Tempo di lettura: 4 minutiQuando si parla di tumore della laringe, in gioco non c’è solo la sopravvivenza: c’è la deglutizione, il respiro e soprattutto la voce. È la funzione quotidiana, l’identità sonora di una persona, a dipendere spesso dalla qualità delle cure. Per questo motivo gli ultimi indicatori del Programma Nazionale Esiti (PNE) di Agenas, che misurano i volumi di interventi per neoplasie maligne della laringe, hanno un valore che va oltre i numeri: fotografano percorsi, organizzazione e competenze che impattano sulle funzioni vitali e sulla qualità di vita dopo l’intervento.
Cosa dicono davvero gli indicatori PNE e come leggerli
Va però chiarito un punto spesso frainteso: il PNE non fotografa “tutta” la chirurgia laringea in un’unica voce. Per la laringe, infatti, esistono indicatori distinti sui volumi di ricovero per l’approccio open (chirurgia tradizionale) e un indicatore che aggrega open ed endoscopico. Questo significa che la lettura dei dati va contestualizzata: i numeri descrivono un perimetro specifico e non sempre riescono a restituire, da soli, l’evoluzione delle tecniche mini-invasive che oggi fanno la differenza in molti casi selezionati. In quest’ottica, l’Ospedale Monaldi di Napoli viene accreditato tra le prime strutture in Italia e leader di riferimento nel Sud Italia per la chirurgia laser, la chirurgia ricostruttiva, l’inserimento delle protesi fonatorie e la chirurgia robotica: un posizionamento che riflette la vocazione a integrare le opzioni terapeutiche, scegliendo per ciascun paziente l’approccio più appropriato, non solo il più “imponente”.
L’esperienza del Monaldi: un riferimento nazionale per laser e mini-invasiva
È qui che si colloca l’esperienza dell’équipe di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale del Monaldi, diretta dal professor Giuseppe Tortoriello, punto di riferimento nazionale per la chirurgia laser e mini-invasiva nel trattamento delle patologie oncologiche laringee. L’obiettivo è chiaro: curare il tumore massimizzando la preservazione della funzione laringea (voce e deglutizione) e, quando possibile, riducendo l’impatto dell’intervento sul respiro e sulla quotidianità.
La struttura ha sviluppato percorsi che comprendono chirurgia ricostruttiva avanzata, inserimento di protesi fonatorie per la riabilitazione della voce nei casi che lo richiedono, e l’impiego della chirurgia robotica in indicazioni selezionate. Tutto dentro un approccio multidisciplinare con anestesisti, oncologi, radioterapisti, foniatri e logopedisti, perché la cura del paziente laringectomizzato o sottoposto a resezione parziale inizia prima dell’atto chirurgico e prosegue nella riabilitazione.
Che cos’è la TLM e perché è così importante
Ma in cosa consiste, concretamente, l’intervento con il laser? «Nella forma più diffusa (Transoral Laser Microsurgery, TLM) – spiega il professor Giuseppe Tortoriello, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale – il tumore viene rimosso attraverso la bocca, senza incisioni sul collo». Il chirurgo lavora con strumenti endoscopici e un microscopio, usando un fascio laser molto preciso per “tagliare” il tessuto malato con grande accuratezza.
La precisione del raggio, l’ingrandimento ottico e la possibilità di seguire il piano di dissezione consentono di modellare l’asportazione sul reale disegno della lesione. L’obiettivo, quando le condizioni cliniche lo consentono, è ridurre l’invasività, limitare il sanguinamento e preservare quanto più possibile le funzioni della laringe (voce e deglutizione), con tempi di recupero più rapidi rispetto a interventi più demolitivi. Non si tratta di una “scorciatoia”, ma di una strategia chirurgica codificata che richiede selezione rigorosa dei pazienti, competenze specifiche e un’organizzazione della sala operatoria orientata alla microchirurgia.
Open, endoscopico e robotico: la scelta è personalizzata
La chirurgia open rimane imprescindibile in molte situazioni (ad esempio per malattie avanzate o in presenza di estensioni che non consentono la via transorale) e si avvale oggi di tecniche ricostruttive raffinate per restituire struttura e funzione alla laringe. L’endoscopico laser, nelle forme precoci o in lesioni selezionate, offre la possibilità di resezioni mirate con un impatto potenzialmente minore su fonazione e deglutizione.
La chirurgia robotica, infine, aggiunge un’ulteriore opzione per accessi difficili e manovre di precisione in sedi anatomiche complesse. In questo mosaico, la centralità del paziente si traduce nella personalizzazione del trattamento: non esiste “la” chirurgia della laringe, ma il giusto intervento per il giusto caso, scelto in base a stadio, sede, comorbidità, aspettative funzionali e progetto riabilitativo.
Formazione sul campo: il 22–23 gennaio 2026 la seconda edizione del Corso di Chirurgia Laser Laringea
In questo scenario si inserisce la seconda edizione del “Corso di Chirurgia Laser Laringea”, in programma il 22 e 23 gennaio 2026 proprio al Monaldi: due giornate che riportano a Napoli uno degli appuntamenti formativi più rilevanti per l’otorinolaringoiatria, con sessioni teoriche, confronto multidisciplinare e live surgery dalle sale operatorie commentata in tempo reale. L’impostazione didattica mette al centro l’osservazione diretta dei casi, la discussione sulle scelte intraoperatorie e il dialogo tra specialisti. Non solo “come si fa”, ma “perché si fa”: indicazioni, limiti, gestione delle complicanze, e soprattutto criteri di preservazione funzionale che rendono la TLM e, più in generale, la chirurgia mini-invasiva, strumenti efficaci all’interno di percorsi oncologici contemporanei e integrati.
I protagonisti: tra continuità e respiro internazionale
Presidente onorario dell’iniziativa è il professor Gaetano Motta, Direttore della Clinica Otorinolaringoiatrica e del Dipartimento di Chirurgia Generale e Specialistica dell’AOU Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Tra gli ospiti d’onore figurano il professor Marco De Vincentiis (Presidente SIOeChCF), il professor Marco Radici (Presidente del 112° Congresso Nazionale SIO 2026) e il professor Giovanni Succo (Presidente EHNS e Presidente AUORL), a conferma del respiro nazionale e internazionale dell’evento.
Direttori del corso, oltre al professor Tortoriello, il professor Giorgio Peretti (Ospedale Policlinico San Martino di Genova) e il professor Mohssen Ansarin (IEO di Milano). La composizione del board testimonia una rete di competenze che abbraccia i principali centri italiani e dialoga con le società scientifiche europee, garanzia di aggiornamento e standard condivisi.
Innovazione che fa scuola: dalla sala operatoria alla qualità delle cure
«La seconda edizione di questo corso – sottolinea il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Avv. Anna Iervolino – testimonia l’impegno costante dell’azienda nel promuovere innovazione, alta formazione e qualità delle cure, anche per i numerosi pazienti che raggiungono il nostro ospedale da altre regioni». La formazione sul campo, unita all’esperienza clinica e alla capacità di integrare più piattaforme tecnologiche (laser, robotica, ricostruttiva, protesi fonatorie), diventa così un volano per la qualità. L’attenzione al risultato funzionale (voce comprensibile, deglutizione sicura, respiro libero) non è un “di più”, ma un esito che conta quanto il controllo oncologico. È questa la cifra che definisce il lavoro delle équipe dedicate alla laringe: trattare la malattia tenendo insieme efficacia e funzione, con cure mirate, tempi di recupero ragionevoli e un progetto riabilitativo disegnato sulla persona.
Un segnale per il Sud e per il Paese
Che un centro del Sud Italia si accrediti come leader nella chirurgia laringea (laser, ricostruttiva, protesi fonatorie e robotica) ha un significato che supera i confini regionali: riduce i viaggi della speranza, rafforza la rete nazionale, avvicina l’eccellenza ai pazienti e ai professionisti in formazione. La lettura corretta degli indicatori PNE aiuta a comprendere dove e come si sta innovando; la pratica quotidiana e la formazione live mostrano invece come quell’innovazione si traduce in benefici concreti per le persone. A Napoli, il 22 e 23 gennaio 2026, queste due dimensioni si incontrano: i dati che orientano e la chirurgia che cura, con la voce, il respiro e la deglutizione al centro del percorso.
