Tempo di lettura: 3 minutiQuando arrivano le temperature più alte, l’attenzione si concentra quasi sempre su idratazione, ombra, aria condizionata e fasce orarie da evitare. C’è però un aspetto meno raccontato, ma molto importante per la salute: il rapporto tra caldo e farmaci.
Il problema non riguarda soltanto la corretta conservazione dei medicinali. Alcune terapie, infatti, possono influenzare il modo in cui l’organismo reagisce alle alte temperature, soprattutto durante le ondate di calore. In queste condizioni possono aumentare il rischio di disidratazione, cali di pressione, vertigini, confusione o peggioramento di patologie già presenti.
Questo non significa che i farmaci siano pericolosi o che vadano sospesi. Al contrario, interrompere una terapia senza indicazione medica può essere molto rischioso. Significa, piuttosto, che nei mesi estivi serve maggiore attenzione, in particolare per anziani, persone fragili, malati cronici e pazienti che assumono più medicinali ogni giorno.
Perché il caldo mette sotto stress l’organismo
Il corpo mantiene stabile la propria temperatura attraverso sudorazione, vasodilatazione, aumento della sete e adattamenti della pressione e del ritmo cardiaco. Quando il caldo è intenso e prolungato, soprattutto se accompagnato da umidità elevata, questi meccanismi possono andare in difficoltà.
Il caldo estremo può aggravare condizioni cardiovascolari, respiratorie, metaboliche, renali e neurologiche, oltre ad aumentare il rischio di disidratazione e colpo di calore. Anche per questo il Ministero della Salute ha attivato per l’estate 2026 i bollettini sulle ondate di calore, pubblicati dal 25 maggio al 20 settembre con previsioni a 24, 48 e 72 ore per 27 città italiane.
Le terapie che possono aumentare la sensibilità al caldo
Alcuni farmaci possono interferire con termoregolazione, sudorazione, pressione arteriosa o equilibrio idro-elettrolitico. Tra questi rientrano antipertensivi e diuretici, che possono favorire ipotensione o perdita di liquidi e sali minerali; antidepressivi, antipsicotici, ansiolitici e antistaminici, che possono ridurre vigilanza o sudorazione; antiparkinsoniani e antiepilettici, che possono aumentare vertigini, confusione o sonnolenza. Anche alcuni medicinali usati per nausea, vomito, disturbi gastrointestinali o incontinenza possono avere effetti anticolinergici e contribuire a squilibri dell’organismo.
Il caldo può sommarsi agli effetti della terapia. Una persona che assume farmaci per la pressione può avvertire più facilmente capogiri nelle giornate torride. Chi prende diuretici può perdere più liquidi. Chi usa medicinali che riducono la sudorazione può disperdere calore con maggiore difficoltà.
La terapia non va mai sospesa da soli
Il rischio più grande è arrivare alla conclusione sbagliata: “fa caldo, quindi sospendo il farmaco”. È un errore. Le terapie non devono essere modificate autonomamente. Eventuali aggiustamenti vanno valutati dal medico, soprattutto in caso di età avanzata, cardiopatie, diabete, insufficienza renale o assunzione di molti farmaci.
La scelta più prudente è prevenire: controllare più spesso pressione e sintomi, bere in modo adeguato salvo diverse indicazioni mediche, evitare esposizioni prolungate al sole e chiedere consiglio al medico o al farmacista in caso di dubbi.
Anche la conservazione conta
Il caldo può alterare anche i medicinali. Se nel foglietto illustrativo non sono indicate condizioni particolari, i farmaci vanno conservati in luogo fresco e asciutto, generalmente sotto i 25 °C. Vanno evitati auto parcheggiate al sole, borse lasciate all’aperto, davanzali, stanze molto umide e bagni.
Alcuni prodotti sono più sensibili agli sbalzi termici: insulina, farmaci per la tiroide, contraccettivi e medicinali a base ormonale richiedono particolare attenzione. L’insulina, per esempio, va conservata in frigorifero tra 2 e 8 °C. In viaggio è utile usare contenitori termici quando necessario, evitare il bagagliaio dell’auto e portare i farmaci salvavita nel bagaglio a mano insieme alla prescrizione. Le confezioni originali aiutano a proteggere da luce e umidità e riducono il rischio di confondere dosaggi o scadenze.
I segnali da non ignorare
Durante le giornate più calde, chi assume terapie croniche dovrebbe prestare attenzione a sete intensa, bocca secca, forte debolezza, crampi, vertigini, svenimento, pressione molto bassa, confusione, sonnolenza insolita, battito accelerato o riduzione importante della diuresi.
Questi sintomi non vanno banalizzati, soprattutto negli anziani e nelle persone fragili. In caso di dubbi è bene contattare il medico, il farmacista o i servizi sanitari, evitando modifiche fai-da-te della terapia. Dal 22 giugno all’11 settembre 2026 è attivo anche il numero di pubblica utilità 1500 “Proteggiamoci dal caldo”.
La prevenzione inizia prima dell’emergenza
Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Per una persona in buona salute può essere un disagio temporaneo; per chi vive solo, è anziano, ha patologie croniche o assume più farmaci, può diventare un fattore di rischio concreto.
Nei giorni da bollino arancione o rosso è utile programmare le attività nelle ore più fresche, mantenere la casa ventilata, bere regolarmente, evitare alcol e pasti pesanti, indossare abiti leggeri e controllare le persone fragili che vivono sole. Ma è altrettanto importante verificare dove sono conservati i medicinali, leggere il foglietto illustrativo e chiedere indicazioni quando una terapia può aumentare la sensibilità al caldo.
L’estate non deve diventare un motivo di paura, ma richiede consapevolezza. I farmaci servono a curare e proteggere: proprio per questo, quando le temperature salgono, vanno assunti, conservati e monitorati con ancora più attenzione.
