Tempo di lettura: 2 minutiC’è qualcosa che non torna nella storia di Ibrahim, ventiquattrenne originario della Costa d’Avorio, morto in una sala operatoria del Loreto Mare di Napoli dopo una giornata passata tra pronto soccorso e strada. Ieri, nel piazzale antistante il nosocomio di Via Marina, uno striscione chiedeva «verità». E’ la richiesta fatta dagli attivisti dell’ex Opg «Je so Pazzo», al quale il ragazzo aveva chiesto supporto legale per ottenere asilo. I ragazzi hanno annunciato la loro intenzione di rivolgersi alla Procura della Repubblica. Denunciano che non si tratta solo «di un caso di malasanità», ma anche – dice l’attivista Chiara «di un caso di razzismo. Se Ibrahim fosse stato italiano, oggi sarebbe ancora vivo». In un clima teso la giornata è trascorsa così, tra accuse e urla di dolore. «Ibrahim è morto e non sappiamo come», dicono i suoi amici che ieri si sono dati appuntamento nel piazzale davanti all’ospedale. Hanno provato a entrare nel pronto soccorso, piangendo, chiedendo di capire cosa fosse successo al ragazzo. Gli attivisti dell’Ex Opg li hanno convinti a uscire dal pronto soccorso, a tornare nel piazzale, lasciando lavorare medici, infermieri e tutto il personale dell’ospedale.
Tutto in poche ore
Stando al racconto fatto dai suoi amici, Ibrahim sì è sentito male sabato scorso. Assieme ai ragazzi del centro sociale Ex Opg «Je so Pazzo» è andato una prima volta al pronto soccorso del Loreto Mare. «L’hanno dimesso poco dopo – ha dichiarato l’attivista Chiara all’ANSA, – ma le cose sono peggiorate». Domenica, gli amici di Ibrahim avrebbero provato ad aiutarlo senza riuscirci. «Nelle ore successive ha chiesto più volte soccorso – ha proseguito Chiara – i suoi amici hanno chiamato invano un’ambulanza, sono stati rifiutati da un taxi, sono stati allontanati dalle forze dell’ordine, alla fine hanno dovuto portare il loro amico sulle spalle fino alla guardia medica più vicina, in piazza Nazionale». Il medico di turno ha avvisato immediatamente il 118 e un’ambulanza ha portato il ragazzo in ospedale, di nuovo al Loreto. “Erano già le due e mezza di notte – prosegue Chiara – non si è saputo più nulla fino alle 21.30 di ieri, quando ci è stato detto dall’ospedale che era morto».
I referti
Ovviamente quella riportata da amici e familiari del ragazzo è solo una parte della verità, molto lo si dovrà cercare nei referti medici. Rosario Lanzetta (chiamato ad assumere le funzioni di direttore sanitario sino al rientro di Mariella Corvino), sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno spiega che dai documenti emerge «qualcosa di molto diverso da ciò che ho sentito e letto sino a questo momento. Al primo accesso in pronto soccorso il giovane non è stato affatto dimesso, anzi non è stato neanche visitato. E’ andato via prima che i medici lo potessero vedere». Secondo i referti Ibrahim è stato accettato al pronto soccorso del Loreto Mare alle 12.53 di domenica 9 luglio. Piuttosto generici, e ritenuto non preoccupanti, i sintomi lamentati: dolore addominale e nausea. Questo ha portato chi ha fatto il triage a classificarlo come codice verde. Il secondo accesso, racconta Lanzetta, risulta alle 2.40 del 10 luglio. «Arrivato in autoambulanza, il giovane aveva un addome acuto (vale a dire un quadro clinico che ha come sintomo principale il dolore addominale e che si evolve in maniera rapida e improvvisa). E’ stato immediatamente ricoverato in Chirurgia e trasferito in sala operatoria, al momento dell’anestesia purtroppo è morto». Starà alla magistratura chiarire se e come, Ibrahim si sarebbe potuto salvare. Per ora c’è spazio solo per il cordoglio, per la morte di un giovane che forse si sarebbe potuto salvare.