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Vaccino HPV, l’importanza della prevenzione
Su vaccini e fragilità serve una prevenzione di precisione
Prevenzione, News“Oggi in Italia c’è ancora una larga parte di over 65, circa uno su tre secondo gli ultimi dati, che non si vaccina contro l’influenza. Si tratta di un dato che richiede una rapida inversione di rotta. Vaccinare significa infatti investire in salute: ogni euro speso in vaccini, secondo alcune stime, può generare un ritorno tra i sette e i dieci euro, con un beneficio anche economico. Con una popolazione sempre più anziana e più fragile, proteggere il singolo attraverso le vaccinazioni è una priorità e, in questo modo, si protegge anche il sistema riducendo l’impatto di pazienti con malattia acuta”.
Con queste parole Ivan Gentile, Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Federico II, ha aperto a Napoli la seconda edizione di “Infettivologia all’ombra del Vesuvio – La fragilità oggi: dalle patologie croniche alla fragilità di sistema”. La fotografia è nitida e interroga l’intero sistema sanitario: se una parte consistente di anziani non aderisce alla campagna antinfluenzale, l’onda lunga si ripercuote su ospedali, medici di famiglia e, soprattutto, su persone più esposte alle complicanze. L’appello che arriva dal convegno è dunque chiaro: occorre accelerare.
Una due giorni per la sanità che cambia
La due giorni, promossa dalle società scientifiche SIMIT e SITA, ha riunito specialisti da tutta Italia per discutere le nuove traiettorie dell’infettivologia nella gestione dei pazienti fragili, dalle patologie croniche alle vulnerabilità sociali e organizzative, con un’attenzione specifica all’impatto sulla sostenibilità del sistema sanitario e ai percorsi di prevenzione.
Il confronto ha messo al centro temi concreti: percorsi vaccinali che accompagnino le persone lungo tutto l’arco della vita, strumenti diagnostici tempestivi e appropriati, uso più mirato delle terapie antivirali, e una governance capace di integrare ospedale, territorio e servizi di comunità. L’obiettivo è duplice: proteggere il singolo e alleggerire la pressione sul sistema, soprattutto nelle stagioni in cui virus respiratori e malattie prevenibili tornano a circolare con maggiore intensità.
Salute, sostenibilità e ritorni per la collettività
“Il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche impattano sui sistemi sanitari, rendendo indispensabile rafforzare le politiche vaccinali lungo tutto l’arco della vita, a partire dalla antinfluenzale annuale e dalle vaccinazioni dell’adulto oggi ancora poco diffuse, come quelle contro l’Herpes Zoster e lo pneumococco”, sottolinea Gentile.
Il messaggio è pragmatico: una buona copertura vaccinale non solo riduce malattia e complicanze, ma genera anche risparmi indiretti grazie alla prevenzione di ricoveri, accessi in pronto soccorso e interruzioni delle attività quotidiane. Nello scenario di una popolazione più longeva e più fragile, la protezione del singolo diventa un pilastro di sanità pubblica. Investire oggi in prevenzione significa, per dirla con Gentile, evitare domani i picchi di malattia acuta che gravano sui reparti e sui bilanci regionali.
Fragilità come nuova normalità: una regia per l’infettivologia
Il convegno è stato dedicato al tema della fragilità in senso ampio, partendo da un’idea chiave: “Oggi la fragilità non è più un’eccezione, ma tende a diventare la regola. In questo scenario, la disciplina delle malattie infettive ha un ruolo di regia, perché deve contribuire a governare i processi di prevenzione e protezione della popolazione. La vaccinazione è l’arma preventiva più efficace ed è anche la più sostenibile: dovremmo uscire dalla logica del costo per ragionare in termini di investimento”.
Qui la parola “regia” non è casuale: indica la necessità di coordinare figure professionali e livelli assistenziali, di programmare campagne e richiami, di valorizzare il lavoro di prossimità dove si costruisce la fiducia e si combatte l’esitazione vaccinale. Il focus non è solo clinico ma organizzativo: prevenire significa anche disegnare percorsi semplici, accessibili e tempestivi.
Diagnosi rapide e uso appropriato delle terapie: verso una medicina di precisione
“Serve poi un passo in avanti della Comunità Medica verso una nuova medicina, una medicina di precisione. Ad esempio, nel caso delle sindromi simil-influenzali diventa essenziale diagnosticare esattamente la patologia (ad es. influenza, COVID-19 o infezione batterica) per contrastarla con maggiore puntualità, evitando di ricorrere continuamente agli antibiotici e con un maggiore utilizzo di antivirali specifici”.
La riflessione di Gentile tocca un nodo cruciale: distinguere la causa dell’infezione per scegliere la cura giusta. Significa utilizzare test rapidi quando appropriati, impostare terapie mirate e contenere l’uso inappropriato di antibiotici, una pratica che alimenta resistenze batteriche e riduce l’efficacia di farmaci essenziali. In questa prospettiva, la prevenzione vaccinale e la diagnosi tempestiva sono facce della stessa medaglia: meno infezioni gravi, decisioni terapeutiche più precise, percorsi di cura più brevi e sicuri.
Meningite: la situazione a Napoli e la centralità della prevenzione
Sul fronte dell’attualità Nicola Coppola, professore ordinario di Malattie Infettive presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, ha chiarito il quadro relativo ai recenti episodi di meningite segnalati nella città di Napoli in ambito scolastico: “Non c’è un vero allarme: i numeri che registriamo sono nella norma rispetto agli anni precedenti. La forma meningococcica, tipica dei giovani, può essere grave e rapida: intervenire tempestivamente è decisivo, ma la prevenzione resta centrale. Oggi abbiamo vaccini contro diversi sierogruppi e, con una copertura completa nella popolazione giovane, anche questi pochi casi potrebbero essere azzerati”.
Insomma, niente allarmismi, sì alla vigilanza, alla profilassi quando indicata e a una copertura vaccinale ampia, in grado di proteggere fasce di età dove la circolazione del batterio può essere più intensa.
Cosa significa rafforzare i percorsi di prevenzione
Il confronto napoletano rimette al centro azioni concrete. Significa pianificare campagne antinfluenzali con particolare attenzione agli over 65 e ai pazienti cronici; ricordare le vaccinazioni dell’adulto come quelle contro Herpes Zoster e pneumococco; rendere capillare l’informazione nelle scuole e nelle comunità; facilitare l’accesso alla vaccinazione nei luoghi di cura e sul territorio. Significa anche potenziare i sistemi di sorveglianza e l’integrazione tra laboratori, medici di medicina generale e servizi di igiene pubblica, così da sostenere la medicina di precisione invocata dagli specialisti. Il tutto con uno sguardo alla sostenibilità: prevenire è la via più efficace per proteggere i fragili e al tempo stesso preservare le risorse del Servizio sanitario.
Un’agenda condivisa per la salute di tutti
Da Napoli arriva dunque un’agenda di lavoro chiara: più prevenzione, più precisione diagnostica, più collaborazione tra professionisti e istituzioni, più fiducia nelle vaccinazioni come bene comune. In una società che invecchia e si confronta con fragilità diverse (cliniche, sociali e organizzative) l’infettivologia assume un ruolo di guida.
L’obiettivo è semplice e ambizioso: ridurre le malattie prevenibili, evitare complicanze e ricoveri, garantire percorsi di cura appropriati e tempestivi. È un investimento che rende, come ricordato da Gentile, non solo in termini di salute ma anche di sostenibilità economica. E, come ha sottolineato Coppola, è un impegno che può azzerare rischi mirati, a partire dalla meningite nei più giovani, se la copertura vaccinale è completa. La strada è tracciata: trasformare la prevenzione in un’abitudine collettiva e la precisione in uno standard di cura.
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Primo trapianto combinato da donatore vivente in Italia
NewsIn Italia sta facendo parlare il primo caso di trapianto combinato di due organi prelevati da un unico donatore vivente. Trapianto, fortunatamente, realizzato con successo. Ben 18 ore per segnare un passaggio storico per la trapiantologia nazionale. Protagonista è un cittadino serbo di 37 anni, il primo nel nostro Paese ad aver donato in vita due organi in simultanea: una porzione di fegato e un rene. La ricevente è la figlia, Sofija (nome di fantasia), di 7 anni.
