotine Alliance -. Oggi ha tre milioni di svapatori, e questo sta accelerando il declino dei fumatori tra i britannici».
Madri sole con minori: in Italia sono 893 mila. 12% in povertà assoluta
Ricerca innovazione, Stili di vitaIn Italia, ci sono 1 milione 34 mila nuclei familiari di un solo genitore e almeno un figlio minore (il 15,8% del totale dei nuclei con figli minori). Un fenomeno in crescita se si considera che nel 1983 erano 468 mila (il 5,5% del totale). A dirlo sono i dati Istat. Nel 2015-2016 si stima che le madri sole siano 893 mila e rappresentino l’86,4% dei nuclei monogenitore (402 mila nel 1983). Molto più contenuto il numero dei padri soli: 141 mila nel 2015-2016 e 66 mila nel 1983. Il 52,9% delle mamme sole con figli minori ha un figlio, il 38,2% ne ha due e l’8,9% tre o più. Per un terzo delle madri sole il figlio più piccolo ha fino a 5 anni di età, per il 42,7% da 6 a 13 anni. In totale nel 2015-2016 sono 1 milione e 215 mila i bambini fino a 17 anni che vivono solo con la madre, pari al 12,1% dei minori. Si tratta di una quota che è molto cresciuta rispetto al 1995-1996 quando si attestava al 5,3% (per un totale di 558 mila bambini).
Tra il 1995-1996 e il 2016 cala la quota di madri con meno di 35 anni (dal 31,5% al 20,3%), anche per la progressiva crescita dell’età al parto, e aumenta quella di madri fra i 45 e i 54 anni (dal 20,9% al 31,8%). Il peso maggiore è ancora delle madri di 35-44 anni (45,3%).
Il 57,6% delle mamme sole è composto da separate o divorziate, il 34,6% da nubili, minoritaria la quota di vedove (7,9%). Nel 2016, lavora il 63,8% delle madri sole, il 24,4% è inattiva, l’11,8% è disoccupata. Rispetto al 2006 la quota di occupate ha subito una forte riduzione per effetto della crisi (era il 71,2%).
La condizione economica delle madri sole: quelle in povertà assoluta sono l’11,8% del totale, a rischio di povertà o esclusione sociale sono il 42,1% e nel Mezzogiorno arrivano al 58%.
Più della metà delle madri sole non può sostenere una spesa imprevista di 800 euro e neanche una settimana di vacanza. Quasi una su 5 è in ritardo nel pagamento delle bollette, affitto e mutuo. E altrettante non possono riscaldare adeguatamente l’abitazione. Le mamme sole lavorano fuori casa più tempo rispetto alle madri in coppia (47 minuti in più al giorno) e dedicano meno tempo al lavoro familiare (37 minuti in meno). Di tempo libero ne hanno quanto le madri in coppia (2 ore e 44 minuti al giorno).
L’88,5% delle madri sole si dichiara soddisfatta della propria condizione di salute, l’84,5% delle relazioni familiari, l’83,5% di quelle amicali. Più bassa la quota di soddisfatte per il tempo libero (54,6%). I livelli di soddisfazione sono sempre inferiori a quelli delle madri in coppia per tutte le dimensioni della vita e in particolare per le condizioni economiche.
Rispetto alle madri sole, i padri soli hanno meno figli e più grandi di età. I minori che vivono solo con il padre sono 186 mila, erano 87 mila nel 1995-1996. I padri soli sono in media più grandi età: il 44,9% ha 45-54 anni rispetto al 31,8% delle madri sole. Poco più della metà possiede il diploma o la laurea, il 77,1% è occupato. Il 53,4% dei padri soli è separato o divorziato, il 29,3% è celibe. La quota di vedovi è pari a più del doppio rispetto a quella delle mamme sole.