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Epatite E, arriva l’allarme dall’Efsa
PrevenzioneIn pochi conoscono l’epatite E, ma in molti in Europa dovranno farci i conti. L’allarme arriva dall’autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che punta il dito sul consumo di carne suina cruda o non cotta a dovere. Stando ai dati Efsa negli ultimi dieci anni il ceppo E dell’epatite ha fatto registrare una decuplicazione dei casi, arrivati a 21.000 in tutta Europa. Non a caso l’Efsa ha deciso di costituire un gruppo di esperti sulla diffusione della malattia.
Nemico silenzioso
L’epatite E è per lo più asintomatica, ma può causare insufficienza epatica in soggetti a rischio, come gli immuno-depressi o coloro che già hanno danni epatici. «Anche se non è così diffusa come altre malattie alimentari – spiega la presidente dell’Efsa Rosa Girones – l’epatite E è una crescente preoccupazione nell’Ue. In passato le persone pensavano che la principale fonte di infezione fosse acqua contaminata bevuta durante viaggi fuori Ue. Ora, invece, sappiamo che la principale fonte di trasmissione della malattia in Europa è il cibo». In particolare, come detto, le carni suine. L’Efsa raccomanda quindi agli stati membri di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi per la salute pubblica associati al consumo di carne di maiale cruda o poco cotta, che viene quindi consigliato di cuocere bene.
Diagnosi e cura
Per avere una diagnosi di epatite E si deve ricorrere ad un’analisi del sangue e delle feci per la determinazione degli anticorpi specifici per l’HEV o per l’HEV-RNA. Inoltre, può verificarsi un aumento degli enzimi epatici, comprese le ALT e le GGT, che indicano uno stato infiammatorio o di lesione del tessuto epatico. Ma, come si cura questo tipo di epatite? I casi di epatite E sono tendenzialmente autolimitanti, cioè si esauriscono da sé. Per questo solitamente non si procede ad un ricovero e in realtà non esiste una terapia specifica e realmente efficace, motivo per cui la prevenzione rimane l’intervento più importante.
Verità per Ibrahim, morto a 24 anni dopo la corsa in ospedale
News Presa, RubricheC’è qualcosa che non torna nella storia di Ibrahim, ventiquattrenne originario della Costa d’Avorio, morto in una sala operatoria del Loreto Mare di Napoli dopo una giornata passata tra pronto soccorso e strada. Ieri, nel piazzale antistante il nosocomio di Via Marina, uno striscione chiedeva «verità». E’ la richiesta fatta dagli attivisti dell’ex Opg «Je so Pazzo», al quale il ragazzo aveva chiesto supporto legale per ottenere asilo. I ragazzi hanno annunciato la loro intenzione di rivolgersi alla Procura della Repubblica. Denunciano che non si tratta solo «di un caso di malasanità», ma anche – dice l’attivista Chiara «di un caso di razzismo. Se Ibrahim fosse stato italiano, oggi sarebbe ancora vivo». In un clima teso la giornata è trascorsa così, tra accuse e urla di dolore. «Ibrahim è morto e non sappiamo come», dicono i suoi amici che ieri si sono dati appuntamento nel piazzale davanti all’ospedale. Hanno provato a entrare nel pronto soccorso, piangendo, chiedendo di capire cosa fosse successo al ragazzo. Gli attivisti dell’Ex Opg li hanno convinti a uscire dal pronto soccorso, a tornare nel piazzale, lasciando lavorare medici, infermieri e tutto il personale dell’ospedale.
Tutto in poche ore
Stando al racconto fatto dai suoi amici, Ibrahim sì è sentito male sabato scorso. Assieme ai ragazzi del centro sociale Ex Opg «Je so Pazzo» è andato una prima volta al pronto soccorso del Loreto Mare. «L’hanno dimesso poco dopo – ha dichiarato l’attivista Chiara all’ANSA, – ma le cose sono peggiorate». Domenica, gli amici di Ibrahim avrebbero provato ad aiutarlo senza riuscirci. «Nelle ore successive ha chiesto più volte soccorso – ha proseguito Chiara – i suoi amici hanno chiamato invano un’ambulanza, sono stati rifiutati da un taxi, sono stati allontanati dalle forze dell’ordine, alla fine hanno dovuto portare il loro amico sulle spalle fino alla guardia medica più vicina, in piazza Nazionale». Il medico di turno ha avvisato immediatamente il 118 e un’ambulanza ha portato il ragazzo in ospedale, di nuovo al Loreto. “Erano già le due e mezza di notte – prosegue Chiara – non si è saputo più nulla fino alle 21.30 di ieri, quando ci è stato detto dall’ospedale che era morto».