La bambina soffriva da tempo di una rara malattia genetica che colpisce sia il fegato sia i reni. Dall’età di 4 anni era costretta alla dialisi peritoneale domiciliare, che occupava dalle 13 alle 18 ore al giorno. Successivamente la necessità di ricorrere all’emodialisi ha ulteriormente limitato la sua quotidianità, vincolandola a sedute a giorni alterni.
Il quadro clinico si è aggravato con lo sviluppo di una cirrosi epatica, condizione che non consentiva l’esecuzione di un trapianto renale isolato. Dopo l’intervento combinato, padre e figlia stanno bene: sono stati entrambi dimessi dall’ospedale lunedì 19 gennaio e la piccola resterà a Bergamo per i controlli dei prossimi mesi, con la prospettiva di condurre una vita regolare.
La gioia del padre donatore
“È una gioia oggi vedere che nostra figlia ha riacquistato l’appetito e la voglia di giocare – ha raccontato il papà di Sofija –. Prima si stancava molto facilmente e interrompeva il gioco per sdraiarsi a riposare. Ora sta diventando come tutti gli altri bambini: vivace, gioiosa, piena di energia, finalmente senza cateteri che erano necessari per la dialisi. Ora potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei”.
Il padre ha aggiunto che la decisione di donare era stata condivisa con la moglie oltre due anni fa, quando i medici avevano indicato l’avvio della dialisi e la preparazione al trapianto: “Abbiamo pregato Dio affinché ci aiutasse ed Egli ha esaudito le nostre preghiere in questo modo. I medici dell’ospedale di Bergamo hanno svolto il compito più grande e più responsabile. Noi abbiamo semplicemente fatto ciò che farebbe qualsiasi genitore”.
Un percorso legale e clinico rigoroso
Padre e figlia, cittadini della Repubblica Serba, sono arrivati a Bergamo su richiesta del Ministero della Salute serbo. In Italia l’iter per un trapianto da donatore vivente è strutturato per garantire la piena tutela di donatore e ricevente: il primo deve poter scegliere senza condizionamenti esterni e con un’informazione completa sui rischi, il secondo deve essere protetto da ogni possibile criticità clinica e organizzativa. Nel caso della coppia, alla valutazione di idoneità è seguito il parere favorevole della Commissione Regionale di Parte Terza e, infine, il nulla osta della Procura di Bergamo.
Perché il trapianto combinato era la scelta giusta
Quando una malattia cronica coinvolge sia fegato sia rene, la strategia terapeutica prevede di norma il trapianto dell’organo più compromesso, seguito a distanza dal secondo. Nel caso di Sofija, entrambi gli organi erano gravemente danneggiati: la soluzione più vantaggiosa è stata quindi quella di un trapianto simultaneo di fegato e rene nello stesso intervento. Questo approccio ha permesso alla bambina di evitare un lungo periodo di dialisi dopo un eventuale trapianto isolato di fegato e, al contempo, ha risparmiato al padre un secondo intervento in anestesia generale. Come per ogni trapianto, il caso è stato discusso e pianificato da un’équipe multidisciplinare.
La valutazione del donatore e la compatibilità
I chirurghi della Chirurgia 3 (trapianti addominali), diretta da Domenico Pinelli, hanno verificato la disponibilità del padre a donare e la compatibilità donatore–ricevente per entrambe le procedure. I rischi per il donatore sono stati considerati accettabili, alla luce dei benefici attesi per la bambina in termini di qualità di vita e prognosi.
Nelle fasi preparatorie, la piccola è stata a lungo ricoverata nel reparto di Pediatria diretto dal prof. Lorenzo D’Antiga, dove ha proseguito la dialisi in collaborazione con i colleghi della Nefrologia. La valutazione preliminare del padre è stata eseguita nella Gastroenterologia 1 – epatologia e trapiantologia, diretta da Stefano Fagiuoli, e nella Nefrologia diretta da Pierluigi Ruggenenti, con il centro trapianti renali di cui è responsabile Anna Rita Plati. Gli aspetti clinico-amministrativi sono stati seguiti dal Coordinamento prelievo e trapianto d’organo, guidato da Sergio Vedovati.
Diciotto ore di lavoro in due sale adiacenti
In due sale chirurgiche attigue si sono alternati 6 chirurghi, 7 anestesisti e 20 professionisti infermieristici. L’équipe responsabile del prelievo degli organi nel padre comprendeva i chirurghi Stefania Camagni, Annalisa Amaduzzi, Flavia Neri e Martina Sala; per l’anestesia erano presenti i medici Andrea Minini, Giusi Starita e Anna Zeduri.
L’intervento sulla bambina è iniziato con il trapianto di fegato, eseguito dai chirurghi Domenico Pinelli e Marco Zambelli, ed è proseguito con il trapianto di rene a cura di Annalisa Amaduzzi e Flavia Neri. L’assistenza anestesiologica pediatrica è stata garantita da Emanuele Capaccio, Carlo Pirola ed Emanuela Cadei, insieme al responsabile del servizio Alberto Benigni. Il lavoro degli infermieri strumentisti, di anestesia, di sala operatoria e degli OSS è stato coordinato da Corrado Colombo.
Un centro di riferimento e la tecnica “split”
“L’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è uno dei pochi centri autorizzati a realizzare trapianti di tutti gli organi sia adulti che pediatrici”, ricorda Domenico Pinelli, Direttore della Chirurgia 3 trapianti addominali. Proprio a Bergamo, nel 1999, è stata introdotta la tecnica “split” per il trapianto di fegato, che prevede la divisione dell’organo di un donatore deceduto in due parti differenti: una più piccola per un bambino e una più grande per un adulto.
Lo sviluppo dello split liver ha consentito di azzerare la lista d’attesa pediatrica in Italia e il Papa Giovanni XXIII è tra i centri con maggiore esperienza al mondo su questa procedura: circa il 75% dei trapianti di fegato pediatrici dell’ospedale viene eseguito con questa tecnica. In questo caso, lo “split” è stato adattato al contesto del donatore vivente: dal genitore è stata prelevata solo una piccola porzione di fegato (circa il 25%), sufficiente per la figlia.
Un risultato che apre nuove prospettive
L’intervento non aveva precedenti in Italia; in letteratura sono riportati solo rari casi eseguiti in altri Paesi europei. L’esito positivo, con le dimissioni di padre e figlia e la possibilità per la bambina di iniziare la scuola “spensierata come i coetanei”, testimonia l’efficacia di un’organizzazione che integra competenze chirurgiche, anestesiologiche, pediatriche e nefro-epatologiche. La famiglia resterà a Bergamo per i controlli, ma il trapianto combinato ha già cambiato la traiettoria di vita della piccola: dal vincolo della dialisi a una quotidianità finalmente normale.
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Digital health: quanto “rende” davvero l’innovazione
Economia sanitariaNapoli ospita un appuntamento dedicato a uno dei nodi più attuali della trasformazione sanitaria: misurare il valore generato dalla digital health, andando oltre l’entusiasmo per la tecnologia e oltre il semplice calcolo dei costi. Mercoledì 21 gennaio 2026, alle ore 15:30, si terrà l’incontro “The Social and Economical Return of Investment on Digital Health”, con focus sul ritorno sociale ed economico degli investimenti in sanità digitale.
Digital health, il network
L’evento è organizzato dalla Fondazione Triassi per il Management Sanitario, in collaborazione con il Centro Interdipartimentale di Ricerca in Management Sanitario e Innovazioni in Sanità (CIRMIS) e con il Master di II Livello in Management Sanitario dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Il tema è centrale per decisori, manager e professionisti: la sanità digitale (telemedicina, monitoraggio da remoto, piattaforme di presa in carico, strumenti di supporto ai percorsi clinici, servizi digitali per cittadini e operatori) promette benefici importanti, ma per guidare scelte solide servono metriche e metodi capaci di stimare non solo il “risparmio” immediato, bensì anche l’impatto su esiti di salute, continuità assistenziale, accesso alle cure, tempi di attesa, appropriatezza, riduzione di prestazioni duplicate, oltre agli effetti indiretti su famiglie, lavoro e comunità. In altre parole: investire in digitale ha senso quando migliora risultati e organizzazione, e quando il valore prodotto è misurabile e confrontabile.