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PreSa Weekly – 3 Luglio 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Zanzare: il rischio Dengue e West Nile
NewsPer anni le zanzare sono state associate soprattutto alle notti disturbate, al prurito delle punture, agli spray repellenti e alle zanzariere. Oggi, però, il tema ha assunto un significato diverso. Le zanzare sono entrate stabilmente nel linguaggio della sanità pubblica, perché possono trasmettere virus che fino a poco tempo fa venivano percepiti come lontani, legati ai viaggi tropicali o alla medicina dei viaggiatori.
Dengue, West Nile, Chikungunya, Zika e Usutu non sono più nomi esotici. Sono infezioni sottoposte a sorveglianza anche in Italia, insieme ad altre arbovirosi trasmesse da vettori come zanzare, zecche e flebotomi. Questo non significa vivere l’estate con paura, ma comprendere che ambiente, clima, viaggi internazionali e salute sono sempre più collegati.
I dati del 2026: niente allarmismi, ma attenzione
I numeri più recenti non giustificano allarmismi, ma spiegano perché il fenomeno debba essere seguito con continuità. Secondo l’aggiornamento dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato l’11 giugno 2026, dal 1° gennaio al 31 maggio in Italia sono stati confermati 155 casi di Dengue, tutti associati a viaggi all’estero e senza decessi. Nello stesso periodo sono stati segnalati 13 casi confermati di Chikungunya, anche questi importati, e 3 casi di Zika virus.
Per West Nile la sorveglianza segue un canale specifico. L’ECDC, nel report aggiornato al 24 giugno 2026, indicava tre casi umani in Europa dall’inizio dell’anno: due in Italia e uno in Macedonia del Nord. Sono dati preliminari, destinati a evolvere con l’avanzare della stagione calda.
Il fatto che molti casi siano ancora importati non riduce l’importanza della prevenzione. Il meccanismo è semplice: una persona può infettarsi durante un viaggio, rientrare in Italia mentre il virus è presente nel sangue e, se punta da una zanzara competente, contribuire all’avvio di una trasmissione locale.
Dengue e West Nile: due infezioni diverse
Dengue e West Nile vengono spesso nominate insieme, ma non sono la stessa malattia. La Dengue è trasmessa dalle zanzare del genere Aedes. Il vettore principale è Aedes aegypti, ma anche Aedes albopictus, la zanzara tigre, può trasmettere l’infezione. Non esiste contagio diretto tra esseri umani: la zanzara punge una persona infetta e, dopo alcuni giorni, può trasmettere il virus a un’altra persona.
La West Nile, invece, ha un ciclo naturale che coinvolge soprattutto uccelli selvatici e zanzare, in particolare del genere Culex. L’uomo può infettarsi con la puntura di una zanzara infetta, ma non trasmette il virus con il contatto diretto. Esistono forme rare di trasmissione tramite trasfusioni, trapianti e gravidanza, motivo per cui in estate vengono attivate misure di sicurezza per sangue, organi, tessuti e cellule.
Il ruolo del clima e dell’ambiente
Il punto non è considerare pericolosa ogni zanzara. Sarebbe scorretto. Il problema è che temperature più alte, estati più lunghe, inverni più miti e cambiamenti nelle piogge possono favorire la sopravvivenza e la diffusione dei vettori. In Europa, le stagioni di trasmissione delle malattie veicolate dalle zanzare stanno diventando più lunghe e intense.
Per questo il Piano nazionale di prevenzione e risposta alle arbovirosi include non solo la sorveglianza dei virus, ma anche quella delle specie invasive di zanzare e delle resistenze agli insetticidi. La sanità pubblica non controlla soltanto la malattia quando compare nell’uomo: osserva anche l’ambiente che può renderne possibile la diffusione.
Sintomi da riconoscere e prevenzione quotidiana
La Dengue può comparire dopo alcuni giorni dalla puntura, con febbre alta, mal di testa intenso, dolore dietro agli occhi, dolori muscolari e articolari, nausea, vomito e irritazioni cutanee. Di solito si risolve, ma raramente può diventare grave, con dolore addominale, sanguinamenti, vomito persistente e forte debolezza.
La West Nile è spesso silenziosa. La maggior parte delle persone infette non sviluppa sintomi; quando compaiono, possono essere lievi, come febbre, mal di testa, nausea, linfonodi ingrossati e sfoghi cutanei. Le forme gravi sono rare, ma possono colpire il sistema nervoso, soprattutto in anziani, persone fragili e immunodepresse.
La prevenzione comincia nei luoghi di tutti i giorni: balconi, cortili, giardini, tombini, sottovasi, grondaie, secchi e ciotole per animali. Eliminare l’acqua stagnante, usare repellenti secondo le indicazioni, installare zanzariere, coprire i contenitori d’acqua e proteggere maggiormente le persone fragili sono gesti semplici, ma efficaci solo se diventano abitudini.
Sorveglianza, non paura
Dengue e West Nile raccontano una sanità che deve intervenire prima: prima che il virus circoli, prima che un focolaio si allarghi, prima che un rischio evitabile diventi un problema collettivo. Le zanzare restano, nella maggior parte dei casi, un fastidio stagionale. Ma la loro gestione è ormai una responsabilità condivisa tra istituzioni, Comuni, servizi sanitari, veterinari, medici, donatori e cittadini.
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Cellulare in bagno, restare troppo sulla tazza può nuocere alla salute
Caldo e farmaci: perché in estate alcune terapie vanno controllate
Farmaceutica, PrevenzioneQuando arrivano le temperature più alte, l’attenzione si concentra quasi sempre su idratazione, ombra, aria condizionata e fasce orarie da evitare. C’è però un aspetto meno raccontato, ma molto importante per la salute: il rapporto tra caldo e farmaci.
