Tempo di lettura: 4 minutiContinua a crescere la speranza di vita alla nascita in Italia, che raggiunge quota 83,4 anni e conferma il Paese tra i più longevi al mondo. È un dato che racconta un progresso profondo, costruito nel tempo, e che riflette miglioramenti significativi nelle condizioni di vita, nella prevenzione e nell’accesso alle cure. Tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita è aumentata di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni.
Dietro questi numeri c’è una trasformazione storica che ha cambiato il volto dell’Italia. Si vive più a lungo, e in molti casi anche meglio, ma questa conquista porta con sé nuove responsabilità. La crescita della longevità, infatti, non può essere letta soltanto come un successo statistico: è anche il segnale di una società che invecchia e che deve imparare a confrontarsi con bisogni sanitari e sociali sempre più complessi.
I divari territoriali restano marcati
Se il dato nazionale restituisce un quadro positivo, le differenze tra le Regioni mostrano un’Italia ancora molto disomogenea. L’età mediana alla morte nel 2023 è stata di 81,6 anni per gli uomini e di 86,3 anni per le donne, ma con forti variazioni sul territorio: si va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 anni nelle Marche. È una distanza importante, che segnala come la longevità non dipenda soltanto da fattori biologici o individuali, ma anche dalla qualità dei servizi, dal contesto sociale e dalle opportunità di cura e prevenzione offerte localmente.
Proprio questo aspetto rende il tema della salute strettamente intrecciato a quello dell’equità. Vivere più a lungo è una conquista collettiva, ma non tutti i cittadini sperimentano lo stesso livello di protezione e di assistenza. Le differenze regionali continuano a incidere in modo concreto sull’aspettativa di vita e sulla qualità degli anni vissuti.
Il ruolo decisivo del calo della mortalità infantile
Tra i fattori che storicamente hanno contribuito all’aumento della longevità media in Italia, un posto centrale spetta al drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita. Nel 2023 questo indicatore si è attestato a 2,7 decessi su mille nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo. Il confronto con il passato restituisce con forza l’ampiezza del cambiamento: nell’Ottocento la mortalità infantile era pari a 230 su mille.
Si tratta di una delle più grandi rivoluzioni sanitarie e sociali della storia del Paese. Il miglioramento dell’alimentazione, le condizioni igieniche più sicure, i progressi della medicina, la diffusione dei vaccini e una maggiore capacità di assistere madri e neonati hanno avuto un effetto decisivo. Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono consolidati ulteriormente, rendendo possibile una protezione più ampia e diffusa della popolazione.
Più anni di vita, ma anche più malattie croniche
Accanto ai guadagni in termini di longevità, cresce però il peso delle patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana. È una conseguenza in parte inevitabile dell’invecchiamento della popolazione. Tumori e malattie cardiovascolari sono oggi tra le principali sfide sanitarie del Paese. Alla fine del XIX secolo i tumori rappresentavano il 2-3% dei decessi, mentre nel 2023 sono arrivati al 26,3%. Le malattie cardiovascolari sono passate dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte.
Aumentano anche i casi di diabete e ipertensione. Questo fenomeno dipende non solo dal fatto che la popolazione è più anziana, ma anche da una maggiore capacità diagnostica, da controlli più precoci e più diffusi e, allo stesso tempo, dalla diffusione di stili di vita non sempre salutari. In altre parole, la medicina oggi intercetta meglio molte condizioni, ma la società contemporanea espone anche a nuovi fattori di rischio.
Il quadro si complica ulteriormente con la multimorbilità, cioè la presenza simultanea di due o più patologie nella stessa persona. In Italia riguarda già 13 milioni di individui. È un dato che aiuta a comprendere quanto il tema dell’invecchiamento non riguardi solo il numero degli anziani, ma anche la complessità della loro assistenza. Curare un paziente con più malattie significa organizzare percorsi sanitari più integrati, continui e personalizzati.
Migliora la salute percepita, soprattutto nelle età più avanzate
Nonostante il peso crescente delle patologie croniche, emerge anche un altro dato significativo: negli ultimi 30 anni è diminuita la quota di persone che dichiara di essere in cattiva salute. Si è passati dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025. È un segnale importante, perché suggerisce che non solo si vive più a lungo, ma che in molti casi si riesce anche a convivere meglio con l’età avanzata e con le malattie.
La prevalenza delle persone che si percepiscono in cattiva salute cresce con l’età, in particolare tra le donne. Tuttavia, proprio nelle fasce più anziane si registrano i miglioramenti più evidenti. Nel 2025 quasi il 28% delle donne di 85 anni e oltre ha dichiarato di stare male o molto male, ma tra loro la quota si è dimezzata rispetto al 1995. Tra gli uomini della stessa età il miglioramento è ancora più netto: la percentuale è scesa dal 39,5% al 17,2%, avvicinandosi a quella della fascia 75-84 anni.
Questo andamento suggerisce che la longevità italiana non coincide automaticamente con anni vissuti in condizioni peggiori. La salute percepita, pur restando legata all’età e al genere, mostra segnali di progresso che meritano attenzione.
La sfida del futuro passa dalla sanità pubblica
Sul tema interviene anche Giovanni Rezza, epidemiologo ed ex capo del Dipartimento della prevenzione del ministero della Salute, che sottolinea come, al netto della parentesi del Covid, vaccini e antibiotici abbiano ridotto in modo drastico la mortalità per malattie infettive, contribuendo così all’aumento della longevità. Ma, osserva l’esperto, l’invecchiamento comporta inevitabilmente una maggiore diffusione delle malattie cronico-degenerative, come tumori e malattie cardiovascolari.
