Ebola in Congo, l’epidemia corre senza sosta
L’Ebola torna a mostrare il suo volto più pericoloso nella Repubblica Democratica del Congo. L’epidemia iniziata nella primavera del 2026 continua infatti a espandersi a una velocità mai osservata prima nel Paese. L’Organizzazione mondiale della sanità la considera ormai la più grande epidemia di Ebola mai registrata nella storia congolese e quella caratterizzata dalla diffusione più rapida.
I numeri mostrano chiaramente l’accelerazione. Il 17 giugno erano stati confermati 896 casi e 232 morti. Il 15 luglio i casi erano già 2.124, con 828 decessi. Il 30 luglio erano saliti a 3.605, con 1.587 morti. Al 12 agosto l’OMS riportava nella sola Repubblica Democratica del Congo 4.665 casi confermati e 2.184 decessi. In meno di due mesi, quindi, i contagi accertati sono aumentati di oltre cinque volte.
Una crescita rapidissima, ma non necessariamente esponenziale
Definire la crescita “esponenziale” rende bene, nel linguaggio comune, l’idea della velocità con cui l’epidemia sta avanzando. Dal punto di vista epidemiologico, però, è necessaria maggiore cautela: i dati non dimostrano che l’andamento segua perfettamente una funzione esponenziale.
Parte dell’incremento deriva dal rafforzamento della sorveglianza, dall’aumento dei test e dall’identificazione di infezioni precedentemente sfuggite. L’OMS precisa tuttavia che la maggioranza dell’aumento riflette una reale espansione dell’epidemia.
Tra il 3 e il 9 agosto sono stati registrati 579 nuovi casi e 304 morti, il valore settimanale più alto dall’inizio dell’emergenza. La trasmissione rimane dunque intensa e interessa territori sempre nuovi.
Il virus ha raggiunto sei province
Il focolaio era inizialmente concentrato nella zona sanitaria di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri. Da lì il virus si è propagato attraverso diverse catene di trasmissione.
Al 12 agosto risultavano coinvolte 54 zone sanitarie in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. L’Ituri rimane l’epicentro principale, ma la comparsa di casi lontani dal focolaio originario rende molto più difficile circoscrivere l’epidemia.
La situazione è caratterizzata ormai da cluster geografici interconnessi e da catene di contagio che non sempre vengono riconosciute tempestivamente.
La letalità è salita fino a circa il 47%
Preoccupa anche l’andamento della mortalità. Il rapporto tra decessi e casi confermati era del 26% il 17 giugno, è salito al 39% a metà luglio, al 44% alla fine dello stesso mese e ha raggiunto circa il 47% ad agosto.
Questo aumento non significa necessariamente che il virus sia diventato biologicamente più aggressivo. La letalità osservata dipende anche dalla rapidità della diagnosi, dall’accesso alle cure, dalla capacità degli ospedali e dall’identificazione dei casi meno gravi. Resta comunque un bilancio drammatico: oltre 2.100 persone erano già morte entro il 12 agosto.
Il responsabile è il virus Bundibugyo
A rendere la situazione ancora più complessa è il tipo di ebolavirus coinvolto: il Bundibugyo virus. Per questa infezione non esistono attualmente un vaccino specificamente autorizzato né una terapia specifica approvata.
I vaccini e i trattamenti sviluppati contro Ebola Zaire non possono essere automaticamente considerati efficaci contro Bundibugyo. Sono in corso studi su vaccini e terapie sperimentali, mentre la risposta sanitaria continua a basarsi soprattutto su diagnosi precoce, isolamento, assistenza clinica, tracciamento dei contatti e prevenzione delle infezioni.
Conflitti e sfollamenti complicano la risposta
Il virus si sta inoltre diffondendo in territori segnati da conflitti armati, sfollamenti, infrastrutture fragili e continui movimenti della popolazione. In alcune aree è difficile perfino raggiungere i villaggi o seguire tutti i contatti di una persona infetta.
Dalla dichiarazione dell’emergenza sanitaria internazionale del 17 maggio, l’OMS aveva inoltre registrato almeno 12 attacchi contro strutture o servizi sanitari. Anche il tracciamento resta problematico: all’inizio di agosto veniva seguito circa il 75% dei contatti, contro un obiettivo operativo di almeno il 95%.
Casi anche fuori dal Congo, ma nessuna pandemia
Infezioni collegate all’epidemia sono state rilevate anche in Uganda, mentre persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo sono state diagnosticate o curate in Francia e Germania. Non è stata però documentata una trasmissione sostenuta su larga scala al di fuori del Congo.
Il rischio resta molto elevato nel Paese e importante nelle aree confinanti, senza che i dati giustifichino al momento lo scenario di una pandemia mondiale.
L’Ebola, infatti, non si trasmette facilmente per via respiratoria come influenza o SARS-CoV-2: il contagio avviene soprattutto attraverso il contatto diretto con sangue, fluidi corporei o materiali contaminati.
In teoria, quindi, le catene di trasmissione possono essere interrotte. Ma occorre trovare rapidamente ogni caso, isolare e assistere il paziente e rintracciare i suoi contatti. Quando i malati aumentano rapidamente, anche questo sistema rischia di essere sopraffatto.
L’epidemia ha già superato quella del 2018-2020, che con 3.317 casi confermati era stata fino a oggi la più grande mai osservata nel Paese. La domanda decisiva, adesso, non è soltanto quanto potrà ancora crescere l’epidemia, ma quanto rapidamente la risposta sanitaria riuscirà a crescere più del virus.
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