Il problema non riguarda soltanto la corretta conservazione dei medicinali. Alcune terapie, infatti, possono influenzare il modo in cui l’organismo reagisce alle alte temperature, soprattutto durante le ondate di calore. In queste condizioni possono aumentare il rischio di disidratazione, cali di pressione, vertigini, confusione o peggioramento di patologie già presenti.
Questo non significa che i farmaci siano pericolosi o che vadano sospesi. Al contrario, interrompere una terapia senza indicazione medica può essere molto rischioso. Significa, piuttosto, che nei mesi estivi serve maggiore attenzione, in particolare per anziani, persone fragili, malati cronici e pazienti che assumono più medicinali ogni giorno.
Perché il caldo mette sotto stress l’organismo
Il corpo mantiene stabile la propria temperatura attraverso sudorazione, vasodilatazione, aumento della sete e adattamenti della pressione e del ritmo cardiaco. Quando il caldo è intenso e prolungato, soprattutto se accompagnato da umidità elevata, questi meccanismi possono andare in difficoltà.
Il caldo estremo può aggravare condizioni cardiovascolari, respiratorie, metaboliche, renali e neurologiche, oltre ad aumentare il rischio di disidratazione e colpo di calore. Anche per questo il Ministero della Salute ha attivato per l’estate 2026 i bollettini sulle ondate di calore, pubblicati dal 25 maggio al 20 settembre con previsioni a 24, 48 e 72 ore per 27 città italiane.
Le terapie che possono aumentare la sensibilità al caldo
Alcuni farmaci possono interferire con termoregolazione, sudorazione, pressione arteriosa o equilibrio idro-elettrolitico. Tra questi rientrano antipertensivi e diuretici, che possono favorire ipotensione o perdita di liquidi e sali minerali; antidepressivi, antipsicotici, ansiolitici e antistaminici, che possono ridurre vigilanza o sudorazione; antiparkinsoniani e antiepilettici, che possono aumentare vertigini, confusione o sonnolenza. Anche alcuni medicinali usati per nausea, vomito, disturbi gastrointestinali o incontinenza possono avere effetti anticolinergici e contribuire a squilibri dell’organismo.
Il caldo può sommarsi agli effetti della terapia. Una persona che assume farmaci per la pressione può avvertire più facilmente capogiri nelle giornate torride. Chi prende diuretici può perdere più liquidi. Chi usa medicinali che riducono la sudorazione può disperdere calore con maggiore difficoltà.
La terapia non va mai sospesa da soli
Il rischio più grande è arrivare alla conclusione sbagliata: “fa caldo, quindi sospendo il farmaco”. È un errore. Le terapie non devono essere modificate autonomamente. Eventuali aggiustamenti vanno valutati dal medico, soprattutto in caso di età avanzata, cardiopatie, diabete, insufficienza renale o assunzione di molti farmaci.
La scelta più prudente è prevenire: controllare più spesso pressione e sintomi, bere in modo adeguato salvo diverse indicazioni mediche, evitare esposizioni prolungate al sole e chiedere consiglio al medico o al farmacista in caso di dubbi.
Anche la conservazione conta
Il caldo può alterare anche i medicinali. Se nel foglietto illustrativo non sono indicate condizioni particolari, i farmaci vanno conservati in luogo fresco e asciutto, generalmente sotto i 25 °C. Vanno evitati auto parcheggiate al sole, borse lasciate all’aperto, davanzali, stanze molto umide e bagni.
Alcuni prodotti sono più sensibili agli sbalzi termici: insulina, farmaci per la tiroide, contraccettivi e medicinali a base ormonale richiedono particolare attenzione. L’insulina, per esempio, va conservata in frigorifero tra 2 e 8 °C. In viaggio è utile usare contenitori termici quando necessario, evitare il bagagliaio dell’auto e portare i farmaci salvavita nel bagaglio a mano insieme alla prescrizione. Le confezioni originali aiutano a proteggere da luce e umidità e riducono il rischio di confondere dosaggi o scadenze.
I segnali da non ignorare
Durante le giornate più calde, chi assume terapie croniche dovrebbe prestare attenzione a sete intensa, bocca secca, forte debolezza, crampi, vertigini, svenimento, pressione molto bassa, confusione, sonnolenza insolita, battito accelerato o riduzione importante della diuresi.
Questi sintomi non vanno banalizzati, soprattutto negli anziani e nelle persone fragili. In caso di dubbi è bene contattare il medico, il farmacista o i servizi sanitari, evitando modifiche fai-da-te della terapia. Dal 22 giugno all’11 settembre 2026 è attivo anche il numero di pubblica utilità 1500 “Proteggiamoci dal caldo”.
La prevenzione inizia prima dell’emergenza
Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Per una persona in buona salute può essere un disagio temporaneo; per chi vive solo, è anziano, ha patologie croniche o assume più farmaci, può diventare un fattore di rischio concreto.
Nei giorni da bollino arancione o rosso è utile programmare le attività nelle ore più fresche, mantenere la casa ventilata, bere regolarmente, evitare alcol e pasti pesanti, indossare abiti leggeri e controllare le persone fragili che vivono sole. Ma è altrettanto importante verificare dove sono conservati i medicinali, leggere il foglietto illustrativo e chiedere indicazioni quando una terapia può aumentare la sensibilità al caldo.
L’estate non deve diventare un motivo di paura, ma richiede consapevolezza. I farmaci servono a curare e proteggere: proprio per questo, quando le temperature salgono, vanno assunti, conservati e monitorati con ancora più attenzione.