Il punto centrale, allora, riguarda la capacità del sistema sanitario di reggere questo cambiamento demografico. Il Servizio sanitario nazionale viene indicato come una grande conquista, da preservare anche in un contesto economico difficile. La sua tenuta, però, non può essere data per scontata. Secondo Rezza, anche la diversa qualità dell’assistenza tra una Regione e l’altra contribuisce alle differenze territoriali nell’aspettativa di vita.
La fotografia che emerge è quindi duplice. Da una parte c’è un’Italia che ha saputo allungare la vita dei propri cittadini in modo straordinario. Dall’altra c’è un Paese chiamato a riorganizzare i propri servizi per rispondere a una popolazione più anziana, più fragile e spesso affetta da più patologie contemporaneamente. La longevità, oggi, non è soltanto un traguardo da celebrare. È una conquista da difendere, con investimenti, prevenzione e una sanità pubblica capace di restare davvero universale.
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Perché fare colazione presto aiuta a mantenere il peso forma: il ruolo della tempistica dei pasti
Alimentazione, Health WorldNegli ultimi anni, sempre più ricerche scientifiche si sono concentrate su come non solo cosa mangiamo, ma anche quando mangiamo possa influenzare il nostro benessere e la composizione corporea. Un recente studio di grande portata ha messo in luce l’importanza di anticipare l’orario del primo pasto della giornata per mantenere sotto controllo il peso nel lungo termine. Questa scoperta introduce una nuova prospettiva sulla gestione del peso e sull’equilibrio metabolico, offrendo spunti interessanti per chi desidera migliorare il proprio stile di vita attraverso abitudini alimentari più consapevoli.
L’impatto di fare colazione presto sul metabolismo e sul peso corporeo
La ricerca ha coinvolto migliaia di partecipanti seguiti per diversi anni, mettendo in evidenza che coloro che iniziavano a mangiare presto la mattina, dopo un digiuno notturno prolungato, mostravano un indice di massa corporea (BMI) più basso rispetto a chi tendeva a fare colazione più tardi o a saltarla del tutto. Questo dato è particolarmente significativo perché suggerisce che l’orario della colazione non è un elemento secondario, ma un fattore chiave che può influenzare la composizione corporea nel medio e lungo periodo.
Il motivo principale dietro questo fenomeno sembra risiedere nel fatto che mangiare presto si allinea meglio con il ritmo circadiano del nostro corpo. Il ritmo circadiano è il meccanismo biologico interno che regola diverse funzioni fisiologiche, tra cui il metabolismo, l’appetito, la regolazione degli ormoni e la digestione, seguendo un ciclo di circa 24 ore. Consumare il primo pasto della giornata in anticipo rispetto al solito orario aiuta a sincronizzare l’attività metabolica con la naturale predisposizione dell’organismo, favorendo così un migliore utilizzo delle energie e un più efficace controllo del peso.
Il digiuno intermittente e la colazione: un equilibrio delicato
Una parte interessante dello studio riguarda l’analisi del digiuno intermittente, una pratica molto diffusa in cui si limita la finestra temporale in cui si consumano i pasti, spesso saltando proprio la colazione. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, saltare la colazione come strategia di digiuno intermittente non sembra garantire i medesimi benefici legati alla perdita di peso o al mantenimento di un BMI sano. Anzi, i ricercatori hanno osservato che questa abitudine può essere associata a comportamenti alimentari meno salutari e a risultati meno favorevoli sul piano del controllo del peso.
Questo dato è rilevante, perché mette in discussione alcune convinzioni comuni riguardo al digiuno intermittente, mostrando che non tutte le modalità di applicazione di questa pratica sono ugualmente efficaci o benefiche. In particolare, saltare il pasto più importante della giornata potrebbe compromettere l’equilibrio energetico e influenzare negativamente l’intero metabolismo.
Come funziona il legame tra la tempistica dei pasti e il peso
Il nostro organismo utilizza segnali esterni come la luce solare e gli orari dei pasti per regolare i propri ritmi biologici. Quando si mangia presto, si stimola l’attività di vari ormoni metabolici, come l’insulina e il cortisolo, in momenti della giornata in cui il corpo è più predisposto a utilizzare gli zuccheri e i grassi ingeriti in modo efficace. Inoltre, anticipare la prima colazione può migliorare la sensibilità insulinica, riducendo il rischio di accumulo di grasso addominale e di disturbi metabolici.
Al contrario, consumare il pasto principale troppo tardi o saltare la colazione rischia di alterare il ritmo circadiano, provocando uno squilibrio nell’orologio biologico che può portare a una maggiore resistenza insulinica e a una minore capacità del corpo di bruciare calorie.
Consigli pratici per sfruttare al meglio la ricerca sul tempo dei pasti
Per chi desidera mantenere un peso sano e migliorare il proprio metabolismo, può essere utile adottare alcune semplici abitudini:
– Iniziare la giornata con una colazione nutritiva e consumata entro un’ora dal risveglio, favorendo alimenti ricchi di proteine e fibre che garantiscono sazietà e energia.
– Prolungare il digiuno notturno evitando spuntini a tarda sera, in modo da lasciare un intervallo di almeno 12-14 ore senza cibo tra l’ultima cena e la prima colazione.
– Regolare gli orari dei pasti per allinearli il più possibile al naturale ciclo giorno-notte, evitando di mangiare troppo tardi la sera.
– Evitare di saltare la colazione, soprattutto se si pratica il digiuno intermittente, perché ciò potrebbe portare a compensazioni alimentari non salutari durante la giornata.
Verso un’alimentazione più consapevole e in sintonia con il corpo
Questo studio suggerisce un approccio più integrato alla gestione alimentare, che tenga conto non solo della qualità e quantità del cibo, ma anche della tempistica con cui viene consumato. Alzare un po’ più presto la mattina per fare colazione potrebbe diventare una strategia semplice ma efficace per chi vuole mantenere un peso costante e migliorare la salute metabolica. Comprendere e rispettare il ritmo biologico naturale rappresenta un passo importante verso un benessere duraturo, in cui il cibo non è solo nutrimento, ma anche uno strumento a supporto dell’equilibrio fisiologico.
