Tempo di lettura: 5 minutiIntrodurre un tariffario minimo per le prestazioni libero-professionali. È questa una delle richieste più forti che arriva dai medici e dagli odontoiatri napoletani, emersa dall’indagine conoscitiva promossa dalla Commissione Libera Professione dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e Provincia.
Il dato è particolarmente significativo: il 75,19% dei professionisti che hanno risposto al sondaggio si è espresso a favore dell’introduzione di un riferimento minimo per le prestazioni libero-professionali. Una percentuale che restituisce con chiarezza il bisogno di maggiore tutela del valore professionale, ma anche la necessità di contrastare forme di concorrenza al ribasso che rischiano di incidere non solo sul lavoro dei medici e degli odontoiatri, ma anche sulla qualità percepita e reale delle cure.
La questione, infatti, non riguarda soltanto il compenso. Riguarda il riconoscimento di una prestazione fondata su competenza, responsabilità, aggiornamento continuo e rapporto fiduciario con il paziente. In un contesto sempre più complesso, nel quale la sanità si confronta con nuove regole, nuovi bisogni e nuove forme di comunicazione, la richiesta di un tariffario minimo viene letta come un segnale politico e professionale molto preciso.
L’indagine presentata all’Ordine dei Medici di Napoli
I risultati dell’indagine sono stati presentati questa mattina nell’Auditorium dell’Ordine, in via Riviera di Chiaia, durante l’incontro dal titolo “La libera professione: valore costituzionale, sostenibilità, sussidiarietà e futuro”, promosso dall’OMCeO Napoli.
L’appuntamento ha offerto l’occasione per fare il punto sul ruolo della libera professione sanitaria all’interno del sistema salute italiano. Non un modello alternativo al Servizio Sanitario Nazionale, ma una componente integrata e complementare, capace di contribuire alla qualità, alla sostenibilità e all’accessibilità delle cure.
La grande novità è rappresentata dai dati raccolti, che offrono un’istantanea dello stato di salute e delle esigenze dei professionisti partenopei. L’indagine non si limita a registrare opinioni, ma restituisce la voce di una categoria che chiede strumenti, servizi e risposte concrete. I professionisti non domandano soltanto aggiornamento scientifico, ma anche accompagnamento su aspetti fiscali, previdenziali, assicurativi, deontologici e organizzativi.
Fisco, ECM e assicurazioni tra le priorità
Tra i dati più rilevanti, il 62,44% dei professionisti indica l’aggiornamento fiscale tra gli ambiti da potenziare. È un segnale importante, perché dimostra quanto la libera professione sanitaria sia oggi attraversata da questioni che vanno ben oltre l’attività clinica in senso stretto.
Il medico e l’odontoiatra libero-professionista devono confrontarsi con adempimenti fiscali, responsabilità amministrative, gestione previdenziale, obblighi assicurativi e organizzazione dello studio. Tutti elementi che, se non adeguatamente compresi e gestiti, possono diventare fonte di difficoltà, incertezza e rischio.
Oltre 6 professionisti su 10 accendono poi un campanello d’allarme sull’attuale gestione dei crediti ECM, tema centrale per chi esercita una professione sanitaria. La formazione continua è infatti un obbligo, ma anche uno strumento essenziale per garantire cure aggiornate e sicure. Dalle risposte aperte al sondaggio emerge con forza la richiesta di una formazione ECM gratuita, accessibile e più vicina alle esigenze reali dei professionisti.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alle nuove regole sull’assicurazione RC professionale. Su questo fronte circa 7 professionisti ospedalieri su 10 dichiarano di avere informazioni insufficienti. Un dato che conferma la necessità di percorsi informativi e formativi specifici, soprattutto in un ambito direttamente collegato alla responsabilità professionale e alla tutela del paziente.
Pubblicità sanitaria e social: il bisogno di regole chiare
Uno degli aspetti più delicati emersi dall’indagine riguarda la comunicazione sanitaria. Il 94,94% dei professionisti ritiene utile o necessario un vademecum o un corso dedicato alla pubblicità in ambito sanitario.
Il dato si collega direttamente al tema dell’equo compenso e del tariffario minimo. In un mercato sempre più condizionato dalla visibilità digitale, dai social network e da forme di promozione non sempre facilmente distinguibili dall’informazione sanitaria, il rischio è che il rapporto fiduciario tra medico e paziente venga indebolito da logiche puramente commerciali.
La comunicazione sanitaria, quando perde il proprio equilibrio, può trasformarsi in un terreno senza regole. Messaggi promozionali aggressivi, semplificazioni eccessive, promesse implicite o esplicite di risultato e offerte costruite intorno al prezzo rischiano di svilire il valore della prestazione professionale. Da un lato, la cura viene presentata come un prodotto da vendere; dall’altro, il valore del medico o dell’odontoiatra viene ridotto a uno sconto, a una tariffa ribassata o alla capacità di attirare attenzione online.
Comunicazione senza regole e concorrenza al ribasso finiscono così per alimentarsi a vicenda. È proprio su questo punto che l’Ordine intende intervenire, offrendo strumenti di orientamento e percorsi formativi capaci di distinguere l’informazione corretta dalla promozione impropria.
Rutigliani: “Questi numeri sono un mandato”
A leggere il significato politico e professionale dell’indagine è Pietro Rutigliani, presidente CAO Napoli e coordinatore della Commissione Libera Professione OMCeO Napoli.
“Questi numeri non vanno letti come una semplice raccolta statistica, ma come un mandato”, afferma Rutigliani. “I colleghi ci stanno dicendo che la libera professione ha bisogno di regole chiare, tutele effettive e servizi realmente utili. L’Ordine deve essere il luogo dell’ascolto, ma soprattutto della risposta concreta”.
Rutigliani sottolinea in particolare il legame tra tariffario minimo e pubblicità sanitaria. “Il tema del tariffario minimo e quello della pubblicità sanitaria sono strettamente collegati: senza riferimenti chiari, anche la comunicazione rischia di diventare una competizione al ribasso, nella quale non vince la qualità della cura ma la capacità di attrarre attenzione”.
Il messaggio è netto: la libera professione non può essere lasciata sola davanti alle trasformazioni del mercato, alla pressione della comunicazione digitale e alla crescente complessità normativa.
Equo compenso, dignità del lavoro e sicurezza dei cittadini
Nel corso dell’incontro è stato ribadito che difendere la libera professione significa anche difendere la qualità della cura. Non si tratta, come evidenziato da Rutigliani, di rivendicare privilegi, ma di riconoscere il valore di una prestazione professionale fondata su competenza, responsabilità e rapporto fiduciario con il paziente.
“Per questo il tema dell’equo compenso e di un tariffario minimo riguarda la dignità del lavoro medico e odontoiatrico e, indirettamente, la sicurezza dei cittadini”, aggiunge il presidente CAO Napoli. “Lo stesso vale per la pubblicità sanitaria: informare è doveroso, ma promuovere la salute non può significare trasformare la cura in un prodotto da esporre sui social senza criteri deontologici e senza tutela per il cittadino”.
Il punto centrale è che il valore della prestazione sanitaria non può essere misurato soltanto in termini economici. Dietro ogni atto medico o odontoiatrico ci sono anni di studio, aggiornamento continuo, responsabilità clinica, obblighi assicurativi e deontologici, oltre alla necessità di garantire al paziente un percorso di cura appropriato e sicuro.
Dalle risposte aperte nuove esigenze operative
L’indagine ha dato spazio anche alle risposte aperte dei professionisti, dalle quali sono emersi bisogni molto concreti: formazione ECM gratuita e accessibile, orientamento su fisco e previdenza, chiarimenti sulle società tra professionisti, contrasto all’abusivismo e maggiore supporto sulla pubblicità sanitaria.
Sono temi che descrivono una professione in trasformazione. Il medico e l’odontoiatra, oggi, non sono chiamati soltanto a curare, ma anche a gestire strutture, rispettare norme, comunicare correttamente, tutelarsi dal punto di vista assicurativo e previdenziale, aggiornarsi costantemente e difendere la propria attività da pratiche scorrette o abusive.
Proprio per questo l’Ordine viene chiamato a svolgere un ruolo sempre più attivo, non solo come ente di vigilanza deontologica, ma anche come punto di riferimento operativo per accompagnare i professionisti nella quotidianità.
Zuccarelli: “Trasformare l’ascolto in azione”
A indicare la prospettiva futura è Bruno Zuccarelli, presidente dell’OMCeO Napoli. “L’obiettivo è trasformare l’ascolto in azione”, sottolinea. “La Commissione Libera Professione continuerà a lavorare per costruire strumenti pratici, occasioni formative e percorsi di tutela”.