Well Bred, il pane che fa bene alla salute
AlimentazioneE’ buono e fa bene, parola del gruppo di Tecnologie alimentari e di alcuni ricercatori di Biochimica agraria dell’Università di Pisa. In particolare, per essere pignoli, della laureanda Anna Valentina Luparelli e della dottoranda Isabella Taglieri, coordinate dalla loro professoressa Angela Zinnai. Si chiama, non a caso, «Well-Bred: un pane ricco di antiossidanti, a prolungata conservabilità e adatto a consumatori con esigenze particolari.
Sano e nutriente
Il pane viola è stato uno dei progetti che ha partecipato alla finale del PhD+, il corso dell’Università di Pisa che insegna a pensare innovativo e a trasformare le idee in impresa. Well-Bred rappresenta un prodotto in grado di sintetizzare una serie di aspetti positivi per un alimento, quali l’elevato valore nutraceutico, le migliorate caratteristiche tecnologiche e sensoriali, nonché la maggiore sostenibilità ambientale”, spiegano le ricercatrici che dicono di aver scelto il nome Well-Bred (cresciuto bene), giocando sull’assonanza con il termine bread (pane), per valorizzare allo stesso tempo le sue caratteristiche altamente salutari.
Come si fa
I tre «super ingredienti»utilizzati sono il lievito madre, antiossidanti naturali e pectine. Inoltre, questo pane a lievitazione naturale è stato prodotto sostituendo parte della farina con un’equivalente aliquota di patate viola liofilizzate (Vitelotte) che conferisce al prodotto finale un peculiare colore viola associato a un maggior livello di composti antiossidanti. Infine le pectine, sostanze naturali contenute nella buccia della frutta, che essendo in grado di assorbire acqua, garantiscono migliore struttura, sofficità e serbevolezza del prodotto finale. Questi composti possono essere ricavati da altre filiere alimentari, come ad esempio quella dei succhi di frutta, contribuendo a ridurre e valorizzare gli scarti di produzione. Il bello del “pane viola” è che lo si può mangiare con la consapevolezza di fare qualcosa di utile per la propria salute. Per tutti gli italiani, che al pane sono legati da un amore viscerale, è una piccola rivoluzione.
Dieta vegana: abbandonata da due italiani su tre
AlimentazioneDue italiani su tre dicono addio alla dieta vegana, ormai abbandonata da oltre un milione di cittadini che sono tornati a consumare carne, latte o uova nel 2018. Lo rende noto la Coldiretti in occasione della Giornata nazionale della bistecca.
Secondo i dati, gli italiani che hanno scelto uno stile alimentare vegan rappresentano nel 2018 appena lo 0,9% del totale rispetto al 3% dello scorso anno, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Eurispes.
La dieta vegana esclude dall’alimentazione la carne di qualsiasi animale e tutti i prodotti di origine animale, dai formaggi alle uova, dal burro allo yogurt, dalla panna al gelato, dal latte al miele. All’interno della dieta vegana basata su cereali, legumi, verdura e frutta sono nate correnti di pensiero alimentare ancora più estremiste come i fruttariani (che mangiano solo frutta caduta dagli alberi, ma escludono limoni, kiwi e ananas), i melariani (che si nutrono solo di mele), i fruttariani crudisti (che ingeriscono solo frutta non cotta e non condita).
Ad oggi sono quindi circa 460mila gli italiani che seguono queste tipologie di diete: 2/3 sono donne (68%) ed i giovani, con la percentuale che sale al 2% tra quelli di età compresa tra i 18 ed i 24 anni. Una scelta sul cui giudizio l’Italia è divisa in due con il 49,4% che la ritiene radicale, fanatica e segnata dall’intolleranza mentre il resto pensa che sia una opzione rispettabile ed anche ammirevole.
A spingere le convinzioni alimentari sono però spesso – continua la Coldiretti – le fake news che rimbalzano sui social dove non è difficile trovare che mangiare carne, latte o uova faccia sempre male o che chi è intollerante al lattosio non deve mangiare nessun formaggio, tra le bufale alimentari virali in rete. Invece non esiste nessuno studio che provi che mangiare carne anche in giuste quantità sia dannoso per la salute mentre al contrario, i vantaggi di una dieta completa che la includa sono scientificamente indiscussi. Se ne può fare a meno integrando la sua mancanza con altri prodotti animali, come uova in primis, latte e derivati, e in alcuni casi assumendo integratori di vitamine e minerali.
