Epatite C: cura orale efficace e screening gratuito
Non tutti sanno che oggi l’epatite C si cura con farmaci per via orale, in cicli brevi e con ottimi risultati clinici. I trattamenti più moderni, i cosiddetti antivirali ad azione diretta (DAA), agiscono direttamente sul virus bloccandone la replicazione; nella stragrande maggioranza dei casi portano alla guarigione virologica (SVR) in 8–12 settimane, con percentuali di successo che superano mediamente il 95% e profili di tollerabilità favorevoli. Questo cambiamento ha trasformato una malattia un tempo difficile in una condizione curabile, purché venga diagnosticata.
Il test che intercetta l’infezione “silente”
L’infezione da HCV spesso decorre senza sintomi. Per questo il test di screening è cruciale: può essere un semplice esame del sangue per la ricerca degli anticorpi anti-HCV oppure un test rapido capillare (“pungidito”) che dà una prima risposta in tempi brevi. In diverse realtà il test rapido è proposto anche in occasione di altri esami o accessi ospedalieri e, laddove previsto, è disponibile presso i medici di medicina generale e nelle farmacie aderenti alle campagne regionali. È un passaggio chiave per avviare le terapie ad alta efficacia e interrompere la progressione verso danni epatici.
Uno screening nazionale gratuito (che pochi conoscono)
Dal 2021 è attivo in Italia un programma nazionale gratuito di screening per l’eliminazione dell’HCV, rivolto prioritariamente ai nati tra il 1969 e il 1989 e a gruppi a maggior rischio (persone seguite dai servizi per le dipendenze, detenuti). L’iniziativa è stata definita dal Ministero della Salute con un decreto che ha dato il via libera operativo alle Regioni. Eppure la consapevolezza pubblica resta limitata: migliaia di persone convivono con un’infezione non diagnosticata che, nel tempo, può evolvere in cirrosi o carcinoma epatocellulare. Portare alla luce queste infezioni “nascoste” è il passaggio decisivo per trasformare la cura in prevenzione delle complicanze.
Perché lo screening non decolla
La scarsa percezione del rischio, l’assenza di sintomi e la frammentazione delle iniziative comunicative sono tra le ragioni per cui le campagne non hanno centrato pienamente gli obiettivi. Gli esperti ricordano che basterebbe inserire in modo sistematico l’anti-HCV tra gli esami di routine nei setting pubblici e privati, e proporre il test in modo proattivo in occasione di prelievi già programmati. La strategia “test & treat”, in cui l’offerta del test è immediatamente collegata a un percorso di presa in carico, è quella che massimizza l’impatto sulla salute pubblica. Su questa linea si muovono anche i documenti di indirizzo che legano l’eliminazione dell’HCV a screening capillari, rapidi percorsi di conferma diagnostica e accesso tempestivo alle cure.
La lezione dall’incontro alla Federico II
Di prevenzione e terapie si è discusso in un incontro scientifico ospitato nell’aula magna del complesso di biotecnologie dell’Università Federico II di Napoli, promosso dalla professoressa Filomena Morisco (Gastroenterologia) e dal professor Giuseppe Portella (Diagnostica Virologica di Laboratorio). Sotto la lente, HCV ma anche HBV e HDV, dal laboratorio alla clinica. “Nonostante gli indiscussi avanzamenti – è stato ricordato – i virus epatitici restano una sfida. Eppure, un semplice prelievo e un’indagine dal costo di pochi euro permetterebbero di intercettare l’infezione da HCV, oggi efficacemente curabile se individuata prima delle lesioni del fegato”. Un messaggio che rimbalza anche sul piano della sanità pubblica: l’eliminazione dell’HCV indicata dall’OMS è ambiziosa ma realizzabile, se si riduce il bacino delle infezioni misconosciute.