Per Zuccarelli, l’incontro non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un lavoro strutturato. L’obiettivo è rendere l’Ordine sempre più vicino ai professionisti e più autorevole nella difesa della qualità della sanità.
Una prospettiva che guarda alla libera professione come a una risorsa per l’intero sistema salute, purché inserita in un quadro di regole chiare, responsabilità condivise e strumenti adeguati.
Un confronto ampio sul futuro della libera professione
All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, Bruno Zuccarelli, presidente OMCeO Napoli; Pietro Rutigliani, presidente CAO Napoli e coordinatore della Commissione Libera Professione OMCeO Napoli; Marta Schifone, parlamentare; Alberto Oliveti, presidente ENPAM; Carlo Ghirlanda, per delega di Corrado Bondi, presidente nazionale ANDI; Silvestro Scotti, segretario generale nazionale FIMMG; Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed; e Antonio De Falco, segretario regionale CIMO Fesmed.
Il confronto ha attraversato i temi della responsabilità professionale, della previdenza, della governance sanitaria, dei modelli organizzativi e della sussidiarietà tra pubblico e privato. Al centro, però, è rimasta una questione di fondo: riconoscere alla libera professione sanitaria un valore non marginale, ma essenziale, all’interno di un sistema che deve garantire qualità, sostenibilità e tutela dei cittadini.
La richiesta di un tariffario minimo, il bisogno di regole sulla pubblicità sanitaria, la domanda di formazione e assistenza su fisco, previdenza e assicurazioni compongono un quadro unitario. È il segnale di una categoria che chiede di essere ascoltata, ma soprattutto di essere messa nelle condizioni di esercitare con dignità, sicurezza e responsabilità.
Leggi anche:
Il potere del succo di guava contro l’anemia
Frutti di bosco, piccoli alleati dell’estate: colore, freschezza e benefici nel piatto
AlimentazioneCon l’arrivo dell’estate cambia anche il modo di mangiare. Le giornate più lunghe, il caldo e il desiderio di sentirsi più leggeri portano spesso a cercare alimenti freschi, semplici da preparare e piacevoli da portare in tavola. In questo scenario, i frutti di bosco occupano un posto speciale. Mirtilli, more, lamponi, fragole e ribes sono piccoli nelle dimensioni, ma molto interessanti dal punto di vista nutrizionale e gastronomico.
Il loro fascino è immediato: hanno colori vivaci, profumi delicati e un gusto che varia dal dolce all’acidulo. Sono frutti che parlano d’estate, di colazioni all’aperto, merende leggere e dessert naturali. Bastano pochi minuti per trasformarli in un piatto invitante, senza bisogno di preparazioni elaborate o ingredienti pesanti.
Una scelta versatile dalla colazione al dessert
Uno dei principali vantaggi dei frutti di bosco è la loro versatilità. Possono essere consumati al naturale, appena lavati, oppure aggiunti a uno yogurt bianco con cereali integrali per una colazione fresca e bilanciata. Sono ottimi anche come spuntino a metà mattina o nel pomeriggio, soprattutto quando si cerca qualcosa di dolce ma non troppo calorico.
In estate si prestano bene anche alla preparazione di macedonie, smoothie, frullati, sorbetti casalinghi e composte leggere. Possono diventare una valida alternativa ai dessert molto zuccherati, purché vengano abbinati con attenzione. Il loro sapore naturalmente dolce consente infatti di ridurre l’aggiunta di zuccheri, mantenendo comunque il piacere di un fine pasto fresco e colorato.
Fibre, vitamina C e sostanze antiossidanti
Il valore dei frutti di bosco non è solo legato al gusto. Questi piccoli frutti sono ricchi di fibre, vitamina C e composti vegetali ad azione antiossidante. Le fibre aiutano a favorire il senso di sazietà e contribuiscono al buon funzionamento dell’intestino, mentre la vitamina C sostiene diverse funzioni dell’organismo ed è importante anche per la salute della pelle.
Le tinte intense dei frutti di bosco, dal rosso brillante al viola fino al blu scuro, sono dovute alla presenza di pigmenti naturali come le antocianine. Queste sostanze sono studiate per il loro possibile ruolo protettivo nei confronti dello stress ossidativo, dell’infiammazione e della salute cardiovascolare. I frutti di bosco sono infatti considerati tra i frutti con maggiore attività antiossidante e antinfiammatoria.
Diversi studi hanno associato un maggiore consumo di questi alimenti a possibili benefici per il cuore, il metabolismo e le funzioni cognitive. Naturalmente, non si tratta di effetti miracolosi né immediati: il beneficio nasce dall’inserimento regolare di questi frutti all’interno di uno stile alimentare equilibrato.
Nessun miracolo, ma un aiuto concreto nella dieta quotidiana
È importante evitare l’idea del “superfood” capace, da solo, di risolvere problemi di salute o compensare abitudini scorrette. I frutti di bosco non cancellano gli effetti di una dieta squilibrata, troppo ricca di zuccheri, grassi saturi o prodotti ultraprocessati. Tuttavia, possono rappresentare un aiuto concreto per migliorare la qualità dell’alimentazione quotidiana.
Inserirli con regolarità consente di aumentare il consumo di frutta, fibre e micronutrienti. Questo è in linea con le indicazioni nutrizionali che raccomandano un consumo quotidiano di frutta e verdura, all’interno di un’alimentazione varia e ricca di vegetali. Una dieta di questo tipo è associata a un minor rischio di obesità, malattie cardiovascolari, diabete e alcune forme di tumore.
Attenzione agli abbinamenti troppo ricchi
Un errore frequente è trasformare un alimento sano in una preparazione eccessivamente calorica. Fragole, mirtilli, lamponi e more sono ottimi al naturale, ma se vengono sommersi da panna, zucchero, creme industriali o topping molto dolci perdono parte del loro vantaggio nutrizionale.
Meglio scegliere abbinamenti più semplici e bilanciati: yogurt naturale, kefir, fiocchi d’avena, cereali integrali o una piccola quantità di frutta secca. Anche un sorbetto fatto in casa, preparato con frutta matura e poco zucchero, può essere una buona soluzione estiva. In questo modo si mantiene il gusto, senza appesantire troppo il pasto.
Conservazione: pochi accorgimenti per evitare sprechi
I frutti di bosco sono delicati e tendono a deteriorarsi rapidamente, soprattutto con il caldo. Per conservarli al meglio è preferibile tenerli in frigorifero e lavarli solo poco prima del consumo. L’acqua, infatti, può accelerare il deterioramento se i frutti vengono riposti umidi.
È importante anche controllarli con attenzione ed eliminare subito eventuali frutti ammuffiti, per evitare che rovinino anche gli altri. Quando sono molto maturi, ma ancora buoni, possono essere congelati e utilizzati successivamente per smoothie, colazioni estive, composte leggere o preparazioni dolci fatte in casa.
La scelta migliore è alternarli e portarli in tavola in modo vario. Le fragole sono amate per la loro dolcezza e per il contenuto di vitamina C. I lamponi sono particolarmente interessanti per l’apporto di fibre. I mirtilli sono noti per la ricchezza di pigmenti antiossidanti. More e ribes, invece, aggiungono un piacevole gusto acidulo e una nota di colore intensa.
Variare permette di rendere l’alimentazione più piacevole e completa. Una ciotola mista di frutti di bosco non è solo bella da vedere, ma consente anche di unire sapori diversi e proprietà nutrizionali complementari.
Un piccolo gesto quotidiano per mangiare meglio
D’estate non serve cercare soluzioni complicate per migliorare la propria alimentazione. A volte basta una scelta semplice: una ciotola di frutti di bosco al posto di uno snack confezionato, una colazione con yogurt e mirtilli invece di un dolce industriale, una macedonia fresca al posto di un dessert pesante.
I frutti di bosco rappresentano così un modo facile e piacevole per unire gusto, stagionalità e attenzione alla salute. Colorati, freschi e naturalmente invitanti, sono piccoli alleati dell’estate e possono aiutare a rendere la tavola più leggera, varia ed equilibrata.
Leggi anche:
Bambini e dieta: rischi senza diagnosi di intolleranze
Medici e odontoiatri chiedono un tariffario minimo
News, Economia sanitariaIntrodurre un tariffario minimo per le prestazioni libero-professionali. È questa una delle richieste più forti che arriva dai medici e dagli odontoiatri napoletani, emersa dall’indagine conoscitiva promossa dalla Commissione Libera Professione dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e Provincia.
Il dato è particolarmente significativo: il 75,19% dei professionisti che hanno risposto al sondaggio si è espresso a favore dell’introduzione di un riferimento minimo per le prestazioni libero-professionali. Una percentuale che restituisce con chiarezza il bisogno di maggiore tutela del valore professionale, ma anche la necessità di contrastare forme di concorrenza al ribasso che rischiano di incidere non solo sul lavoro dei medici e degli odontoiatri, ma anche sulla qualità percepita e reale delle cure.
