Tempo di lettura: 6 minutiIn Campania solo circa un cittadino su due con più di 65 anni si vaccina contro l’influenza, mentre restano ancora lontani i target di copertura per pneumococco, Hpv, herpes zoster e altri patogeni. È da questo dato che parte il confronto sulla nuova fase della farmacia dei servizi, al centro del secondo tavolo di lavoro promosso da MotoreSanità, dopo quello di Roma.
L’incontro, che si è svolto a Napoli, ha messo sotto la lente la fase attuativa del Decreto Semplificazioni approvato dal Governo alla fine dello scorso anno. Il provvedimento rafforza il ruolo delle farmacie come presidi di prossimità e amplia i servizi sanitari erogabili sul territorio, con particolare attenzione alla prevenzione e alla somministrazione dei vaccini.
Accanto alla vaccinazione antinfluenzale e anti-Covid, e alle esperienze già avviate in Campania con fondi propri anche sul fronte dell’epatite C, il nuovo quadro consente di allargare il ventaglio delle vaccinazioni praticabili in farmacia. Entrano così nel perimetro l’antipneumococcica, l’anti Papilloma virus umano, l’anti herpes zoster e i recuperi delle vaccinazioni obbligatorie dell’infanzia, con il limite dei 12 anni di età.
Il tavolo di Napoli e il nodo delle coperture vaccinali
Al confronto hanno partecipato la presidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale della Campania, Loredana Raia, l’europarlamentare Lello Topo, il consigliere regionale Gennaro Saiello, il presidente di Federfarma Campania Mario Flovilla, il professor Sanduzzi Zamparelli della Federico II e Neuromed, Paolo Cortesi, economista sanitario, Umberto D’Alia, presidente dell’Ordine dei farmacisti di Caserta, e Sara Ranucci, dirigente dell’unità igiene sanitaria della Regione Campania, intervenuta in sostituzione di Francesco Bencivenga.
A richiamare l’urgenza di un cambio di passo è stato il professor Sanduzzi Zamparelli. “Sebbene la Campania abbia aumentato le vaccinazioni contro l’influenza nell’ultimo biennio, con il 49-50% siamo lontani dai target fissati dal ministero e dai livelli raggiunti durante la pandemia nella popolazione con più di 65 anni”, ha sottolineato. Il dato assume un peso ancora maggiore se si considera che, secondo quanto ricordato durante il tavolo, la sola influenza ha provocato in Italia circa 8 mila morti nei pazienti cronici, di cui 800 in Campania.
La regione presenta inoltre un quadro epidemiologico delicato. La popolazione con almeno una patologia cronica è pari al 47,7%, contro il 40,9% della media italiana. Tra gli over 65, circa il 59% convive con più di una patologia cronica. È proprio questa fascia fragile a trarre maggiore beneficio dalla prevenzione vaccinale, soprattutto contro le malattie respiratorie e le complicanze che possono aggravare condizioni cardiovascolari, respiratorie e metaboliche già presenti.
Dosi somministrate e ruolo crescente delle farmacie
A chiusura della campagna vaccinale, in Campania sono state somministrate circa 967 mila dosi. I centri vaccinali territoriali ne hanno somministrate 24.257, le farmacie 24.534, mentre la parte più consistente, circa 918 mila dosi, è stata effettuata presso gli studi dei medici di medicina generale. L’incremento complessivo è stato di circa 23 mila dosi, ma la crescita, rispetto alla popolazione vaccinata, si è concentrata in modo particolare proprio nelle farmacie.
Da qui nasce l’esigenza di rendere stabile e più capillare il contributo della farmacia dei servizi. Loredana Raia ha assicurato il proprio impegno per l’attuazione del Decreto Semplificazioni riguardo alle nuove funzioni delle farmacie come presidi di prossimità. Alla Campania spetta un riparto di 2,6 milioni di euro, ma la Regione ha già stanziato a metà aprile 7 milioni di euro per il piano di potenziamento della vaccinazione Hpv, che saranno erogati a tranche per completare i cicli vaccinali.
Il programma regionale punta a intervenire in più contesti: scuole, ospedali che vaccinano, pediatri, medici di medicina generale, farmacie e Case di comunità. L’obiettivo è costruire un cronoprogramma capace di includere più setting possibili, anche alla luce di dati giudicati ancora insufficienti.
Hpv, prevenzione oncologica e ritardi da recuperare
La vaccinazione contro l’Hpv rappresenta uno dei punti più sensibili del confronto. L’Hpv è inserito nei Livelli Essenziali di Assistenza e la vaccinazione è considerata uno strumento decisivo per prevenire il tumore della cervice uterina e altri tumori del distretto testa-collo, soprattutto nelle nuove generazioni.
In Campania, però, le coperture restano lontane dagli obiettivi. Sono fermi alla prima dose il 59,59% delle ragazze e il 29,82% dei ragazzi entro i 15 anni. Per il ciclo completo si raggiunge il 48,95% nelle donne e il 31,04% negli uomini, a fronte di un target nazionale del 95%. Anche una copertura del 92% sulla prima dose consentirebbe solo di sfiorare la sufficienza rispetto agli obiettivi di sanità pubblica. Restano inoltre da recuperare ancora alcune coorti, comprese le classi nate nel 1995.
“La vaccinazione contro Hpv è gratis in Campania fino ai 25 anni, può eradicare alcuni tumori ma ancora non siamo riusciti a trasmettere il messaggio fondamentale a ragazze e ragazzi”, ha aggiunto Raia. La presidente ha ricordato anche che la Campania è in ritardo sulla prevenzione, ma può contare su una rete di circa 1.750 farmacie, un servizio sanitario di prossimità diffuso e da rafforzare nell’ambito delle Case e degli ospedali di comunità, soprattutto nelle aree interne.
Pneumococco, influenza, zoster e virus respiratori
Nel nuovo modello di prossimità entrano le vaccinazioni per le malattie respiratorie, lo pneumococco, il virus respiratorio sinciziale, il Sars-CoV-2, l’influenza, l’herpes zoster e l’Hpv. In particolare, l’herpes zoster resta ancora poco coperto: in Campania risultano somministrate solo 32 mila dosi.
La farmacia viene quindi vista come uno strumento per raggiungere la popolazione fragile e anziana, ridurre l’esitazione vaccinale e rafforzare la fiducia nelle cure territoriali. Un cittadino si reca mediamente otto volte l’anno in farmacia e due volte dal medico di famiglia: questa frequenza rende la farmacia un punto di contatto privilegiato per informare, orientare e intercettare bisogni di prevenzione.
La prevenzione vaccinale può contribuire anche a ridurre il peso sulle liste d’attesa, evitando complicanze e ricoveri prevenibili. Nel dibattito è stato ricordato anche il tema più generale dell’aspettativa di vita: in Campania si registrano in media circa tre anni di vita in meno alla nascita rispetto al resto del Paese, un divario che rende ancora più urgente investire sulla prevenzione.
Farmacie rurali, aree interne e sostenibilità del sistema
Il presidente di Federfarma Campania, Mario Flovilla, ha posto l’attenzione sulle farmacie rurali. “Abbiamo due o tre problemi da risolvere, tra cui l’adeguamento della legge sull’indennità di residenza delle farmacie rurali sussidiate”, ha spiegato. In Campania ci sono 550 comuni, di cui 450 con meno di 5 mila abitanti, spesso presidiati da farmacie rurali che rappresentano l’unico punto sanitario accessibile nelle aree più periferiche.
La Campania è stata finanziata fino a 20 milioni di euro, con un plafond di 15 milioni destinato a telecardiologia, analisi di prima istanza e sperimentazione delle vaccinazioni antinfluenzale, anti-Covid e delle attività legate all’epatite C. Ora, ha spiegato Flovilla, il sistema è pronto a rispondere alla normativa nazionale anche per le altre vaccinazioni obbligatorie, con il vincolo dei 12 anni.
Dopo la fase sperimentale, le farmacie si dichiarano attrezzate e disponibili a unire le forze con le istituzioni regionali e con gli altri attori della sanità di prossimità. Resta però il tema del farmacista rurale, che vaccina meno e necessita di maggiore supporto. Per le farmacie rurali è previsto anche un punto di solidarietà regionale pari allo 0,15% del fondo, circa 700 mila euro, da destinare a una trentina di farmacie più piccole con fatturato complessivo inferiore a 150 mila euro. Altri 300 mila euro dovrebbero essere orientati a progetti di rete con i medici di famiglia.