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Cellulare in bagno: perché restare troppo sulla tazza può costare caro
Stili di vitaPortare il cellulare in bagno sembra un gesto innocuo. Si entra per pochi minuti, si apre una chat, si leggono le notizie, si controllano i social o si guarda un video. Poi, senza accorgersene, il tempo passa. Il problema non è lo smartphone in sé, ma l’effetto che produce: trasforma il bagno in un piccolo spazio di intrattenimento e allunga la permanenza seduti sulla tazza.
Negli ultimi anni questa abitudine è diventata comune anche tra persone giovani. Proprio per questo sta attirando una nuova attenzione da parte della ricerca, perché il tempo trascorso sul water non è un dettaglio secondario quando si parla di emorroidi, irritazione e disturbi della zona anale.
Cosa ha osservato la ricerca
Uno studio pubblicato nel 2025 su adulti sottoposti a colonscopia di screening ha osservato che circa due partecipanti su tre usavano lo smartphone sul water. Tra chi portava il telefono in bagno, oltre un terzo restava seduto più di cinque minuti per ogni accesso, una quota molto più alta rispetto a chi non usava il cellulare.
Dopo aver considerato fattori come età, sesso, indice di massa corporea, attività fisica, sforzo evacuativo e consumo di fibre, l’uso dello smartphone in bagno risultava associato a un aumento del rischio di emorroidi. Va però ricordato un punto importante: si tratta di un’associazione, non di una prova definitiva di causa-effetto. In altre parole, il dato non significa che il cellulare “causi” da solo le emorroidi, ma suggerisce che possa favorire comportamenti poco salutari, soprattutto la permanenza prolungata sulla tazza.
Perché stare troppo seduti può creare problemi
Le emorroidi sono strutture vascolari normalmente presenti nella zona anale e rettale. Possono però gonfiarsi e dare sintomi quando aumenta la pressione locale. Restare seduti a lungo sul water, soprattutto con il pavimento pelvico poco sostenuto, può favorire ristagno di sangue, congestione e irritazione.
A questo si aggiungono altri fattori noti: stitichezza, diarrea cronica, dieta povera di fibre, obesità, sedentarietà e sforzo durante l’evacuazione. Il cellulare entra in gioco perché altera la percezione del tempo. Senza telefono, il bagno resta un gesto fisiologico. Con il telefono, diventa un momento di lettura, risposta ai messaggi e scorrimento continuo di contenuti.
Il rischio di “insistere” quando non serve
Il rischio è doppio. Da un lato si rimane seduti più a lungo, aumentando la pressione nella zona anale. Dall’altro si può essere portati a insistere anche quando lo stimolo non è reale o quando l’evacuazione non arriva subito.
Questa attesa forzata può favorire spinte inutili, bruciore, irritazione, sanguinamento e peggioramento di emorroidi già presenti. Le indicazioni cliniche più recenti vanno nella stessa direzione: più fibre, meno sforzo e meno tempo sul water sono tra le prime misure utili nella gestione dei disturbi emorroidari. In presenza di sintomi nuovi, soprattutto sangue nelle feci o sulla carta igienica, è importante una valutazione medica.
Bambini e adolescenti: attenzione alla stitichezza
Il tema riguarda anche bambini e adolescenti, ma con cautela. Non ci sono prove solide che il cellulare sia da solo responsabile di un aumento delle emorroidi pediatriche. Nei più piccoli il problema passa spesso dalla stitichezza: feci dure, dolore, paura di andare in bagno, dieta povera di fibre, poca idratazione o abitudine a trattenere le feci.
Quando un bambino rimanda l’evacuazione, le feci possono diventare più dure e difficili da espellere. Questo può portare a spinte eccessive, ragadi anali, dolore e, in alcuni casi, emorroidi. Tablet e smartphone possono peggiorare il quadro perché distraggono dai segnali del corpo e trasformano il bagno in un luogo di gioco.
Le buone abitudini da recuperare
La prevenzione non richiede allarmismi, ma regole semplici. La prima è lasciare il cellulare fuori dal bagno. La seconda è non usare la tazza come una sedia: se dopo pochi minuti l’evacuazione non arriva, meglio alzarsi e riprovare più tardi.
Nei bambini sono utili routine brevi e positive, preferibilmente dopo i pasti, quando il riflesso gastro-colico può facilitare l’evacuazione. La seduta dovrebbe durare pochi minuti, con piedi appoggiati su uno sgabello, ginocchia più alte delle anche e postura corretta. Anche un timer può aiutare.
Per tutti contano le abitudini intestinali: frutta, verdura, legumi, cereali integrali, acqua a sufficienza e movimento quotidiano. Il messaggio non è demonizzare lo smartphone, ma rimettere il bagno al suo posto: un luogo per una funzione fisiologica, non per consumare contenuti digitali. Cinque minuti possono bastare. Tutto il resto, spesso, è solo scrolling.
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Tumori: avatar di laboratorio che guidano le cure su misura
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Ricerca innovazioneUn tumore in miniatura, costruito in laboratorio a partire dalle cellule del singolo paziente, sta diventando uno degli strumenti più promettenti dell’oncologia di precisione. Non si tratta di una copia simbolica, ma di un modello biologico tridimensionale capace di riprodurre molte caratteristiche del tumore originale: struttura, profilo molecolare, eterogeneità cellulare e, nei sistemi più avanzati, parte delle relazioni con il microambiente circostante. Gli organoidi tumorali, o tumoroidi, nascono da biopsie, campioni chirurgici o altri materiali biologici e vengono coltivati in condizioni che permettono alle cellule di organizzarsi nello spazio, superando i limiti delle tradizionali colture bidimensionali su piastra.
