Tempo di lettura: 2 minutiLa povertà in Italia è ancora alta, anzi, segna un rialzo rispetto al 2015. Ad essere penalizzati sono soprattutto i minori: le difficoltà aumentano nelle famiglie numerose, dove ci sono più figli piccoli. A decretarlo sono i numeri dell’Istat. Nel 2016 le famiglie in condizioni di povertà assoluta erano un milione 619mila, per un totale di 4 milioni 742mila persone, 144 mila in più del 2015. In rapporto al numero di famiglie (25,7 milioni) e di residenti in Italia (60 milioni), l’incidenza della povertà assoluta è stata pari al 6,3% delle famiglie (contro il 6,1% del 2015) e al 7,9% degli individui (7,6% nel 2015).
Essere poveri assoluti, nella classifica Istat, significa non essere in grado di acquistare un paniere di beni e servizi «essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile» (che cambia in base al numero di componenti familiari, all’età e al comune di residenza). Una situazione che si ripercuote sulla salute della popolazione più disagiata che tende a risparmiare anche in cure e prevenzione e mette a rischio di esclusione sociale. Spicca la differenza maggiore con il 2015 nelle famiglie con tre o più figli minori, dove il tasso di povertà assoluta è stato nel 2016 del 26,8% contro il 18,3% dell’anno precedente. Non viene risparmiato dall’aumento di difficoltà neppure il Centro Italia, in particolare nei comuni medio-piccoli (fino a 50mila abitanti).
Insomma, ad essere penalizzati sono di più i minori: risalendo indietro nel tempo, rispetto al 2005, si osserva il peggioramento dell’incidenza della povertà assoluta tra i bambini, dal 3,9% al 12,5% e tra i giovani, anch’essa triplicata (dal 3,1% al 10%).
Si conferma, quindi, la relazione inversa tra poveri assoluti ed età: la percentuale di indigenti scende infatti al crescere delle fasce d’età osservate. Il minimo tocca i nuclei col capofamiglia ultra sessantaquattrenne (3,9%), il massimo le famiglie con la persona di riferimento sotto i 35 anni (10,4%). Il lavoro conta molto. Nelle famiglie operaie la povertà assoluta è doppia (12,6%) della media, mentre tra quelle di quadri e impiegati il tasso scende all’1,5%.
L’Istat fa il calcolo anche della povertà relativa in Italia che equivale a una capacità di spesa non superiore alla metà di quella media. Per esempio, per una famiglia di due componenti il tetto è pari alla spesa media di una persona, cioè 1.061 euro al mese nel 2016. La povertà relativa ha riguardato il 10,6% delle famiglie (10,4% nel 2015), cioè 2 milioni 734mila, per un totale di 8 milioni 465mila persone, il 14% dei residenti (13,7% nel 2015). Anche la povertà relativa aumenta con la dimensione familiare (come per quella assoluta): raggiungendo il 30,9% tra i nuclei con 5 o più componenti. Ad essere colpiti sono i nuclei giovani, raggiungendo il 14,6% tra quelli con persona di riferimento under 35. Nelle famiglie operaie il tasso è del 18,7%, del 31% in quelle dove il capofamiglia è disoccupato. Dal 2018, a seguito della riforma del governo Renzi, per contrastare la povertà si userà il Rei, reddito di inclusione (da un minimo di 190 a un massimo di 485 euro a famiglia) che sostituirà il Sia, Sostegno all’inclusione attiva. La spesa prevista è di 1,7 miliardi.[wl_cloud][wl_chord]
Ecco il test che predice il rischio di infarto
Ricerca innovazioneGrazie ad un test ora è possibile prevedere il rischio di infarto, capire se e quando il proprio cuore rischia di fermarsi. Per capire come è necessario volare ad Oxford, dove alcuni giovani ricercatori hanno messo a punto il rivoluzionario test. Quanto alle tecnologie necessarie, non servono apparecchiature futuristiche, solo una Tac (una di quelle che già oggi si usa normalmente per esami cardiologici). Maggiori sono i segni di infiammazione (con tessuti rossi), maggiore è il pericolo. La rivoluzionaria scoperta è stata pubblicata dulla prestigiosa rivista Science Translational Medicine.
