Tempo di lettura: 3 minutiNel 2017 si stima che le famiglie in povertà assoluta siano 1 milione e 778 mila, in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui. Rispetto al 2016 i poveri assoluti nel nostro Paese crescono in termini sia di famiglie sia di individui: l’incidenza è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005. A definire bene i contorni di un’Italia che soffre e arranca è l’ultimo rapporto dell’Istituto di Statistica.
Preoccupa il dato sui minori: nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta resta elevata e pari al 12,1% (1 milione 208 mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).
Soffre il Mezzogiorno
L’incidenza di poveri assoluti aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.
L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).
La disoccupazione
Senza sorprese si nota che la povertà aumenta tra i non occupati e quando il capo-famiglia ha un livello d’istruzione minore, a testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale. La povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).
Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.
Anche i poveri relativi crescono rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368 mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).
Ma cosa si intende per «soglia di povertà relativa», da non confondere con quella assoluta? Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese. Quanto alla soglia di povertà assoluta, è la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta; un dato che si costruisce sulla base della dimensione della famiglia.
Come la povertà assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (19,8%) o 5 componenti e più (30,2%), soprattutto tra quelle giovani: raggiunge il 16,3% se la persona di riferimento è un under35, mentre scende al 10,0% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.
L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5%) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0%), queste ultime in peggioramento rispetto al 31,0% del 2016.
Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno).
Poveri assoluti, sono 5 milioni in Italia. i nuovi dati ISTAT
Ricerca innovazioneNel 2017 si stima che le famiglie in povertà assoluta siano 1 milione e 778 mila, in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui. Rispetto al 2016 i poveri assoluti nel nostro Paese crescono in termini sia di famiglie sia di individui: l’incidenza è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005. A definire bene i contorni di un’Italia che soffre e arranca è l’ultimo rapporto dell’Istituto di Statistica.
Preoccupa il dato sui minori: nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta resta elevata e pari al 12,1% (1 milione 208 mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).
Soffre il Mezzogiorno
L’incidenza di poveri assoluti aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.
L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).
La disoccupazione
Senza sorprese si nota che la povertà aumenta tra i non occupati e quando il capo-famiglia ha un livello d’istruzione minore, a testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale. La povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).
Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.
Anche i poveri relativi crescono rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368 mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).
Ma cosa si intende per «soglia di povertà relativa», da non confondere con quella assoluta? Per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media per persona nel paese, che nel 2017 è risultata pari a 1.085,22 euro al mese. Quanto alla soglia di povertà assoluta, è la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta; un dato che si costruisce sulla base della dimensione della famiglia.
Come la povertà assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (19,8%) o 5 componenti e più (30,2%), soprattutto tra quelle giovani: raggiunge il 16,3% se la persona di riferimento è un under35, mentre scende al 10,0% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.
L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5%) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0%), queste ultime in peggioramento rispetto al 31,0% del 2016.
Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno).
Keystone, un nuovo virus tra quelli che contagiano l’uomo
News PresaC’è purtroppo un virus in più nella lista di quelli che sono riusciti a fare il “salto” dall’animale all’essere umano, e che ora sono in condizione di nuocere. Tristemente famosi sono i virus Zika, Dengue e Chikungunya. Questo nuovo virus (nuovo per gli esseri umani) usa le zanzare per infettare organismi ospiti e si chiama Keystone, diffuso di solito fra scoiattoli, cerbiatti e procioni nel Nord della Florida. E il paziente zero è un sedicenne statunitense finito in ospedale con febbre alta e un’eruzione cutanea. Non è un caso attuale, risale a due anni fa, ma sene parla ora perché finalmente i ricercatori sono riusciti a identificare il virus e la notizia è stata ripresa da Clinical Infectious Diseases. Inizialmente si sospettava che l’adolescente fosse stato infettato dal virus Zika. Ci sono voluti invece quasi 2 anni, raccontano gli autori, per identificare la vera causa della malattia, dopo che i test avevano escluso Zika.