Perché i modelli 2D non bastano più
Per decenni la ricerca oncologica ha usato cellule cresciute in monostrato, utilissime ma troppo semplificate rispetto a ciò che accade nel corpo umano. Un tumore reale non è solo un accumulo di cellule maligne: è un ecosistema in cui contano ossigeno, nutrienti, matrice extracellulare, cellule immunitarie, vasi, segnali chimici e pressioni meccaniche. I modelli tridimensionali permettono di osservare meglio questi aspetti e di studiare perché un farmaco funziona in alcuni pazienti e fallisce in altri. Le revisioni scientifiche più recenti indicano che gli organoidi derivati dal paziente possono conservare caratteristiche istologiche e genetiche del tumore di partenza e diventare piattaforme utili per testare farmaci, studiare resistenze e identificare nuove vulnerabilità terapeutiche.
Il caso italiano: tumori cerebrali pediatrici
In Italia, un risultato di rilievo arriva dalla collaborazione tra Università di Trento e Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Lo studio, pubblicato nel 2026 su Nature Protocols, descrive un protocollo per generare tumoroidi da ependimoma e medulloblastoma, due tumori cerebrali pediatrici maligni tra i più comuni e aggressivi. Il modello è pensato per riprodurre la malattia a partire da campioni dei pazienti e per testare nuovi farmaci senza sperimentarli direttamente sui bambini. Il protocollo prevede la generazione dei tumoroidi in circa 28-35 giorni, seguita da fasi di amplificazione, biobanking e applicazioni di screening farmacologico.
Dalla biopsia al test dei farmaci
Il percorso è semplice da raccontare, ma complesso da realizzare. Dal tessuto prelevato vengono isolate cellule tumorali, che poi crescono in strutture tridimensionali. A quel punto il “gemello” del tumore può essere esposto a diversi farmaci o combinazioni di farmaci. La risposta osservata in laboratorio può aiutare a capire quali trattamenti meritino di essere approfonditi e quali, invece, potrebbero risultare inefficaci. Studi prospettici sul tumore colorettale metastatico hanno mostrato che gli organoidi possono predire la risposta ad alcune chemioterapie, anche se non con la stessa accuratezza per tutti i regimi terapeutici. Risultati più recenti confermano il potenziale predittivo, ma indicano anche che il passaggio alla routine ospedaliera richiede test più rapidi, economici e standardizzati.
Biostampa 3D e microambiente tumorale
Accanto agli organoidi coltivati spontaneamente, cresce l’interesse per la biostampa 3D. Questa tecnologia usa cellule e biomateriali come “inchiostri biologici” per costruire modelli più controllati, in cui è possibile disporre diversi tipi cellulari nello spazio e simulare meglio l’architettura del tumore. L’Istituto Italiano di Tecnologia ha avviato il progetto CERES, dedicato a modelli biologici tridimensionali e alla medicina personalizzata, con l’obiettivo di arrivare anche all’impiego di cellule prelevate direttamente dai pazienti. In parallelo, piattaforme microfluidiche come BACI puntano a somministrare farmaci e proteine agli organoidi con elevata precisione spaziale, aprendo prospettive per studi su tumori del fegato e del pancreas.
Promessa concreta, ma non ancora routine
La direzione è chiara: portare la biologia del singolo tumore in laboratorio prima di scegliere la terapia. Al Policlinico Gemelli, per esempio, sono stati descritti organoidi da carcinoma epatocellulare ottenuti da campioni chirurgici, con modelli vitali e stabili in oltre metà dei casi e capaci di mantenere molte caratteristiche del tumore originale. Per il cancro del pancreas, gli organoidi derivati da pazienti sono considerati strumenti importanti per studiare eterogeneità, risposta ai trattamenti, interazione tumore-stroma e risposta immunitaria.
Il traguardo, tuttavia, non è ancora raggiunto. Oggi questi avatar tumorali restano soprattutto strumenti di ricerca e di studi clinici. Servono protocolli condivisi, tempi compatibili con le decisioni terapeutiche e una migliore integrazione del microambiente immunitario. Ma la traiettoria è già tracciata: il tumore in miniatura non sostituisce il medico, né la valutazione clinica, ma può diventare un alleato per ridurre trattamenti inutili, orientare scelte più mirate e avvicinare davvero la medicina personalizzata alla pratica quotidiana.
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Sport, PrevenzioneEstate significa mare, piscina, viaggi, hotel, palestre, spogliatoi, stabilimenti balneari e luoghi affollati. Sono spazi associati al relax e al divertimento, ma anche ambienti in cui caldo, umidità, acqua condivisa e superfici comuni possono favorire la circolazione di virus, batteri e funghi.
Non si tratta di vivere la stagione con paura, ma di riconoscere i rischi più frequenti e adottare alcune regole semplici. Tra le infezioni più comuni dell’estate ci sono otiti, congiuntiviti, gastroenteriti, micosi cutanee e, in alcuni casi, infezioni delle vie urinarie. Spesso sono disturbi lievi, ma possono diventare molto fastidiosi e rovinare una vacanza, soprattutto nei bambini piccoli, negli anziani, nelle persone fragili o immunodepresse.
Otite del nuotatore: quando l’acqua resta nell’orecchio
Uno dei problemi più tipici è la cosiddetta “otite del nuotatore”, un’infiammazione del condotto uditivo esterno favorita dal ristagno di acqua nell’orecchio. Caldo e umidità possono alterare le difese naturali della pelle del condotto uditivo, creando un ambiente adatto alla proliferazione di microrganismi.
Il sintomo più caratteristico è il dolore, spesso più intenso quando si tocca il padiglione auricolare o si preme la zona davanti all’orecchio. Possono comparire anche prurito, sensazione di orecchio tappato, secrezioni e riduzione dell’udito. Asciugare bene le orecchie dopo il bagno, evitare manovre aggressive con cotton fioc e non immergersi in acque visibilmente sporche sono accorgimenti semplici ma importanti.
