Tempo di lettura: 3 minutiEra il 2017 quando un gruppo di ricercatori italiani, guidati dall’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del CNR e dall’Università di Sassari, pubblicò sul New England Journal of Medicine una scoperta destinata a fare scuola. Al centro c’era una variante genetica chiamata BAFF-var, capace di aumentare i livelli della proteina BAFF, una citochina fondamentale per la sopravvivenza e l’attivazione dei linfociti B. Questa variante si è rivelata associata a un maggior rischio di sviluppare sclerosi multipla (SM) e lupus eritematoso sistemico (LES).
Negli anni successivi la ricerca non si è fermata. Dal 2017 al 2025 diversi studi coordinati da reti internazionali come la European Autoimmune Research Network (EARN) e la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) hanno confermato il ruolo centrale di BAFF-var nell’alterare l’equilibrio del sistema immunitario, offrendo nuove prospettive sia per la comprensione sia per il trattamento di queste malattie.
Il lupus: un target terapeutico consolidato
Se nel 2017 la scoperta di BAFF-var era soprattutto di tipo genetico, oggi nel lupus ha avuto ricadute concrete sul piano clinico.
Le ricerche coordinate dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR) e dall’European Lupus Research Institute (ELRI) hanno dimostrato che farmaci diretti contro BAFF sono in grado di migliorare significativamente i sintomi e rallentare la progressione della malattia.
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Un anticorpo monoclonale anti-BAFF, è ormai parte integrante delle linee guida internazionali, comprese quelle della European Alliance of Rheumatology Societies (EARS-2024), anche per la gestione della nefrite lupica.
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Negli ultimi anni è stato creato un nuovo farmaco che blocca sia BAFF che un’altra citochina correlata (APRIL). Si tratta di un farmaco già approvato in Cina, è in fase avanzata di studio anche in Europa.
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Promettenti anche i risultati anche di un altro farmaco, diretto contro il recettore di BAFF (BAFF-R), che agisce con una doppia strategia: riduzione del segnale e deplezione dei linfociti B autoreattivi.
Queste evidenze confermano come BAFF non sia solo un biomarcatore, ma anche un bersaglio terapeutico reale e consolidato nel lupus.
Sclerosi multipla: il ruolo di BAFF è più complesso
Per quanto riguarda la sclerosi multipla, il discorso è diverso. Le ricerche coordinate dal Centro Europeo per la Neuroimmunologia (CENI) e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno chiarito che BAFF-var gioca un ruolo biologico importante, aumentando il numero e l’attività dei linfociti B. Tuttavia, quando i ricercatori hanno provato a bloccare BAFF nei pazienti con SM, i risultati non sono stati quelli sperati.
Il farmaco usato, che inibisce BAFF e APRIL, è stato infatti sospeso dopo un aumento delle ricadute cliniche. Oggi, le linee guida della Società Italiana di Neurologia (SIN) e dell’European Multiple Sclerosis Platform (EMSP-2025) raccomandano di non utilizzare inibitori di BAFF nella SM.
Al contrario, i trattamenti più efficaci restano quelli anti-CD20, che eliminano direttamente le cellule B circolanti e hanno dimostrato di ridurre in modo significativo le recidive e le lesioni cerebrali visibili alla risonanza magnetica.
Medicina personalizzata: il futuro dei biomarcatori
Se il blocco diretto di BAFF non è indicato nella SM, resta però altissimo l’interesse verso BAFF-var come biomarcatore. Studi promossi dalla Rete Nazionale Autoimmunità (ReNRA-2025) stanno valutando se la presenza della variante genetica possa predire la risposta a terapie mirate sui linfociti B, come gli anti-CD20.
Parallelamente, il Centro di Neuroimmunologia Clinica di Milano (CNIC) ha pubblicato ricerche che mostrano come i livelli di BAFF e di cellule B nel liquido cerebro-spinale possano aiutare a identificare i pazienti con maggiore attività di malattia. L’idea è quella di arrivare a un approccio di medicina di precisione, in cui il trattamento non sia più “uguale per tutti”, ma personalizzato sulla base del profilo genetico e immunologico di ciascun paziente.
Cosa abbiamo imparato in dieci anni
Guardando al periodo 2017-2025, è evidente che la scoperta di BAFF-var ha segnato un punto di svolta nella ricerca sulle malattie autoimmuni:
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Nel lupus, BAFF è ormai un target terapeutico concreto, con farmaci disponibili e altri in arrivo.
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Nella sclerosi multipla, BAFF ha un valore soprattutto come indicatore biologico, ma non come bersaglio diretto di cura.
