Tempo di lettura: 3 minutiEsami di maturità nel pieno, archiviati gli scritti, per migliaia di studenti si apre la fase forse più delicata: il colloquio orale. È il momento in cui non basta avere studiato. Bisogna riuscire a richiamare le informazioni, collegarle tra loro, esporle con chiarezza e mantenere lucidità davanti alla commissione. Una prova che mette insieme memoria, metodo, capacità di ragionamento e gestione della pressione emotiva.
Il primo errore da evitare è pensare che gli ultimi giorni debbano trasformarsi in una corsa senza sosta. Studiare fino a notte fonda, saltare i pasti, aumentare il caffè o ricorrere agli energy drink non rende automaticamente più preparati. Al contrario, può peggiorare concentrazione, irritabilità, qualità del sonno e capacità di ricordare. La memoria non funziona come un contenitore da riempire all’ultimo minuto: ha bisogno di pause, ripetizione intelligente e recupero.
Esami di maturità, il sonno non è tempo perso
Uno degli alleati più sottovalutati è il sonno. Dormire non significa sottrarre ore allo studio, ma permettere al cervello di consolidare ciò che è stato appreso. Dopo una giornata di ripasso, infatti, il cervello continua a lavorare: organizza le informazioni, rafforza i collegamenti e rende i ricordi più accessibili.
Una notte in bianco può dare l’illusione di avere guadagnato tempo, ma spesso presenta il conto il giorno dopo. Vuoti di memoria, calo dell’attenzione e aumento dell’ansia sono effetti frequenti quando si arriva all’esame stanchi. Negli ultimi giorni, l’obiettivo non dovrebbe essere restare svegli il più possibile, ma arrivare lucidi.
Ripassare meglio, non soltanto di più
Per affrontare bene l’orale serve soprattutto cambiare strategia. Rileggere passivamente pagine e appunti può dare una sensazione di sicurezza, ma non sempre aiuta a recuperare davvero le informazioni quando servono. Molto più utile è mettersi alla prova.
Chiudere il libro, provare a spiegare un argomento ad alta voce, costruire collegamenti tra materie, simulare domande possibili, farsi interrogare da un compagno o da un familiare: sono esercizi preziosi. È il cosiddetto recupero attivo. Più il cervello si allena a richiamare un’informazione, più sarà pronto a farlo davanti alla commissione.
Anche la ripetizione va distribuita. Meglio tre sessioni brevi in momenti diversi della giornata che un’unica maratona di studio. Alternare le materie, tornare sugli argomenti più fragili e usare le mappe come punto di partenza, non come copione da imparare a memoria, aiuta a costruire una preparazione più solida. L’orale non premia solo la quantità di nozioni, ma la capacità di ragionare, collegare e argomentare.
Ansia, alimentazione e falsi alleati
Un po’ di tensione è normale e può perfino aiutare a mantenere alta l’attenzione. Il problema nasce quando l’ansia diventa paralizzante. In questi casi servono gesti semplici: respirare lentamente per alcuni minuti, fare una passeggiata, evitare il ripasso compulsivo fino all’ultimo secondo, preparare la sera prima documenti, vestiti e materiale necessario.
Anche arrivare con un piccolo piano mentale può aiutare: respirare, ascoltare bene la domanda, prendersi qualche secondo per ordinare le idee e iniziare da ciò che si sa con maggiore sicurezza.
Attenzione poi all’alimentazione. Nessun alimento “accende” magicamente la memoria, ma pasti equilibrati aiutano a evitare cali di energia. Meglio non presentarsi a digiuno e non appesantirsi con pranzi troppo abbondanti. Acqua, frutta, carboidrati complessi, proteine leggere e pasti semplici sono più utili di soluzioni improvvisate. Gli integratori presi all’ultimo momento, se non indicati da un medico, difficilmente cambiano la performance.
Il mito del “caffè dello studente”
Da sfatare, infine, il mito del “caffè dello studente”: la preparazione super concentrata ottenuta usando caffè al posto dell’acqua nella moka, o comunque aumentando molto la dose di caffeina. L’idea è antica: restare svegli, studiare di più, resistere fino all’alba. Ma più caffeina non significa più memoria.
Può significare, invece, tachicardia, agitazione, tremori, difficoltà ad addormentarsi e peggioramento della qualità del sonno. E se si dorme peggio, si ricorda peggio. Il caffè, assunto con moderazione e lontano dalla sera, può aiutare alcune persone a sentirsi più vigili, ma non sostituisce il riposo, non corregge un metodo di studio disordinato e non trasforma una notte insonne in una buona preparazione. Lo stesso vale, con ancora più cautela, per gli energy drink: spesso contengono caffeina, zuccheri e altre sostanze stimolanti, e non sono una scorciatoia sicura per affrontare un esame.
Negli ultimi giorni non serve studiare tutto di nuovo. Serve ripassare gli snodi principali, allenarsi a parlare, dormire, mangiare in modo regolare, muoversi un po’ e ridurre il rumore mentale. La maturità non si affronta solo con la memoria, ma con la capacità di governarla. Spesso la differenza non la fa l’ultima ora passata sui libri, ma la lucidità con cui si riesce a usare ciò che si è già imparato.