Battaglia complessa
«Non riuscivamo a capire cosa stava succedendo» ha confidato Glenn Morriss, direttore dell’Istituto malattie emergenti dell’ateneo alla stampa Usa. Dopo un anno e mezzo di analisi e controlli si è riusciti a far luce sul mistero. Il virus Keystone è stato infatti rilevato nei campioni prelevati al paziente ed era totalmente inatteso: non era mai stato rilevato prima negli esseri umani. Ma nonostante ciò «l’infezione potrebbe essere piuttosto comune nel Nord Della Florida», spiega Morris in una nota. I ricercatori della University of Florida sono stati coinvolti nel caso, proprio per cercare di far luce sulla condizione misteriosa che affliggeva il giovane.
Di che si tratta
Il patogeno «era stato identificato tra gli animali che vivevano nell’area di Tampa Bay nel 1964. E uno studio dell’epoca, citato dai ricercatori, aveva svelato che il 19-21% degli abitanti di quest’area era portatore di anticorpi del virus» spiega il virologo dell’università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco. Dunque, evidentemente, c’era stata un’esposizione ma il patogeno non era mai stato isolato negli esseri umani. La speranza è che non ci siano ulteriori contagi e dunque non si debba aggiungere il Keystone alla lista dei “nemici pubblici”.
Vaccini, ipotesi di proroga per il 10 luglio
News PresaPer i vaccini, dopo le polemiche, ora si pensa alla proroga. L’ipotesi è quella di rimandare la scadenza del 10 luglio, vale a dire la data entro la quale si sarebbe dovuta presentare la certificazione definitiva che provi l’avvenuta vaccinazione ai fini dell’iscrizione a scuola per il prossimo anno 2018-19. Sarebbe questa, secondo quanto si apprende, la strada in valutazione da parte del Governo in merito alla questione dell’obbligo vaccinale per andare a scuola. La revisione dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola è prevista dal Contratto di Governo ed è stata riaffermata venerdi’ scorso dal vicepremier Salvini. Il ministro della Salute, Giulia Grillo, da parte sua ha ribadito che i vaccini «sono un fondamentale strumento di prevenzione sanitaria primaria” e che “in discussione a livello politico sono solo le modalità migliori attraverso le quali proporli alla popolazione».
Gli obblighi
La scadenza del 10 luglio è prevista dalla legge e dalla circolare del ministero dello Salute dello scorso 16 agosto. Quanto alle vaccinazioni, la legge sull’obbligo vaccinale per la frequenza scolastica dispone che dieci vaccinazioni siano obbligatorie per i minori di eta’ compresa tra zero e sedici anni (ovvero 16 anni e 364 giorni), inclusi i minori stranieri non accompagnati per la medesima classe di età, in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita.
Le vaccinazioni
Diverse sono le vaccinazioni introdotte come obbligatorie, oggi il novero delle punture comprende: anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella. La legge estende quindi le vaccinazioni obbligatorie includendo l’anti-pertosse, l’anti-Haemophilus influenzae tipo b, l’anti-morbillo, l’anti-rosolia, l’anti-parotite e l’anti-varicella, «in ragione – si legge nella circolare – della loro elevata contagiosita». Queste vaccinazioni sono dunque obbligatorie e gratuite, devono essere fatte secondo le specifiche indicazioni del Calendario vaccinale nazionale. Le vaccinazioni che sono invece raccomandate e gratuite per i minori di età compresa tra zero e sedici anni, sempre in base alle specifiche indicazioni del Calendario vaccinale nazionale relativo a ciascuna coorte di nascita, sono: anti-meningococcica B, anti-meningococcica C, anti-pneumococcica, anti-rotavirus.
Polemiche
Restano ovviamente in piedi tutte le polemiche sull’obbligatorietà delle vaccinazioni, ancor più ora che il Governo si è mostrato “incerto” sul da farsi. Nelle scorse settimane era stato Matteo Salvini a riaccendere la polemica mettendo in dubbio l’efficacia e la sicurezza di alcune delle vaccinazioni obbligatori. Dichiarazioni alle quali si era sollevato l’entusiasmo di tutti i genitori contrari all’obbligo per legge, ma anche le critiche dei medici che non hanno per nulla gradito le esternazioni del ministro. Al momento – comunque – l’obbligo resta, anche se la partita sembra lontana dall’essere chiusa.