Il messaggio che emerge dagli studi delle principali società scientifiche è chiaro: conoscere i meccanismi genetici e molecolari delle malattie autoimmuni apre la strada a terapie più mirate e a percorsi di cura sempre più personalizzati.
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Frisson: l’orgasmo della pelle
NewsQuando ascoltiamo una canzone che ci piace particolarmente o ci troviamo davanti alla scena più emozionante del nostro film preferito, può capitare che ci si accapponi la pelle: stiamo provando il “Frisson” o pelle d’oca o, come è stato soprannominato, l’orgasmo della pelle. Siamo soliti associare la pelle d’oca alla sensazione di freddo, ma circa 2/3 della popolazione prova questa sensazione, di brividi lungo la schiena, anche quando ascolta determinate melodie, guarda un film o osserva un’opera d’arte. Perché avviene questo fenomeno, o meglio, cosa avviene dal punto di vista fisiologico? Alcuni ricercatori hanno provato a dare una risposta. Alcune ricerche hanno imputato la causa del frisson alla dopamina, la cui attività è risaputo essere associata ai meccanismi di ricompensa e del piacere. Normalmente la pelle d’oca, o meglio la piloerezione, si ha in situazioni di lotta-fuga ed è in parte associata al rilascio di adrenalina. In situazioni piacevoli invece sono interessate le stesse aree coinvolte in situazioni di eccitazione e dipendenza in cui è coinvolto il rilascio di dopamina. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience, il frisson è associato alla creatività. Sono stati presi un certo numero di volontari e sono stati divisi in due gruppi: il primo formato da soggetti che hanno dichiarato di aver già provato il frisson, il secondo formato da soggetti che non l’avevano mai provato. Ad entrambi i gruppi sono state fatte ascoltare delle tracce musicali dall’alto contenuto emozionale e, attraverso la misurazione della conduttanza cutanea, è stato evidenziato, con l’ausilio della neuroimaging, che chi provava il frisson aveva un maggior numero di connessioni nervose tra la corteccia uditiva e la parte anteriore dell’insula, una regione del cervello coinvolta nell’elaborazione delle emozioni. In questi soggetti quindi la musica suscita emozioni più forti, per questo la loro produzione di dopamina sarà maggiore, con conseguente reazione fisiologica a livello cutaneo.
Un altro studio invece associa il frisson alla memoria prospettica. Secondo i ricercatori il nostro cervello prova a prevedere ed anticipare il ritmo della melodia che stiamo ascoltando; quando però si verifica una discrepanza, in cui la musica è migliore della nostra aspettativa, la sorpresa genera il brivido che ci fa accapponare la pelle.
Vi è anche chi ha stilato una vera e propria playlist, composta dalle 7 canzoni considerate come le più “orgasmiche” per la nostra pelle:
Chiaramente la risposta a questi brani è soggettiva ed è molto influenzata dai nostri gusti, ma visto che la lista è stata stilata durante un esperimento in cui la maggior parte dei soggetti si è emozionata durante l’ascolto di queste tracce, il tentativo è d’obbligo.
Sclerosi multipla e lupus, nuove conferme sul ruolo della citochina BAFF
News, News Presa, Ricerca innovazioneEra il 2017 quando un gruppo di ricercatori italiani, guidati dall’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del CNR e dall’Università di Sassari, pubblicò sul New England Journal of Medicine una scoperta destinata a fare scuola. Al centro c’era una variante genetica chiamata BAFF-var, capace di aumentare i livelli della proteina BAFF, una citochina fondamentale per la sopravvivenza e l’attivazione dei linfociti B. Questa variante si è rivelata associata a un maggior rischio di sviluppare sclerosi multipla (SM) e lupus eritematoso sistemico (LES).
Negli anni successivi la ricerca non si è fermata. Dal 2017 al 2025 diversi studi coordinati da reti internazionali come la European Autoimmune Research Network (EARN) e la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) hanno confermato il ruolo centrale di BAFF-var nell’alterare l’equilibrio del sistema immunitario, offrendo nuove prospettive sia per la comprensione sia per il trattamento di queste malattie.
Il lupus: un target terapeutico consolidato
Se nel 2017 la scoperta di BAFF-var era soprattutto di tipo genetico, oggi nel lupus ha avuto ricadute concrete sul piano clinico.
Le ricerche coordinate dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR) e dall’European Lupus Research Institute (ELRI) hanno dimostrato che farmaci diretti contro BAFF sono in grado di migliorare significativamente i sintomi e rallentare la progressione della malattia.
Un anticorpo monoclonale anti-BAFF, è ormai parte integrante delle linee guida internazionali, comprese quelle della European Alliance of Rheumatology Societies (EARS-2024), anche per la gestione della nefrite lupica.