Ad aprire l’incontro saranno i saluti del Prof. Pasquale Arpaia. Seguiranno gli interventi della Prof.ssa Maria Triassi e del Prof. Antonio Salvatore, con un confronto orientato a chiarire come valutare il ritorno degli investimenti e come integrare queste valutazioni nei processi di programmazione e management sanitario. Appuntamento al 21 gennaio 2026, ore 15:30 – Facoltà di Biotecnologie (Aula 1.2), Via De Amicis 95.
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Prevenzione, NewsIl fumo di sigaretta non è semplicemente un’abitudine. È un’esposizione ripetuta a una miscela di sostanze tossiche e cancerogene che, inalazione dopo inalazione, interferiscono con l’ossigenazione del sangue, i processi infiammatori, la riparazione dei tessuti e il funzionamento dei vasi sanguigni. E scordiamoci il classico “ne fumo solo una”, non esiste un livello “sicuro” di esposizione: anche poche sigarette possono danneggiare. Il problema non riguarda solo chi fuma. Il fumo passivo provoca malattie cardiovascolari e respiratorie e contribuisce ogni anno a un numero molto elevato di morti premature.
Cosa succede nel corpo
A livello “meccanico” si osservano effetti immediati e altri che si sommano nel tempo. La nicotina rinforza la dipendenza agendo sui circuiti della ricompensa del cervello e, nello stesso momento, aumenta la risposta da stress: salgono frequenza cardiaca e pressione arteriosa. Il monossido di carbonio, legandosi all’emoglobina, riduce la capacità del sangue di trasportare ossigeno. Col passare dei mesi e degli anni, questa combinazione – insieme a particolato e ossidanti – favorisce disfunzione endoteliale, infiammazione sistemica e una maggiore “reattività” del sangue alla coagulazione. È un terreno fertile per aterosclerosi, infarti e ictus, anche quando il consumo “sembra poco”.
Polmoni sotto attacco: irritazione, infezioni e BPCO
Nei polmoni il fumo irrita e infiamma cronicamente le vie aeree. La funzione di difesa delle ciglia si riduce, aumenta la produzione di muco e la vulnerabilità alle infezioni cresce. Con il tempo, questi processi possono portare a bronchite cronica ed enfisema: insieme costituiscono la BPCO, una malattia che limita in modo progressivo il respiro e la qualità di vita. Smettere riduce il rischio di svilupparla e migliora la prognosi anche in chi la BPCO ce l’ha già.
Il fronte oncologico: non un solo tumore ma molti
Il punto chiave è il danno al DNA. Molti componenti del fumo danneggiano il materiale genetico e alterano i processi di riparazione cellulare. Per questo il tabacco non è legato a “un” tumore, ma a una lunga lista: polmone e laringe, cavità orale e faringe, esofago, stomaco, pancreas, fegato, colon-retto, rene e vie urinarie (uretere e vescica), cervice uterina e altri siti. Il rischio aumenta con la durata e l’intensità dell’esposizione, ma non c’è soglia priva di pericoli.
Oltre cuore, polmoni e cancro
Il danno non si ferma a cuore, polmoni e tumori. Il fumo è associato a uno stato di infiammazione generale dell’organismo, al peggioramento della funzione immunitaria e a un maggior rischio di infezioni respiratorie. Sul versante metabolico, il rischio di diabete cresce con il numero di sigarette fumate: un segnale chiaro che l’effetto è reale e dose-dipendente.
Gravidanza e primi anni di vita
Anche la sfera riproduttiva è coinvolta. Fumare in gravidanza aumenta il rischio di complicanze e di esiti sfavorevoli per il bambino, inclusi crescita ridotta e parto pretermine, oltre ad altri problemi. L’esposizione al fumo passivo in gravidanza e nei primi anni di vita non è una “versione leggera” del problema: anche in questi casi gli effetti negativi sono documentati e rilevanti.
Tra gli effetti più trascurati ma concreti, il fumo favorisce malattie gengivali severe e la perdita dei denti. Aumenta anche il rischio di alcune patologie oculari, come la cataratta. Sono esiti meno discussi, ma pesanti per qualità di vita e costi sanitari.
Buone notizie: il corpo inizia a recuperare presto
La notizia utile è che il corpo inizia a recuperare rapidamente quando si smette. Già nelle prime ore e settimane migliorano parametri cardiovascolari e ossigenazione. Nei mesi successivi migliorano circolazione e funzione polmonare. Nel medio-lungo termine si riduce in modo significativo il rischio di eventi maggiori, con tempi diversi a seconda dell’esito considerato. In altre parole: smettere conviene sempre, a qualsiasi età e dopo qualsiasi storia di consumo.
Smettere è un percorso, non una prova di forza
Per aumentare le probabilità di riuscita, è utile trattare la cessazione come un vero percorso. Conviene fissare una data precisa entro 2–3 settimane, eliminare sigarette, accendini e posacenere dall’ambiente, scrivere tre motivi principali (salute, fiato, sonno, pelle, risparmio economico, esempio per i figli) e mappare i “trigger” personali (caffè, automobile, pause, stress, alcol, fine pasto). È strategico preparare contromosse brevi per gestire le voglie, che in genere durano pochi minuti: rimandare di 5 minuti, respirare lentamente, bere acqua, fare un micro-movimento, masticare qualcosa, cambiare stanza o attività. Ridurre temporaneamente gli inneschi più forti – per esempio alcol e “pause social” con fumatori – aiuta a superare la fase critica.
La combinazione che funziona: supporto comportamentale + terapia farmacologica
La strategia che, in media, aumenta di più le probabilità di successo è combinare supporto comportamentale e terapia farmacologica quando indicata. La combinazione funziona meglio di una sola componente. Tra gli strumenti con evidenze solide figurano la terapia sostitutiva con nicotina (cerotti e, se necessario, gomme o compresse per le crisi) e farmaci, da valutare con il medico rispetto alla storia clinica, alle interazioni e alle controindicazioni. In generale, questi trattamenti aumentano le chance di cessazione rispetto al placebo.
Un dettaglio importante spesso frainteso: limitarsi a “tagliare” il numero di sigarette riduce poco il rischio rispetto a smettere del tutto e può mantenere la dipendenza. Se si sceglie una riduzione, dovrebbe essere solo un ponte brevissimo verso lo stop completo, con una data già fissata.
Prevenire e gestire le ricadute
Temere una ricaduta è normale; pianificarla è saggio. Una sigaretta non annulla tutto, ma segnala che l’ambiente e i trigger vanno corretti e il supporto rafforzato. Dormire di più, muoversi ogni giorno (anche 20 minuti), gestire stress e fame con routine semplici rende più agevoli le prime 2–4 settimane, quando le voglie sono più frequenti.
In Italia è disponibile il Telefono Verde contro il Fumo dell’Istituto Superiore di Sanità: anonimo e gratuito, offre informazioni e orientamento. Per chi preferisce un percorso strutturato, la scelta è rivolgersi a un Centro Antifumo della propria ASL, dove è possibile trovare counselling, gruppi e il supporto medico per la valutazione delle terapie.
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Va però chiarito un punto spesso frainteso: il PNE non fotografa “tutta” la chirurgia laringea in un’unica voce. Per la laringe, infatti, esistono indicatori distinti sui volumi di ricovero per l’approccio open (chirurgia tradizionale) e un indicatore che aggrega open ed endoscopico. Questo significa che la lettura dei dati va contestualizzata: i numeri descrivono un perimetro specifico e non sempre riescono a restituire, da soli, l’evoluzione delle tecniche mini-invasive che oggi fanno la differenza in molti casi selezionati. In quest’ottica, l’Ospedale Monaldi di Napoli viene accreditato tra le prime strutture in Italia e leader di riferimento nel Sud Italia per la chirurgia laser, la chirurgia ricostruttiva, l’inserimento delle protesi fonatorie e la chirurgia robotica: un posizionamento che riflette la vocazione a integrare le opzioni terapeutiche, scegliendo per ciascun paziente l’approccio più appropriato, non solo il più “imponente”.
L’esperienza del Monaldi: un riferimento nazionale per laser e mini-invasiva
È qui che si colloca l’esperienza dell’équipe di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale del Monaldi, diretta dal professor Giuseppe Tortoriello, punto di riferimento nazionale per la chirurgia laser e mini-invasiva nel trattamento delle patologie oncologiche laringee. L’obiettivo è chiaro: curare il tumore massimizzando la preservazione della funzione laringea (voce e deglutizione) e, quando possibile, riducendo l’impatto dell’intervento sul respiro e sulla quotidianità.