Tablet. Donne più colpite dai dolori al collo e alla schiena
Nuove tendenzeI nuovi strumenti digitali portano anche nuovi tipi di disturbi posturali. Uno tra questi è il dolore al collo che si avverte dopo essere stati troppo tempo al tablet. Uno studio però dimostra che ad essere maggiormente colpite sono le donne, rispetto agli uomini, soprattutto quelle più giovani. Il problema non è tanto la quantità di tempo passato con il tablet, quanto la postura. Il cosiddetto ‘collo da IPad’ (dall’inglese ‘IPad neck’) è solitamente associato al sedersi senza supporto per la schiena, ad esempio su una panchina o per terra, o piegarsi sul tablet mentre lo si tiene sulle ginocchia, o ancora usarlo mentre si sta di lato o di schiena. A mettere in luce questa tendenza è uno studio dell’Università del Nevada pubblicato sul Journal of Physical Therapy Science. I ricercatori hanno prodotto un sondaggio su 412 studenti di Università pubbliche, personale e docenti (135 uomini e 275 donne) utenti di tablet touchscreen sull’utilizzo del dispositivo e i disturbi al collo o alle spalle. Tra i disturbi più frequenti, sono stati riferiti: rigidità, dolore al collo, alla parte superiore della schiena, alle braccia, alle mani o alla testa. Il maggior numero di intervistati (55%) ha riferito un disagio moderato, ma il 10% ha dichiarato che i sintomi erano gravi e il 15% ha evidenziato anche disturbi del sonno. Solo il 46% però, ha dichiarato che smetterebbe di utilizzare il dispositivo in caso di disagio.
Differenze di genere
Il 70% delle donne ha riportato sintomi; tra gli uomini, invece, poco meno del 30%. Inoltre le donne avevano 2.059 volte più probabilità di sperimentare sintomi muscoloscheletrici durante l’uso, dal punto di vista statistico. La spiegazione, secondo gli studiosi, si troverebbe nel fatto che le donne avrebbero tendenzialmente una minore forza muscolare e una statura più piccola, questo potrebbe indurle ad assumere posizioni più estreme durante la digitazione. Gli studiosi hanno anche elaborato dei consigli utili a ridurre i rischi. Il primo suggerimento è di sedersi sempre dove c’è un supporto per la schiena, di posizionare il tablet su una superficie che lo mantenga rialzato e non su una piatta che costringe il collo e la schiena a incurvarsi.
Biosimilari, una sanità a portata di tutti
News PresaUna chance in più per i pazienti della Regione Campania nell’ottica di opportunità di cura per numerose patologie, grazie in particolare alla disponibilità di farmaci biosimilari di seconda generazione il cui costo, notevolmente inferiore, consentirà importanti risparmi, con i quali sarà possibile offrire risposte terapeutiche ad un numero maggiore di pazienti rispetto a quanto oggi avviene. Nel 2017, in Campania, l’utilizzo di questo tipo di farmaci è stato solo del 18 per cento sul totale dei medicinali biosimilari in commercio, come rilevato da uno studio dell’Italian Biosimilars Group, realizzato in collaborazione con IQVIA. Un dato che tuttavia colloca oggi la Campania al sesto posto tra le Regioni italiane.
Esperti a confronto
Del contributo che i medicinali biosimilari offrono – e ancor più offriranno nel prossimo futuro – con maggiori opportunità di accesso alle cure per i pazienti anche grazie ai risparmi che sono in grado di generare, si è parlato oggi nel corso di una tavola rotonda istituzionale, promossa da Italian Health Policy Brief (IHPB), rivista di politica sanitaria impegnata a promuovere opinioni e confronti per una sanità sostenibile. All’evento hanno preso parte esponenti apicali della sanità della Regione, della comunità medico-scientifica, del mondo universitario e delle associazioni di pazienti, oltre ad economisti sanitari.
Il report
Per inquadrare l’impatto positivo offerto dai farmaci biosimilari sul piano dell’economia sanitaria e quindi del loro contributo alla sostenibilità del nostro sistema sanitario, Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria all’Università di Roma Tor Vergata, ha elaborato, in collaborazione con il C.E.I.S. (Center for Economic and International Studies), uno studio secondo il quale l’uso attuale dei biosimilari in Italia permetterà nel 2018 una riduzione della spesa di oltre 116 milioni di euro. Un risultato, questo, assolutamente inferiore rispetto alle economie molto più consistenti che saranno possibili grazie alla prossima disponibilità dei farmaci biosimilari di seconda generazione che offriranno determinanti opportunità terapeutiche soprattutto nell’ambito delle malattie oncologiche e autoimmuni, anche se molte altre sono le aree terapeutiche interessate: in particolare diabetologia, gastroenterologia, dermatologia e reumatologia.