Il Decreto Semplificazioni e la nuova farmacia dei servizi
La farmacia di comunità sta passando dal ruolo tradizionale di dispensatore di farmaci a un modello più ampio di farmacia dei servizi, con attività di prevenzione, presa in carico e promozione della salute. Questa trasformazione viene rafforzata dall’articolo 60 del Decreto-legge Semplificazioni, dedicato alle misure per promuovere l’erogazione dei servizi in farmacia, entrato in vigore a dicembre 2025.
Il provvedimento introduce nuovi standard di accreditamento, procedure uniformate e riconoscimenti per il farmacista vaccinatore. Il valore delle farmacie come presidi per la somministrazione di vaccini contro pneumococco, Covid, influenza, herpes zoster e Hpv è ormai riconosciuto, ma oggi solo circa il 30% delle farmacie effettua vaccinazioni. Per questo viene considerata necessaria una rapida attuazione del decreto, così da rafforzare la sanità territoriale, semplificare i processi organizzativi e amministrativi, ampliare l’accessibilità ai servizi sanitari e rendere più diffusa la prevenzione vaccinale.
“Nel quadro del rafforzamento dell’assistenza territoriale delineato dal DM 77, le farmacie rappresentano uno dei presidi di prossimità presenti sul territorio, caratterizzati da ampia diffusione e accessibilità per i cittadini”, ha spiegato Ugo Trama, direttore generale per la Tutela della Salute e il Coordinamento del Sistema Sanitario Regionale della Regione Campania. Le attività, ha aggiunto, si collocano in un quadro programmatorio volto a favorire l’integrazione tra i diversi livelli assistenziali e il raggiungimento degli obiettivi connessi ai Livelli Essenziali di Assistenza.
Una rete da costruire per ridurre l’esitazione vaccinale
Uno degli obiettivi indicati nel dibattito è destagionalizzare le vaccinazioni praticabili, evitando che tutto il carico si concentri in pochi mesi e generi disaffezione nei cittadini. La farmacia, grazie alla sua presenza capillare, può contribuire a rendere la prevenzione più continua, più accessibile e più vicina alla vita quotidiana delle persone.
“Occorre cambiare per sostenere la sanità pubblica”, ha sostenuto l’onorevole Lello Topo, richiamando il tema della sostenibilità: il nodo, ha spiegato, non è solo chi eroga la prestazione, ma chi paga e con quali costi per il sistema.
Nel confronto conclusivo è stato ricordato anche il caso del Lazio, indicato insieme all’Abruzzo tra le regioni che non prevedono nell’accordo con Federfarma l’inserimento della vaccinazione anti zoster in farmacia per un problema di costi. Una scelta che, secondo quanto emerso, rischia di indebolire percorsi attivi di prevenzione e prossimità, soprattutto in territori contigui come la provincia di Caserta e quella di Frosinone.
La sfida, per la Campania, è ora trasformare la rete delle farmacie in una leva stabile di sanità pubblica. Per riuscirci serviranno accordi operativi, risorse, formazione, integrazione con medici e pediatri, e una comunicazione capace di spiegare che la mancata vaccinazione, soprattutto nei pazienti cronici e fragili, può sottrarre salute e anni di vita.
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Dieta Volumetrica: Pasti Sazi e Nutrienti con Poche Calorie
Alimentazione, Mondo saluteNel panorama vasto e variegato delle diete, una metodologia alimentare sta guadagnando sempre più attenzione grazie alla sua efficacia e semplicità: la dieta volumetrica. Allineata in molti aspetti alla tradizione della dieta mediterranea, questa strategia alimentare si distingue per la capacità di saziare senza eccedere nelle calorie, facendo dei piatti abbondanti e ricchi di volume il suo punto di forza. L’obiettivo è semplice ma rivoluzionario: riempire il piatto con alimenti a basso contenuto calorico ma ad alto valore nutritivo, così da prevenire quella sensazione di fame che spesso mina la tenuta di ogni dieta.
Come funziona la dieta volumetrica: i principi base
La dieta volumetrica si basa su un concetto molto intuitivo: mangiare più cibo ma meno calorie, concentrandosi su alimenti ricchi di acqua, fibre e nutrienti. Questo approccio si traduce in porzioni abbondanti, piatti colorati e soddisfacenti, che aiutano a controllare la fame e a mantenere un apporto calorico equilibrato. La chiave è privilegiare alimenti a bassa densità calorica, ovvero quei cibi che forniscono poche calorie per grammo, come frutta, verdura, zuppe a base di brodo, cereali integrali e proteine magre.
L’acqua e le fibre, infatti, conferiscono ai piatti un volume tale da stimolare il senso di sazietà senza aggiungere calorie inutili. In questo modo, il corpo riceve una grande quantità di nutrienti essenziali insieme a un apporto calorico moderato, creando un equilibrio perfetto per chi desidera perdere peso o mantenersi in forma senza rinunce drastiche.
Volumetrica e dieta mediterranea: vicini nello spirito, semplici nell’applicazione
Uno degli aspetti più affascinanti della dieta volumetrica è la sua vicinanza alla dieta mediterranea, che da anni è riconosciuta come modello alimentare sano ed equilibrato. Entrambe puntano su alimenti freschi, stagionali e non processati, valorizzando frutta, verdura, legumi, cereali integrali, olio extravergine di oliva e una giusta quantità di proteine provenienti soprattutto dal pesce e dalle carni bianche.
Quello che differenzia la dieta volumetrica è la facilità con cui può essere applicata nella quotidianità. Mentre la dieta mediterranea può a volte sembrare complessa nell’organizzare pasti vari e bilanciati, la dieta volumetrica suggerisce semplicemente di aumentare il volume dei cibi a basso contenuto calorico nel piatto, senza calcolare ossessivamente porzioni e calorie. Questo rende il metodo più immediato e meno faticoso, specialmente per chi ha poco tempo o poca esperienza in cucina.
I cibi da privilegiare secondo la dieta volumetrica
Per seguire questa strategia alimentare, è importante scegliere gli ingredienti giusti. La frutta e la verdura fresche rappresentano la base, grazie al loro elevato contenuto d’acqua e fibre. L’uso di zuppe leggere, insalate creative o contorni abbondanti permette di “riempire” il piatto e lo stomaco diminuendo il rischio di abbuffate successive.
Altri elementi fondamentali sono le proteine magre, come il pollo, il tacchino, il pesce e i legumi, che garantiscono il senso di sazietà a lungo termine senza appesantire. I cereali integrali, come farro, orzo, quinoa o riso integrale, forniscono energia sostenibile e aiutano a mantenere costante il livello di zuccheri nel sangue.
Un accento speciale va posto anche sull’idratazione: bere molta acqua facilita l’effetto del volume degli alimenti e supporta il metabolismo.
Prevenire la fame con la dieta volumetrica: un vantaggio concreto
Uno dei problemi più frequenti nelle diete tradizionali è la sensazione di fame, che spesso porta a una resa precoce o a scelte alimentari poco salutari. La dieta volumetrica risolve questo problema sfruttando il potere saziante dei volumi alimentari. Da un lato, masticare porzioni abbondanti di cibo ricco di fibre stimola meccanismi ormonali che regolano la fame; dall’altro, il senso di pienezza fisica riduce il desiderio di spuntini fuori controllo.
Inoltre, il meccanismo psicologico di vedere un piatto “pieno” aiuta a mantenere alta la motivazione. Non si ha l’impressione di dover rinunciare o di mangiare poco: al contrario, si gusta un pasto abbondante e piacevole, in cui ogni boccone è ricco di sapore e benefici.
L’importanza della personalizzazione e del buon senso
Come ogni regime alimentare, anche la dieta volumetrica funziona al meglio quando si adatta alle esigenze individuali. È importante ascoltare il proprio corpo, evitare la monotonia e mantenere un buon equilibrio tra i vari nutrienti. Sebbene si possa mangiare di più, è necessario curare la qualità degli alimenti e non abbondare con i condimenti ricchi di calorie.
