Tempo di lettura: 3 minutiL’Italia è invasa da farmaci contraffatti, venduti spesso usando internet. A rivelarlo sono i quasi 18 mila controlli, per oltre 2,4 milioni di confezioni e 4 milioni di fiale o compresse sequestrati, oltre 200 persone arrestate e 3.200 denunciate, quasi 2 mila segnalate e 4.600 sanzioni amministrative comminate. Sono i numeri di quattro anni di lavoro (2013-2017) dal comando dei Carabinieri per la tutela della salute cui si sommano altri 7 mila interventi di controllo nel 2018. Numeri enormi, che vedono spiccare per tipologia i farmaci per la disfunzione erettile o altre problematiche della sfera sessuale maschile.
Impotenza
Secondo l’AIFA, la tipologia di farmaci che sono stati più oggetto di sequestri in Italia, è quella per il trattamento delle disfunzioni erettili (60/70 per cento del totale) e quelli con tossine botuliniche, oltre all’uso di integratori alimentari per celare la presenza illecita di principi attivi farmaceutici. Un problema economico rilevantissimo – secondo l’OCSE dopo quello dell’abbigliamento il settore più colpito è proprio quello dei farmaci – e un fenomeno che appartiene all’economia sommersa di tipo criminale, dunque difficile da quantificare in modo esatto. I sequestri, infatti, si inseriscono solo in una piccola parte del mercato. Secondo il Consiglio d’Europa il commercio di farmaci contraffatti supera di 25 volte quello delle sostanze stupefacenti. Ma anche un problema di salute per coloro che ne fanno uso, affidandosi necessariamente a canali distributivi non verificati, al web, al mercato nero. Nel suo recente rapporto “Illicit Trade: Converging Criminal Networks” (2016), si scopre che il 32% dei farmaci contraffatti non contiene principi attivi, il 20% ne contiene in quantità non corrette, il 21.4% è composto da ingredienti sbagliati, il 15.6% ha corrette quantità di principi attivi ma un packaging falso, l’8.5% contiene alti livelli di impurità e contaminanti.
L’iniziativa
Sono questi solo alcuni dei dati presentati oggi a Roma, proprio durante la settimana nazionale contro la contraffazione, in occasione della nuova campagna “LA TUA SALUTE VALE DI +” voluta dalla Società Italiana di Urologia per sensibilizzare i cittadini e contrastare questo fenomeno partendo dalla fonte, l’acquirente, con una serie di iniziative tradizionali e social. Sarà distribuito nelle farmacie e nei centri di urologia che collaborano con la SIU un opuscolo che contiene un decalogo di comportamento molto chiaro e altre importanti informazioni. Le stesse informazioni saranno disponibili anche in digitale, sul sito www.siu.it e sui profili Twitter (SIU_Italia) e Facebook (societaitalianadiurologia), dove proseguirà la campagna social già iniziata. «La Società Italiana di Urologia ha deciso di prendere una posizione forte sul tema della contraffazione per sensibilizzare la popolazione sui pericoli legati all’acquisto dei farmaci attraverso canali non ufficiali e senza il consiglio dello specialista», spiega Walter Artibani, segretario generale della SIU.