Interesse crescente
Come è noto, il principio attivo di un biosimilare e quello del suo medicinale di riferimento, pur essendo di fatto la stessa sostanza biologica, possono presentare differenze minime dovute appunto alla loro natura biologica e alle tecniche di produzione ma questo non incide sulla loro efficacia e sicurezza. Per Ugo Trama, responsabile della U.O.D. 08 “Politica del Farmaco e Dispositivi” presso la Direzione Generale per la tutela della Salute e il Coordinamento del Sistema Sanitario Regionale «i farmaci biosimilari sono ormai una risorsa necessaria, indispensabile per il Sistema Sanitario Nazionale, che deve muoversi in un ambiente circoscritto, con vincoli di spesa, perché facilitano l’accesso alle cure, garantendo gli stessi standard di sicurezza e salute. E ovviamente sarà più ampia la fascia d’accesso di ammalati alle cure, con la possibilità di liberare risorse a settori come l’immunoterapia che hanno bisogno di parecchie investimenti». «E l’uso dei farmaci biosimilari – spiega il consigliere dell’Ordine dei Medici Mario Delfino – è importante anche in altre specializzazioni, coma la dermatologia, per esempio nella cura della psoriasi, patologia autoimmune con farmaci che costano parecchio al Sistema Sanitario Nazionale».
Il ruolo dei medici
Proprio in relazione agli aspetti qualitativi, Sabino De Placido, Ordinario di Oncologia medica, Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, ha dichiarato che: «il ruolo del clinico nella scelta del biosimilare è cruciale, giacché spetta al medico la scelta della eventuale sostituzione di un farmaco originator con il rispettivo biosimilare in corso di cura, o la scelta di iniziare un trattamento con il biosimilare piuttosto che con il medicinale di riferimento. La produzione di farmaci biosimilari – ha proseguito il professor De Placido – avviene nel rispetto di rigidi requisiti di qualità, utilizzando metodi all’avanguardia, ed è fondamentale che tali medicinali soddisfino tutti i livelli di compatibilità con il proprio originator, per ottenere l’approvazione da parte degli enti regolatori». In relazione al delicato tema delle malattie oncologiche, Fabrizio Capuano, delegato della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariati in Oncologia (F.A.V.O) per la regione Campania ha sottolineato che «se la diffusione dell’utilizzo del biosimilare può aiutare a migliorare nel complesso l’offerta di servizi, i pazienti e le loro associazioni certamente daranno il loro contributo, anche alla luce dell’ultima norma sul consenso informato, per migliorare la perfomance d’utilizzo del biosimilare; è, però, fondamentale, che venga assicurata la garanzia assoluta sulla qualità del prodotto che viene offerto ai pazienti e sulla sua efficacia». Va detto poi che un recente studio prospettico pubblicato da IQUVIA ipotizza che, a livello nazionale, nel periodo 2017 – 2022 il risparmio complessivo potrebbe assestarsi intorno ai 450 milioni di euro grazie ad una riduzione dei prezzi pari a circa il 30%.
Regno Unito: snack vietati alle casse contro obesità infantile
AlimentazioneContinua la stretta da parte del governo britannico contro il junk food, per ridurre l’obesità infantile. Da oggi nel Regno Unito non si potranno più trovare snack e dolciumi lungo la fila che porta alle casse. L’obiettivo è mettere al riparo dalle tentazioni i bambini, facili prede delle strategie di marketing utilizzate per posizionare i prodotti nei supermercati. Lo ha annunciato il governo britannico, delineando un divieto in piena regola al riguardo, nel quadro della campagna avviata un anno fa contro il dilagare dell’obesità infantile e giovanile nel Paese. Il ministro della Sanità, Jeremy Hunt, ha spiegato alla BBC che la legge intende dimezzare il numero di bambini obesi entro il 2030, in particolare in Inghilterra. Di qui un nuovo pacchetto di misure per scoraggiare il cosiddetto ‘junk food’, che rappresenta un carico di calorie, facilmente scelto dai più piccoli, non a caso lungo le casse questo tipo di prodotti si trovano ad altezza bambino. ”Vogliamo dare più potere ai genitori di fare scelte salutari” per i loro figli, ha rimarcato Hunt, promettendo, oltre alla stretta nei supermercati, pure restrizioni più severe sulla pubblicità di prodotti ad alto contenuto di zuccheri in tv e sul web. Quest’iniziativa fa seguito al recente obbligo d’indicare il numero di calorie dei cibi anche nei menu dei ristoranti.
