“La BPCO è molto più diffusa di quanto si creda e può essere letale nelle sue riacutizzazioni: riconoscerla, trattarla e soprattutto prevenirla è fondamentale”. Lo ha spiegato ai microfoni di Radio Kiss Kiss il dottor Pier-Valerio Mari, Specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio presso la Medicina Generale dell’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma, nel corso delle Pillole di Salute volute e organizzate dal network editoriale PreSa – Prevenzione Salute.
Cos’è la BPCO?
“Quando parliamo di BPCO ci riferiamo alla broncopneumopatia cronica ostruttiva. Si tratta di una patologia importante e frequente dell’apparato respiratorio. È una malattia cronica infiammatoria del polmone che, infiammandolo nel tempo, provoca un declino della funzione respiratoria: il paziente ha crescente difficoltà a respirare, maggiore disabilità ed è purtroppo esposto a un aumento del rischio di mortalità. La BPCO è più comune di quanto si pensi: a livello globale un report dell’OMS l’ha indicata come terza causa di morte fra tutte le patologie”.
Perché le riacutizzazioni sono così pericolose
“Prevenirle è fondamentale. Durante un episodio di esacerbazione di BPCO – il cosiddetto flare-up – si verifica un’infiammazione acuta delle vie respiratorie. Non è una polmonite, ma non è neanche tecnicamente una bronchite: è un’infiammazione acuta indotta da un trigger (inquinamento, condizioni atmosferiche, virus o batteri; è impossibile dirlo sempre con certezza). C’è sempre un elemento che scatena questo fenomeno e, purtroppo, dà avvio a una progressione incontrollabile che può condurre il paziente in Pronto Soccorso per grave dispnea e per secrezioni mucose o purulente. È importante sottolineare che alla TAC del torace spesso non si osservano addensamenti tipici di polmonite, e ciò può indurre a sottovalutare il problema”.
In realtà il paziente vive un’esperienza devastante dal punto di vista sintomatologico, con molta dispnea e notevole difficoltà a respirare.
Queste esacerbazioni sono associate a un’alta mortalità: il dato è rilevante, dall’8 al 12% di mortalità a 30 giorni dopo l’accesso per questa condizione. È una situazione seria, che dobbiamo assolutamente trattare e prevenire.
Oggi si parla di terapie di precisione, cosa cambiano?
“Negli ultimi decenni si è affermato il concetto di medicina di precisione, in oncologia e in molti altri campi. Oggi non parliamo più di trattamenti “generici” ma di molecole specifiche per specifiche condizioni. Questo approccio, vincente in tanti ambiti, ha dato risultati importanti anche nelle malattie croniche respiratorie come l’asma bronchiale, e di recente abbiamo introdotto questi farmaci anche nel mondo della BPCO, seppur al momento in sottogruppi selezionati di pazienti.
I risultati sono stati notevoli: riduzione netta e definita delle esacerbazioni – che, come dicevo, sono quelle associate alla mortalità – e miglioramento degli indici di funzione respiratoria. La strada è ancora lunga, perché nella BPCO siamo all’inizio di questo percorso, ma i dati sono incoraggianti e devono spingerci ad andare avanti in questa direzione”.
Contributo realizzato da Radio KissKiss in collaborazione con PreSa, con il supporto di Sanofi
Ascolta l’intervista Clicca QUI
Leggi anche:
Addio al maestro Vessicchio, cos’è la polmonite interstiziale che lo ha portato via

it freepik
it.freepik
it.freepik
Nel progetto, avviato pochi mesi fa, dei 136 pazienti over 75 esaminati, nel 9% dei casi è stata riscontrata una valvulopatia misconosciuta. Questi risultati preliminari sono in linea con quanto riportato nella letteratura internazionale che evidenzia una incidenza di valvulopatie fino al 13% delle persone sopra i 75 anni, e richiamano l’attenzione circa la necessità di estendere lo screening delle malattie valvolari a più persone anziane possibili.
it.freepik
Sempre in occasione del congresso dell’American Society of clinical oncology sono stati presentati i risultati di un altro studio, chiamato “Adriatic”, che dimostra come una molecola impiegata nell’immunoterapia porti ad un beneficio di sopravvivenza nel tumore del polmone a piccole cellule di stadio limitato, riducendo il rischio di morte del 27%. Insomma, speranze concrete nel trattamento di due forme di tumore del polmone particolarmente aggressive e caratterizzate da bisogni clinici finora insoddisfatti.