Approcci innovativi per la cura dell’Alzheimer: dalla genetica all’intervento sul microbioma intestinale
Health World, Ricerca innovazioneL’Alzheimer rappresenta una delle sfide più complesse nel campo delle malattie neurodegenerative, proprio perché non si tratta di un problema unico, ma di un intreccio complicato di fattori biologici, invecchiamento e stato di salute generale. Per anni, gli sforzi farmacologici si sono concentrati su singoli bersagli, spesso con risultati deludenti o benefici limitati. Tuttavia, la ricerca scientifica sta evolvendo verso strategie multidimensionali, capaci di affrontare l’Alzheimer come un sistema complesso, piuttosto che come una singola patologia.
Negli ultimi tempi, sono emersi nuovi approcci che combinano l’editing genetico, la rigenerazione delle cellule cerebrali e l’intervento sul microbioma intestinale, offrendo nuove prospettive per rallentare o persino modificare il decorso della malattia.
Alzheimer: perché un’unica terapia non basta più
L’Alzheimer è spesso associato all’accumulo di placche di beta-amiloide nel cervello, e molte terapie si sono concentrate su questa caratteristica. Tuttavia, gli studi più recenti dimostrano come questa condizione sia molto più articolata, coinvolgendo differenti meccanismi patologici, infiammatori e metabolici, che interagiscono tra loro. In altre parole, la malattia non è solo il risultato di uno squilibrio molecolare, ma anche delle modificazioni che il cervello subisce con l’età e delle condizioni generali di salute, come il metabolismo e la funzionalità immunitaria.
Per questo motivo, un approccio terapeutico che agisca su più fronti è considerato una strada più promettente. La ricerca scientifica si sta orientando verso la comprensione della malattia come un ecosistema cerebrale e sistemico, dove più fattori collaborano o contribuiscono alla degenerazione neuronale.
Nuove frontiere terapeutiche: gene editing e rigenerazione cellulare
Una delle strategie più innovative riguarda il gene editing, una tecnica che permette di modificare specifiche sequenze genetiche alterate, potenzialmente correggendo mutazioni o regolando l’espressione di geni coinvolti nel declino cognitivo. Protocolli come CRISPR/Cas9 stanno aprendo la strada a trattamenti personalizzati, capaci di agire su difetti genetici direttamente nelle cellule cerebrali.
Parallelamente, la rigenerazione delle cellule neuronali rappresenta un altro ambito in forte espansione. La perdita progressiva di neuroni e sinapsi è una delle caratteristiche principali dell’Alzheimer, e recuperare questa componente cellulare potrebbe rallentare significativamente il declino mentale e motorio. Studi sperimentali stanno esplorando tecniche di stimolazione neurale e terapie con staminali per promuovere la neurogenesi e la plasticità cerebrale.
Il ruolo sorprendente del microbioma intestinale nella malattia di Alzheimer
Negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata anche sul rapporto tra cervello e intestino, un asse biochimico e immunologico che appare sempre più centrale nella salute neurologica. La comunità microbica intestinale influenza processi infiammatori e metabolici, che a loro volta possono incidere sull’evoluzione dell’Alzheimer.
Interventi mirati a migliorare la composizione del microbioma intestinale, attraverso dieta, probiotici o farmaci specifici, stanno emergendo come possibili coadiuvanti delle terapie contro la malattia. Questo perché un microbioma equilibrato può ridurre l’infiammazione sistemica e migliorare la funzione immunitaria, modulatori chiave nei disturbi neurodegenerativi.
Una nuova visione multidisciplinare per combattere l’Alzheimer
La complessità dell’Alzheimer richiede un cambiamento di paradigma: non più strategie isolate, ma un approccio integrato che combini genetica, biologia cellulare, immunologia e persino nutrizione. In futuro, sarà la sinergia tra queste discipline a fornire risposte più efficaci per la prevenzione e il trattamento della malattia.
La consapevolezza che l’Alzheimer non sia una malattia unica, ma un sistema complesso da gestire in modo multidimensionale, segna una svolta importante nella ricerca medica. Grazie a questo nuovo orientamento, le speranze per sviluppare terapie più efficaci e personalizzate si fanno sempre più concrete, aprendo nuove strade per migliorare la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie.
Apnea ostruttiva del sonno: campanelli d’allarme e rischi
Prevenzione, News, NotizieL’apnea ostruttiva del sonno, spesso indicata con la sigla OSA, è un disturbo in cui le vie aeree superiori si restringono o si chiudono ripetutamente durante il sonno. In quei momenti il flusso d’aria si riduce oppure si interrompe del tutto, anche per molti secondi, e la respirazione riparte con un russamento forte, uno sbuffo o una sensazione di soffocamento. Non si tratta quindi di “dormire male” in senso generico, ma di un problema respiratorio che frammenta il sonno e può abbassare l’ossigenazione del sangue.
Uno degli equivoci più comuni è pensare che coincida semplicemente con il russare. In realtà il russamento può essere un segnale importante, ma non basta da solo a fare diagnosi: non tutte le persone che russano hanno apnea ostruttiva del sonno, mentre molte persone con apnea scoprono il problema solo perché qualcuno riferisce pause nel respiro, risvegli con affanno o un sonno agitato. Proprio per questo il racconto del partner o di chi vive in casa spesso diventa decisivo
I campanelli d’allarme da non ignorare
I segnali notturni più tipici sono il russamento abituale e rumoroso, le pause respiratorie osservate da un’altra persona, i risvegli improvvisi con fame d’aria o con sensazione di soffocamento, il sonno frammentato e, in alcuni casi, la necessità di urinare più volte durante la notte. Non sempre chi ne soffre se ne accorge direttamente: spesso la percezione più chiara arriva da chi dorme accanto.