I referti
Ovviamente quella riportata da amici e familiari del ragazzo è solo una parte della verità, molto lo si dovrà cercare nei referti medici. Rosario Lanzetta (chiamato ad assumere le funzioni di direttore sanitario sino al rientro di Mariella Corvino), sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno spiega che dai documenti emerge «qualcosa di molto diverso da ciò che ho sentito e letto sino a questo momento. Al primo accesso in pronto soccorso il giovane non è stato affatto dimesso, anzi non è stato neanche visitato. E’ andato via prima che i medici lo potessero vedere». Secondo i referti Ibrahim è stato accettato al pronto soccorso del Loreto Mare alle 12.53 di domenica 9 luglio. Piuttosto generici, e ritenuto non preoccupanti, i sintomi lamentati: dolore addominale e nausea. Questo ha portato chi ha fatto il triage a classificarlo come codice verde. Il secondo accesso, racconta Lanzetta, risulta alle 2.40 del 10 luglio. «Arrivato in autoambulanza, il giovane aveva un addome acuto (vale a dire un quadro clinico che ha come sintomo principale il dolore addominale e che si evolve in maniera rapida e improvvisa). E’ stato immediatamente ricoverato in Chirurgia e trasferito in sala operatoria, al momento dell’anestesia purtroppo è morto». Starà alla magistratura chiarire se e come, Ibrahim si sarebbe potuto salvare. Per ora c’è spazio solo per il cordoglio, per la morte di un giovane che forse si sarebbe potuto salvare.
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Carne rossa o bianca: tutto quello che c’è da sapere
AlimentazioneIl consumo di carne in Italia è ai minimi storici, secondo i dati di Coldiretti. Quasi una persona su dieci l’ha ormai eliminata del tutto dalla dieta. Nell’ultimo anno gli acquisti sono diminuiti del 9% per quella di maiale, del 6% per quella bovina, dell’1% per pollo e salumi. La colpa però non è solo della crisi economica. Dopo che l’Oms ha classificato come “probabilmente cancerogena” la carne rossa e come “cancerogena” quella conservata, le vendite sono colate a picco.
Ma qual è il rischio effettivo? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 100 g al giorno di carni rosse aumentano del 17% il rischio tumore e la probabilità sale al 18% con 50 g di carni conservate, come i salumi in busta (perché contendono additivi -nitrati e nitriti). A fare la differenza però è sempre la qualità del prodotto. In questo senso si è espressa anche l’Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro): «Nessuna patologia è causata soltanto dal consumo di carne e non vi è una relazione di causa-effetto diretta tra proteine animali e sviluppo di una data malattia». Insomma, i dati estrapolati dal contesto generano un allarme ingiustificato: «Per esempio, il contenuto di grassi saturi della carne rossa (considerato un fattore di rischio non solo per i tumori ma anche per i problemi cardiocircolatori ndr) dipende dalla specie e dall’età degli animali, dalle tecniche d’allevamento, dal taglio ma, soprattutto, dai mangimi: quelli a base di mais, che sono ricchi di zuccheri, nell’organismo si trasformano in lipidi».
Non solo: questo tipo di dieta influisce anche sulla qualità del grasso, perché provoca una riduzione del contenuto di Omega 3, dal potere antinfiammatorio, e un incremento di Omega 6, pro-infiammatori. Gli animali che pascolano liberi e si nutrono di erba, invece, hanno carni più magre e sane. Ad ogni modo, i quantitativi di carne, in particolare quella conservata, consumati dagli italiani sono al di sotto della soglia di rischio. L’ultimo Bloomberg Global Health Index, infatti, ha rivelato come il nostro Paese sia quello con la miglior salute del pianeta, grazie soprattutto alla dieta e allo stile di vita. La carne, in quantità ridotta, fornisce la vitamina B12 (assente nei cibi di origine vegetale) che serve per mantenere in salute i neuroni.