Salute pubblica
«I farmaci contraffatti o falsificati – precisa Vincenzo Mirone, responsabile comunicazione della SIU – costituiscono un grave rischio per la salute pubblica. Esistono prodotti senza principi attivi, con costituenti diversi da quanto dichiarato, con preparazioni inadeguate per dosaggi, formulazioni e principi. Nel migliore dei casi questi farmaci contengono un principio attivo senza alcuna efficacia, ma nella maggior parte dei casi il farmaco falsificato ha un’azione che consente di imitare almeno in parte gli effetti del prodotto originale, così che il consumatore non si accorga immediatamente del falso e il mercato possa sostenersi e proseguire nel tempo. Ma in molti casi questi farmaci contengono elementi pericolosissimi per la salute: le analisi svolte sui prodotti sequestrati hanno consentito per esempio di trovare vernici stradali e gesso, in alcuni casi sono state trovate tracce di arsenico e veleno per topi. Inoltre, quasi sempre, i dosaggi sono variabili da una compressa all’altra e si passa da pillole senza principio attivo ad altre che ne possono contenere il doppio del dovuto. Non vanno infine sottovalutati i rischi che possono derivare da una non idonea conservazione del farmaco nel periodo che intercorre dalla sua produzione all’immissione sul mercato. La qualità e il controllo di finti farmaci venduti online è di fatto inesistente, ma questo è un rischio legato anche a farmaci originali, ma rubati e reimmessi nel mercato attraverso vie illegali alternative»
Ipocondriaco il termine più cliccato nel 2017. Ansia per 10mln di italiani
PsicologiaDieci milioni di persone sono ossessionate dalla paura di stare male. Al minimo sintomo interrogano Google e scaricano App per l’autodiagnosi. E così una semplice contrattura diventa la spia di un male incurabile in pochi secondi. Chi è ipocondriaco convive quotidianamente con l’ansia, tra continue consultazioni su internet e sulle applicazioni del telefono. Ci sono App che a fine diagnosi ti mettono in contatto con un medico reale e App che non fanno altro che alimentare il disturbo immaginario. Poi c’è anche chi ha pensato di inventarsene una per sdrammatizzare, come quella ideata dalla newyorkese Emily Xie: Hypochondriapp. Qui basta inserire un disturbo e il sistema fornisce una lista di diagnosi che nemmeno il dottor House riuscirebbe a immaginare.
In altre parole, i nuovi strumenti digitali, così a portata di mano, spesso non fanno altro che alimentare il disagio. E nell’era del digitale anche l’ipocondria diventa cyber. Il cybercondriaco tende ad autodiagnosticarsi una malattia con l’aiuto della Rete e solo dopo si reca dal medico, per avere conferme sulla propria diagnosi. Ma su Google, i dati mostrano che solo tre dei primi 10 risultati sono utili per una corretta autodiagnosi (studio supervisionato da Guido Zuccon della Queensland University di Brisbane). Allo stesso tempo, le pagine sul tumore al cervello sono più popolari di quelle sull’emicrania. Insomma, bisogna andarci piano con la rete. Le app che propongono diagnosi virtuali, così come il “dottor Google”, assecondano l’ansia e spesso forniscono ulteriori preoccupazioni. Un conto è usare una app per monitorare la pressione se si è ipertesi, altra cosa è fare autodiagnosi a ogni minimo sentore. L’ipocondria non lascia scampo neppure ai vip, dalla cantante Adele a Carlo Verdone, fino a Woody Allen, sarebbero in molti a soffrirne. E non è neanche un disturbo recente, pare ne soffrissero anche Charles Darwin e Sigmund Freud. Emerge anche una certa consapevolezza tra gli italiani, visto che nel 2017 il termine più cliccato in Italia è stato “ipocondriaco”. Se la malattia è spesso immaginaria, l’ansia di ammalarsi è reale e colpisce uomini e donne in ugual misura. I numeri sono in crescita: fino al 15 per cento della popolazione ne soffrirebbe. Il rischio è che la paura continua di avere qualche malattia, faccia ammalare davvero, con risvolti sulla qualità della vita, sia dal punto di vista personale e fisico, sia lavorativo. Nei casi più gravi, l’ ipocondriaco diventa patofobico e arriva ad avere un vero e proprio terrore focalizzato, ad esempio di morire per un aneurisma o di un infarto. C’è invece chi somatizza disturbi di ogni tipo: insomma, se il disturbo non c’è, alla fine arriva. La buona notizia è che di ipocondria si può guarire con psicoterapie mirate, purché il paziente lo voglia.
Farmaci contraffatti, in Italia 2,4 milioni di confezioni
News PresaL’Italia è invasa da farmaci contraffatti, venduti spesso usando internet. A rivelarlo sono i quasi 18 mila controlli, per oltre 2,4 milioni di confezioni e 4 milioni di fiale o compresse sequestrati, oltre 200 persone arrestate e 3.200 denunciate, quasi 2 mila segnalate e 4.600 sanzioni amministrative comminate. Sono i numeri di quattro anni di lavoro (2013-2017) dal comando dei Carabinieri per la tutela della salute cui si sommano altri 7 mila interventi di controllo nel 2018. Numeri enormi, che vedono spiccare per tipologia i farmaci per la disfunzione erettile o altre problematiche della sfera sessuale maschile.