L’obesità nel mondo
Secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità il numero dei bambini obesi è superiore di oltre dieci volte rispetto a quello del 1975: 120 milioni in tutto il mondo. Sebbene l’obesità sia tradizionalmente concentrata nei Paesi ad alto reddito, dove la dieta è più ricca, negli ultimi anni il divario si sta assottigliando con un numero maggiore di bambini obesi anche in nazioni come Egitto, Messico e Sud Africa. A distanza di quarant’anni questi Paesi si trovano vicini ai livelli massimi, in particolare per le ragazze fra i 20 e 25 anni. Il tasso di obesità infantile più alto del mondo si trova in Polinesia e Micronesia (25,4% per le femmine 22,4% per i maschi), davanti ai quello della “regione anglofona ad alto reddito” nella quale rientrano Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda e Canada. Se il passo dovesse rimanere immutato, entro il 2022 ci saranno più bambini e teenager obesi di quanti non siano sottopeso (attualmente 192 milioni, metà dei quali in India).
Eurostat, in Italia 1 bimbo su 3 nasce fuori dal matrimonio
Nuove tendenzeNel 2016 i bambini italiani nati fuori dal matrimonio rappresentano il 28% del totale. Lo rivelano gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, nel suo bollettino “Are more babies born inside or outside marriage?”, “Sono più i bambini nati dentro o fuori il matrimonio?”. Si tratta di un trend in forte crescita: basti pensare che solo nel 2000 in Italia la percentuale raggiungeva il 9,7%, un dato quasi triplicato in 16 anni.
LE MEDIE PIU’ ALTE IN EUROPA – In Europa il Paese con il più alto tasso di bambini nati fuori dal vincolo nuziale è la Francia, dove rappresentano più della metà, sono il 59,7% di tutti i bimbi nati del 2016. In generale sono 8 i Paesi con un tasso di bambini nati fuori dal matrimonio superiore al 50%. Si tratta, oltre alla Francia, di Bulgaria e Slovenia (entrembe a con il 58,6%), Estonia (56,1%), Svezia (54,9%), Danimarca (54%), Portogallo (52,8%) e Paesi Bassi (50,4%).
LE MEDIE PIU’ BASSE – In cima alla classifica la Grecia, il Paese europeo con la più bassa percentuale. Nel paese ellenico meno di un bambino su dieci nasce fuori dal matrimonio (9,4%). Basse percentuali si registrano anche in Croazia (18,9%), a Cipro (19,1%) e in Polonia (25%).
Secondo le stime di Eurostat i numeri continueranno a registrare una crescita costante nei prossimi anni.
Nell’ultimo anno 7mln italiani indebitati per pagarsi le cure
Economia sanitariaSale a 40 miliardi la spesa sanitaria privata, che dal 2013 al 2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell’ultimo anno sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket. Se si pensa che, soltanto due anni fa, erano 36 milioni, è chiara la rapida crescita del fenomeno (+8 milioni, aumento del 22%).
Condizioni che aumentano la percezione di iniquità e che sono destinate a peggiorare: secondo le stime della Ragioneria Generale di qui a 7 anni saranno necessari dai 20 ai 30 miliardi di euro aggiuntivi per finanziare un Sistema Sanitario gravato dalle sfide demografiche e stretto da mutamenti economici e sociali. “Il che, in altri termini, vuol dire – spiega Marco Vecchietti, Amministratore delegato di RBM Assicurazione Salute – che se non si avvierà anche nel nostro Paese un Secondo Pilastro Sanitario attraverso un sistema di Polizze e Fondi Sanitari aperti a tutti, il costo delle cure che i cittadini dovranno pagare di tasca propria finirà per raggiungere (nel 2025) quasi 1.000 Euro a testa”. È quanto è emerso in occasione del Welfare Day di quest’ anno, promosso da RBM Assicurazione Salute. I dati dell’VIII Rapporto CENSIS – RBM Assicurazione Salute sulla Sanità Pubblica, Privata e Intermediata, mostrano come la sanità privata colpisca maggiormente i redditi medio bassi, i malati (in particolare i cronici), gli anziani (in particolari i non autosufficienti) e sia una costante di tutte le famiglie italiane da Nord a Sud.