Leggi anche:
Potenziare la memoria: effetto distanziamento per ricordi duraturi
Sindrome cardio-renale-metabolica: cosa sapere
Mondo saluteCuore, reni e metabolismo sono sistemi strettamente interconnessi, e la loro alterazione simultanea può contribuire allo sviluppo di una condizione clinica complessa che coinvolge più organi e funzioni vitali. Questa interazione è oggetto di crescente attenzione scientifica, anche per il suo impatto su un numero elevato di pazienti con patologie croniche.
Il legame tra cuore, reni e metabolismo
Il cuore, i reni e il metabolismo sono sistemi tra loro strettamente collegati. Il cuore garantisce la circolazione sanguigna necessaria al funzionamento degli organi, i reni regolano l’equilibrio idrico, elettrolitico e la pressione arteriosa, mentre il metabolismo comprende l’insieme dei processi che consentono all’organismo di produrre e utilizzare energia.
Una disfunzione in uno di questi sistemi può influenzare gli altri. Ad esempio, una ridotta funzionalità renale può favorire ritenzione di liquidi e alterazioni pressorie, con conseguente sovraccarico cardiaco. Allo stesso tempo, condizioni metaboliche come diabete e obesità possono aumentare il rischio di danno cardiovascolare e renale.
Una condizione clinica complessa e multifattoriale
In ambito clinico, la coesistenza di alterazioni cardiache, renali e metaboliche è sempre più spesso descritta come un insieme di condizioni interconnesse, talvolta definito in letteratura come sindrome cardio-reno-metabolica.
Si tratta di una condizione multifattoriale, frequentemente associata a patologie croniche come diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa e obesità. La sua rilevanza è in aumento, anche in relazione all’invecchiamento della popolazione e alla diffusione dei fattori di rischio metabolici.
I pazienti possono presentare contemporaneamente segni di insufficienza cardiaca, ridotta funzione renale e alterazioni metaboliche, con un aumento del rischio di complicanze cardiovascolari e renali nel lungo periodo.
Fattori di rischio e manifestazioni cliniche
Tra i principali fattori di rischio rientrano diabete, ipertensione arteriosa, sovrappeso, sedentarietà e predisposizione genetica. Anche fattori ambientali e abitudini di vita non salutari possono contribuire allo sviluppo e alla progressione delle alterazioni.
I sintomi possono essere aspecifici e includere affaticamento, edema degli arti inferiori, difficoltà respiratorie, alterazioni della diuresi e aumento della pressione arteriosa. Proprio la natura non specifica dei sintomi può rendere complessa una diagnosi precoce.
Prevenzione e gestione
La prevenzione si basa principalmente sul controllo dei fattori di rischio modificabili. Uno stile di vita sano, che includa alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e controllo del peso corporeo, contribuisce a ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari, renali e metaboliche.
La gestione dei pazienti con coinvolgimento multiplo richiede un approccio multidisciplinare, che integri competenze cardiologiche, nefrologiche e metaboliche. Il controllo della pressione arteriosa, della glicemia e della funzione renale rappresenta un obiettivo centrale del trattamento.
Ricerca e diagnosi precoce
La ricerca in questo ambito è in continua evoluzione e mira a comprendere meglio le interazioni tra cuore, reni e metabolismo per sviluppare strategie terapeutiche più efficaci.
La diagnosi precoce, attraverso esami clinici e strumentali mirati, è fondamentale per rallentare la progressione del danno d’organo e migliorare la prognosi dei pazienti. Un inquadramento tempestivo consente inoltre di intervenire sui fattori di rischio prima che la condizione si complichi.
Conclusioni
Le interazioni tra cuore, reni e metabolismo rappresentano un’area di crescente interesse clinico. Una gestione integrata dei fattori di rischio e delle patologie associate può contribuire a migliorare gli esiti clinici e la qualità di vita dei pazienti, riducendo l’impatto delle malattie croniche nel lungo periodo.
Simposio sulle mucopolisaccaridosi: 20 anni di progressi
Mondo saluteUn recente simposio dedicato alle mucopolisaccaridosi ha riunito clinici, ricercatori e rappresentanti dei pazienti per fare il punto sui principali progressi ottenuti negli ultimi vent’anni nella diagnosi e nel trattamento di queste malattie metaboliche rare.
Le mucopolisaccaridosi e i progressi della ricerca
Le mucopolisaccaridosi (MPS) sono un gruppo di malattie genetiche rare caratterizzate dall’accumulo progressivo di glicosaminoglicani nei tessuti, con conseguenti danni multiorgano e un ampio spettro di manifestazioni cliniche.
Negli ultimi due decenni, la ricerca ha permesso un miglioramento significativo nella comprensione di queste patologie e nello sviluppo di opzioni terapeutiche. In passato, la gestione era prevalentemente sintomatica; oggi, invece, sono disponibili trattamenti specifici come la terapia enzimatica sostitutiva (ERT), che ha contribuito a migliorare la prognosi e la qualità di vita di molti pazienti.