Per chi ha esigenze particolari, come sportivi o persone con patologie, è consigliato rivolgersi a un professionista che possa modulare il piano alimentare secondo le necessità specifiche.
In definitiva, la dieta volumetrica si configura come una strategia semplice, moderna e sostenibile che invita a riscoprire il piacere di mangiare sano e in abbondanza, senza sensi di colpa e senza rinunce drastiche. Un approccio smart e innovativo che fa della pienezza del piatto la premessa per un benessere duraturo.
Mesotelioma e immunoterapia: nuovi profili molecolari predittivi
Mondo salute, Ricerca innovazioneIl mesotelioma rappresenta una delle forme tumorali più aggressive e complesse da trattare, principalmente a causa della sua origine e delle frequenti diagnosi in stadi avanzati. Negli ultimi anni, la ricerca oncologica ha concentrato notevoli sforzi sull’immunoterapia, puntando a sviluppare terapie più mirate e efficaci per migliorare la prognosi dei pazienti affetti da questa malattia. Un recente studio, noto come NIBIT-EPI-MESO, ha portato a scoperte significative che potrebbero rivoluzionare la gestione clinica del mesotelioma, grazie all’identificazione di specifici profili molecolari in grado di predire la risposta al trattamento.
Lo studio NIBIT-EPI-MESO e la metilazione del DNA tumorale nel mesotelioma
La ricerca pubblicata sulla rivista «Nature Genetics» ha analizzato in profondità i meccanismi molecolari alla base del mesotelioma, focalizzandosi sui modelli di metilazione del DNA tumorale. La metilazione è un processo epigenetico che modifica l’espressione genica senza alterare la sequenza del DNA, influenzando quindi il comportamento delle cellule tumorali. Nel mesotelioma, questo processo sembra giocare un ruolo chiave nella progressione della malattia e nella risposta ai trattamenti.
Attraverso l’analisi di campioni tumorali, lo studio NIBIT-EPI-MESO ha identificato quattro distinti sottotipi di metilazione del DNA. Questi sottotipi non solo riflettono differenze biologiche profonde tra i tumori, ma sono anche correlati con la risposta dei pazienti alle terapie immunoterapiche e con la loro sopravvivenza. Questo rappresenta un importante passo avanti verso un approccio più personalizzato nella cura del mesotelioma, permettendo ai medici di prevedere quali pazienti potranno beneficiare maggiormente dell’immunoterapia.
L’importanza della predizione della risposta al trattamento nel mesotelioma
Uno degli aspetti più critici nel trattamento del mesotelioma riguarda la variabilità individuale nella risposta alle terapie disponibili. L’immunoterapia, che stimola il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali, ha mostrato risultati promettenti, ma non tutti i pazienti ne traggono uguale beneficio. Identificare in anticipo i pazienti che risponderanno positivamente all’immunoterapia può permettere di ottimizzare il percorso terapeutico, evitando inutili effetti collaterali nei non responder e riservando trattamenti più adeguati per ciascun caso.
I quattro sottotipi di metilazione del DNA individuati dallo studio forniscono quindi un biomarcatore prezioso: mediante semplici test molecolari, sarà possibile caratterizzare il tumore e utilizzare queste informazioni per decidere la strategia terapeutica più adatta. In particolare, la correlazione tra metilazione e outcome clinico apre nuove prospettive per la stratificazione dei pazienti e per lo sviluppo di terapie combinatorie che possano migliorare l’efficacia dell’immunoterapia.
Implicazioni future della ricerca sul mesotelioma e l’immunoterapia
L’avanzamento nello studio dei profili molecolari del mesotelioma ha anche un’importanza strategica per la ricerca futura. Grazie alla comprensione più approfondita dei meccanismi epigenetici coinvolti, i ricercatori possono sviluppare nuovi farmaci che modifichino la metilazione per rendere i tumori più sensibili all’immunoterapia. Inoltre, l’analisi di questi biomarcatori può essere integrata in studi clinici per selezionare con maggiore accuratezza i pazienti, aumentando l’efficienza degli esperimenti e riducendo tempi e costi.
Infine, la collaborazione multidisciplinare tra oncologi, genetisti e immunologi, come dimostra lo studio NIBIT-EPI-MESO, rappresenta il modello vincente per affrontare tumori complessi come il mesotelioma, combinando competenze e tecnologie all’avanguardia per traslare le scoperte molecolari in reali risultati clinici.
I quattro sottotipi di metilazione del DNA tumorale: una nuova chiave per la medicina personalizzata
La definizione precisa dei quattro sottotipi di metilazione permette di comprendere meglio le caratteristiche biologiche dei tumori e di identificarne il comportamento. Ogni sottotipo presenta un profilo epigenetico unico, associato a diverse vie di segnalazione cellulare e a variazioni nell’espressione di geni coinvolti nella risposta immunitaria. Questi dati suggeriscono che i tumori appartenenti a ciascun gruppo potrebbero rispondere in modo differente alle immunoterapie attualmente disponibili.
Per esempio, alcuni sottotipi mostrano un’alta metilazione associata a un ambiente tumorale più “freddo”, cioè meno infiltrato da cellule immunitarie, e quindi meno reattivo all’immunoterapia. Altri sottotipi, invece, presentano un microambiente più “caldo” e attivo dal punto di vista immunitario, indicando una maggiore probabilità di successo delle terapie. Questa distinzione consente così di adattare il trattamento in base alle caratteristiche specifiche del tumore, massimizzando le possibilità di una risposta positiva.
In definitiva, il lavoro svolto nel contesto dello studio NIBIT-EPI-MESO rappresenta un esempio di come l’epigenetica e l’analisi molecolare possono potenziare l’approccio terapeutico nel mesotelioma, aprendo la strada a nuove strategie di cura fondate su dati personalizzati e predittivi.
Interventi all’aorta: nuovi studi riducono il rischio operatorio
Mondo salute, PrevenzioneLa gestione del rischio negli interventi all’aorta rappresenta da sempre una sfida importante per la medicina cardiovascolare. Recentemente, grazie a due studi italiani innovativi, è stato possibile individuare nuovi parametri fondamentali per valutare con maggiore precisione il pericolo durante e dopo l’operazione. Tra questi, spiccano elementi quali la piena autonomia del paziente, una buona nutrizione e la performance fisica, che si confermano cruciali per migliorare la prognosi e ridurre le complicanze.
Interventi all’aorta: l’importanza di una valutazione completa del rischio
Gli interventi chirurgici sull’aorta, soprattutto in presenza di aneurismi o dissezioni, sono operazioni complesse che comportano rischi significativi. Tradizionalmente, la valutazione pre-operatoria si basa su parametri clinici standard, risultati di esami strumentali e condizioni generali del paziente. Tuttavia, spesso questi indicatori non bastano a prevedere con precisione l’andamento post-operatorio, lasciando margini di incertezza nella gestione del rischio.
Proprio per questo, la ricerca italiana ha voluto andare oltre i consueti modelli, approfondendo aspetti legati allo stato funzionale e alla qualità della vita del paziente prima dell’intervento. I due studi presentati hanno messo in luce come la piena autonomia nell’eseguire le attività quotidiane, una buona nutrizione e una performance fisica adeguata siano elementi chiave per definire il rischio operatorio e personalizzare la strategia terapeutica.
La piena autonomia come indicatore di rischio negli interventi all’aorta
Uno dei risultati più rilevanti emersi dai lavori di ricerca riguarda l’importanza della piena autonomia del paziente. Questa non si riferisce solo alla capacità di camminare o svolgere attività leggere, ma include anche la gestione delle necessità quotidiane come l’igiene personale, il vestirsi e il nutrirsi senza assistenza esterna.
I pazienti autonomi tendono ad avere riserve corporee migliori, una risposta immunitaria più efficace e una minore incidenza di complicanze post-operatorie, come infezioni o ritardi nella guarigione. Valutare la piena autonomia prima dell’intervento permette quindi di identificare soggetti più fragili, indirizzando verso percorsi di preparazione pre-operatoria mirati, come fisioterapia o supporto nutrizionale.