Impotenza
Secondo l’AIFA, la tipologia di farmaci che sono stati più oggetto di sequestri in Italia, è quella per il trattamento delle disfunzioni erettili (60/70 per cento del totale) e quelli con tossine botuliniche, oltre all’uso di integratori alimentari per celare la presenza illecita di principi attivi farmaceutici. Un problema economico rilevantissimo – secondo l’OCSE dopo quello dell’abbigliamento il settore più colpito è proprio quello dei farmaci – e un fenomeno che appartiene all’economia sommersa di tipo criminale, dunque difficile da quantificare in modo esatto. I sequestri, infatti, si inseriscono solo in una piccola parte del mercato. Secondo il Consiglio d’Europa il commercio di farmaci contraffatti supera di 25 volte quello delle sostanze stupefacenti. Ma anche un problema di salute per coloro che ne fanno uso, affidandosi necessariamente a canali distributivi non verificati, al web, al mercato nero. Nel suo recente rapporto “Illicit Trade: Converging Criminal Networks” (2016), si scopre che il 32% dei farmaci contraffatti non contiene principi attivi, il 20% ne contiene in quantità non corrette, il 21.4% è composto da ingredienti sbagliati, il 15.6% ha corrette quantità di principi attivi ma un packaging falso, l’8.5% contiene alti livelli di impurità e contaminanti.
L’iniziativa
Sono questi solo alcuni dei dati presentati oggi a Roma, proprio durante la settimana nazionale contro la contraffazione, in occasione della nuova campagna “LA TUA SALUTE VALE DI +” voluta dalla Società Italiana di Urologia per sensibilizzare i cittadini e contrastare questo fenomeno partendo dalla fonte, l’acquirente, con una serie di iniziative tradizionali e social. Sarà distribuito nelle farmacie e nei centri di urologia che collaborano con la SIU un opuscolo che contiene un decalogo di comportamento molto chiaro e altre importanti informazioni. Le stesse informazioni saranno disponibili anche in digitale, sul sito www.siu.it e sui profili Twitter (SIU_Italia) e Facebook (societaitalianadiurologia), dove proseguirà la campagna social già iniziata. «La Società Italiana di Urologia ha deciso di prendere una posizione forte sul tema della contraffazione per sensibilizzare la popolazione sui pericoli legati all’acquisto dei farmaci attraverso canali non ufficiali e senza il consiglio dello specialista», spiega Walter Artibani, segretario generale della SIU.
Salute pubblica
«I farmaci contraffatti o falsificati – precisa Vincenzo Mirone, responsabile comunicazione della SIU – costituiscono un grave rischio per la salute pubblica. Esistono prodotti senza principi attivi, con costituenti diversi da quanto dichiarato, con preparazioni inadeguate per dosaggi, formulazioni e principi. Nel migliore dei casi questi farmaci contengono un principio attivo senza alcuna efficacia, ma nella maggior parte dei casi il farmaco falsificato ha un’azione che consente di imitare almeno in parte gli effetti del prodotto originale, così che il consumatore non si accorga immediatamente del falso e il mercato possa sostenersi e proseguire nel tempo. Ma in molti casi questi farmaci contengono elementi pericolosissimi per la salute: le analisi svolte sui prodotti sequestrati hanno consentito per esempio di trovare vernici stradali e gesso, in alcuni casi sono state trovate tracce di arsenico e veleno per topi. Inoltre, quasi sempre, i dosaggi sono variabili da una compressa all’altra e si passa da pillole senza principio attivo ad altre che ne possono contenere il doppio del dovuto. Non vanno infine sottovalutati i rischi che possono derivare da una non idonea conservazione del farmaco nel periodo che intercorre dalla sua produzione all’immissione sul mercato. La qualità e il controllo di finti farmaci venduti online è di fatto inesistente, ma questo è un rischio legato anche a farmaci originali, ma rubati e reimmessi nel mercato attraverso vie illegali alternative»
Transessualità, non più una malattia mentale
PsicologiaTransessuali di tutto il mondo, è l’ora di tirare un sospiro di sollievo: la transessualità non è più una malattia mentale. E’ notizia attuale, infatti, che l’Oms ha rivisto le proprie valutazioni. «L’incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali dell’International Classification of Diseases per essere inserita in un nuovo capitolo delle condizioni di salute sessuale», spiegano dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sottolineando che «è ormai chiaro che non si tratti di una malattia mentale e classificarla come tale può causare una enorme stigmatizzazione per le persone transgender».