La struttura ha sviluppato percorsi che comprendono chirurgia ricostruttiva avanzata, inserimento di protesi fonatorie per la riabilitazione della voce nei casi che lo richiedono, e l’impiego della chirurgia robotica in indicazioni selezionate. Tutto dentro un approccio multidisciplinare con anestesisti, oncologi, radioterapisti, foniatri e logopedisti, perché la cura del paziente laringectomizzato o sottoposto a resezione parziale inizia prima dell’atto chirurgico e prosegue nella riabilitazione.
Che cos’è la TLM e perché è così importante
Ma in cosa consiste, concretamente, l’intervento con il laser? «Nella forma più diffusa (Transoral Laser Microsurgery, TLM) – spiega il professor Giuseppe Tortoriello, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale – il tumore viene rimosso attraverso la bocca, senza incisioni sul collo». Il chirurgo lavora con strumenti endoscopici e un microscopio, usando un fascio laser molto preciso per “tagliare” il tessuto malato con grande accuratezza.
La precisione del raggio, l’ingrandimento ottico e la possibilità di seguire il piano di dissezione consentono di modellare l’asportazione sul reale disegno della lesione. L’obiettivo, quando le condizioni cliniche lo consentono, è ridurre l’invasività, limitare il sanguinamento e preservare quanto più possibile le funzioni della laringe (voce e deglutizione), con tempi di recupero più rapidi rispetto a interventi più demolitivi. Non si tratta di una “scorciatoia”, ma di una strategia chirurgica codificata che richiede selezione rigorosa dei pazienti, competenze specifiche e un’organizzazione della sala operatoria orientata alla microchirurgia.
Open, endoscopico e robotico: la scelta è personalizzata
La chirurgia open rimane imprescindibile in molte situazioni (ad esempio per malattie avanzate o in presenza di estensioni che non consentono la via transorale) e si avvale oggi di tecniche ricostruttive raffinate per restituire struttura e funzione alla laringe. L’endoscopico laser, nelle forme precoci o in lesioni selezionate, offre la possibilità di resezioni mirate con un impatto potenzialmente minore su fonazione e deglutizione.
La chirurgia robotica, infine, aggiunge un’ulteriore opzione per accessi difficili e manovre di precisione in sedi anatomiche complesse. In questo mosaico, la centralità del paziente si traduce nella personalizzazione del trattamento: non esiste “la” chirurgia della laringe, ma il giusto intervento per il giusto caso, scelto in base a stadio, sede, comorbidità, aspettative funzionali e progetto riabilitativo.
Formazione sul campo: il 22–23 gennaio 2026 la seconda edizione del Corso di Chirurgia Laser Laringea
In questo scenario si inserisce la seconda edizione del “Corso di Chirurgia Laser Laringea”, in programma il 22 e 23 gennaio 2026 proprio al Monaldi: due giornate che riportano a Napoli uno degli appuntamenti formativi più rilevanti per l’otorinolaringoiatria, con sessioni teoriche, confronto multidisciplinare e live surgery dalle sale operatorie commentata in tempo reale. L’impostazione didattica mette al centro l’osservazione diretta dei casi, la discussione sulle scelte intraoperatorie e il dialogo tra specialisti. Non solo “come si fa”, ma “perché si fa”: indicazioni, limiti, gestione delle complicanze, e soprattutto criteri di preservazione funzionale che rendono la TLM e, più in generale, la chirurgia mini-invasiva, strumenti efficaci all’interno di percorsi oncologici contemporanei e integrati.
I protagonisti: tra continuità e respiro internazionale
Presidente onorario dell’iniziativa è il professor Gaetano Motta, Direttore della Clinica Otorinolaringoiatrica e del Dipartimento di Chirurgia Generale e Specialistica dell’AOU Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Tra gli ospiti d’onore figurano il professor Marco De Vincentiis (Presidente SIOeChCF), il professor Marco Radici (Presidente del 112° Congresso Nazionale SIO 2026) e il professor Giovanni Succo (Presidente EHNS e Presidente AUORL), a conferma del respiro nazionale e internazionale dell’evento.
Direttori del corso, oltre al professor Tortoriello, il professor Giorgio Peretti (Ospedale Policlinico San Martino di Genova) e il professor Mohssen Ansarin (IEO di Milano). La composizione del board testimonia una rete di competenze che abbraccia i principali centri italiani e dialoga con le società scientifiche europee, garanzia di aggiornamento e standard condivisi.
Innovazione che fa scuola: dalla sala operatoria alla qualità delle cure
«La seconda edizione di questo corso – sottolinea il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Avv. Anna Iervolino – testimonia l’impegno costante dell’azienda nel promuovere innovazione, alta formazione e qualità delle cure, anche per i numerosi pazienti che raggiungono il nostro ospedale da altre regioni». La formazione sul campo, unita all’esperienza clinica e alla capacità di integrare più piattaforme tecnologiche (laser, robotica, ricostruttiva, protesi fonatorie), diventa così un volano per la qualità. L’attenzione al risultato funzionale (voce comprensibile, deglutizione sicura, respiro libero) non è un “di più”, ma un esito che conta quanto il controllo oncologico. È questa la cifra che definisce il lavoro delle équipe dedicate alla laringe: trattare la malattia tenendo insieme efficacia e funzione, con cure mirate, tempi di recupero ragionevoli e un progetto riabilitativo disegnato sulla persona.
Un segnale per il Sud e per il Paese
Che un centro del Sud Italia si accrediti come leader nella chirurgia laringea (laser, ricostruttiva, protesi fonatorie e robotica) ha un significato che supera i confini regionali: riduce i viaggi della speranza, rafforza la rete nazionale, avvicina l’eccellenza ai pazienti e ai professionisti in formazione. La lettura corretta degli indicatori PNE aiuta a comprendere dove e come si sta innovando; la pratica quotidiana e la formazione live mostrano invece come quell’innovazione si traduce in benefici concreti per le persone. A Napoli, il 22 e 23 gennaio 2026, queste due dimensioni si incontrano: i dati che orientano e la chirurgia che cura, con la voce, il respiro e la deglutizione al centro del percorso.
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Impianto cocleare smart con memoria interna al Policlinico di Bari
Ricerca innovazione, NewsUn impianto cocleare di ultima generazione, definito “smart” perché dotato di memoria interna per una gestione avanzata del software, è stato impiantato al Policlinico di Bari su un bambino di 11 anni. L’intervento è stato eseguito dall’equipe del professor Nicola Quaranta, direttore dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria.
A comunicarlo è lo stesso presidio universitario ospedaliero, che in una nota sottolinea come si tratti di una tecnologia innovativa destinata a migliorare la gestione clinica e l’assistenza ai pazienti con grave deficit uditivo. La novità non riguarda solo il dispositivo in sé, ma l’intero percorso di cura: dalla diagnosi sempre più precoce, alla chirurgia intraoperatoria supportata da strumenti connessi, fino al follow-up che punta a essere più preciso, personalizzato ed efficiente.
Recuperare l’udito stereofonico a 11 anni
Il bambino, spiegano i clinici, era già portatore di un impianto monolaterale. L’adozione di un secondo impianto consente di recuperare l’udito stereofonico, quello che permette di localizzare i suoni nello spazio e di distinguere le voci dal rumore di fondo.
«Grazie al nuovo dispositivo potrà recuperare l’udito stereofonico e una migliore discriminazione vocale, soprattutto in ambienti complessi come la scuola, dove la presenza di rumore di fondo rende più difficile comprendere le parole e seguire le lezioni», spiega il professor Quaranta. È un passaggio cruciale nella crescita: la possibilità di orientarsi con entrambi gli “orecchi elettronici” migliora l’esperienza di ascolto nella quotidianità, favorendo l’apprendimento e la socialità, e riducendo la fatica cognitiva associata allo sforzo di comprendere il linguaggio in condizioni acustiche non ottimali.
Memoria interna e gestione del software: cosa cambia
La caratteristica “smart” dell’impianto è la presenza di una memoria interna dedicata alla gestione avanzata del software. In termini concreti, il dispositivo può memorizzare parametri, profili di ascolto e informazioni utili ai professionisti per ottimizzare la mappatura (la programmazione degli elettrodi) nel tempo.