Cambiamenti tissutali
Basato sull’analisi dello stato infiammatorio e del grasso depositato sulle arterie, il test ha in sé il potenziale di rivoluzionare il trattamento per uno dei maggiori killer del mondo, spiega uno degli autori del lavoro Charalambos Antoniades. Gli esperti hanno finora analizzato oltre 2000 Tac evidenziando che quando il livello di infiammazione dei tessuti sale, cambia il comportamento del grasso che tende a rompersi e tutto il tessuto circostante cambia aspetto. Sono proprio queste modifiche nelle sembianze del tessuto intorno alle arterie che danno un’idea del rischio cuore.
Conto alla rovescia
L’infiammazione e il grasso intorno alle arterie sono come una bomba ad orologeria e per disinnescarla si può agire per tempo prescrivendo delle terapie (ad esempio statine) in soggetti anche apparentemente sani o modificando le cure di persone già con un rischio cardiaco noto. Se la tecnica non deluderà le promesse, nelle future sperimentazioni cliniche più ampie che ora la attendono e la vedranno protagonista, essa potrà portare a terapie più efficaci per scongiurare infarti potenzialmente fatali. Sapere se e quando si rischia di essere colpiti da un infarto è ovviamente qualcosa di incredibile, la speranza è che grazie a questa ricerca molto presto si possano salvare centinaia di migliaia di vite, cambiando destini che appaiono già segnati.
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Traumi cerebrali, se gravi aumentano rischio demenza. I dati
PrevenzioneChi ha avuto lesioni cerebrali traumatiche (Tbi) moderate o severe, ha più probabilità di sviluppare disturbi neurodegenrativi (Ndd). Rischia meno chi ad esempio è stato ricoverato per traumi cerebrali di lieve entità. Insomma, secondo un nuovo studio pubblicato su Plos Medicine, ci sarebbe una correlazione tra lesioni cerebrali traumatiche gravi e il peggioramento dei disturbi neurodegenerativi, e in particolare di demenza, anche per gli adulti ancora in età lavorativa.
“I nostri risultati suggeriscono che un grave danno al cervello può innescare processi che portano alla demenza in individui già suscettibili”, spiega Rahul Raj dell’Università di Helsinki, autore della ricerca. Diversi studi epidemiologici hanno collegato le lesioni traumatiche cerebrali ai processi neurodegenerativi, ma poco è stato fatto sulla questione riguardo gli individui in età lavorativa, osserva Raj e il suo team.
I risultati
I ricercatori hanno preso in esame i dati di 40.637 adulti tra i 18 e i 65 anni che erano stati ricoverati in ospedale per TBI nel periodo tra il 1987 e il 2014 e che al basale non presentavano lesioni neurodegenerative. Le diagnosi di disturbi neurodegenerativi sono stati registrati per un anno dopo l’infortunio fino alla fine del 2014. Tra i 19.936 pazienti del gruppo con lesioni cerebrali traumatiche moderate-gravi, il 3,5% ha sviluppato disturbi neurodegenerativi rispetto all’1,6% dei 20.703 pazienti del gruppo con Tbi di grado lieve. Il rapporto di rischio aggiustato di Ndd associato a Tbi moderata-grave rispetto a Tbi lieve, è stato di 1,8.
In particolare, il rischio è aumentato solo per la demenza (HR 1,9) e non per la malattia di Parkinson o la sclerosi laterale amiotrofica. «La correlazione tra Tbi lieve e la demenza è al momento piuttosto debole, mentre la correlazione tra Tbi moderata-grave e demenza è forte – afferma Raj – attualmente non ci sono metodi diretti per prevenire lo sviluppo della demenza e per tale motivo è necessario riuscire a prevenire innanzitutto i traumi cerebrali”.