Un nuovo “capitolo”
La decisione di lasciarla in un capitolo dell’International Classification of Diseases (ICD), spiega ancora l’Oms, nasce dall’esistenza di un notevole bisogno di importanti cure sanitarie che può essere soddisfatto se la transessualità rimane all’interno dell’Icd stesso. La transessualità, spiega Lale Lay, coordinatrice del team che gestisce le problematiche di adolescenti e popolazioni a rischio, è stata collocata «in un capitolo di nuova creazione, per dare spazio a condizioni collegate alla salute sessuale e che non necessariamente hanno a che fare con altre situazioni codificate nell’Icd». Alla base della decisione c’è «l’aver capito che non si tratta di una condizione mentale e lasciare l’incongruenza di genere in quel capitolo avrebbe creato biasimo e condanna» per i transgender, ma «è stato inserito comunque in un altro capitolo» per «garantire l’accesso agli adeguati trattamenti sanitari». Questo potrebbe «portare ad una migliore accettazione sociale degli individui” e, a cascata, “migliorare l’accesso alle cure perché riduce la disapprovazione sociale».
Verso il futuro
Sorprende, a dire il vero, che al decisione dell’Oms sia arrivata solo nel 2018. Ma, meglio tardi che mai. Lo stigma e il pregiudizio, purtroppo, sono ancora oggi ostacoli enormi per chi è costretto a combattere per affermare la propria identità sessuale. Forse ora, grazie anche a questa rivisitazione dell’Oms, sarà un po’ più semplice affrontare il percorso. Anche questo, in fondo, significa muoversi verso il futuro.
Abbassare i livelli di stress scegliendo i cibi giusti
AlimentazioneLa nostra alimentazione può influenzare i livelli di stress, ma la buona notizia è che ci sono anche tanti cibi che aiutano a tenerlo sotto controllo. Le noci, ad esempio, di tutta la frutta oleosa, sono lo snack ideale quando si è stressati, a detta dei nutrizionisti, perché sono ricche di acidi grassi omega 3 e riducono i rischi di avere la depressione. Le noci contengono anche triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, l’ormone del buonumore. L’altro alimento anti stress è l’avena, ideale per chi affronta giornata molto piene. L’avena è ricca di fibre che aumentano il livello di zuccheri nel sangue lentamente così da dare un senso di sazietà a lungo senza avere picchi di zuccheri. Alcune verdure come gli spinaci, contengono acido folico: il nostro corpo ha bisogno di questo tipo di vitamina B per costruire la dopamina, un neurotrasmettitore che libera dallo stress e allevia i sintomi della depressione. Il mirtillo è un frutto ricco, invece, di antocianine, degli antiossidanti che fanno bene alla salute. Inoltre contiene anche Vitamina C che rinforza il sistema immunitario, d’altronde è risaputo che le persone stressate si ammalano più facilmente. La buona notizia per i golosi è che il cioccolato fondente è un altro alimento che aiuta a combattere lo stress. Uno studio pubblicato dall’International Journal of Health Sciences ha scoperto che i polifenoli contenuti nei chicchi di cacao riducono i livelli degli ormoni dello stress, soprattutto del cortisolo. Ma il presupposto è che sia fondente (almeno per il 70% cacao).