Questo consente una regolazione più fine e reattiva rispetto alle esigenze del paziente e alle diverse situazioni d’ascolto. La memoria, infatti, permette di monitorare e adattare gli assetti di stimolazione in modo più mirato, migliorando la qualità del segnale uditivo percepito e la coerenza della stimolazione tra sessioni diverse. Per il paziente e per la famiglia, tutto ciò si traduce in aggiustamenti più rapidi e in una maggiore prevedibilità dei risultati.
Follow-up più semplice e personalizzazione del percorso
Il Policlinico sottolinea come il nuovo sistema possa rendere più semplice il follow-up clinico e, in prospettiva, consentire controlli e regolazioni più efficienti. La gestione avanzata dei dati facilita il lavoro dell’audiologo e dell’ingegnere clinico: le informazioni storicizzate aiutano a comprendere meglio la risposta del sistema uditivo del bambino nel tempo, a individuare tempestivamente eventuali criticità e a pianificare interventi di fino sulla mappatura.
Per le famiglie, questo significa visite più orientate ai risultati e meno prove “alla cieca”, con un percorso che mira a massimizzare la discriminazione vocale e il comfort d’ascolto nelle diverse condizioni d’uso: in aula, all’aperto, in ambienti affollati o durante le attività sportive e ricreative.
Chirurgia “smart”: misure intraoperatorie e connessione wifi
Anche la fase chirurgica beneficia di un approccio smart. Come spiega la dottoressa Alessandra Murri, dirigente medico del reparto di Otorinolaringoiatria, in sala operatoria viene impiegato un dispositivo dedicato che consente la misurazione intraoperatoria del corretto funzionamento della componente interna. «Il sistema si connette in modalità wifi e permette di verificare il corretto inserimento dell’impianto, le impedenze degli elettrodi e la funzionalità del nervo acustico, migliorando precisione e sicurezza del percorso», sottolinea la specialista.
Queste verifiche in tempo reale sono decisive: consentono al chirurgo di confermare che ciascun elettrodo sia in posizione ottimale, che i circuiti funzionino come previsto e che la stimolazione produca una risposta affidabile del nervo uditivo. Ridurre l’incertezza intraoperatoria significa aumentare la probabilità di un esito clinico positivo e di una riabilitazione più lineare.
Diagnosi precoce: perché intervenire entro il primo anno
Il Policlinico ricorda che gli impianti cocleari possono essere installati già a partire dai dieci mesi di vita. Le più recenti linee guida favoriscono un approccio sempre più precoce: grazie allo screening e ai percorsi clinici, la diagnosi può avvenire entro i primi due-tre mesi, seguita da trattamento protesico tempestivo e, quando necessario, dall’impianto entro l’anno.
Questo orientamento nasce dall’evidenza che il cervello del bambino nei primi anni è particolarmente plastico: offrire stimoli uditivi adeguati precocemente sostiene lo sviluppo del linguaggio, la comprensione, la produzione verbale e le competenze sociali. Intervenire in tempi rapidi aiuta inoltre a colmare il gap comunicativo con i coetanei e a ridurre l’impatto della perdita uditiva sul rendimento scolastico e sull’autonomia.
Scuola, famiglia e vita sociale: i benefici concreti
Il ritorno all’udito stereofonico ha ricadute pratiche che vanno oltre la misura audiometrica. In classe, per esempio, la capacità di separare la voce dell’insegnante dai rumori di sottofondo facilita la comprensione, sostiene l’attenzione e riduce la stanchezza mentale. Nelle situazioni sociali, la localizzazione dei suoni permette di seguire le conversazioni di gruppo con maggiore naturalezza, mentre nelle attività all’aperto migliora la percezione dell’ambiente e la sicurezza.
Per la famiglia, un dispositivo più facile da monitorare e regolare significa percorsi di riabilitazione più fluidi, meno visite dedicate a “tentativi” di regolazione e più tempo per il consolidamento delle abilità uditive e linguistiche attraverso l’uso quotidiano e gli esercizi consigliati dai clinici.
Prospettive future e organizzazione dei percorsi di cura
L’esperienza del Policlinico di Bari, guidata dal professor Nicola Quaranta e dalla sua equipe, conferma come l’innovazione tecnologica e l’organizzazione dei percorsi di presa in carico possano procedere di pari passo. La combinazione tra impianti smart con memoria interna, chirurgia supportata da misurazioni connesse e protocolli che favoriscono diagnosi e intervento precoci delinea un modello di cura orientato ai risultati.
In prospettiva, la disponibilità di dati più ricchi potrà sostenere strategie di personalizzazione sempre più puntuali, con mappature pensate sulle esigenze del singolo paziente e con follow-up capaci di intercettare rapidamente ogni variazione nella qualità dell’ascolto. Per i bambini con sordità profonda o grave, significa avere a disposizione strumenti in grado di accompagnare la crescita con maggiore continuità, precisione e sicurezza.
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Influenza K sintomi: durata e rimedi efficaci per guarire veloce
Mondo salute, NotizieNegli ultimi mesi, circa 7,5 milioni di italiani stanno affrontando un’influenza particolarmente aggressiva e resistente, che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario e le famiglie di tutto il Paese. Questa ondata influenzale si distingue per sintomi che durano molto più a lungo rispetto alle stagioni precedenti, causando un disagio prolungato che influisce sulla qualità della vita e sulla produttività quotidiana. Gli esperti, come il professor Sesti e il virologo Pregliasco, hanno evidenziato le caratteristiche di questa forma influenzale e fornito indicazioni utili su come gestirla al meglio, compresa la scelta dei farmaci appropriati.
L’influenza “K”: sintomi e caratteristiche di un virus particolarmente aggressivo
L’influenza attuale, definita “K” dagli esperti, si distingue per una maggiore aggressività rispetto ai ceppi influenzali degli scorsi anni. Il professor Sesti sottolinea che il virus ha mostrato una resistenza significativa ai tradizionali metodi di arginamento, provocando sintomi più intensi e persistenti. La febbre alta, i dolori muscolari, la tosse secca e la sensazione di spossatezza accomunano molti pazienti, ma la peculiarità più evidente è la durata prolungata dei sintomi.
Il virologo Roberto Pregliasco aggiunge che, a differenza delle influenze stagionali tipiche, questa variante comporta tempi di recupero più lunghi, che possono arrivare fino al triplo rispetto alla media. Questo significa che un paziente che normalmente si ristabilisce in una settimana potrebbe necessitare anche tre settimane per tornare in piena forma. Tale prolungamento comporta non solo un maggior impatto sulla salute individuale, ma anche un aumento delle assenze dal lavoro e dalle attività quotidiane.
Tempi di recupero più lunghi: cosa cambia nella gestione dell’influenza
La maggiore durata dei sintomi genera nuove sfide per chi si ammala e per i medici che devono seguire i pazienti. È fondamentale infatti adottare un approccio più paziente e attento, che tenga conto della necessità di un riposo prolungato e di un monitoraggio costante delle eventuali complicazioni. Pregliasco consiglia di non sottovalutare i segnali del corpo e di evitare situazioni di stress fisico o psicologico durante il periodo di convalescenza.
Un altro aspetto importante è la prevenzione delle possibilità di contagio, vista la diffusività del virus. Le misure igienico-sanitarie come il lavaggio frequente delle mani, l’uso di mascherine in luoghi affollati e la quarantena volontaria in caso di sintomi sono essenziali per limitare la diffusione del virus.
Farmaci consigliati e quelli da evitare durante l’influenza “K”
Uno degli interrogativi più frequenti riguarda quali farmaci sia opportuno assumere per alleviare i sintomi e accelerare il recupero. In generale, i medici raccomandano l’uso di antipiretici come il paracetamolo per gestire la febbre alta e i dolori muscolari, oltre a rimedi per la tosse specifici a seconda del tipo (secca o produttiva). È importante sottolineare che l’uso di antibiotici non è indicato, a meno che non si verifichino complicazioni batteriche, poiché l’influenza è di natura virale e gli antibiotici non sono efficaci contro i virus.