I medici che hanno in cura pazienti con storia di lesioni cerebrali gravi devono essere sicuri di minimizzare altri fattori di rischio per la demenza come l’ipertensione, l’iperlipidemia e la sedentarietà. “Il nostro prossimo passo – sottolinea Raj – sarà valutare l’interazione tra fattori ambientali e fattori genetici nelle persone con storie di traumi cerebrali per capire se la demenza sia “geneticamente programmata” in alcuni soggetti sopravvissuti a Tbi o se potrebbe essere prevenibile”.
Fuga di cervelli, 225mila euro per trattenerli in Italia
News PresaQuindici borse di studio per altrettanti talenti della medicina, un investimento sulla salute e la sanità del futuro, anche arginare il triste fenomeno della fuga di cervelli. I ricercatori under 38 (tra loro anche giovani campani) sono stati premiati al Nobile Collegio Chimico Farmaceutico di Roma per attività di ricerca da svolgere presso Istituzioni scientifiche in Italia o all’estero. Il valore delle borse assegnate, complessivamente, è di 225 mila euro, cinque da 25 mila (un anno la durata della fase di ricerca per i ricercatori) e dieci da 10 mila (sei mesi la durata della fase di ricerca). Tutto questo nell’ambito di un progetto che va avanti da tre anni, nato dalla collaborazione della Società italiana di Farmacologia (Sif) e da Msd Italia.
Valore al futuro
Dal settore cardiovascolare, all’oncologia, al metabolico, neuroscienze e immunologia: un tesoretto investito sulle eccellenze italiane della ricerca. Non a caso alla cerimonia di premiazione hanno partecipato personaggi del calibro del sottosegretario di Stato all’Istruzione, Università e Ricerca, Vito De Filippo e il presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Stefano Vella; con loro Giorgio Cantelli Forti, presidente della Sif e a Goffredo Freddi, Policy and Communication Executive Director di Msd Italia. «L’obiettivo di questa partnership – ha spiegato il presidente della Sif, Cantelli Forti – è sostenere giovani ricercatori post-dottorato con documentata e promettente fase evolutiva della loro formazione, nella speranza che possano raggiungere posizioni accademiche o professionali di assoluto prestigio. Vogliamo offrire il nostro contributo per non disperdere un prezioso patrimonio umano e intellettuale e, possibilmente, limitare la fuga dei cervelli. Ormai da troppi anni, giovani talenti italiani sono costretti a trasferirsi permanentemente all’estero per dare seguito alla loro passione per la ricerca scientifica».
Fare ricerca
Le borse di studio sono state pensate per preservare e incentivare lo sviluppo di studi indipendenti (i progetti di ricerca non riguardano, infatti, la valutazione clinica degli effetti dei farmaci), incrementando il potenziale della ricerca italiana in campo farmacologico, spesso condotta da giovani ricercatori che non hanno ancora una posizione stabile all’interno di università, enti di ricerca e industrie del settore. Una situazione che troppe volte genera una triste fuga di cervelli. Nicoletta Luppi, presidente e Ad di MSD Italia, ha ricordato come la partnership con la Sif sia un nuovo capitolo di un percorso pluriennale che MSD ha avviato per sostenere le società scientifiche e la ricerca indipendente italiana grazie ad un solido piano di investimenti. «Siamo convinti – ha detto- che per preservare e valorizzare il nostro patrimonio di ricerca in campo medico-scientifico, occorra uno sforzo di corresponsabilità da parte di tutti gli attori del sistema Paese ed è quindi dovere anche delle aziende impegnarsi, mettendo a disposizione le proprie risorse, per sostenere i giovani ricercatori, promuovere l’eccellenza della ricerca farmacologica nel nostro Paese e contribuire cosi ad attenuare la fuga di cervelli, brillanti promesse della farmacologia, attratte dalle migliori prospettive che ritengono di trovare all’estero».