Tuttavia, gli studi che mettono in relazione la dieta con le malattie oncologiche sono centinaia, tra cui molti italiani: il professor Franco Berrino è stato uno dei primi e successivamente la Fondazione Umberto Veronesi.
Insomma, c’è una regola di prevenzione che vale sempre: evitare gli eccessi. Questo riguarda tutti i tipi di carne, perché per dirla con una massima latina: “in medio stat virtus”, la virtù è nel mezzo, tra due estremi che sono ugualmente da evitare.[wl_chord][wl_cloud]
Celiaci, l’ostia può essere un problema
News PresaOggi i celiaci possono contare su migliaia di prodotti «gluten free», ma che succede quando un celiaco deve ricevere l’Eucarestia? In fin dei conti l’ostia contiene, e deve contenere, glutine. Il dibattito è particolarmente vivo, e per certi versi anche curioso, perché apre ad un tema che angoscia un numero enorme di fedeli in tutto il mondo. La risposta sembra essere nella «Lettera circolare ai Vescovi sul pane e il vino per l’Eucaristia» diffusa dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. In sostanza i fedeli celiaci possono comunicarsi assumendo ostie contenenti quantitativi di glutine idonei per i pazienti e riconosciuti dalla Santa Sede.
Ostie «conformi»
Rinunciare completamente al glutine non è infatti consentito. Molti ignorano infatti che la Congregazione per la Dottrina della Fede, già nel 1995, aveva stabilito che «le ostie completamente prive di glutine sono materia invalida per l’Eucaristia. Sono materia valida le ostie parzialmente prive di glutine e tali che sia in esse presente una quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di sostanze estranee e senza ricorrere a procedimenti tali da snaturare il pane».
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Il parere dell’AIC
Stabilito che le ostie, per essere conformi alle norme ecclesiastiche, devono contenere glutine, seppur in minimi quantitativi, l’Associazione Italiana Celiachia intende rassicurare i fedeli celiaci chiarendo che, tenuto in considerazione il quantitativo di particola assunta dal fedele, sono considerate idonee al celiaco sia le ostie garantite “senza glutine” (contenuto massimo di glutine di 20 mg/kg) sia le ostie “con contenuto di glutine molto basso” (contenuto massimo di 100 mg/kg).
L’appello al Papa
Niente allarmismi quindi, almeno per quanto riguarda l’Italia. Non è così per numerosi altri Paesi nei quali non è ancora possibile comunicarsi con ostie a basso contenuto di glutine, non pericolose per chi soffre di celiachia ma valide per la Celebrazione Eucaristica. A questo proposito l’Associazione Italiana Celiachia ha recentemente inviato una lettera al Santo Padre su incarico dell’AOECS, la Federazione delle Associazioni Celiachia Europee. Proprio per rispondere alle esigenze dei 12 milioni di fedeli cattolici nel mondo la cui terapia prevede la rigorosa esclusione del glutine dalla dieta per tutta la vita l’Associazione ha scritto una missiva la Santo Padre. «Attraverso la nostra istanza – spiega il presidente Di Fabio – chiediamo che in ogni luogo della Terra sia possibile, per il fedele celiaco, accostarsi in sicurezza al Sacramento Eucaristico». Ovviamente la speranza è che dalla Santa Sede possa arrivare al più presto una risposta. Se lo augurano i milioni di fedeli che non vogliono rinunciare all’Eucarestia, ma neanche alla propria salute.
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Mattinieri o sonnambuli: chi sono i più produttivi? Lo studio
Stili di vitaCi sono i mattinieri e i sonnambuli: i primi amano alzarsi alle prime luci dell’alba, quando i secondi sono appena andati a dormire. Alcuni lamentano di essere più produttivi di notte, altri al mattino presto, l’ultima parola però l’ha avuta la scienza.
I ricercatori della Higher School of Economics e la Oxford University hanno dimostrato che, sebbene i mattinieri siano più efficienti al mattino, col trascorrere della giornata tendano a commettere più errori. Il risultato è emerso da una ricerca sulla privazione del sonno e su come il relativo aumento del tempo trascorso svegli abbia un impatto negativo sul sistema di attenzione del cervello. Lo studio, condotto da Nicola Barclay e Andriy Myachykov, in particolare ha indagato sulle conseguenze per persone con diverse abitudini: chi si priva del sonno al mattino e chi la notte.