Negli ultimi anni è stato creato un nuovo farmaco che blocca sia BAFF che un’altra citochina correlata (APRIL). Si tratta di un farmaco già approvato in Cina, è in fase avanzata di studio anche in Europa.
Promettenti anche i risultati anche di un altro farmaco, diretto contro il recettore di BAFF (BAFF-R), che agisce con una doppia strategia: riduzione del segnale e deplezione dei linfociti B autoreattivi.
Queste evidenze confermano come BAFF non sia solo un biomarcatore, ma anche un bersaglio terapeutico reale e consolidato nel lupus.
Sclerosi multipla: il ruolo di BAFF è più complesso
Per quanto riguarda la sclerosi multipla, il discorso è diverso. Le ricerche coordinate dal Centro Europeo per la Neuroimmunologia (CENI) e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno chiarito che BAFF-var gioca un ruolo biologico importante, aumentando il numero e l’attività dei linfociti B. Tuttavia, quando i ricercatori hanno provato a bloccare BAFF nei pazienti con SM, i risultati non sono stati quelli sperati.
Il farmaco usato, che inibisce BAFF e APRIL, è stato infatti sospeso dopo un aumento delle ricadute cliniche. Oggi, le linee guida della Società Italiana di Neurologia (SIN) e dell’European Multiple Sclerosis Platform (EMSP-2025) raccomandano di non utilizzare inibitori di BAFF nella SM.
Al contrario, i trattamenti più efficaci restano quelli anti-CD20, che eliminano direttamente le cellule B circolanti e hanno dimostrato di ridurre in modo significativo le recidive e le lesioni cerebrali visibili alla risonanza magnetica.
Medicina personalizzata: il futuro dei biomarcatori
Se il blocco diretto di BAFF non è indicato nella SM, resta però altissimo l’interesse verso BAFF-var come biomarcatore. Studi promossi dalla Rete Nazionale Autoimmunità (ReNRA-2025) stanno valutando se la presenza della variante genetica possa predire la risposta a terapie mirate sui linfociti B, come gli anti-CD20.
Parallelamente, il Centro di Neuroimmunologia Clinica di Milano (CNIC) ha pubblicato ricerche che mostrano come i livelli di BAFF e di cellule B nel liquido cerebro-spinale possano aiutare a identificare i pazienti con maggiore attività di malattia. L’idea è quella di arrivare a un approccio di medicina di precisione, in cui il trattamento non sia più “uguale per tutti”, ma personalizzato sulla base del profilo genetico e immunologico di ciascun paziente.
Cosa abbiamo imparato in dieci anni
Guardando al periodo 2017-2025, è evidente che la scoperta di BAFF-var ha segnato un punto di svolta nella ricerca sulle malattie autoimmuni:
Nel lupus, BAFF è ormai un target terapeutico concreto, con farmaci disponibili e altri in arrivo.
Nella sclerosi multipla, BAFF ha un valore soprattutto come indicatore biologico, ma non come bersaglio diretto di cura.
Il messaggio che emerge dagli studi delle principali società scientifiche è chiaro: conoscere i meccanismi genetici e molecolari delle malattie autoimmuni apre la strada a terapie più mirate e a percorsi di cura sempre più personalizzati.
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Sonno arretrato, quando il relax diventa stress
Giovani in preda all’ansia. 1 su 10 fa uso di calmanti
Nuove tendenzeIl 10% degli studenti italiani tra i 14 e i 19 anni soffre di ansia e nell’anno scolastico appena concluso ha fatto uso di calmanti e ansiolitici. Lo dice l’indagine dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza che ha coinvolto 8mila adolescenti in tutta Italia attraverso un questionario in forma anonima. Per uno su dieci l’incapacità di gestire le preoccupazioni di tutti i giorni si è risolta con il ricorso agli psicofarmaci. Il 20%, invece, ha chiesto aiuto a uno psicologo.
Inoltre, il disagio giovanile spesso resta sottotraccia. Maura Manca, presidente dell’Osservatorio, invita a riflettere. I numeri sono preoccupanti: c’è un ricorso sempre più frequente ai farmaci da parte dei ragazzi. Li rubano dall’armadietto dei genitori o, più spesso, li trovano online. Ma capita anche che se li scambino tra di loro, senza considerare poi le conseguenze.
Maura Manca spiega che ognuno ha la sua storia, ma in generale il quadro che ne emerge rivela un tratto comune: l’incapacità di gestire le sconfitte. I giovani oggi non riescono a tollerare la frustrazione e cercano sempre un rimedio al di fuori di sé.