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La “mindfulness” per ridurre stress e glicemia. Lo studio
PsicologiaUn programma di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza (MBSR) della durata di 8 settimane, non solo riduce stress e ansia, ma è in grado anche di abbassare il livello di glicemia (zucchero nel sangue). È quanto emerge da uno studio curato da Nazia Raja-Khan, del Penn State College of Medicine di Hershey, Pennsylvania e pubblicato dalla rivista Obesity
MBSR è un programma intensivo di formazione guidato da un istruttore, comprende meditazione, consapevolezza del corpo e altre tecniche che aiutano a ridurre l’ansia. È stato sviluppato alcuni decenni fa dall’Università del Massachusetts Medical Center di Worcester per aiutare i pazienti a gestire il dolore e lo stress durante i trattamenti contro il cancro e altre gravi malattie.
Questa tecnica che ha dato risultati positivi, oggi è stata testata anche per la riduzione delle malattie cardiache su persone in sovrappeso od obesi.
Durante lo studio sono state divise 86 donne in due gruppi: il primo ha ricevuto otto settimane di formazione MBSR, il secondo un programma di dieta ed esercizio fisico. Entrambi i gruppi sapevano che l’obiettivo principale dello studio era la riduzione dello stress. Dopo 8 e dopo 16 settimane i ricercatori hanno analizzato i cambiamenti dei livelli di stress, dell’umore, della qualità della vita, del sonno, ma anche anche la pressione sanguigna, la glicemia e il peso.
Dopo otto settimane, il gruppo MSBR presentava un netto miglioramento della consapevolezza e della diminuzione dello stress rispetto al secondo gruppo. La percezione di stress è rimasta più bassa nel gruppo MBSR anche dopo 16 settimane. Le donne del gruppo MBSR mostravano inoltre riduzione dei livelli di zucchero nel sangue (circa 9 mg / dL) dopo otto e 16 settimane mentre le altre nessun cambiamento del profilo glicemico. Entrambi i gruppi avvertivano nel complesso minore stress psicologico, meno ansia e sonno migliore, ma non si sono registrati diminuzioni dei parametri infiammatori e/o del livello di colesterolo. Inoltre nessuno nei due gruppi aveva perso peso e le risposte all’insulina non apparivano migliorate.
“Ulteriori studi sono necessari per determinare i benefici a lungo termine di MBSR in soggetti in sovrappeso od obesi. Sono anche necessari per confermare il ruolo di MBSR nella prevenzione e nel trattamento del diabete”, conclude Raja-Khan.
Facoltà di Medicina, un nuovo percorso d’eccellenza
News PresaProve di futuro per i medici del futuro. Solo un piccolo gioco di parole che nasconde una grande novità del corso di laurea in Medicina dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, unica in Italia insieme all’Università di Torino, a proporre un nuovo percorso d’eccellenza (Programma MD/PhD), in cui lo studente studierà e contemporaneamente farà ricerca scientifica dal 2° al 6° anno di corso.
I migliori 10
I 10 studenti selezionati ogni anno non pagheranno le tasse universitarie e al tempo stesso riceveranno una borsa mensile di circa mille euro. I giovani prescelti in determinati periodi dell’anno accademico e a partire dal 4 anno di Medicina studieranno anche in prestigiosi enti di ricerca, regolatori e università nazionali ed internazionali, totalmente a spese dall’Ateneo. Potranno concorrere a questa opportunità unica nel suo genere gli studenti che quest’anno (2017/18) si iscriveranno al I anno di corso e che entro il 30 settembre 2018 avranno superato tutti gli esami del I anno con un voto medio non inferiore a 28/30.
La selezione
I criteri di selezione saranno tutti oggettivi: per il 60% la posizione in graduatoria nazionale dell’accesso programmato a Medicina, per il 20% la media del voto agli esami del I anno e per il 20% la più giovane età.
I 10 studenti scelti dovranno quindi:
Per maggiori informazioni ci si può riferire al regolamento di Ateneo utile per l’emanazione del bando di accesso al Programma MD/PhD (a.a. 2018/2019)
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Vaccini: l’allarme di Corinna, mamma disperata
PrevenzioneTroppe critiche e poca determinazione da parte del Governo stanno smontando il provvedimento che introduce l’obbligatorietà delle vaccinazioni per l’iscrizione a scuola. E’ Corinna Verniani, mamma di una bimba che non può essere vaccinata perché affetta da una malattia, a richiamare l’attenzione sull’importanza delle vaccinazioni e lo fa con una lettera inviata al presidente del Senato Pietro Grasso. La lettera è stata già sottoscritta da migliaia di genitori «pro vax».