Pregliasco mette in guardia anche sull’utilizzo indiscriminato di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) come l’ibuprofene. Sebbene possano aiutare a controllare i sintomi, un uso eccessivo o non corretto può causare effetti collaterali indesiderati e rallentare il processo di guarigione. Pertanto, è fondamentale seguire scrupolosamente le indicazioni del medico e non auto-medicarsi.
Per favorire un recupero più rapido, è consigliabile inoltre mantenere una buona idratazione, alimentarsi in modo bilanciato e assicurarsi un riposo adeguato. L’assunzione di integratori vitaminici, soprattutto vitamina C e zinco, può rappresentare un supporto, ma non deve sostituire le cure mediche standard.
La salute pubblica e il ruolo delle vaccinazioni nella lotta contro l’influenza
Nonostante l’aggressività del virus “K”, la vaccinazione resta uno degli strumenti più efficaci per prevenire l’influenza e limitare la gravità dei sintomi. Ogni anno le autorità sanitarie invitano le categorie più a rischio (anziani, bambini, persone con patologie croniche) a vaccinarsi per ridurre il carico sulle strutture ospedaliere e proteggere la salute individuale.
Con l’emergere di varianti più aggressive e la crescita dei casi influenzali, come quella attuale, il ricorso al vaccino assume un’importanza ancora maggiore. La prevenzione, unita a un corretto approccio terapeutico, può infatti contribuire a contenere la diffusione del virus e a ridurre i tempi di malattia.
Affrontare l’influenza con consapevolezza e precauzioni
In un momento in cui circa 7,5 milioni di italiani convivono con questa forma d’influenza più lunga e debilitante, è fondamentale mantenere un equilibrio tra cautela e pragmatismo. L’ascolto del proprio corpo, la consultazione medica tempestiva e il rispetto delle indicazioni terapeutiche sono passaggi cruciali per superare la malattia senza complicazioni. L’attenzione alle norme di prevenzione e la responsabilità individuale nella gestione dei sintomi possono fare la differenza nella tutela della salute collettiva.
Diabete mellito: quando diventa un vero handicap?
Mondo salute, SportLa gestione del diabete mellito tipo 1 oggi consente a molti pazienti di condurre una vita attiva e di raggiungere risultati importanti in diversi ambiti, dallo sport professionistico alle carriere ad alto profilo. Tuttavia, permangono alcune limitazioni, soprattutto in ambiti regolamentati come quello militare o nelle professioni con requisiti sanitari rigorosi, che possono rappresentare ostacoli significativi per chi convive con questa patologia.
Diabete mellito tipo 1 e attività sportiva ad alto livello
Storie come quella di Anna Arnaudo, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, e del celebre tennista Sascha Zverev, entrambi affetti da diabete tipo 1, mostrano come questa condizione non debba necessariamente essere un fattore limitante per il raggiungimento di livelli sportivi elevati. La gestione moderna del diabete, attraverso tecnologie avanzate come il microinfusore e il monitoraggio continuo della glicemia, permette di mantenere un controllo glicemico stabile e di adattare insulina e alimentazione durante l’attività fisica.
Tuttavia, nonostante queste evoluzioni, in ambiti quali i gruppi atletici militari esistono ancora barriere normative e sanitarie che escludono persone con diabete mellito tipo 1, anche quando le condizioni cliniche sono ottimali. Ciò determina situazioni di discriminazione e penalizzazioni economiche per gli atleti coinvolti, non riconoscendo il valore delle loro competenze e dei loro risultati.
Il diabete mellito tipo 1 e il sogno di una carriera da pilota di aereo
Il sogno di molti bambini, diventare pilota di aereo, può sembrare difficilmente compatibile con la gestione del diabete tipo 1, soprattutto quando si pensa alle rigide normative sanitarie in vigore nel campo dell’aviazione civile e militare. In Italia e nella maggior parte dei Paesi, infatti, il diabete mellito tipo 1 rappresenta generalmente un ostacolo per ottenere le certificazioni mediche necessarie a svolgere la professione di pilota.
Le autorità aeronautiche, come l’Ente Nazionale Aviazione Civile (ENAC) e la European Union Aviation Safety Agency (EASA), applicano regole molto stringenti per garantire la sicurezza del volo, considerando il diabete tipo 1 una condizione potenzialmente rischiosa per via delle fluttuazioni glicemiche improvvise che potrebbero causare episodi di ipoglicemia. La presenza di episodi ipoglicemici gravi o di complicanze associate al diabete è generalmente causa di inidoneità al rilascio o al rinnovo del certificato medico di classe 1, necessario per pilotare aerei commerciali.
Tecnologie avanzate e aggiornamenti normativi
Negli ultimi anni, l’introduzione di tecnologie mediche avanzate ha modificato significativamente la gestione del diabete di tipo 1. Il microinfusore d’insulina, associato al monitoraggio continuo della glicemia (CGM), consente molti pazienti di mantenere livelli glicemici più stabili e di ridurre drasticamente il rischio di ipoglicemie inattese. Questi progressi hanno spinto alcune agenzie aeronautiche ad aprire a valutazioni più personalizzate, riconoscendo la possibilità di certificare alcune persone con diabete tipo 1 senza complicanze severe e con controllo glicemico ottimale.
Negli Stati Uniti, per esempio, la Federal Aviation Administration (FAA) prevede la possibilità di un rilascio di certificati medici con restrizioni, in casi selezionati e sotto stretto monitoraggio. Analoghe valutazioni più flessibili stanno emergendo anche in alcune realtà europee, anche se in Italia e in molti altri Paesi la normativa resta ancora piuttosto rigida.
Cosa significa questo per chi sogna di diventare pilota con diabete tipo 1?
Se tuo figlio gestisce in modo eccellente la sua condizione con microinfusore e monitoraggio continuo, questo è sicuramente un grande vantaggio. È fondamentale mantenere un controllo glicemico ottimale, evitare episodi di ipoglicemia e garantire un’ottima autonomia nella gestione della malattia.
Per quanto riguarda il sogno di diventare pilota, è importante informarsi accuratamente sulle normative vigenti e valutare le singole possibilità di certificazione medica. A seconda della nazione e del tipo di pilota (aviazione privata, sportiva o commerciale), i requisiti e le certificazioni possono variare e in alcuni casi essere più accessibili.
Un approccio pratico è rivolgersi a specialisti di medicina aeronautica che siano aggiornati sulle ultime linee guida europee e internazionali per il diabete tipo 1, acquisire la documentazione medica completa, e intraprendere il percorso di certificazione con un supporto medico adeguato. Anche i contatti con associazioni di piloti diabetici o di pazienti con diabete attivi in ambito sportivo e professionale possono offrire un sostegno importante.
La discriminazione e il superamento degli stereotipi
Il caso di Anna Arnaudo e di altri atleti diabetici sottolinea come oggi sia necessario lavorare per abbattere gli stereotipi legati al diabete mellito tipo 1. Questa condizione non deve essere vista come un handicap insormontabile, ma come una sfida gestibile con passione, tecnologia e motivazione. Le barriere normative, spesso basate su criteri superati dalla pratica clinica moderna, richiedono un aggiornamento e una mentalità più inclusiva, che riconosca l’autonomia e le capacità di chi vive con il diabete.
Stimolare una maggiore consapevolezza sociale e normativa può aprire nuove prospettive non solo per gli atleti, ma anche per chi in futuro vorrà intraprendere professioni con requisiti sanitari stringenti, senza dover rinunciare ai propri sogni e alle proprie ambizioni.
Frutta secca: benefici e consigli per chi ha il diabete
Alimentazione, Mondo saluteLa frutta secca, come noci e nocciole, è spesso considerata un alimento salutare e consigliato nelle diete equilibrate. Tuttavia, per chi riceve una diagnosi di diabete, anche se al momento non necessita di farmaci, possono emergere dubbi importanti riguardo al consumo quotidiano di questi alimenti. Scopriamo insieme quale ruolo può avere la frutta secca nella gestione del diabete, quali sono i suoi benefici e se è opportuno mantenere l’abitudine del consumo a colazione.
Frutta secca e diabete: un binomio possibile?
La frutta secca è ricca di nutrienti essenziali quali acidi grassi omega-3, vitamine del gruppo B, antiossidanti, fibre e minerali come il magnesio. Questi componenti svolgono un ruolo importante nel mantenimento della salute cardiovascolare e nel controllo del metabolismo, fattori fondamentali anche per chi convive con il diabete.