“La spesa sanitaria privata – ha detto Vecchietti – rappresenta la piú grande forma di disuguaglianza in sanitá. Con l’introduzione di un Secondo Pilastro Sanitario si potrebbe tagliare di 20 miliardi di euro, riducendone l’impatto sui redditi delle famiglie italiane, in particolare per quelli medio bassi”.
Vaccini, è bagarre sull’obbligo di legge
News PresaTutti ad aspettare qualche esternazione della ministra Grillo, alla fine a pronunciarsi sui vaccini è stato Matteo Salvini. Parole, quelle del vicepresidente del Consiglio, che hanno creato subito un grande scompiglio tra favorevoli e contrari. Ma cosa ha detto Matteo Salvini? Sulla questione dei vaccini «garantisco l’impegno preso in campagna elettorale nel permettere che tutti i bimbi entrino in classe, vadano a scuola», perché «la priorità è che i bimbi non vengano espulsi dalle classi” anche se non vaccinati». Il ministro dell’Interno lo ha detto intervenendo telefonicamente a RadioStudio54.
Gli obblighi
A proposito di una eventuale rimozione degli obblighi vaccinali, Salvini ha puntualizzato che al governo «siamo in due, c’è un’alleanza Lega-M5s, bisogna ragionare anche con gli alleati, al ministro Grillo ho iniziato a parlare di questi temi», e dunque «continueremo, perché ritengo che 10 vaccini obbligatori siano inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi», ha concluso il ministro, inviando un ringraziamento «per il loro coraggio» ai ricercatori Antonietta Gatti e Stefano Montanari.
La reazione
Al commento di Salvini ha risposto su Facebook il medico Roberto Burioni accademico e divulgatore scientifico italiano, ricercatore nel dello sviluppo di anticorpi monoclonali umani contro agenti infettivi. «No, Ministro Salvini. Dieci vaccini non sono inutili e tantomeno dannosi. Sono gli stessi vaccini che vengono usati con identici tempi e identici modi in tutto il mondo. Sono i dieci vaccini che hanno salvato e salvano, in tutta sicurezza, milioni di vite. Vaccini che proteggono anche lei, i suoi figli e i suoi elettori, e pure tutti i cittadini italiani che lei ha il dovere di tutelare. Ministro Salvini, lei ha detto una cosa non rispondente al vero, perché quelli che riporto io sono fatti, suffragati da dati scientifici solidissimi. Quella che ha detto è una bugia, una bugia pericolosissima. E che a dirla sia chi ha la responsabilità della sicurezza del mio paese è una cosa che mi preoccupa molto. Fatti, e non bugie».
CSS: no alla vendita Cannabis light. Non esclusa pericolosità
PrevenzioneIl Consiglio superiore di Sanità (Css) dice no alla Cannabis Light. In un parere richiesto dal Ministero della Salute sul tema, in riferimento ai “prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa” ha affermato che non può essere esclusa la pericolosità. La ‘cannabis light’ è venduta nei cosiddetti ‘canapa shop‘ diffusi in tutta Italia.
Sono circa 90mila gli studenti italiani che riferiscono di consumare pressoché quotidianamente cannabis e quasi 150mila sembrano farne un uso problematico. La marijuana light è stata resa legale nel nostro Paese dalla legge 242/2016 sulla coltivazione e la filiera della canapa. La normativa ha creato un “cuscinetto” di esenzioni di responsabilità per l’agricoltore, nel caso in cui i risultati a un controllo rivelino una quantità di Thc superiore a 0,2%, ma inferiore a 0,6%. “Non è un prodotto medicinale, da combustione o alimentare e non si vende ai minori”.
Oggi il Consiglio raccomanda però di non consentire la libera vendita. Al momento si possono trovare i prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa nei negozi, ma come un prodotto da collezione, non destinato al consumo. Il Css ora mette in guardia e “raccomanda che siano attivate nell’interesse della salute individuale e pubblica misure atte a non consentire la libera vendita”.