Occhi rossi e congiuntiviti: attenzione a mani e asciugamani
Anche gli occhi meritano attenzione. Congiuntiviti e irritazioni oculari sono frequenti in estate, soprattutto dopo giornate in piscina, al mare o in ambienti molto frequentati. Occhi rossi, bruciore, lacrimazione, secrezione e sensazione di sabbia nell’occhio possono indicare un’infiammazione o un’infezione.
Il rischio aumenta se ci si strofina gli occhi con mani non pulite, se si condividono asciugamani o se le lenti a contatto vengono usate in modo scorretto. In presenza di dolore intenso, forte sensibilità alla luce, peggioramento della vista o arrossamento marcato, è bene evitare il fai da te e chiedere rapidamente un parere medico.
Gastroenteriti: acqua, viaggi e igiene delle mani
Le gastroenteriti sono un altro capitolo importante. In piscina, nei laghi o in mare, ingerire accidentalmente acqua contaminata può esporre a virus, batteri o parassiti. Il cloro riduce molti rischi, ma non rende l’acqua sterile e non agisce sempre subito su tutti i microrganismi.
Per questo è fondamentale non entrare in acqua se si ha diarrea, evitare di ingoiare acqua durante il bagno, fare la doccia prima di entrare in piscina e curare l’igiene delle mani, soprattutto con i bambini. Anche viaggi e spostamenti possono aumentare l’esposizione: bagni pubblici, mezzi di trasporto, superfici condivise e cambi di ambiente rendono più facile il contatto con microrganismi.
Il gesto più efficace resta spesso il più semplice: lavarsi le mani con acqua e sapone, dopo essere stati in bagno, prima di mangiare, prima di toccarsi il viso e prima di maneggiare oggetti personali. Quando non è possibile, un gel igienizzante può essere utile, senza però sostituire del tutto il lavaggio.
Micosi e spazi comuni: piedi e pelle da proteggere
Funghi e lieviti trovano condizioni favorevoli negli ambienti caldi e umidi. Spogliatoi, docce comuni, bordi piscina, tappetini, saune, scarpe chiuse e costumi bagnati indossati a lungo possono favorire la comparsa di micosi.
Il piede d’atleta, ad esempio, può manifestarsi con prurito, desquamazione, arrossamento, fissurazioni tra le dita e cattivo odore. Indossare ciabatte negli spazi comuni, asciugare bene i piedi, cambiare costume e indumenti bagnati, non condividere asciugamani e mantenere la pelle asciutta sono misure semplici ma efficaci.
I segnali da non sottovalutare
Il punto non è rinunciare a mare e piscina, ma evitare leggerezze. Portare il proprio asciugamano, non camminare scalzi negli spogliatoi, rispettare le regole degli impianti balneari, curare l’igiene delle mani e non condividere oggetti personali sono gesti quotidiani che aiutano a proteggere la salute.
Alcuni segnali richiedono però attenzione: febbre alta, diarrea persistente, sangue nelle feci, segni di disidratazione, dolore forte all’orecchio, secrezioni, peggioramento dell’udito, occhi molto arrossati, dolore oculare, fastidio alla luce o alterazioni della vista. In questi casi è opportuno rivolgersi al medico, soprattutto se i sintomi riguardano bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza o persone con patologie croniche.
L’estate resta una stagione di libertà. La prevenzione non richiede allarmismi, ma attenzione ai dettagli: una doccia comune, un bagno in piscina o un asciugamano condiviso possono sembrare gesti banali, ma spesso sono proprio i piccoli comportamenti a fare la differenza.
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Notti tropicali, così l’insonnia mette a rischio la nostra salute
Notti tropicali e insonnia: quando il caldo rovina il sonno e mette a rischio la salute
Benessere, NewsDormire male durante l’estate non è un semplice fastidio stagionale. Quando le temperature restano elevate anche dopo il tramonto, l’organismo fatica a recuperare e il riposo perde qualità. Le cosiddette “notti tropicali”, sempre più frequenti durante le ondate di calore, possono trasformare il sonno in una sequenza di risvegli, sudorazione e stanchezza accumulata.
Il problema non riguarda soltanto il comfort. Una notte insonne o frammentata può incidere sulla lucidità, sull’umore, sulla pressione arteriosa, sulla capacità di concentrazione e sulla sicurezza alla guida o sul lavoro. Il giorno successivo, il corpo riparte già affaticato.
Perché il sonno soffre quando la stanza è troppo calda
Il sonno è una funzione biologica essenziale. Non serve solo a “riposare”, ma contribuisce alla regolazione del metabolismo, della memoria, dell’equilibrio emotivo e del sistema cardiovascolare. Per addormentarsi e mantenere un sonno profondo, il corpo deve abbassare leggermente la propria temperatura interna.
Se la camera resta troppo calda, questo processo diventa più difficile. Si suda di più, ci si gira nel letto, aumentano i risvegli e diminuisce la qualità del riposo. Le temperature notturne elevate sono associate a una riduzione della durata del sonno e a una maggiore probabilità di dormire meno del necessario, soprattutto nei mesi estivi.
Chi rischia di più
Le conseguenze del caldo notturno possono essere più rilevanti per anziani, bambini, persone fragili, pazienti con patologie croniche e chi assume farmaci che interferiscono con pressione arteriosa, sudorazione o capacità dell’organismo di adattarsi alle alte temperature.
In questi casi l’insonnia estiva non dovrebbe essere considerata inevitabile. Se il sonno resta compromesso per più giorni, oppure compaiono stanchezza intensa, confusione, palpitazioni, capogiri o peggioramento di una malattia già presente, è importante non minimizzare e parlarne con il medico.