Strategie concrete: test, vaccino HBV e presa in carico
Tra le proposte emerse, l’idea di suggerire a ogni controllo clinico e analitico, in ambulatorio o in ospedale la verifica della positività ai virus B e C. Questo consentirebbe due azioni immediate e ad alto valore: la vaccinazione contro l’epatite B nei soggetti non immuni (un presidio obbligatorio in Italia per i nuovi nati sin dal 1991), e l’avvio rapido delle cure per i positivi al virus C, che spesso non danno segno di sé. Accanto al trattamento, è decisivo il monitoraggio non invasivo del fegato: strumenti semplici come gli score sierologici (per esempio FIB-4) e tecniche come l’elastografia aiutano a stratificare il rischio e a seguire i pazienti nel tempo, riducendo ricorso e tempi degli esami più invasivi.
La campagna della ASL Napoli 1: informare per curare
Per accendere i riflettori sull’importanza della diagnosi e della cura, la ASL Napoli 1 ha lanciato a metà gennaio una campagna video dedicata all’epatite C, con il volto dell’attore Massimiliano Gallo. Un’iniziativa lodevole che gli specialisti auspicano di rendere omogenea tra le diverse ASL e su scala regionale, perché l’infezione può colpire chiunque, anche in assenza di comportamenti a rischio evidenti, e perché la tempestività del test evita che si arrivi a patologie ben più gravi come cirrosi e carcinoma epatocellulare.
DAA: cosa sono, come funzionano, perché “funzionano”
I DAA bersagliano proteine chiave del ciclo vitale del virus dell’epatite C, impedendogli di replicarsi. I regimi più diffusi sono pangenotipici, quindi efficaci a prescindere dal genotipo virale; questo semplifica la gestione clinica e accelera i tempi di inizio della terapia. In setting complessi, inclusi pazienti con comorbidità o vulnerabilità sociali, gli studi confermano tassi di SVR superiori al 90–95%, con cicli di 8 o 12 settimane e un profilo di effetti collaterali generalmente lieve. Sono dettagli che contano perché alimentano la fiducia: la cura non solo c’è, ma è breve, solida e sostenibile.
Fibrosi epatica: la posta in gioco
Una parte rilevante del dibattito ha riguardato la fibrosi epatica, vera “pietra miliare” per la prognosi dei pazienti. Valutarla correttamente significa capire chi è più esposto all’evoluzione verso la cirrosi e chi, invece, può essere seguito con percorsi meno intensivi. Le linee guida europee raccomandano l’uso sistematico di test non invasivi nelle popolazioni a rischio, integrando indici biochimici e metodiche strumentali per orientare le decisioni cliniche e ottimizzare le risorse. In prospettiva, uno screening più capillare dell’HCV, unito alla terapia precoce e a un monitoraggio intelligente della fibrosi, può ridurre morbilità e mortalità correlate alle malattie di fegato.
L’obiettivo: eliminare l’HCV come minaccia per la salute pubblica
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato il traguardo: eliminare l’epatite virale come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, puntando a ridurre del 90% le nuove infezioni croniche e del 65% la mortalità. L’Italia ha gli strumenti per allinearsi pienamente a questo obiettivo: uno screening nazionale strutturato, farmaci altamente efficaci e una rete di competenze cliniche di alto livello. Il nodo da sciogliere — ribadito dagli esperti — è far arrivare il test alle persone giuste nel momento giusto, con comunicazione e organizzazione omogenee su tutto il territorio.
In pratica, cosa serve adesso
Tre leve possono fare la differenza: 1) normalizzare l’offerta del test anti-HCV in ogni contesto clinico e nei punti di prelievo; 2) facilitare l’accesso al “pungidito” e al test di conferma, anche in farmacia, in modo che chi rientra nelle coorti o nei gruppi a rischio non incontri barriere; 3) potenziare le campagne informative, perché conoscere l’esistenza dello screening gratuito è il primo passo per farlo. Ogni diagnosi in più non è solo una cura in più: è un caso di cirrosi o di tumore del fegato potenzialmente evitato.
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