“Serve educazione e buon senso e soprattutto rispetto per tutti i diversi stili alimentari ai quali l’agricoltura italiana può offrire grandi opportunità di scelta grazie ai primati conquistati nella qualità e nella biodiversità” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel ricordare che “proprio il rispetto dei principi della dieta mediterranea ha garantito fino ad ora all’Italia una speranza di vita da record a livello mondiale di 82,8 anni, 85 per le donne e 80,6 per gli uomini.
Carenza di sangue, dal Cardarelli di Napoli un esempio di solidarietà
Associazioni pazienti«Giornate come questa ci aiutano a ricordare il senso della nostra mission e ci spingono a dare sempre il massimo. Queste occasioni dimostrano che fare squadra è il modo migliore per tagliare importanti traguardi». Ciro Verdoliva, direttore generale del Cardarelli, commenta l’evento con il quale l’ospedale ha celebrato la Giornata mondiale del donatore di sangue. In una sala gremita, al Cardarelli si sono ritrovati ieri, oltre al presidente Vincenzo De Luca, Fabrizio Ciprani (direttore centrale sanità, reggente, Polizia di Stato), Claudio Saltari Presidente Nazionale dell’Associazione Donatori Volontari – Polizia di Stato, Bruno Zuccarelli Direttore Dipartimento Interaziendale di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale – Campania Centro, Aldo Ozino Caligaris presidente del CIVIS (Comitato Interassociativo Volontari Italiani Sangue), Maurizio De Giovanni in qualità di testimonial.
Emergenza nazionale
La giornata è stata il momento più visibile di un percorso iniziato da tempo, assieme al mondo delle associazioni e in particolare dell’Associazione Donatori Volontari – Polizia di Stato DonatoriNati Onlus. Un evento carico, tra l’altro, di molta concretezza. «In Italia, non solo in Campania, c’è una drammatica carenza di sangue. Il nostro compito è fare l’impossibile per invertire la tendenza. Purtroppo, ogni anno il numero dei donatori diminuisce e il fatto che la popolazione stia invecchiando non aiuta».
Fare rete
Verdoliva sottolinea anche come la Regione Campania si stia impegnando nel supportare ogni iniziativa volta a migliorare le cose. Oggi, grazie alla sinergia tra il Cardarelli e l’Associazione DonatoriNati, l’impegno si è strutturato in maniera continuativa e sempre più solidale, per far fronte alle esigenze dei cittadini. «Fare rete è la parola d’ordine per portare avanti il grande progetto di DonatoriNati a Napoli e su tutto il territorio nazionale» così come sottolineato dal presidente nazionale DonatoriNati Polizia di Stato Claudio Saltari. Sempre più consapevoli del fatto che «donare il sangue è come donare la vita».
Incontinenza. L’accordo tra le Regioni e il Ministero della Salute
AnzianiIn Italia 5 milioni di persone soffrono di incontinenza. Un numero che tenderà ad aumentare sempre più, considerato che nel 2030 il 26% della popolazione sarà over 65 anni. A sei mesi di distanza dalla firma di un documento da parte del Ministero della Salute e delle Regioni, è tempo di primi bilanci per il nuovo iter della patologia. In occasione dell’appuntamento annuale della Giornata Nazionale dell’Incontinenza (giovedì 28 giugno), il Gruppo di Lavoro del tavolo ministeriale ha deciso di fare un primo punto, divulgando un “Documento tecnico di considerazioni e proposte” per favorire l’attuazione di quanto contenuto nel documento di Accordo Stato/Regioni.
Sono ottimi i risultati ottenuti da alcune regioni e si auspica che gli stessi possano essere realizzati anche dalle altre. Ma per aderire all’accordo con il Ministero per la gestione dell’incontinenza, cosa deve fare una Regione?