Diversi studi scientifici hanno messo in evidenza che una dieta che include regolarmente frutta secca può contribuire a migliorare la sensibilità all’insulina, ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” (LDL) e mantenere stabili i livelli di zucchero nel sangue. Ciò significa che integrare noci, nocciole e mandorle nella dieta quotidiana può essere un buon supporto nella gestione del diabete, purché il consumo sia moderato e inserito in un contesto alimentare complessivamente bilanciato.
Il consumo quotidiano di noci e nocciole: quali benefici?
Consumare 3-4 noci o 4-5 nocciole ogni mattina, come fatto da anni, è un’abitudine che può apportare diversi benefici, anche per chi è affetto da diabete. Le noci, ad esempio, sono una fonte preziosa di grassi polinsaturi, in particolare di acido alfa-linolenico (un tipo di omega-3), che aiuta a ridurre l’infiammazione e supporta la salute del cuore.
Le nocciole, invece, contengono una quantità significativa di vitamina E e grassi monoinsaturi, che contribuiscono a migliorare il profilo lipidico e a stabilizzare i livelli di glucosio ematico. Inoltre, sia noci che nocciole apportano fibre che rallentano l’assorbimento degli zuccheri, evitando picchi glicemici dopo i pasti.
È necessario sospendere il consumo di frutta secca con il diabete?
In presenza di diabete, soprattutto se non richiede una terapia farmacologica ma solo una gestione attraverso dieta e attività fisica, non vi sono indicazioni generali a sospendere il consumo di frutta secca. Al contrario, è consigliabile mantenere questa abitudine, purché si presti attenzione alle quantità e alla qualità complessiva dell’alimentazione.
L’importante è evitare l’aggiunta di zuccheri, sale o condimenti poco salutari alla frutta secca e preferire il consumo a crudo o tostato senza aggiunte. In questo modo, l’apporto calorico rimane controllato e si sfruttano al meglio le proprietà nutritive.
Come integrare la frutta secca in un’alimentazione per diabetici?
Seguire una dieta adatta al controllo del diabete significa prediligere cibi con basso indice glicemico, ricchi di fibre e nutrienti. La frutta secca rientra perfettamente in questa categoria quando consumata con moderazione. Può essere integrata a colazione insieme a yogurt naturale, cereali integrali o frutta fresca per ottenere un pasto bilanciato e saziante.
Durante la giornata, la frutta secca può fungere anche da spuntino sano ed energetico, mantenendo costanti i livelli di energia senza causare picchi glicemici. È importante però ricordare che le calorie della frutta secca sono relativamente elevate, quindi la porzione non dovrebbe superare i 20-30 grammi al giorno, per non compromettere il controllo del peso corporeo.
Movimento e dieta: la combinazione vincente
Il diabete di tipo 2, in fase iniziale, può spesso essere gestito efficacemente con una combinazione di alimentazione corretta e attività fisica regolare. Integrare la frutta secca nella dieta, come parte di un regime vario e bilanciato, supporta questo approccio.
L’attività fisica aiuta a migliorare la sensibilità all’insulina e a ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari, mentre una dieta che preveda il consumo di alimenti salutari contribuisce a mantenere stabili i parametri metabolici. La frutta secca, con le sue proprietà antinfiammatorie e nutrienti benefici, può quindi svolgere un ruolo di protagonista nella gestione quotidiana della malattia.
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In sintesi, mantenere l’abitudine di consumare noci e nocciole ogni mattina è non solo possibile ma consigliabile anche in presenza di diabete, purché il consumo sia contenuto e integrato in uno stile di vita sano, che preveda anche movimento fisico e un’alimentazione equilibrata. La frutta secca rappresenta un alleato prezioso, capace di apportare nutrienti importanti e supportare la salute metabolica senza influire negativamente sui livelli di glicemia.
Imaging non invasivo per diabetici: addio alla puntura del dito
Mondo salute, Nuove tendenzeLa gestione del diabete richiede un monitoraggio costante dei livelli di glicemia, una pratica fondamentale per prevenire complicazioni gravi e mantenere un buon stato di salute. Tradizionalmente, questo controllo avviene attraverso la puntura del dito per prelevare una goccia di sangue, un metodo invasivo che può risultare scomodo e doloroso per molti pazienti. Tuttavia, recenti progressi tecnologici stanno aprendo la strada a soluzioni innovative e meno invasive, capaci di rivoluzionare il modo in cui i diabetici monitorano il proprio stato glicemico.
Misurare la glicemia senza punture con la tecnologia del MIT
Un team di ingegneri del Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha sviluppato una tecnologia innovativa che permette di misurare con precisione la glicemia irradiando la pelle con luce infrarossa. Questo metodo di imaging non invasivo sfrutta le proprietà uniche della luce per analizzare i tessuti sottostanti senza la necessità di estrarre sangue, aprendo così nuove prospettive per la gestione quotidiana del diabete.
Il principio su cui si basa questa tecnologia è l’interazione tra la luce infrarossa e le molecole di glucosio presenti nel tessuto cutaneo. Quando la luce viene indirizzata sulla pelle, una parte di essa viene assorbita dal glucosio e da altri componenti presenti nella pelle, mentre un’altra parte viene riflessa o trasmessa. Attraverso sofisticati algoritmi di analisi dei segnali raccolti, il sistema è in grado di ricostruire una stima precisa della concentrazione di glucosio nel sangue senza provocare alcun dolore o disagio.
Vantaggi e potenzialità del metodo di imaging non invasivo
Il principale vantaggio di questa nuova tecnologia è ovviamente la sua natura completamente non invasiva. Eliminando la puntura del dito, si riduce drasticamente il fastidio per il paziente e si favorisce una maggiore adesione al monitoraggio continuo della glicemia. Questo è particolarmente importante per i pazienti che necessitano di controlli frequenti, come quelli con diabete di tipo 1 o per chi sta gestendo variazioni glicemiche delicate.
Inoltre, l’approccio laser ad infrarossi permette di ottenere misurazioni in tempo reale, con la possibilità di integrare il sistema in dispositivi indossabili o strumenti portatili. Ciò potrebbe facilitare un monitoraggio più dinamico e accurato, aiutando i pazienti a gestire meglio la loro condizione, prevenendo episodi di ipoglicemia o iperglicemia attraverso interventi tempestivi.
Le sfide tecniche e i prossimi passi per la diffusione
Nonostante i risultati promettenti, la tecnologia sviluppata dal MIT deve ancora affrontare alcune sfide prima di poter essere ampiamente utilizzata. È necessario affinare ulteriormente la precisione delle misurazioni per adeguarsi agli standard clinici, garantendo che i valori rilevati siano affidabili in diverse condizioni ambientali, con diversi tipi di pelle e in presenza di variabili fisiologiche.
Inoltre, lo sviluppo di un dispositivo pratico e di facile utilizzo rappresenta un altro obiettivo cruciale. La miniaturizzazione dei componenti e la semplificazione dell’interfaccia utente saranno fondamentali per rendere questa tecnologia accessibile al grande pubblico, non solo in ambito ospedaliero ma anche per l’uso domestico.
Il futuro della gestione del diabete e l’imaging con luce infrarossa
Guardando avanti, la possibilità di monitorare in modo non invasivo i livelli di glicemia potrebbe trasformare radicalmente l’esperienza di chi convive con il diabete. Questo potrebbe portare a una maggiore autonomia, riducendo il disagio e la paura legati ai controlli tradizionali. In aggiunta, la combinazione di questa tecnica con altre tecnologie digitali potrebbe permettere di creare sistemi integrati di gestione della salute, capaci di fornire feedback personalizzati e consigli terapeutici in tempo reale.
L’innovazione proposta dagli ingegneri del MIT rappresenta un importante passo avanti nella ricerca medica e tecnologica, con implicazioni potenzialmente molto vaste anche oltre il campo del diabete. L’imaging non invasivo con luce infrarossa potrebbe infatti trovare applicazioni in altri ambiti diagnostici, aprendo nuove strade per una medicina sempre più precisa e meno invasiva.
In conclusione, il monitoraggio della glicemia irradiando la pelle con infrarossi si pone come un promettente strumento destinato a migliorare la qualità della vita dei diabetici, con potenzialità che meritano di essere approfondite e sviluppate nei prossimi anni.