Giornata nazionale AIL: iniziative anche per mare con l’Itaca Day
Associazioni pazientiCome ogni anno, al solstizio d’estate, AIL organizza la Giornata Nazionale per la lotta contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma. È un’occasione per promuovere l’informazione sulla cura delle malattie del sangue e per fare il punto sui continui progressi della Ricerca Scientifica e delle terapie. Dal 21 giugno sarà anche attivo un Numero Verde – AIL problemi ematologici 800226524. Un call center, dalle ore 8.00 alle ore 20.00, sarà dedicato alle domande di pazienti e familiari, alle quali risponderanno alcuni tra i più illustri medici ematologici italiani. Altra iniziativa centrale della giornata è, anche quest’anno, il progetto “Sognando Itaca”. Dal 4 al 21 giugno la barca a vela dell’AIL navigherà nel mar Adriatico e, in ogni porto in cui attraccherà, si svolgerà l’Itaca Day, una giornata durante la quale pazienti e medici delle ematologie locali, potranno imbarcarsi e veleggiare insieme. Obiettivo: diffondere la vela-terapia quale metodo rivolto alla riabilitazione psicologica e al miglioramento della qualità della vita dei pazienti ematologici. L’equipaggio sarà composto da pazienti, medici, infermieri, psicologi e skipper professionisti, che avranno la possibilità di vivere insieme un’esperienza unica, lontani dai luoghi di cura, in un contesto in cui anche i ruoli vengono invertiti.
Esattamente come Ulisse, i pazienti si troveranno ad affrontare un mare aperto, sconosciuto e pieno di insidie. Durante il viaggio scopriranno nuovi territori e risorse che non pensavano di avere.
La Giornata nazionale, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, vuole condividere i progressi della Ricerca e promuovere la cooperazione, per essere sempre più vicini ai pazienti e alle loro famiglie. In questa occasione, AIL organizza in tutta Italia iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi.
Le millennial non amano il preservativo
PrevenzionePillola o preservativo? Le millennial non sembrano avere dubbi: meglio la pillola. A svelarlo è una ricerca internazionale «Women and contraception: From baby boomers to millennials – has anything really changed?». L’indagine di mercato puntava a confrontare le aspirazioni, lo stile di vita e le scelte contraccettive delle millennial (di età compresa fra i 21 e i 29 anni) con gli stessi parametri delle loro madri, le “baby boomer” (oggi fra i 50 e i 65 anni), alla stessa età. L’obiettivo era valutare quanto fosse realmente cambiata la situazione fra le due generazioni. Il sondaggio, che ha preso in considerazione anche l’Italia ha confermato che nonostante i molti progressi che ci sono stati nel mondo della contraccezione femminile, la “pillola” rimane il contraccettivo più conosciuto tra le ragazze di età compresa fra i 20 e i 29 anni, insieme al profilattico che è utilizzato solo dal 22% di esse.
Le malattie
Uno dei temi che viene spesso sottovalutati è quello delle malattie sessualmente trasmissibili, in primis l’Hiv, ma anche la Gonorrea, la Tricomoniasi, la Clamidia e la Sifilide. Spesso viene sottovalutato anche il Papilloma virus o HPV, che è la causa delle infezioni più diffuse e frequenti e colpisce soprattutto le donne. Questo tipo di infezione rientra tra le malattie sessualmente trasmissibili, ma non si contagia solo tramite la penetrazione sessuale. Il Papilloma virus infatti può essere trasmesso attraverso contatti cutanei e delle mucose, per questa ragione il solo preservativo non basta a prevenire il contagio. L’Hpv è una malattia asintomatica, non vi sono al momento cure per questo genere di infezione e spesso si estingue da sola. In una piccola percentuale di casi provoca lesioni al del collo dell’utero, che possono trasformarsi in forme tumorali (con l’esame del Pap test possono essere rinvenute eventuali trasformazioni).
Il preservativo
Alla base della disaffezione che i giovani hanno per il preservativo ci sono ragioni di carattere psicologico ma anche economico. Il condom è infatti considerato «troppo caro, scomodo, innaturale». Da un’importante ricerca 4 giovani su 10 non lo usano, con tutti i problemi che ne derivano. I dati nazionali sul consumo dei preservativi in Italia documentano un’importante riduzione dell’uso , a fronte di un allarme della Amcli (Associazione microbiologi e clinici italiani), che a dicembre scorso ha riportato un incremento generale di malattie sessualmente trasmesse. Insomma, la protezione dalle malattie sessualmente trasmesse con il preservativo non sembra essere di moda. Dalle indagini eseguite dalla Fondazione Foresta Onlus nel 2015-2016 su oltre 2000 giovani emerge che oltre il 40% degli intervistati riferisce di avere rapporti liberi. Ed è noto che l’80% delle infezioni da Hiv si trasmette attraverso rapporti sessuali non protetti. Quindi, meglio pensarci prima e fare la scelta giusta.