Per giungere alle conclusioni sono stati esaminati 26 volontari (13 maschi e 13 femmine) con un’età media di 25 anni. I partecipanti sono stati invitati a rimanere svegli per 18 ore, dalle 8 alle 2 e al mattino e alla sera è stato sottoposto loro un test .
È emerso che anche se i nottambuli hanno impiegato più tempo per terminare il test, la loro precisione e correttezza è stata molto più alta. I ricercatori, infatti, non hanno trovato evidenti differenze nel test somministrato al mattino, al contrario erano più evidenti in quello somministrato alla sera, nel quale i mattinieri sono risultati più rapidi alla consegna, ma molto meno precisi nelle risposte. Lo studio, insomma, ha dimostrato che i nottambuli tendono a sacrificare la velocità per la precisione e alla sera sono molto più efficienti. Non c’è, quindi, un orario più giusto per essere produttivi, molto dipende dalle caratteristiche della persone e dalle sue abitudini quotidiane. L’unica cosa da cui, invece, non si può prescindere è il numero di ore di sonno che deve essere tra le sette e le nove ore al giorno per un adulto, secondo le linee guida della National Sleep Foundation. [wl_chord][wl_cloud]
Rischia di morire, viene ibernato e poi operato
News Presa, Ricerca innovazioneIbernato dopo un grave incidente in attesa dell’intervento chirurgico. Quello che potrebbe sembrare l’inizio di un film di fantascienza, neanche troppo originale, è invece l’avveniristico racconto di qualcosa accaduto realmente al Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna). Sfortunato protagonista, un 37enne vittima di un grave incidente stradale che, oltre a provocare gravi fratture alla cassa toracica, ha determinato la rottura parziale della vena aorta. Insomma, un quadro clinico da codice rosso. Non a caso l’uomo è stato trasferito da ben tre ospedali prima di arrivare nell’unico dove ci fosse una equipe specialistica come quella dell’Unità operativa di Chirurgia Cardio-Toraco-Vascolare guidata da Mauro Del Giglio.
La procedura
Proprio il chirurgo ha spiegato che «nell’incidente l’uomo aveva riportato numerose e gravissime fratture ossee, tra cui lo schiacciamento della cassa toracica e la rottura dell’arco aortico (il secondo tratto dell’aorta). La criticità del quadro clinico ha consigliato una procedura di riparazione vascolare con arresto di circolo e ipotermia controllata senza tuttavia dover ricorrere all’aiuto di protesi tubulari artificiali come avviene nel trattamento degli aneurismi. Dopo aver staccato l’arco aortico dal resto dell’arteria principale – dice – abbiamo utilizzato il tessuto del paziente per ricucire e ricostruire la porzione di vaso danneggiata, ricollegandola poi all’intero sistema circolatorio». Questa straordinaria tecnica di ibernazione, perché di questo si tratta, consente di portare tutto il corpo umano alla temperatura di 26 gradi. Ovviamente è necessario utilizzare specifici sistemi capaci di proteggere il cervello e gli organi interni da eventuali danni. In queste circostanze il rischio maggiore è infatti quello di creare deficit neurologici irreversibili o danni permanenti.
La convalescenza
Fortunatamente l’uomo ha già lasciato l’ospedale di Cotignola per essere trasferito nel reparto di rianimazione del Bufalini dove è ancora sottoposto a sedazione. Per valutare eventuali danni neurologici il paziente è stato svegliato dal sonno indotto per un breve momento, a quanto pare tutto sembra sia andato nel migliore dei modi. Alla famiglia non resta che attendere la fine della convalescenza, consci di aver assistito ad un piccolo miracolo della medicina.
Cambiamenti ormonali non incidono sulle prestazioni del cervello. Cade mito
News PresaI cambiamenti ormonali delle donne non incidono sulle prestazioni del cervello. Da oggi viene definitivamente sfatato un mito.
Gli inglesi avevano addirittura trovato un termine per descrivere il fenomeno: ‘period brain’; ma invece, durante il ciclo mestruale il funzionamento del cervello è lo stesso.