“Deve, come prima cosa, attivare una commissione tecnica finalizzata alla costituzione di una Rete regionale di Centri per la prevenzione, diagnosi e cura dell’incontinenza – precisa Roberto Carone, membro del Tavolo Tecnico Ministeriale per l’incontinenza e Past President SIU (Società Italiana di Urologia) – Il recente accordo Stato/Regioni rappresenta un importantissimo risultato. Grazie al lavoro compatto e determinato di molti rappresentanti delle associazioni pazienti, clinici ed esperti del settore, il 24 gennaio è stato sancito un documento che elenca in modo chiaro e preciso obiettivi e azioni da sviluppare nei confronti di questa invalidante patologia. A distanza di 6 mesi dalla firma con Il Ministero della Salute, posso confermare l’impegno di alcune regioni con successi davvero significativi. Un esempio è la regione Piemonte (la prima ed ad oggi la sola regione che ha attivato una Rete integrata di Centri per la cura dell’Incontinenza), che proprio a seguito dell’Accordo sancito ha incrementato l’attività di una commissione permanente regionale per l’incontinenza con l’obiettivo di realizzare tutto quanto previsto nella Intesa Stato/Regioni. Anche altre Regioni stanno lavorando in tal senso ed in particolare il Veneto, la Basilicata e la Sardegna. E’ giusto porsi l’ambizioso traguardo di una massiccia adesione di tutte le Regioni italiane che dovranno poi essere monitorate e aggiornate costantemente sia a livello locale sia nazionale”.
L’impegno delle Regioni è visibile anche in occasione della giornata del 28 giugno, promossa da FINCO (Federazione Italiana Incontinenti)
“Continua con successo la nostra iniziativa che vede coinvolte molte piazze italiane al fine di sensibilizzare la popolazione a un disagio che colpisce in Italia 5 milioni di persone e che tenderà ad aumentare – precisa Francesco Diomede, Presidente Finco – Viene offerta la possibilità di approfondire la tematica, anche attraverso visite gratuite”.
Esportare dunque in tutte le regioni il modello descritto nel Documento di Accordo Ministeriale significa omologare le procedure per la prevenzione, la cura e il trattamento dell’incontinenza, superando quindi la gestione autonoma delle singole regioni che si è dimostrata finora poco agevole per il paziente e poco conveniente per la spesa sanitaria.
“Altro importante obiettivo è quello di cercare di omogenizzare e razionalizzare la distribuzione degli ausili per l’incontinenza (pannoloni e cateteri). Per semplificare i 3 passaggi fondamentali necessari per attuare il programma, utilizzo spesso l’acronimo OAB . Tale acronimo non fa riferimento a quello frequentemente utilizzato in medicina (Overactive Bladder, una delle cause di incontinenza urinaria) ma sta per Omogenizzazione/Appropriatezza/Bonus – aggiunge Carone – Innanzitutto la necessità di Omogeneizzazione delle procedure di acquisizione e distribuzione degli ausili; Appropriatezza prescrittiva finalizzata a definire la gravità dell’incontinenza secondo parametri uniformi ed oggettivi; introduzione del Bonus come libera scelta del paziente per l’acquisto degli ausili con un tetto di spesa da stabilire per ogni classe di gravità.
Purtroppo quest’ultimo modello distributivo, anche in un’eccellenza come quella piemontese, non risulta essere ancora del tutto operativo. Si aggiunge il fatto che questo modello essendo stato valutato come una soluzione efficace e innovativa, dovrebbe poter rientrare come risposta alle “soluzioni innovative” indicate nel Documento di Accordo”.
La volontà di proseguire il lavoro è molto alta. Ma serve un controllo e una supervisione di tanti aspetti indicati nell’Accordo che devono essere messi in pratica.
