Le diagnosi di disturbo dello spettro autistico stanno aumentando con grande rapidità in molti Paesi dell’area Ocse. Il dato richiamato dal nuovo rapporto internazionale è netto: nell’ultimo decennio i tassi medi di crescita annuale delle diagnosi si collocano spesso tra il 6% e il 10%, un ritmo che nell’arco di 15 anni porta a un più che raddoppio dei casi osservati e, in alcuni contesti, persino a una quadruplicazione. La notizia fotografa una trasformazione profonda che non riguarda soltanto la sanità, ma anche la scuola, il welfare e l’organizzazione della vita quotidiana di moltissime famiglie.
Il rapporto dell’Ocse prende in esame 11 Paesi (Australia, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Israele, Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) e segnala che la traiettoria di crescita delle diagnosi è ormai consolidata. Il caso più evidente è quello di Israele, dove l’aumento medio annuo indicato è del 16%, una dinamica che su 15 anni corrisponde a una crescita vicina a dieci volte. In parallelo, cresce la richiesta di valutazioni diagnostiche, sostegni economici, interventi precoci e percorsi educativi personalizzati, spesso con sistemi pubblici che non riescono a stare al passo con la domanda.
Autismo, perché i numeri salgono
Il punto più importante, e forse anche quello più delicato, è capire che cosa ci sia davvero dietro l’aumento dei numeri. Secondo l’Ocse, l’incremento osservato è dovuto in larga misura a una maggiore capacità di individuare e diagnosticare l’autismo, più che a una crescita certa della prevalenza “reale” del disturbo nella popolazione. Pesano l’evoluzione dei criteri diagnostici, una più ampia consapevolezza da parte di famiglie, scuole e pediatri, una riduzione dello stigma e una sorveglianza dello sviluppo più precoce e strutturata.
Negli ultimi anni, inoltre, i sistemi internazionali di classificazione hanno riunito sotto l’etichetta di disturbo dello spettro autistico condizioni e presentazioni che in passato venivano lette in modo più frammentato. Questo ha favorito diagnosi più omogenee, ma anche più inclusive rispetto alla varietà dei profili clinici. La letteratura scientifica internazionale descrive da tempo questo fenomeno: l’aumento della prevalenza misurata dipende anche dai cambiamenti nelle definizioni, nelle pratiche diagnostiche e nella capacità dei servizi di intercettare casi prima trascurati. Una revisione sistematica pubblicata su PubMed indica che, a livello globale, circa 1 bambino su 100 riceve una diagnosi di autismo, con stime che crescono nel tempo anche per effetto delle diverse metodologie di rilevazione.
Un tema che ci riguarda da vicino
L’Italia non compare tra i Paesi analizzati dall’Ocse, ma questo non significa che il fenomeno sia marginale. Secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, nel nostro Paese il disturbo dello spettro autistico riguarda circa un bambino su 77 nella fascia di età tra 7 e 9 anni. È un dato che da solo basta a restituire la dimensione sociale del tema: si parla di un numero molto elevato di famiglie che hanno bisogno di orientamento, servizi accessibili, tempi rapidi e continuità nell’assistenza.
Nel dibattito italiano resta aperta anche una questione interpretativa. Da un lato, una parte dell’aumento delle diagnosi può essere spiegata con una migliore capacità di riconoscere il disturbo. Dall’altro, alcune associazioni di familiari segnalano il sospetto che almeno una quota dell’incremento più recente possa riflettere anche una crescita effettiva dei casi osservati. È un terreno che richiede prudenza, perché i dati disponibili non sono sempre omogenei e confrontabili, ma il bisogno di monitoraggi nazionali più aggiornati e sistematici appare ormai evidente.
Il vero nodo: liste d’attesa, personale insufficiente e disuguaglianze
L’aspetto più concreto messo in luce dal rapporto Ocse riguarda però ciò che accade dopo il sospetto diagnostico. In molti Paesi le famiglie si scontrano con lunghi tempi di attesa nei servizi pubblici e con una carenza di professionisti formati. Quando la valutazione arriva tardi, slitta anche l’accesso agli interventi educativi e riabilitativi, proprio nella fase in cui un supporto tempestivo può fare la differenza nell’organizzazione della vita quotidiana del bambino e della famiglia.