Nutrizione e performance fisica: fattori cruciali per ridurre il rischio
La nutrizione assume un ruolo centrale nel determinare il decorso post-operatorio. Malnutrizione, perdita di massa muscolare o stato di frailty (fragilità) sono condizioni che aumentano sensibilmente il rischio di complicanze durante la degenza ospedaliera. I nuovi studi sottolineano come l’analisi del profilo nutrizionale debba essere parte integrante del percorso pre-operatorio, con interventi tempestivi per migliorare lo stato metabolico del paziente.
Parallelamente, la valutazione della performance fisica—intesa come capacità di svolgere esercizi o attività che richiedano sforzo muscolare—offre un indicatore oggettivo della condizione generale del paziente. Test semplici come la capacità di camminare per una certa distanza in un tempo prefissato o la forza muscolare misurata tramite dinamometri possono fornire informazioni preziose.
Questi parametri permettono al team medico di prevenire possibili complicazioni, ottimizzare la gestione del post-operatorio e aumentare le probabilità di un recupero rapido e completo. L’integrazione di nutrizione e performance fisica nella valutazione del rischio rappresenta dunque un approccio olistico e innovativo, che potenzia la sicurezza dell’intervento e la qualità della cura.
Implicazioni cliniche e future prospettive
L’introduzione di nuovi criteri come la piena autonomia, la buona nutrizione e la performance fisica nel quadro valutativo pre-operatorio può rivoluzionare la pratica clinica nei reparti di chirurgia cardiovascolare. Questi fattori consentono non solo di stratificare meglio il rischio, ma anche di personalizzare l’assistenza, intervenendo precocemente su eventuali criticità.
Inoltre, la ricerca italiana ha aperto la strada a nuove linee di studio focalizzate sull’integrazione di dati funzionali e nutrizionali nei sistemi di monitoraggio del paziente, rafforzando l’alleanza tra chirurgia, nutrizionismo e fisioterapia. Tale modello multidisciplinare è destinato a migliorare significativamente gli outcome degli interventi all’aorta, riducendo mortalità e morbilità.
In conclusione, i progressi compiuti grazie a questi studi rappresentano un passo avanti fondamentale per la sicurezza e l’efficacia degli interventi cardiovascolari. La piena autonomia, una buona nutrizione e la performance fisica emergono così come tre pilastri imprescindibili per misurare il pericolo e garantire un’assistenza sempre più attenta e personalizzata.
Gemelli con papà diversi: come è possibile biologicamente
Genitorialità, Mondo saluteLa possibilità di avere due gemelli con papà diversi ha affascinato e sorpreso molte persone, suscitando un grande interesse nel campo della genetica e della medicina riproduttiva. Anche se apparentemente paradossale, questa situazione è stata documentata in una ventina di casi in tutto il mondo e si verifica in circostanze particolari legate al momento del concepimento.
Il fenomeno prende il nome scientifico di superfecundazione eteroparentale e può verificarsi quando due ovociti vengono fecondati nell’arco di poche ore, ma da due uomini differenti a seguito di rapporti sessuali distinti. Questo evento è molto raro, ma non impossibile, e offre spunti interessanti per comprendere meglio i meccanismi riproduttivi umani.
Superfecundazione eteroparentale: come può succedere
Il corpo femminile, in alcune circostanze, può rilasciare più di un ovocita durante lo stesso ciclo mestruale, una condizione che rende possibile la fecondazione multipla e, di conseguenza, la nascita di gemelli non identici. Se una donna ha rapporti sessuali con due partner differenti entro un breve intervallo di tempo – tipicamente entro 24 ore – è possibile che ciascun ovocita venga fecondato da uno spermatozoo diverso.
Normalmente, un rapporto sessuale porta alla fecondazione di un solo ovocita da parte dello spermatozoo di un singolo uomo, ma quando si verificano più rapporti ravvicinati, il rischio di superfecundazione aumenta. I rapporti sessuali multipli durante il periodo fertile possono quindi generare gemelli fratelli con due diversi patrimoni genetici paterni, pur condividendo la stessa madre.
Casi documentati e rilevanza scientifica
Nonostante si tratti di un fenomeno raro, sono stati riportati almeno una ventina di casi di gemelli con papà diversi nel mondo, grazie a test genetici che hanno confermato l’età paterna differente. Questi casi permettono alla comunità scientifica di approfondire la conoscenza delle dinamiche della fertilità femminile e della genetica complessiva.
In pratica, la conferma di superfecundazione eteroparentale arriva da analisi del DNA che mostrano come i due gemelli condividano la madre ma abbiano padri differenti. Queste scoperte hanno importanti implicazioni anche in ambito legale e sociale, ad esempio nel caso di riconoscimento di paternità o in situazioni di affidamento.
Il ciclo ovulatorio e l’ovulazione multipla
Per comprendere meglio come si realizza questo fenomeno, è importante conoscere come funziona il ciclo ovulatorio femminile. La donna generalmente libera un singolo ovocita ogni mese, ma in alcuni casi possono essere rilasciati due o più ovuli, evento noto come ovulazione multipla. Questo è il motivo principale per cui possono nascere gemelli dizigoti, cioè non identici.
Quando due ovociti sono disponibili per essere fecondati, la finestra temporale entro cui spermatozoi diversi possono fecondarli è limitata. Se due rapporti differenti avvengono in questo arco di tempo – che può essere ampliato dalla sopravvivenza degli spermatozoi all’interno del tratto riproduttivo femminile, che può arrivare fino a 5 giorni – si apre la strada alla possibilità unica di due papà diversi per i gemelli.
Implicazioni sociali e scientifiche della superfecundazione eteroparentale
Oltre all’aspetto biomedico, la scoperta di gemelli con papà differenti solleva diverse questioni sociali e legali legate alla paternità. In alcune culture e sistemi giuridici, la conferma di una paternità differente può influire sulla custodia, sugli obblighi di mantenimento e sui diritti ereditari.
Dal punto di vista medico, conoscere la possibilità di superfecundazione è importante anche per la consulenza genetica e per affrontare casi complessi di fecondazione assistita, in cui controllare e verificare la parentela dei gemelli può essere rilevante.
Curiosità sulla frequenza e sulle diagnosi della superfecundazione eteroparentale
Quando si parla di gemelli, la gran parte sono omozigoti o dizigoti, tutti con lo stesso padre. La superfecundazione eteroparentale resta estremamente rara non solo perché implica rapporti sessuali ravvicinati con uomini diversi, ma anche perché il rilascio di più ovociti non è sempre comune.
Inoltre, la diagnosi di gemelli con papà diversi avviene solo in seguito a particolari accertamenti del DNA. Spesso, infatti, i genitori e i medici non sospettano immediatamente questa eventualità. Solo grazie a test di paternità, spesso eseguiti per motivi legali o di disputa familiare, viene alla luce il fatto scientifico della superfecundazione.
Il ruolo della medicina riproduttiva e delle tecniche di analisi genetica
Con l’avanzare della medicina riproduttiva e delle tecniche di analisi genetica, è aumentata la capacità di identificare con precisione le origini biologiche di un individuo. Questo ha permesso di confermare diversi casi di superfecundazione eteroparentale, trasformando ciò che un tempo poteva sembrare un racconto incredibile in un fenomeno reale e verificabile.
Test del DNA sempre più accessibili e approfonditi consentono oggi di andare oltre l’aspetto puramente clinico, dando risposte concrete a famiglie e professionisti coinvolti in queste situazioni delicate.
SuperAgers: Il segreto della memoria nei più anziani
Anziani, Health WorldIn un’epoca in cui l’invecchiamento cerebrale e le malattie neurodegenerative rappresentano una delle principali sfide per la salute pubblica, emerge una straordinaria eccezione: i cosiddetti SuperAgers. Si tratta di un gruppo raro di adulti ultraottantenni che dimostrano capacità mnemoniche paragonabili a quelle di persone molto più giovani. Questo fenomeno affascinante sta riscrivendo le nostre conoscenze sul cervello anziano, mostrando come sia possibile mantenere le funzioni cognitive nonostante il passare del tempo.