Colpa anche di un’educazione, secondo la psicoterapeuta, fatta di pochi “no”. Ai ragazzi non viene insegnato il valore della fatica. Così i figli, quando si trovano di fronte ai problemi, al posto di credere nelle proprie capacità, si affidano a qualcos’altro. È un atto di sfiducia verso se stessi. Spesso, poi, si tratta di soluzioni immediate che tamponano la crisi d’ansia momentanea, senza risolvere davvero il problema.
Poi c’è la tecnologia che fa il resto: se per certi versi ha creato una generazione di adulti precoci, dall’altro ha reso gli adolescenti più insicuri nei rapporti personali. Una trappola, quella dei social network, ad esempio, che costringe i ragazzi a essere sempre attivi e collegati con il mondo. Senza mai staccare davvero il cervello.
Maura Manca all’Huff post ha spiegato come fare a gestire l’ansia.
1. Il segreto è guardare la paura da un altro punto di vista. Da ostacolo, l’ansia può trasformarsi in un alleato e aiutarci a ottenere risultati migliori. A scuola come nella vita. Il perché è semplice. L’ansia crea uno stato di allerta nel nostro organismo capace di aumentare i livelli di adrenalina e attenzione, migliorando così la concentrazione. Quindi, assicura Manca, se sfruttata nel giusto modo, può trasformarsi in un’arma in più.
2. La tensione è positiva. Se ben incanalata, aumenta la prestazione. A patto però che non si trasformi in panico. Come fare allora per gestirla? Un buon metodo, assicura Manca, è quello di restare ancorati al presente e affrontare le prove una per volta. Quindi non guardare il problema nel suo complesso ma frammentarlo. E così, anche la montagna più grande si trasformerà in una passeggiata.
3. Pensate a tutte le volte che vi siete detti: “Sembrava impossibile, e invece ce l’ho fatta”. Ecco, questo è buon modo per sciogliere la paura in un sorriso, assicura Manca. “Guardarsi indietro e ripensare a tutto quello che si è fatto fino a quel momento è la chiave per sconfiggere anche il peggiore dei catastrofismi”.
Promuoviamo salute
Bimbi e sole, ecco cosa dicono gli esperti
News Presa, PrevenzionePer tanti genitori alle prime armi l’estate è un momento pieno di punti interrogativi. Difficile capire fino a che punto il sole possa far bene alla pelle (e quindi alla salute) dei più piccoli, e quando invece sarebbe meglio evitare. Ovviamente è bene che il primo punto di riferimento sia il pediatra, ma anche dal web può arrivare qualche buon consiglio. E’ il caso delle domande, e risposte, messe on line dagli esperti dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Il sole è così dannoso per i bambini?
Il sole – spiegano i camici bianchi – ha molti benefici per i bambini. Fa molto bene alle ossa in quanto attiva la vitamina D e all’umore per il suo effetto antidepressivo. L’inadeguata esposizione al sole è nociva. La pelle dei bambini deve essere protetta accuratamente. I bambini vanno esposti al sole in particolari ore della giornata (mai dalle ore 11,30 alle 16,00). L’applicazione dello schermo ad altissima protezione non autorizza il bambino ad esporsi al sole nella fascia oraria ad alto rischio. Inoltre la crema protettiva va applicata ripetutamente, ogni 2 ore circa e dopo ogni bagno. Bisogna prediligere i filtri fisici per l’assenza di rischio di tossicità (ossido di zinco e biossido di titanio) anche se talvolta sono cosmeticamente meno gradevoli di quelli chimici. Non esistono “protezioni totali”, la protezione massima dichiarata è di 50+ per gli UVB mentre per gli UVA non ci sono ancora metodi standardizzati.
Età e modi di esposizione?
Bisogna evitare l’esposizione diretta al sole nei lattanti di età inferiore a 6-8 mesi. Oltre all’uso di crema protettiva, si può ricorrere, qualora necessario a indumenti protettivi. L’esposizione al sole deve avvenire in modo graduale, aumentando progressivamente la durata di esposizione. Una volta che il bambino ha sviluppato un’abbronzatura sufficiente, si può ridurre il fattore protettivo a 30. È importante ricordarsi di proteggere anche gli occhi con adeguati occhiali da sole e di applicare una protezione efficace anche nelle giornate nuvolose e sotto l’ombrellone (sabbia e acqua riflettono i raggi UV).
Ci sono eccezioni?
Assolutamente no. Sono validi tutte le volte che il bambino è esposto al sole. Non bisogna dimenticare che fortunatamente i bambini effettuano molta attività sportiva o ludica all’aperto, pertanto le stesse precauzioni vanno applicate regolarmente in queste circostanze e quando si va in montagna.