Condizionatore sì, ma usato bene
Il condizionatore non va demonizzato. Può essere un alleato importante, soprattutto nelle abitazioni molto calde e per le persone più vulnerabili. Il problema nasce quando viene impostato a temperature troppo basse, quando il getto d’aria è diretto sul corpo o quando si creano sbalzi termici eccessivi rispetto all’esterno.
Una temperatura tra 25 e 27 gradi, con un basso tasso di umidità, è generalmente sufficiente per favorire il benessere ed evitare bruschi cambiamenti termici. L’obiettivo non è trasformare la stanza in un ambiente freddo, ma renderla più vivibile e stabile durante la notte.
Ventilatore e finestre: gli errori più comuni
Anche il ventilatore richiede attenzione. Può migliorare la circolazione dell’aria e dare sollievo, ma non dovrebbe essere puntato direttamente sul corpo per tutta la notte. Inoltre, quando l’ambiente è molto caldo, limitarsi a muovere aria calda può non bastare, soprattutto per anziani e persone con malattie croniche.
Un altro errore frequente è aprire le finestre nelle ore più calde pensando di rinfrescare la casa. Se fuori la temperatura è superiore a quella interna, si rischia invece di far entrare aria calda. Meglio schermare le stanze durante il giorno con tende, persiane e tapparelle, e favorire il ricambio d’aria nelle ore serali o notturne, quando l’esterno è più fresco.
Proteggere il sonno significa proteggere la salute
Raffrescare la stanza prima di dormire, ridurre le fonti di calore interne, spegnere luci e dispositivi inutili, usare biancheria leggera e traspirante e mantenere una routine serale regolare sono accorgimenti semplici ma utili.
L’estate impone di ripensare la prevenzione anche di notte. Si parla spesso dei rischi del caldo durante il giorno, ma le temperature elevate notturne possono impedire all’organismo di recuperare. Proteggere il sonno significa proteggere la salute: una notte passata male può tradursi in meno lucidità, più fragilità e maggiore rischio per sé e per gli altri.
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Leucemia linfatica cronica, nuova cura rimborsata per i pazienti resistenti alle terapie
FarmaceuticaPer i pazienti adulti con leucemia linfatica cronica recidivante o refrattaria arriva una nuova possibilità di cura rimborsata dal Servizio sanitario nazionale: il principio attivo pirtobrutinib, primo inibitore di BTK non covalente e reversibile disponibile per questa indicazione nei pazienti già trattati con un inibitore di BTK. La rimborsabilità è stata stabilita da Aifa per gli adulti con LLC recidivante o refrattaria precedentemente trattati con un inibitore di BTK.
La notizia riguarda da vicino anche la Campania, dove si registrano circa 250 nuove diagnosi ogni anno. “Nel nostro ospedale ne vediamo circa 40 l’anno”, spiega Giuliana Farina, dirigente ematologo dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e presidente del gruppo CLL Campania, coordinamento che riunisce 13 centri specialistici regionali.
Il peso della malattia in Campania
Nell’ambulatorio dedicato alla LLC dell’Azienda ospedaliera di Caserta sono seguiti circa 100 pazienti in terapia di prima e seconda linea e circa 200 in osservazione attiva. Per chi va incontro a recidiva o non risponde più ai trattamenti disponibili, la nuova opzione rappresenta un passaggio molto rilevante.
La leucemia linfatica cronica è tra le forme più frequenti di leucemia nell’adulto e rappresenta circa il 30% di tutte le leucemie. In Italia le nuove diagnosi annue sono stimate intorno a 2.800-3.000 casi; la sopravvivenza a cinque anni è oggi elevata, anche grazie ai progressi delle terapie mirate.
Una terapia orale per chi ha esaurito le alternative
Fino a oggi, i pazienti refrattari sia agli inibitori covalenti di BTK sia alle terapie anti-BCL2 avevano poche possibilità terapeutiche. La nuova cura si inserisce proprio in questo spazio clinico: pazienti già trattati, spesso anziani, che hanno bisogno di una terapia efficace, tollerabile e gestibile anche fuori dall’ospedale.
Il trattamento è orale, quindi può essere assunto a domicilio, riducendo la necessità di accessi frequenti in reparto. Secondo gli specialisti, questo aspetto pesa molto sulla qualità della vita, soprattutto per persone fragili o con altre patologie.
I dati degli studi clinici
Farina sottolinea anche il profilo di sicurezza: “Tollerabilità e sicurezza sono elementi chiave, perché offrono un’opportunità in più ai nostri pazienti”. Lo studio di fase 1/2 BRUIN, pubblicato nel 2023, ha mostrato attività clinica in pazienti con LLC o linfoma linfocitico a piccole cellule già trattati con un precedente inibitore di BTK.
Lo studio di fase 3 BRUIN CLL-321 ha poi confrontato pirtobrutinib con trattamenti standard nello stesso contesto, evidenziando un vantaggio in termini di sopravvivenza libera da progressione e tempo al trattamento successivo, con un profilo di tollerabilità favorevole.
Come agisce il blocco di BTK
La tirosin chinasi di Bruton, nota come BTK, è un enzima fondamentale nella trasmissione dei segnali che permettono ai linfociti B, anche quelli tumorali, di sopravvivere e proliferare. Bloccare BTK significa interrompere uno dei circuiti che alimentano la malattia.
Gli inibitori possono legarsi a BTK in modo covalente oppure reversibile. Nel secondo caso, il meccanismo permette di agire anche quando la malattia ha sviluppato resistenze ad alcune terapie precedenti. Le cellule maligne perdono il segnale di sopravvivenza, si staccano dai linfonodi e possono comparire temporaneamente nel sangue: è il cosiddetto picco iniziale di linfocitosi, legato allo svuotamento dei linfonodi.