Gli studi più recenti indicano che i SuperAgers non solo resistono ai danni cerebrali associati all’Alzheimer, ma presentano caratteristiche biologiche e stili di vita che li proteggono efficacemente dal declino cognitivo. Comprendere come funziona il loro cervello potrebbe rappresentare la chiave per sviluppare strategie di prevenzione a vantaggio di tutta la popolazione anziana.
Chi sono i SuperAgers e perché sono importanti
I SuperAgers sono persone di età superiore agli 80 anni che mantengono prestazioni di memoria e altre funzioni cognitive a livelli tipici di individui di 20-30 anni più giovani. Questo fenomeno va contro la comune idea che l’invecchiamento comporti necessariamente un deterioramento della memoria.
Studi neuroimaging e autoptici hanno mostrato che i SuperAgers possiedono un’architettura cerebrale diversa rispetto alla maggior parte degli anziani. Le loro fibre nervose sono più intatte e la struttura delle aree cerebrali chiave per la memoria, come la corteccia cingolata anteriore, appare particolarmente preservata. Questo aspetto suggerisce una resistenza biologica o una capacità di compensazione che protegge il cervello.
Le caratteristiche biologiche dei SuperAgers
Alcuni studi, compreso quello pubblicato recentemente su Science Daily, hanno evidenziato come i SuperAgers non mostrino i segni tipici delle malattie neurodegenerative, in particolare dell’Alzheimer. Mancano infatti le placche amiloidi e i grovigli neurofibrillari, ovvero le anomalie proteiche che danneggiano le cellule nervose nei pazienti con demenza.
Inoltre, la neuroplasticità – la capacità del cervello di riorganizzarsi e formare nuove connessioni – sembra essere più attiva in questi anziani “speciali”. Alcune aree cerebrali coinvolte nell’apprendimento e nella memoria si presentano più grandi o più attive rispetto alla norma per quella fascia d’età, suggerendo un cervello che si adatta e si mantiene in attività nonostante l’età avanzata.
Stile di vita e fattori sociali: il ruolo del contesto nei SuperAgers
Oltre alle componenti biologiche, un punto chiave della ricerca riguarda le abitudini di vita dei SuperAgers. Sembra esserci una forte correlazione tra uno stile di vita socialmente attivo e il mantenimento della salute cognitiva. Partecipare a relazioni sociali significative, avere un’attività mentale stimolante e praticare esercizio fisico regolare sono abitudini comuni in questi anziani.
La vita sociale attiva, in particolare, potrebbe favorire un migliore mantenimento delle funzioni cognitive. Le interazioni e le sfide mentali quotidiane stimolano il cervello e, insieme a una routine equilibrata, potrebbero proteggere contro il declino cognitivo. Questi elementi si traducono in una sorta di “allenamento cerebrale” naturale, contribuendo a spiegare la resistenza osservata negli studi.
Implicazioni della ricerca sui SuperAgers contro la demenza
La scoperta dei SuperAgers apre nuove prospettive nel campo della ricerca sulle malattie neurodegenerative. Capire i meccanismi che permettono loro di mantenere funzioni cognitive robustissime può aiutare a sviluppare terapie o interventi preventivi per ampie fasce della popolazione.
Ad esempio, grazie ai dati biologici raccolti, si stanno studiando nuovi farmaci e terapie mirate a imitare o potenziare le caratteristiche protettive tipiche di questi individui. Anche l’enfasi sull’importanza dello stile di vita e delle reti sociali offre una base solida per promuovere interventi più olistici, che includano non solo il trattamento medico ma anche programmi di supporto alla socializzazione e all’attività mentale.
Le sfide future della ricerca sui SuperAgers
Nonostante i progressi, molte domande rimangono aperte. È ancora difficile capire quali siano i fattori genetici specifici che determinano la condizione di SuperAger, oppure come l’ambiente e l’esperienza personale interagiscano per costruire questa resilienza cognitiva. Inoltre, il gruppo è molto selezionato e poco comune, il che rende complesso tradurre immediatamente queste evidenze in raccomandazioni generalizzabili.
La ricerca futura dovrà concentrarsi su studi longitudinali più ampi, che seguano individui dall’età adulta fino alla tarda età, per identificare precocemente segnali di mantenimento cognitivo. Inoltre, monitorare l’effetto degli interventi sullo stile di vita potrà indicare quanto e come questi possano effettivamente prevenire il declino mentale.
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Il fenomeno dei SuperAgers offre una luce di speranza nell’ambito della neurocognizione geriatrica e rappresenta un campo emergente che coniuga biologia, sociologia e medicina. Attraverso una comprensione più profonda di questi individui straordinari, il futuro potrebbe riservare nuove strategie per un invecchiamento sano e attivo, preservando una qualità della vita elevata anche nelle età più avanzate.
PreSa Weekly – 29 Aprile 2026
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Giornata mondiale dell’asma, open day al Meyer
Prevenzione, BambiniMartedì 5 maggio si celebra la Giornata mondiale dell’asma, un’occasione importante per richiamare l’attenzione su una delle malattie respiratorie croniche più frequenti anche in età pediatrica. In questa giornata, la Broncopneumologia dell’AOU Meyer IRCCS, in quanto appartenente alla Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili, SIMRI, parteciperà anche quest’anno attivamente all’evento, con un’iniziativa pensata per bambini, ragazzi e famiglie.
Il focus sarà sull’asma bronchiale, una condizione che può comparire già nei primi anni di vita e che, se riconosciuta e seguita correttamente, può essere controllata in modo efficace. Tosse persistente, respiro sibilante, difficoltà respiratoria, senso di costrizione al torace e affaticamento durante il gioco o l’attività fisica sono segnali che non devono essere sottovalutati. Non sempre questi sintomi indicano asma, ma possono rappresentare un campanello d’allarme da approfondire con una valutazione specialistica.
Valutazione pneumologica e spirometria gratuite
In occasione della Giornata mondiale dell’asma, al Meyer saranno offerte gratuitamente una breve valutazione pneumologica e una spirometria ai bambini e ai ragazzi dagli 8 ai 16 anni di età, fino a esaurimento posti. Lo staff della Broncopneumologia sarà a disposizione per fornire un primo inquadramento della salute respiratoria del bambino o della bambina, raccogliendo le informazioni principali sulla storia clinica, sui sintomi, su eventuali episodi respiratori ricorrenti e sulla presenza di fattori che possono peggiorare il respiro.
Al termine della valutazione sarà consegnato anche un piccolo gadget, gentilmente donato dalla Fondazione Meyer. Si tratta di un gesto simbolico, ma significativo, che accompagna un’iniziativa dal forte valore preventivo: portare l’attenzione sul respiro, intercettare precocemente possibili disturbi e aiutare le famiglie a capire quando è opportuno rivolgersi allo specialista.
Perché parlare di asma nei bambini
L’asma è una malattia infiammatoria cronica delle vie respiratorie. Nei bambini può manifestarsi in modo variabile: in alcuni casi con crisi evidenti di difficoltà respiratoria, in altri con sintomi più sfumati, come tosse notturna, tosse dopo la corsa, episodi frequenti di bronchite o respiro che “fischia”. Proprio questa variabilità può rendere la diagnosi meno immediata.
La Giornata mondiale dell’asma serve anche a ricordare che il controllo della malattia passa da un corretto riconoscimento dei sintomi, da una diagnosi accurata e da un percorso di cura personalizzato. Un bambino con asma ben controllata può andare a scuola, giocare, fare sport e condurre una vita piena e attiva. Per questo la diagnosi precoce è fondamentale: consente di evitare peggioramenti, ridurre il rischio di riacutizzazioni e impostare il monitoraggio più adeguato.
I risultati dell’iniziativa dello scorso anno
L’utilità concreta di giornate come questa è confermata anche dall’esperienza dello scorso anno. In quell’occasione, su 30 bambini valutati, l’iniziativa ha permesso di individuare 5 nuove diagnosi di asma e una diagnosi di patologia polmonare cronica rara. Tutti questi casi sono stati tempestivamente presi in carico dalla Broncopneumologia del Meyer.
Si tratta di un dato particolarmente significativo: dietro un controllo gratuito possono emergere situazioni che meritano attenzione specialistica e che, senza un’occasione di screening, potrebbero essere riconosciute più tardi. L’asma, infatti, non è sempre semplice da distinguere da altri disturbi respiratori dell’infanzia. Per questo una valutazione mirata, associata alla spirometria, può rappresentare un passaggio decisivo.