Quale danno può provocare il sole alla pelle?
In età pediatrica, il danno è limitato all’ustione di vario grado in base all’intensità e durata di esposizione e alla comparsa di efelidi. Purtroppo il danno maggiore e irreversibile si manifesta in età adulta: invecchiamento precoce della pelle e comparsa di tumori cutanei anche gravi. Queste ultime complicanze sono dovute ad un effetto accumulo. Pertanto un’adeguata protezione va applicata sin dai primi mesi di vita.
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Chemioterapici antiblastici, a lavoro per soddisfare le priorità
FarmaceuticaA Milano e Roma «QuintilesIMS» ha messo per la prima volta a confronto, su un tema cruciale come quello della preparazione dei farmaci antiblastici, direttori sanitari, farmacisti ospedalieri responsabili di UFA e oncologi per definire le criticità e i punti di miglioramento nella preparazione delle terapie antiblastiche in Italia.
Le principali proposte
Mettere in rete le Unità Farmaci Antiblastici (UFA) sul territorio con la definizione di una soglia minima di preparazioni giornaliere per aumentare gli standard qualitativi e di sicurezza. Promuovere una selezione e formazione più puntuale e mirata allo sviluppo delle competenze degli operatori dedicati alla preparazione dei farmaci chemioterapici, che siano farmacisti, infermieri o tecnici di laboratorio, con l’adozione di strategie volte ad aumentare la motivazione e diminuire elementi di stress, come turnazione e coinvolgimento trasversale all’interno del percorso di cura. Implementare l’informatizzazione della gestione di tutta la filiera della terapia oncologica, dalla prescrizione alla somministrazione, attraverso soluzioni innovative come il bracciale elettronico e con software semplificati e che “dialogano” tra loro. Coinvolgere inoltre proattivamente il paziente nel processo, rendendolo consapevole delle modalità di cura in cui è coinvolto e ascoltandone la voce in quanto possibile segnalatore di eventuali anomalie.
La foto italiana
Punto di partenza, i dati di un’ampia indagine nazionale che offre una mappatura delle modalità di preparazione e manipolazione di queste terapie nei Centri oncologici. Un tema quanto mai attuale, che fa emergere il forte bisogno di dotarsi di strutture UFA ad alti standard, vista anche la grande accelerazione della ricerca che ha portato allo sviluppo di terapie sempre più complesse, la cui gestione ha bisogno di un alto grado di specializzazione.
Il dato principale che emerge dall’indagine, realizzata da QuintilesIMS su tutto il territorio nazionale, è che sui 385 centri ospedalieri che hanno collaborato, circa il 30%, prepara farmaci chemioterapici antiblastici in maniera non centralizzata, ovvero gestisce e manipola le preparazioni in assenza di una struttura UFA dedicata. Una soluzione che potrebbe garantire una maggiore sicurezza e qualità sarebbe quella di creare delle reti anche in funzione dei volumi di somministrazione, affidando la manipolazione e preparazione di chemioterapici antiblastici solo alle UFA accreditate sul territorio che raggiungano, idealmente, una soglia minima di 50 preparazioni giornaliere, attraverso accordi di fornitura tra le diverse Aziende Ospedaliere. Proposta che apre un tema importante anche dal punto di vista economico, per la mancanza di un tariffario condiviso per la manipolazione dei chemioterapici antiblastici. Il Centro deputato ad erogare queste prestazioni anche all’esterno potrebbe quindi esserne penalizzato.
Criticità condivise
Dall’indagine emerge anche un altro dato significativo: il 45% dei Centri che dichiara di preparare in una struttura dedicata, condivide alcune criticità. Uno dei problemi più diffusi e di maggior rilevanza riguarda l’informatizzazione della gestione dei farmaci chemioterapici antiblastici, che risulta quasi sempre complessa e macchinosa, in gran parte dovuto alla carenza di un sistema informatico integrato. Raramente l’informatizzazione copre tutta la filiera del processo e si evidenzia una disomogeneità dei software utilizzati sia all’interno della stessa struttura (prescrizione, cartella clinica, calcoli, etc.) sia da Centro a Centro (troppi sistemi diversi, considerando che per le cure i pazienti si muovono anche sul territorio). Sarebbe opportuno definire standard tecnici comuni da rispettare, in modo che i sistemi siano in grado di dialogare fra loro e soprattutto di interfacciarsi con i Registri AIFA, riducendo il rischio di errori (potenzialmente dovuto anche alla attuale necessità di trascrivere la medesima prescrizione su più applicativi) e garantendo un risparmio di tempo che potrebbe essere utilizzato per migliorare l’assistenza al paziente.