Un ruolo sempre più importante è rivestito dalla diagnosi precoce, anche attraverso programmi di screening neonatale in alcune aree, che consentono di avviare le terapie nelle fasi iniziali della malattia.
Evoluzione delle terapie
Durante il simposio è stato discusso l’ampliamento delle strategie terapeutiche oltre la terapia enzimatica sostitutiva. Una delle principali sfide rimane il trattamento delle manifestazioni neurologiche, a causa della difficoltà dei farmaci di attraversare la barriera emato-encefalica.
In questo contesto, le terapie geniche rappresentano un’area di ricerca promettente, con l’obiettivo di intervenire direttamente sulla causa genetica della malattia. Parallelamente, sono in studio approcci farmacologici volti a ridurre l’accumulo dei substrati o a modulare vie metaboliche alternative.
Gestione multidisciplinare delle MPS
La gestione delle mucopolisaccaridosi richiede un approccio multidisciplinare che coinvolge diversi specialisti, tra cui genetisti, pediatri, neurologi, cardiologi, ortopedici e fisioterapisti.
Il lavoro coordinato tra centri di riferimento e associazioni di pazienti è fondamentale per migliorare l’accesso alle cure, favorire la presa in carico globale e sostenere la ricerca clinica attraverso studi collaborativi e registri internazionali.
Sfide future
Nonostante i progressi, permangono diverse criticità. La rarità delle MPS e la variabilità clinica rendono complessa la diagnosi precoce e la gestione a lungo termine. Inoltre, l’accesso alle terapie non è ancora uniforme a livello globale.
Le prospettive future includono lo sviluppo di approcci terapeutici combinati, che integrino strategie enzimatiche, geniche e farmacologiche. Tecnologie come l’editing genetico sono oggetto di studio, ma restano ancora in fase sperimentale.
Conclusioni
Il simposio sulle mucopolisaccaridosi ha rappresentato un momento di confronto importante per valutare i progressi raggiunti e le sfide ancora aperte. La ricerca e la collaborazione tra centri clinici, comunità scientifica e associazioni di pazienti continuano a essere elementi chiave per migliorare la gestione di queste malattie rare e le prospettive future dei pazienti.
Melanoma, passi avanti nella diagnosi genetica
Mondo saluteUna recente ricerca ha identificato centinaia di geni potenzialmente coinvolti nei meccanismi biologici del melanoma, aprendo nuove prospettive per lo sviluppo di strumenti diagnostici più precisi e per una maggiore comprensione della malattia.
Il ruolo della genetica nella diagnosi del melanoma
Il melanoma è uno dei tumori cutanei più aggressivi e la sua diagnosi precoce è fondamentale per migliorare le possibilità di trattamento e prognosi. Tuttavia, nelle fasi iniziali può essere difficile distinguere le lesioni maligne da quelle benigne basandosi esclusivamente sull’osservazione clinica.
In questo contesto, lo studio dell’espressione genica sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. L’analisi molecolare può infatti contribuire a individuare caratteristiche biologiche utili a distinguere il melanoma da altre lesioni cutanee e a valutarne il comportamento.
Identificazione di geni coinvolti nel melanoma
La ricerca è stata condotta attraverso studi genomici su larga scala, che hanno analizzato cellule tumorali provenienti da pazienti affetti da melanoma. Utilizzando tecniche avanzate come il sequenziamento dell’RNA a singola cellula e strumenti di editing genetico, i ricercatori hanno individuato numerosi geni la cui attività risulta associata alla crescita e alla sopravvivenza delle cellule tumorali.
Lo studio distingue tra geni essenziali per la proliferazione del melanoma e altri geni con un ruolo secondario. Questa classificazione potrebbe risultare utile sia per migliorare la comprensione dei meccanismi tumorali sia per individuare potenziali bersagli terapeutici.
Possibili implicazioni cliniche
L’identificazione di questi geni potrebbe contribuire allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici basati su pannelli molecolari, con l’obiettivo di:
In prospettiva, queste conoscenze potrebbero anche favorire lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche, incluse forme di immunoterapia e approcci mirati basati sulle caratteristiche genetiche del tumore.
Prospettive future
L’integrazione della genetica nella pratica clinica rappresenta un ambito in forte evoluzione. Sebbene molte applicazioni siano ancora in fase di studio, la ricerca sui profili genetici del melanoma potrebbe migliorare progressivamente la capacità di diagnosi precoce e di personalizzazione dei trattamenti.
Ulteriori studi saranno necessari per validare l’utilità clinica dei geni identificati e per tradurre queste scoperte in strumenti diagnostici e terapeutici applicabili su larga scala.
Bollino giallo: dove il caldo si sopporta meglio
Mondo saluteIl “bollino giallo” è un livello di allerta utilizzato dai bollettini meteorologici per indicare condizioni di caldo intenso che possono avere effetti sulla salute, soprattutto per le persone più fragili come anziani, bambini e soggetti con patologie croniche. In questi periodi, vivere o soggiornare in contesti urbani con temperature più miti o con una migliore gestione del verde e dei servizi può contribuire a ridurre il disagio dovuto al caldo.
