Niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali nei primi tre anni di vita. Più informazione e sostegno ai genitori fin dalla gravidanza, servizi educativi per la prima infanzia senza schermi e una rete di professionisti preparati ad accompagnare le famiglie.
Sono questi gli obiettivi della proposta di legge promossa dalla senatrice Simona Malpezzi insieme alla Società Italiana di Pediatria e alla Fondazione Terre des Hommes Italia. Il disegno di legge, formalmente presentato il 2 luglio 2026 e illustrato pubblicamente a Palazzo Madama il 23 luglio, riguarda la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali dei bambini e delle bambine da zero a tre anni.
Il testo ha raccolto un sostegno bipartisan, coinvolgendo parlamentari appartenenti a diversi gruppi politici. L’intenzione è trasformare un tema spesso affidato esclusivamente alle scelte delle singole famiglie in una questione di prevenzione e salute pubblica.
Linee guida nazionali e sostegno alle famiglie
Uno dei punti centrali riguarda l’introduzione di Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi. L’utilizzo dei dispositivi digitali nei primi trentasei mesi viene definito dai promotori come una pratica estremamente dannosa e, di conseguenza, da evitare.
Il provvedimento non punta però a colpevolizzare madri e padri. L’obiettivo è costruire un sistema capace di fornire indicazioni chiare, coerenti e scientificamente fondate fin dall’attesa di un figlio. Corsi preparto, punti nascita, consultori familiari, pediatri e servizi educativi sarebbero chiamati a collaborare per aumentare la consapevolezza sui rischi legati a un’esposizione troppo precoce.
«Questo disegno di legge mette al centro la tutela dei più piccoli attraverso un potenziamento dell’informazione e della formazione», ha dichiarato la senatrice Malpezzi. La prima firmataria ha sottolineato soprattutto la necessità di aiutare i genitori a sviluppare un rapporto più consapevole con strumenti ormai presenti nella vita quotidiana.
Il cervello ha bisogno di esperienze reali
La proposta nasce da un patrimonio crescente di studi sugli effetti dell’esposizione digitale durante la prima infanzia. La revisione della letteratura scientifica richiamata dalla Società Italiana di Pediatria, basata sull’analisi di 78 studi, segnala possibili conseguenze sul linguaggio, sulle capacità attentive ed esecutive, sulla regolazione emotiva, sul sonno e sulla relazione tra adulto e bambino.
Nei primi anni di vita il cervello attraversa infatti una fase particolarmente intensa di sviluppo. Per crescere ha bisogno di contatto, movimento, ascolto, manipolazione degli oggetti, gioco libero e interazione con le persone.
«Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di evitare che venga introdotta troppo presto e che sottragga spazio a esperienze fondamentali», ha spiegato Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria.
I pediatri potrebbero avere un ruolo determinante attraverso i bilanci di salute e il rapporto continuativo con le famiglie. Potrebbero informare, riconoscere eventuali situazioni di rischio e proporre soluzioni concrete senza trasformare le raccomandazioni in un giudizio sulle capacità educative dei genitori.
Asili senza dispositivi e professionisti più preparati
Il disegno di legge prevede che nei servizi educativi pubblici e privati destinati alla fascia da zero a tre anni i dispositivi digitali non vengano utilizzati durante le attività. I progetti educativi dovrebbero privilegiare la relazione, il linguaggio, il movimento, l’esplorazione e il gioco.
È prevista anche una formazione specifica per pediatri, ostetriche, educatori, assistenti sanitari e operatori sociali. L’obiettivo è creare una rete nella quale tutte le figure che incontrano bambini e famiglie possano fornire indicazioni coerenti.
«Da tempo sentivamo il bisogno di incidere in modo più efficace nella tutela dei bambini e delle bambine esposti ai dispositivi digitali in così tenera età», ha affermato Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Progetti Italia di Fondazione Terre des Hommes. Secondo Giannotta, molte scelte educative derivano proprio dalla scarsa conoscenza delle possibili conseguenze.
La proposta prova così a trasformare le evidenze scientifiche in un intervento strutturato di prevenzione. Una strategia che parte dagli adulti e dai servizi per restituire ai primi anni dell’infanzia il tempo della relazione, del movimento e della scoperta del mondo reale.
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