Tumore, la genomica cambierà le cose
Ricerca innovazioneSi chiama genomica una delle ultime frontiere nella lotta a diverse forme di tumore. Questo perché molto spesso, più di quanto si pensi, le neoplasie hanno origine “ereditaria”. Ovviamente non si eredita il tumore, ma la propensione a svilupparlo. Statisticamente, ad un uomo su sei nell’arco della propria vita viene diagnosticata un tumore della prostata, mentre per le donne è stato stimato che almeno il 7% delle neoplasie alla mammella è su base eredofamiliare.
Diverso approccio
Questa considerazione ha condotto i ricercatori che operano nel campo dell’oncologia a variare negli ultimi decenni l’approccio alla patologia neoplastica; alla mera finalità curativa e preventiva tradizionale (individuazione della malattia in fase pre-clinica) si sono infatti affiancate le notevoli capacità della Genomica nel campo della stratificazione dei pazienti (identificazione di fattori di rischio, creazione di programmi di screening “personalizzati”) e delle terapie mirate (terapia genomica, selezione del trattamento in base al profilo genetico/genomico). Queste capacità si traducono in diagnosi precoce e migliore terapia.
Test personalizzati
Un laboratorio di genomica all’avanguardia consente al CMO di Torre Annunziata di fare moltissimi test oncologici che sono indicativi per la terapia del paziente ma soprattutto per l’approccio chirurgico, fondamentale per sapere se il paziente è affetto da mutazione genetica ed è stato anche elaborato un kit per far fare il prelievo direttamente dal chirurgo di fiducia e quindi avere il campione anche da un’altra città o regione perché con questi kit è possibile controllare in ogni momento il percorso compiuto dal campione raccolto che dunque è costantemente monitorato. Due kit, uno blu per i tessuti (colon, polmone, tiroide e ovaio) e uno rosso dedicato esclusivamente alla mammella. Al CMO non sono previste liste di attesa e infatti molti pazienti scelgono questa struttura da tutta Italia, in particolar modo da tutto il Sud e dal Lazio. Le possibilità sono dunque moltissime e il futuro si annuncia ricco di importanti novità.
Notte prima degli esami, il segreto per farcela
News PresaEsami di maturità, pronti via! Ormai ci siamo e migliaia di studenti pensano solo a come fare per arrivare al meglio, e magari memorizzare in poche ore ciò che non hanno appreso durante l’anno. Premesso che quest’ultima possibilità non esiste, si può almeno fare qualcosa per arrivare al grande giorno, come si dice, a mente fresca.
I pilastri per farcela
Secondo gli esperti, per arrivare nella migliore condizione possibile agli esami di maturità serve una sana alimentazione, riposo e corretta idratazione. Anche perché, dicono, «mangiare in maniera sregolata e saltare i pasti non gioca a favore del benessere, così come le notti insonni trascorse sui libri». In particolare bere la giusta quantità di acqua, distribuita nel corso della giornata, influisce positivamente sulle funzioni del cervello: «Mal di testa, stanchezza, minor capacità di concentrazione e di esecuzione anche di compiti semplici sono spesso segnali di una moderata disidratazione – racconta Alessandro Zanasi, esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino e membro della International Stockholm Water Foundation – in situazioni di tensione, come certamente sono gli esami finali per tanti studenti italiani, si tende a sudare di più, non solo a causa della temperatura più elevata tipica del periodo estivo. È quindi estremamente importante mantenere un adeguato livello di idratazione, per tenere alta la concentrazione e l’attenzione, oltre che aiutare la memoria».
L’importanza di bere
Anche perché, aggiunge l’Osservatorio, «bere è sempre fondamentale, ma lo è ancora di più per una migliore funzionalità cerebrale in situazioni di elevato stress come lo studio. Nei momenti di affaticamento, per avere prestazioni cognitive performanti bastano uno o due bicchieri di acqua, sufficienti a riportare il cervello alla normalità. Quando si beve non solo ci si disseta, ma si assumono elementi importanti come calcio, magnesio, ferro, zolfo, essenziali per il benessere psico-fisico». Il suggerimento agli studenti, conclude Zanasi, è quello di “bere frequentemente durante tutto l’arco della giornata, senza arrivare ad aspettare la comparsa dei primi sintomi della sete: anche una iniziale carenza di acqua comporta effetti negativi sulle prestazioni intellettive. Bisogna esserne consapevoli per rieducarsi ad una corretta idratazione».