Di giorno, invece, l’apnea ostruttiva del sonno tende a presentare il conto con sonnolenza, stanchezza persistente, difficoltà di concentrazione, calo dell’attenzione, tempi di reazione più lenti, irritabilità e, in alcune persone, mal di testa al risveglio o bocca secca. Le fonti cliniche ricordano anche che nelle donne il disturbo può manifestarsi più spesso con fatica, insonnia e cefalea, cioè con segnali meno “classici” e per questo talvolta sottovalutati o confusi con stress e stanchezza cronica.
Ci sono poi alcuni fattori che devono alzare l’attenzione: sovrappeso o obesità, collo largo, familiarità, vie aeree naturalmente strette, tonsille o adenoidi ingrossate, congestione nasale cronica, fumo, consumo di alcol e avanzare dell’età. Il disturbo è più frequente negli uomini, ma non riguarda solo loro e non colpisce solo chi è in sovrappeso: anche persone non obese possono svilupparlo, soprattutto se hanno caratteristiche anatomiche predisponenti.
Come si affronta
Un virus marino ha infettato l’uomo
News, One health, PrevenzionePreSa Weekly – 10 Aprile 2026
PreSa WeeklyBentornati a PreSa Weekly, il nostro tg di news settimanali condotto interamente da un avatar digitale.
Tumore alla faringe, il robot per un intervento straordinario
NewsAll’Ospedale Monaldi di Napoli è stato compiuto un intervento che rappresenta un passaggio di rilievo nella chirurgia oncologica del distretto testa-collo. Per la prima volta nel Sud Italia, infatti, è stata eseguita con successo una complessa orofaringectomia robotica transorale con ricostruzione della faringe per il trattamento di un carcinoma orofaringeo. A guidare l’équipe è stato il professor Giuseppe Tortoriello, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria e Chirurgia cervico-facciale del Monaldi, in un’operazione che conferma il ruolo crescente della chirurgia robotica anche nei casi oncologici più delicati.
Il risultato assume valore non solo per il carattere innovativo della procedura, ma anche per la complessità del quadro clinico affrontato. L’intervento, infatti, è stato eseguito su un paziente con un voluminoso tumore dell’orofaringe associato a importanti metastasi linfonodali laterocervicali. Un quadro che richiedeva radicalità oncologica, precisione chirurgica e, allo stesso tempo, una particolare attenzione alla ricostruzione funzionale.
Perché l’orofaringe è una sede delicata
I tumori dell’orofaringe interessano una regione anatomica fondamentale per funzioni essenziali come la deglutizione, il passaggio del cibo e, in molti casi, anche la qualità della fonazione. Per questo ogni scelta terapeutica, oltre a mirare al controllo della malattia, deve confrontarsi con la necessità di preservare il più possibile la funzione della via digestiva superiore. Nella pratica clinica, chirurgia e radioterapia restano cardini del trattamento, mentre la chirurgia transorale robotica si è progressivamente affermata come opzione in casi selezionati, grazie alla possibilità di raggiungere il tumore in modo mini-invasivo e con una visione molto precisa del campo operatorio.
È proprio in questo equilibrio tra efficacia oncologica e tutela della funzione che si colloca il valore dell’intervento eseguito al Monaldi. Nei casi più estesi, infatti, la sola resezione non basta: può rendersi necessaria una ricostruzione della faringe per favorire un recupero più adeguato della deglutizione e ridurre l’impatto anatomico e funzionale della chirurgia. La letteratura più recente sottolinea come, dopo resezioni robotiche ampie, la fase ricostruttiva possa essere decisiva per sostenere i risultati funzionali del trattamento.
Un unico tempo operatorio per un caso particolarmente complesso
Il tratto distintivo dell’intervento eseguito a Napoli è stato proprio l’approccio integrato, realizzato nello stesso tempo operatorio. Da una parte, la chirurgia del collo tradizionale; dall’altra, la chirurgia robotica transorale. Una combinazione necessaria per affrontare una malattia estesa sia al tumore primitivo sia ai linfonodi del collo, con infiltrazione di strutture vascolari.
Oltre al professor Tortoriello, la fase di chirurgia del collo, indispensabile per la rimozione delle metastasi linfonodali laterocervicali infiltranti, sono stati i dottori D’Avino, Della Peruta, la dottoressa Russo e alla dottoressa Vitale, medico in formazione specialistica.
Successivamente, la resezione del tumore primitivo è stata condotta per via transorale robotica grazie al sistema Da Vinci Surgical System, piattaforma che consente di operare con strumenti miniaturizzati e una visione tridimensionale ad alta definizione. Alla consolle robotica ha operato il dottor Meliante, coadiuvato dal dottor Della Peruta. È stata eseguita un’estesa orofaringectomia e, proprio per l’estensione della neoplasia oltre l’organo, si è resa necessaria anche la ricostruzione robotica della faringe, una fase particolarmente delicata e centrale per il successivo recupero funzionale del paziente.
Tecnologia avanzata e competenze specialistiche
La notizia non riguarda soltanto l’impiego della piattaforma robotica, ma soprattutto la capacità di inserirla dentro un percorso chirurgico maturo e ben strutturato. La tecnologia, da sola, non basta. Servono esperienza, selezione corretta dei casi, organizzazione della sala operatoria e una squadra in grado di muoversi in piena sintonia. È questo il senso più concreto dell’intervento realizzato al Monaldi.