L’Ocse osserva inoltre che i sistemi diagnostici tendono a favorire chi ha più risorse culturali, economiche e linguistiche per orientarsi tra visite, documenti, rinvii e percorsi complessi. In diversi Paesi, come Australia, Francia, Israele e Regno Unito, le attese e la scarsità di personale spingono molte famiglie verso il privato. Questo apre un problema di equità evidente: chi può permetterselo accelera il percorso, chi non può farlo rischia di restare indietro. Non si tratta quindi soltanto di aumentare il numero delle diagnosi, ma di garantire che siano tempestive, accurate e davvero accessibili a tutti.
Le ragazze restano più difficili da intercettare
Tra le criticità segnalate con maggiore forza c’è la persistente differenza nelle diagnosi tra maschi e femmine. Storicamente l’autismo viene identificato più spesso nei maschi, e i dati italiani richiamati da ISS e quelli statunitensi del CDC confermano ancora oggi una maggiore frequenza diagnostica nei bambini rispetto alle bambine. Tuttavia, proprio il rapporto Ocse insiste su un punto decisivo: ragazze e donne possono presentare caratteristiche meno riconoscibili secondo modelli diagnostici costruiti soprattutto su profili maschili, e per questo rischiano di ricevere una diagnosi più tardi o di non riceverla affatto.
La ricerca scientifica recente descrive bene questa difficoltà. Alcuni lavori segnalano che nelle donne l’autismo può essere mascherato più a lungo, confuso con altri quadri clinici o riconosciuto solo dopo anni di sofferenza e valutazioni incomplete. Questo non vuol dire cancellare le differenze di prevalenza tra i sessi, ma invita a leggere i numeri con maggiore cautela: una parte del divario potrebbe dipendere anche da un accesso meno efficace alla diagnosi.
Diagnosi precoce e presa in carico: il tema non è solo contare i casi
La crescita delle diagnosi non dovrebbe essere letta esclusivamente come un allarme numerico. Può anche essere il segno di una migliore capacità dei sistemi sanitari di riconoscere situazioni che in passato restavano invisibili. L’Ocse sottolinea che una diagnosi più tempestiva può migliorare gli esiti sociali, sanitari ed educativi, a condizione però che sia accompagnata da servizi adeguati. La diagnosi, da sola, non basta: servono continuità assistenziale, sostegno alla famiglia, inclusione scolastica e una rete territoriale capace di seguire i bisogni nel tempo.
Anche la letteratura scientifica insiste sull’importanza dell’identificazione precoce. Studi pubblicati su PubMed mostrano che una diagnosi formulata già intorno ai 18-24 mesi, quando condotta da clinici esperti e con strumenti adeguati, può essere sufficientemente stabile. Questo non significa ridurre la complessità del disturbo a una formula rapida, ma ricordare che attendere troppo può tradursi in una perdita di opportunità per l’intervento e per il sostegno educativo.
Una questione pubblica che riguarda salute, scuola e diritti
La conclusione che emerge con maggiore chiarezza è che l’aumento delle diagnosi di autismo non può essere affrontato come un semplice tema statistico. È una questione di politica sanitaria, di organizzazione scolastica e di diritti sociali. Il rapporto Ocse mostra come i Paesi si stiano muovendo in modo molto diverso sul piano dei benefici economici e dei servizi, ma indica anche una direzione comune: spostare il baricentro dal peso dell’etichetta diagnostica alla valutazione concreta dei bisogni della persona.
Per le famiglie, il nodo essenziale resta lo stesso ovunque: ricevere una risposta in tempi ragionevoli, senza essere costrette a percorsi estenuanti o a spese insostenibili. Per i sistemi pubblici, invece, la sfida è duplice: migliorare la capacità di identificazione e, insieme, evitare che l’allargamento delle diagnosi produca nuove disuguaglianze. In questo senso, il rapporto Ocse lancia un messaggio molto chiaro: la crescita dei numeri è solo l’inizio della questione. La vera misura della qualità di un sistema si vede da ciò che accade dopo.
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