La questione, infatti, non riguarda soltanto il compenso. Riguarda il riconoscimento di una prestazione fondata su competenza, responsabilità, aggiornamento continuo e rapporto fiduciario con il paziente. In un contesto sempre più complesso, nel quale la sanità si confronta con nuove regole, nuovi bisogni e nuove forme di comunicazione, la richiesta di un tariffario minimo viene letta come un segnale politico e professionale molto preciso.
L’indagine presentata all’Ordine dei Medici di Napoli
I risultati dell’indagine sono stati presentati questa mattina nell’Auditorium dell’Ordine, in via Riviera di Chiaia, durante l’incontro dal titolo “La libera professione: valore costituzionale, sostenibilità, sussidiarietà e futuro”, promosso dall’OMCeO Napoli.
L’appuntamento ha offerto l’occasione per fare il punto sul ruolo della libera professione sanitaria all’interno del sistema salute italiano. Non un modello alternativo al Servizio Sanitario Nazionale, ma una componente integrata e complementare, capace di contribuire alla qualità, alla sostenibilità e all’accessibilità delle cure.
La grande novità è rappresentata dai dati raccolti, che offrono un’istantanea dello stato di salute e delle esigenze dei professionisti partenopei. L’indagine non si limita a registrare opinioni, ma restituisce la voce di una categoria che chiede strumenti, servizi e risposte concrete. I professionisti non domandano soltanto aggiornamento scientifico, ma anche accompagnamento su aspetti fiscali, previdenziali, assicurativi, deontologici e organizzativi.
Fisco, ECM e assicurazioni tra le priorità
Tra i dati più rilevanti, il 62,44% dei professionisti indica l’aggiornamento fiscale tra gli ambiti da potenziare. È un segnale importante, perché dimostra quanto la libera professione sanitaria sia oggi attraversata da questioni che vanno ben oltre l’attività clinica in senso stretto.
Il medico e l’odontoiatra libero-professionista devono confrontarsi con adempimenti fiscali, responsabilità amministrative, gestione previdenziale, obblighi assicurativi e organizzazione dello studio. Tutti elementi che, se non adeguatamente compresi e gestiti, possono diventare fonte di difficoltà, incertezza e rischio.
Oltre 6 professionisti su 10 accendono poi un campanello d’allarme sull’attuale gestione dei crediti ECM, tema centrale per chi esercita una professione sanitaria. La formazione continua è infatti un obbligo, ma anche uno strumento essenziale per garantire cure aggiornate e sicure. Dalle risposte aperte al sondaggio emerge con forza la richiesta di una formazione ECM gratuita, accessibile e più vicina alle esigenze reali dei professionisti.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alle nuove regole sull’assicurazione RC professionale. Su questo fronte circa 7 professionisti ospedalieri su 10 dichiarano di avere informazioni insufficienti. Un dato che conferma la necessità di percorsi informativi e formativi specifici, soprattutto in un ambito direttamente collegato alla responsabilità professionale e alla tutela del paziente.
Pubblicità sanitaria e social: il bisogno di regole chiare
Uno degli aspetti più delicati emersi dall’indagine riguarda la comunicazione sanitaria. Il 94,94% dei professionisti ritiene utile o necessario un vademecum o un corso dedicato alla pubblicità in ambito sanitario.
Il dato si collega direttamente al tema dell’equo compenso e del tariffario minimo. In un mercato sempre più condizionato dalla visibilità digitale, dai social network e da forme di promozione non sempre facilmente distinguibili dall’informazione sanitaria, il rischio è che il rapporto fiduciario tra medico e paziente venga indebolito da logiche puramente commerciali.
La comunicazione sanitaria, quando perde il proprio equilibrio, può trasformarsi in un terreno senza regole. Messaggi promozionali aggressivi, semplificazioni eccessive, promesse implicite o esplicite di risultato e offerte costruite intorno al prezzo rischiano di svilire il valore della prestazione professionale. Da un lato, la cura viene presentata come un prodotto da vendere; dall’altro, il valore del medico o dell’odontoiatra viene ridotto a uno sconto, a una tariffa ribassata o alla capacità di attirare attenzione online.
Comunicazione senza regole e concorrenza al ribasso finiscono così per alimentarsi a vicenda. È proprio su questo punto che l’Ordine intende intervenire, offrendo strumenti di orientamento e percorsi formativi capaci di distinguere l’informazione corretta dalla promozione impropria.
Rutigliani: “Questi numeri sono un mandato”
A leggere il significato politico e professionale dell’indagine è Pietro Rutigliani, presidente CAO Napoli e coordinatore della Commissione Libera Professione OMCeO Napoli.
“Questi numeri non vanno letti come una semplice raccolta statistica, ma come un mandato”, afferma Rutigliani. “I colleghi ci stanno dicendo che la libera professione ha bisogno di regole chiare, tutele effettive e servizi realmente utili. L’Ordine deve essere il luogo dell’ascolto, ma soprattutto della risposta concreta”.
Rutigliani sottolinea in particolare il legame tra tariffario minimo e pubblicità sanitaria. “Il tema del tariffario minimo e quello della pubblicità sanitaria sono strettamente collegati: senza riferimenti chiari, anche la comunicazione rischia di diventare una competizione al ribasso, nella quale non vince la qualità della cura ma la capacità di attrarre attenzione”.
Il messaggio è netto: la libera professione non può essere lasciata sola davanti alle trasformazioni del mercato, alla pressione della comunicazione digitale e alla crescente complessità normativa.
Equo compenso, dignità del lavoro e sicurezza dei cittadini
Nel corso dell’incontro è stato ribadito che difendere la libera professione significa anche difendere la qualità della cura. Non si tratta, come evidenziato da Rutigliani, di rivendicare privilegi, ma di riconoscere il valore di una prestazione professionale fondata su competenza, responsabilità e rapporto fiduciario con il paziente.
“Per questo il tema dell’equo compenso e di un tariffario minimo riguarda la dignità del lavoro medico e odontoiatrico e, indirettamente, la sicurezza dei cittadini”, aggiunge il presidente CAO Napoli. “Lo stesso vale per la pubblicità sanitaria: informare è doveroso, ma promuovere la salute non può significare trasformare la cura in un prodotto da esporre sui social senza criteri deontologici e senza tutela per il cittadino”.
Il punto centrale è che il valore della prestazione sanitaria non può essere misurato soltanto in termini economici. Dietro ogni atto medico o odontoiatrico ci sono anni di studio, aggiornamento continuo, responsabilità clinica, obblighi assicurativi e deontologici, oltre alla necessità di garantire al paziente un percorso di cura appropriato e sicuro.
Dalle risposte aperte nuove esigenze operative
L’indagine ha dato spazio anche alle risposte aperte dei professionisti, dalle quali sono emersi bisogni molto concreti: formazione ECM gratuita e accessibile, orientamento su fisco e previdenza, chiarimenti sulle società tra professionisti, contrasto all’abusivismo e maggiore supporto sulla pubblicità sanitaria.
Sono temi che descrivono una professione in trasformazione. Il medico e l’odontoiatra, oggi, non sono chiamati soltanto a curare, ma anche a gestire strutture, rispettare norme, comunicare correttamente, tutelarsi dal punto di vista assicurativo e previdenziale, aggiornarsi costantemente e difendere la propria attività da pratiche scorrette o abusive.
Proprio per questo l’Ordine viene chiamato a svolgere un ruolo sempre più attivo, non solo come ente di vigilanza deontologica, ma anche come punto di riferimento operativo per accompagnare i professionisti nella quotidianità.
Zuccarelli: “Trasformare l’ascolto in azione”
A indicare la prospettiva futura è Bruno Zuccarelli, presidente dell’OMCeO Napoli. “L’obiettivo è trasformare l’ascolto in azione”, sottolinea. “La Commissione Libera Professione continuerà a lavorare per costruire strumenti pratici, occasioni formative e percorsi di tutela”.
Per Zuccarelli, l’incontro non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un lavoro strutturato. L’obiettivo è rendere l’Ordine sempre più vicino ai professionisti e più autorevole nella difesa della qualità della sanità.
Una prospettiva che guarda alla libera professione come a una risorsa per l’intero sistema salute, purché inserita in un quadro di regole chiare, responsabilità condivise e strumenti adeguati.
Un confronto ampio sul futuro della libera professione
All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, Bruno Zuccarelli, presidente OMCeO Napoli; Pietro Rutigliani, presidente CAO Napoli e coordinatore della Commissione Libera Professione OMCeO Napoli; Marta Schifone, parlamentare; Alberto Oliveti, presidente ENPAM; Carlo Ghirlanda, per delega di Corrado Bondi, presidente nazionale ANDI; Silvestro Scotti, segretario generale nazionale FIMMG; Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed; e Antonio De Falco, segretario regionale CIMO Fesmed.