Costretta a casa
Lo scorso anno la donna denunciò che la figlia non poteva essere vaccinata, ma nella prima elementare che frequentava ben 8 bambini su 19 non avevano fatto il richiamo contro morbillo, parotite e rosolia e i medici le consigliarono quindi di allontanare la piccola dalla classe. Oggi, Corinna Verniani denuncia come il ddl che mira a garantire la «sicurezza» di tutti i piccoli sia a rischio: «Ogni giorno il ddl viene esautorato un po’, per compiacere una forma di comunicazione che non dovrebbe dettar legge; chi urla più forte oggi pare averla vinta», scrive, e in poche ore dopo la diffusione su Facebook, come segnala il sito IoVaccino, già 2.500 persone avevano sottoscritto l’appello, compresi scienziati come l’epidemiologo Pierluigi Lopalco e il virologo Roberto Burioni. Corinna critica ciò che sta accadendo. «Non consentiamo ad insegnanti e medici di dare il buon esempio, alleggeriamo le sanzioni fin quando al massimo non daremo un simpatico buffetto a chi non vaccina i propri figli senza motivo valido. Noi non siamo necessariamente per il rigore, ma i tentennamenti non sono ammessi, qualsiasi strada si scelga di intraprendere». Sul decreto, avverte, «si sta tirando il freno a mano». E in risposta ad un recente studio dei ricercatori Antonietta Gatti e Stefano Montanari, i quali hanno sostenuto la presenza di sostanze tossiche nei vaccini, interviene il direttore della divisione di Microbiologia e Immunologia allo Yerkes National Primate Research Center della Emory University di Atlanta, Guido Silvestri: «Le preparazioni vaccinali sono purissime», dice, definendo lo studio «di qualità scientifica pessima».
Crollo delle vaccinazioni
Sullo sfondo, i dati allarmanti pubblicati oggi da Oms e Unicef: nel mondo il tasso di vaccinazioni tra i bambini è in stallo dal 2010 e anche nel 2016 uno su 10, cioè 12,9 milioni di neonati, non ha ricevuto neppure le immunizzazioni di base, ricordano come i vaccini salvino ogni anno 2-3 milioni di vite. Ma anche in Europa «circa 650.000 bambini che nascono ogni anno non ricevono la serie completa delle tre dosi di vaccino contro difterite, tetano e pertosse nel primo anno», sottolinea Flavia Bustreo, Vicedirettore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
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Soffocamento tra le prime cause di morte bimbi. Come prevenire
BambiniIl soffocamento causato da corpi estranei è una delle cause principali di decesso nei bambini da 0 a 3 anni ed è comune anche in età maggiore, fino a 14 anni. I dati più recenti dicono che ogni anno, in Europa, i casi riguardanti bambini di età compresa tra 0 e 14 anni siano circa 50.000, l’1% dei quali mortale. Ogni anno, quindi, 500 bambini muoiono soffocati. Circa 10.000 incidenti coinvolgono oggetti inorganici, in generale fabbricati industrialmente, soprattutto parti in plastica e metallo, monete e giocattoli. Dei 2.000 casi all’anno che coinvolgono giocattoli, quelli mortali sono circa 20.
Tuttavia in Italia negli ultimi 10 anni non è cambiato nulla: circa 1.000 bambini finivano in ospedale per soffocamneto nel 2007 e quasi mille ci vanno ancora oggi.
Le stime più recenti, calcolate includendo anche i “quasi-eventi” e gli episodi di minore gravità (che si sono risolti grazie all’intervento della famiglia, senza la necessità di rivolgersi ai sanitari), mostrano come l’incidenza reale del fenomeno sia 50-80 volte superiore rispetto a quella dei ricoveri (con 80mila episodi stimati, per anno, solo in Italia). Il dato maggiore lo registra il soffocamento da cibo (tra il 60 e l’80% dei casi).