Indagine Anaao Assomed. 66% medici hanno subito aggressioni
Ricerca innovazioneSembra un bollettino di guerra il sondaggio che l’Anaao Assomed ha condotto da aprile a maggio 2018 su un campione di medici di tutte le specialità iscritti all’Associazione. Negli ultimi anni si è assistito a un escalation progressiva degli episodi di violenza contro gli operatori sanitari: dal recente tentativo di strangolamento di un medico di pronto soccorso fino a stupri e vere e proprie spedizioni punitive da parte di gruppi organizzati contro i medici. Il problema ha assunto una rilevanza tale che il presidente nazionale della FNOMCeO Filippo Anelli ha inserito il problema della sicurezza nei luoghi di lavoro nei punti del suo programma. L’Anaao Assomed ha deciso di elaborare un’indagine per delineare i contorni del fenomeno. Smarrimento, rabbia, frustrazione e spesso solitudine sono i sentimenti più diffusi in chi è vittima di violenza fisica o verbale sul posto di lavoro, senza trovare risposte adeguate nelle Direzioni aziendali. L’analisi è stata condotta su 1280 soggetti con un tasso di risposte crescente all’aumentare dell’età: il 6,67% è di età compresa tra 25 e 35 anni, il 21,63% tra 35 e 45 anni; il 27,83% tra 35 e 55 anni e il 43,88% tra 55 e 65 anni.
Le donne hanno mostrato maggiore partecipazione dimostrando maggiore sensibilità al problema: 53,95%.
Le Regioni di provenienza dei responders rispecchiano la numerosità degli Iscritti Anaao cui è stata destinata l’indagine, con percentuali di risposta che superano il 10% in Emilia Romagna, Piemonte, e Veneto e tra il 5-10% in Campania, Toscana, Lazio e Sicilia.
Il 65% circa dei partecipanti alla survey ha risposto di essere stato vittima di aggressioni, di questi il 66,19% riferisce aggressioni verbali mentre il 33,81% aggressioni fisiche.
Una ulteriore analisi regionale evidenzia che la percentuale di aggressioni sia fisiche che verbali si incrementa al 72,1% nel Sud e nelle Isole.
Dato ancora più allarmante per i Medici che lavorano in Pronto Soccorso e 118 dove le stesse percentuali salgono all’80,2%.
Rispetto alle aggressioni fisiche invece particolarmente colpiti sono i medici dei reparti di Psichiatria/SERT (il 34,12% di tutte le aggressioni fisiche) e i medici di Pronto soccorso/118 (il 20,26% di tutte le aggressioni fisiche).
Il 23,35% degli intervistati ha risposto di essere a conoscenza di casi di aggressione da cui è scaturita invalidità permanente o decesso. Dalle aggressioni sono scaturiti dai 3 a i 100 giorni di prognosi.
Il 70% del campione riferisce di essere stato testimone di aggressioni verso il personale sanitario, il che fa supporre che il fenomeno sia di fatto sottostimato rispetto a quanto emerso a domanda diretta nel sondaggio.
Altro elemento che rinforza l’ipotesi della sottostima del fenomeno sia da parte degli operatori sia da parte delle amministrazioni – sì legge nell’indagine – è che oltre il 50% dei responders ignora che le aggressioni dovrebbero essere identificate come evento sentinella dalla propria Direzione aziendale come previsto dalla raccomandazione n. 8 del 2007 del Ministero della Salute, mentre il 18% asserisce che addirittura non vengono riconosciute.
Le cause delle aggressioni per i medici coinvolti nell’indagine sono da riferire a fattori socio-culturali per il 37.2%, definanziamento del SSN per il 23,4%, carenze organizzative per il 20%, carenze di comunicazione per l’8,5%. Le risposte più frequenti per chi ha risposto altro sono tutte le precedenti.
Da segnalare che più di un responders dichiara che l’aggressione verbale è provenuta da un collega sul posto di lavoro.