Il confronto ha attraversato i temi della responsabilità professionale, della previdenza, della governance sanitaria, dei modelli organizzativi e della sussidiarietà tra pubblico e privato. Al centro, però, è rimasta una questione di fondo: riconoscere alla libera professione sanitaria un valore non marginale, ma essenziale, all’interno di un sistema che deve garantire qualità, sostenibilità e tutela dei cittadini.
La richiesta di un tariffario minimo, il bisogno di regole sulla pubblicità sanitaria, la domanda di formazione e assistenza su fisco, previdenza e assicurazioni compongono un quadro unitario. È il segnale di una categoria che chiede di essere ascoltata, ma soprattutto di essere messa nelle condizioni di esercitare con dignità, sicurezza e responsabilità.
Leggi anche:
Il potere del succo di guava contro l’anemia
Ciro Esposito alla guida dell’IPEG: Napoli capitale internazionale della chirurgia pediatrica
News, NotizieNapoli rafforza il proprio ruolo nel panorama della chirurgia pediatrica mondiale grazie a un riconoscimento di grande prestigio assegnato al professor Ciro Esposito, Ordinario di Chirurgia pediatrica dell’Università Federico II e direttore della UOC di Chirurgia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II.
Al professore è andato infatti l’onore di guidare l’IPEG, importante società internazionale che riunisce chirurghi pediatrici impegnati nello sviluppo e nella diffusione delle tecniche mini-invasive. Si tratta di una nomina di particolare valore non solo per il percorso professionale di Esposito, ma anche per l’intera scuola chirurgica napoletana, che negli ultimi vent’anni ha saputo costruire un profilo scientifico sempre più riconosciuto a livello internazionale.
La designazione conferma Napoli come uno dei centri più dinamici nel campo della chirurgia pediatrica avanzata e consolida il legame scientifico con gli Stati Uniti, Paese con cui il professor Esposito e il suo gruppo di lavoro hanno sviluppato nel tempo un dialogo costante sul piano clinico, tecnologico e formativo.
La nomina annunciata al Congresso Mondiale di Vienna
La nomina è stata resa ufficiale in occasione del Congresso Mondiale di Chirurgia Pediatrica, che si è svolto a Vienna davanti a una platea di circa 1500 chirurghi pediatrici provenienti da ogni parte del mondo. Un contesto di assoluto rilievo, nel quale specialisti, ricercatori e scuole chirurgiche internazionali si sono confrontati sulle nuove frontiere della disciplina.
A consegnare al professor Esposito la medaglia simbolo della nomina è stata la presidente uscente Kate Barsness, di Chicago. Il passaggio assume un significato ancora più forte perché rappresenta un ponte diretto tra la chirurgia pediatrica americana e quella italiana, con Napoli al centro di questa relazione scientifica.
Per Esposito si tratta di un ulteriore riconoscimento del lavoro svolto per oltre vent’anni presso il Policlinico Federico II, in particolare nel campo della chirurgia mini-invasiva, laparoscopica e robotica pediatrica. Un settore in cui l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II ha consolidato una reputazione di primo piano, diventando un punto di riferimento per pazienti provenienti dalla Campania, da altre regioni italiane e anche dall’estero.
Le parole del professor Esposito
Il professor Esposito ha accolto la nomina con emozione e senso di responsabilità, sottolineando il valore storico di questo incarico.
“Sono onorato di questo prezioso riconoscimento – ha dichiarato – soprattutto perché sono il primo italiano che ricopre questa importante carica. È la dimostrazione che anche i chirurghi pediatrici americani apprezzano il lavoro di sviluppo nel campo delle nuove tecnologie laparoscopiche e robotiche che da oltre vent’anni con il mio team di medici e infermieri portiamo avanti presso la UOC di Chirurgia pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II”.
Le sue parole evidenziano un aspetto centrale: il risultato non riguarda soltanto una carriera individuale, ma premia un’intera équipe. Medici, infermieri, tecnici e personale sanitario hanno contribuito alla crescita di un modello assistenziale nel quale l’innovazione tecnologica viene applicata ogni giorno alla cura dei bambini.
Nel 2027 il Congresso americano di chirurgia pediatrica sarà a Napoli
Il nuovo incarico avrà una tappa particolarmente significativa nell’aprile 2027, quando Napoli ospiterà il Congresso americano di chirurgia pediatrica. Sarà proprio il professor Esposito a occuparsi dell’organizzazione dell’evento, che porterà in città circa mille chirurghi pediatrici.
L’appuntamento avrà una dimensione internazionale ancora più ampia grazie alla partecipazione della Società europea di chirurgia pediatrica, ESPES, e della Società italiana di chirurgia pediatrica, SICP. Per alcuni giorni Napoli diventerà dunque un luogo di confronto tra le principali scuole chirurgiche mondiali, con un dialogo diretto tra esperienza americana, competenze europee e tradizione italiana.
Il congresso rappresenterà anche un’occasione importante per mostrare il livello raggiunto dalla sanità accademica napoletana e per valorizzare il contributo della Federico II allo sviluppo della chirurgia pediatrica contemporanea.
Robotica, intelligenza artificiale e chirurgia guidata dalla fluorescenza
Al centro del confronto scientifico ci saranno le tecnologie che stanno trasformando la chirurgia pediatrica. Tra queste, la chirurgia robotica, l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla chirurgia mini-invasiva e la chirurgia guidata dalla fluorescenza, conosciuta anche come ICG guided surgery.
Si tratta di strumenti che permettono di aumentare la precisione degli interventi, migliorare la visione del campo operatorio e rendere le procedure sempre più mirate. Nella chirurgia pediatrica, dove le dimensioni anatomiche sono ridotte e la delicatezza degli interventi è massima, l’innovazione tecnologica assume un valore particolarmente rilevante.
Al Policlinico Federico II queste tecnologie sono già parte della pratica quotidiana. La struttura dispone di due sale operatorie multimediali integrate 3D, 4K e ICG dedicate alla chirurgia pediatrica, considerate tra le più avanzate in Italia. La UOC diretta da Esposito è inoltre centro di riferimento regionale per la chirurgia robotica e mini-invasiva pediatrica.
Una tecnologia al servizio dei bambini
La chirurgia robotica e mini-invasiva consente di eseguire interventi con maggiore precisione, riducendo il rischio di complicanze, il dolore post-operatorio e l’impatto complessivo dell’operazione sul piccolo paziente. Ma il modello sviluppato all’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II non si limita all’innovazione tecnica.
Accanto alla tecnologia, infatti, c’è una forte attenzione all’umanizzazione delle cure. I bambini possono entrare in sala operatoria con macchinine, vivere il percorso verso l’intervento in modo meno traumatico e persino tirare un rigore grazie a una piccola porta da calcio installata lungo il tragitto. Per i pazienti più grandi è previsto anche l’utilizzo di visori di realtà virtuale, pensati per ridurre ansia e paura prima dell’intervento.
Questo approccio mostra come la chirurgia pediatrica moderna non riguardi soltanto la qualità dell’atto operatorio, ma anche l’esperienza emotiva del bambino e della famiglia. Rendere l’ambiente ospedaliero più accogliente significa accompagnare il paziente in un momento delicato con maggiore serenità.
Un doppio riconoscimento per Napoli e per la scuola italiana
La nomina del professor Ciro Esposito alla guida dell’IPEG e il congresso americano in programma a Napoli nel 2027 rappresentano dunque un doppio riconoscimento. Da un lato viene premiato il percorso personale di un chirurgo italiano che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo delle tecniche mini-invasive e robotiche in età pediatrica. Dall’altro viene riconosciuta la capacità della scuola napoletana di dialogare alla pari con i più avanzati centri internazionali.
Napoli si prepara così a diventare, ancora una volta, un punto di incontro tra ricerca, cura e innovazione. Una città capace di attrarre competenze da tutto il mondo e di mostrare come la medicina del futuro possa nascere anche dal lavoro quotidiano di un’équipe ospedaliera che unisce alta tecnologia, competenza clinica e attenzione umana verso i bambini.
Leggi anche:
Microbioma, centralina della nostra salute
Sushi, Digiuno, Glutine: il decalogo ISS per evitare bufale
NewsSushi, digiuno, glutine: ecco il decalogo ISS per evitare bufale e imparare a districarsi tra le tante informazioni spesso confuse o non corrette che circolano sul web riguardo alimentazione e salute. Con la diffusione massiccia di notizie e consigli non sempre verificati, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha stilato una serie di punti chiave per aiutare il pubblico a riconoscere e diffidare delle false credenze alimentari.