“Ci sono ancora molti aspetti da considerare e nell’interesse comune che non devono in qualche modo cadere in prescrizione – conclude Carone – Innanzitutto sollecitare una Commissione Permanente Ministeriale in grado di monitorare e implementare tutte le attività delle regioni coinvolte e da coinvolgere; inoltre stimolare la campagna di informazione e sensibilizzazione dei cittadini sottoscritta dal Ministero; e intervenire attivamente sulle modalità di distribuzione degli ausili anche eventualmente attraverso “soluzioni innovative” con l’intento di sollevare la spesa sanitaria che ora grava per oltre 400 milioni all’anno ed al tempo stesso migliorare la qualità di vita della popolazione”.
Premio “Carlotta Award 2018”. Ricerca al femminile: CREA al 2º posto
News PresaÈ Anna Maria Mastrangelo, la ricercatrice del CREA Cerealicoltura e Colture Industriali di Bergamo che si è posizionata al secondo posto, dopo una collega del Regno Unito, nella prima edizione del Premio Carlotta Award 2018. L’evento si tiene il 14 e 15 giugno 2018, nell’ambito del convegno internazionale “Wheats&Women“, presso la sala Marconi del CNR, piazzale Aldo Moro 7, a Roma. Il premio istituito da ENEA e Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, premia giovani scienziate impegnate nella ricerca sul grano, tra gli alimenti principali nella dieta della popolazione umana.
Il premio è intitolato a Carlotta Parisani, moglie e collaboratrice del grande genetista Nazareno Strampelli, per il suo contributo alla ricerca e allo sviluppo economico del Paese nei primi del ‘900, grazie ai suoi incroci rivoluzionari e i successi conseguiti nello sviluppo varietale del grano.
In particolare, è stato riconosciuto l’impegno della ricercatrice del CREA, che ha operato per oltre 15 anni presso il Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia, per l’individuazione e la mappatura di geni coinvolti nella resistenza del grano duro agli stress ambientali, come siccità, eccesso di sale e malattie. Da diversi anni la Dott.ssa Mastrangelo è coordinatrice di un progetto finanziato dal MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) in collaborazione con l’Università del Minnesota e la Washington State University. Nell’ambito di tale progetto, si è concentrata sullo studio delle malattie fungine del grano al fine di identificare fonti di resistenza e geni che consentano alle nuove varietà di grano di essere più produttive in campo.
Mediante approcci di mappatura per associazione in frumento duro, sono state individuate 8 varietà altamente resistenti alla ruggine gialla e nera, già pronte per essere impiegate dagli agricoltori. Sono, inoltre, stati mappati diversi geni resistenti sia in cultivar di frumento duro che in farri coltivati e selvatici, i quali potranno essere trasferiti in cultivar di pregio suscettibili ai patogeni fungini, mediante approcci di selezione assistita da marcatori molecolari, che consentono di selezionare le piante resistenti analizzando direttamente il loro DNA. Per due di questi geni, che sembrano particolarmente promettenti, sono attualmente in corso esperimenti che porteranno, nei prossimi anni, alla determinazione della loro sequenza e del meccanismo di azione.
“Negli ultimi anni – afferma Anna Mastrangelo – complici anche i cambiamenti climatici, stiamo assistendo a una notevole diffusione anche in Italia di nuove razze di patogeni fungini, come la ruggine gialla e la ruggine nera, che provocano danni pesantissimi alle produzioni di grano in termini di quantità e qualità. Lo sviluppo e l’adozione di nuove varietà di grano, geneticamente resistenti a queste malattie, consentirà di ottenere produzioni più elevate, riducendo notevolmente l’applicazione di pesticidi e i loro effetti negativi sull’ambiente e sulla salute dell’uomo”.