Il registro Susy Safe, uno dei più grandi registri internazionali che raccoglie casi di incidenti in bambini di età compresa tra gli 0 e i 14 anni, mostra quali sono gli alimenti che causano più spesso incidenti. Al primo posto ci sono: gli ossicini di pollo e le lische di pesce (32%), a seguire le noccioline (22%) e al terzo posto i semi (16%).
Tuttavia, gli alimenti che causano più spesso questo tipo di incidenti non sono gli stessi che causano le conseguenze più gravi: nel registro Susy Safe gli incidenti sono causati in misura maggiore dalla carne, mentre uno studio condotto in 26 ospedali canadesi e statunitensi ha mostrato come i wurstel si associno più spesso a episodi fatali. Inoltre, la cosa preoccupante è che quasi la metà degli incidenti da corpo estraneo si è verificata sotto la supervisione dell’adulto.
Ad ogni modo, gli alimenti pericolosi hanni in comune particolari caratteristiche di forma, consistenza e dimensioni.
* Gli alimenti piccoli (noccioline e semi) rischiano di finire nelle vie respiratorie prima che il bambino riesca a morderli
* Gli alimenti troppo grandi (grossi pezzi di frutta e verdura cruda) sono difficili da gestire durante la masticazione.
* Gli alimenti tondi (ciliegie e uva) e quelli cilindrici (wurstel e carote) sono pericolosi poiché, se aspirati, possono bloccarsi nell’ipofaringe ostruendo completamente il passaggio dell’aria.
* Gli alimenti duri sono difficili da masticare per la fisiologica mancanza di denti del bambino.
* Gli alimenti appiccicosi (burro d’arachidi) risultano difficili da rimuovere se rimangono bloccati nelle vie aeree.
* Gli alimenti fibrosi (sedano)
* Gli alimenti comprimibili (es. wurstel e marshmallow). possono scivolare nelle vie aeree prima che il bambino riesca a morderli e adattarsi alla forma dell’ipofaringe (grazie alla loro consistenza), ostruendo il passaggio dell’aria.
E’ possibile offrire al bambino gli alimenti pericolosi (a parte poche eccezioni) se preparati in modo tale da minimizzare il rischio di soffocamento:
* Tagliare gli alimenti cilindrici a listarelle, quelli tondi in quarti
* Eliminare nervature e filamenti, cuocere i cibi fino a quando diventano morbidi
* Tagliare in pezzi piccoli o tritare/grattugiare gli alimenti pericolosi.
* Frutta a guscio e semi caramelle e gomme da masticare sono sconsigliati per i bambini fino ai 4 anni di età.
Cambiamenti climatici. OMS: ogni anno 12,6 mln di morti evitabili
PrevenzioneTra il 2030 e il 2050, i cambiamenti climatici causeranno circa 250.000 morti in più l’anno per malnutrizione, malaria, diarrea, surriscaldamento globale, oltre a miliardi di dollari in danni diretti per la salute. L’allarme arriva dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel luglio 2017 ha iniziato a lanciare il secondo ciclo dei suoi profili del clima e della salute, fornendo prove aggiornate a livello nazionale (l’Italia ancora non c’è) sui rischi e le opportunità di salute e sullo stato di avanzamento.
Che il clima incida sulla salute è ormai chiaro, se ne discute da decenni e si cercano soluzioni condivise influenzate dall’alternarsi dei governi. Attraverso l’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici, i paesi si sono impegnati a ridurre l’inquinamento di carbonio, ad esempio attraverso la promozione di fonti energetiche più pulite e sistemi di trasporto urbano più sostenibili, che tutelano e migliorano anche la salute delle proprie popolazioni.
Il cambiamento climatico secondo l’Oms pregiudica l’accesso ad acqua sicura, cibo adeguato e aria pulita ed è responsabile ogni anno di circa 12,6 milioni di decessi a causa di fattori di rischio ambientali evitabili.