Con questa operazione salgono infatti a 15 le procedure eseguite con la piattaforma Da Vinci, a conferma della progressiva esperienza maturata dal centro in questo ambito. Si tratta di un dato che racconta non un episodio isolato, ma un percorso di crescita in una branca chirurgica altamente specialistica, dove la curva di apprendimento, la standardizzazione dei passaggi e il lavoro condiviso tra professionisti sono elementi decisivi.
Il valore del lavoro multidisciplinare
Determinante, nel buon esito dell’intervento, è stato anche il contributo anestesiologico e organizzativo. Hanno preso parte alla procedura la dottoressa Minale, il dottor Antonio Corcione, direttore del Dipartimento di Area Critica, e la dottoressa Silvano, medico in formazione specialistica. Accanto a loro, il personale di sala operatoria altamente specializzato: Guazzo, De Francesco, Errico, Capasso e Musella.
Ne emerge con chiarezza il profilo di una chirurgia contemporanea che non si esaurisce nel gesto tecnico del singolo operatore, ma si fonda sull’interazione tra diverse competenze. Nei tumori testa-collo questo aspetto è particolarmente importante, perché ogni intervento coinvolge aspetti oncologici, funzionali, anestesiologici, ricostruttivi e post-operatori che devono essere gestiti in maniera coordinata.
Monaldi, centro di riferimento nella chirurgia oncologica ORL
L’intervento consolida il posizionamento dell’Ospedale Monaldi come centro di eccellenza nella chirurgia oncologica otorinolaringoiatrica. Secondo i dati AGENAS riportati dalla struttura, la UOC di ORL del Monaldi è oggi la prima nel Sud Italia per chirurgia oncologica otorinolaringoiatrica. Un risultato che viene letto anche alla luce dei flussi di mobilità sanitaria: dal 1° aprile 2023, con l’arrivo del professor Tortoriello alla direzione della struttura, sono stati registrati circa 164 pazienti extraregionali.
È un dato che racconta la capacità di attrazione di un centro quando competenze specialistiche, organizzazione e tecnologie avanzate riescono a tradursi in percorsi clinici credibili anche per i casi più complessi. In un settore come quello della chirurgia testa-collo, dove l’impatto sulla qualità della vita è spesso molto rilevante, la disponibilità di tecniche mini-invasive e di un approccio multidisciplinare può fare la differenza sia nell’esperienza del paziente sia nel recupero dopo l’intervento.
Un risultato che guarda al futuro
Il significato di questa procedura va quindi oltre il singolo successo operatorio. Da un lato, conferma l’evoluzione della chirurgia robotica applicata ai tumori del distretto testa-collo; dall’altro, mostra come anche nel Sud Italia sia possibile affrontare patologie oncologiche complesse con standard elevati, unendo radicalità oncologica e attenzione alla funzione.
A sottolinearlo è anche il Direttore Generale avv. Anna Iervolino: «Il successo di una procedura così complessa testimonia la qualità delle professionalità presenti nella nostra Azienda e la capacità di integrare esperienza chirurgica, innovazione tecnologica e lavoro multidisciplinare».
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Tumori, individuato il passaggio che accende l’aggressività
Ricerca innovazione, NewsC’è un momento, nella storia di molte neoplasie, in cui la malattia sembra cambiare ritmo. Per anni può restare quasi invisibile, clinicamente silente, mentre dentro le cellule si accumulano alterazioni che non producono ancora un salto evidente nel comportamento del tumore. Poi, però, qualcosa si rompe e la progressione accelera.
È proprio questo passaggio che un gruppo di ricercatori italiani prova ora a definire con maggiore precisione in un lavoro pubblicato sul Journal of Translational Medicine. Lo studio, firmato tra gli altri dall’Istituto Nazionale Tumori IRCCS “G. Pascale” di Napoli insieme a ricercatori dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Università di Messina e dell’Università di Salerno, propone una nuova chiave di lettura dell’evoluzione del cancro: una “cascata evolutiva” in due tempi, capace di spiegare quando e perché il tumore diventa più aggressivo.
La lunga fase silenziosa in cui il cancro si prepara
L’idea di fondo è semplice da comprendere, anche se poggia su concetti biologici complessi. Le mutazioni del Dna non compaiono tutte insieme né rappresentano, da sole, l’inizio immediato di una crescita fuori controllo. Nel corpo umano piccoli errori genetici possono nascere fisiologicamente durante la replicazione cellulare, a causa dello stress ossidativo o per l’esposizione a fattori esterni come radiazioni ultraviolette e agenti cancerogeni.
Normalmente l’organismo dispone di sistemi di sorveglianza e riparazione che correggono gran parte di questi danni e mantengono l’equilibrio. In questa prima fase, suggeriscono gli autori, il tumore può accumulare variazioni in modo relativamente “neutro”, senza mostrare ancora tutta la sua pericolosità. È la ragione per cui alcune neoplasie possono restare in apparenza ferme o poco appariscenti per molto tempo, prima di assumere un comportamento più selettivo, rapido e aggressivo.
Il vero snodo è il cedimento dei sistemi di riparazione del Dna
Secondo il modello proposto dai ricercatori, il punto decisivo arriva quando i meccanismi di mantenimento dell’integrità genetica non riescono più a contenere il danno. In quel momento si attiverebbe quello che gli autori descrivono come un vero e proprio “motore evolutivo” del tumore. La fase iniziale, più neutra e meno prevedibile, lascerebbe il posto a una fase dominata dalla selezione: le cellule cancerose con caratteristiche più vantaggiose per sopravvivere, adattarsi e proliferare verrebbero favorite, in un processo che ricorda una selezione darwiniana accelerata.
