Autismo, ADHD, dislessia: negli ultimi anni si parla sempre più spesso di bambini e ragazzi con una neurodivergenza. Ma cosa significa davvero questa parola? Non è una diagnosi e non indica necessariamente una malattia. È piuttosto un modo per descrivere alcune differenze nel funzionamento del cervello. Per un genitore comprenderle può essere il primo passo per aiutare un figlio senza trasformare ogni sua difficoltà in un problema.
C’è il bambino che non riesce a stare fermo a lungo, quello che sembra perdersi continuamente nei propri pensieri. C’è chi legge con grande fatica nonostante l’impegno, chi non sopporta determinati rumori o tessuti, chi ha bisogno di routine molto precise e chi riesce a concentrarsi per ore su un argomento che lo appassiona, ma fatica enormemente nelle attività che non catturano il suo interesse.
La prima cosa da chiarire è che neurodivergente non è una diagnosi medica. Non esistono, infatti, criteri clinici internazionali per stabilire se una persona sia genericamente “neurodivergente”. Il termine viene utilizzato per indicare persone il cui modo di pensare, apprendere, prestare attenzione, comunicare o percepire gli stimoli si discosta da quello considerato più comune.
Neurodiversità e neurodivergenza non sono la stessa cosa
I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma indicano concetti leggermente diversi. La neurodiversità descrive la varietà dei modi in cui funzionano i cervelli umani: riguarda quindi tutti noi. Così come le persone differiscono per altezza, carattere o capacità, possono differire anche nel modo in cui elaborano le informazioni e interagiscono con ciò che le circonda.
Si parla invece di persona neurodivergente quando alcune caratteristiche del funzionamento neurologico si allontanano in maniera significativa da quelle considerate tipiche. È una prospettiva che cerca di riconoscere le differenze senza considerarle automaticamente come difetti da eliminare. Tra le condizioni più frequentemente associate alla neurodivergenza ci sono autismo, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), dislessia e altri disturbi specifici dell’apprendimento, disprassia e sindrome di Tourette. Non esiste però un elenco universalmente riconosciuto e i confini del termine possono cambiare a seconda del contesto in cui viene utilizzato.
Essere neurodivergenti non significa essere meno intelligenti
È forse uno degli equivoci più importanti da superare. Un bambino può avere grandi difficoltà in un determinato ambito e capacità molto sviluppate in un altro. Un ragazzo con dislessia può faticare nella lettura ma avere ottime capacità di ragionamento. Un bambino con ADHD può avere problemi nel mantenere l’attenzione durante alcune attività ma mostrare una concentrazione molto intensa quando qualcosa lo interessa. Nell’autismo, capacità e necessità di supporto possono essere estremamente diverse da persona a persona.
Per questo parlare di neurodivergenza significa anche abbandonare l’idea semplicistica di un bambino che “funziona bene” o “funziona male”. La domanda più utile diventa un’altra: in quali situazioni questo bambino incontra difficoltà e di cosa ha bisogno per riuscire ad esprimere le proprie capacità?
Non tutto, però, è neurodivergenza
È importante evitare anche l’errore opposto. Essere vivaci, distratti, timidi, avere una passione molto intensa o attraversare un periodo difficile a scuola non significa automaticamente essere neurodivergenti. Molti comportamenti fanno parte della normale variabilità dello sviluppo e possono cambiare con l’età, con l’ambiente o con il momento che il bambino sta vivendo.
Un genitore dovrebbe iniziare a prestare particolare attenzione quando certe difficoltà sono persistenti, si presentano in più contesti – per esempio a casa e a scuola – e cominciano ad avere conseguenze importanti sull’apprendimento, sulle relazioni, sull’autonomia o sul benessere del bambino. In questi casi cercare un confronto con il pediatra o con professionisti dell’età evolutiva non significa voler necessariamente “dare un’etichetta” a un figlio. Può servire, al contrario, a capire meglio ciò che sta accadendo e a individuare eventuali forme di supporto.
Cosa può fare concretamente un genitore
Il primo strumento è l’osservazione. Più che concentrarsi esclusivamente su ciò che il bambino non riesce a fare, è utile cercare di capire quando nasce la difficoltà. Accade soprattutto in ambienti rumorosi? Quando deve cambiare improvvisamente programma? Durante i compiti? Nelle situazioni sociali? Quando deve organizzare molte informazioni contemporaneamente?
Altrettanto importante è osservare ciò che invece funziona: quali attività lo motivano, in quali situazioni riesce a concentrarsi meglio, quali modalità di comunicazione comprende più facilmente. Piccoli adattamenti possono fare una grande differenza: spiegare in anticipo ciò che succederà, dividere un compito complesso in passaggi più brevi, ridurre le distrazioni, concedere pause, utilizzare immagini o schemi, creare routine più prevedibili. Non significa abbassare le aspettative. Significa, quando necessario, cambiare la strada attraverso la quale arrivare allo stesso obiettivo.
Una diagnosi non cambia il bambino
Quando arriva una diagnosi di autismo, ADHD o di un disturbo specifico dell’apprendimento, molti genitori possono provare preoccupazione e chiedersi cosa cambierà nella vita del proprio figlio. In realtà il bambino che torna a casa dopo una valutazione è lo stesso che era entrato nello studio dello specialista. Ciò che può cambiare è la possibilità degli adulti di comprenderlo meglio.
Una valutazione accurata può spiegare perché alcuni comportamenti che sembravano svogliatezza, capriccio o mancanza di impegno richiedano invece strategie differenti. Allo stesso tempo, riconoscere la neurodivergenza non significa negare le difficoltà reali. Alcuni bambini e ragazzi possono avere bisogno di un sostegno significativo nella vita quotidiana, nella comunicazione, nell’apprendimento o nell’autonomia. Anche all’interno della prospettiva della neurodiversità, l’American Academy of Pediatrics sottolinea l’importanza di non minimizzare le necessità delle persone con maggiori livelli di difficoltà.
Ed è forse questo l’aspetto più importante per una famiglia: non scegliere tra vedere i punti di forza di un figlio e riconoscerne le fragilità. Le due cose possono convivere. Comprendere la neurodivergenza significa proprio questo: cercare di capire come funziona quel bambino, quali ostacoli incontra e quali strumenti possono permettergli di crescere, imparare e diventare autonomo senza chiedergli continuamente di essere qualcun altro.