Come funziona la spirometria
La spirometria è un esame semplice, non invasivo e assolutamente indolore. Al bambino viene chiesto prima di inspirare, cioè di riempire profondamente i polmoni d’aria, e poi di espirare con forza, in modo da svuotarli il più possibile. L’esame misura quanta aria entra ed esce dai polmoni e con quale velocità avviene l’espirazione.
Per rendere la prova più facile e coinvolgente, il personale del Meyer sarà accanto ai bambini durante l’esecuzione. Ad aiutarli ci sarà anche una simpatica applicazione che permette di vedere sullo schermo alcune animazioni che si muovono “a tempo” con il respiro. In questo modo l’esame diventa più comprensibile e meno impegnativo, soprattutto per i più piccoli.
La spirometria è importante perché consente di valutare la funzionalità polmonare e di intercettare precocemente malattie respiratorie come l’asma bronchiale. Non basta da sola, in ogni caso, a raccontare tutta la storia respiratoria di un bambino: per questo viene affiancata alla valutazione clinica, al racconto dei sintomi e, quando necessario, ad altri approfondimenti indicati dallo specialista.
Un open day ad accesso libero
Quest’anno l’evento si svolgerà in modalità open day, con accesso libero alla sala d’attesa della Broncopneumologia dalle ore 8.30 alle ore 17.30. I bambini dagli 8 anni in su che accederanno alla Broncopneumologia, accompagnati possibilmente da un solo genitore per bambino, saranno indirizzati ad apposite postazioni.
Il percorso prevede prima una breve valutazione della storia respiratoria e poi l’esecuzione della spirometria. L’accesso sarà possibile fino a esaurimento dei posti disponibili. La formula dell’open day rende l’iniziativa semplice e vicina alle famiglie: non un momento di allarme, ma un’opportunità di prevenzione, ascolto e orientamento.
Prevenzione, diagnosi precoce e consapevolezza
La Giornata mondiale dell’asma è anche un invito a sviluppare maggiore consapevolezza. Respirare bene è essenziale per crescere bene. Quando un bambino si ferma spesso durante il gioco, tossisce di notte, ha episodi ricorrenti di affanno o presenta sibili respiratori, è importante non liquidare questi segnali come semplici fastidi stagionali.
L’iniziativa del Meyer va proprio in questa direzione: offrire un primo controllo, promuovere la cultura della prevenzione respiratoria e favorire l’emersione precoce dei casi che necessitano di presa in carico. Nel caso dell’asma pediatrico, riconoscere per tempo il problema può fare la differenza nella qualità della vita quotidiana del bambino e della famiglia.
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Tosse allergica: riconoscerla e quando rivolgersi al medico
Tosse allergica: come riconoscerla e quando rivolgersi al medico
Prevenzione, NewsLa tosse è uno dei sintomi respiratori più comuni e, nella maggior parte dei casi, rappresenta una risposta di difesa dell’organismo. Si manifesta come uno spasmo improvviso e talvolta violento dell’apparato respiratorio, provocato dalla contrazione dei muscoli respiratori quando le vie aeree entrano in contatto con agenti irritanti. In questo senso, la tosse può avere una funzione utile: aiuta infatti a espellere secrezioni bronchiali, particelle o sostanze che irritano le vie respiratorie.
Non tutte le forme di tosse, però, sono uguali. Quando è produttiva, cioè accompagnata da muco, può essere legata a infezioni o a condizioni che determinano un aumento delle secrezioni bronchiali. Quando invece è secca, persistente e fastidiosa, può associarsi a diverse patologie, comprese le allergie. Le allergie sono una risposta anomala del sistema immunitario nei confronti di sostanze che, per la maggior parte delle persone, risultano innocue. Tra queste sostanze rientrano pollini, acari della polvere, muffe e altri allergeni inalanti, capaci di provocare sintomi respiratori, oculari e nasali.
Come si riconosce la tosse allergica
La tosse allergica è frequente nelle persone sensibili a sostanze presenti nell’aria. Pollini, acari e muffe sono tra i fattori più comuni: possono trovarsi negli ambienti chiusi, come abitazioni, uffici e scuole, oppure all’aperto, soprattutto nei periodi di maggiore concentrazione pollinica. Questa tosse viene spesso definita “stizzosa” perché è secca, irritativa, non produce muco e può risultare molto fastidiosa nella vita quotidiana.
Una sua caratteristica importante è il rapporto con l’esposizione all’allergene. La tosse può comparire o peggiorare quando la persona allergica entra in un ambiente polveroso, soggiorna in stanze umide con presenza di muffe, si espone ai pollini all’aria aperta o vive il periodo stagionale in cui l’allergene è più diffuso. Può manifestarsi in diversi momenti della giornata e, in alcuni casi, disturbare anche il riposo.
La tosse allergica può essere accompagnata da altri disturbi tipici della rinite allergica, come starnuti, naso che cola, congestione nasale, prurito a naso, occhi o gola e lacrimazione. In alcune persone possono comparire anche respiro sibilante o peggioramento di sintomi asmatici già presenti.
Perché può essere confusa con il raffreddore
Riconoscere la tosse allergica non è sempre immediato. Il motivo è semplice: alcuni sintomi delle allergie respiratorie possono assomigliare a quelli del raffreddore comune. Naso chiuso, irritazione della gola, starnuti e tosse possono trarre in inganno, soprattutto quando compaiono in una persona adulta che non ha mai avuto una diagnosi di allergia stagionale.
La differenza va cercata soprattutto nel contesto. Un raffreddore tende ad avere un andamento limitato nel tempo e può essere accompagnato da malessere generale o febbre. Le allergie, invece, tendono a ripresentarsi in modo ricorrente, spesso negli stessi periodi dell’anno o dopo l’esposizione a specifici ambienti. Inoltre, nella rinite allergica le secrezioni nasali sono spesso acquose e il prurito a naso, occhi o gola è un segnale piuttosto indicativo.
Tosse allergica: cosa fare
Quando compare una tosse con caratteristiche compatibili con una forma allergica, è importante rivolgersi al medico. Questo passaggio è particolarmente rilevante se la tosse è persistente, se compare senza una causa chiara o se si associa a respiro sibilante, senso di costrizione al torace o difficoltà respiratoria. In alcuni casi, infatti, la tosse può essere un sintomo para-asmatico o rappresentare un segnale iniziale di disturbi respiratori più importanti.
Durante la valutazione, è utile riferire allo specialista quando la tosse compare, in quali ambienti peggiora, se è stagionale, se si associa a starnuti o naso chiuso e se esistono familiarità o precedenti personali di allergie. Queste informazioni aiutano a orientare la diagnosi e a individuare il possibile allergene responsabile.
Lo specialista può indicare test cutanei, come il prick test, oppure esami del sangue per la ricerca delle IgE specifiche. Questi strumenti permettono di verificare la sensibilizzazione verso determinati allergeni e devono essere interpretati insieme alla storia clinica della persona.
Trattamento e attenzione all’asma bronchiale
Una volta identificato l’allergene, il trattamento può essere mirato. In molti casi si interviene sui sintomi con farmaci antistaminici o altre terapie indicate dal medico, insieme a strategie per ridurre l’esposizione alla sostanza responsabile. Se la tosse si associa a sospetto asma bronchiale, possono essere necessari ulteriori approfondimenti respiratori.
L’asma è una condizione caratterizzata da infiammazione delle vie aeree, che può provocare tosse, respiro sibilante, fiato corto e senso di oppressione toracica. Per questo motivo una tosse secca, ricorrente e legata all’esposizione ad allergeni non dovrebbe essere liquidata come un semplice fastidio stagionale. Una diagnosi corretta consente di distinguere tra tosse allergica isolata, rinite allergica, tosse correlata ad asma o altri disturbi respiratori, permettendo un trattamento più preciso e sicuro.