Il legame tra sushi, digiuno e glutine: miti da sfatare
Spesso nei social e nei gruppi di discussione si leggono affermazioni su presunti effetti miracolosi o pericolosi legati al consumo di sushi, alla pratica del digiuno o all’eliminazione del glutine senza motivazioni mediche. Questi temi, così diversi ma altrettanto soggetti a interpretazioni errate, sono proprio al centro delle raccomandazioni dell’ISS.
Sushi e sicurezza alimentare: cosa dice il decalogo ISS
Il sushi è una preparazione culinaria molto amata, ma da un punto di vista igienico-sanitario richiede necessariamente alcune precauzioni. L’ISS sottolinea come sia importante affidarsi a ristoranti certificati e seguire alcune regole per minimizzare il rischio di contaminazioni, come l’utilizzo di pesce fresco congelato o adeguatamente trattato, e di manipolare gli alimenti con cura.
Contrariamente a quanto diffuso da vari miti, non esistono prove scientifiche che il sushi favorisca malattie specifiche se consumato responsabilmente. Il decalogo raccomanda quindi di evitare generalizzazioni allarmistiche che alimentano inutili paure.
Digiuno: opportunità o rischio?
Il digiuno intermittente o prolungato è un argomento molto presente nei discorsi sul benessere, ma non tutti sanno che non è adatto a ogni persona e, se non monitorato, può anche portare a problemi di salute. L’ISS ricorda che il digiuno non deve essere visto come una panacea e che prima di intraprenderlo è fondamentale consultare un medico, soprattutto in presenza di patologie.
Le bufale relative al digiuno spesso riguardano promesse di dimagrimenti rapidi e guarigioni miracolose che non rispecchiano la realtà scientifica. Seguire il decalogo aiuta a distinguere quali informazioni sono attendibili.
Glutine: eliminare o valutare?
Il glutine è un argomento che genera spesso confusione. L’ISS chiarisce che l’eliminazione del glutine dalla dieta è necessaria solo in caso di diagnosi di celiachia o di sensibilità specifica. La moda di “digiunare dal glutine” senza una reale indicazione medica può portare a carenze nutrizionali e a una dieta sbilanciata.
Il decalogo mette in guardia contro false diagnosi e auto-prescrizioni che rischiano di peggiorare la situazione piuttosto che migliorarla. Informarsi correttamente e affidarsi a professionisti della nutrizione è il consiglio principale.
Come riconoscere le bufale alimentari secondo l’ISS
Il decalogo ISS si basa su alcuni principi fondamentali per difendersi dalle fake news in ambito alimentare:
1. Verificare la fonte delle informazioni: prediligere siti ufficiali come quello dell’ISS o istituzioni sanitarie riconosciute.
2. Diffidare da promesse troppo belle per essere vere, come dimagrimenti lampo o cure miracolose.
3. Non seguire diete drastiche senza un supporto medico o nutrizionista.
4. Tenere conto delle caratteristiche personali, come allergie o patologie.
5. Evitare di generalizzare esperienze individuali e cercare studi scientifici a supporto.
6. Prestare attenzione alle modalità di preparazione degli alimenti, come nel caso del sushi.
7. Consultare esperti quando si desidera modificare radicalmente la propria alimentazione.
Perché il decalogo ISS è uno strumento fondamentale
Con il dilagare di notizie non verificate, il decalogo dell’ISS rappresenta una guida pratica e affidabile per chi vuole orientarsi in sicurezza nel panorama alimentare, spesso complicato da mode passeggere e disinformazione.
Sushi, digiuno e glutine sono solo alcuni esempi di temi che richiedono un approccio scientifico e consapevole. Solo così è possibile preservare la salute, fare scelte nutrizionali corrette e non cadere vittima delle bufale.
Conclusioni
Informarsi accuratamente è il primo passo per evitare errori che possono avere conseguenze negative sulla salute. Il decalogo ISS sul sushi, digiuno e glutine è un riferimento imprescindibile per chiunque voglia vivere con consapevolezza senza farsi distrarre da falsi miti. Seguire queste linee guida aiuta a distinguere il vero dal falso e a fare scelte responsabili nel campo dell’alimentazione.
Tra i 90 e 120 minuti a settimana di allenamento per vivere di più
Sport, Stili di vitaNon solo camminata veloce, corsa, bicicletta o nuoto. Per vivere più a lungo, un ruolo importante potrebbe arrivare anche dalla ginnastica di resistenza, cioè da quell’insieme di esercizi pensati per rafforzare i muscoli: affondi, flessioni, squat, esercizi con i pesi e movimenti a corpo libero.
Secondo uno studio durato 30 anni e pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, il punto più favorevole sembra collocarsi tra 90 e 120 minuti alla settimana di allenamento di forza. Questa quantità di esercizio è stata associata a un rischio significativamente più basso di morte, in particolare per malattie cardiovascolari e neurologiche. I dati indicano una riduzione del 19% del rischio di decesso per cause cardiovascolari e del 27% per cause neurologiche.
Il dato è rilevante perché sposta l’attenzione su un tipo di attività fisica spesso considerata secondaria rispetto all’esercizio aerobico. In realtà, il potenziamento muscolare non serve soltanto a migliorare la forma fisica o la tonicità: può contribuire alla salute generale, alla funzionalità dell’organismo e, secondo questa ampia osservazione epidemiologica, anche alla riduzione del rischio di mortalità.
Uno studio lungo 30 anni su oltre 147 mila persone
La ricerca è stata condotta da studiosi della scuola di epidemiologia di Harvard, a Boston, che hanno analizzato dati raccolti nell’arco di tre decenni da tre grandi gruppi di partecipanti. In totale sono state considerate 147.374 persone, un numero molto ampio che rende l’osservazione particolarmente significativa dal punto di vista statistico.
Ogni due anni, ai partecipanti veniva chiesto di indicare quanto tempo dedicassero, ogni settimana, all’allenamento di forza e all’esercizio aerobico. L’esercizio aerobico comprendeva attività come camminata veloce, corsa, jogging, nuoto, ciclismo, tennis, squash, lavori fisici intensi all’aperto e salita delle scale. L’allenamento di forza, invece, includeva esercizi con pesi o a corpo libero, come flessioni, squat e affondi.
All’inizio dello studio, l’età media dei partecipanti era di 54 anni. Tre quarti del campione, pari al 74%, svolgevano più dei 150 minuti settimanali raccomandati di esercizio aerobico di intensità moderata. Quasi la metà, il 46%, praticava invece qualche forma di allenamento di forza. Nel corso del monitoraggio, 35.798 partecipanti sono deceduti.
Il beneficio maggiore tra 90 e 119 minuti alla settimana
Dall’analisi è emerso che praticare 90-119 minuti settimanali di allenamento di forza si associa a un rischio di morte per qualsiasi causa inferiore del 13%. Il punto centrale dello studio, però, è che oltre i 120 minuti settimanali non sono stati osservati ulteriori benefici in termini di riduzione del rischio.
Questo non significa che allenarsi di più sia necessariamente dannoso, ma che, rispetto all’obiettivo della longevità, il vantaggio osservato sembra raggiungere un plateau. In altre parole, per ridurre il rischio di morte non sarebbe indispensabile trascorrere molte ore in palestra: un impegno regolare, distribuito nella settimana, potrebbe essere sufficiente.
L’associazione più evidente riguarda alcune cause specifiche di morte. I 90-119 minuti settimanali di allenamento di forza sono risultati collegati a un rischio inferiore del 19% di morire per malattie cardiovascolari e a un rischio inferiore del 27% di morire per malattie neurologiche. Si tratta di due ambiti cruciali per la salute pubblica, perché coinvolgono condizioni molto diffuse, come infarto, ictus, malattie cardiache e patologie neurodegenerative.
Forza e aerobica: insieme funzionano meglio
Lo studio mostra anche che gli effetti dell’allenamento di forza vengono amplificati quando sono accompagnati dall’esercizio aerobico. Il rischio di morte più basso, con una riduzione compresa tra il 45% e il 58%, è stato osservato tra coloro che praticavano ogni settimana sia un’elevata attività aerobica sia esercizi di potenziamento muscolare.
Il messaggio è chiaro: la salute trae beneficio da un programma equilibrato. L’attività aerobica migliora la capacità cardiorespiratoria, sostiene il metabolismo e favorisce la circolazione. L’allenamento di forza, invece, aiuta a preservare massa muscolare, potenza, equilibrio e autonomia, aspetti particolarmente importanti con l’avanzare dell’età.
Non si tratta dunque di scegliere tra camminare e sollevare pesi, tra correre e fare squat. La combinazione sembra essere la strategia più vantaggiosa. Anche esercizi semplici, se eseguiti con regolarità e in modo adeguato alle proprie condizioni fisiche, possono contribuire a costruire una routine protettiva.