Cosa significa bollino giallo
Il bollino giallo segnala condizioni climatiche di caldo persistente o intenso, che richiedono attenzione ma non raggiungono ancora livelli di emergenza. In queste situazioni è importante adottare comportamenti adeguati e, quando possibile, privilegiare ambienti più freschi o meglio ventilati.
Città italiane con clima generalmente più mite
Alcune città italiane, per posizione geografica o caratteristiche ambientali, tendono a registrare temperature più contenute o condizioni meno afose durante l’estate.
1. Trento
Situata in area alpina, Trento beneficia di un clima generalmente più fresco rispetto alle grandi città di pianura. La presenza di aree verdi e la posizione in valle contribuiscono a mitigare le temperature estive.
2. Aosta
Capoluogo alpino, Aosta presenta un clima influenzato dall’altitudine, con estati spesso meno calde rispetto ad altre zone italiane. Le aree naturali circostanti favoriscono attività all’aperto in condizioni più gradevoli.
3. Bolzano
Bolzano combina contesto alpino e buona gestione urbana del verde. La posizione geografica contribuisce a mantenere temperature estive generalmente più contenute rispetto alla media nazionale.
4. Campobasso
Grazie all’altitudine, Campobasso registra spesso temperature meno elevate rispetto ad altre città del Sud Italia. Anche l’umidità tende a essere più contenuta, rendendo il caldo più sopportabile.
5. Perugia
La posizione collinare e la presenza di aree verdi contribuiscono a rendere il clima estivo di Perugia relativamente equilibrato rispetto ad altre città dell’Italia centrale.
6. Firenze
Nonostante le estati calde, Firenze offre numerosi parchi e aree lungo l’Arno che possono rappresentare zone di sollievo termico nelle giornate più afose.
7. Torino
Torino è caratterizzata da un buon patrimonio di verde urbano e da interventi di riqualificazione ambientale che mirano a ridurre l’effetto delle isole di calore.
8. Genova
La presenza del mare e la conformazione del territorio contribuiscono a mitigare le temperature estive, soprattutto nelle zone più ventilate della città.
9. L’Aquila
Situata in area appenninica, L’Aquila beneficia di un clima generalmente più fresco e meno umido rispetto alle zone di pianura circostanti.
Come affrontare il caldo nelle città italiane
Indipendentemente dalla città, durante i periodi di bollino giallo è importante adottare alcune buone pratiche: mantenere una corretta idratazione, evitare l’esposizione al sole nelle ore più calde, utilizzare abbigliamento leggero e prestare particolare attenzione alle categorie più fragili.
Le città elencate offrono condizioni climatiche generalmente più favorevoli rispetto ad altre aree urbane, ma la percezione del caldo dipende anche da fattori personali e dalle condizioni meteorologiche specifiche dei singoli periodi estivi.
Lettini e lampade solari: rischi per la pelle, falsi miti e cosa dice la legge
ApprofondimentiTre-cinque sedute e mi faccio il fondo prima di andare in vacanza. Di cosa si tratta? Di lampade e lettini solari. Sbagliato, sbagliato. Due volte, perché sono ben due gli errori racchiusi in questa frase, semplice ma pericolosa. Non è vero infatti che esiste una dose minima che non sia dannosa e non è vero che in questo modo si prepara la pelle al sole “vero”. Ma andiamo per gradi.
Intanto, c’è una legge in Italia che regola l’uso di lettini e lampade solari. È il Decreto Ministeriale 12 maggio 2011, n. 110 che disciplina le caratteristiche tecniche e le modalità di utilizzo degli apparecchi elettromeccanici nei Centri estetici, tra cui per l’appunto i lettini solari (solarium UV). Elenca i diversi divieti: no al sole artificiale fino alla maggiore età, in caso di gravidanza, a chi ha un tumore cutaneo oppure lo ha avuto in passato e in generale a chi non si abbronza oppure si scotta facilmente quando si espone al sole. A conti fatti, parliamo di milioni di persone che andrebbero avvertite dei danni per la salute. La legge viene rispettata? Non proprio. E il più delle volte non c’è neppure un avviso scritto nel Centro estetico. Eppure, gli UV sono stati classificati dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeni per l’uomo.
«Gli ultimi studi sono netti nell’identificazione del legame tra tumori della pelle e lampade e lettini abbronzanti», spiega Paolo Ascierto, direttore dipartimento Tumori cutanei, Immunoterapia sperimentale e Terapie innovative, Istituto nazionale tumori Pascale di Napoli. «Le ricerche hanno dimostrato che il rischio aumenta in particolare tra chi ne fa uso già in giovane età e in più che c’è un incremento del rischio in base alle sedute. Per questo, la Comunità scientifica sta fortemente chiedendo che il divieto sia portato a 30 anni». Un dato vale per tutti e arriva dalla IARC: il rischio di melanoma può aumentare anche del 75% se l’uso di lampade e lettini avviene prima dei 30 anni.