È questo il cuore della “evolutionary cascade hypothesis”, l’ipotesi della cascata evolutiva, con cui il gruppo tenta di tenere insieme diverse teorie già esistenti sull’evoluzione dei tumori. In altre parole, il cancro non verrebbe letto solo come accumulo di mutazioni, ma come passaggio da una fase lenta e quasi sommersa a una fase in cui l’instabilità genetica alimenta una corsa molto più rapida verso aggressività, resistenza e progressione.
Perché questa teoria può cambiare la diagnosi precoce
Il valore di questa proposta non sta nell’annuncio di una cura immediata, ma nello spostamento del punto di osservazione. Se il momento più importante è quello in cui il tumore “accende” il proprio motore evolutivo, allora la sfida non è soltanto colpire la malattia quando è già esplosa, ma riconoscere il passaggio che la porta ad accelerare.
È qui che la diagnosi precoce potrebbe guadagnare una nuova dimensione: non più e non solo individuare la presenza del tumore, ma capire in quale fase della sua traiettoria biologica si trovi. In oncologia alcuni indicatori genomici, come il carico mutazionale del tumore, sono già considerati biomarcatori utili in determinati contesti clinici. Il modello italiano va oltre il semplice conteggio delle mutazioni e suggerisce di osservare soprattutto il momento in cui si rompe l’equilibrio dei sistemi di riparazione del Dna, perché è lì che la malattia cambia davvero passo.
Le cure non cambiano da domani, ma cambia il bersaglio
Il messaggio più forte del lavoro è anche il più concreto: non promettere scorciatoie, ma indicare una direzione. Alessandro Ottaiano, prima firma dello studio, ha spiegato che questa teoria non modifica le cure nell’immediato, però sposta il bersaglio della ricerca e dell’intervento clinico.
L’obiettivo, in questa prospettiva, non sarebbe soltanto distruggere il tumore quando è ormai aggressivo, ma impedirgli di entrare in quella fase di accelerazione biologica che lo rende più difficile da controllare. Tradotto in termini clinici, significa puntare a terapie più mirate e a strumenti capaci di cogliere il momento in cui la malattia sta per cambiare marcia. È una differenza tutt’altro che semantica: anticipare la svolta evolutiva potrebbe voler dire intervenire su tumori ancora più vulnerabili, prima che la selezione naturale interna alla massa tumorale favorisca i cloni più resistenti.
La strada aperta adesso chiede conferme, ma il cambio di prospettiva è reale
Naturalmente, occorre evitare facili entusiasmi. Il lavoro pubblicato dal gruppo italiano è una review teorica, non una sperimentazione clinica che dimostri già un nuovo trattamento pronto all’uso. Tuttavia il suo peso sta nell’aver organizzato in un’unica cornice concettuale molte osservazioni maturate negli anni su mutazioni, instabilità genomica, pressione ambientale e adattamento delle cellule tumorali.
Gli stessi autori sottolineano che il futuro dell’oncologia potrebbe dipendere sempre di più da modelli predittivi basati su grandi quantità di dati genomici e su analisi avanzate, anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. Se questa impostazione verrà confermata da ulteriori studi, la medicina oncologica potrebbe imparare non solo a inseguire il tumore, ma a intercettare il momento in cui sta per diventare più pericoloso. Ed è proprio qui che la scoperta del “motore” dell’aggressività smette di essere una formula efficace e diventa una possibile svolta culturale: capire il tempo biologico del cancro, per fermarlo prima.
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Ricerca innovazione, BambiniNapoli, al Policlinico Federico II una settimana di visite gratuite e incontri sulla salute della donna
Prevenzione, NotizieUna settimana interamente dedicata alla salute della donna, con visite gratuite, esami diagnostici, consulenze specialistiche e momenti di informazione pensati per accompagnare le pazienti in un percorso di prevenzione e consapevolezza. Anche quest’anno l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli rinnova la propria adesione alla (H) Open Week promossa da Fondazione Onda ETS, un’iniziativa ormai consolidata a livello nazionale e giunta alla sua undicesima edizione.
L’appuntamento si svolgerà da mercoledì 22 a mercoledì 29 aprile e offrirà alla cittadinanza una rete articolata di servizi clinici, diagnostici e informativi, completamente gratuiti, in diverse aree specialistiche. Per sette giorni, il Policlinico federiciano metterà così a disposizione competenze mediche, strumenti di diagnosi e occasioni di confronto, con l’obiettivo di rafforzare il valore della prevenzione e di rendere ancora più accessibili attività che possono fare la differenza nella tutela della salute femminile.
L’iniziativa si inserisce in una tradizione ormai riconosciuta, che vede la struttura napoletana al fianco di Fondazione Onda ETS in un percorso di sensibilizzazione sempre più ampio. Il valore dell’Open Week, infatti, non si esaurisce nella sola erogazione di prestazioni gratuite, ma si traduce in un messaggio culturale preciso: la salute della donna richiede attenzione costante, informazione corretta e la possibilità concreta di accedere a controlli e consulenze in tempi adeguati.
Visite, esami e consulenze in numerose specialità
Il programma predisposto dall’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II si distingue per l’ampiezza delle discipline coinvolte. L’offerta sanitaria attraversa infatti molte delle aree che più da vicino riguardano il benessere femminile, proponendo una presa in carico multidisciplinare e capace di rispondere a bisogni differenti, in ogni fase della vita.
Tra i servizi previsti figurano le attività di cardiologia e di chirurgia vascolare, con la possibilità di effettuare visite specialistiche ed ecocolordoppler venoso degli arti inferiori, strumenti particolarmente utili nella valutazione della circolazione e nella prevenzione di problematiche vascolari che possono incidere sulla qualità della vita. Accanto a queste, spazio anche alla terapia del dolore e alla nutrizione clinica, due ambiti fondamentali sia nel trattamento di condizioni croniche sia nella promozione di stili di vita più sani e consapevoli.