Salute Donna, così si impara a fare prevenzione
News PresaSono molti gli studi scientifici che hanno mostrato come diverse tipologie di tumore della mammella e di tumore ovarico sono causati da mutazioni ai geni BRCA1 e BRCA2, che possono essere trasmesse in maniera ereditaria da entrambi i genitori. D’obbligo però una precisazione: ad essere trasmessa non è la malattia, ma unicamente la predisposizione. Per far comprendere l’importanza dei passi in avanti fatti dalla scienza in campo genetico per prevenire il tumore ovarico e alla mammella e approfondire il ruolo dei test genetici BRCA1 e BRCA2, “Salute Donna Onlus” insieme al Policlinico Federico II hanno ideato e promosso una giornata di approfondimento dal titolo «Tumore ovarico e tumore della mammella: come i test genetici BRCA1 e BRCA2 hanno rivoluzionato la storia dei tumori femminili», in programma oggi alle 14 presso l’Aula Cral dell’AOU Federico II (Via Pansini, 5).
Salute Donna Onlus
Si chiama così l’associazione nata presso l’Istituto dei Tumori di Milano, dove ancora oggi opera, e che nel corso degli anni ha attivato numerose sezioni in tutta Italia, tra cui la sede inaugurata lo scorso 20 marzo proprio al Policlinico Federico II. Il convegno sarà introdotto da Sabino De Placido, Direttore del DAI di Ematologia, Oncologia, Anatomia Patologica, Diagnostica per immagini e Medicina Legale dell’AOU, Anna Maria Mancuso, Presidente Salute Donna Onlus e Antonella Esposito, Responsabile scientifico Nazionale Salute Donna Onlus. «La prevenzione è l’arma migliore che le donne hanno a disposizione – commenta Anna Maria Mancuso – conoscere, informarsi e intraprendere stili di vita sani e corretti sono fondamentali nella lotta ai tumori. Così come essere aggiornati sui passi in avanti fatti dalla scienza». Al tavolo dei relatori si susseguiranno figure istituzionali nazionali e regionali, medici ed esperti che illustreranno i diversi aspetti del tema e risponderanno alle domande dei presenti. La partecipazione all’evento è gratuita ed aperta a tutta la cittadinanza. Per iscriversi è necessario contattare l’associazione Salute Donna Onlus allo 02/6470452 o tramite mail all’indirizzo info@salutedonnaonlus.it.
Spalla lussata? Oggi c’è un intervento rivoluzionario
News PresaCosa accomuna il campione mondiale di paracadutismo Giuseppe Cossu, il calciatore Alessandro Rossi o il quattro volte campione italiano di Judo Walter Facente? Campioni sportivi che hanno avuto problemi alla spalla. Oggi per intervenire c’è una nuova tecnica chirurgica. Si tratta di una tecnica operatoriautile a trattare la lussazione della spalla per via artroscopica, nei casi di instabilità cronica. Una procedura più efficace di altri trattamenti chirurgici, meno invasiva e tutta “made In Italy”, con una ripresa funzionale a tre mesi dall’intervento e una bassissima percentuale di recidive.
Asa
La tecnica in questione è l’Augmentation artroscopico del sottoscapolare (Asa) e ad averla ideata e sviluppata è il professor Marco Maiotti, ortopedico, specialista in diagnosi e chirurgia della spalla e del ginocchio,attivo alla Clinica Mediterranea, Napoli e Casa di Cura Pio XI (Roma). «Questa tecnica permette di trattare pazienti anche molto giovani (dai 15 anni in su), soprattutto quando il tradizionale intervento di riparazione artroscopica espone ad un’elevata percentuale di recidive e l’intervento di Latarjet è sovra-indicato – spiega il professor Marco Maiotti. Come nel caso del campione di paracadutismo, la lussazione di una spalla poteva rappresentare anche un rischio fatale nel caso fosse avvenuta durante il volo o può seriamente compromettere l’attività sportiva nelle altre discipline. Per questo motivo è importante intervenire chirurgicamente il prima possibile. L’intervento con tecnica Asa può restituire la giusta stabilità alla spalla, senza comprometterne la mobilità articolare e senza dover eseguire interventi più complessi e a cielo aperto che, seppur efficaci per il ripristino della stabilità, prevedono l’utilizzo di viti o placche di metallo che se mal posizionati possono determinare gravi complicazioni come nel caso dell’intervento di Latarjet».