A dimostrare il livello del danno è uno studio condotto dalla Northwestern University, pubblicato qualche mese fa. I ricercatori hanno confrontato 3000 utilizzatori di sole artificiale con altrettanti che invece non ne facevano uso. Il melanoma è stato diagnosticato al 5% delle persone che facevano parte del primo gruppo, contro il 2% del gruppo di controllo. Ma c’è di più. Verificando età, familiarità, numero di scottature, è stato valutato un rischio di 2,9 volte superiore tra chi si abbronzava artificialmente. Una prova, questa, che non esiste una soglia minima. Proseguendo nella lettura dello studio, si scopre che dalle analisi su oltre 180 biopsie è risultato che a carico dei melanociti delle persone che avevano fatto uso di lampade e lettini solari, c’era quasi il doppio di mutazioni. Il che significa, maggiori difficoltà per quanto riguarda l’efficacia delle terapie oncologiche.
«La popolazione va resa più consapevole e coinvolta attivamente», interviene Silvia Franceschi, ricercatrice internazionale. «Per questo abbiamo inserito nel punto 8 dell’edizione appena pubblicata del Codice Europeo contro il Cancro “Non usate mai lettini abbronzanti”, e quel “mai” significa a qualsiasi età. Le prove scientifiche confermano che sono nocivi e che non esiste un livello di esposizione privo di rischi: per questo non dovrebbero essere utilizzati».
Il rischio è doppio. Chi fa uso di lettini solari, forte del fatto che la pelle si abbronza, non si comporta in maniera consapevole al sole. Questo cosa significa? Che non rispetta la fascia oraria più pericolosa perché i raggi solari sono “a picco”, che è tra le 12 e le 16, e non applica il prodotto solare, o comunque lo utilizza in maniera non corretta. Risultato? Un rischio alto di scottature, fattore di rischio importante di tumore alla pelle e in particolare di melanoma.
«Il melanoma, al contrario di altre forme oncologiche, è in aumento tra gli under 50: 15.000 nuovi casi l’anno, con numeri raddoppiati in 20 anni», aggiunge Ascierto. «Questo è il frutto di un calo dell’attenzione, non soltanto per quanto riguarda le lampade UV, ma anche per i raggi solari. Chi si ammala ora, infatti è stato un bambino oppure un adolescente che si è esposto al sole in maniera incongrua. Va quindi rivista la comunicazione, da attivare con diverse modalità di linguaggio. Dobbiamo rivolgerci alle mamme, perché vediamo ancora troppi neonati e bambini piccoli in spiaggia al sole. E, con approccio diverso, agli adolescenti che senza più il controllo degli adulti, perdono spesso il senso della misura».
Nuova variante genetica legata alla sordità: possibili sviluppi nella diagnosi precoce
Mondo saluteUna recente ricerca ha identificato una nuova variante genetica associata ad alcune forme di sordità ereditaria, aprendo nuovi scenari per lo studio dei meccanismi alla base della perdita dell’udito e per lo sviluppo di strategie diagnostiche e terapeutiche più mirate.
La scoperta della variante genetica e il suo ruolo nella sordità
La sordità è una condizione complessa che può derivare da molteplici fattori, tra cui esposizione a rumori intensi, infezioni, traumi e cause genetiche. Una quota significativa dei casi di sordità congenita o precoce è infatti legata a mutazioni ereditarie.
In questo contesto, un gruppo di ricercatori ha individuato una nuova variante genetica associata ad alcune forme di sordità ereditaria. La mutazione interessa un gene coinvolto nello sviluppo e nel corretto funzionamento delle cellule ciliate dell’orecchio interno, strutture fondamentali per la trasduzione degli stimoli sonori in segnali nervosi.
La scoperta è stata resa possibile grazie a tecniche avanzate di sequenziamento genetico e analisi bioinformatiche, che hanno permesso di identificare una variante non precedentemente descritta in letteratura.
Meccanismo d’azione nella perdita dell’udito
Per comprendere il possibile ruolo di questa variante, è utile richiamare il funzionamento dell’orecchio interno. Le cellule ciliate trasformano le vibrazioni sonore in impulsi elettrici che vengono trasmessi al cervello attraverso il nervo acustico.
Secondo i dati dello studio, la variante genetica altererebbe la produzione o la funzionalità di una proteina coinvolta nella stabilità di queste cellule. Nel tempo, tale alterazione potrebbe contribuire a un progressivo deterioramento delle cellule ciliate, con conseguente riduzione della capacità uditiva.
La perdita dell’udito può manifestarsi in modo variabile, da forme congenite a forme progressive che si sviluppano nel corso della vita. Tuttavia, saranno necessari ulteriori studi per chiarire con precisione il ruolo della variante nei diversi quadri clinici.
Implicazioni per la diagnosi precoce e la ricerca
L’identificazione di varianti genetiche associate alla sordità potrebbe avere importanti ricadute nella ricerca e, in prospettiva, nella pratica clinica.
In alcuni contesti, test genetici mirati potrebbero contribuire a individuare soggetti a rischio o a supportare la diagnosi precoce, permettendo un monitoraggio audiologico più attento e interventi tempestivi, come l’utilizzo di dispositivi di assistenza uditiva.