Particolare attenzione sarà dedicata inoltre alle visite infettivologiche, con un focus specifico sulle infezioni sessualmente trasmissibili, tema che continua a richiedere informazione, diagnosi precoce e percorsi mirati di prevenzione. Nel programma rientrano anche le visite ginecologiche dedicate alle donne in menopausa, una fase delicata dell’esistenza femminile che merita ascolto, accompagnamento specialistico e risposte adeguate ai cambiamenti fisici ed emotivi che può comportare.
Non meno importante la presenza di appuntamenti in dermatologia, senologia ed endocrinologia, branche che intercettano aspetti molto diversi ma profondamente connessi alla salute generale della donna. Dalla prevenzione delle patologie cutanee al controllo della salute del seno, fino all’equilibrio ormonale e metabolico, l’Open Week del Federico II punta a offrire un quadro il più possibile completo di opportunità di screening e consulenza.
Informazione, ascolto e attenzione ai bisogni specifici delle donne
Oltre all’attività strettamente clinica, il programma si arricchisce di un’importante componente informativa e di sensibilizzazione. È questo uno degli aspetti più rilevanti della manifestazione: accanto alla diagnosi e alla visita specialistica, viene valorizzata anche la diffusione di una cultura della prevenzione basata su conoscenza, ascolto e dialogo con i professionisti.
Tra gli appuntamenti in calendario figura la giornata “Healthy Stomach”, dedicata alla salute dello stomaco e alla prevenzione dell’infezione da Helicobacter Pylori. L’iniziativa offrirà l’occasione di approfondire un tema spesso sottovalutato ma di grande rilevanza clinica, con la possibilità di effettuare, su prenotazione, anche il breath test. Si tratta di un’opportunità importante per promuovere diagnosi tempestive e una maggiore attenzione ai segnali che l’organismo invia.
Il programma prevede inoltre incontri informativi in presenza su HPV e tumori della sfera genitale femminile, argomenti centrali quando si parla di prevenzione oncologica e salute riproduttiva. La disponibilità di momenti di confronto diretto consente di affrontare dubbi, ricevere indicazioni corrette e rafforzare quella consapevolezza che rappresenta il primo passo per adottare comportamenti protettivi.
Accanto a questi appuntamenti, saranno allestiti info-point dedicati alla medicina della riproduzione e alla sessualità femminile, spazi pensati per fornire orientamento e informazioni su aspetti essenziali del benessere psicofisico. La salute della donna, infatti, non riguarda soltanto la diagnosi di eventuali patologie, ma anche la possibilità di affrontare in modo aperto e competente temi che per troppo tempo sono rimasti ai margini del discorso pubblico.
A completare il programma ci sarà anche un webinar online dal titolo “Psichiatria di genere: comprendere e trattare la sofferenza femminile”, segno di una attenzione concreta alla salute mentale e alla necessità di leggere il disagio psichico femminile con strumenti adeguati e specifici.
Prenotazioni e accesso ai servizi
Per accedere alle visite e agli esami sarà necessaria la prenotazione, che potrà essere effettuata fino ad esaurimento dei posti disponibili riservati all’iniziativa. Si tratta di una modalità organizzativa indispensabile per consentire una gestione ordinata delle richieste e garantire il migliore svolgimento delle attività previste durante l’intera settimana.
Il programma completo delle iniziative e le relative modalità di prenotazione sono consultabili sia sul portale aziendale policlinico.unina.it sia sul sito bollinirosa.it. Attraverso questi canali sarà possibile conoscere nel dettaglio il calendario, le specialità coinvolte, gli orari e le indicazioni utili per partecipare.
Il valore culturale della prevenzione
A sottolineare il senso profondo dell’iniziativa è il Direttore Generale Elvira Bianco, che evidenzia come si tratti di “un programma ampio e multidisciplinare”, reso possibile dall’impegno e dalla competenza dei professionisti dell’Azienda. Un passaggio che mette in luce non solo l’organizzazione dell’Open Week, ma anche il lavoro quotidiano di medici, operatori e personale sanitario impegnati nella promozione di una medicina sempre più vicina alle persone.
Bianco richiama inoltre un concetto decisivo: la prevenzione non è soltanto un insieme di controlli o di buone pratiche individuali, ma anche una sfida culturale che richiede continuità, responsabilità condivisa e un costante investimento nelle attività di comunicazione e sensibilizzazione. È proprio in questa prospettiva che la settimana promossa al Federico II assume un valore che va oltre il calendario degli appuntamenti: diventa un’occasione concreta per riportare al centro il diritto alla salute, l’importanza dell’informazione e la necessità di costruire percorsi di cura sempre più accessibili.
Con la sua adesione alla (H) Open Week, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II conferma dunque una scelta precisa: mettere la prevenzione al centro e farlo con strumenti concreti, servizi gratuiti e occasioni di confronto che possono contribuire a rendere la salute femminile un tema sempre più condiviso, consapevole e vicino alla vita reale delle persone.
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Italia, cresce la longevità e aumenta la speranza di vita
Stili di vita, NewsContinua a crescere la speranza di vita alla nascita in Italia, che raggiunge quota 83,4 anni e conferma il Paese tra i più longevi al mondo. È un dato che racconta un progresso profondo, costruito nel tempo, e che riflette miglioramenti significativi nelle condizioni di vita, nella prevenzione e nell’accesso alle cure. Tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita è aumentata di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni.
Dietro questi numeri c’è una trasformazione storica che ha cambiato il volto dell’Italia. Si vive più a lungo, e in molti casi anche meglio, ma questa conquista porta con sé nuove responsabilità. La crescita della longevità, infatti, non può essere letta soltanto come un successo statistico: è anche il segnale di una società che invecchia e che deve imparare a confrontarsi con bisogni sanitari e sociali sempre più complessi.