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Antibiotico, il ciclo completo potrebbe essere dannoso
FarmaceuticaL’antibiotico va preso fino alla fine, anche se l’infezione è passata. Probabilmente tutti se lo sono sentito dire almeno una volta nella vita, ma se non fosse così. Anzi, se questa «regola» fosse addirittura dannosa per la salute? La domanda è lecita alla luce di uno studio molto recente che arriva dal Regno Unito, uno studio per il quale portare a temine il ciclo di cura stabilito dal medico anche se «dopo i primi giorni di assunzione del farmaco i sintomi iniziano a ridursi o scompaiono» non sarebbe la scelta giusta.
Cambio di prospettiva
Molto presto questa regola potrebbe diventare un ricordo, come detto secondo un articolo sul British Medical Journal non vi sono evidenze scientifiche a sufficienza su cui fondare l’attendibilità di tale raccomandazione clinica. Anzi, secondo gli autori dell’articolo, Martin Llewelyn presso la Brighton and Sussex Medical School e colleghi, potrebbe addirittura essere vero il contrario, e cioè potrebbe essere più sano per il singolo e per la comunità interrompere la terapia prima del termine della prescrizione, non appena i sintomi dell’infezione sono scomparsi. Inoltre, sempre secondo la lettera sul BMJ, aumentano le evidenze scientifiche secondo cui più sicuri cicli brevi di terapia (3 giorni) che non cicli lunghi come oggi spesso è prescritto (5-7 giorni o multipli di questi).
Antibiotico-resistenze
La raccomandazione del medico curante che sicuramente ognuno si sarà riportato a casa insieme a una ricetta per antibiotici è quella di finire la cura anche se a metà del ciclo si avverte un miglioramento. Il monito è che terapie interrotte possono causare l’insorgenza di resistenze. Eppure quando Llewelyn è andato alla ricerca delle motivazioni che storicamente hanno portato a radicare nella pratica clinica questa raccomandazione ha avuto difficoltà a trovarne. Poche evidenze scientifiche la corroborano, anzi studi recenti – ad esempio uno del 2010 pubblicato sempre sul BMJ e basato sull’analisi di migliaia di pazienti con infezioni del tratto urinario e respiratorio – sempre più spesso dimostrano il contrario e cioè che terapie di 1-2 settimane danno luogo più spesso a infezioni antibiotico-resistenti nei pazienti cui sono prescritte.
Digital detox per godersi a pieno la vita o almeno la vacanza
PsicologiaPer ritrovare il benessere serve la digital detox, ossia la disintossicazione digitale, per godersi a pieno i momenti con familiari e amici, soprattutto in vacanza.
Da un’indagine di Booking.com, svolta su 18mila persone provenienti da più di 25 Paesi del mondo, è emerso che quasi il 50% di loro reputa cruciale il primo giorno di vacanza e, non appena si arriva nella destinazione prescelta, tra le prime attività da fare, si sceglie di scattare le foto più belle per postarle sui social network e di controllare le mail. Insomma, si pensa prima alla tecnologia e dopo al resto, tipo ad esempio fare un tuffo.
Inoltre, nelle prime 24 ore del viaggio, ma spesso già in fase di prenotazione, il 32% dei viaggiatori ci tiene a controllare la disponibilità di una connessione wifi potente tanto che, tra i principali timori, c’è la preoccupazione di non riuscire a connettersi o ad essere online, che interessa il 40% delle persone, e non parliamo di adolescenti, ma di giovani e adulti.
Inoltre, un aspetto che è emerso e che conferma la propensione alla tecnologia è il voler condividere con gli altri, sui social o sulle chat di messaggistica istantanea, le esperienze che si vivono in vacanza. Ma secondo i viaggiatori, il mondo social non avrebbe le giuste emoji per esprimere nel migliore dei modi lo stato di euforia da vacanza e molti vorrebbero che siano inserite emoji più specifiche, come qualcuno che guarda una mappa, qualcuno vestito da turista e chi si scatta un selfie.
Non a caso una delle patologie dei nostri tempi, sempre più diffusa, è la cosiddetta Nomofobia o Sindrome da Disconnessione.
Non bisogna poi dimenticare che gli adulti sono un esempio per i più piccoli, i quali crescendo prenderanno le loro orme, quindi i genitori sono avvisati: è inutile lamentarsi se i propri figli sono sempre attaccati alla tecnologia.