Anche la consulenza genetica potrebbe beneficiare di queste conoscenze, fornendo informazioni più accurate sul rischio ereditario in determinate famiglie.
Prospettive terapeutiche
La comprensione dei meccanismi genetici alla base della sordità rappresenta un’area di ricerca in forte sviluppo. Tra le possibili direzioni future rientra anche la terapia genica, attualmente oggetto di studi preclinici, con l’obiettivo di valutare la possibilità di correggere specifiche mutazioni o di contrastarne gli effetti.
Parallelamente, la ricerca farmacologica sta esplorando strategie per proteggere le cellule ciliate o favorirne la sopravvivenza e la funzionalità. Si tratta di approcci ancora sperimentali, che richiedono ulteriori verifiche prima di un’eventuale applicazione clinica.
Conclusioni
Lo studio di nuove varianti genetiche associate alla sordità rappresenta un passo importante nella comprensione delle basi biologiche della perdita dell’udito.
Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti per confermare i meccanismi coinvolti e le possibili applicazioni cliniche, queste ricerche contribuiscono a delineare nuove prospettive per una medicina sempre più orientata alla diagnosi precoce e alla personalizzazione dei trattamenti.
Colecistectomia a 91 anni, intervento riuscito al Mauriziano di Torino
Mondo saluteUn intervento alla colecisti in un paziente di 91 anni richiede una valutazione particolarmente accurata delle condizioni cliniche e un percorso assistenziale altamente personalizzato. Al Mauriziano di Torino, un’operazione di questo tipo è stata eseguita con successo, dimostrando come, grazie ai progressi della chirurgia e a una gestione multidisciplinare, anche pazienti molto anziani possano affrontare interventi complessi in condizioni di sicurezza, quando adeguatamente valutati e monitorati.
Le patologie della colecisti negli anziani
La colecisti, o cistifellea, è un organo coinvolto nell’immagazzinamento della bile, sostanza utile alla digestione dei grassi. Con l’avanzare dell’età possono manifestarsi patologie come calcoli biliari, infiammazioni e infezioni che, se non trattate, possono causare dolore, nausea e complicanze anche significative.
Nei pazienti anziani, inoltre, queste condizioni possono risultare più complesse da gestire a causa della presenza di altre patologie croniche e di una maggiore fragilità generale.
Il caso trattato al Mauriziano di Torino
L’intervento eseguito al Mauriziano ha evidenziato l’importanza di una valutazione preoperatoria approfondita. Prima dell’operazione sono state analizzate le condizioni cliniche complessive del paziente, comprese la funzionalità cardiaca e respiratoria, oltre agli aspetti cognitivi e funzionali che possono influire sul decorso post-operatorio.
La pianificazione personalizzata del percorso chirurgico ha consentito di ridurre i rischi legati all’anestesia e all’intervento. La procedura è stata eseguita mediante tecnica laparoscopica, approccio mini-invasivo che permette di effettuare l’asportazione della colecisti attraverso piccole incisioni, limitando il trauma chirurgico e favorendo un recupero più rapido.
Durante tutte le fasi del trattamento, il paziente è stato seguito da un team multidisciplinare composto da chirurghi, anestesisti, geriatri e personale infermieristico specializzato.
Il ruolo della chirurgia mini-invasiva
Negli ultimi anni la diffusione delle tecniche laparoscopiche ha modificato profondamente il trattamento delle patologie della colecisti. Rispetto alla chirurgia tradizionale, questo approccio può offrire diversi vantaggi, tra cui una riduzione del dolore post-operatorio, una più rapida mobilizzazione del paziente e tempi di degenza generalmente più contenuti.
Nei soggetti anziani tali benefici possono assumere un’importanza particolare, contribuendo a limitare il rischio di complicanze correlate all’immobilità prolungata e al ricovero ospedaliero.
Età avanzata e chirurgia: un approccio sempre più personalizzato
L’esperienza del Mauriziano conferma un principio ormai consolidato nella medicina moderna: l’età anagrafica non rappresenta l’unico criterio per valutare l’idoneità a un intervento chirurgico. Oggi la decisione terapeutica si basa soprattutto sulle condizioni generali del paziente, sul livello di autonomia e sul rapporto tra rischi e benefici dell’operazione.
Per questo motivo, la presenza di équipe multidisciplinari e di percorsi assistenziali dedicati ai pazienti più fragili rappresenta un elemento fondamentale per garantire la massima sicurezza.
Conclusioni
Il successo dell’intervento eseguito al Mauriziano di Torino dimostra come, grazie ai progressi della chirurgia mini-invasiva e a una gestione multidisciplinare, sia possibile affrontare con successo procedure chirurgiche anche in pazienti molto anziani.
Si tratta di un esempio significativo dell’evoluzione della medicina moderna, sempre più orientata a valutare il singolo paziente nella sua complessità e a offrire percorsi di cura personalizzati, indipendentemente dall’età anagrafica.