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Campania, un nuovo piano per rafforzare la prevenzione
Economia sanitariaIn Campania solo circa un cittadino su due con più di 65 anni si vaccina contro l’influenza, mentre restano ancora lontani i target di copertura per pneumococco, Hpv, herpes zoster e altri patogeni. È da questo dato che parte il confronto sulla nuova fase della farmacia dei servizi, al centro del secondo tavolo di lavoro promosso da MotoreSanità, dopo quello di Roma.
L’incontro, che si è svolto a Napoli, ha messo sotto la lente la fase attuativa del Decreto Semplificazioni approvato dal Governo alla fine dello scorso anno. Il provvedimento rafforza il ruolo delle farmacie come presidi di prossimità e amplia i servizi sanitari erogabili sul territorio, con particolare attenzione alla prevenzione e alla somministrazione dei vaccini.
Accanto alla vaccinazione antinfluenzale e anti-Covid, e alle esperienze già avviate in Campania con fondi propri anche sul fronte dell’epatite C, il nuovo quadro consente di allargare il ventaglio delle vaccinazioni praticabili in farmacia. Entrano così nel perimetro l’antipneumococcica, l’anti Papilloma virus umano, l’anti herpes zoster e i recuperi delle vaccinazioni obbligatorie dell’infanzia, con il limite dei 12 anni di età.
Il tavolo di Napoli e il nodo delle coperture vaccinali
Al confronto hanno partecipato la presidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale della Campania, Loredana Raia, l’europarlamentare Lello Topo, il consigliere regionale Gennaro Saiello, il presidente di Federfarma Campania Mario Flovilla, il professor Sanduzzi Zamparelli della Federico II e Neuromed, Paolo Cortesi, economista sanitario, Umberto D’Alia, presidente dell’Ordine dei farmacisti di Caserta, e Sara Ranucci, dirigente dell’unità igiene sanitaria della Regione Campania, intervenuta in sostituzione di Francesco Bencivenga.
A richiamare l’urgenza di un cambio di passo è stato il professor Sanduzzi Zamparelli. “Sebbene la Campania abbia aumentato le vaccinazioni contro l’influenza nell’ultimo biennio, con il 49-50% siamo lontani dai target fissati dal ministero e dai livelli raggiunti durante la pandemia nella popolazione con più di 65 anni”, ha sottolineato. Il dato assume un peso ancora maggiore se si considera che, secondo quanto ricordato durante il tavolo, la sola influenza ha provocato in Italia circa 8 mila morti nei pazienti cronici, di cui 800 in Campania.
La regione presenta inoltre un quadro epidemiologico delicato. La popolazione con almeno una patologia cronica è pari al 47,7%, contro il 40,9% della media italiana. Tra gli over 65, circa il 59% convive con più di una patologia cronica. È proprio questa fascia fragile a trarre maggiore beneficio dalla prevenzione vaccinale, soprattutto contro le malattie respiratorie e le complicanze che possono aggravare condizioni cardiovascolari, respiratorie e metaboliche già presenti.
Dosi somministrate e ruolo crescente delle farmacie
A chiusura della campagna vaccinale, in Campania sono state somministrate circa 967 mila dosi. I centri vaccinali territoriali ne hanno somministrate 24.257, le farmacie 24.534, mentre la parte più consistente, circa 918 mila dosi, è stata effettuata presso gli studi dei medici di medicina generale. L’incremento complessivo è stato di circa 23 mila dosi, ma la crescita, rispetto alla popolazione vaccinata, si è concentrata in modo particolare proprio nelle farmacie.
Da qui nasce l’esigenza di rendere stabile e più capillare il contributo della farmacia dei servizi. Loredana Raia ha assicurato il proprio impegno per l’attuazione del Decreto Semplificazioni riguardo alle nuove funzioni delle farmacie come presidi di prossimità. Alla Campania spetta un riparto di 2,6 milioni di euro, ma la Regione ha già stanziato a metà aprile 7 milioni di euro per il piano di potenziamento della vaccinazione Hpv, che saranno erogati a tranche per completare i cicli vaccinali.
Il programma regionale punta a intervenire in più contesti: scuole, ospedali che vaccinano, pediatri, medici di medicina generale, farmacie e Case di comunità. L’obiettivo è costruire un cronoprogramma capace di includere più setting possibili, anche alla luce di dati giudicati ancora insufficienti.
Hpv, prevenzione oncologica e ritardi da recuperare
La vaccinazione contro l’Hpv rappresenta uno dei punti più sensibili del confronto. L’Hpv è inserito nei Livelli Essenziali di Assistenza e la vaccinazione è considerata uno strumento decisivo per prevenire il tumore della cervice uterina e altri tumori del distretto testa-collo, soprattutto nelle nuove generazioni.
In Campania, però, le coperture restano lontane dagli obiettivi. Sono fermi alla prima dose il 59,59% delle ragazze e il 29,82% dei ragazzi entro i 15 anni. Per il ciclo completo si raggiunge il 48,95% nelle donne e il 31,04% negli uomini, a fronte di un target nazionale del 95%. Anche una copertura del 92% sulla prima dose consentirebbe solo di sfiorare la sufficienza rispetto agli obiettivi di sanità pubblica. Restano inoltre da recuperare ancora alcune coorti, comprese le classi nate nel 1995.
“La vaccinazione contro Hpv è gratis in Campania fino ai 25 anni, può eradicare alcuni tumori ma ancora non siamo riusciti a trasmettere il messaggio fondamentale a ragazze e ragazzi”, ha aggiunto Raia. La presidente ha ricordato anche che la Campania è in ritardo sulla prevenzione, ma può contare su una rete di circa 1.750 farmacie, un servizio sanitario di prossimità diffuso e da rafforzare nell’ambito delle Case e degli ospedali di comunità, soprattutto nelle aree interne.
Pneumococco, influenza, zoster e virus respiratori
Nel nuovo modello di prossimità entrano le vaccinazioni per le malattie respiratorie, lo pneumococco, il virus respiratorio sinciziale, il Sars-CoV-2, l’influenza, l’herpes zoster e l’Hpv. In particolare, l’herpes zoster resta ancora poco coperto: in Campania risultano somministrate solo 32 mila dosi.
La farmacia viene quindi vista come uno strumento per raggiungere la popolazione fragile e anziana, ridurre l’esitazione vaccinale e rafforzare la fiducia nelle cure territoriali. Un cittadino si reca mediamente otto volte l’anno in farmacia e due volte dal medico di famiglia: questa frequenza rende la farmacia un punto di contatto privilegiato per informare, orientare e intercettare bisogni di prevenzione.
La prevenzione vaccinale può contribuire anche a ridurre il peso sulle liste d’attesa, evitando complicanze e ricoveri prevenibili. Nel dibattito è stato ricordato anche il tema più generale dell’aspettativa di vita: in Campania si registrano in media circa tre anni di vita in meno alla nascita rispetto al resto del Paese, un divario che rende ancora più urgente investire sulla prevenzione.
Farmacie rurali, aree interne e sostenibilità del sistema
Il presidente di Federfarma Campania, Mario Flovilla, ha posto l’attenzione sulle farmacie rurali. “Abbiamo due o tre problemi da risolvere, tra cui l’adeguamento della legge sull’indennità di residenza delle farmacie rurali sussidiate”, ha spiegato. In Campania ci sono 550 comuni, di cui 450 con meno di 5 mila abitanti, spesso presidiati da farmacie rurali che rappresentano l’unico punto sanitario accessibile nelle aree più periferiche.
La Campania è stata finanziata fino a 20 milioni di euro, con un plafond di 15 milioni destinato a telecardiologia, analisi di prima istanza e sperimentazione delle vaccinazioni antinfluenzale, anti-Covid e delle attività legate all’epatite C. Ora, ha spiegato Flovilla, il sistema è pronto a rispondere alla normativa nazionale anche per le altre vaccinazioni obbligatorie, con il vincolo dei 12 anni.
Dopo la fase sperimentale, le farmacie si dichiarano attrezzate e disponibili a unire le forze con le istituzioni regionali e con gli altri attori della sanità di prossimità. Resta però il tema del farmacista rurale, che vaccina meno e necessita di maggiore supporto. Per le farmacie rurali è previsto anche un punto di solidarietà regionale pari allo 0,15% del fondo, circa 700 mila euro, da destinare a una trentina di farmacie più piccole con fatturato complessivo inferiore a 150 mila euro. Altri 300 mila euro dovrebbero essere orientati a progetti di rete con i medici di famiglia.