L’Oms lavora con i paesi di tutto il mondo per proteggere le popolazioni più vulnerabili dagli effetti sulla salute degli eventi meteorologici estremi e per aumentare la loro resilienza ai cambiamenti climatici a lungo termine. Le decisioni politiche e le fonti di energia inquinanti che stanno causando il cambiamento climatico stanno anche causando impatti diretti sulla salute, contribuendo in particolare ai 6,5 milioni di morti ogni anno da inquinamento atmosferico.
L’obiettivo dell’Oms è quello di spingere i paesi a valutare i vantaggi previsti per la salute dagli impegni di Parigi e promuovere scelte politiche che portano i maggiori benefici sia alla salute che all’ambiente.
Il progetto UNFCCC Climate and Health Country Profile dell’Oms dà ai ministri della sanità e ai responsabili politici della salute istantanee basate sui dati dei rischi del clima e sui rischi sanitari nei vari paesi. Il loro effetto è l’ opportunità di co-beneficio per la salute, e forniscono una piattaforma globale sui progressi nazionali nella risposta e nell’attuazione delle politiche.
Il progetto ha rafforzato i legami tra clima e comunità sanitarie; ha promosso una ricerca innovativa sul rischio nazionale per il clima e sulla modellazione dell’impatto sanitario; ha impegnato una rete interministeriale di punti di forza su aspetti climatici e sanitari per sviluppare, avanzare e diffondere i risultati.
Oms UNFCCC Clima e Salute ha anche fornito una panoramica Globale 2015.La panoramica globale è un documento complementare ai profili del paese, che descrive le tendenze globali del cambiamento climatico e della salute sperimentabili, a seconda della volontà collettiva e dell’efficacia dell’azione.
Incendi e roghi, allarme per fumo e diossina
News PresaOrmai da settimane gli incendi si susseguono senza sosta. Se il problema è nazionale è anche da dire che alcune regioni stanno “soffrendo” più di altre. La Campania in primis. Il dramma è che a bruciare non sono solo le sterpaglie, in molte zone il fumo è nero e pungente perché a bruciare è la “monnezza”. Colonne di diossina si alzano dai terreni martoriati e migliaia di cittadini non possono fare altro che avvelenarsi con quel fumo. Recente la notizia che le fiamme hanno interessato anche il cuore di Napoli, la collina di Posillipo. Molte abitazioni sono state evacuate per un incendio ad Agropoli (Salerno) dove a decine decine sono stati fattiballontanare dalle proprie abitazioni. Sul posto, oltre alle squadre dei vigili del fuoco, impegnati anche un elicottero e un canadair. Solo ieri pomeriggio, un altro incendio di vaste proporzioni aveva colpito il Comune di Capaccio Paestum, a pochi chilometri di distanza da “Collina San Marco”, costringendo un migliaio di persone ad abbandonare abitazioni private e villaggi turistici. Le fiamme erano state domate solo in tarda serata.
Malori
Un vigile del fuoco si è sentito male durante le operazioni di spegnimento di un incendio in Toscana. Secondo quanto riporta il 118 di Pistoia, un pompiere di 55 anni si è sentito male mentre lavorava a un incendio a Montale ed è stato ricoverato in codice rosso al pronto soccorso. E’ successo verso le 4. Poi, dopo gli accertamenti in ospedale, è stato dimesso in buone condizioni senza giorni di prognosi.
Rischio diossina
La preoccupazione per gli effetti di questi incendi sulla salute dei cittadini aumenta di giorno in giorno. “Al momento – spiega a Repubblica Mario Manzoni, presidente della Società italiana di endoscopia ginecologica – non ci sono dati certi, ma alcuni studi sostengono che la diossina sprigionata dagli incendi può giocare un ruolo nell’insorgenza e nel peggioramento dell’endometriosi, una patologia che sarebbe quindi correlata all’inquinamento ambientale. Altre ricerche – aggiunge – parlano di fattori alimentari che danno una maggiore aggressività della patologia. Nella nostra esperienza abbiamo affrontato le esperienze più complesse con pazienti provenienti da aree particolarmente inquinate”.