Maturità, orale senza panico: sonno, metodo e niente “caffè dello studente”
AdolescentiEsami di maturità nel pieno, archiviati gli scritti, per migliaia di studenti si apre la fase forse più delicata: il colloquio orale. È il momento in cui non basta avere studiato. Bisogna riuscire a richiamare le informazioni, collegarle tra loro, esporle con chiarezza e mantenere lucidità davanti alla commissione. Una prova che mette insieme memoria, metodo, capacità di ragionamento e gestione della pressione emotiva.
Il primo errore da evitare è pensare che gli ultimi giorni debbano trasformarsi in una corsa senza sosta. Studiare fino a notte fonda, saltare i pasti, aumentare il caffè o ricorrere agli energy drink non rende automaticamente più preparati. Al contrario, può peggiorare concentrazione, irritabilità, qualità del sonno e capacità di ricordare. La memoria non funziona come un contenitore da riempire all’ultimo minuto: ha bisogno di pause, ripetizione intelligente e recupero.
Esami di maturità, il sonno non è tempo perso
Uno degli alleati più sottovalutati è il sonno. Dormire non significa sottrarre ore allo studio, ma permettere al cervello di consolidare ciò che è stato appreso. Dopo una giornata di ripasso, infatti, il cervello continua a lavorare: organizza le informazioni, rafforza i collegamenti e rende i ricordi più accessibili.
Una notte in bianco può dare l’illusione di avere guadagnato tempo, ma spesso presenta il conto il giorno dopo. Vuoti di memoria, calo dell’attenzione e aumento dell’ansia sono effetti frequenti quando si arriva all’esame stanchi. Negli ultimi giorni, l’obiettivo non dovrebbe essere restare svegli il più possibile, ma arrivare lucidi.
Ripassare meglio, non soltanto di più
Per affrontare bene l’orale serve soprattutto cambiare strategia. Rileggere passivamente pagine e appunti può dare una sensazione di sicurezza, ma non sempre aiuta a recuperare davvero le informazioni quando servono. Molto più utile è mettersi alla prova.
Chiudere il libro, provare a spiegare un argomento ad alta voce, costruire collegamenti tra materie, simulare domande possibili, farsi interrogare da un compagno o da un familiare: sono esercizi preziosi. È il cosiddetto recupero attivo. Più il cervello si allena a richiamare un’informazione, più sarà pronto a farlo davanti alla commissione.
Anche la ripetizione va distribuita. Meglio tre sessioni brevi in momenti diversi della giornata che un’unica maratona di studio. Alternare le materie, tornare sugli argomenti più fragili e usare le mappe come punto di partenza, non come copione da imparare a memoria, aiuta a costruire una preparazione più solida. L’orale non premia solo la quantità di nozioni, ma la capacità di ragionare, collegare e argomentare.
Ansia, alimentazione e falsi alleati
Un po’ di tensione è normale e può perfino aiutare a mantenere alta l’attenzione. Il problema nasce quando l’ansia diventa paralizzante. In questi casi servono gesti semplici: respirare lentamente per alcuni minuti, fare una passeggiata, evitare il ripasso compulsivo fino all’ultimo secondo, preparare la sera prima documenti, vestiti e materiale necessario.
Anche arrivare con un piccolo piano mentale può aiutare: respirare, ascoltare bene la domanda, prendersi qualche secondo per ordinare le idee e iniziare da ciò che si sa con maggiore sicurezza.
Attenzione poi all’alimentazione. Nessun alimento “accende” magicamente la memoria, ma pasti equilibrati aiutano a evitare cali di energia. Meglio non presentarsi a digiuno e non appesantirsi con pranzi troppo abbondanti. Acqua, frutta, carboidrati complessi, proteine leggere e pasti semplici sono più utili di soluzioni improvvisate. Gli integratori presi all’ultimo momento, se non indicati da un medico, difficilmente cambiano la performance.
Il mito del “caffè dello studente”
Da sfatare, infine, il mito del “caffè dello studente”: la preparazione super concentrata ottenuta usando caffè al posto dell’acqua nella moka, o comunque aumentando molto la dose di caffeina. L’idea è antica: restare svegli, studiare di più, resistere fino all’alba. Ma più caffeina non significa più memoria.
Può significare, invece, tachicardia, agitazione, tremori, difficoltà ad addormentarsi e peggioramento della qualità del sonno. E se si dorme peggio, si ricorda peggio. Il caffè, assunto con moderazione e lontano dalla sera, può aiutare alcune persone a sentirsi più vigili, ma non sostituisce il riposo, non corregge un metodo di studio disordinato e non trasforma una notte insonne in una buona preparazione. Lo stesso vale, con ancora più cautela, per gli energy drink: spesso contengono caffeina, zuccheri e altre sostanze stimolanti, e non sono una scorciatoia sicura per affrontare un esame.
Negli ultimi giorni non serve studiare tutto di nuovo. Serve ripassare gli snodi principali, allenarsi a parlare, dormire, mangiare in modo regolare, muoversi un po’ e ridurre il rumore mentale. La maturità non si affronta solo con la memoria, ma con la capacità di governarla. Spesso la differenza non la fa l’ultima ora passata sui libri, ma la lucidità con cui si riesce a usare ciò che si è già imparato.