Adroterapia, la nuova frontiera della lotta al cancro
Ricerca innovazioneSi chiama adroterapia ed è una delle ultime frontiere nella lotta al cancro. Riconosciuta da pochissimo dal Sistema sanitario nazionale, l’adroterapia utilizza fasci di protoni e ioni carbonio per curare i tumori non operabili e resistenti alla radioterapia tradizionale che usa raggi X e fotoni. Protoni e ioni carbonio sono efficaci contro queste neoplasie perché, grazie alle loro caratteristiche fisiche, possono colpire in modo mirato le cellule tumorali e ridurre molto gli effetti collaterali sui tessuti sani.
Intesa d’eccellenza
In questo contesto è nata un’intesa tra il Centro nazionale di adroterapia oncologica di Pavia (uno dei 6 centri al mondo e unico in Italia in grado di effettuare l’adroterapia sia con protoni che con ioni carbonio) e il GSI, il centro di ricerca tedesco di Darmstadt che per primo ha portato in Europa l’adroterapia con ioni carbonio alla fine degli anni ’90. Gli scienziati del Cnao e dello GSI lavoreranno per rendere ancora più preciso il fascio di ioni carbonio per poterlo utilizzare in modo ancora più efficace contro i tumori situati in organi che si muovono a causa della respirazione, come quelli al polmone, al fegato e al pancreas.
Tecnologie d’avanguardia
Al Cnao il fascio di ioni carbonio è generato da un acceleratore di particelle che sfrutta la stessa tecnologia del Cern di Ginevra e che accelera le particelle fino a una velocità pari al 60% della velocità della luce. Questo fascio è estratto dall’acceleratore attraverso un complesso sistema di computer e algoritmi, gestito dagli ingegneri e dai fisici del Cnao, e indirizzato alle sale dove il paziente riceve il trattamento. L’intensità e la direzione del fascio sono definite in modo preciso a seconda dei diversi casi clinici e sono monitorate da rilevatori collocati nelle sale di trattamento. Il progetto si concluderà alla fine del 2018, l’obiettivo è quello di aumentare di molto la velocità di rilascio del fascio attraverso l’uso di nuovi algoritmi e rivelatori. Allo stesso tempo, questo permetterà una maggiore accuratezza nel trattamento dei tumori in movimento. Sulla base della tecnologia collaudata dal Cnao e della perizia del GSI nel campo delle strategie di mitigazione di movimento, un sistema aggiornato di rilascio della dose sarà installato nell’ambiente sperimentale dell’ex struttura di trattamento medico «Cave M» di GSI, fungendo da banco di prova per i primi test. La stretta collaborazione con CNAO faciliterà la rapida transizione dei nuovi sviluppi a un ambiente clinico per il diretto beneficio dei pazienti colpiti da tumore.
Seguire il tumore
Grazie a questo nuovo progetto verrà creato un sistema che potrà colpire il tumore anche mentre si muove, seguendo ad esempio le oscillazioni dovute alla respirazione del paziente, senza mai interrompere il flusso di particelle durante il trattamento. Una vera e propria rivoluzione nel trattamento di queste neoplasie, e una nuova possibilità per chi combatte contro queste malattie terribili.
Da due mesi carenza sangue. Grave emergenza in tutte le regioni
News PresaGiugno e luglio sono stati caratterizzati da una carenza cronica di sangue in molte Regioni, che hanno messo a rischio terapie salvavita e interventi chirurgici programmati e in emergenza.
Se non verranno accolti gli appelli a donare fatti dalle associazioni di volontari, anche nelle prossime settimane, la rete trasfusionale nazionale non sarà in grado di soddisfare i Livelli Essenziali di medicina trasfusionale. Lo rilevano i dati preliminari raccolti dal Centro Nazionale Sangue, secondo cui in alcuni giorni si sono superate le 1100 unità mancanti su tutto il territorio nazionale.
I dati vengono dal sistema informativo SISTRA, dove le Regioni carenti o con una eccedenza inseriscono ogni giorno il proprio fabbisogno e le unità eventualmente disponibili. Il 4 luglio si è registrata la carenza maggiore, con richieste inserite per 1130 unità, ma in molti altri giorni si è superata quota 1000, compreso lo scorso sabato, mentre oggi ne mancano 900; di contro, le eccedenze non hanno mai superato quota 160.
