«L’esofagite eosinofila è una malattia infiammatoria cronica e progressiva dell’esofago. In sostanza, il sistema immunitario del paziente riconosce come nocive alcune componenti della dieta, scatenando una reazione infiammatoria del tutto simile a quella delle malattie allergiche». Intervistata ai microfoni di Radio Kiss Kiss, la dottoressa Marcella Pesce, ricercatrice di Gastroenterologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, spiega quali sono i meccanismi dell’esofagite eosinofila.
Il meccanismo della malattia
«A causa di questa patologia – dice – si determina nell’esofago una risposta ad allergeni che sono tipicamente di natura alimentare. In questo modo si accumulano cellule di difesa del sistema immunitario – gli eosinofili, appunto – che irritano la parete e portano progressivamente l’esofago a irrigidirsi. Si può arrivare persino a un restringimento che rende impossibile la deglutizione».
Sintomi e diagnosi difficile
Di qui la difficoltà a ingoiare alcuni tipi di cibo, soprattutto se la consistenza è più fibrosa. Ma, va detto, i sintomi – soprattutto in una fase iniziale – possono essere misconosciuti e confusi con disordini più comuni, come la malattia da reflusso gastroesofageo.
«Spesso – aggiunge la dottoressa Pesce – questo porta a una diagnosi tardiva. Basti pensare che, ad oggi, la latenza della diagnosi è superiore ai 5 anni, proprio perché i sintomi sono subdoli e intermittenti e possono variare anche in relazione all’età della persona colpita».
Chi colpisce: età e sintomatologia
Pesce spiega che la malattia ha un doppio picco di incidenza: uno in età pediatrica e l’altro, invece, in età giovane adulta. «Nei bambini, spesso, si notano difficoltà nell’alimentazione, con la comparsa di vomito, reflusso o rifiuto del cibo e, di conseguenza, si possono avere problemi di crescita. Negli adulti, invece, la sintomatologia più comune è la difficoltà a deglutire, con la sensazione che il boccone si blocchi a metà strada».
Quando capita che il cibo resti bloccato nell’esofago, diventa indispensabile agire in fretta, con una gastroscopia d’urgenza. Esiste, tuttavia, la tendenza, in una fase iniziale, a sottovalutare o ignorare questi segnali. Inconsapevolmente, vengono messi in atto dei comportamenti compensativi.
Comportamenti adattivi
«Chi si riconosce nei sintomi di questa malattia – aggiunge la ricercatrice – dovrebbe considerare il campanello d’allarme e rivolgersi al medico, perché identificare tempestivamente la malattia consente di prevenire le complicanze a lungo termine.
Se l’infiammazione continua indisturbata per anni, senza terapia, l’esofago può letteralmente irrigidirsi fino a restringersi, a causa delle cicatrici che si formano. La parete diventa meno elastica e quindi, nei casi più avanzati, può servire un intervento endoscopico».
Ma cosa sono i comportamenti adattivi?
«Si tratta di modifiche spontanee che il paziente implementa per poter affrontare i sintomi. Spesso i pazienti stessi non sono consapevoli che il loro modo di mangiare è in qualche modo anomalo. Molti pazienti – ad esempio – evitano l’assunzione di compresse perché hanno fastidio, oppure tagliano il cibo in pezzi molto piccoli, masticano eccessivamente o bevono grandi quantità di acqua. Questi sono tutti esempi di strategie quotidiane che il paziente può implementare per attenuare e tamponare il disturbo, ma che rischiano di mascherare la malattia stessa».
Sensibilizzazione e diagnosi precoce
«È fondamentale sensibilizzare non solo l’opinione pubblica, ma anche i medici di medicina generale, i pediatri di base, affinché siano in grado di riconoscere questi segnali e sospettare la malattia». Importante anche ribadire che spesso l’esofagite eosinofila è interconnessa ad altre manifestazioni allergiche.
«Molti pazienti con esofagite eosinofila hanno anche asma, rinite, poliposi nasale o dermatite atopica. Facile comprendere perché la malattia richieda molto spesso un percorso diagnostico multidisciplinare e personalizzato, che può coinvolgere diverse figure professionali. Serve un approccio cucito su misura in relazione al tipo di manifestazione allergica».
Il percorso diagnostico multidisciplinare
Il primo passo per la diagnosi è il medico di medicina generale o il pediatra di base: sta a loro sospettare la malattia sulla base dei comportamenti e dei sintomi. Poi, serve il parere di uno specialista: il gastroenterologo, visto che per poter ottenere la diagnosi serve necessariamente una gastroscopia con delle biopsie lungo le pareti dell’esofago.
Un’altra figura chiave è l’allergologo, perché la maggior parte dei pazienti ha una storia di allergia e l’allergologo può eseguire un test cutaneo o sul sangue per identificare eventuali allergeni coinvolti. Inoltre, è fondamentale anche il nutrizionista per poter valutare eventuali deficit nutrizionali causati dalle esclusioni alimentari ed elaborare una dieta che sia nutrizionalmente bilanciata.
In altri casi può essere necessario coinvolgere:
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un otorinolaringoiatra (se sono presenti sintomi di ostruzione nasale o perdita dell’olfatto),
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uno pneumologo (per sintomi respiratori),
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un dermatologo (in presenza di lesioni cutanee).
Un approccio globale e personalizzato
Sono malattie molto complesse, che spesso richiedono anche un supporto psicologico. In sostanza, la malattia è soltanto un tassello nell’ambito della complessità del quadro clinico che è il paziente, e pertanto è fondamentale affidarsi a centri specializzati per poter improntare un piano di diagnosi e cura personalizzato.
Contributo realizzato da Radio KissKiss in collaborazione con PreSa, con il supporto di Sanofi
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