Leggi anche:
Potenziare la memoria: effetto distanziamento per ricordi duraturi
PreSa Weekly – 19 Giugno 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Sanità, l’allarme dei medici: “Ogni giorno dieci lasciano il Servizio sanitario nazionale”
Economia sanitariaOgni giorno dieci medici lasciano il Servizio sanitario nazionale prima della pensione. Cinque scelgono di andare all’estero, sette subiscono aggressioni e altrettanti vengono denunciati. Numeri che descrivono una crisi profonda e che riportano al centro del dibattito il futuro della sanità pubblica italiana.
A lanciare l’allarme è ancora una volta Anaao Assomed, il sindacato degli ospedalieri, mentre il ministro della Salute Orazio Schillaci rilancia le riforme in cantiere nell’ultimo scorcio di legislatura: dal disegno di legge delega sulle professioni sanitarie a quello sull’assistenza territoriale.
Di Silverio: “Serve una revisione complessiva”
“Negli ultimi trent’anni il Servizio sanitario nazionale ha subito trasformazioni ma non ha avuto una revisione complessiva”, denuncia il segretario Anaao Pierino Di Silverio. Secondo il sindacato, sottofinanziamento, carenza di personale e invecchiamento della popolazione hanno prodotto un aumento dei carichi di lavoro, la fuga dei professionisti dagli ospedali e condizioni sempre più diffuse di burnout per chi resta.
Dal governo arriva la risposta di Schillaci, che ricorda le misure già avviate: dall’aumento dell’indennità di specificità alla fiscalità agevolata sugli straordinari, fino al piano di assunzioni straordinarie previsto dalla legge di Bilancio 2026.
Tra le priorità indicate dai medici c’è anche la revisione dell’impianto contrattuale, considerata indispensabile per attrarre e trattenere professionisti. Su questo fronte interviene il ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo: “Abbiamo avviato il rinnovo per il triennio 2025-2027 del comparto sanità e siamo fiduciosi di poter arrivare in tempi brevi alla conclusione”.
Formazione, denunce e medicina difensiva
Un altro nodo riguarda la formazione dei giovani medici. “In alcune discipline le borse di specializzazione rimaste vacanti hanno raggiunto il 60%”, segnala Di Silverio. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini sottolinea che lo specializzando “non può essere e non è solo uno studente”, ma deve poter contare su un vero contratto di formazione-lavoro.
Cresce inoltre il numero di denunce per presunti errori sanitari, spesso destinate all’archiviazione ma comunque pesanti per i professionisti. Il fenomeno alimenta la medicina difensiva, con esami prescritti non per reale necessità clinica, per un costo stimato in circa 9 miliardi di euro l’anno.
Schillaci conferma il lavoro sul decreto delega per la riforma delle professioni sanitarie, che dovrebbe introdurre nuove opportunità di carriera e rafforzare lo scudo penale: il medico sarà penalmente punibile solo in caso di colpa grave.
Case di Comunità, il nodo del territorio
In Senato sono all’esame altri provvedimenti, tra cui la riforma della medicina territoriale e ospedaliera. Palazzo Madama ha inoltre approvato il disegno di legge sulla prevenzione, che il presidente della Commissione Affari sociali Ugo Cappellacci assicura di voler incardinare e discutere al più presto alla Camera.
Centrale sarà però la prossima manovra finanziaria, l’ultima dell’attuale governo. Oltre alle risorse, resta decisivo il dialogo con i professionisti. Schillaci assicura che il confronto con i medici di famiglia prosegue per garantire la loro presenza almeno sei ore a settimana nelle Case di Comunità, strutture che il ministro difende dall’accusa di essere “cattedrali nel deserto”.
Dalla Campania la richiesta di confronto
A livello regionale, Anaao Assomed Campania chiede alla Regione di chiarire come intenda affrontare il tema delle Case di Comunità. Per il sindacato, queste strutture possono rappresentare un tassello importante nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale, ma il coinvolgimento del personale sanitario deve avvenire nel rispetto del contratto, delle prerogative professionali e delle relazioni sindacali.
“Non siamo contrari per principio a discutere nuovi modelli organizzativi”, spiega Vincenzo Bencivenga, segretario regionale Anaao Assomed Campania. “Ma il punto è il metodo. Se la Regione Campania immagina un coinvolgimento dei medici ospedalieri e dei dirigenti sanitari nelle Case di Comunità, convochi le parti sociali e apra un confronto vero”.
Sulla stessa linea Eugenio Gragnano e Massimiliano Di Marzo, vicesegretario e vicesegretario vicario regionale: per costruire una vera integrazione tra ospedale e territorio servono regole certe, risorse dedicate e accordi sindacali.
Resta poi il nodo delle incompatibilità che vincolano medici ospedalieri e dirigenti sanitari, limitando l’attività presso altre strutture. “Occorre sciogliere le contraddizioni del sistema prima di chiedere ai professionisti di farsi carico di nuovi compiti”, conclude Bencivenga.
Leggi anche:
Malattie rare, da Digital health apre una nuova stagione