Ottimi risultati
Con la tecnica Asa sono stati già trattati in Italia, circa 600 pazienti negli ultimi 9 anni. La percentuale complessiva di recidive si attesta intorno al 3%, avvenute comunque dopo un evento traumatico ad alta energia e cosa assolutamente da non sottovalutare non sono state riferite ad oggi complicazioni legate all’intervento. Studi scientifici hanno permesso di osservare un buon recupero articolare senza significative limitazioni della rotazione esterna. Le controindicazioni di tale intervento emergono quando la TC evidenzia un danno osseo glenoideo importante. «Molti, soprattutto i giovanissimi – conclude Marco Maiotti – non si sottopongono all’intervento perchè prima dell’A.S.A l’intervento tradizionale artroscopico non dava garanzie di stabilità soprattutto in sport di contatto o estremi come il paracadutismo e l’intervento di Latarjet è di difficile esecuzione e mal accettato dal paziente perché a cielo aperto. Molti quindi abbandonavano lo sport. L’innovativa tecnica A.S.A garantisce, soprattutto agli sportivi, un ritorno alle attività in pochi mesi dopo l’intervento, con un rischio davvero basso di recidiva».
Radioterapia, 30milioni alla Campania per l’innovazione
News PresaCure sempre meno invasive e più precise, veloci ed efficaci e prevenzione: sono queste le sfide reali da affrontare in fatto di tumori se si vogliono offrire ai pazienti maggiori possibilità e una migliore qualità di vita. Un tema declinato in tutti i suoi aspetti in occasione di un incontro che ha visto assieme i maggiori esperti della campania. Tra gli interventi quello del professor Paolo Muto (primario del reparto di radioterapia dell’Istituto per la lotta ai tumori Pascale) e di Filippo Alongi (professore associato all’Università di Brescia e direttore della struttura complessa di Radioterapia Oncologica all’Ospedale Sacro Cuore – Don Calabria, di Negrar, Verona).
Richiesta di salute
A mettere in evidenza i dati del 2017, Paolo Muto, che ha spiegato come le statistiche mostrino in Italia «mille nuovi malati di cancro all’anno, 650 di questi hanno bisogno di radioterapia. In Campania, sono circa 38 mila i pazienti ammalati, di cui circa il 60% ha necessità di terapia. È necessaria una distribuzione sul territorio con apparecchiature moderne che possano curare l’integrazione della terapia farmacologica per il cancro». Sulla stessa lunghezza d’onda Filippo Alongi, che ha spiegato quanto sarebbe importante realizzare in Campania un investimento sostanzioso, che «consentirebbe alle strutture della Regione di raggiungere uno standard che possa garantire un adeguato trattamento per i pazienti oncologici. L’uso di questi nuovi macchinari – ha aggiunto il professor Alongi – che io stesso ho avuto la possibilità di testare nel centro che dirigo, può condurre a potenziali miglioramenti clinici e ad una importante diminuzione degli effetti collaterali. Con la tecnologia “HyperArc” abbiamo ottenuto il 90% di risposta sulle lesioni metastatiche trattate, un risultato straordinario, se si pensa che la terapia non risulta invasiva, né tantomeno dolorosa, e dura solo pochi minuti».
180 giorni
In occasione di questo incontro tra esperti, presente anche Antonio Postiglione, direttore generale per la Tutela della salute e il Coordinamento del Sistema Sanitario regionale. E’ stato lui a chiarire che i 180 giorni che il Decreto ministeriale dà come termine per presentare il piano di acquisti saranno utilizzati dalla Regione per il dialogo con gli stakeholder: direzioni ospedaliere, radioterapisti, fisici, associazioni dei pazienti ed esperti potranno dare il loro contributo per arrivare ad un piano che tenga conto di tutte le esigenze. Valeria Ciarambino, Presidente della I Commissione speciale per la Trasparenza della Regione Campania, ha sottolineato l’importanza della programmazione, specificando come, ad un utilizzo della risorsa pubblica, debba corrispondere un effettivo miglioramento dei servizi.