Lazio, Abruzzo e Basilicata sono le Regioni che hanno segnalato le maggiori criticità insieme a Sicilia e Sardegna che hanno un fabbisogno elevato per i molti pazienti, soprattutto talassemici, bisognosi di sangue per le terapie. “A rischio – sottolinea il direttore del Centro Nazionale sangue Giancarlo Maria Liumbruno – ci sono terapie salvavita, considerando ad esempio che per un paziente leucemico servono otto donatori a settimana o che le talassemie e le altre emoglobinopatie assorbono circa il 10% delle unità raccolte sul territorio nazionale, ma anche gli interventi chirurgici, se si pensa che ad esempio per un trapianto cuore-polmoni possono essere usate fino a 30-40 sacche di sangue. In questi ultimi mesi in diverse occasioni – continua Liumbruno – le Regioni con capacità di produzione maggiore non sono riuscite a rispettare gli accordi programmati all’inizio dell’anno per fornire sangue a quelle con carenze croniche. È importante che tutte le Regioni cerchino di contribuire il più possibile al sistema di compensazione nazionale e che incrementino la raccolta. Per questo all’appello ai donatori si aggiunge quello alle Regioni, affinché consentano alle Strutture Trasfusionali da loro dipendenti una maggiore flessibilità nei giorni e negli orari di apertura, anche dotandole delle necessarie risorse umane, in modo da consentire, anche nel periodo estivo, la donazione non solo nei giorni feriali e negli orari canonici del primo mattino”.
Le Associazioni e Federazioni nazionali dei donatori di sangue (AVIS, Croce Rossa Italiana, FIDAS e FRATRES), sottolinea il loro coordinamento, sollecitano i volontari affinché donino il sangue per rispondere alla grave carenza. “Le recenti situazioni di maxi-emergenza hanno dimostrato come i cittadini sappiano rispondere consapevolmente e responsabilmente agli appelli. Tuttavia è importante che i cittadini comprendano che la vera sfida del sistema è assicurare quotidianamente e in ogni periodo dell’anno le disponibilità di sangue ed emocomponenti che garantiscono gli oltre ottomila eventi trasfusionali ogni giorno effettuati nel Paese. I donatori e i pazienti non vanno in ferie”.
#promuoviamosalute
Charlie, il giudice ordina di “staccare la spina”
News PresaLa decisione sulla sorte del piccolo Charlie Gard è presa, verrà trasferito in un hospice dove sarà interrotta la respirazione artificiale. La notizia è arrivata nella serata di ieri dalla Bbc e da altri siti britannici a poca distanza dell’ultimatum dato dal giudice. Ed è una notizia che ha straziato cuore delle centinaia di migliaia di persone che hanno seguito le sorti di Charlie Gard sin dal principio. Al di là dell’aspetto clinico e delle possibilità di trattare il piccolo con terapie sperimentali o meno, resta la triste consapevolezza di come la giustizia, o per dirla con le parole di Connie Yates, «il Great Ormond Street Hospital ha negato il nostro ultimo desiderio» a proposito del mancato accordo con la struttura ospedaliera che ha reso inevitabile il suo imminente trasferimento – deciso dal giudice – in un hospice dove la sua morte è ritenuta «inevitabile». L’ultimo desiderio si riferisce alla possibilità di mantenere in vita il piccolo per alcuni giorni prima della morte.
Non abbassare la guardia
Mantenere alta l’attenzione sui pazienti colpiti da malattie mitocondriali, come la patologia da cui è affetto Charlie Gard, e sensibilizzare i cittadini. Con questo obiettivo, l’Associazione Mitocon – Insieme per lo studio e la cura delle Malattie Mitocondriali – Onlus, lancia una campagna on line attraverso l’hashtag #ioxmitocon. Grazie alle testimonianze di chi vive combattendo le malattie mitocondriali, dicono dall’associazione «è possibile rompere il muro del silenzio che troppo spesso ha circondato queste patologie. Per troppo tempo queste malattie sono state trascurate da media e opinione pubblica».
La campagna social
L’hashtag #ioxmitocon farà da apripista agli eventi promossi dall’Associazione durante il mese di settembre: in occasione dell’inizio della Settimana Mondiale di Sensibilizzazione sulle Malattie Mitocondriali 2017 (dal 17 settembre sino al 23 settembre), la notte tra il 16 settembre e il 17 settembre, 55 monumenti in tutto il mondo saranno illuminati di verde nel cinquantacinquesimo anniversario della scoperta di queste patologie. A chiusura della Settimana, dal 22 settembre al 24 settembre, avrà luogo inoltre a Milano il settimo Convegno Nazionale sulle malattie mitocondriali. Si tratta della seconda tipologia di malattia genetica rara più diffusa al mondo, dopo la fibrosi cistica. In Italia si stima che ci siano oltre 15mila malati e, accanto a loro, conclude la onlus, «altrettante famiglie che affrontano quotidianamente una sfida fatta di fatica e solitudine, ma anche di amore e grande speranza».
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