Che cosa si intende per allenamento di resistenza
L’allenamento di resistenza, o allenamento di forza, comprende tutte le attività in cui i muscoli lavorano contro un carico. Il carico può essere rappresentato da manubri, bilancieri, macchine da palestra, elastici oppure dal peso del corpo.
Rientrano in questa categoria movimenti come affondi, squat, flessioni, trazioni, sollevamenti, spinte, piegamenti e altri esercizi che stimolano i principali gruppi muscolari. Non è quindi necessario immaginare soltanto allenamenti pesanti o riservati agli sportivi esperti. Anche una routine a corpo libero può essere considerata allenamento di forza, purché comporti uno sforzo muscolare sufficiente.
Per molte persone, 90-120 minuti alla settimana possono essere distribuiti in due o tre sessioni. Per esempio, tre allenamenti da circa 30-40 minuti permettono di raggiungere la fascia indicata dallo studio. La gradualità resta fondamentale, soprattutto per chi non è abituato a questo tipo di esercizio o ha patologie pregresse.
Il dato sul cancro e il ruolo delle quantità più basse
Un aspetto interessante riguarda il rischio di morte per cancro. In questo caso, la riduzione è stata osservata soprattutto a livelli inferiori di allenamento di forza: tra 1 e 29 minuti alla settimana il rischio risultava inferiore del 21%, mentre tra 30 e 59 minuti alla settimana era inferiore del 18%.
Questo risultato suggerisce che anche quantità contenute di potenziamento muscolare possono avere un valore, almeno in associazione con alcuni esiti di salute. Tuttavia, come sempre negli studi osservazionali, è importante interpretare i dati con prudenza: l’associazione non dimostra automaticamente un rapporto diretto di causa-effetto.
Un’indicazione pratica, non una prescrizione rigida
Il valore di questa ricerca sta anche nella sua applicabilità quotidiana. Novanta minuti alla settimana equivalgono a poco più di dodici minuti al giorno, se distribuiti su sette giorni, oppure a tre sedute da mezz’ora. Centoventi minuti corrispondono a due ore complessive, una quantità realistica per molte persone.
Il messaggio non è quello di allenarsi fino allo sfinimento, ma di introdurre con costanza esercizi che mantengano i muscoli attivi e forti. Con l’età, la massa muscolare tende naturalmente a diminuire. Contrastare questo processo può favorire autonomia, stabilità, prevenzione delle cadute e migliore qualità della vita.
Prima di iniziare un programma intenso, soprattutto in presenza di malattie cardiovascolari, disturbi neurologici, problemi articolari o lunga inattività, è opportuno chiedere consiglio a un medico o a un professionista dell’esercizio fisico. Ma il quadro generale che emerge è incoraggiante: la longevità non dipende solo da grandi prestazioni sportive. A fare la differenza può essere una routine sostenibile, regolare e ben bilanciata, in cui forza e movimento aerobico lavorano insieme.
Leggia anche:
Al Monaldi di Napoli il primo intervento in Italia di sostituzione della valvola tricuspide dalla giugulare
PreSa Weekly – 5 Giugno 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Bambini al mare, sì ma con le giuste precauzioni
Bambini, GenitorialitàIctus, una stimolazione del midollo migliora movimento di braccio e mano
Anziani, Ricerca innovazioneLa stimolazione elettrica del midollo spinale, realizzata attraverso un piccolo dispositivo impiantabile, potrebbe aprire una nuova strada nel recupero della mobilità del braccio e della mano nelle persone colpite da ictus. A indicarlo è uno studio clinico pilota, il primo nel suo genere, condotto presso l’Università di Pittsburgh e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine.
La ricerca ha coinvolto sette partecipanti con grave debolezza muscolare dovuta a un ictus. I risultati sono stati incoraggianti: in media, i pazienti hanno registrato un incremento del 32% della forza del braccio, accompagnato da un miglioramento complessivo della mobilità e da una riduzione della rigidità muscolare. Un dato particolarmente rilevante riguarda anche la durata dell’intervento riabilitativo: i benefici sono stati osservati con meno di nove ore di training motorio distribuite nell’arco di quattro settimane.
Secondo quanto emerso dallo studio, il trattamento non ha provocato disagio nei partecipanti né eventi avversi gravi. Questo aspetto è centrale, perché la sicurezza rappresenta uno dei passaggi fondamentali per valutare il possibile futuro utilizzo di una tecnologia di questo tipo in ambito clinico.
Come funziona la stimolazione del midollo spinale
Il progetto si basa sull’impianto di sottili elettrodi lungo il tratto cervicale del midollo spinale, cioè nella regione coinvolta nel controllo dei movimenti del braccio e della mano. La stimolazione invia segnali elettrici mirati alle fibre nervose sensitive del midollo, con l’obiettivo di potenziare la comunicazione tra il cervello e i muscoli indeboliti dall’ictus.
L’idea alla base dell’intervento non è sostituire il controllo naturale del movimento, ma rendere più efficiente ciò che resta delle connessioni tra cervello e midollo spinale. Dopo un ictus, infatti, alcune vie nervose possono essere danneggiate, ma non sempre completamente interrotte. La stimolazione elettrica punta proprio a valorizzare queste connessioni residue, aiutandole a funzionare meglio.
Marco Capogrosso, co-autore senior dello studio, ha spiegato che l’approccio è pensato per aiutare le persone a muovere meglio il braccio in tempi rapidi, anche a distanza di anni dall’ictus. Quando la stimolazione è attiva, i pazienti riescono a muoversi meglio perché il midollo spinale viene stimolato in modo da rendere più efficace la comunicazione ancora presente tra il sistema nervoso centrale e i muscoli.
Miglioramenti immediati durante la stimolazione
Uno degli elementi più interessanti dello studio riguarda la rapidità della risposta osservata nei partecipanti. Nel corso delle quattro settimane di sperimentazione, tutti hanno mostrato miglioramenti immediati della forza nel momento in cui la stimolazione veniva attivata. Questo effetto è stato riscontrato indipendentemente dalla gravità del deficit iniziale.
In altre parole, anche le persone con una compromissione importante della funzionalità dell’arto superiore hanno ottenuto un beneficio nel momento in cui il dispositivo era in funzione. La stimolazione sembra quindi agire come una sorta di supporto temporaneo al movimento, facilitando l’attivazione dei muscoli indeboliti e permettendo ai pazienti di eseguire movimenti che risultavano difficili o limitati.
Il miglioramento della forza del braccio, pari in media al 32%, rappresenta un dato significativo per una popolazione di pazienti che spesso convive con deficit motori cronici e con limitazioni importanti nelle attività quotidiane. Anche piccoli progressi nella capacità di muovere il braccio o la mano possono tradursi in una maggiore autonomia, per esempio nell’afferrare oggetti, vestirsi, mangiare o svolgere gesti semplici ma essenziali.
Ridotta anche la rigidità muscolare
Lo studio ha evidenziato anche un secondo tipo di beneficio: la riduzione della rigidità muscolare anomala. Dopo un ictus, il danno alle vie nervose può provocare alterazioni del tono muscolare, con irrigidimento dell’arto e difficoltà nel controllo dei movimenti. Questa rigidità può limitare ulteriormente la funzionalità del braccio e rendere più complessa la riabilitazione.
Nei sette partecipanti, la stimolazione del midollo spinale ha contribuito a ridurre tale rigidità. Questo risultato è importante perché il recupero motorio non dipende solo dalla forza, ma anche dalla capacità di eseguire movimenti fluidi, coordinati e meno ostacolati da contrazioni muscolari involontarie o eccessive.
La combinazione tra aumento della forza, miglioramento della mobilità e riduzione della rigidità indica che la stimolazione elettrica potrebbe agire su più aspetti del deficit motorio post ictus. Non si tratta quindi soltanto di rendere il muscolo più “forte”, ma di facilitare un movimento più efficace e controllato.
Una priorità clinica ancora aperta
L’ictus è una delle principali cause di disabilità motoria e rappresenta la principale causa di paralisi del braccio. Solo negli Stati Uniti, circa 400.000 persone ogni anno sviluppano una debolezza cronica a carico di braccio e mano dopo un episodio ischemico o emorragico.
Il recupero della funzionalità dell’arto superiore rimane una delle priorità più importanti della riabilitazione neurologica. Tuttavia, la riabilitazione standard raramente produce miglioramenti significativi nei casi cronici o nelle forme più gravi di debolezza muscolare. Molti pazienti, anche dopo mesi o anni di esercizi, continuano ad avere difficoltà nel compiere movimenti fini della mano o nel sollevare e usare il braccio in modo funzionale.