I divari territoriali restano marcati
Se il dato nazionale restituisce un quadro positivo, le differenze tra le Regioni mostrano un’Italia ancora molto disomogenea. L’età mediana alla morte nel 2023 è stata di 81,6 anni per gli uomini e di 86,3 anni per le donne, ma con forti variazioni sul territorio: si va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 anni nelle Marche. È una distanza importante, che segnala come la longevità non dipenda soltanto da fattori biologici o individuali, ma anche dalla qualità dei servizi, dal contesto sociale e dalle opportunità di cura e prevenzione offerte localmente.
Proprio questo aspetto rende il tema della salute strettamente intrecciato a quello dell’equità. Vivere più a lungo è una conquista collettiva, ma non tutti i cittadini sperimentano lo stesso livello di protezione e di assistenza. Le differenze regionali continuano a incidere in modo concreto sull’aspettativa di vita e sulla qualità degli anni vissuti.
Il ruolo decisivo del calo della mortalità infantile
Tra i fattori che storicamente hanno contribuito all’aumento della longevità media in Italia, un posto centrale spetta al drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita. Nel 2023 questo indicatore si è attestato a 2,7 decessi su mille nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo. Il confronto con il passato restituisce con forza l’ampiezza del cambiamento: nell’Ottocento la mortalità infantile era pari a 230 su mille.
Si tratta di una delle più grandi rivoluzioni sanitarie e sociali della storia del Paese. Il miglioramento dell’alimentazione, le condizioni igieniche più sicure, i progressi della medicina, la diffusione dei vaccini e una maggiore capacità di assistere madri e neonati hanno avuto un effetto decisivo. Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono consolidati ulteriormente, rendendo possibile una protezione più ampia e diffusa della popolazione.
Più anni di vita, ma anche più malattie croniche
Accanto ai guadagni in termini di longevità, cresce però il peso delle patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana. È una conseguenza in parte inevitabile dell’invecchiamento della popolazione. Tumori e malattie cardiovascolari sono oggi tra le principali sfide sanitarie del Paese. Alla fine del XIX secolo i tumori rappresentavano il 2-3% dei decessi, mentre nel 2023 sono arrivati al 26,3%. Le malattie cardiovascolari sono passate dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte.
Aumentano anche i casi di diabete e ipertensione. Questo fenomeno dipende non solo dal fatto che la popolazione è più anziana, ma anche da una maggiore capacità diagnostica, da controlli più precoci e più diffusi e, allo stesso tempo, dalla diffusione di stili di vita non sempre salutari. In altre parole, la medicina oggi intercetta meglio molte condizioni, ma la società contemporanea espone anche a nuovi fattori di rischio.
Il quadro si complica ulteriormente con la multimorbilità, cioè la presenza simultanea di due o più patologie nella stessa persona. In Italia riguarda già 13 milioni di individui. È un dato che aiuta a comprendere quanto il tema dell’invecchiamento non riguardi solo il numero degli anziani, ma anche la complessità della loro assistenza. Curare un paziente con più malattie significa organizzare percorsi sanitari più integrati, continui e personalizzati.
Migliora la salute percepita, soprattutto nelle età più avanzate
Nonostante il peso crescente delle patologie croniche, emerge anche un altro dato significativo: negli ultimi 30 anni è diminuita la quota di persone che dichiara di essere in cattiva salute. Si è passati dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025. È un segnale importante, perché suggerisce che non solo si vive più a lungo, ma che in molti casi si riesce anche a convivere meglio con l’età avanzata e con le malattie.
La prevalenza delle persone che si percepiscono in cattiva salute cresce con l’età, in particolare tra le donne. Tuttavia, proprio nelle fasce più anziane si registrano i miglioramenti più evidenti. Nel 2025 quasi il 28% delle donne di 85 anni e oltre ha dichiarato di stare male o molto male, ma tra loro la quota si è dimezzata rispetto al 1995. Tra gli uomini della stessa età il miglioramento è ancora più netto: la percentuale è scesa dal 39,5% al 17,2%, avvicinandosi a quella della fascia 75-84 anni.
Questo andamento suggerisce che la longevità italiana non coincide automaticamente con anni vissuti in condizioni peggiori. La salute percepita, pur restando legata all’età e al genere, mostra segnali di progresso che meritano attenzione.
La sfida del futuro passa dalla sanità pubblica
Sul tema interviene anche Giovanni Rezza, epidemiologo ed ex capo del Dipartimento della prevenzione del ministero della Salute, che sottolinea come, al netto della parentesi del Covid, vaccini e antibiotici abbiano ridotto in modo drastico la mortalità per malattie infettive, contribuendo così all’aumento della longevità. Ma, osserva l’esperto, l’invecchiamento comporta inevitabilmente una maggiore diffusione delle malattie cronico-degenerative, come tumori e malattie cardiovascolari.
Il punto centrale, allora, riguarda la capacità del sistema sanitario di reggere questo cambiamento demografico. Il Servizio sanitario nazionale viene indicato come una grande conquista, da preservare anche in un contesto economico difficile. La sua tenuta, però, non può essere data per scontata. Secondo Rezza, anche la diversa qualità dell’assistenza tra una Regione e l’altra contribuisce alle differenze territoriali nell’aspettativa di vita.
La fotografia che emerge è quindi duplice. Da una parte c’è un’Italia che ha saputo allungare la vita dei propri cittadini in modo straordinario. Dall’altra c’è un Paese chiamato a riorganizzare i propri servizi per rispondere a una popolazione più anziana, più fragile e spesso affetta da più patologie contemporaneamente. La longevità, oggi, non è soltanto un traguardo da celebrare. È una conquista da difendere, con investimenti, prevenzione e una sanità pubblica capace di restare davvero universale.
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