Il Decreto Semplificazioni e la nuova farmacia dei servizi
La farmacia di comunità sta passando dal ruolo tradizionale di dispensatore di farmaci a un modello più ampio di farmacia dei servizi, con attività di prevenzione, presa in carico e promozione della salute. Questa trasformazione viene rafforzata dall’articolo 60 del Decreto-legge Semplificazioni, dedicato alle misure per promuovere l’erogazione dei servizi in farmacia, entrato in vigore a dicembre 2025.
Il provvedimento introduce nuovi standard di accreditamento, procedure uniformate e riconoscimenti per il farmacista vaccinatore. Il valore delle farmacie come presidi per la somministrazione di vaccini contro pneumococco, Covid, influenza, herpes zoster e Hpv è ormai riconosciuto, ma oggi solo circa il 30% delle farmacie effettua vaccinazioni. Per questo viene considerata necessaria una rapida attuazione del decreto, così da rafforzare la sanità territoriale, semplificare i processi organizzativi e amministrativi, ampliare l’accessibilità ai servizi sanitari e rendere più diffusa la prevenzione vaccinale.
“Nel quadro del rafforzamento dell’assistenza territoriale delineato dal DM 77, le farmacie rappresentano uno dei presidi di prossimità presenti sul territorio, caratterizzati da ampia diffusione e accessibilità per i cittadini”, ha spiegato Ugo Trama, direttore generale per la Tutela della Salute e il Coordinamento del Sistema Sanitario Regionale della Regione Campania. Le attività, ha aggiunto, si collocano in un quadro programmatorio volto a favorire l’integrazione tra i diversi livelli assistenziali e il raggiungimento degli obiettivi connessi ai Livelli Essenziali di Assistenza.
Una rete da costruire per ridurre l’esitazione vaccinale
Uno degli obiettivi indicati nel dibattito è destagionalizzare le vaccinazioni praticabili, evitando che tutto il carico si concentri in pochi mesi e generi disaffezione nei cittadini. La farmacia, grazie alla sua presenza capillare, può contribuire a rendere la prevenzione più continua, più accessibile e più vicina alla vita quotidiana delle persone.
“Occorre cambiare per sostenere la sanità pubblica”, ha sostenuto l’onorevole Lello Topo, richiamando il tema della sostenibilità: il nodo, ha spiegato, non è solo chi eroga la prestazione, ma chi paga e con quali costi per il sistema.
Nel confronto conclusivo è stato ricordato anche il caso del Lazio, indicato insieme all’Abruzzo tra le regioni che non prevedono nell’accordo con Federfarma l’inserimento della vaccinazione anti zoster in farmacia per un problema di costi. Una scelta che, secondo quanto emerso, rischia di indebolire percorsi attivi di prevenzione e prossimità, soprattutto in territori contigui come la provincia di Caserta e quella di Frosinone.
La sfida, per la Campania, è ora trasformare la rete delle farmacie in una leva stabile di sanità pubblica. Per riuscirci serviranno accordi operativi, risorse, formazione, integrazione con medici e pediatri, e una comunicazione capace di spiegare che la mancata vaccinazione, soprattutto nei pazienti cronici e fragili, può sottrarre salute e anni di vita.
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Federico II, premio internazionale alla chirurgia pediatrica
NewsL’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli si conferma protagonista nel panorama europeo della chirurgia mini-invasiva e robotica pediatrica. A rappresentare il Policlinico federiciano a Strasburgo è stato il professor Ciro Esposito, Direttore della UOC di Chirurgia Pediatrica e del Centro di Riferimento Regionale di Chirurgia Robotica e Laparoscopica Pediatrica.
L’occasione è stata la celebrazione dei trent’anni dell’IRCAD France di Strasburgo, tra i principali centri mondiali di formazione in chirurgia laparoscopica e robotica, fondato nel 1996 dal professor Jacques Marescaux. Per celebrare questo importante anniversario sono stati assegnati gli Excellence Award in MIS and Robotic Surgery, riconoscimenti destinati ai chirurghi che, negli ultimi tre decenni, hanno contribuito in maniera significativa alla diffusione e allo sviluppo della chirurgia mini-invasiva e robotica in Europa.
Ciro Esposito unico italiano tra i premiati
Tra i quattro chirurghi insigniti del premio, il professor Ciro Esposito è stato l’unico italiano. Insieme a lui sono stati premiati i professori Philippe Montupet, Alaa El Ghoneimi e Paul Philippe, figure di riferimento nel campo della chirurgia pediatrica mini-invasiva.
Il riconoscimento è stato consegnato dal professor Marescaux, che ha donato ai premiati un’opera in cristallo scolpita dall’artista François Badolet, simbolo del valore scientifico e professionale attribuito al premio.
«Sono onorato — dichiara il professor Ciro Esposito — di aver ricevuto un premio tanto importante che, ancora una volta, dimostra che la Chirurgia Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II è apprezzata non solo in Italia ma in tutta Europa. Il professor Marescaux mi ha inoltre insignito del titolo di Direttore dei Corsi di Formazione in Urologia Pediatrica dell’IRCAD e questo è per me un grandissimo riconoscimento».
La Chirurgia Pediatrica della Federico II come centro di riferimento
Il premio assegnato al professor Esposito conferma il ruolo di primo piano raggiunto dalla Chirurgia Pediatrica dell’AOU Federico II nel campo delle tecniche mini-invasive e robotiche applicate ai piccoli pazienti. L’Unità Operativa esegue ogni anno oltre 1.600 procedure chirurgiche, di cui più del 50% con approccio mini-invasivo e robotico.
Si tratta di un dato che racconta non solo l’elevato volume di attività, ma anche la capacità del centro federiciano di integrare competenze specialistiche, innovazione tecnologica e percorsi assistenziali dedicati all’età pediatrica. La chirurgia mini-invasiva, infatti, consente in molti casi di ridurre l’impatto dell’intervento, favorire un recupero più rapido e migliorare la qualità del percorso post-operatorio.
Tecnologia avanzata al servizio dei piccoli pazienti
Le sale operatorie della Chirurgia Pediatrica della Federico II sono tra le più avanzate in Italia e consentono l’utilizzo di tecnologie di ultima generazione, tra cui sistemi di visione 3D, definizione 4K, sale integrate e tecnologia laser.
L’impiego di queste dotazioni permette di affrontare interventi complessi con maggiore precisione, offrendo ai bambini percorsi chirurgici sempre più sicuri, moderni e personalizzati. Anche grazie a queste tecnologie, il Centro di Chirurgia Pediatrica federiciano è diventato negli anni un polo attrattivo per piccoli pazienti provenienti non solo dalla Campania, ma anche da altre regioni italiane e dall’estero.
Il valore dell’innovazione nella sanità pubblica
Il riconoscimento ottenuto a Strasburgo assume un valore che va oltre il singolo premio professionale. Rappresenta, infatti, una conferma del livello raggiunto dall’AOU Federico II nell’ambito della chirurgia pediatrica ad alta specializzazione e rafforza il posizionamento del Policlinico come struttura capace di coniugare assistenza, ricerca, formazione e innovazione.
«Questo riconoscimento internazionale premia il lavoro e la qualità dei nostri professionisti e conferma l’impegno dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II nell’innovazione e nella cura dei piccoli pazienti», sottolinea il Direttore Generale Elvira Bianco.
Un modello che guarda all’Europa
La presenza del professor Esposito tra i premiati dell’IRCAD conferma il contributo della scuola chirurgica pediatrica napoletana alla crescita della chirurgia mini-invasiva e robotica in Europa. Il nuovo incarico di Direttore dei Corsi di Formazione in Urologia Pediatrica dell’IRCAD rafforza ulteriormente il legame tra Napoli e Strasburgo, aprendo nuove prospettive sul fronte della formazione internazionale.
Per l’AOU Federico II si tratta di un risultato che valorizza il lavoro quotidiano di équipe multidisciplinari impegnate nella cura dei bambini e nella costruzione di percorsi sempre più avanzati, capaci di unire competenza clinica, innovazione tecnologica e centralità del paziente.
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