È in questo contesto che si inserisce lo studio dell’Università di Pittsburgh. I ricercatori hanno voluto verificare se la stimolazione del midollo spinale, applicata alla regione responsabile del controllo dell’arto superiore, potesse offrire un aiuto concreto ai pazienti post ictus nel recupero di braccio e mano.
Uno studio pilota, ma con risultati promettenti
La ricerca conferma che l’approccio è sicuro e fattibile, almeno nel piccolo gruppo di pazienti coinvolti. Il fatto che non siano emersi eventi avversi gravi e che l’intervento sia stato tollerato bene dai partecipanti rappresenta un punto di partenza importante.
Allo stesso tempo, si tratta di uno studio pilota: il numero di partecipanti è limitato e saranno necessari ulteriori studi clinici, più ampi e controllati, per confermare l’efficacia del trattamento, definire quali pazienti potrebbero beneficiarne di più e stabilire la durata dei miglioramenti nel tempo.
Il valore della ricerca, però, è già chiaro: dimostra che anche a distanza di anni dall’ictus potrebbe essere possibile migliorare la funzione motoria sfruttando la stimolazione elettrica del midollo spinale. Per molte persone che convivono con una debolezza cronica del braccio e della mano, questa prospettiva rappresenta un segnale di speranza e un nuovo campo di sviluppo per la riabilitazione neurologica.
Leggia anche:
Microbioma, centralina della nostra salute
CAR-T e trapianto di rene: una nuova strada per i pazienti più difficili da abbinare
Ricerca innovazione, PrevenzioneUn risultato definito pionieristico apre nuove prospettive per i pazienti con insufficienza renale terminale che, pur essendo in lista d’attesa da anni, non riuscivano a ricevere un trapianto a causa della quasi impossibilità di trovare un donatore compatibile. Due pazienti considerati particolarmente difficili da abbinare hanno infatti potuto ricevere un rene dopo essere stati trattati con una strategia innovativa basata sulla terapia CAR-T, una tecnologia già nota in oncologia e ora sperimentata in un ambito diverso: la medicina dei trapianti.
Il trial clinico è stato condotto all’Università della Pennsylvania e i risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Al centro dello studio vi è un problema molto concreto: alcuni pazienti in attesa di trapianto sviluppano anticorpi capaci di attaccare la maggior parte degli organi disponibili, rendendo estremamente alto il rischio di rigetto. Per queste persone, la lista d’attesa può trasformarsi in un percorso lungo, incerto e spesso senza una reale prospettiva di soluzione.
Che cosa significa essere “altamente sensibilizzati”
Nel linguaggio dei trapianti, alcuni pazienti vengono definiti “altamente sensibilizzati”. Significa che il loro sistema immunitario ha sviluppato livelli molto elevati di anticorpi diretti contro caratteristiche presenti nei tessuti di molti potenziali donatori. Questi anticorpi possono formarsi in seguito a precedenti trapianti, trasfusioni, gravidanze o altri eventi che espongono l’organismo a cellule non proprie.
Il rischio è che, al momento del trapianto, il sistema immunitario riconosca il nuovo rene come una minaccia e lo attacchi rapidamente. Per misurare quanto sia difficile trovare un donatore compatibile si utilizza un parametro chiamato cPRA, acronimo di Calculated Panel Reactive Antibody. Più il valore è elevato, più ampia è la quota di donatori potenzialmente incompatibili. Nei casi più complessi, il paziente può risultare incompatibile con quasi tutti i reni disponibili.
Questa condizione rappresenta una delle grandi barriere della trapiantologia moderna. Anche quando esistono programmi di abbinamento, priorità nelle liste e strategie di desensibilizzazione, alcuni pazienti restano comunque esclusi dalla possibilità concreta di ricevere un organo.
Il ruolo innovativo della terapia CAR-T
La terapia CAR-T consiste nel prelevare cellule immunitarie del paziente, modificarle in laboratorio e reinfonderle nell’organismo affinché riconoscano e colpiscano bersagli specifici. È una tecnica che ha già cambiato il trattamento di alcune malattie del sangue, ma il suo utilizzo per favorire un trapianto di rene rappresenta un passaggio particolarmente innovativo.
In questo studio clinico di Fase I, i ricercatori hanno valutato se due tipi di cellule CAR-T potessero eliminare in modo selettivo le cellule immunitarie responsabili della produzione degli anticorpi anti-donatore. L’obiettivo era ridurre drasticamente gli anticorpi circolanti e, in un certo senso, “resettare” una parte della risposta immunitaria che impediva il trapianto.
La logica è semplice da spiegare, ma estremamente complessa da realizzare: se gli anticorpi dannosi rendono incompatibile il rene di un donatore, eliminare le cellule che producono quegli anticorpi può trasformare un paziente quasi impossibile da abbinare in un candidato finalmente trapiantabile.
Due pazienti trattati e due trapianti riusciti
I due pazienti coinvolti nello studio erano in lista d’attesa da anni. Entrambi presentavano una condizione immunologica tale da rendere molto difficile individuare un donatore compatibile. Dopo la desensibilizzazione basata sulla terapia CAR-T, i ricercatori hanno osservato una forte riduzione degli anticorpi ritenuti responsabili del possibile rigetto.
Questo cambiamento ha permesso di riaprire la ricerca di donatori compatibili. Il risultato è stato significativo: entrambi i pazienti hanno ricevuto con successo un trapianto di rene. Ad oggi, nessuno dei due ha mostrato segni di rigetto dell’organo, un dato che rende lo studio particolarmente incoraggiante pur restando all’interno di una fase ancora iniziale della ricerca clinica.
Ali Naji, tra gli autori dello studio, ha sottolineato il valore della scoperta spiegando che si tratta della prima dimostrazione del possibile impiego delle cellule CAR-T per aiutare pazienti che in precedenza non avevano alcuna possibilità concreta di ricevere un rene da un donatore compatibile. Per chi vive da anni in lista d’attesa, questo approccio potrebbe rappresentare un cambiamento radicale.
Una possibile svolta, ma ancora da confermare
Il risultato non deve essere letto come una cura già disponibile per tutti, ma come un primo passo molto promettente. Lo studio è di Fase I, quindi ha come obiettivo principale la valutazione della sicurezza e della fattibilità del trattamento. Il numero di pazienti coinvolti è molto ridotto, e proprio per questo saranno necessari nuovi studi, con gruppi più ampi, per capire quanto la strategia sia efficace, sicura e riproducibile.
Le prossime fasi della sperimentazione valuteranno dosi più elevate di cellule CAR-T e coinvolgeranno un numero maggiore di pazienti. Sarà fondamentale osservare non solo la capacità di ridurre gli anticorpi, ma anche la durata dell’effetto, il rischio di infezioni, la stabilità del rene trapiantato nel tempo e l’eventuale comparsa di complicanze legate alla manipolazione profonda del sistema immunitario.
La prudenza è necessaria, ma il valore scientifico dello studio è evidente. Per la prima volta, una tecnologia nata per indirizzare il sistema immunitario contro bersagli specifici viene usata con successo per rimuovere un ostacolo che impediva il trapianto.
Migliaia di pazienti potrebbero beneficiare di nuove opzioni
L’insufficienza renale terminale obbliga molti pazienti alla dialisi, una terapia salvavita ma pesante, che incide profondamente sulla qualità della vita. Il trapianto di rene resta, per molti, la possibilità migliore per recuperare autonomia, ridurre complicanze e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia, i pazienti altamente sensibilizzati sono spesso quelli che attendono più a lungo e che hanno meno probabilità di trovare un organo compatibile.
Per questo motivo, una strategia capace di abbassare in modo mirato gli anticorpi anti-donatore potrebbe aprire nuove opportunità a una popolazione finora penalizzata. Non si tratta soltanto di aumentare il numero dei trapianti, ma di offrire una possibilità concreta proprio a chi era rimasto ai margini delle opzioni disponibili.
La terapia CAR-T applicata alla desensibilizzazione immunologica potrebbe quindi diventare, se confermata da ulteriori studi, uno strumento in grado di cambiare il percorso clinico di migliaia di persone ogni anno. Il traguardo finale sarà rendere il trapianto accessibile anche a pazienti che fino a poco tempo fa venivano considerati quasi impossibili da abbinare.
Un nuovo capitolo nella medicina dei trapianti
Lo studio dell’Università della Pennsylvania segna un passaggio importante perché unisce due campi ad alta complessità: l’immunoterapia cellulare e la trapiantologia. La possibilità di riprogrammare il sistema immunitario non solo per combattere una malattia, ma anche per rendere possibile un organo nuovo, apre una prospettiva di grande interesse.