I livelli di estrogeni, progesterone e testosterone non hanno alcun impatto sulla cosiddetta ‘memoria di lavoro’, fondamentale per la risoluzione di problemi di calcolo e di ragionamento, e in generale sulle dinamiche cognitive o sulla capacità di prestare attenzione a due cose contemporaneamente. Lo ha evidenziato uno studio della Medical School Hannover, in Germania, insieme all’ospedale universitario di Zurigo, pubblicato sulla rivista Frontiers in Behavioral Neuroscience.
Il team di studiosi, per arrivare a questa conclusione, ha preso in esame per due cicli mestruali consecutivi 68 donne. Mentre l’analisi dei risultati del primo ciclo ha suggerito che alcune dinamiche a livello cognitivo e l’attenzione risultavano colpite, queste evidenze non sono state replicate nel secondo ciclo. “Anche se ci possono essere individualmente delle eccezioni- spiega Brigitte Leeners, autrice dello studio- le prestazioni cognitive delle donne non vengono generalmente disturbate dai cambiamenti ormonali che si verificano con il ciclo mestruale”. Ad ogni modo, quindi, tutto dipende dalle caratteristiche del soggetto, e non si possono trarre conclusioni generiche. L’unica certezza, insomma, è che le funzioni del cervello femminile siano le stesse durante tutti i giorni del mese.
Charlie Gard, l’ultima sentenza
News PresaAncora qualche ora, poi arriverà la sentenza che segnerà per sempre il destino della famiglia Gard. E’ il giorno della speranza per i genitori del piccolo Charlie, il giorno nel quale si conclude finalmente la battaglia per la vita del bimbo, o almeno per cercare di garantirgli una chance. Nicholas Francis (presidente della sezione minori dell’Alta corte di giustizia inglese), si pronuncerà tra qualche ora con l’ultima sentenza. In realtà già il fatto che si sia arrivati a questa sentenza può essere considerata una piccola vittoria, fino a due giorni fa i medici del Great Ormond Street Hospital non avevano alcun dubbio sull’opportunità di interrompere qualsiasi tipo di assistenza al piccolo. Poi, con la pressione mediatica cresciuta ora dopo ora e l’interessamento della Casa Bianca e del Vaticano, le cose sono cambiate. Alla fine è stato proprio il management del Great Ormond Street Hospital, forse preoccupato per il possibile impatto sulle donazioni, a chiedere un ulteriore parere.
L’impegno di Papa Francesco
Potere dei media, la vicenda di Charlie è arrivata veloce oltre le mura vaticane. Papa Francesco pur senza citarlo aveva ricordati che «difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo». Poi, nei giorni scorsi, il Papa ha rotto ogni indugio per invitare a rispettare il desiderio dei genitori del bambino di 10 mesi, colpito dalla sindrome da deperimento mitocondriale. «Il santo Padre segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo Charlie Gard ed esprime la propria vicinanza ai suoi genitori. Per essi prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo», il commento arrivato dalla Sala Stampa Vaticana.
La mobilitazione del web
Un grande appoggio alla famiglia Gard è arrivato dal web. Le immagini e i video con i quali i genitori hanno combattuto per la vita del piccolo hanno infatti mobilitato centinaia di migliaia di internauti, che hanno inviato messaggi di solidarietà da tutto il mondo. Alle spalle del piccolo Charlie è cresciuto un esercito di persone comuni, un esercito pronto a sostenere (anche economicamente) la famiglia Gard in questa dura lotta per la vita. Una battaglia che tra poche ore arriverà alla fine. Ma, se anche dovesse essere una vittoria, per il piccolo Charlie e per i suoi amorevoli genitori la guerra sarebbe ancora lunga.
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Ecco cosa può succedere se si ha un disturbo della prostata
News Presa, PrevenzioneIn pochi lo sanno, ma alcuni «problemi sotto le lenzuola» possono essere causati da una prostata che non va bene. E visto che sono 7 milioni circa gli italiani over 50 (ma parecchi anche intorno ai 40) affetti da Iperplasia Prostatica Benigna (IPB) è chiaro che «l’italica virilità» è seriamente a rischio.