La storia di Marco
Marco, 83 anni, convive con la malattia dal 2013. Dopo una prima fase di immuno-chemioterapia aveva ottenuto una remissione durata cinque anni. Poi è arrivata la recidiva e ha iniziato una terapia con inibitori covalenti di BTK, efficace per altri sette anni. Quando la malattia è tornata, le alternative sembravano finite. Ora può accedere a un nuovo ciclo terapeutico con un inibitore reversibile di BTK, con l’obiettivo di guadagnare tempo, salute e qualità di vita.
Una rete regionale per cure uguali
“Tutte le ematologie della Campania sono state allertate”, conclude Farina. Il gruppo CLL Campania è nato due anni fa per rispondere alla mancanza di una rete ematologica regionale strutturata. Oggi coinvolge tutti i centri specialistici campani, con una connotazione scientifica e organizzativa, attenzione agli aspetti psicologici e logistici e l’obiettivo di garantire pari opportunità di trattamento a tutti i pazienti.
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PreSa Weekly – 26 Giugno 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Turismo dentale low cost, l’allarme dal Sud: “La cura non può essere una gara sul prezzo”
News, NotizieCure odontoiatriche all’estero, preventivi apparentemente imbattibili, pacchetti tutto compreso e promesse di soluzioni rapide. Il turismo dentale low cost continua a crescere e riguarda in modo particolare il Mezzogiorno e la Campania.
Secondo una stima elaborata incrociando i dati nazionali sugli italiani che ogni anno scelgono di curarsi fuori dai confini, il peso demografico delle regioni e i fattori socio-economici, sarebbero circa 19mila i cittadini del Sud Italia che annualmente si rivolgono a Paesi Ue o extra Ue per cure odontoiatriche a basso costo. Di questi, circa 6mila sarebbero campani. Nel Nord Italia il fenomeno appare ancora meno accentuato e la destinazione preferita resta la Croazia. Nel Mezzogiorno, invece, con Campania e Puglia in testa, la meta più ricercata per il turismo odontoiatrico low cost è l’Albania.
Gammella: “Non si può ridurre l’odontoiatria a una gara sul prezzo”
Il dottor Claudio Gammella
A richiamare l’attenzione sul tema è Claudio Gammella, vice presidente della Commissione Albo Odontoiatri di Napoli, formatore e autore del libro “Dentista Zero Obiezioni. Come trasformare il preventivo da momento di tensione in una scelta di fiducia”, con prefazione del dottor Andrea Lalli, presidente ANDI Napoli.
“Il tema non è demonizzare chi cerca cure più accessibili – sottolinea Gammella – né ignorare che molte famiglie vivono una reale difficoltà economica. Il punto è un altro: l’odontoiatria non può essere ridotta a una gara sul prezzo”. Per Gammella, infatti, le cure odontoiatriche richiedono diagnosi accurate, materiali certificati, tecnologie avanzate, competenze specialistiche, tempi biologici corretti e controlli nel tempo. Quando tutto viene schiacciato sul costo più basso, il rischio è che a pagare sia la qualità della cura.
La risposta dei professionisti non può essere il ribasso
La crescita del turismo odontoiatrico low cost, secondo Gammella, deve interrogare anche i professionisti campani. Ma la risposta, avverte, non può essere una rincorsa al prezzo più basso.
“Sarebbe un errore gravissimo pensare che i dentisti campani debbano rispondere abbassando indiscriminatamente i prezzi. Una corsa al ribasso finirebbe per produrre una ricaduta sulla qualità, sulla sicurezza e sulla sostenibilità degli studi odontoiatrici”. La strada indicata è diversa: spiegare meglio il valore della cura, rendere più chiari i piani terapeutici, accompagnare il paziente nelle scelte e aiutarlo a comprendere cosa c’è davvero dietro un preventivo.
Il nodo culturale: capire cosa comprende un preventivo
Il tema non è soltanto economico, ma anche culturale e comunicativo. Molti pazienti, davanti a un piano di cura importante, confrontano cifre senza avere gli strumenti per valutare ciò che quelle cifre comprendono: qualità dei materiali, tracciabilità, garanzie, follow-up, gestione delle complicanze, rapporto diretto con il professionista e continuità assistenziale.
“Il paziente che guarda all’estero spesso è fuorviato da comunicazione social poco chiara e trasparente – evidenzia Gammella –. Se tutto viene ridotto a un reel, si percepisce solo un numero scritto in fondo a un foglio. Quel numero diventa l’unico criterio di scelta”. Al contrario, quando il paziente comprende il percorso clinico, il valore dei materiali, i tempi necessari e le ragioni di ogni passaggio, il preventivo smette di essere un momento di tensione e diventa una scelta consapevole.
Dal preventivo alla fiducia
Da questa consapevolezza nasce anche “Dentista Zero Obiezioni”, il nuovo libro di Gammella, che segue il best seller Amazon “Dentisti Zero Attesa”. Il volume è pensato per aiutare gli odontoiatri a migliorare la relazione con i pazienti nel momento più delicato: quello del preventivo.
“Le obiezioni non nascono quasi mai dal prezzo in sé, ma da una fiducia che non si è ancora consolidata”, spiega Gammella. Il paziente oggi non cerca un’autorità che gli dica cosa fare, ma autorevolezza, chiarezza e ascolto. Cerca qualcuno che sappia guidarlo senza forzarlo. In sanità, ribadisce Gammella, non si deve manipolare una decisione: si deve costruire una scelta informata. Per questo, la sicurezza delle cure passa anche da una nuova alleanza tra professionista e paziente. “Il futuro dell’odontoiatria non si costruisce abbassando il prezzo della cura, ma alzando il livello della fiducia”.
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