Infine, il 56,4% non sa se il problema viene trattato ai tavoli sindacali, mentre il 30,8% è convinto che esso non venga mai discusso.
“Dalla nostra indagine – si legge in una nota – emergono molteplici riflessioni che impongono un richiamo alla responsabilità di tutti i referenti istituzionali compreso il sindacato.
Esiste sicuramente un vuoto normativo in quanto la legge sulla sicurezza negli ambienti di lavoro numero 81 del 2008 non prevede esplicitamente i termini “aggressione e violenza” ai danni degli operatori sanitari. Il dato delle Aziende sanitarie che valutano il rischio di aggressione nel Documento di Valutazione del Rischio (DVR) è un dato che andrebbe aggiornato al passo con una realtà lavorativa che assume connotati sempre più preoccupanti.
I Direttori Generali sono i primi che debbono farsi garanti della sicurezza dei loro dipendenti, in primis applicando normative e raccomandazioni già esistenti, vedi la raccomandazione numero 8 del 2007, adoperandosi oltre che con l’implementazione dei sistemi di vigilanza anche con l’adozione di misure idonee ad arginare il sovraffollamento che risulta sicuramente correlato ad un incremento degli episodi di violenza. E il tema del sovraffollamento è strettamente legato al Pronto Soccorso, ed al taglio dei posti letto, che risulta dall’indagine il reparto con il più alto tasso di aggressioni verbali e fisiche: percentuali insostenibili per chi vi lavora che condizionano notevolmente il burnout di medici e infermieri“.
Dal sondaggio emerge infine una questione Sud: la sanità meridionale, quella più definanziata è quella dove è più diffusa la violenza verso i sanitari. Per questo attendiamo risposte dalla Politica.
AGGRESSIONI FISICHE
Psichiatria
Ps /118
20,26%
Medicina interna
Chirurgia generale
4,26%
Ginecologia
Medicina legale
2,84%
Direzione sanitaria
Pediatria
2,48%
Pneumologia
Mal infettive
2,13 %
Anestesia e rianimazione
1,77%
Indagine a cura di Elisabetta Lombardo (Segretaria Anaao Azienda Policlinico Catania)
I dati sono stati elaborati da: Andrea Rossi (Vice Segretario Anaao Veneto) e Matteo D’Arienzo (Anaao Giovani)
Emicrania, una cura rivoluzionaria
News PresaPiù di un miliardo di persone nel mondo soffrono di emicrania, per loto sta arrivando una vera e propria rivoluzione. A quanto pare, nuovi farmaci (già approvati) saranno a breve anche sul mercato italiano. Si tratta di un anticorpo monoclonale completamente umanizzato che ha come target il peptide Cgrp, identificato per l’emicrania.
Curare la malattia
Elio Agostoni, direttore Dipartimento di Neuroscienze Asst dell’Ospedale Niguarda, a margine del IX Congresso nazionale Anircef (Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee), che si è tenuto a Milano spiega che «oggi stanno arrivando sul mercato dei farmaci che sono capaci di interferire con il meccanismo che genera la malattia. Fino ad oggi abbiamo curato le crisi di emicrania ma non la malattia, o meglio l’abbiamo fatto solo parzialmente». La strategia terapeutica infatti si focalizza sulla cura delle crisi quando arrivano e sulla cura della malattia, quindi sulla prevenzione e la profilassi: «quando le crisi occupano 4-5 giorni al mese l’indicazione è quella di fare la profilassi, quando invece si tratta di episodi che sono meno di 5 giorni al mese c’è solo la terapia dell’attacco. Un’impostazione rigida».
Nuove prospettive
Con i nuovi farmaci iniettivi, trimestrali o mensili, la situazione cambierà, «cambieranno la nostra percezione di crisi e di malattia e ci permetteranno di prevenire le crisi e altri problemi collegati all’emicrania». L’emicrania si distingue in cronica ed episodica: nel primo caso, i pazienti ne soffrono per almeno 15 giorni al mese, nel secondo caso per al massimo 14 giorni al mese. In Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito sono oltre 15 milioni le persone che soffrono di emicrania episodica e cronica, in Europa questa malattia ha un costo per l’economia di 18 miliardi di euro l’anno in termini di produttività e giornate di lavoro perse.