Battute a parte, il legame tra l’ingrossamento della prostata e alcuni disturbi della sfera intima, come ad esempio la disfunzione erettile, sono problemi che hanno molto in comune: entrambi aumentano con l’età e possono essere molto invalidanti.
Sintomi e fastidi.
Vincenzo Mirone, professore ordinario della facoltà di Medicina e Chirurgia della Federico II di Napoli e segretario generale della Società Italiana di Urologia (SIU) spiega che «ai disturbi sessuali si aggiungono agli altri fastidiosi sintomi tipici del cattivo funzionamento della prostata, che rendono la vita (e soprattutto le notti) di chi ne soffre un vero incubo». Quali? Sonno interrotto per alzarsi continuamente e urinare, corse in bagno durante la giornata, bruciore alla minzione. Fastidi che minacciano di rovinare anche le vacanze: proprio quando la coppia dovrebbe poter contare su relax e più tempo libero da dedicare anche alla propria intimità, qualcosa va storto e mette a dura prova l’intesa tra i partner.
Quindi, oltre a preparare la valigia e i documenti di viaggio prima di partire per le ferie, meglio fare anche un check-up anche alla prostata e farsi prescrivere la terapia più adeguata. Oggi, tra l’altro, le opzioni disponibili sono numerose, sicure, più efficaci e anche pratiche da assumere, in grado di sconfiggere persino la proverbiale «distrazione» maschile, grazie alla combinazione in un’unica compressa dei due principi attivi chiave per curare l’ingrossamento della prostata: dutasteride e tamsulosina».
Desiderio sessuale al top.
Ma perché d’estate aumenta la libido? Lo spiega la dottoressa Luciana Mariani, urologa territoriale presso l’Area Vasta 3 e 4 Civitanova Marche-Fermo: «La maggior esposizione al sole converte il triptofano in serotonina, un antidepressivo naturale, migliorando la qualità delle emozioni, aumentando la libido e la secrezione di ormoni sessuali maschili e femminili. Inoltre, le ferie ci tengono lontani dallo stress e dalle preoccupazioni della quotidianità dandoci la possibilità di riappropriarci dei nostri desideri, prendendoci cura di noi stessi. Insomma, un umore più positivo e la prospettiva che tra un po’ si andrà in vacanza creano un mix che favorisce un più facile approccio all’intimità e al sesso. Ma se questo mix si scontra con un problema fisiologico come quelli che possono essere causati dall’ipertrofia prostatica benigna (IPB) allora il desiderio sessuale potrebbe avere un drastico calo»
Dunque, per evitare che un disturbo prostatico possa rovinarci le vacanze e trasformarsi con il tempo in qualcosa di serio, meglio fare un controllino prima di metterci in viaggio.
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Zucchero: troppo in gravidanza aumenta rischio allergia e asma nei figli
News PresaTroppo zucchero in gravidanza può aumentare il rischio di allergia e asma allergica nei figli. Lo rivela uno studio osservazionale su circa 9.000 coppie madre-figlio, pubblicato sullo European Respiratory Journal. Fino ad oggi alcune ricerche avevano riportato un’associazione tra elevato consumo di bevande zuccherate e asma nei bambini, ma la relazione tra la quantità di zucchero assunto dalla mamma in gravidanza e l’allergia e l’asma nella prole era stata poco studiata.
La squadra del Queen Mary University di Londra ha utilizzato i dati di uno studio su 9mila coppie di madri e figli. Mentre vi erano solo prove deboli di legame tra l’assunzione di zuccheri semplici in gravidanza e l’asma in generale nei figli all’età di sette anni, vi erano forti associazioni positive con allergia e asma allergico. Le mamme che assumevano più zucchero presentavano un aumento del rischio del 38 per cento di allergia nei figli e un aumento del 100% del rischio di asma allergico rispetto a quelle che ne assumevano meno.
Tra le ipotesi, il fatto che una elevata assunzione di fruttosio causi una persistente risposta immunitaria allergica post-natale che porta ad infiammazione allergica nel polmone in via di sviluppo.
Questa nuova ricerca è importante, secondo gli autori, per capire come l’alimentazione agisca sul nascituro e quali siano esattamente i meccanismi. Nel frattempo, i medici sconsigliano di assumere un elevato contenuto di zucchero durante la gestazione.