Malattie respiratorie
Al di là della diossina, che ovviamente crea grandi problemi di salute se inalata, il fumo che appesta intere città sta causando problemi ad anziani, bambini e soggetti a rischio. Gli esperti consigliano nelle zone più colpite di restare per quanto possibile a casa con le finestre chiuse. In caso di problemi è invece opportuno sentire il proprio medico di famiglia e, solo se consigliato, ricorrere al pronto soccorso. La speranza, ovviamente, è che la situazione possa presto rientrare nei canoni della normalità.
Povertà in Italia: triplicata in 11 anni. Penalizzati minori e giovani
Stili di vitaLa povertà in Italia è ancora alta, anzi, segna un rialzo rispetto al 2015. Ad essere penalizzati sono soprattutto i minori: le difficoltà aumentano nelle famiglie numerose, dove ci sono più figli piccoli. A decretarlo sono i numeri dell’Istat. Nel 2016 le famiglie in condizioni di povertà assoluta erano un milione 619mila, per un totale di 4 milioni 742mila persone, 144 mila in più del 2015. In rapporto al numero di famiglie (25,7 milioni) e di residenti in Italia (60 milioni), l’incidenza della povertà assoluta è stata pari al 6,3% delle famiglie (contro il 6,1% del 2015) e al 7,9% degli individui (7,6% nel 2015).
Essere poveri assoluti, nella classifica Istat, significa non essere in grado di acquistare un paniere di beni e servizi «essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile» (che cambia in base al numero di componenti familiari, all’età e al comune di residenza). Una situazione che si ripercuote sulla salute della popolazione più disagiata che tende a risparmiare anche in cure e prevenzione e mette a rischio di esclusione sociale. Spicca la differenza maggiore con il 2015 nelle famiglie con tre o più figli minori, dove il tasso di povertà assoluta è stato nel 2016 del 26,8% contro il 18,3% dell’anno precedente. Non viene risparmiato dall’aumento di difficoltà neppure il Centro Italia, in particolare nei comuni medio-piccoli (fino a 50mila abitanti).
Insomma, ad essere penalizzati sono di più i minori: risalendo indietro nel tempo, rispetto al 2005, si osserva il peggioramento dell’incidenza della povertà assoluta tra i bambini, dal 3,9% al 12,5% e tra i giovani, anch’essa triplicata (dal 3,1% al 10%).
Si conferma, quindi, la relazione inversa tra poveri assoluti ed età: la percentuale di indigenti scende infatti al crescere delle fasce d’età osservate. Il minimo tocca i nuclei col capofamiglia ultra sessantaquattrenne (3,9%), il massimo le famiglie con la persona di riferimento sotto i 35 anni (10,4%). Il lavoro conta molto. Nelle famiglie operaie la povertà assoluta è doppia (12,6%) della media, mentre tra quelle di quadri e impiegati il tasso scende all’1,5%.
L’Istat fa il calcolo anche della povertà relativa in Italia che equivale a una capacità di spesa non superiore alla metà di quella media. Per esempio, per una famiglia di due componenti il tetto è pari alla spesa media di una persona, cioè 1.061 euro al mese nel 2016. La povertà relativa ha riguardato il 10,6% delle famiglie (10,4% nel 2015), cioè 2 milioni 734mila, per un totale di 8 milioni 465mila persone, il 14% dei residenti (13,7% nel 2015). Anche la povertà relativa aumenta con la dimensione familiare (come per quella assoluta): raggiungendo il 30,9% tra i nuclei con 5 o più componenti. Ad essere colpiti sono i nuclei giovani, raggiungendo il 14,6% tra quelli con persona di riferimento under 35. Nelle famiglie operaie il tasso è del 18,7%, del 31% in quelle dove il capofamiglia è disoccupato. Dal 2018, a seguito della riforma del governo Renzi, per contrastare la povertà si userà il Rei, reddito di inclusione (da un minimo di 190 a un massimo di 485 euro a famiglia) che sostituirà il Sia, Sostegno all’inclusione attiva. La spesa prevista è di 1,7 miliardi.[wl_cloud][wl_chord]