Per ora, i dati riguardano due pazienti e devono essere confermati. Tuttavia, il successo dei trapianti e l’assenza di segni di rigetto osservata finora indicano una direzione scientifica promettente. La ricerca dovrà stabilire quanto questo approccio possa essere esteso, quali pazienti possano beneficiarne maggiormente e quali siano i limiti di sicurezza da rispettare.
La strada è ancora lunga, ma il messaggio è chiaro: anche per i pazienti che sembravano non avere più possibilità realistiche di ricevere un rene compatibile, la ricerca sta iniziando a costruire nuove alternative. In questo senso, la terapia CAR-T potrebbe diventare non solo una tecnologia oncologica, ma anche una nuova chiave per superare alcune delle barriere più difficili nel trapianto di organi.
Leggi anche:
Miele dello sballo, cos’è e perché è così pericoloso
Operata al cervello da sveglia: l’intelligenza artificiale traduce in tempo reale
Ricerca innovazioneAd Ancona una paziente di 19 anni, di lingua spagnola e residente nell’Anconetano, è stata sottoposta a un delicato intervento neurochirurgico al cervello mentre era sveglia e collaborante. L’operazione aveva l’obiettivo di rimuovere una massa tumorale benigna localizzata nel lobo temporale sinistro del cranio, un’area particolarmente importante perché collegata a funzioni complesse come linguaggio e memoria.
La giovane non è stata sottoposta ad anestesia totale, ma solo ad anestesia locale per il controllo del dolore. Questa scelta ha permesso all’equipe medica di monitorare in tempo reale le sue risposte durante le diverse fasi dell’intervento. La paziente è rimasta vigile, cosciente e in grado di collaborare, consentendo ai professionisti presenti in sala operatoria di verificare costantemente che le funzioni cognitive e linguistiche fossero preservate.
A rendere l’intervento ancora più innovativo è stato il supporto dell’intelligenza artificiale, utilizzata per la traduzione simultanea. La tecnologia ha permesso di superare la barriera linguistica e di garantire una comunicazione efficace con la paziente, che parla spagnolo.
Il ruolo decisivo della traduzione simultanea
Durante l’operazione, la comunicazione con la giovane ha rappresentato un elemento fondamentale. Proprio per questo è stato utilizzato un sistema di traduzione simultanea messo a punto dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Macerata, diretto dal professor Emanuele Frontoni. In sala operatoria era presente anche l’ingegner Marco Contigiani, a supporto della parte tecnologica.
Il traduttore simultaneo ha permesso alla paziente di ricevere indicazioni nella propria lingua e di rispondere agli stimoli richiesti dal personale sanitario. L’obiettivo era preservare la funzione del linguaggio, monitorando passo dopo passo la correttezza delle risposte e l’eventuale comparsa di difficoltà.
Nel corso di una delle fasi operatorie, alla ragazza sono stati sottoposti diversi test, anche di tipo mnemonico. Tra questi, la ripetizione dei numeri da 1 a 10 e dei giorni della settimana nella sua lingua. Le indicazioni venivano riportate dal sistema di traduzione simultanea in spagnolo, così da consentire alla paziente di comprendere perfettamente le richieste e ai medici di valutare con precisione le sue risposte.
I test su linguaggio e memoria durante l’operazione
Oltre agli esercizi più semplici, la giovane ha dovuto riconoscere immagini, anche presentate a gruppi, ricordarne la terminologia e rispondere in modo coerente agli stimoli proposti. Si tratta di prove fondamentali in questo tipo di interventi, perché permettono ai neurochirurghi e alla neuropsicologa di capire se, durante la rimozione della massa, vi siano alterazioni del linguaggio, della memoria o di altre funzioni cognitive.
La paziente è stata sostenuta durante l’intervento dalla neuropsicologa Silvia Bonifazi e dalla mediatrice culturale Michela Fiorani. La loro presenza ha avuto un valore essenziale, non solo sul piano tecnico e comunicativo, ma anche su quello umano. La ragazza è infatti rimasta in contatto visivo, vocale ed epidermico con le figure incaricate di accompagnarla durante l’intera procedura.
Questa vicinanza ha contribuito a creare un clima di fiducia e serenità, indispensabile in un intervento così complesso. La collaborazione della paziente era infatti parte integrante dell’operazione: ogni risposta, ogni parola pronunciata, ogni immagine riconosciuta forniva informazioni preziose all’equipe.
Una squadra multidisciplinare in sala operatoria
L’intervento, perfettamente riuscito, è stato effettuato dall’equipe della Divisione di Neurochirurgia dell’Azienda ospedaliero universitaria delle Marche, diretta dal dottor Roberto Trignani. In sala operatoria ha lavorato un team multidisciplinare affiatato, composto da professionisti con competenze diverse ma integrate.
Tra i protagonisti dell’operazione figurano i neurochirurghi Stefano Vecchioni e Roberta Benigni, il neuroanestesista Edoardo Barboni, la neuropsicologa Silvia Bonifazi, i tecnici di Neurofisiologia e gli infermieri dedicati del blocco operatorio. A loro si sono affiancati la mediatrice culturale Michela Fiorani e il supporto ingegneristico legato al sistema di traduzione simultanea.
La riuscita dell’intervento è stata il risultato di un lavoro condiviso, costruito nei mesi precedenti attraverso diversi passaggi preparatori. Non si è trattato soltanto di arrivare in sala operatoria con una tecnologia pronta all’uso, ma di predisporre ogni dettaglio affinché la paziente potesse affrontare l’operazione nelle migliori condizioni possibili.
Una preparazione lunga mesi
All’intervento si è arrivati dopo vari step. Nei mesi scorsi la paziente è stata preparata anche sotto il profilo psicologico, un aspetto essenziale quando si affronta un’operazione al cervello da svegli. Restare coscienti durante una procedura neurochirurgica richiede infatti una forte collaborazione, ma anche un ambiente capace di ridurre al minimo ansia e paura.
Parallelamente, si sono svolte riunioni tra gli addetti ai lavori e la parte ingegneristica per affinare l’utilizzo della tecnologia. L’obiettivo era rendere il sistema di traduzione simultanea realmente funzionale alle esigenze della sala operatoria, dove ogni passaggio deve essere rapido, preciso e coordinato.
Il giorno dell’intervento, la 19enne è stata messa a suo totale agio, circondata da un clima di serenità. È rimasta sempre sveglia, permettendo a neurochirurghi, neuropsicologa, neuroanestesista e al resto del personale sanitario di operare con estrema efficacia.
Due mondi separati da una tenda
Dopo la fase preparatoria, in sala operatoria è stata montata una tenda che ha diviso due aree distinte. Da una parte si trovava l’area del cranio, con la zona anatomica su cui i neurochirurghi dovevano intervenire per rimuovere la massa benigna. Dall’altra parte c’era la dimensione funzionale e relazionale della paziente, rimasta in contatto con la mediatrice culturale e con la neuropsicologa.
Questa separazione ha permesso di proteggere il campo operatorio e, allo stesso tempo, di mantenere viva la comunicazione con la giovane. Mentre l’equipe chirurgica lavorava sulla rimozione della massa, la paziente continuava a interagire, rispondere, riconoscere immagini e svolgere gli esercizi richiesti.
L’intervento rappresenta un esempio significativo di integrazione tra competenza medica, attenzione psicologica, mediazione culturale e innovazione tecnologica. L’uso dell’intelligenza artificiale per la traduzione simultanea ha consentito di adattare una procedura complessa alle necessità linguistiche della paziente, contribuendo a garantire sicurezza, precisione e continuità nella comunicazione.
Un risultato importante per la neurochirurgia
La riuscita dell’operazione conferma l’importanza del lavoro multidisciplinare e dell’innovazione applicata alla medicina. In un contesto delicato come quello della chirurgia cerebrale da svegli, la possibilità di dialogare con la paziente nella sua lingua assume un valore decisivo.
Il caso della 19enne operata ad Ancona mostra come tecnologia e competenze umane possano procedere insieme. Da un lato, l’intelligenza artificiale ha offerto uno strumento concreto per tradurre in tempo reale. Dall’altro, la presenza della neuropsicologa, della mediatrice culturale, dei neurochirurghi, del neuroanestesista, dei tecnici e degli infermieri ha garantito un’assistenza completa, attenta e personalizzata.
L’intervento si è concluso positivamente e la massa tumorale benigna è stata rimossa. Per la giovane paziente, la procedura ha significato affrontare un momento complesso restando sempre parte attiva del percorso chirurgico. Per l’Azienda ospedaliero universitaria delle Marche e per l’Università di Macerata, si tratta di un’esperienza che evidenzia il valore della collaborazione tra medicina, ricerca tecnologica e cura della persona.
Leggi anche:
Cos’è e perché è pericoloso il “miele dello sballo”